Il segreto per un olfatto bionico? L'irrigazione nasale, è ovvio!

Andando ogni tanto alle terme mi è capitato di leggere, tra i vari trattamenti proposti, questo: IRRIGAZIONE NASALE.


Incuriosito ed anche un pò impaurito dalla cosa ho cercato un po’ di notizie su internet e devo dire che quello che ho trovato mi ha svelato un mondo che non conoscevo e che potrebbe essere utile per tutti quelli che dicono di non sentire l’odore di banana nello chardonnay o l’odore di goudron nei vini invecchiati.

La parola d’ordine da oggi in poi è:
STURATEVI IL NASO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Per avere un olfatto da campione dovete farvi passare nelle cavità nasali soluzioni idrominerali, in genere soluzioni saline ipertoniche, attraverso un ampolla che viene chiamata lota neti (in inglese neti pot). Una volta riempito questo aggeggio con la soluzione salina, non dovete far altro che piegare la testa ed infilare il becco del lota nei nella narice superiore e, cercando di non strozzarvi, far uscire il liquido dall’altra narice ben aperta.



Dopo questa doccia nasale tutti i profumi saranno perfettamente nitidi e sarete dei campioni nel riconoscere esteri, eteri, alcoli e terpeni.

A me la tecnica fa ribrezzo solo a guardare la foto, mi tengo le mie allergie e la voglia di sparare stronzate quando tento di riconoscere il profumo del vino…

I terroristi del vino in Borgogna

Non c’è molto da scherzare perché di matti nel mondo ce ne sono tanti e la storia seguente ne è la riprova.

Un uomo, ex detenuto che aveva lavorato nei vigneti della Borgogna, ha inviato una serie di lettere minatorie al Domaine de la Romanée-Conti minacciando loro di avvelenare tutti i vigneti se non avessero pagato un milione di euro.
Secondo quando trapelato dalle agenzie di stampa la stessa tipologia di lettera è stata inviata anche al Domaine Comte Georges de Vogue che ha subito la stessa minaccia per il suo vigneto di Musigny.

Per dimostrar loro la determinazione, il ricattatore aveva scritto nella lettera di aver già avvelenato due vitigni particolari che, per precauzione, sono stati immediatamente estirpati e consegnati alle autorità dalla stessa proprietà. Stessa sorte è accaduta per due vitigni del Grand Cru Romanée-Conti che sono stati fatti analizzare per precauzione.
Fortunatamente, promettendogli un falso riscatto da versare presso il cimitero di Chambolle-Musigny, l’estortore è stato arrestato anche se la paura per Aubert de Villaine, condirettore del DRC, è ancora viva visto che questa sorta di terrorismo enologico può essere esteso a tutti i più grandi vigneti al mondo.


Foto tratta da Il Giornale del Vino

I mondiali di calcio e i vini del Sudafrica

I mondiali di calcio sudafricani mi danno lo spunto per parlare un pò di questo paese che, assieme al Cile, all’Australia e alla Nuova Zelanda, rappresenta una della nazioni emergenti nel panorama vitivinicolo mondiale.
Avente quasi tre volte la superficie dell’Italia, in Sud Africa oggi 4000 aziende agricole coltivano circa 102.000 ettari di vigneto con una prevalenza di vitigni a bacca bianca (Chenin Blanc o Steen in dialetto locale ) rispetto a quelli a bacca rossa dove la fanno da padrone i vitigni internazionali come cabernet sauvignon, shiraz, merlot e pinotage.
La viticoltura in Sud Africa si sviluppa prevalentemente a latitudini comprese tra 27° e 34° nell'emisfero sud, dove prevale un clima di tipo mediterraneo temperato.
Le zone costiere atlantiche, ad ovest e sud-ovest del Capo, risentono del beneficio della corrente del Benguela, proveniente dalle regioni antartiche, che permette di ottenere temperature relativamente più fresche, se riferite alle latitudini del luogo. Durante la primavera e l'estate, inoltre, le coste a sud-ovest del Capo vengono spesso lambite da un vento secco proveniente da sud-est, il Cape Doctor che, oltre a ripulire l’aria di Cape Town, provoca anche un processo di inibizione nei confronti di alcune malattie tipiche della vite, in particolare funghi e muffe.
Il suolo del Sud Africa è molto vario e diversificato, e questo appare come uno dei principali motivi che contraddistinguono la personalità e l'unicità dei vini prodotti nelle diverse aree del paese. Per voler fare un esempio, il solo distretto di Stellenbosch, divenuto oggi il più famoso ed importante produttore di vini di qualità del Sud Africa, è caratterizzato da terreni prevalentemente sabbiosi nel fondovalle occidentale, che divengono invece più pesanti se ci si sposta verso le catene montuose (Stellenbosch Mountains, Simonsberg Mountains, Helderberg Mountains, Jonkershoekberge Mountains ecc.), dove prevalgono terreni composti da detriti granitici. Questo fa si che vini prodotti nell'ambito di una stessa area viticola, così come accade appunto anche al distretto di Stellenbosch, presentino note organolettiche caratterizzate spesso da una spiccata personalità.

