Podere San Lorenzo, piccoli grandi Brunello crescono a Montalcino

Ho conosciuto Luciano Ciolfi quasi due anni fa, un rapporto di stima reciproca che si è concretizzato e ha preso vita solo qualche mese fa in occasione di Benvenuto Brunello 2009, happening enologico che raduna tutti i produttori del famoso vino toscano che, anno dopo anno, mostrano al mondo in anteprima il loro Brunello.
Luciano Ciolfi e Podere San Lorenzo sono una giovane realtà ilcinese, un connubio di tradizione ed innovazione che sta conquistando, vendemmia dopo vendemmia, bottiglia dopo bottiglia, traguardi importanti sia in Italia che all’estero.
Luciano è l’ultimo di cinque generazioni di vignaioli autentici, con la terra nel sangue, che ha preso il meglio da suo nonno Bramante e da suo padre Paolo (che lavorano tuttora in azienda) per ricercare un solo obiettivo: produrre un Brunello di Montalcino eccellente. Sanlorenzo si trova sul versante sud-ovest del comune di Montalcino e si sviluppa a 500 metri di altitudine sulla cresta delle colline che dal poggio della Civitella si allungano morbide fino al fiume Ombrone. I terreni si estendono sui due versanti delle colline, con il bosco verso nord e la Val d'Arbia, e i vigneti esposti verso sud e la Maremma.
Il terreno è mediamente argilloso e ricco di pietre, tendenzialmente magro e arido.
Il particolare microclima e le precipitazioni concentrate nei mesi primaverili e tardo autunnali caratterizzano la crescita dei tipici vitigni autoctoni e conferiscono alle uve un aroma unico. Sono quattro le principali vigne del podere: le principesse di Sanlorenzo. Si trovano nel versante sud della proprietà e sono esposte verso est o verso ovest, a seconda della morfologia naturale del territorio.
La "principessa della luce" esposta a sud-est è, fra tutte, la preferita dal Sole che la scalda dall'alba fino al tramonto. E' la vigna più grande con 6800 viti di Sangiovese Grosso che, per 1,4 ettari producono uve destinate a divenire Brunello di Montalcino, e per 0,4 ettari, Rosso di Montalcino.
La "principessa del risveglio" è la prima, al mattino, ad essere accarezzata dal sole. Quando ci si trova in questa vigna il silenzio è così intenso che sembra di essere soli al mondo. La principessa del risveglio è composta da due appezzamenti, impiantati a distanza di molti anni l'uno dall'altro, e coltivata a Sangiovese Grosso.
La "principessa di Bramante" è la vigna più antica, la signora del Brunello. Di sicuro è la più piccola per estensione, ma nessuno più di lei ha storie da raccontare e persone da ricordare. Dalla principessa di Bramante si produce unicamente Brunello di Montalcino che ha preso il nome di Bramante in onore del più anziano dei fondatori dell'azienda ancora in vita.
La "principessa di Lorenzo" è la vigna più giovane, anch'essa coltivata a Sangiovese Grosso rappresenta l’unione tra il passato e il futuro della famiglia. I suoi filari corrono giù lungo una piaggia scoscesa e nelle notti d'estate, quando la Luna è piena e il cielo limpido, i riflessi scintillano lungo i tralci e la principessa di Lorenzo sembra un pezzetto di cielo attraversato da milioni di stelle cadenti.
Durante l’anno le principesse vengono costantemente curate selezionando prima i tralci con la potatura verde che evita ammassi disomogenei di uva, successivamente, dal mese di agosto, selezionando i grappoli e controllando lo stato delle uve.
Verso la metà di settembre, si tolgono le foglie più vicine all'uva per
arieggiare e soleggiare i grappoli, e infine, di ottobre, si controlla l'avanzamento della maturazione perché per ogni vigna c'è un giorno esatto, che ogni anno viene scelto accuratamente, per iniziare la vendemmia che, di solito, cade verso la metà di ottobre, all'inizio dell'autunno, quando la terra è ancora tiepida dei solleoni estivi, e l'aria del mattino è già quella frizzante dell'autunno inoltrato. Immediatamente dopo raccolta, l'uva viene trasportata in cantina e accuratamente diraspata. Gli acini vengono spremuti e il tutto passa in apposite vasche d'acciaio dove avviene la fermentazione e la successiva macerazione che di solito ha la durata di 20-25 giorni ad una temperatura che varia dai 28 gradi dei primi giorni fino ai 20 degli ultimi giorni.
Durante tutto questo tempo vengono effettuate per
iodiche rimonte e delestage. Al termine della vinificazione il vino passa in vasche per il deposito dei residui solidi.
A questo punto, analizzando e assaggiando il vino, si decide la sua destinazione ultima, cioè se diverrà Rosso di Montalcino oppure Brunello di Montalcino.
Il vino destinato a diventare Rosso di Montalcino viene passato nei barriques senza togliere le fecce leggere.
Qui rimane per 10 mesi e viene periodicamente sottoposto a batonage. Trascorso questo tempo viene imbottigliato e lasciato riposare per almeno altri 3 mesi. Il Rosso di Montalcino viene messo in commercio dal febbraio del secondo anno dopo la vendemmia.

Il Brunello viene messo a riposare in grandi botti di legno da 30 ettolitri per 3 anni. Al termine di questo lungo periodo viene passato in acciaio per il tempo
necessario e successivamente imbottigliato e lasciato di nuovo riposare per almeno 6 mesi. Il Brunello di Montalcino viene messo in commercio dal primo gennaio del quinto anno successivo alla vendemmia.
L'annata 2004, come ormai anche i sassi sanno, si è distinta per il suo andamento climatico equilibrato, roba da far meritare al Brunello di tale millesimo il voto massimo delle cinque stelle.


Per i vigneti di Sanlorenzo questa (presunta) ottima annata si ritrova anche nel bicchiere dove il vino presenta al naso con un bouquet molto intenso di viola, ribes nero, mora e un filo di spezie scure. Al palato mostra stoffa da vendere con una trama tannica molto levigata, potente ed elegante.
Vino di grande personalità, davvero gustoso, da bere con un filetto di manzo alle ciliegie.

