Visita al Domaine de Terrebrune

Situato ad Ollioules, il Domaine de Terrebrune, inizia la sua gloriosa storia quando, nel 1963, Geoges Delille acquisito questa proprietà, dove prima si producevano vino, olive, fiori ed ortaggi, e iniziò un lavoro incessante fatto di ripristino delle terrazze, delle pareti e reimpiantando tutti i vigneti. La cantina, edificata all’interno della roccia ed sapientemente interrata, è stata costruita nel 1975 ed è stata oggetto di studio affinché possa valorizzare al massimo le uve e il vino attraverso il sistema di pompaggio dello stesso per gravità.
Camminando sulle orme del padre, nel 1980, anno di produzione della prima bottiglia, Reynal Delille prende in mano le redini dell’azienda dopo aver portato a termine gli studi di enologia. Durante la sua guida l’azienda continua la sua crescita qualitativa sempre rispettando la tradizione enologia del Bandol. Oggi l’azienda si estende per circa 30 ettari, di cui 27 dedicati alla produzione di vini AOC, e vanta una produzione media annua di 1000 ettolitri.
Il Domaine Terrebrune è situato in una zona climatica strategica in quanto è localizzato alle pendici del massiccio calcareo Gros Creveau vantando anche una stupenda vista sul golfo di Bandol: questa fa si che il Domaine benefici durante l'anno di un perfetto microclima dovuto all'influenza dei venti (soprattutto il mistral) che soffiano, anche violentemente in estate, portando aria fresca e asciutta, quindi favorevole al buon mantenimento dell'uva, Mourvèdre in particolare, che come dice proprio il nome del Domaine poggiano su un terreno marrone scuro di età antichissima.
Il Domaine Terrebrune rispetta moltissimo l’ambiente in quanto sono vietati pesticidi ed insetticidi, è permesso il solo uso di zolfo o solfato di rame. A giugno viene praticata la potatura verde che permette di raggiungere l’obiettivo di qualità di un grappolo per ogni tralcio (produzione di 35/38 ettolitri per ettaro). Vendemmia totalmente manuale al fine di preservare al massimo l’uva. A tal fine ogni singolo cru viene vendemmiato singolarmente e ciò fa si che la raccolta, che teoricamente si potrebbe fare in 12 giorni, termine quasi sempre in 30. Durante la vinificazione, le uve subiscono una pressatura soffice e la fermentazione del mosto avviene a temperatura controllata. La maturazione, per i rossi, avviene in botti da 50/60 ettolitri per 18 mesi: tale periodo permette al vino di stabilizzarsi e di chiarificarsi naturalmente. Una volta imbottigliato, il vino dovrà affinarsi per un ulteriore anno all’interno delle buie cantine aziendali.
Durante la mia visita all’azienda, effettuata grazie ad una gentile e bionda signora, ho degustato una batteria di splendidi vini:
Bandol Terrebrune 2006 bianco: da uve 40% Clairette, 35% Ugni Blanc, 15% Bourboulenc, 5% Rolle and 5% Marsanne, è un vino che al naso esprime sensazioni di frutta esotica e fiori bianchi ma, soprattutto, una mineralità soprendente. Un bianco che svolge la malolattica e che a detta della nostra interlocutrice è molto territoriale.
Bandol Terrebrune 2004 rosso: da un 85% di uva Mourvèdre con il restante di Grenache e Cinsault, questo vino presenta al naso sentori di frutti rossi di rovo, ciliegia, tabacco e liquerizia. Giovane in bocca visto l’elevata tannicità, presenta un finale lungo e fruttato giocato su sentori di prugna matura e mora. Gran bel vino che potrà dare il meglio tra qualche anno…
Bandol Terrebrune 1998 rosso: contrariamente M precedente il vino ha un 80% di Mourvèdre, e presenta al naso sentori molto più complessi che vanno dalla prugna secca al mallo di noce, dal tabacco per pipa all’humus, dalla grafite al foxy. Bocca estremamente elegante ed equilibrata con un tannino che si fa ora setoso e carezzevole. Grande persistenza finale per un vino da applausi.
Bandol Terrebrune 1987 rosso: la mia sorpresa in questo caso, oltre al vino, è legata all’estrema gentilezza della nostra interlocutrice che apre al pubblico bottiglie così importanti e preziose. Magari lo facessero le altre aziende, italiane incluse! Vino sublime prodotto con solo il 60% di Mourvèdre. Naso caleidoscopico:sottobosco, fungo porcino, humus, tabacco e torrefazione si intrecciano uno nell’altro creando un impatto olfattivo di grande eleganza. Raffinato il tannino e, nonostante i venti anni, il vino presenta ancora un’acidità che promette ancora lunga vita. Chapeau!
Bandol Terrebrune 2007 rosè: 50% Mourvèdre e il resto diviso equamente tra Granache e Cinsault, presenta all’olfattiva note di pompelmo rosa, ciliegia acerba, mandarino, susina e burro. Vino dotato inoltre di una spiccata mineralità data dal terreno calcareo-argilloso di epoca preistorica. Vino che costa circa 14 euro e che, per questo, rappresenta un prodotto dall’elevato rapporto qualità/prezzo.
Bandol Terrebrune 1994 rosè: mi avevano detto che Bandol era terra di grandi rosati da invecchiamento e questo 1994 me ne ha dato la prova. Naso splendido giocato su note di miele, cera d’api, frutta secca e cannella. Bocca di un equilibrio strepitoso. Finale lungo e persistente giocato su note di miele e uva passita. Grande sorpresa per uno dei rosati a più alta longevità della Francia (e non solo….)
Concludendo, ringrazio tutto lo staff del Domaine de Terrebrune per la cordialità con cui ci ha accolto e per i grandi vini che ci ha fatto degustare, unici, come unico è il loro rapporto qualità/prezzo, davvero eccezionale.

BANDOL: UNA TERRA DI GRANDI VINI

I vigneti nella zona del Bandol esistono da sempre, da quando nel quinto secolo a.C. fu istituita dai focei la colonia di Taurois, ribattezzata in seguito dai romani come Tauroentum, sulle cui alture oggi troviamo i vigneti della città di Castellet. Quando i romani si installarono in Provenza, trovarono in quella zona numerosi vigneti che sfruttarono tanto brillantemente che diventarono celebri in tutti l’impero. Prova di ciò sono i resti delle anfore ritrovate a bordo delle galere ritrovate tra Bandol e l’isola di Bendor.
La storia più recenti invece ci dimostra che i vini di questa zona erano molto famosi a corte già nel XVI secolo e furono molto apprezzati da Luigi XV che era solito ordinare del vino proveniente dall’area di Rouve, un territorio compreso nel comune BEAUSSET.
Col passare dei secoli continua a crescere la fama dei vigneti e dei vini del Bandol anche se tutto questo, come la storia ci insegna, ebbe una tremenda e netta frenata quando le devastazioni di oidio nel 1868 e la phylloxèra nel 1870 devastarono e distrussero tutti i vigneti francesi. Rovinati completamente, la maggior parte dei viticoltori capitolò per l'immenso costo della ricostruzione dei vigneti, la cui redditività era resa ancora più incerta con l'avvento della ferrovia che sconvolse il mercato dei vini francesi. Un piccolo gruppi di intrepidi coloni, tuttavia, ebbe l'ardire di reimpiantare in quelle aree così depresse Cinsault, Grenache e soprattutto Mourvedre, l'uva tradizionale della regione. I vigneti ricrebbero lentamente e nuove generazioni di viticoltori, attraverso la formazioni di un sindacato, optarono all’unanimità verso una produzione di qualità. I loro sforzi vennero premiati nel 1941 quando ai vini del Bandol fu riconosciuto il titolo di Appellation d'Origine Contrôlée, una delle prime in Francia concesso per decreto.
Bandol è un'area vinicola relativamente piccola - appena 1480 ettari – e si estende su 8 comuni: Bandol, Le Bausset, Le Castellet, La Cadière d'Azur, Saint Cyr sur mer, Sainte Anne d'Evenos, Sanary e Ollioules.
Protetto dagli sbalzi termici data dalla vicinanza del Mediterraneo, il vigneto gode di 3000 ore di sole all’anno e il Mistral aiuta a mantenere un clima perfettamente sano anche dopo le abbondanti precitazioni. Il suolo anch’esso è importante per la qualità dei vini: nell’area troviamo un terreno arido di tipo marno-calcareo-arenoso che conferisce al vino grande struttura e complessità.
A Bandol si producono sostanzialmente due tipologie di vino: rosè giovani e freschi (anche se non mancano esempi di rosati da invecchiamento come vedremo quando parlerò del Domaine de Terrebrune) e rossi di grande complessità e struttura da conservare in cantina per anni. I vini bianchi, da uve Clairette, Bourboulenc e Ugni blanc, rappresentano una sparuta minoranza in quanto rappresentano solo il 5% della produzione totale.
L'uva principale utilizzata per la produzione dei vini di Bandol, sia rosati sia rossi, è il Mourvèdre, che in questa area si esprime ottimamente soprattutto grazie alle base rese (circa 30hl/ha). I vini rossi di Bandol prevedono almeno il 50% di Mourvèdre, mentre la restante parte può essere costituita da Grenache e Cinsault. E’ammessa la possibilità di utilizzare come vitigni secondari anche Syrah, Carignan, Tibouren, e Calitor per un limite massimo del 20%. Le stesse uve sono utilizzate anche per la produzione dei vini rosati. Il disciplinare prevede per i rossi almeno 18 mesi di invecchiamento in botte mentre i rosati e i bianchi possono essere ammessi alla vendita già a partire dall’anno successivo.