Il Sud Africa gode di un sistema a denominazione d'orgine dei vini e dei prodotti derivanti da fermentazione alcolica, che ricalca in buona parte i sistemi già adottati da lungo tempo in molti paesi europei, come le A.O.C. francesi (l’Appelation d'Origine Controlée, ossia Denominazione d'Origine Controllata) o le D.O.C.G. italiane. La certificazione "Wine of Origin", identificata come W.O., fu istituita ufficialmente nel 1973, in base ad uno schema che non protegge solamente la origine delle materie prime, ma anche le cultivar e le annate di produzione (vintage). L'organo di controllo per la W.O. è il Wine and Spirit Board, o Comitato dei Vini e delle bevande Alcoliche, costituito da 12 membri.

La certifica
zione della origine dei vini si basa fondamentalmente sulla identificazione di due fattori principali nella determinazione dei caratteri e della qualità dei prodotti, ossia: fattori naturali come il suolo, il clima, la posizione; fattori derivanti dall'uomo come la scelta della cultivar, la pratica viticola, le tecniche di vinificazione ed affinamento.
I confini che delimitano una W.O. sono definiti per legge, così come sono definite per legge le cultivar ammesse all'interno di ognuna delle unità di produzione.
In totale, sono oggi ammesse circa 75 tipologie di vitigno differenti nell'ambito delle W.O., tra le quali troviamo anche tre uve di origine italiana: Nebbiolo, Barbera e Sangiovese. Il nome del vitigno può essere menzionato in etichetta se presente per almeno il 75%, oppure per un minimo del 85% se il prodotto è destinato all'esportazione in Europa o per tutti i vini prodotti dal 1 gennaio 2006.
Discorso analogo si ottiene per il termine Vintage, che indica la provenienza di almeno il 75% delle uve – oppure l' 85% per i vini esportati in Europa - dalla vendemmia dell'anno specificato in etichetta.
Infine, se il termine Wine of Origin viene associato in etichetta al nome geografico – ad esempio Stellenbosch – è automaticamente certificata la totale provenienza delle uve dalla zona in cui il vino è stato prodotto.

Le aree di demarcazione delle W.O., più propriamente definite unità di produzione, possono essere:
Single Vineyard Unit (Vigneto Singolo): normalmente appartenenti ad una unica azienda, con estensione del vigneto sempre inferiore a 5 ettari;
Estate Wine Unit (Unità Aziendale): unità di produzione normalmente più ampia di 5 ettari, che può comprendere una o più aziende (estates). Se viene indicato in etichetta il termine "Estate Wine", è certificata la provenienza delle uve dalla unità di produzione stessa;
Ward (Circoscrizione): combinazione di più aziende vitivinicole, a volte appartenenti ad un distretto, come la ward Franschhoek del distretto di Paarl, altre volte no, come accade ad esempio alle wards Cederberg e Costantia;

District (Distretto): unità distrettuali, come Paarl, Stellenbosh o Robertson;
Region (Regione): regione vitivinicola, come Klein Karoo o Coastal Region.
Dal 2 aprile 1993 è stato integrato lo schema delle W.O. con l'aggiunta di due Geographical Unit: Western Cape e Northern Cape.
Le due aree di produzione più importanti del Sud Africa sono oggi Paarl e Stellenbosch, entrambi distretti inseriti all'interno della Coastal Region.