Foto tratte dalla rete

Arriva il personal wine shopper?

Sembra essere l’ultima tendenza del momento o, meglio, la professione del futuro: il personal food-shopper.
Leggendo l’articolo comparso tempo fa su TGCOM comprendiamo che questo consulente si occupa di accompagnare il goloso cliente tra i migliori indirizzi della città per permettergli di mangiare e/o acquistare i migliori prodotti enogastronomici.
Spiega
Alessandra Lepri, storica del costume e organizzatrice di sfilate ed eventi di moda: "Si tratta di una professione già diffusa in America, che va a braccetto con quella del 'personal shopper' e che sicuramente prenderà piede anche qui. Cibo, vino, olio, tartufi, cioccolato, formaggi e altre delizie sono apprezzatissimi dai turisti e dagli italiani stessi che vogliono conoscere anche questo aspetto della città in cui si trovano. Un 'food shopper' saprà indicare i prodotti tipici da acquistare, accompagnerà alle degustazioni, conoscerà i ristoranti, osterie, enoteche, cantine e non solo".

Proprio quest’ultima frase mi ha acceso la famosa lampadina: e perché no un wine-shopper? Accompagnare i tanti appassionati di vino in giro per le cantine del Lazio e d’Italia, far conoscere loro direttamente i produttori che potranno vendergli le bottiglie a prezzo di cantina, organizzare wine tasting personalizzati, organizzare mini corsi di vino direttamente al domicilio del cliente, portarlo nelle migliori enoteche e consigliarlo nell’acquisto di un determinato vino e sul relativo abbinamento gastronomico.
Sogni, stronzate e possibile realtà? Intanto butto il sasso e di certo non nascondo la mano, oggi è solo un pensiero, domani chissà….

Un'enoteca storica della mia città: Trimani

Trimani per gli appassionati di vino romani rappresenta da sempre un nome e una garanzia. Qualche giorno fa, spulciando tra la rassegna stampa enologica nazionale, ho trovato questo articolo su Il Giornale.it che, ultimo di tanti altri articoli scritti in merito, va a suggellare storica e culturale di questa importante famiglia di vinai di Roma.

Ecco cosa hanno scritto:
Dal 1876 è un punto di riferimento per i romani. Uno dei più antichi negozi di vini della Capitale, tra i più importanti punti vendita specializzati d’Italia, Trimani affonda le proprie radici nel lontano 1821. «Si ha notizia certa che già a quell’epoca un mio avo, Francesco Trimani, vendesse vino in un negozio su via di Panico - spiega Marco, titolare dello storico negozio di via Goito -. Fu però nel 1876, dopo un momentaneo trasferimento in via di Porta Salaria, l’odierna via Piave, che iniziò la nostra vera attività.
Mio padre Pietro e io poi ci stabilimmo nell’attuale sede e da allora abbiamo adeguato il punto vendita a seconda delle richieste del mercato, passando da vinaio con cucina fino all’attuale negozio che conta circa 4mila referenze tra vini italiani e da tutto il mondo. Nel 1991, al negozio di vini si è poi affiancato il Wine Bar di via Cernaia».

Marco Trimani, che oggi gestisce l’attività assieme alla moglie Rosalena e ai figli Paolo, Carla, Francesco e Giovanni, è un fiume in piena. Stimato critico enologico (ha lavorato anche per la Treccani), animatore dei primi programmi tv dedicati all’enogastronomia, spetta a lui il merito di aver fatto conoscere il Brunello di Montalcino a Roma e a «importare» la moda del wine-bar.

La crisi lo ha sfiorato appena, anche per merito di una clientela affezionata attenta più alla qualità che al prezzo. «Negli ultimi 3-4 anni abbiamo riscontrato la ricerca di una qualità molto alta, per tutte le zone e per tutte le fasce di prezzo- continua Trimani-.

Proponiamo vini selezionati in anni ed anni di pazienti peregrinazioni e puntuali assaggi tra i viticoltori nazionali». Oltre a nobili, politici, attori, professionisti, la famiglia Trimani annovera tra i fedelissimi anche personaggi del passato quali Luigi Pirandello, Ignazio Silone, Vittorio Emanuele Orlando e l’artista Mino Maccari che disegnò per la famiglia il logo che ancora oggi li rappresenta in tutto il mondo: le tre mani stilizzate.

Anche il presidente Giuseppe Saragat si affidò ai Trimani per un ricevimento in onore della Regina Elisabetta d'Inghilterra nel 1969. «In quell’occasione- racconta Marco Trimani-, invece dello champagne il presidente fece servire spumante italiano, superando anche le perplessità di chi reputava inopportuno apportare modifiche al consueto cerimoniale».

Delle atmosfere di un tempo, Trimani ha conservato nel negozio alcuni arredi originali degli anni Venti. Oltre all’antica fontana per la mescita, vi è anche una lista di prezzi a parete con lettere in foglia d’oro datata 1919 in cui erano riportati i prezzi dei prodotti di maggior vendita di quegli anni (Vermouth, Marsala, Ferro China).

Oggi, vino e olio Marco Trimani se li produce pure da sé. È infatti titolare dell’azienda vitivinicola Colacicchi di Anagni (nota per il rosso Torre Ercolana), e proprietario di alcuni oliveti nella zona di Torri in Sabina, da cui ricava un olio extravergine d’oliva biologico Dop, il San Vittore degli Uccellatori.

Foto prese dalla rete

Fattoria Le Casalte - Vino Nobile di Montepulciano 2006


Il Nobile di Montepulciano è un vino che difficilmente è riuscito a piacermi, spesso, soprattutto nelle nuove annate, è troppo legnoso e, comunque, troppo internazionalmente pompato per poter piacere alle mie papille gustative.