Mega gaffe di Wine Spectator

FORCHETTE, stelle e bicchieri d'oro. Oggi ad inumidire le papille gustative dei clienti non è più quell'odorino d'arrosto che esce dalla cucina del ristorante ma la quantità di riconoscimenti e premi che le guide specialistiche assegnano al locale. Attenzione però. Non è tutto oro quel che luccica, proprio come insegna la storia di Robin Goldstein. Scrittore ed esperto di vini, Goldstein si è finto proprietario di un locale di Milano, l'Osteria l'Intrepido, ha messo su un finto sito, inventato un menu e una carta dei vini ed è riuscito così ad aggiudicarsi il prestigioso Award of Excellence assegnato dalla bibbia delle riviste di vini, Wine Spectator, ai ristoranti con le migliori cantine al mondo. "Dopo avere scritto il mio primo libro dedicato ai vini, ho deciso di scoprire come il magazine Wine Spectator assegnava i suoi premi di eccellenza ai migliori ristoranti", spiega lo scrittore. "Così, come integrazione di una più ampia ricerca accademica sugli standard dei premi enologici alla quale sto lavorando, ho deciso di compilare una domanda per l'assegnazione dell'Award da parte del Wine Spectator". Ha così inizio il grande bluff di Goldstein che si dichiara proprietario dell'Osteria l'Intrepido, un ristorante di Milano inventato giocando sul nome di una serie di guide culinarie. Oltre alla compilazione della domanda, invia la ricevuta di pagamento della tassa di partecipazione, pari a 250 dollari, una lettera di presentazione, una copia del menu del ristorante e una lista dei vini.
Per il menu l'Intrepido propone una selezione dei migliori piatti della tradizione italiana, riletti in chiave contemporanea e con l'aggiunta di dettagli alla moda. Si va dal culatello di Zibello al fois gras con brioche e miele di castagna, dall'uovo in raviolo al risotto con pancetta croccante, per concludere con il raffinato soufflé di parmigiano reggiano. E, nel rispetto delle consuetudini dei ristoranti più glamour, i prezzi sono naturalmente alti. Ma è soprattutto nella carta dei vini che Goldstein dà il suo meglio, inventando una selezione ad hoc di rossi italiani scelti tra i peggiori vini segnalati proprio da Wine Spectator. Così a suon di bottiglie di Amarone del 1998, definito "not clean", di un "aggresive" Barolo, di un "wrong" Cabernet Sauvignon, e di tanti altri vini giudicati mediocri, una finta osteria, con un finto menu, si aggiudica l'Award of Excellence del Wine Spectator. L'assegnazione del premio viene formalizzata con la pubblicazione sul numero di agosto della rivista cartacea e subito dopo l'Intrepido viene inserito nel database del
sito. Ma da qui scompare il 15 agosto, data nella quale Robin Goldstein presenta l'eccezionale risultato della suo "grande bluff" al consueto meeting dell'America Association of Wine Economists tenutosi a Portland. "Naturalmente è preoccupante che un ristorante inesistente possa vincere un premio di eccellenza - ha commentato Goldstein - ma è ancora più preoccupante che il premio non sembri affatto legato alla qualità delle liste vini dei presunti ristoranti". Ancor più grave poi che, nonostante i vini inseriti nella carta de l'Intrepido fossero stati giudicati totalmente mediocri dallo stesso Wine Spectator, il premio sia stato ugualmente assegnato. Insomma sembra proprio che il business del vino sia molto più interessante della qualità del nettare, soprattutto per un colosso del settore come Wine Spectator che da questo giro di assegnazione premi sembra incassare qualcosa come 700 mila dollari annui.

(fonte Repubblica.it)

Tornato........!!

Eccomi qua appena tornato dalle vacanze estive passate quest'anno in Francia dove ho fatto un bellissimo tour tra le cantine dell'area del Bandol, un'area vinicola relativamente piccola - appena 600 ettari - ma che vanta vini strepitosi e dal grande rapporto qualità prezzo.
Un'altra tappa della mia vacanza è stata l'area del Rodano del sud, precisamente Châteauneuf-du-Pape, dove anche qui ho potuto scoprire un paio di cantine di grande interesse (grazie anche ai consigli di Mike Tommasi) come Clos Mont Olivet e Jean Royer.
Appena riordino il materiale scriverò il primo articolo dedicato ai vini del Bandol e, in particolare al Domaine Terrebrune, piccola grande azienda che produce dei rosati meravigliosi e dei rossi di grande invecchiamento.

Percorsi Di Vino va in vacanza....

Due settimane di meritato riposo che passerò in Francia, zona Bandol e Chateauneuf du Pape. Andrò a visitare interessanti aziende vitivinicole e a scoprire grandi vini francesi. Prometto al mio ritorno un reportage dettagliato.Un saluto.
Andrea Petrini

Il Vinsanto Toscano: un mito mondiale. Terza parte: la realizzazione

Nella seconda parte abbiamo parlato della pressatura. Proseguendo, diciamo che il mosto ottenuto viene messo in piccole botti (quasi sempre di rovere, ma anche di castagno) chiamate caratelli, di una capacità che mediamente varia dai 50 ai 90-100 litri. I caratelli non sono come le barriques, non si cambiano dopo 3-4 anni ma devono durare moltissimo e venire cambiati solo quando perdono in maniera irreparabile oppure danno odori sgradevoli al Vinsanto. All'interno del caretello viene immesso il mosto dopo decantazione e (ma qui ci addentriamo in uno dei misteri del Vinsanto) "la madre". Questa è una specie di sedimento scuro e denso. E' formato da famiglie di fermenti e/o lieviti che hanno la capacità di vivere e moltiplicarsi in un ambiente così ricco di zucchero come, appunto, il mosto. Chi usa la madre non la getta mai, ma la travasa da un caratello all'altro.
I produttori si dividono in due famiglie: quelli che usano la madre e quelli che la ritengono inutile. In effetti il mosto fermenta anche senza la madre, ma i suoi sostenitori danno per certo che il suo apporto dia caratteristiche uniche e soprattutto una certa omogeneità, anno dopo anno, al prodotto.
Il caratello non viene colmato ma riempito al massimo per due terzi, altrimenti il mosto, fermentando, lo farebbe esplodere. Molto sigillano ermeticamente la botticella, addirittura murandone l'apertura. Altri, più modernisti, si limitano a tapparla, mantenendosi la possibilità di controllare l'andamento della fermentazione. Una volta nel caratello il mosto viene messo in una zona soggetta a sbalzi termici. Di solito si usano delle soffitte o i soppalchi. Qui, fermentando quando il calore esterno lo permette e fermandosi quando il freddo blocca i lieviti, il nostro futuro Vinsanto nasce con tutta la calma del mondo. Mediamente ci vogliono infatti oltre 5 anni per ottenere un buon prodotto, ma vi sono cantine che allungano l'invecchiamento sino ai dieci.
Un momento particolare è l'apertura dei caratelli. Si tratta di una vera e propria festa. In religioso silenzio si rimuove la muratura o la ceralacca, poi si toglie il tappo e si annusa. Se l'odore è quello giusto si tira un sospiro di sollievo anche se, può capitare, che dopo anni di attesa si debba buttare tutto il contenuto, madre compresa. Per evitare questo, forse, si è creata una scuola "moderna" di fare Vinsanto. Si parte dalle stesse uve e dagli stessi sistemi di appassimento, le cose cambiano durante la fermentazione che avviene anche in barriques (rigorosamente senza madre) aperte, per poter meglio controllare il processo. I tempi di maturazione e fermentazione sono più brevi anche se per i Vinsanti DOC si deve sempre rispettare il disciplinare.

