Lo strano binomio dell'estate 2009: ostriche e Perrier

Il comunicato stampa dell'iniziativa fa molto figo e recita così:

Metafora antica di un cibo difficile da raggiungere, le ostriche sono emblema di stile ed eleganza, di una proposta esclusiva e densa di fascino. La mitologia greca narra che proprio dalle valve di un'ostrica nacque Afrodite, dea dell'amore, mentre pare che Casanova ne mangiasse a dozzine prima di iniziare un pranzo. L'accostamento ostriche e Perrier rimanda al più tradizionale abbinamento dei pregiati frutti di mare con lo Champagne, comunemente associato al concetto di lusso e di raffinatezza, qualità indiscutibilmente riconducibili allo stile Perrier.
Alcuni dei più esclusivi locali italiani propongono per l'estate 2009 l'evento Rendez - Vous: l'aperitivo chic con ostriche e Perrier, una serata a tema in cui vengono esaltate la classe e lo stile della più celebre acqua minerale del mondo, in abbinamento con la preziosità delle ostriche.

Il programma delle serate prevede che gli ospiti siano accolti all'ingresso dei locali dalle ragazze Perrier, che danno il benvenuto offrendo una freschissima flûte di acqua Perrier. Coloro poi che nel corso della serata ordinano un cocktail a base di Perrier - selezionato fra i tanti presenti sul coloratissimo ricettario della Casa - hanno diritto a un'esclusiva degustazione di ostriche, una nuova, elegante idea aperitivo. Il tutto in un ambiente riccamente arredato con i colori e con gli oggetti del leggendario mondo Perrier!".

Ora, va bene che d'estate tutto è lecito e c'è tanta voglia di divertirsi e di trasgredire, va bene che la pubblicità ti vende anche la m@@@@ spacciandotela per puro cioccolato svizzero, però santa miseria non fatemi passare il messaggio che bere acqua ed ostriche fa chic soprattutto con la Perrier che, se non ricordo male, è l'acqua da rutto per eccellenza (vedi Fantozzi) in quanto la più gassata al mondo!!
Acqua, Champagne e ruttino più o meno libero mi sembra tanto l'aperitivo del cafone che non può permettersi lo Champagne che, diciamolo subito, non è il vino che amo abbinare alle ostriche. Troppo metallico il risultato finale che avremo in bocca, meglio un moscato secco o un timorasso di Mariotto, provare per credere.
E se proprio lo volete fare strano, andate a Napoli, non si sa mai si trovasse ancora il marijuancello!!

Il Barolo Sperss 1988 di Angelo Gaja

Questo era uno dei vini presentati durante l’ultimo Bibenda Day e, fortunatamente, l’AIS di Roma a noi “disertori” ci ha permesso di recuperare quanto avevamo perso. Non amo tantissimo i vini di Angelo Gaja, soprattutto perché li ritengo abbiano uno scarso rapporto qualità/prezzo, il fatto di essersi contornati di un’aura di leggenda fa salire le loro quotazioni alle stelle e, a certi prezzi, compro molto altro. Il 1988 non è un’annata qualunque per Angelo Gaja, per lui e la sua famiglia questo millesimo ha significato una sorta di ritorno alle origini, di ritorno a quel Barolo che il papà produceva tra gli anni ’50 e ’60 con le uve che provengono dagli stessi vigneti che Angelo Gaja ha acquisito proprio nel 1988 a Serralunga, in frazione Marenca-Rivette. “Sperss” è stata chiamata la nuova proprietà, nome piemontese che si traduce in nostalgia o profondo desiderio, un omaggio a sua padre Angelo che tanto aveva (ri)voluto questo vino, quel tanto agognato Barolo che ora è qua nel mio bicchiere, aristocratico e monumentale come pochi altri, se chiudiamo gli occhi e portiamo alziamo il calice sembra quasi di stare all’interno di un monastero tanto sono netti ed insistenti gli aromi di ebanisteria, incenso, fiori rossi essiccati. Aprendosi, il vino offre molto di più in quanto esibisce bellissime definizioni di humus, goudron, foglie secche, frutta rossa evoluta, cipria, tabacco, liquirizia. Il palato non tradisce le aspettative e si mantiene austero, mai eccessivo in una eleganza gustativa che solo i grandi vini posso avere. I tannini sono velluto che scivola via per dare spazio ad un corpo e una vena acida ancora in perfetto equilibrio anche se qualche scricchiolio cominciamo a notarlo. Lungo il finale dove giocano note di humus, echi di frutta rossa e rosa passita. Un vino sicuramente emozionante questo Barolo Sperss 1988 anche se questo suo essere monolitico lo rende per me troppo severo, difficile da apprezzare appieno se non da chi ha le chiavi giuste. Ma forse è proprio questo che vuole Gaja no?