Tutto questo fino a poco tempo fa, fino al giorno in cui
Armando Castagno mi fa fatto bere qualcosa di diverso, di sconosciuto, di nuovo, che ha generato in me un’esplosione sensoriale che richiede, per nutrirsi e per nutrirmi, altre dosi di quel prugnolo gentile. L’artefice inconsapevole di questa rinascita gustativa, oltre a Castagno, è stata l’azienda Le Casalte, piccola realtà agricola sita in località Sant’Albino, vicino Montepulciano, che col suo Vino Nobile base, millesimo 2006, mi ha permesso di capire quanto sbagliavo bollando come “non affine ai miei sensi” tutta una prestigiosa denominazione come quella del Vino Nobile di Montepulciano. La storia della Fattoria Le Casalte è un bellissimo racconto di famiglia. Tutto iniziò nel '75, quando Guido Barioffi e sua moglie Paola, decisero di acquistare un vecchio casale in rovina, sulle colline di Montepulciano. Ci volle tutta la caparbietà e la determinazione di Guido, che si mise a studiare enologia e agronomia non conoscendo nulla del settore, perchè in poco più di 30 anni di sacrifici, il sogno di una casa in campagna si trasformasse in una piccola azienda vinicola.



Per amore di un cavallo, dal '95 la figlia Chiara cominciò a passare i fine settimana a Montepulciano, cominciando a scoprire una realtà di vita ben diversa da quella cittadina di Roma. Sarà proprio lei ad affiancarsi successivamente al padre nella gestione dell'azienda. Oggi sono 13 gli ettari in produzione su questo altopiano a sud di Montepulciano posto a circa 400 metri s.l.m dove, con una media di 34 anni, possiamo trovare solo vigneti di Sangiovese, Canaiolo e Mammolo. Nulla di internazionale.

In cantina, grazie al lavoro di Paolo Salvi e, soprattutto, di Giulio Gambelli, tutto è perfettamente “tradizionale”: vinificazione in vasche di acciaio, spesso affiancate da tini tronco-conici e maturazione in botti grandi per circa due anni.

Nulla di pirotecnico, di gridato, così come il
Vino Nobile di Montepulciano 2006 che ora è nel mio bicchiere, una giusta combinazione di prugnolo gentile (80%), canaiolo (15%) e mammolo (5%) che creano una finezza aromatica e gustativa tutta da scoprire.
L’impatto olfattivo non è da vinone, anzi, tutto è sussurrato, le pennellate aromatiche sono lievi ma decise, ci sento il ferro, una bella nota minerale, cenni di spezie e di un frutto maturo che è lontano dall’essere stucchevole, sciropposo. In bocca si conferma ampio e vellutato, non invade la bocca come un barbaro, la vena acida è sorprendente come la bevibilità del vino che, per un Nobile di Montepulciano, non è cosa da poco.

Un vino certamente non facile, per chi cerca potenza e immediatezza consiglierei di virare verso altri prodotti. Se, invece, volete cercare, scavare tra le intime emozioni di ciò che bevete, questo è il mio e il vostro vino.

Investire sul vino? Arriva Noble Crus, il primo fondo sul vino

La diversificazione è uno dei primi obiettivi di ogni investitore, tuttavia il processo di globalizzazione ha portato ad una crescente correlazione tra i diversi mercati internazionali, mentre il fenomeno del leveraging ha comportato che asset class tradizionalmente slegate dal settore finanziario, come ad esempio le opere d’arte, siano in realtà fortemente influenzate dalle dinamiche degli indici azionari. Nel contesto attuale, a prescindere dal segmento dei fondi comuni total return, risulta praticamente impossibile trovare forme di investimento liquide, realmente decorrelate dai mercati, come riesce ad essere il Nobles Crus, il primo fondo che investe in vini d’annata.

L’ideatore dell’iniziativa è Michel Tamisier, che dopo una lunga esperienza internazionale in Bnp Paribas, JP Morgan e Carmignac, ha deciso di sviluppare l’idea di investire in temi di passione, attraverso strumenti trasparenti e facili da capire, per sfuggire alla complessità attuale dei prodotti finanziari, in grado tuttavia di offrire performance e diversificazione; “tutto questo sembra molto ovvio oggi dopo la crisi, però il progetto risale al 2007. Investire in temi di passione deriva di una domanda semplice, cosa può volere un investitore benestante dopo avere comprato tutti i prodotti esistenti sul mercato ed avere partecipato a tutte le bolle speculative? La risposta è molto semplice, un prodotto che capisce e che possa piacere personalmente”, come spiega Tamisier.

Cosi è nato il concetto di Passion Investment e dopo il lancio del primo comparto Nobles Crus nel gennaio 2008, la Sicav Lussemburghese Elite’s Exclusive Collection, promossa da Elite Advisers, dovrebbe offrire dei fondi che investono in altri temi di passione quali arte, auto, diamanti, francobolli, gioielli e orologi da collezione, ma anche in altri temi ancora più di nicchia; “già nel corso del prossimo trimestre l’autorità lussemburghese dovrebbe autorizzare un nuovo comparto”.

Il Nobles Crus è un fondo aperto ed investe nei migliori vini del mondo e nelle migliore annate, secondo tre criteri; “una qualità estrema, perché solo tali vini vedono il loro prezzo salire anche in periodi di crisi; il potenziale d’invecchiamento, perché è il miglioramento del vino anno dopo anno che fa salire i prezzi; la notorietà, per motivi di liquidità i vini devono essere conosciuti in tutti i mercati compresi quelli emergenti”.

Il vino viene conservato nelle condizioni ottimali, all’interno del porto franco di Ginevra.
La gestione è propriamente attiva, attraverso la costante compravendita di vini, ed è affidata a Christian Roger, un gestore di grande esperienza e un appassionato della materia, che dopo un’esperienza ventennale nel settore bancario, ha deciso nel 1998 di dedicarsi esclusivamente alla sua passione per il vino. “Oggi Roger rappresenta uno dei maggiori esperti al mondo, vantando tra l’altro il titolo di Membro permanente del Gran Judy Europee di degustazione”.