Il Vinsanto Toscano: un mito mondiale. Seconda parte: l'appassimento

Come già detto le uve vengono raccolte sia "a prenzoli" sia "a grappoli". Nel primo caso si tratta di due grappoli collegati da un tralcio, nel secondo di grappoli singoli staccati normalmente dalla pianta. La differenza tra i due sistemi di raccolta si ripercuote sul tipo di appassimento. I prenzoli appassiscono attaccati a dei ganci di ferro che formano delle catene verticali sino quasi a toccare terra, i grappoli sono stesi su cannicci e questi vengono posti l'uno sopra l'altro sino a formare dei "castelli" di 7-8 piani,a lti più di 2 metri. La differenza è tutta nella tradizione: con i ganci si riesce ad appassire più uva nello stesso spazio, con i cannicci i grappoli stanno più distanziati e forse possono appassire meglio. L'appassimento si svolge naturalmente grazie ai finestroni degli appassitoi che vengono aperti quando il clima è secco e chiusi quando piove o c'è umidità. Non esiste tradizione di usare la ventilazione forzata, anche se qualcuno ha messo dei grossi ventilatori sul soffitto. L'uva rimane ad appassire per alcuni mesi: c'è chi pressa (in gergo si dice "stringe") le uve alla fine di novembre, chi intorno a Natale e chi arriva addirittura ad aprile. La differenza sta tutta nel grado zuccherino che raggiunge il mosto. Più avanti si va col tempo, più il processo di appassimento toglie acqua e concentra le sostanze nei chicci (zuccheri, ma anche sostanze acide, altrimenti il risultato finale sarebbe uno sciroppo) ottenendo così un mosto e, dopo molto tempo, un vino più dolce. Si potrebbe dire che, essendoci più zuccheri nel mosto, si avrà un vino più alcolico. Questo è vero sino ad un certo punto, perchè se la concentrazione zuccherina nel mosto è elevatissima i lieviti non riescono a trasformare che pochi zuccheri in alcol. Avremo così un vino con gradazione alcolica bassa (anche sotto gli 11°) ed un residuo zuccherino elevatatissimo. Tradizionalmente i Vinsanto toscani hanno una gradazione che varia tra i 15° e i 19° ed una dolcezza che cambia da zona a zona. In Chianti si fanno Vinsanti più secchi, mentre verso Montepulciano si prediligono più abboccati o dolci.

Il Vinsanto Toscano: un mito mondiale - prima parte

Gira da sempre una grossa frottola pseudo storica sul come sia nato il nome Vinsanto. Pare sia stato coniato addirittura nell'unico Concilio Ecumenico tenutosi a Firenze nel 1439. Narra la leggenda che durante uno dei banchetti ufficiali il Patriarca Bizantino, assaggiando uni vino dolce locale esclamasse estasiato "Ma questo è come il vino di Xantos!", riferendosi a quello prodotto nella Licia (oggi Turchia) di cui Xantos era capitale storica. Altra variante, puramente senese, parla di un frate francescano che durante la peste del 1348 curava le vittime con il vino normalmente usato per celebrare la messa. Sembra che avesse ottenuto buoni risultati visto che subito si diffuse la convinzione che tale vino possedesse proprietà miracolose, fosse cioè un Vino Santo.

In realtà il termine deriva quasi sicuramente dal fatto che veniva usato per la messa, visto che il vino normale, tenuto all'aria aperta, si ossidava velocemente e diveniva imbevibile.

Ma come si produce tale vino? Il Vinsanto è figlio di una tradizione che si declina in centinaia, forse migliaia di modi, tanti quanti sono e sono stati i produttori di questo vino. Se infatti l'enologia moderna ha preso fortemente piede nella produzione di vini rossi e bianchi, standardizzando talune procedure, per il Vinsanto il discorso è completamente diverso. Come dice un famoso produttore di Montepulciano "Sul Vinsanto si può dire tutto e il contrario di tutto: è un mistero, dopo quelli ecclesiali, tra i più incomprensibili." Non esistono studi che raccolgano dati cercando di trarne un senso comune ed anche se ci fossero nessun produttore accetterebbe di cambiare il proprio modi di fare il Vinsanto seguendo teorie altrui.

Per questo vedremo per prima cosa di spiegare il processo in grandi linee e poi cercheremo di presentare le principali "scuole di pensiero".
In primo luogo parliamo dell'uva. Storicamente il Vinsanto toscano nasce da un uvaggio di Trebbiano e Malvasia Bianca. C'era pure un terzo vitgigno, il San Colombano, ormai praticamente estinto. In alcune zone, tipo Montepulciano, viene usato anche il Grechetto. Di questa triade l'anello debole è sicuramente il Trebbiano, con grappoli troppo grossi e dalla buccia troppo sottile per reggere bene l'appassimento. Le uve vengono raccolte prima della vendemmia dei rossi e scelte con attenzione: solo i grappoli migliori, quelli che non hanno nessun chicco mangiato o schiacciato vengono presi per il Vinsanto. Sono raccolte in due modi: "a prenzoli" o "a grappoli".


Continua...............

CALICI ALLE STELLE 2008: BRINDIAMO ALLA NOTTE DI SAN LORENZO

Arte, musica, tutto il romanticismo delle stelle, a Roma il 10 e 11 agosto per Calici di Stelle, il tradizionale appuntamento estivo firmato dal Movimento Turismo del Vino e dalle Città del Vino.
Al Bioparco del Giardino Zoologico di Villa Borghese tanti gli appuntamenti messi in programma da Movimento Turismo del Vino Lazio e Città del vino per la manifestazione. A partire dalle ore 21.00, si apre l’imperdibile due-giorni con banchi d’assaggio e degustazioni di vino, spettacoli e musica dal vivo per la gioia dei tanti turisti che affolleranno la capitale per le vacanze estive.
I visitatori potranno essere anche accompagnati dagli esperti astrofili dell’Associazione Astrofili di Roma in un viaggio alla scoperta della volta celeste, grazie a potenti telescopi posizionati nel parco.
Nella notte delle stelle cadenti, saranno molti gli enoturisti che, in visita alla città eterna, non vorranno perdere l’occasione di una serata romantica, con gli occhi al cielo a contare le scie luminose, assaporando aromi e profumi di un buon bicchiere di vino. Per chi, invece, si appresta a vivere Calici di Stelle fuori città, due imperdibili appuntamenti in provincia di Latina. Prima che faccia notte, la romantica luce del tramonto sul lago di Fogliano, e il verde rigoglioso dei filari faranno da sfondo ad un ricco buffet nella Cantina Ganci (Borgo Isonzo), con i prodotti genuini della fattoria, e la passione della cucina siciliana. Il tutto accompagnato naturalmente dai vini dell’ azienda. Poi tutti sul prato con gli occhi “all’insù” per gustare lo spettacolo del cielo d’agosto.
Gli astrofili dell'Associazione Tuscolana di Astronomia, esperti conoscitori del cielo, accompagneranno gli ospiti in una fantastica passeggiata attraverso le stelle, le galassie e le costellazioni più belle e interessanti del cielo estivo, per passare insieme una serata indimenticabile.
Presso l’azienda I Pampini (Acciarella) sarà, invece, proposto su prenotazione un buffet vario e gustoso accompagnato a calici di vino; alzando gli occhi, attratti dalla bellezza della volta celeste, si potranno vedere quelle lontane scie luminose e in un momento così suggestivo esprimere un desiderio…Per maggiori informazioni: Movimento Turismo del Vino Lazio:Tel. 06 8604694


www.mtvlazio.com

Vino e Finanza: Avignonesi diventa di proprietà belga

La famiglia Falvo, fondatrice di Avignonesi, una delle più importanti realtà produttive di Montepulciano (il Vin Santo e l’Occhio di Pernice sono due must nel mondo, come pure il Nobile), ha ceduto il pacchetto di maggioranza dell’impresa vitivinicola a Virginie Saverys, componente dello staff dirigenziale della compagnia marittima con sede ad Anversa Compagnie Maritime Belge NV.La Saverys, attraverso la società di capitale belga “Victrix”, era già in possesso di una quota (30%) di Avignonesi, rilevata esattamente un anno fa, quando Ettore Falvo decise di lasciare l’azienda. L’affare, di cui non si conosce l’entità in termini di cifre, è stato chiuso a metà luglio e comprende anche la cessione della società di distribuzione di vini e distillati “Classica”, sempre proprietà di Avignonesi.La famiglia Falvo resta proprietaria della Masseria Li Veli, l’azienda vitivinicola pugliese acquistata nel 1999 e del 10% di Avignonesi, che continuerà a gestire nei prossimi cinque anni, mantenendo alla presidenza Alberto Falvo.