L'aperitivo a Napoli si fa così!

Ragazzi non ce ne è per nessuno davvero, non c'è alcun uomo di markenting, stilista o pubblicitario che abbia l'inventiva e l'immaginazione dei napoletani.
Uno di loro, in questi giorni, ha inventato la bevanda dell'estate 2009!
Immaginatevi ora di essere in un suggestivo bar della costiera amalfitana o nella piazzetta di Capri, non c'è nulla di più buono e dissetante, in una calda serate estiva, di una granita fresca ed un babà meglio se abbinati ad un buon bicchiere di limoncello. Sì, il limoncello, il liquore più imitato della storia, quello fatto con i limoni di Sorrento (biologici) la cui buccia viene macerata nell'alcol per otto/dieci giorni per poi filtrare tutto. Avete presente? Che dite? E' un pò "vintage" come aperitivo? E mi sa che avete ragione, perchè ci sono altri che la pensano come voi. Infatti, un sessantenne napoletano, stanco del solito liquore giallastro si è inventato un bel surrogato a partire da una materie prima molto particolare: cannabis. Manlio Chianchiano, come riporta TGCOM, coltivava nell'orto di casa la piantina non per spacciare la droga nel solito modo ma per realizzare un particolare liquore: il "marijuancello", vale a dire liquore alla cannabis. Che fine ha fatto l'arzillo signore? Ovviamente è stato arrestato dai carabinieri nel quartiere Chiaiano di Napoli. Fonti attendibili dicono che al momento del fermo tutto il quartiere stava brindando alla salute del Chianchiano. Ovviamente la bevanda è ignota...

Quando la tradizione del vino diventà passione: Cascina Tollu

Tomaso Armento di Cascina Tollu è un altro di quei vignaioli “on line” che utilizzano il social networking come strumento per trasmettere ed accrescere la propria immagine aziendale. Non è facile trovare in internet produttori che ci mettono la faccia, che ci fanno capire giorno dopo giorno, riga dopo riga, come evolve il loro lavoro, cosa succede in vigna e, soprattutto, quale è la loro (reale) filosofia produttiva.
Tomaso, come scrive lui stesso,è innamorato di Tollu, un podere di circa dieci ettari nel Monferrato a Rocca Grimalda, nel cuore delle terre di produzione del Dolcetto d’Ovada. Lui è cresciuto là, ha visto cambiare il panorama nel tempo, insieme alla sua famiglia ha portato avanti le vigne come chi non lo fa semplicemente per “produrre e vendere” bensì perché ha una naturale passione per la campagna, per il territorio in cui si trova e per i suoi frutti.
La filosofia aziendale è da sempre stata improntata al rispetto dell’ambiente e alla sua preservazione, assecondando la natura, la complessità e varietà che la caratterizzano, con un occhio costantemente rivolto alla qualità: presidio ritenuto fondamentale visto che sono proprio loro i primi a bere e mangiare tutto quello che producono.
Cascina Tollu non fa grandi numeri, oggi produce quattro vini: Dolcetto d'Ovada, Bianco di Tollu, Rosa di Tollu, Cortesemente. (In realtà fanno anche un dolcetto affinato che si chiama Leò, che al momento non è in commercio ma è in cantina ad affinare).
La mia curiosità, soprattutto perché ho letto alcune interessanti recensioni, mi ha spinto a provare il Bianco di Tollu, un vino frizzante a base di Cortese e Chardonnay.
Questo vino è un’eredità che passa da nonno a nipote (Tomaso), il primo l’ha creato e l’ha sperimentato volendo ottenere un prodotto capace evolvere nel tempo, il secondo ha il dovere di migliorarlo e di farlo conoscere (finalmente) al mercato.
Per quanto riguarda la tecnica di produzione, il vino nasce da due vini finiti, infatti le uve chardonnay e cortese vengono vendemmiate e vinificate separatamente sino ad arrivare a due vini finiti, pronti per l’imbottigliamento. Una volta realizzata la cuvéé avviene la presa di spuma che Tomaso cura personalmente moltiplicando i lieviti e poi inoculandoli nella massa che verrà subito imbottigliata. Non viene effettuata nessuna sboccatura, quindi il vino permane sui lieviti (“sur lie”) anche quando commercializzato.
Come spesso dice Tomaso, il Bianco di Tollu è un vino “fuori dagli schemi” e questa caratteristica la notiamo subito nel bicchiere: spuma abbondante e colore giallo paglierino torbido fanno presumere, a bottiglia coperta, che andremo a bere ad una birra artigianale. Ma le assonanze con questa bevanda non finiscono qua….
Il naso si propone con sensazioni di crosta di pane, mela golden e pesca bianca mentre il palato si lascia facilmente conquistare dalle sferzante freschezza e da una piacevolissima beva. Lieve finale amarognolo che mi ha fatto venire di nuovo in mente le birre artigianali molto luppolate.
Bottiglia finita in un attimo. A volte penso che sia molto meglio questa tipologia di vino che tanti Barolo, stracomplessi ma anche di difficile beva ed abbinamento. E poi a meno di 10 euro (in cantina) che volete di più?