Su questo mercato ancora poco standardizzato, è molto difficile trovare un parametro di riferimento, “seguiamo il Liv-ex 100 Index che tuttavia investe in prevalenza su Bordeaux di tutte le annate, in vini più recenti, ma anche di primo, secondo e terzo Crus. Nobles Crus invece, oltre ai Bordeaux, prende posizione su Borgogna e i vini esteri, privilegiando unicamente i premiers Crus su annate interessanti, ed infine i vini più vecchi”, un elemento che spiega l’extra rendimento del fondo rispetto al benchmark.

Passione, trasparenza, ma soprattutto diversificazione e performance; “dal 1950 non abbiamo mai visto i prezzi dei più grandi vini del mondo scendere, questi rimangono stabili durante le crisi per ripartire una volta superate. Nel 2008 il mercato dei vini d’eccellenza è andato bene, ed ha sentito l’impatto dell’attuale congiuntura soltanto all’inizio del 2009, quando il settore si è fermato per poi ripartire a settembre”.

Investendo in beni tangibili il Nobles Crus non è UCITS III, può tuttavia essere sottoscritto presso qualsiasi istituto in Italia, in modalità “Private Placement”, usando il codice ISIN del fondo (LU0332753077), come per qualsiasi altro strumento del risparmio gestito, sebbene spesso le banche stesse non conoscano questa modalità operativa.

Fonte: http://www.bluerating.com/


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La Famiglia Zonin e il Feudo Principi di Butera: il primo vino “open source”

Il progetto

Il progetto My Feudo nasce dalla tenuta Feudo Principi di Butera allo scopo di coinvolgere alcuni
esperti del mondo del vino nell’esperienza creativa di un vino tutto loro. Come? Mettendo a loro disposizione le stesse basi che Franco Giacosa, enologo e winemaker di Casa Vinicola Zonin, ha utilizzato per elaborare il nuovo blend che verrà presentato al Vinitaly del 2010.
Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot: una volta ricevuti i campioni d
i vino a casa, i partecipanti dovranno combinare in diverse percentuali gli uvaggi per arrivare, dopo tutti gli esperimenti necessari, al perfetto assemblaggio che verrà imbottigliato in una dozzina di esemplari e degustato in una tavola rotonda tra azienda e partecipanti al Vinitaly (purtroppo non beneficerà dell’affinamento in bottiglia).
Saranno i partecipanti, a descrivere, degustare e valu
tare alla cieca al Vinitaly 2010 i diversi blend insieme a Francesco Zonin, Franco Giacosa – direttore tecnico di Casa Vinicola Zonin, e Antonio Cufari - direttore della tenuta. Una concezione del vino “open source” aperto all’interattività e alle idee del suo pubblico, che svela passo passo i progressi dei partecipanti e del processo di creazione del blend sul blog.

Il progetto potrà essere seguito quotidianamente sul blog dedicato (www.myfeudo.it)


L’idea


Il primo progetto di vino open source, frutto della filosofia con cui Casa Vin
icola Zonin combina la tradizione del vino di alta qualità e l’eccellenza versatile del territorio con l’innovativa volontà di aprire nuove strade di comunicazione e interazione con il suo pubblico: ecco Myfeudo, un progetto che nei primi mesi del 2010 coinvolgerà attivamente blogger, ristoratori ed esperti del settore.

Molto spesso l’interazione tra produttore e consumatore avviene dopo la creazione di un vino, e si chiede agli appassionati un giudizio ed eventuali commenti. Con il progetto Myfeudo si cerca di portare questa interazione in cantina, si cerca di far calzare agli appassionati le scarpe dell’enologo con tutti i du
bbi che questi ha nel momento più critico del suo lavoro, nell’assemblare il vino proveniente da diverse vigne dopo un anno di lavoro. Per il primo anno “di rodaggio” il progetto riguarda la creazione di un taglio bordolese tra le varietà Petit Verdot, Merlot e Cabernet Sauvignon prodotte da cru all’interno della Tenuta Feudo Principi di Butera. In futuro a questi vini si potranno affiancare anche il Syrah ed il Nero d’Avola se il gruppo di lavoro lo riterrà interessante. Ai partecipanti quindi verrà chiesto di creare un blend personale che sarà degustato insieme al blend creato da Franco Giacosa per cominciare la discussione su cosa ci si aspetti da un taglio bordolese made in Sicily. Ogni proposta verrà imbottigliata e degustata durante un incontro al Vinitaly 2010, in un confronto costruttivo e divertente fra le proposte del produttore e i gusti del suo pubblico che ne determineranno le scelte e gli orientamenti futuri.

Feudo Principi di Butera è la tenuta siciliana della famiglia Zonin che ha dato vita e sostanza al progetto, fornendo la prestigiosa materia prima.

Il sondaggio


Ma il coinvolgimento del pubblico non finisce qui: a battezzare il nuovo vino di Franco Giacosa saranno i lettori del blog MyFeudo www.myfeudo.it., che avranno la possibilità di scegliere il nome del nuovo vino attraverso un sondaggio aperto e articolato in tre opzioni. Le proposte saranno rese pubbliche all’inizio di febbraio.


I partecipanti


I tredici partecipanti al progetto MyFeudo appartengono al mondo del vino a 360º gradi: si tratta di blogger, giornalisti specializzati, proprietari di enoteche e ristoratori.


Verranno presentati sul sito di My Feudo giorno dopo giorno e condivideranno le loro riflessioni, le loro prove e i loro esperimenti online.