Fonte: winenews

Non so a voi, forse sarà troppo campanilista, ma che una società belga acquisti una impresa italiana fa un pò rabbia. Possibile che, tra le mille aziende italiane che vengono acquisite da capitale straniero, non riusciamo a mantenere sotto il tricolore nemmeno Avignonesi, vanto dell'enologia italiana?



Grattamacco 1999: ancora magie da Bolgheri.....

Grattamacco, nata nel 1977, si trova sulla sommità della collina che si affaccia sul mare tra Castagneto Carducci e Bolgheri a 100 metri s.l.m. in una zona particolarmente vocata per la produzione di grandi vini e gode di un clima asciutto, mite e con notevoli escursioni termiche alla fine dell'estate. L'azienda si estende su un'area di circa 30 ettari di cui 11 ettari sono di vigneto e 3 ettari a oliveto. L'area rimanente è coperta da boschi.

Il Grattamacco, vino di punta aziendale, nasce da una vigna di 10 ettari posta a 100 metri s.l.m., i terreni presenti sono arenarie calcalifere, argille miste a flysh calcareo marnoso e argille calcaree. La densità di impianto varia tra 4500 e 5400 ceppi per ettaro con una resa di circa 55 quintali. La potatura viene effettuata a cordone speronato e guyot semplice, la raccolta delle uve totalmente manuale. L'eta media dell'impianto è di circa 15 anni. La vinificazione inizia con la fermentazione alcolica in tinelli di legno tronco conici aperti mentre la malolattica avviene in acciaio. L'invecchiamento prosegue per 18 mesi in barrique di primo e secondo passaggio. Affinamento di almeno 12 mesi in bottiglia.
Il vino è un riuscitissimo blend composto da un 65% di caberne sauvignon, 25% di merlot e il restante 15% di sangiovese.

Il 1999 da me degustato, di un bel colore rubino con unghia granata, si presenta con un impatto olfattivo di tutto rispetto dove le note di frutta rossa matura (prugna e marasca) lasciano subito spazio a sentori di spezie scure, grafite, cuoio, terra e tabacco. Se l'olfattiva è di tutto rispetto, il palato è invece spettacolare grazie ad bellissimo equilibrio tra componenti dure e morbide che sembrano fondersi perfettamente. Lunghissimo il finale giocato su note di confettura e humus.
Perfetto su uno spezzatino di cinghiale toscano. Alla prossima....

Un tuffo nel Mediterraneo con lo Scrio 2004 Le Macchiole

L’Azienda Agricola le Macchiole, il cui nome ha origine dal luogo in cui inizialmente sorgeva, è nata nel 1975 quando Ottorino e Umberto Campolmi, decisero di vendere il vino prodotto dalle proprie vigne applicando metodi di vinificazione della tradizione contadina locale. La produzione era limitata e la qualità scarsa a causa della posizione del vigneto e della composizione del terreno, entrambe poco adatte ad una produzione di prestigio; ma lo scopo di vendere un vino genuino, era ragginto e questo bastava. Nel 1981 subentra il nipote Eugenio Campolmi che, nell’arco di pochi anni, cambia totalmente l’impostazione aziendale. Per prima cosa trasferisce i vigneti in una zona (quella attuale) ai piedi delle colline bolgheresi dove i terreni sono più adatti. Purtroppo la realtà vitivinicola della zona è troppo giovane per consentire delle scelte giuste senza dover ricorrere a fasi sperimentali sia per quanto riguarda la scelta del cloni che per quanto riguarda i sesti di impianto: per questo gli impianti non sono tutti uguali. Dal 2002 Cinzia, moglie di Eugenio, scomparso tre anni fa, dirige l’azienda con un tale entusiasmo e capacità che si può tranquillamente annoverare tra le grandi donne del vino italiano. La tenuta de Le Macchiole si estende per 22 ettari e sorge su terreni argillosi, profondi, elastici e dotati di un ottimo scheletro, che nutrono le viti esaltandone la peculiarità. La tenuta si compone di vigneti molto stretti, circa 10.000 piante per ha, caratterizzate da potature molto corte a cordone speronato doppio guyot e diradamento delle uve in modo tale che la produzione per pianta non superi gli 800/1000 gr. per pianta. Ogni fase di lavorazione viene eseguita a mano o con le forbici. Con la stessa professionalità con cui si dedicano al al lavoro in vigna, l'azienda si occupa dei vini durante il processso di vinificazione ed affinamento in cantina. Qui Le Macchiole, grazie a tecniche innovative e la ricerca di legnami selezionati, cerca di esaltare al massimo le caratteristiche dell'uva ottenendo un vino di grande espressione, caratterizzato da aromi e fragranze uniche.

Lo Scrio è un bellissimo Syrah in purezza, la cui prima annata risale ormai al 1994, che con l'annata 2004, secondo me, ha raggiunto l'apice della sua fase qualitativa. E' un vino Mediterraneo, dove eleganza e potenza sembrano aver raggiunto un perfetto equilibrio. Se provate a chiudere gli occhi e a mettere il naso nel bicchiere, vi sembrerà di essere in mezzo ad un campo di erbe aromatiche dove timo, alloro, eucalipto, rosmarino, ginepro, sembrano fondersi una unica carezza aromatica. Bellissima anche la nota fruttata e la speziatura tipica del syrah. In bocca il vino ha grande struttura ed equilibrio, con un tannino dolcemente integrato e ben supportato dall'acidità tipica del syrah. Finale di grande persistenza e balsamicità. Da berne a secchi abbinato a salumi di cinta senese......

Gianni Masciarelli e il suo Montepulciano Villa Gemma...

E' il 1984 quando Gianni Masciarelli crea il suo Villa Gemma, un Montepulciano innovativo a suo tempo visto che veniva prodotto con tecniche innovative per il tempo scegliendo di affinare il suo vino per lungo tempo in barrique.
E' subito un grande successo e insieme agli altri grandi d'Abruzzo come Edoardo Valentini e Emidio Pepe, contribuisce al rilancio della tipologia non solo in Italia ma in tutto il mondo.
Il Villa Gemma, proviene da uve del vigneto di San Martino sulla Marrucina, posto a 350 metri e considerato dallo stesso Masciarelli uno dei migliori 50 cru del mondo. La fermentazione, della durata di 15-20 giorni, avviene a temperatura libera fino a 30° mentre la macerazione, al fine di estrarre tutte le componenti fenoliche dell'uva, può arrivare anche ad un mese. Come detto in precedenza, il montepulciano viene poi invecchiato in barriques nuove per 18-24 mesi e successivamente affinato in bottiglia per altri 12 mesi.

Il Montepulciano Villa Gemma 1997 da me degustato qualche mese fa si presentava alla vista, nonostante oltre dieci anni, ancora di un bel rosso rubino intenso, cupo. I profumi sono intensi, avvolgenti di mora, prugna, tabacco, grafite, liquerizia, carrube, tamarindo, cioccolato fondente. In bocca il Montepulciano esprime tutto il suo carattere e la sua forza tannica ora, forse, leggermente più controllata grazie all'età. Vino che chiude lunghissimo su ricordi di frutta rossa e goudron e che potrà evolvere in bottiglia per alcuni decenni.Vino di vero terroir, vino di Masciarelli!


Credo che chiunque si sia chiesto almeno una volta "Chi me lo fa fare?". Io trovo la risposta nel destino della mia famiglia, nell'amore che porto alla mia terra e nelle soddisfazioni che ricevo dal mio lavoro.


Gianni Masciarelli

E' morto Gianni Masciarelli

Era stato ricoverato martedì in seguito ad un ictus sofferto la notte di lunedì; le condizioni molto gravi avevano indotto i medici ad optare per il coma farmacologico. Purtroppo, non c'è stato nulla da fare. CI LASCIA UN ALTRO GRANDE VIGNAIOLO. RIPOSA IN PACE

Ornellaia 2005: festeggiamo davvero il ventennale della Tenuta dell' Ornellaia?