LA DEGUSTAZIONE

Ci troviamo nell’area vitivinicola di Stellenbosch dove il pinotage, varietà ottenuta dall’incrocio tra due Vitis Vinifera europee, pinot nero e cinsaut (detto anche hermitage), nacque nel 1925 grazie ad Abraham Perold, ricercatore universitario che volle unire l'eleganza e la finezza del primo vitigno, con la resistenza alle malattie del secondo.
L’azienda Delheim, di proprietà della famiglia tedesca Sperling, di estende per 364 ettari di grande bellezza di cui 150 vitati e produce tutta una serie di vini dallo stampo marcatamente internazionale.

Il Pinotage 2007 che ho bevuto durante il Vinòforum di Roma è un vino dalla facile beva che può essere usato da un neofita come base di partenza per capire pregi e difetti di un vino prodotto per i mercati mondiali. E’ ruffiano ma non troppo visto che dispone di una adeguata complessità, è intenso, giocato su note di frutta di bosco, ciliegia matura, spezie scure e un tocco di goudron. Purtroppo la vaniglia e, in generale, l’uso della barrique si fa sentire anche se devo dire che non è così marcato come ho sentito in altri vini sudafricani. In bocca è piacevole, equilibrato, di buona persistenza, è tutto al suo posto anche se forse manca di quell’anima che lo renderebbe speciale. Al pubblico costa circa 11 euro, una base di partenza non troppo costosa per capire da che parte state.

Fonte: winecountry.it e
Wosa (Wine of Sud Africa)

Radda in Chianti è nel MIO bicchiere!


Radda in Chianti è un altro angolo di paradiso toscano circondato da vigneti, gli stessi che, nel bene o nel male, hanno prodotto quelle uve e quel vino che sabato scorso ha girato e rigirato nel mio bicchiere in cerca di una sua identità e di una sua collocazione nel firmamento, a volte un po’ nebuloso, del Chianti Classico.
Radda in Chianti, un fazzoletto di terreno dove puoi trovare di tutto, grandi e piccole proprietà, vignaioli dalle mani tatuate di terra o wine maker in giacca e cravatta, sangiovese o merlot, colorino o syrah, tutti assieme per formare un caleidoscopio di filosofie enologiche che fai fatica a dipanare quando ti approcci al sorso.
Durante Radda nel Bicchiere ho cercato, nel mio piccolo, di comprendere, discernere e valutare da che parte della barricata sta il mio gusto, se deve mettere l’elmetto da combattente o viaggiare in prima classe, biglietto di sola andata. Questi sono i miei appunti sparsi. Fatevi un’opinione.


Brancaia – Chianti Classico 2007 (85% Sangiovese, 15% Merlot): prescindendo dalle polemiche che si sono accese in questi giorni su questa azienda, direi che il vino ha una espressione territoriale non dissimile alla gentile donzella che versava il vino allo stand: minigonna e scollatura e tanta gente attorno.

Castello di Radda – Chianti Classico 2007
(100% Sangiovese): un vino abbastanza fresco, fruttato e poco altro. Ho trovato ancora tanto legno da assorbire, forse due anni di barrique sono troppi oppure è da aspettare ancora un po’ anche se la struttura del vino non è da grande invecchiamento. Per dodici euro compro sicuramente altro.

Castello di Volpaia – Chianti Classico Riserva 2006 (100% Sangiovese): concentrato al colore, ha profumi complessi di marasca, frutta di rovo, humus, grafite. In bocca entra potente, la nota alcolica si fa sentire un po’ troppo per i miei gusti, poi il vino va scemando in un finale che sembra andare in direzione opposta. Non mi fa impazzire. Bello senz’anima canterebbe Cocciante un po’ sconsolato guardando il bicchiere.


Castello d’Albola – Chianti Classico 2007 (Sangiovese e Canaiolo): lo ammetto, mi aspettavo un vino più piacione ed invece questo Chianti “made in Zonin” mi ha sorpreso per pulizia e, soprattutto freschezza. Pecca un po’ in ampiezza e complessità però è un vino che si lascia bere senza problemi. Dieci euro spesi bene.