(fonte: http://www.socialmedianews.it/myfeudo)

Piccoli vini del Lazio crescono: Donato Giangirolami - Peschio 2005

Ho comprato questa bottiglia diverso tempo fa presso la Città dell’Altra Economia di Roma con la convinzione che, prima o poi, riesca a bere un vino biologico laziale di una certa qualità.
Mi avevano parlato bene di Donato Giangirolami, piccolo vignaiolo laziale che da un po’ di tempo si è convertito ai metodi di produzione naturali.
L’azienda si compone di quattro corpi di cui due ricadenti nell’area dei Castelli Romani Doc, una ricadente nella zona Doc di Aprilia e l’ultima é iscritta all’albo dei vigneti I.G.T. Lazio.
Giangirolami, come detto, pratica l’agricoltura biologica, la sua uva è prodotta senza l’ausilio di prodotti chimici di sintesi, sia per i trattamenti che per la concimazione. In alternativa viene usato rame (max 5kg per ettaro all’anno) e zolfo, nonchè il bacillus thuringensis contro la tignoletta, in caso di necessitá, dopo aver verificato l’effettiva presenza delle uova del parassita sui grappoli.
Il vigneto é allevato a spalliera con potatura tipo guyot o cordone speronato.
La densitá di impianto é di 4.000 piante per ettaro. I vitigni sono Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Petit Verdot, Sauvignon, Malvasia Puntinata, Pignoletto, Vermentino, Grechetto di Orvieto, Chardonnay, Viognier, Falanghina, tutti con portinnesto SO4 per complessivi ha 38.
Non viene praticata l’irrigazione se non quella di soccorso.
La resa produttiva per ettaro é contenuta grazie alla mancanza di qualsiasi tipo di forzatura.
Il Peschio è uno dei suoi tre vini rossi (produce anche un syrah in purezza e un blend di petit verdot e syrah) dell’azienda agricola, figlio dell’unione di Cabernet Sauvignon (50%) Merlot (25%) e Syrah (25%) prodotti in località Le Ferriere (LT), zona particolarmente vocata nel Lazio visto che da quelle parti, nel 1968, piantò i suoi vigneti anche Bernardino Santarelli di Casale del Giglio.
Il millesimo 2005 che ho nel mio bicchiere ha un naso dolce, poco dinamico, composto da frutta rossa matura, mirtillo e ribes su tutti, poi cioccolato al latte, vaniglia, qualche tocco di pepe e una nota artificiale di gomma pane che un pò disturba il quadro olfattivo.
Va meglio in bocca dove pensavo fosse più stucchevole data le dolcezza del naso, invece le cose cambiano, migliorano leggermente in quanto il vino risulta equilibrato e le varie componenti sono ben fuse. Sicuramente un vino semplice, con una persistenza abbastanza limitata che comunque non va ad inficiare la bevibilità del Peschio che si mantiene di buon livello. Sarei curioso di provarlo con meno anni sulle spalle, forse ne gioverebbe la parte olfattiva che, dopo quasi quattro anni, segna decisamente il passo.
Per quasi 6 euro di costo allo scaffale è un vino da preferire a tanti altri prodotti da supermercato.

Tignanello 2001: pura emozione nel bicchiere

La Famiglia Antinori si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni per cui non è certamente un caso se Piero Antinori, intorno alla fine degli anni ’60, sull’onda del buon successo della commercializzazione del primo Sassicaia, decide di cambiare le cose nella zona del chiantigiano, un’area in crisi profonda sia dal punto di vista enologico che commerciale per gli stessi Antinori che non si rispecchiano nel vino che si produce in questa zona.
All’epoca si produceva un Chianti rosso estremamente blando, composto da una percentuale intorno al 20% di uva bianca che rendeva il prodotto finale estremamente facile e di scarsa qualità.
Bisognava cambiare, creare qualcosa di rivoluzionario e l’uomo giusto per raggiungere questo obiettivo era Giacomo Tachis che, va ricordato, a quel tempo lavorava con la famiglia Incisa, cugini degli Antinori, alla produzione del Sassicaia.
Antinori e Tachis, un connubio di menti lungimiranti che diedero vita ad un “Nuovo Chianti” abbandonando anzitutto l’ottocentesca pratica di utilizzare anche le uve bianche , retaggio di antiche necessità, riconducibili alla ricetta dettata dall’allora ministro dell’agricoltura Bettino Ricasoli.
Successivamente, si modificò la pratica di vinificazione, approfondendo l'allora semisconosciuta fermentazione malo lattica. Poi si cambiò anche la metodologia della maturazione e dell'invecchiamento che dovrà avvenire esclusivamente nelle barriques di allier, nuove, e non più nelle capienti, vetuste e storiche botti padronali. La maturazione, inoltre, non più di molti mesi ma verrà accorciata a circa 18 mesi con un successivo affinamento in bottiglia per altri dodici mesi, consentendo così un'evoluzione lenta e costante delle caratteristiche organolettiche del vino.
E’ il 1970, un anno di prove tecniche generali quando nasce il Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello" vinificato per la prima volta da un unico cru, sposando Sangiovese con Canaiolo, Trebbiano e Malvasia.
Con l'annata 1971 nasce il primo vero Tignanello, non più un vino Doc ma un “semplice” vino da tavola che aprirà la strada al filone dei Super Tuscans.
Con l'annata 1975 le uve bianche sono state totalmente eliminate e sostituite da piccole percentuali di cabernet sauvignon e cabernet franc.
Dal 1982 la composizione del vino rimane invariata e rispecchia l’attuale con un 80% Sangiovese, un 15% Cabernet Sauvignon e un restante 5% di Cabernet Franc.
Oggi il vigneto Tignanello si trova su un terreno di 47 ettari esposto a sud-ovest, di origine calcarea con elementi tufacei, ad un'altezza tra i 350 e i 400 metri s.l.m. presso la Tenuta di Tignanello.
La vigna è tra le ultime a essere vendemmiate: i cabernet intorno al 20 di settembre e il sangiovese circa una settimana dopo. Le uve sono vinificate separatamente, la macerazione viene svolta in recipienti aperti in legno da 50 hl, con periodiche sommersioni del cappello. Durante questo periodo (circa 15 giorni per il sangiovese e 20 per i cabernet), si completa la fermentazione alcolica a una temperatura che non supera mai i 30°C. Il vino viene poi trasferito in barrique da 225 litri (nuove e di primo passaggio, Tronçais e Alliers), dove la fermentazione malolattica termina entro la fine dell’anno. I vini vengono poi travasati, assemblati e rimessi in barrique per un periodo che parte da 12 e arriva anche a 24 mesi, per poi essere imbottigliato e affinato per ulteriori 12 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.
Ogni volta che bevo questo vino, tranne in rare eccezioni, sono letteralmente sommerso di emozioni, le stesse sensazioni vibranti che hanno accompagnato la degustazione dell’annata 2001 che giudico una delle migliori di sempre di questo vino e che, senza ombra di smentita, elevano il Tignanello nell’olimpo dei migliori vini al mondo.
Il naso è qualcosa di abissale profondità, raffinatezza allo stato puro che, minuto dopo minuto, si concede regalando aromi di frutti di bosco, caffè, cacao amaro, liquirizia, cola, tamarindo, essenze vegetali ed una esplosività balsamica che si fondono tutte insieme attraverso una reazione alchemica di difficile comprensione per noi umani.
Alla gustativa conferma la sua magia, corpo, equilibrio e persistenza da applausi sono tutte note dello stesso spartito gustativo, unico e irripetibile come una sonata di Mozart.
330.000 bottiglie, è questo che meravigliosamente spaventa, una qualità diffusa che andrebbe assaporata fino all’ultima goccia.