La Tenuta di Ornellaia fù fondata nel 1981, in seguito al sogno del Marchese Lodovico Antinori di dare vita ad ua nuova, eccezionale azienda vinicola, su una proprietà ereditata dai Della Gherardesca, a cui appartiene il ramo materno della famiglia. La Tenuta sorge in una zona costiera ancora selvaggia della Maremma Toscana. Ispirandosi all'esperienza fatta da Suo zio nella vicina tenuta di Sassicaia, Lodovico ha scelto di piantare Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot, i vitigni più adatti a beneficiare del "terroir" del'azienda.

L'Ornellaia è vino simbolo dell’azienda, nato nel 1985 e risultato di un’attenta selezione di Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc. Il prezioso rosso è affinato in barriques di rovere francese per un periodo di 18 mesi, con affinamento in bottiglia per 12 mesi. L’annata 1998 è stata consacrata dal Wine Spectator “Miglior Vino al Mondo” e l’annata 2001 ha ricevuto i massimi riconoscimenti delle principali guide enologiche italiane e internazionali.

Per produrre l'Ornellaia le uve sono state raccolte a mano in casse da 15 kg. I grappoli attentamente valutati sono stati selezionati con cura su un doppio tavolo di cernita, prima e dopo la diraspatura. Dopo una pigiatura soffice, ogni varietà e parcella è stata vinificata separatamente dando origine ad un totale di 54 vini base interpreti della grande diversità dei terroirs della Tenuta. Alla fermentazione di una settimana in vasche d'acciaio inosiddabile alla temperatura di 26-30° C ha fatto seguito un periodo di macerazione di 18 giorni. La fermentazione malolattica è avvenuta in barriques di rovere (al 70% nuovi e 30% di secondo passaggio). L'affinamento in barriques è durato complessivamente 18 mesiin ambiente a temperatura controlla. Dopo i primi 12 mesi di affinamento è stato effettuato l'assemblaggio, e il vino è stato poi reintrodotto nelle barriques per ulteriori 6 mesi. Il vino è stato quindi sottoposto ad un ulteriore affinamento in bottiglia per 12 mesi prima dell'immissione sul mercato. E il risultato?

Di un colore rubino intenso, il vino al naso è ancora marcato dal legno e dalla vaniglia in eccesso anche se escon fuori col tempo sensazioni erbacee, di frutta rossa matura, grafite, tabacco e un lieve balsamico. In bocca il vino è caldo, morbido, rotondo, con un tannino abbastanza equilibrato e un finale di discreta lunghezza che ricalca quanto avevamo sentito al naso. Un vino forse da aspettare, forse un pò troppo "internazionale" per i miei gusti. Non me la sentirei di consigliare ad un amico di spendere, ad oggi, oltre 100 euro in enoteca per comprare questo vino. Se proprio volete bere Ornellaia stappate una bottiglia del 1998 o, se preferite, un 2001, forse l'ultima grande annata per questo vino che sta piano piano prendendo una strada troppo lontana dai miei gusti. Un'altra critica, anche a giudizio di altri amici "bevitori", riguarda la confezione nella quale è venduta la bottiglia: per il ventennale mi sarei aspettato un astuccio in legno e non in cartone che, tra le altre cose, lascia spesso il suo colore viola sull'etichetta della bottiglia. Parlando poi di formati maggiori, la serigrafia celebrativa in oro è troppo delicata e si rovina facilmente.

Nota di colore: da Christie' s a New York la Salmanazar di Ornellaia vendemmia 2005 da 9 litri , esemplare unico al mondo, è stata battuta all'asta per quasi 28 mila euro...Complimenti!!

Sagrantino Passito 2003 Scacciadiavoli: un sorso "dolce" di Umbria

E' una delle più antiche aziende del territorio di "Montefalco". Il nome Scacciadiavoli deriva da un antico borgo, che sorge in prossimità dell'azienda, in cui viveva un esorcista (Scacciadiavoli). La cantina costruita nella seconda metà dell'800 e recentemente restaurata, è razionale e dotata di moderni impiamti. A metà del secolo XX, il nonno degli attuali proprietari, Amilcare Pambuffetti, acquisiva la proprietà. La dimensione attuale è di ha 130 di superficie di cui ha 30 investiti a vigneto. La produzione attuale è di 150.000 bottilgie che diventeranno 250.000 quando tutti i vigneti saranno in produzione. I terreni, posti in comune di Montefalco ad una quota compresa tra i 300 ed i 350 metri, sono prevalentemente argilloso-sabbiosi, con una buona capacità di drenaggio. Il 50% della superficie vitata è piantata con il vitigno Sagrantino; il restante 50% è rappresentato da Sangiovese, Merlot e Cabernet. I vini prodotti sono: il “Montefalco Sagrantino DOCG” , il “Montefalco Sagrantino Passito DOCG”, il “Montefalco Rosso DOC” ed il “Grechetto dell’Umbria IGT”.

Il vino “ Montefalco” Sagrantino “Passito”, per disciplinare, all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche


  • colore: rosso rubino carico talvolta con riflessi violacei e tendenti al granato con l’invecchiamento;
  • odore: delicato caratteristico che ricorda quello delle more di rovo;
  • sapore: abboccato, armonico, gradevole;
  • titolo alcolometrico volumico totale minimo: 14,5%;-
  • residuo zuccherino minimo: 30 gr.;
  • acidità totale minima: 5 per mille;
  • estratto secco netto minimo: 30 per mille.
In una fresca sera d'estate è gradevole bere dei vini dolci e la mia scelta, questa volta, è caduta sull'ottimo sagrantino passito Scacciadiavoli dell'annata 2003. Il colore è un bellissimo rosso granato e al naso si presenta con il caratteristico bouquet aromatico composto da note di prugna matura, amarena cannella, vaniglia, cioccolato fondente e pepe nero. Al palato il vino travolge i sensi. Suadente con la sua morbidezza, accarezza il palato col suo tannino vellutato ben bilanciato da un alcol presente ma non invadente. Il finale è di quelli interminabili giocato sulle sensazioni olfattive iniziali. Un vino che, a differenza di molti passiti, non è affatto stucchevole e che può essere abbianto in maniera eccellente a formaggi erborinati e a crostate di frutti rossi.

Soave La Rocca 2000 Pieropan: piccoli appunti di degustazione

L'Azienda Agricola Pieropan è diventata ormai un punto di riferimento per il mondo del vino internazionale.
E' stato il dottor Leonildo Pieropan a fondarla nel 1890 . I figli, Fausto e Gustavo, hanno continuato l'opera con infinita passione, ma è stato il nipote, di cui porta il nome, che con l'entusiasmo dei
suoi giovani anni ha rivoluzionato l'azienda.
Leonildo e Teresita Pieropan la conducono con la passione e la competenza dei veri vignaioli amanti del loro mestiere e sono universalmente considerati gli interpreti migliori della loro zona, Soave, tra le più vocate d'Italia. Il legame con il territorio soavese, il rispetto delle tradizioni e della cultura del luogo sono tutt'uno con la storia della famiglia Pieropan e anche la ragione profonda che anima tutte le attività aziendali. Così come l'idea della centralità del vigneto che Leonildo concepisce di fondamentale importanza per raggiungere il vertice qualitativo dei prodotti. Ecco allora l'acquisizione, nel corso del tempo, di prestigiosi cru di collina, tra cui Pigno, Palestrello, La Santa, e l'aumento di superficie dei fondi di famiglia Calvarino e La Rocca, gli innovativi sistemi di coltura , la ricerca e la salvaguardia dei vitigni in via di estinzione, la valorizzazione ostinata della garganega, le potature corte, il diradamento, l'utilizzo convinto delle concimazioni esclusivamente organiche.
A ciò si accompagnano i caratteristici spazi per l'appassimento dell'uva per il vino Recioto ed una cantina che è un piccolo grande gioiello: moderna ed assieme sintesi felice della sapienza delle passate generazioni. Concreto simbolo di questo amore per il passato è la sede dell'Azienda PIEROPAN, l'antico Palazzo Pullici, perfettamente ristrutturato, la cui origine risale addirittura al 1460 e che ha ospitato fra le sue mura uno scrittore e poeta quale Ippolito Nievo, negli anni della sua infanzia. Il Soave La Rocca proviene dall'omonimo vigneto che si trova a ridosso del Castello Scaligero di Soave, dalla cui Rocca appunto prende il nome. Il terreno è di origine “eocenica”, ricco di microelementi con struttura calcarea, in parte argillosa. Il vino è prodotto esclusivamente con garganega raccolta in fase di surmaturazione per ottenere maggior volume estrattivo e fatto maturare per un anno in botti di legno di rovere.