P.S.: tutte le etichette dei vini di Cascina Tollu sono riprese dai quadri dell’artista Sergio Fedriani (prematuramente scomparso) la cui moglie ha gentilmente concesso di usare per dare maggiore visibilità sia a vini che all’artista.

E ora? Che ci facciamo col Brunello declassato? Qualche ipotesi di utilizzo....

Non mi occupo di seguire attentamente la vicende che è (ri)esplosa in questi ultimi giorni visto che ci sono illustri giornalisti e blogger che se ne stanno occupando in maaniera capillare e con la giusta competenza. Quello che ho capito io è che tra un pò il nostro mercato sarà invaso da fiumi di Brunello declassato, infatti le notizie ufficiali parlano di circa 1,1 milioni di litri di vino Brunello di Montalcino declassato a Igt Toscana Rosso in seguito alle istanze di restituzioni da parte del Tribunale del riesame di Siena e dopo l'esito delle consulenze tecniche disposte per verificare il rispetto del disciplinare di produzione del Brunello di Montalcino Docg 2003. Non è finita. Sono stati restituiti ai proprietari anche circa 450mila litri di vino Rosso di Montalcino e declassati anch'essi a Igt Toscana Rosso. Più di un milione e mezzo di vino, due milioni di bottiglie, il cui contenuto non ha rispettato (e la facciamo candida) il disciplinare di produzione. E ora cosa pensate facciano i produttori coinvolti con questo vino? Ce lo venderanno a noi con buona pace dei Consorzi di Tutela, della territorialità e della nostra salute. Riflettendo su questo fatto ho cominciato a pensare dove troveremo questo vino:
  • supermercati che lo pubblicizzeranno con un fantastico 3X2;
  • nei wine bar che ci spacceranno questo vino come Brunello, tanto quando versano il vino nel bicchiere nessuno li vede;
  • nei ristoranti che lo spacceranno come vino della casa (nella migliore delle ipotesi).
E noi? Io dico di NO ragazzi, non compriamolo e pretendiamo un altro vino nel caso ce lo volessero vendere a prezzi ridicolo. Non lo beviamo nemmeno se siamo a casa di amici e ce lo offrono. Gli deve rimanere tutto sul groppone perchè noi consumatori ci sentiamo imbrogiati, dai produttori o da chi doveva controllarli, non importa! Al massimo ci facciamo un brasato a Natale visto che in quel periodo siamo tutti più buoni. E voi? Che cosa ne pensate?