Valdellecorti – Rosè 2009 (VdT) (Sangiovese 100%): non si parla di Chianti in senso stretto in questo caso, però voglio segnalare a tutti questo rosato da sangiovese, freschissimo e bevibilissimo nonostante la tanta ciccia che lo caratterizza. A sei euro è uno dei rosati con il migliore rapporto q/p che abbia bevuto. Il Chianti Classico 2005, invece, è una piccola opera d’arte di Roberto Bianchi che, nonostante l’annata difficoltosa, è riuscito a dar vita ad un vino di grande finezza e tipicità. Se amate il vino piacione non passate da queste parti. Piccola nota di servizio: il Chianti Classico 2007 di Valdellecorti è risultato uno dei migliori durante la degustazione alla cieca di tre Sangiovese e tre Nebbiolo nel refettorio del Convento di Santa Maria al Prato con la guida di Carlo Macchi.


Caparsa – Chianti Classico Doccio a Matteo 1999 (Sangiovese 100%): della verticale degustata a Radda ritengo che l’annata 1999 di Doccio a Matteo sia la migliore in assoluto perché dà vita ad un vino integro, intenso, a tratti ancora ruvido, che trasmette senza compromessi territorio e carattere del produttore. In bocca stupisce per persistenza e sapidità. Plauso a Paolo Cianferoni che, tra l’altro, ha anche un interessante blog!


Montevertine – Pergole Torte 2007
(Sangiovese 90%, Canaiolo 5%, Colorino 5%): so che sarò deriso da molti ma per me rappresenta la migliore versione degli anni duemila e una delle migliori di sempre. Mi ha ricordato nei tratti il Brunello di Montalcino Biondi Santi Riserva 2004, un vino di grande complessità ed equilibrio nonostante le sue durezze e che, col passare del tempo, non potrà che evolvere in maniera divina. Metterà d’accordo veramente tutti in futuro. Da segnalare uno stratosferico Pian del Ciampolo 2008 che mi ha ricordato molti village della Borgogna. Un vino che non ha paragoni come rapporto q/p.


Monteraponi – Chianti Classico 2007 (Sangiovese 90%, Canaiolo 10%): Michele lo sa, questo è davvero il mio coup de coeur, un Chianti che a berlo di manda in estasi, un velluto rosso sangiovese leggero che entra nell’anima e non la molla più. Lontano mille miglia dall’America. Il Chianti Classico Riserva 2006 Il Campitello è un vino più orizzontale del precedente, ha la saggezza del fratello maggiore, profondo e intellettuale è secondo solo al Pergole Torte 2007 nella mia classifica personale anche se, compulsivamente, non smetterei di bere la versione giovane del Chianti di Monteraponi.

Il premio della VERGOGNA internazionale del vino

Poche righe che dovrebbero far vergognare un'associazione che si dice promotrice della cultura del vino. Mi spiace ma stavolta per l'AIS Roma e Franco Ricci il pollice è decisamente all'ingiù!

Il Premio Speciale della Giuria 2010 è stato assegnato dal patron Franco Ricci a John e Cristina Mariani per l’azienda vitivinicola Castello Banfi di Montalcino (Siena) con la seguente motivazione: “Pionieri e protagonisti dell’ambizioso progetto italiano mirato al mercato internazionale del vino di qualità hanno contribuito in maniera determinante al successo del nostro paese, fino a renderlo il primo assoluto nel mercato americano. In Italia le loro sperimentazioni e ricerche, in vigna e in cantina, hanno fatto scuola alla nuova enologia nascente. Un’azienda nata con un sano rapporto con l’ambiente e sviluppata attraverso importanti investimenti nella cultura che hanno prodotto un fondamentale arricchimento del territorio”.




Stregoneria enologica: la "chiave del vino"

Oggi mi sento un vero mago, no…no, non questo qua sotto


Sono venuto in possesso di una stregoneria che mi dirà tutto sul vino, soprattutto mi fornirà informazioni sul suo futuro. Iniziano i tarocchi enologici.
Le fasi sono queste. Fate come vi dico altrimenti lo spirito del Tavernello si impossesserà di voi.

Riempite un calice da 10 cl di vino rosso (anche bianco o rosato va bene).
Degustate rigorosamente con mignolo dritto (anche no..).



Memorizzate le sensazioni
.

Prendete la stregoneria in mano e immergetela con cautela nel bicchiere per un secondo (o anche due…poi vi dico).

Assaggiare nuovamente anche se vi ha fatto schifo cosa avete immerso.

E’ cambiato qualcosa? Sì? No? Forse? Vi sembra invecchiato? Sì? No? Forse?

Bene, vi svelo l’arcano segreto.