Beata Eno-Ignoranza!!


Il post non brillerà certo di originalità visto che la foto sopra ormai è stata già pubblicata da molti siti e forum enogastronomici però io ancora sto ridendo e, per questo, vorrei condividere tutto questo con voi.

Anzi, dopo essermi fatto un giro su internet e dopo una chiacchierata con alcuni amici enotecari e sommelier sul tema, aggiungo all’argomento altri strafalcioni che queste persone, durante il loro lavoro, hanno sentito e dovuto gestire:

Mi può versare un spumnate metodo champignon?”

Mi può dare uno Champagne proveniente da Cramant?”. Risposta:” Questo non e' uno champagne vero, e' un Cramant". Si era confuso con il Cremant (ndr).

Coppietta all'aperitivo:"Ci porti per favore due greci? Volevano indicare due bicchieri di vino greco di tufo.

Un sommelier durante una degustazione:” Vi porto questo vino piemontese sconosciuto, la lacrima di Morro d'Alba.."


Si si allarga il discorso all'enogastronomia in generale le cose si fanno ancora più tristi visto che, un recente sondaggio, ha messo in luce alcune (gravi) mancanze dell'italiano medio in cucina.

La dieta mediterranea? Un'alimentazione ipocalorica a base di pesce. Il capocollo? Un formaggio stagionato. La tinca? Un vino. La parmigiana? Un piatto tipico a base di formaggio.

A questo punto mi sorge un dubbio. Non è che tutte queste persone hanno incontrato lui??

Un grande pinot grigio alsaziano: Domaine Ernest Burn - Pinot Gris Sélection de grains nobles 2000

Ho visitato questo piccolo Domaine alsaziano lo scorso anno durante il mio viaggio(gelido) in terra francese grazie ai preziosi consigli di Wineduck, un utente del forum del Gambero Rosso.
Non starò qua a descrivervi di nuovo la grandezza di questo piccolo produttore alsaziano che penso di aver ampiamente descritto qua, oggi, infatti, mi vorrei soffermare più specificatamente su uno dei grandi vini dolci che ho avuto la fortuna di bere durante le ultime feste di Natale: il Pinot Gris Sélection de Grains Nobles 2000.
Come scritto precedentemente le mie feste, dal punto di vista enologico, sono state all’insegna del buon vino quotidiano con l’unica eccezione del vino dolce che, da amante del genere, ricerco sempre nelle sue massime espressioni.
La bottiglia di pinot grigio Ernest Burn era da tempo che volevo aprirla per cui non ho avuto esitazioni al momento della scelta. E che scelta.
Un nettare che scende nel bicchiere nella sua veste ambra, senza densità eccessive e che avvolge il bicchiere con lente lacrime discensionali che si immergono in un bicchiere che, rotazione dopo rotazione, libera nella stanza aromi di cera d’api, legni nobili, frutta secca, miele di castagno, mela cotogna, caramello e zenzero.
Assaggiandolo non possiamo che rimanere ammirati e piacevolmente sconvolti per l’assoluta integrità, equilibrio ed eleganza del vino, davvero uno schiaffo per tutti coloro che pensano al pinot grigio come ad un vitigno di seconda fascia. Imparate dagli alsaziani e lavorate sodo.
Da lacrime la persistenza finale su ricordi di frutta secca e caramello.
Il Pinot Gris Sélection de Grains Nobles 2000 costa 55 euro e si può comprare anche on line sul sito del Domaine.
E per chi ci crede ha avuto anche 98+\100 da Parker.

Ma in Chianti cosa succede ai vigneti?

Io non so se a volte i giornalisti ci fanno o ci sono, soprattutto quando parlano di argomenti che trattano vino e, magari, tanto appassionati della materia non sono.
Di cosa sto parlando? Lunedì 28 Dicembre su Repubblica esce un articolo in prima pagina dove si scrive che il Chianti restaura i suoi vigneti. Accidenti, penso io, un notizia di grande importanza se addirittura uno dei principali quotidiani italiani sbatte il comunicato appena sotto la cronaca italiana.

Corro in edicola, compro l’articolo e cosa leggo?

Esattamente questo: "Al posto dei filari che con perfezione geometrica scalano in verticale le colline e le solcano come tanti graffi sulla pelle, ecco di nuovo i terrazzamenti, un po’ più arruffati, che vennero abbandonati dagli anni Sessanta, sbancati con i Caterpillar e sostituiti da sistemi di coltivazione che chiamano a "rittochino", più agevoli per i potenti trattori.

Anche Paolo Socci piallò le colline dove da decenni la sua famiglia faceva il vino. «Così si deve fare ora, dicevano tutti. E così feci anch’io». Poi si accorse che, oltre ad aver stravolto un assetto di paesaggio che durava da secoli, quel sistema da agricoltura industriale riduceva i costi, è vero, ma il vino che veniva fuori non era buono come un tempo. Sulle piazze internazionali sbarcavano bottiglie provenienti dall’est europeo o dal Sud America che, Chianti o non Chianti, scalzavano i concorrenti.