Vinixiani di Roma, gran brava gente!!

I vinixiani non sono un popolo extraterrestre ma un gruppo di persone col web 2.0 in testa e tanta voglia di parlare di grande vino e, soprattutto, berlo in compagnia.
Con la benedizione del nostro vate enologico Filippo Ronco che grazie a Vinix ci ha fatto conoscere, ci siamo incontrati ieri sera a Roma all’interno del Circus, locale molto carino ed intimo nel centro di Roma che sarà il punto di riferimento futuro di questo nuovo movimento wine oriented.

A parte gli scherzi, nonostante la serata che più romana sembrava africana, abbiamo bevuti dei vini estremamente interessanti e, in tale ambito, devo necessariamente ringraziare il nostro spacciatore di bianci (Paolo Ghislandi di Cascina I Carpini) e il nostro nuovo pusher di rossi, Vincenzo Ciaceri di Poggio al Toro, che ci ha deliziato con un Morellino di Scansano e un I.G.T. Toscana di tutto rispetto.


Prima di aprire il bianco dei Colli Tortonesi una piccola sorpresa: una vinixiana ha portato con se una piccola chicca umbra, un bianco “naturale”, il Colle Capretta della cantina Terra dei Preti che viene prodotto annualmente in circa 700(!) bottiglie. L’etichetta cita che trattasi di “…vino bianco ottenuto da una selezione di uve delle vecchie viti di Trebbiano Spoletino, fermentate con la macerazione delle bucce per più di dieci giorni come nella pratica tradizionale antica. Il lavoro in vigna e in cantina si ispira a principi di assoluta naturalità e alle influenze dei cicli lunari. La terra viene aiutata solo di rado con concime ricavato dagli animali dell'azienda. Non si utilizzano lieviti artificiali e non si aggiunge solforosa in imbottigliamento. Il vino riposa in un contenitore di cemento vetrificato prima di essere imbottigliato”.
Bevendolo mi è sembrato un vino del contadino a “cinque stelle” che gioca molto sullo stile ossidativo (ottimi i ritorni olfattivi di miele e albicocca matura) ma che al palato perde un po’ la marcia non aprendosi come dovrebbe e peccando un po’ di persistenza. Sarà interessante seguire le varie evoluzioni della cantina.


Gli altri bianchi, come detto, sono stati gentilmente offerti da
Cascina I Carpini, un’azienda amica di Vinix che, pur essendo distante da noi, ci era sicuramente vicina col cuore. Il Rugiada del Mattino lo abbiamo bevuto sia nella versione 2007 sia in quella 2008 (imbottigliata da pochissimo) e i più attenti sono stati bravi a coglierne le differenze: infatti quest’ultimo millesimo si caratterizza per una minima aggiunta (circa 10%) di Timorasso, vitigno principe dei Colli Tortonesi, che ha dato più struttura e complessità al vino che risulta per questo (forse) meno beverino del 2007 che, bevuto freschissimo in una serata afosa come quella di ieri, è stato spazzato via in un attimo. Complimenti comunque a Paolo per la sua continua voglia di sperimentare e di offrirci sempre prodotti di grande livello.

La sorpresa, almeno per me, ieri sera è stata l’azienda Poggio al Toro del nostro Vinixiano Vincenzo Ciacere, romano de roma trapiantato in maremma che ci ha presentato il suo Morellino di Scansano 2007 e un sorprendente 900 Ceppi, in I.G.T. Toscana a base Sangiovese di grande caratura.
Perché parlo di sorpresa? Perché finalmente il suo Morellino mi ha rinfrancato nei confronti di tanti altri prodotti equivalenti che trovavo (trovo) sempre molto sbilanciati o sulla componente alcolica o sulla componente tannica.
Il suo Morellino di Scansano DOCG, proveniente da vigne di 10 anni di età, è ottenuto da uve Sangiovese (almeno il 90%), Cabernet Sauvignon e Syrah (5-10%) e si presenta di un colore rosso rubino con naso di frutti di bosco, visciola, gelso nero ed un tocco di erbe aromatiche. In bocca è molto avvolgente, caldo e, nonostante il grande caldo, è rimasto sempre ben equilibrato nelle sue componenti dure e morbide. Bella la persistenza finale. Sicuramente pronto ma con un potenziale di invecchiamento non indifferente.