Il Soave La Rocca 2000 si presenta nel bicchiere con un bellissimo giallo dorato ed esprime da subito al naso con fresche note agrumate di pompelmo e cedro seguite a breve distanza da sensazioni di miele, pane tostato e qualche accenno minerale. Al palato è rotondo, pieno, con una grande vena acida, segno di una vitalità, che gli regala tanta freschezza e sapidità. Chiude molto persistente su ricordi di miele e note tostate. Un grande "bianco" italiano.

Spero di trovare in giro annate precedenti per verificare di persona, se ce ne fosse ancora....., la tenuta nel tempo di questo vino. Alla prossima degustazione...

STILTON E PORTO: ABBINAMENTO VINCENTE

Lo Stilton è ancora prodotto come quando Daniel Defoe, nel 1727, all'interno del suo “Viaggio attraverso Inghilterra e Galles”, scriveva che egli “passava attraverso Stilton, la città famosa per il formaggio”. Oggi, come ieri, il latte fresco appena pastorizzato viene versato in una vasca aperta in cui vengono aggiunti alcuni batteri specifici e la ”penicillina roqueforti”. Una volta che i cagli di latte si sono formati, il siero rimanente viene rimosso e questi vengono lasciati asciugare tutta la notte. Il mattino seguente, i cagli vengono tagliati in blocchi per permettere un ulteriore drenaggio prima di essere macinati e salati. Ogni formaggio richiede circa 11 kg di cagli salati che vengono messi dentro ad una forma cilindrica. Le forme, dopo essere state riposte, vengono girate ogni giorno per permettere un ulteriore naturale drenaggio di 5 o 6 giorni. Questo assicura la regolare distribuzione del morbido contenuto e fa si che, senza che il formaggio venga mai pressato, si formi la tipica “pasta sbriciolata”, requisito importante per la fondamentale fase di “imbluimento”. Dopo 5 o 6 giorni, i cilindri vengono rimossi e l’involucro di ogni formaggio viene sigillato mediante levigatura o avvolgimento in modo da prevenire che l'aria possa entrare nel formaggio. I formaggi vengono poi trasferiti in speciale ambienti per la maturazione dove la temperatura e il livello di umidità sono attentamente controllati. Inoltre, durante tutto il periodo di riposo, ogni formaggio viene regolarmente girato.. Dopo circa 6 settimane, il formaggio ha formato la caratteristica crosta dello Stilton ed è pronto per essere bucato con speciali puntine di acciaio inossidabile. Questo procedimento permette all’aria di penetrare all’interno del formaggio e questo determina la creazione delle magiche venature blu associate allo Stilton. Dopo 9 settimane di maturazione, ogni formaggio pesa circa 8 kg ed è pronto per essere venduto. Ma prima che questo accada, ogni formaggio viene testato con uno speciale “ferro” per il formaggio. Il ferro viene utilizzato per sondare il formaggio ed estrarne un campione. Dall’ispezione visiva e olfattiva, il controllore è in grado di determinare se il formaggio è pronto per essere marcato e venduto come Stilton.

L'abbinamento tradizionale dello Stilton è con il Porto, binomio che la storia ci insegna è stato posto in essere più per necessità che per golosità. Non essendoci infatti, in passato, la possibilità di conservarlo al meglio per lungo tempo, gli insetti proliferavano al fondo dei contenitori di porcellana in cui veniva tenuto. Il Porto, in questo ambito, veniva versato periodicamente per annegare le simpatiche bestiole e, in generale, per preservarlo da agenti patogeni. Qualcuno poi ha scoperto che dava anche molto gusto al formaggio. Il modo più caratteristico oggi di degustare Stilton e Porto è prendere una forma di Stilton, togliere la crosta e scavare un buco a forma conica per 3/4 della profondità, versare il Porto e lasciare macerare per qualche giorno sino a completo assorbimento del vino da parte del formaggio. Da consumare con crostini caldi e un bel bicchiere dello stesso Porto versato nello Stilton.

Quale Porto utilizzerei? Un Porto Vintage 1997 di Quinta do Tedo dai bei profumi di rosa canina, frutta secca, prugna, chiodi di garofano, cioccolato e tabacco da pipa. Grande vino per un grande formaggio.

Aglianico del Vulture Basilisco 1999. E chi lo dice che il rosso lo bevo d'inverno?

L'azienda agricola Basilisco si trova nel territorio di Barile, una piccola cittadina a nord della Basilicata a due chilometri da Rionero. La tenuta di circa 20 ha. è incastonata in un paesaggio collinare di suggestiva bellezza, alle pendici del Monte Vulture. In questa terra vulcanica, straordinariamente vocata a dal particolare microclima, viene coltivato il vitigno Aglianico, l'antico ellenico, trapiantato dai Greci. I vigneti, felicemente esposti, declinano dolcemente dai 450 ai 300 m. di altitudine. La vinificazione e la conservazione del prodotto in botti di rovere, avvengono in una graziosa cantina del 1400, interamente scavata nel tufo e naturalmente temperata, nel rispetto della cultura e delle tradizioni del luogo. Nel 1992 nasce il primo Basilisco, con il preciso intento di valorizzare al massimo le potenzialità dell'Aglianico che, dopo essere raccolto manualmente, viene vinificato in vasche di acciaio per poi essere affinato in barriques per 18 mesi e, successivamente in bottiglia.
E' il classico vino che ogni appassionato tirerebbe fuori dalla cantina di inverno per goderselo magari davanti ad un camino acceso in compagnia di un bella bistecca al sangue mentre, invece,il sottoscritto lo propone in pieno Luglio davanti ad una grigliata mista in compagnia di un bel gruppo di amici che, di vino, a parte la mia ragazza, non ne capiscono un tubo. Un vino del 1999? Un vino di 10 anni? Sarà sicuramente aceto, mi dicono, buono per l'insalata mista. Con un gesto da mago Silvan prendo la mia bottiglia e la decanto in altro contenitore, in modo da confondere le acque e presentare a loro un vino.....diverso. Dieci anni e il colore rimane ancora un rosso rubino con un unghia lievemente color arancio, dieci anni e il vino esplode ancora in tutta la sua nota di frutta rossa matura resa ancora più complessa da sentori di humus, spezie nere, tabacco, grafite. Dieci anni e il tannino ancora scalpita anche se, ovviamente, il tempo lo ha reso più gentile. In bocca il vino è ricco di polpa, di nerbo, con la nota alcolica ancora in evidenza che rappresenta il timbro di garanzia dell'aglianico del vulture. Bellissima la persistenza finale.

E ora chi glielo racconta che hanno bevuto un grande Aglianico del 1999?

Il vino che vorrei con....Terre Colte

Vi piacerebbe diventare Enologi di un’azienda da semplici appassionati di vino?
Oggi è possibile grazie all’iniziativa di Terre Colte, azienda vinicola di Luogosano (Av)
www.terrecolte.com che ha lanciato l’iniziativa denominata “IL VINO CHE VORREI”. In pratica, chiunque può partecipare compilando, a partire dal primo settembre 2008, sul sito dell’azienda, un’apposita scheda con la quale esprimere le proprie preferenze circa il suo vino ideale. Le scelte verteranno sui tipi di uve da utilizzare e relative percentuali di assemblaggio, sul tipo di affinamento e invecchiamento e sulla filtrazione del vino. Non mancherà la richiesta di proporre il nome per il vino.
Naturalmente, la scheda è predisposta dall’enologo di Terre Colte, in modo da guidare le persone nella compilazione della scheda fornendo informazioni semplici sulle scelte più appropriate. Al termine dell’iniziativa, a giugno 2009, l’azienda valuterà le schede ricevuta e, attraverso il supporto dell’enologo, provvederà ad assemblare le proposte con maggiori percentuali, realizzando il vino prescelto dalla maggioranza dei partecipanti.
Per quanto riguarda il nome, verrà scelto mettendo a votazione i tre nomi ritenuti più validi.
Per finire, ogni bottiglia prodotta avrà un collarino riportante i nomi di tutti i partecipanti all’iniziativa, al fine di riconoscere ufficialmente a tutti il ruolo di “ENOLOGI” dell’azienda.