E allora si mise a studiare le tecniche tradizionali, si confrontò con l’urbanista Paolo Baldeschi, che stava elaborando un progetto d
i tutela dell’intero Chianti fiorentino, e capì una cosa importante: il paesaggio del Chianti era un paesaggio storico, anzi, culturale, nel senso che aveva ben poco di naturale, ed era esattamente il prodotto di una serie di adattamenti selezionati nel tempo e di regole produttive tutte orientate a ottenere un vino buono. Risuonavano nella sua memoria le parole di Emilio Sereni, quelle sul paesaggio come costruzione cosciente di una comunità, da cui discende che ogni comunità ha il paesaggio che si merita.

E così Socci invertì la rotta. Chiese e ottenne un contributo attraverso il Piano di sviluppo rurale della Toscana, che recependo norme nazionali e comunitarie favoriva la tutela dei paesaggi, e iniziò a restaurare le terrazze, segnalate qui fin dal Settecento, o a costruirle ex novo, ma con le tecniche antiche e recuperando un geniale sistema di drenaggio. Le terrazze evitano il dilavamento del terreno causato dalle piogge, che invece è favorito dal "rittochino" e dai trattori che salgono e scendono dalle colline. L’erosione, o
ltre ad agevolare il dissesto in caso di grandi piogge - è un fenomeno che interessa tutto l´Appennino - , fa scivolare giù la sabbia, che è essenziale per le viti ad alberello e che le terrazze, invece, custodiscono.

L’erosione, inoltre, diminuisce la fertilità del terreno e impone i concimi chimici. E non è tutto: le pietre dei muraglioni sono una specie di radiatore, trattengono il calore del sole e lo ri
lasciano lentamente, favorendo una giusta maturazione dell’uva. Maturazione che le terrazze agevolano anche perché i filari sono orientati da Nord a Sud, e quindi incamerano più sole rispetto al "rittochino".

«Tutti questi sistemi allungavano le ore di fotosintesi», racconta Socci. «Poi sono arrivati i vigneti standard dell’agricoltura meccanizzata
, venduti come un kit di montaggio». Ora sono pronte le prime bottiglie con le uve nate lungo i ciglioni della collina. Il vino si chiama "Antico Lamole. San Gioveto Terrazzi". Niente etichetta, scritto a mano. Insieme a Socci, altri proprietari di Lamole hanno o ripristinato o realizzato muraglioni a secco che seguono in orizzontale il tracciato delle colline. Non tutti abbandonano il "rittochino", ma intanto il paesaggio di Lamole va riacquistando l’antico aspetto. «Restaurare il paesaggio», dice Mauro Agnoletti, professore di agraria a Firenze e curatore del Catalogo dei paesaggi rurali storici (dove figura anche Lamole), «non è solo un’operazione estetica, pure indispensabile visto il valore che queste colline hanno assunto. Ma incontra un’esigenza della futura agricoltura: un prodotto ha più forza sui mercati se è riconducibile a una storia e a un luogo e se è il frutto di tecniche specifiche».

Socci si fa aiutare da boscaioli che vengono da Laviano, in provincia di Salerno, il paese distrutto dal terremoto del 1
980, e da Rocco Falivena che di Laviano è il sindaco. Ma se per l’avvio dei lavori sono arrivati contributi pubblici, per la manutenzione non ci sono erogazioni. Il Piano di sviluppo rurale nazionale 2007-2013 stabilisce che il paesaggio è elemento essenziale per una buona agricoltura e ha dato alle Regioni la possibilità di finanziare progetti di recupero e di promuovere prodotti legati a questi paesaggi. Ma non tutte le Regioni si sono attrezzate. E senza sostegni, questo tipo di agricoltura e di paesaggi stentano".

Ora mi chiedo se parlare di Paolo Socci e della sua bella azienda possa essere equiparato a parlare di tutto il Chianti. Magari qualcuno lo imiterà, qualcuno l’ha già fatto ma non ha dato la notizia e soprattutto molti, come penso, non ci penseranno proprio a fare tutto sto lavoro.
Ah, se andate su Intoscana.it, troverete lo stesso articolo con il titolo corretto: Lamole restaura gli antichi vigneti del Chianti.

Che è un’altra cosa…..