Un altro vino di Poggio al Toro che mi ha affascinato è il 900 Ceppi, prodotto solo nelle grandi annate, è una cuvée di uve provenienti dai migliori vigneti di Sangiovese (900 ceppi selezionati) esposti tutti a sud-ovest.
Dopo la vendemmia, che avviene tardivamente (circa metà ottobre), le uve raccolte vengono subito portate in cantina per essere vinificate separatamente dal resto del pigiato dopo un’ulteriore fase di selezione manuale degli acini. La fermentazione viene svolta in 6 giorni ad una temperatura controllata di circa 28° gradi ed è seguita da una macerazione di ulteriori 20 giorni posta in essere per estrarre la maggior quantità possibile di aromi e polifenoli. La fermentazione malolattica è svolta in 2 tonneaux da 5 ettolitri dove poi il vino successivamente sosterà per ulteriori 15 mesi. Un altro anno di affinamento in bottiglia e il vino, senza chiarifiche né filtrazioni, verrà commercializzato. Solo in Magnum o Jeroboam però!!!
Berlo ieri sera è stato una vera delizia per il mio olfatto e il mio palato. Giovane, giovanissimo col suo colore rubino con riflessi violacei, ha un naso molto complesso che non ricorda molto i caratteri del Sangiovese in quanto, prima di tutte, escono le note speziate, pepe nero in primis, seguite da impregnanti note di liquirizia, cuoio, caffè, tabacco biondo, marasca, ribes, sottobosco. Imponente l’impatto gustativo, ricco di estratti e corpo, con un tannino, giustamente astringente, è di grande stoffa ed eleganza. Grande la persistenza finale per un vino che, pur essendo quasi da meditazione, risulta essere di grande bevibilità. Puro edonismo maremmano.

Cantine d'autore? Ma er vino è bbono?

Stati Uniti. Area 51?

Un grande polipo alieno è sceso sulla Terra?

Ma no, è solo l'immagine di una chiesa moderna....

Magari un centro benessere all'avanguardia....

Entrando però non troveremo nè scienziati nè alieni, ma solo...."barrique a cinque stelle". Ma allora si produce il vino qua dentro?

Benvenuti nel fantastico mondo delle cantine d'autore, luoghi incredibili, al limite della fantascienza, creati da grandi architetti e designer moderni che creano questi veri e propri luoghi di culto asettici per soddisfare le manie di grandezza del produttore moderno.
Il fenomeno come facile immaginare è iniziato prima negli Stati Uniti, in California, per poi proseguire in Francia ed in Spagna. Nelle immagini vediamo proprio la cantina della Bodega Ysios, situata a Laguardia (Roja), disegnata dall'architetto Santiago Calatrava, noto forse ai più per i progetti avveniristici di stazioni ferroviarie e ponti che, in questo caso, ha messo tutto il suo ingegno per creare un cantina high-tech ispirandosi ad una immagine di barrique in fila. E il vino? C'è chi giuria sia anche buono ma quanta nostalgia delle cantine fredde, buie, a volte umide, dove nascoste tra le colonne si trovavano le grandi botti scure di vecchiaia che trasudavano storia, passione, lavoro vero. Ora già mi immagino che un cantiniere con i guanti bianchi che posterà la barrique su nastri in velluto ponendo in essere i travasi solo con materiali firmati, magari una pompa enologica firmata Armani.... Il fenomeno, come detto, non è certo isolato perchè oltre alla suddetta "cantina" troviamo altri luoghi high-tech come Marqués di Riscal, sempre nella Rioja, firmata da Frank O. Gehry, architetto del museo Guggenheim di Bilbao (nella foto in basso). Altri esempi li troviamo in Francia (Château Lafite-Rothschild) e in California, dove gli elvetici Jacques Herzog e Pierre de Meuron, utilizzando pietre a secco sostenute da strutture metalliche hanno dato vita alla Dominus, cantina di Château Petrus a Napa Valley. E in Italia? Alla prossima puntata.....