Bevuta...in una notta di mezza estate

Non ci può essere nulla di meglio, per sfuggire all'afa cittadina, che coinvolgere nove amici in una bellissima bevuta di champagne e spumante d'autore.

Iniziamo con una bella boccia di Perrier Jouet Cuvée Belle Epoque 1995: non si può certo partire meglio, un naso molto complesso che spazia tra note di albicocca, marmellata di limone inglese, nocciola, pietra focaia e lavanda. In bocca questo champagne ha ancora da dire visto che l'acidità, nonostante i 13 anni, è ancora sferzante. Buona la persistenza finale. Noi queste bollicine le abbiamo abbinate ad una straordinaria mortadella al tartufo. Sublime!

Si prosegue con un ospite teutonico, Kinheimer Rosenberg Riesling Spatlese 1994 Merkelbach: riesling molto interessante, all'olfattiva si sentono nette le note di frutta esotica, pompelmo e pesca matura. Col passare del tempo escono i sentori di fiori gialli e di minerali. L'acidità forse risente dell'età, ma in bocca rimane molto equilibrato. Grande l'abbinamento col crostino di salmone norvegese.
Proseguiamo con lo Spumante italiano, Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1992: mi aspettavo molto da questo vino ma sono rimasto deluso. Naso forse più complesso del primo champagne, dove regnano belle note di albicocca candita, granella di nocciola, fieno, frutta secca e humus. In bocca è equilibrato ma ha un finale corto, troppo. Perde tristemente il confronto col primo champagne. Qualcuno ha detto che è come uno stereo che spara la musica ad alto volume ma, questa, è di cattiva qualità.

Arriva la sorpresa della serata, Clos des Goisses 1982 Philipponnat (deg.1988): non conoscevo questa bottiglia, molto rara, e devo dire che forse nella vita enologicamente mi son perso qualcosa (fino ad ora però). Bottiglia in condizioni perfette e naso veramente strepitoso con splendide note di albicocca candita, noce moscata, zenzero, ferro, caramella mou, mogano, cipria, e ancora tanto altro... In bocca è ampio, ancora di bella struttura, con una carbonica di bel vigore. Chiude lunghissimo su note di frutta secca. Grande bottiglia e grande emozione!

Chiudiamo la batteria degli Champagne con Bollinger R.D. 1990 (deg. 03/2002): se non ci fosse stato il Philipponnat sarebbe stata la migliore bottiglia della serata. Naso molto complesso che gioca su note di nocciola, fungo porcino, sottobosco, albicoca, zenzero e legno di cedro. Palato di grande eleganza e finezza anche se meno persistente rispetto allo champagne precedente.

Finale dolce con Vin Santo 1988 Avignonesi: di un bel color mogano, si presenta al naso con sentori di fico secco, uva passa, mallo di noce, carruba, miele di castagno e caramello. In bocca, ancora una volta, si caratterizza per la struttura e la persistenza infinita. Potrebbe essere un gran vino dolce se non fosse per una nota volatile abbastanza fastidiosa. Prosit!




Vino fatto in casa....la nuova frontiera dell'enologia(?) made in USA...

Avete mai pensato di produrre un buon Amarone? Avete mai pensato di mettere nella vostra cantina decine di bottiglie di Montepulciano o Chardonnay con la vostra etichetta? Le nuove frontiere dell'enologia di massa sono aperte, per cui se volete diventare il nuovo Marchese Incisa della Rocchetta non dovete più usare terra, uva, sole e tanto lavoro....basta una semplice telefonata ed ecco a voi che la società E. C. Kraus http://www.eckraus.com vi manderà a casa uno stupendo kit per la produzione del vostro vino da bere nelle grandi occasioni. Con voi tutte le enoteche chiuderanno lo so. La ricetta è molto semplice, non bisogna studiare agronomia ed enologia, e perchè mai? Che servono ormai al giorno d'oggi? Basta seguire le semplici istruzioni della società e che trovate sul sito internet http://www.eckraus.com/wine-making-steps.html. Se non sapete l'inglese ve le sintetizzo:
  1. in base al tipo di vino che vuoi fare, taglia a pezzettoni la tipologia di frutta indicata nella confezione, stando chiaramente attento a togliere i noccioli grandi;
  2. mescola il tutto con quanto c'è nella busta che trovate nella confezione e metti il tutto, ad eccezione dei lieviti, nel fermentatore primario (che devi chiaramente comprare a parte) insieme ad un pò di acqua;
  3. lascia riposare per 24 ore;
  4. versa nel composto i lieviti che trovi nella confezione e fai fermentare per 5/7 giorni. Ovviamente la temperatura non è indicata, tanto a che serve?;
  5. passati i 5/7 giorni versa il tutto nel secondo fermentatore facendo attenzione, altrimenti POTRESTI COMPROMETTERE TUTTO, a non versare i sedimenti;
  6. attacca al secondo fermentatore il gorgogliatore http://www.eckraus.com/LK210.html e lascia che il mosto fermenti per 4/6 settimane o almeno finchè non diventi CHIARO......
  7. al termine della fermentazione, versa tutto nelle bottiglie e.....MUORI. Chiaramente se vuoi diventare biodinamico devi prendere un pò di residuo della fermentazione e metterlo nella bottiglia. Fa molto fico con gli amici.........
IO NON HO VERAMENTE PAROLE E VORREI CHIEDERE ALLE AUTORITA' ITALIANE COME SI POSSA PERMETTERE A UNA DITTA AMERICANA DI VENDERE PREPARATI PER PRODURRE VINI ITALIANI COME SANGIOVESE, MONTEPULCIANO, BARBERA, VALPOLICELLA, ETC... IO PENSO CHE, IN TAL SENSO, IL PRODOTTO ITALIANO VENGA SMINUITO AD UNA SEMPLICE POZIONE CHE TUTTI POSSON FARE. COME TUTELIAMO I VERI VIGNAIOLI? E' COSì CHE SI FA UN BAROLO? http://www.eckraus.com/WINEMAKING/Ingredient_Kits_-and-_Concentrates/European_Select_(7.5_L)/Page_1/ES113.html

Azienda Vitivinicola Columbu: difensori della vera arte della vinificazione

L'azienda nasce per l'impulso e la passione dell'ormai patriarca Giovanni Battista Columbu, che nel 1972 acquisisce da una parente un vigneto di circa 18.000 mq. a coltura mista di vitigni tradizionali da oltre cento anni, situato in località "Fraus", in territorio del comune di Magomadas. Negli anni immediatamente successivi G. Battista Columbu da inizio ad un primo rinnovamento e ristrutturazione del vigneto sostituendo i ceppi invecchiati e incrementando gli innesti del vitigno di Malvasia originario. In quello stesso periodo (1973-1974), assieme allo stimato produttore Salvatore Deriu (noto "Zegone", che per primo intuì l'importanza della selezione del vitigno e degli impianti a monocoltura e sperimentò l'imbottigliamento per la commercializzazione del prodotto) e ad alcuni altri famosi sostenitori del valore del pregiato nettare (come lo scrittore - regista Mario Soldati e il giornalista Luigi Veronelli, che alla Malvasia di Bosa hanno dedicato pagine d'alto pregio), G. Battista Columbu si dedica con entusiasmo allo studio e alla ricerca finalizzata al riconoscimento dell'identità enologica e culturale della Malvasia di Bosa e all'ottenimento dell'iscrizione all'Albo dei vini D.O.C.. Nel 1980 l'azienda s'ingrandisce. Il Sig. Columbu eredita un vigneto di circa 20.000 mq. già appartenuto al Sig. Deriu, situato in località "Campeda", in territorio del comune di Bosa. Attualmente l'azienda è dotata di moderni sistemi d'impianto per la coltivazione e la vinificazione ed è iscritta all'Albo D.O.C. dei vigneti dal 1988. Attualmente la produzione annua di uva si aggira intorno ai 60 quintali per ettaro, di cui circa duemila litri di vino sono destinati.