Quello che avete immerso altro non è che un aggeggio che modifica gradualmente, in modo controllato, le qualità organolettiche (gusto, odore, sapori e bouquet) del vino.
Praticamente è un catalizzatore che scatena e accelera un fenomeno del tutto naturale, qual'è l’ossidazione del vino. Una sorta di invecchiatore precoce del vino.


Le istruzioni, rigorosamente formato IKEA, mi dicono che basta immergere la stregoneria per 1 secondo in un calice contenente 10 cl (o in una bottiglia di 75 cl se si usa il modello specifico) per ‘fare evolvere’ il vino stesso di un anno; due secondi, due anni; tre secondi, tre anni…
In altre parole si potrà capire se il vino che abbiamo nel calice evolverà correttamente o migliorerà col tempo oppure se la sua dinamica temporale sarà tale da consigliare una rapida bevuta visto che col tempo, magari, prenderà odore di topo o pollo morto.


Vi dico anche il nome di questa stregoneria: si chiama Clef du Vin, la chiave del vino, è l’ha inventata più di 10 anni fa da Lorenzo Zanon, chimico ed enologo, professore di chimica e di biologia, al vertice oggi di un’importante azienda di Champagne, in collaborazione con il sommelier Franck Thomas (miglior Sommelier di Francia e d’Europa nel 2000) e consulente internazionale.


Leggendo ciò che si dice della chiave, mi sono fatto un po’ di risate esaminando i possibili vantaggi: fare le scelte giuste nelle fiere e in enoteca, testare le bottiglie della propria cantina per sapere quali consumare rapidamente e qual
i invece lasciare invecchiare, oppure apprezzare un vino senza aspettare, perché la Clef accelera lo sviluppo aromatico del vino e ne ammorbidisce la struttura.

Già immagino l’appassionato di vino che, durante le visite in cantina o le fiere, “puccia” la chiave in ogni dove per verificare se effettivamente il vino evolverà bene. Caro Antinori mi faccia vedere se sto Solaia 2007 sarà un grande vino. Evvai, giù di chiave!! Caro Soldera vediamo se questa annata è migliore della precendete. Ciaf Ciaf, intingiamo la Clef per due secondi….

Sai i vaff………..!!

E questo sabato sono a Radda nel Bicchiere

Radda in Chianti è uno splendido borgo medievale nel cuore della Toscana che farà da cornice, ancora una volta, alla quindicesima edizione di "Radda nel bicchiere", in programma sabato 5 e domenica 6 giugno, promossa dalla Pro Loco, dal Comune di Radda in Chianti e dal Consorzio Vino Chianti Classico.
Per me e Stefania sarà l'occasione di incontrare i vecchi amici dell'Enoclub Siena e per degustare la nuova produzione (e spero anche la vecchia) di alcuni dei miei produttori di vino del cuore: Martino Manetti (Montevertine), Michele Braganti (Monteraponi), Paolo Cianferoni (Caparsa) e Paolo Bianchi (Val delle Corti).

La mia giornata inizia sabato alle ore 10 presso il Convento di Santa Maria al Prato con il seminario dal titolo "Sangiovese del Chianti e Nebbiolo del Barolo: vitigni cugini?", condotto da Carlo Macchi, direttore del giornale online "Winesurf", che guiderà i presenti attraverso le differenze e le similitudini di questi due grandi vitigni. Nel pomeriggio, dalle ore 14 fino alle 19, la festa si sposterà lungo la via centrale del paese per le degustazioni e l'acquisto, grazie all'offerta "Prezzo di fattoria", di bottiglie al prezzo della vendita diretta, nelle enoteche del paese.
In tale ambito non mancherò di fare una scorpacciata di Sangiovese, almeno qua Rivella ancora non è arrivato....
Domenica non ci sarò ma vi suggerisco di non perdere l'evento organizzato dall'Enoclub Siena dal titolo emblematico: l'elogio dell'invecchiamento. Si degusteranno vecchie annate dei Cru dei Viticoltori di Radda in Chianti: Montevertine, Poggerino, Caparsa, Vignavecchia, Monteraponi, Pruneto, Val delle Corti, Castello d’Albola, Monterinaldi e Terrabianca. Appuntamento alle 17.30 presso la Saletta in Piazza Castello.

Lunedì pubblicherò tutte le mie impressioni.

Buon fine settimana!