G. Battista Columbu è un vero vignaiolo, è uno uomo talmente legato alla terra che per due legislature, durante gli anni Ottanta, ha fatto parte del Partito Sardo d'Azione ed è stato tra i promotori della legge sul bilinguismo. Columbu è attaccato alla storia e alle sue tradizioni e non per caso, il regista Jonathan Nossiter, lo ha fatto uomo simbolo del suo film Mondovino. Nossiter di lui dice: "Finche ci saranno uomini come Battista Columbu, che si batte per l'integrità della malvasia e non cede a offerte vantaggiose, potremo sperare. È uno di quei paradossi che ogni tanto capitano: proprio lui, un uomo della Barbagia, cosi chiamata dai Romani per indicare che la popolavano tribù selvagge, dimostra come si possano sconfiggere i nuovi barbari che dominano il business del vino. Con lui e con il figlio Gian Michele il futuro di tutti sarà meno preoccupante”.

Una filosofia e una visione del mondo degna di altri tempi che molto ha in comune anche con Mascarello. Di gente così ne rimane ben poca.

La sua Malvasia di Bosa 1998 di Columbu ha un colore giallo dorato con riflessi ambrati dovuti all'invecchiamento. Al naso il vino è intenso, con bellissime note olfattive che vanno dalla frutta secca (nocciola e mandorla), all'uva passita, dal fico secco ai fiori di pesco. Una vera meraviglia che non delude al palato dove il vino è caldo, morbido, quasi grasso e piacevolmente maderizzato. Persistenza da cavallo di razza. Un vino da abbinare sia alla pasticceria secca che ai formaggi piccanti ma che, secondo me, va bevuto in meditazione davanti al panorama delle coste bosane. vi farà volare con la fantasia....

La Malvasia di Bosa dei F.lli Porcu entra tra i miti dell'enologia italiana

L'azienda nasce su un terreno incolto situato in località "Su e Giagu", in territorio di Modolo, acquistato nel 1971 da Don Giuseppe Porcu, che negli anni successivi progetta ed impianta i primi 20.000 mq di vigneto a monocoltura di Malvasia, introducendo il sistema di allevamento a Guyot. L'intento dell'intrapresa non era solamente quello di dare inizio ad un processo di innovazione nella coltivazione del prezioso vitigno, ma altresì quello di far sì che i suoi due fratelli, allora emigrati in Svizzera, potessero fare ritorno nel piccolo e suggestivo paesino natio. Così avvenne e nel 1975 Don Porcu, assieme a Giovanni e Angelino, effettuano la prima vendemmia e vengono gratificati degli sforzi compiuti con il primo imbottigliamento, avvenuto nel 1977. Nel 1985 l'azienda procede all'impianto di altri 10.000 mq di Malvasia e nei successivi cinque anni estende la superficie vitata portandola ad un totale di circa 40.000 mq. Negli ultimi dieci anni, i fratelli Porcu hanno avviato un importante processo di modernizzazione procedendo all'acquisto di attezzature più idonee per la vinificazione e alla predisposizione di opportuni spazi di accoglienza per i visitatori. L'azienda è iscritta all'Albo D.O.C. dei vigneti dal 1972 e ha una produzione annua di circa 60 quintali per ettaro, che viene interamente destinata all'invecchiamento per almeno due anni in botti di castagno. L'azienda è immersa in uno stupendo ambiente naturale e gode di uno spettacolare panorama. La cantina sorge in mezzo alla vigna e ha una superficie di trecento metri quadri.
La Malvasia di Bosa prodotta dall'azienda è un piccolo capolavoro enologico, soprattutto con l'annata 2004, che la Guida I Vini d'Italia 2008 dell'Espresso ha riconosciuto come la migliore bottiglia isolana conferendogli uno strepitoso 19/20, votazione attribuita di solito ai grandi nomi dell'enologia nazionale.

Di un colore giallo oro brillante, si presenta al naso con caratteristiche note di noce, mandorla, nocciola tostata, uva sultanina e caramello. Al palato il vino è dolce, caldo, morbido e avvolgente e dotato di una grandissima persistenza.

Da servire ad una temperatura intorno ai 10°, si sposa benissimo con le seadas sarde e, in generale, con la pasticceria secca. Grande anche l'abbinamento con i formaggi lievemente piccanti. Un bottiglia dal grande rapporto q/p visto che si trova in enoteca intorno ai 15 euro.

Continueremo il nostro viaggio tra la Malvasia di Bosa andando a scoprire i gioiello dell'azienda Columbu.......

Malvasia di Bosa: magie di Sardegna nel bicchiere

Esiste per questo vino una "letteratura", remota e recente, sia nella tradizione popolare e poetica in "limba" sia "culta" di viaggiatori, esperti del settore e scrittori di grande firma, come Luigi Veronelli e Mario Soldati, che alla Malvasia di Bosa hanno dedicato pagine di alto pregio. Ovunque le testimonianze scritte e orali ne decantano la raffinatezza, la soavità e il valore simbolico, nel contesto di forte identità sociale e culturale della zona di produzione.
Dalle genti che abitano la Planargia la Malvasia è sempre stata considerata un vino nobile ed elitario, un vino particolare da riservare per circostanze e persone speciali, perpetuando in questo modo un consolidato rituale sociale. La Malvasia è un vino "chi cheret chistionadu!", esclamazione questa di gradimento e al tempo stesso complimento al cantiniere-produttore all'atto della degustazione. E' il vino della mattina, non perchè leggero o di poco conto, ma perchè la domenica, dopo la messa, gli uomini fanno il giro delle cantine e si scambiano pareri e saperi sulle sue qualità. La Malvasia è il simbolo dell'amicizia e dell'ospitalità, e la si offre alle persone a cui si tiene particolarmente; è il vino della festa, e non tanto per le caratteristiche organolettiche della classificazione ufficiale dei sommellier, quanto perchè privilegiata nelle ritualità festive, in cui più che altrove si esplicitano lo scambio simbolico e le relazioni di reciprocità.

La Malvasia di Bosa in questo territorio è quindi soprattutto un bene sociale. Così potete stare certi che quando vi viene offerta, il gesto ha un significato che va oltre i consueti rapporti conviviali perchè, come ebbe ad osservare già nel lontano 1895 Pompeo Trentin, "i proprietari difficilmente se ne privano" ma quando lo fanno vi stanno donando molto di più di un bicchiere di pregiata Malvasia di Bosa. Non si può comprendere l'eccellenza raggiunta da questo vino, senza fare riferimento a questo contesto culturale.

La zona di produzione interessa una superficie complessiva di quasi 200 ettari distribuiti su alcune piccole valli e una serie di colline che si aprono verso il mare a partire dai centri urbani dei comuni di Bosa, Suni, Tinnura, Flussio, Modolo e Magomadas. I vigneti si collocano sia lungo le valli che lungo i pendii collinari ad altitudini che vanno da qualche decina di metri sul livello del mare sino a 300 metri, ma la fascia di maggiore diffusione è compresa fra i 70 e i 170 metri s.l.m..

I terreni dove trova maggiore diffusione il Malvasia di Bosa hanno generalmente una colorazione biancastra per un'elevata dotazione di calcare, si distinguono per l'elevato contenuto di potassio, per la bassa fertilità e per la buona capacità di sgrondo dell'acqua. La zona di produzione è inoltre caratterizzata da un clima costiero particolarmente mite d'inverno, con temperature medie annue che oscillano tra i 17-18 gradi di massima e i 12-13 gradi di minima, ma che in ogni caso risultano superiori a quelle delle aree limitrofe più interne. L'eccezionalità del Malvasia di Bosa è fondamentalmente dovuta alla particolare situazione orografica del territorio della Planargia, all'orientamento delle valli e alla vicinanza di queste al mare.


Per produrre il Malvasia di Bosa DOC le uve vengono pressate e successivamente solfitate. Contemporaneamente avviene la sfecciatura, con la quale si allontanano le particelle in sospensione. Segue la fermentazione del mosto pulito, che avviene a bassa temperatura. Al termine, con la svinatura, si allontanano i sedimenti di fermentazione. Il prodotto viene conservato a basse temperature e sottoposto a ulteriori travasi, solfitazioni e filtrazioni. A questo punto il vino è pronto per l’imbottigliamento. Secondo il disciplinare di produzione il vino Doc Malvasia di Bosa non può essere immesso al consumo se non dopo essere stato sottoposto a un periodo minimo di invecchiamento di due anni in botti di rovere o di castagno, e può essere preparato nelle tipologie “dolce naturale”, “secco”, “liquoroso dolce naturale” e “liquoroso secco o liquoroso dry”.

I principali produttori, dei quali farò degli approfondimenti successivi, sono:

Azienda Vitivinicola Fratelli Porcu – Modolo – tel. 0785/35420

Azienda Vitivinicola Columbu – Bosa – tel. 0785/373380