Rocca di Montemassi Astraio 2008

Francesco Zonin è uno dei pochi imprenditori vinicoli che ha aperto un wine blog con lo scopo dichiarato di portare il web all’interno della sua Casa Vinicola che, come sappiamo, distribuisce in tutto il mondo e ha tenute sparse in tutta Italia e una anche in Virginia (USA).
Così come fece per primo Gianpaolo Paglia, anche Francesco Zonin nel 2008 ha lanciato il suo tasting panel aprendo una lista di degustazione per i soli wine blogger italiani con l’intento di far degustare a noi apparenti professionisti del palato i nuovi vini della Zonin, al fine di trarre dai successivi feedback importanti spunti di analisi (spesso commerciale). Con molto orgoglio sono entrato anche io nel suo tasting panel e la prima bottiglia che mi è arrivata è stata l’Astraio 2008, un bianco maremmano da solo uve viogner proveniente dall’azienda Rocca di Montemassi.
Siamo nel territorio della denominazione del
Monteregio di Massa Marittima, in una terra aspra, a tratti selvaggia, dove molti imprenditori del vino stanno investendo con la convinzione che questo sia un territorio certamente vocato ma anche sottovalutato. Si spera forse in un altro miracolo così come successe anni fa nel territorio di Bolgheri. Le scelte della famiglia Zonin, come si legge su un vecchio articolo di winenews, hanno privilegiato un approccio rigorosamente coerente con la tradizione di questi luoghi: da un lato, un intervento sulle strutture pre-esistenti per la realizzazione degli edifici aziendali, stilisticamente conforme alla storia edilizia dell’area, piuttosto che una ristrutturazione tutta votata alla modernità; dall’altro, l’inserimento di un Museo della civiltà rurale nella tenuta, a memoria della vita contadina della Maremma “amara”, citando il titolo della famosa canzone popolare, immagine storica di questa terra, dove la vita era spesso duro lavoro soprattutto per i braccianti, che arrivavano nei periodi di semina e mietitura, offrendosi a giornata alle grandi fattorie del territorio.
“Questa nuova cantina la consideriamo - spiega Gianni Zonin - un piccolo gioiello della Maremma, la dimostrazione di come la costa Toscana sia uno straordinario territorio da vino, oltre che un luogo d’incanto. Ma è anche la dimostrazione di come la nostra famiglia ha sempre operato alla ricerca della massima qualità e per la valorizzazione dei territori e dei principali vitigni autoctoni italiani”.
La proprietà si estende su 430 ettari di cui 160 sono a vigneto piantato su un terreno di tipo siliceo-argilloso arricchito da preziosi minerali che, grazie anche al clima mediterraneo e la presenza costante di brezze marine, contribuiscono a mitigare le alte temperature estive e a mantenere sani i grappoli che maturano perfettamente.
Fatta questa opportuna premessa torniamo all’Astraio, un bianco inusuale da uve viognier che provengono da vitigni piantati su un banco calcareo che, secondo l’intento del produttore, dovrebbe fornire al vino una spiccata aromaticità.
Scusandomi immensamente con Francesco Zonin per il colpevole ritardo nella degustazione (gli altri l’hanno fatta circa 6 mesi fa) , h. o trovato l’Astraio 2008 di un bel colore paglierino carico, molto vivo, con al naso acuti aromi di pesca, agrumi, frutta tropicale che, man mano che il vini si apriva, si amalgamavano al chiaro richiamo del terroir che prendeva vita e forma in una forte e decisa scia minerale.
Ricordate gli aggettivi acuto, forte e deciso, saranno determinanti in fase di commento finale.
In bocca il vino entra ampio, morbido, abbastanza equilibrato, tornano le note sentite all’olfattiva con un tropicale misto ad un sapido minerale che prende il palato e lo lascia se non dopo qualche decina di secondi.
Un buon vino, certamente, ma che a me non ha convinto fino in fondo perché manca di quell’eleganza che ricerca, troppo opulento al naso, forse troppo generoso, un cavallo maremmano selvaggio non ancora domato alla perfezione.
In tale ambito condivido pienamente il commento che fece Mike Tommasi sul blog di Poggioargentiera quando parla del viogner come di un vitigno difficile, che raramente esprime qualcosa di buono al di fuori della zona Condrieu e che ci vuole poco per farlo diventare stucchevole, troppo generoso invece che dritto e senza storie come un grande Condrieu.
Spero che Francesco Zonin possa trovare qualche spunto di riflessione dalla mia degustazione per aggiustare il tiro e creare in futuro un vino che ha tutte le qualità per diventare un grande bianco italiano, soprattutto da invecchiamento.
Alla prossima!

Pensieri sullo scandalo del vino al metanolo....

Un 26 Dicembre qualunque, un Santo Stefano con la pioggia e poca voglia di uscire anche solo per smaltire i bagordi natalizi. Un 26 Dicembre qualunque ho acceso il mio portatile per vedere sul canale Rai Comici qualche sketch divertente, di quelli che non fanno più alla tv di oggi, speravo di trovare qualcosa di Alberto Sordi, magari un Guzzanti d’annata. Invece la mia attenzione si rivolge verso un titolo “familiare”, il filmato si chiama “Brindisi Avvelanto” e come comico c’è Antonio Albanese. Di divertente, però, c’era ben poco, si trattava di uno sketch del 2005 tratto dalla trasmissione Report, una puntata incentrata sul vino, di quelle che ti colpiscono allo stomaco.
Albanese parla dello scandalo del metanolo, lo fa a modo suo, alternando il (molto) amaro con qualcosa di più leggero. Non ce la fa però a farmi sorridere, almeno non con me.
La storia forse la sanno tutti, però chi come me nel 1986 aveva dodici anni non ricorda certi particolari, magari il babbo cambiava canale per non far sentire certe schifezze ad un ragazzino. La storia fa rabbrividire. Tra il marzo e nell' aprile dell 1986, tra la Lombardia, la Liguria e il Piemonte, morirono avvelenate dal metanolo, componente essenziale per la formazione di vernici e combustibile, 14 uomini e 5 donne. Nello stesso periodo altre undici persone riportarono lesioni alla vista così gravi da diventare cieche mentre per due i danni alla retina e al nervo ottico sono permanenti.
Tutti avevano bevuto vino prodotto dopo la vendemmia dell' ' 85 dalle cantine della ditta Ciravegna di Narzole, in provincia di Cuneo. Nella loro produzione, che commercializzavano con 12 ditte diverse, padre e figlio Ciravegna avevano aggiunto quantitativi elevatissimi di metanolo per alzare la gradazione alcolica dopo che il metanolo, sgravato dall' imposta di fabbricazione, era diventato un veicolo di adulterazione più a buon mercato dello zucchero.
Un traffico messo in piedi nel dicembre ‘85, nel più assoluto disprezzo delle possibili, drammatiche conseguenze. Un strage.
Una strage che forse si poteva evitare se non fossimo sempre nella solita Italietta: a Narzole molti sapevano, molti per convenienza tacevano, nel 1984, ben un anno prima dei fatti, sull' onda di voci, sospetti e "si dice", l'unità operativa Repressione frodi di Treviso fece visita alle cantine dei Ciravegna. Ci trovarono dei bidoni di alcol etilico rosa, un miscuglio di alcol derivato dalla fermentazione della frutta e del vino. Percentuale altissima di metanolo. Chiesero spiegazioni, ma la risposta fu poco convincente: ci serve per lavare le botti. Ordinarono allora un sequestro conservativo del vino immagazzinato, lo analizzarono per ben due volte. Il responso: percentuale di metanolo di gran lunga superiore a quanto consentito per legge. Nei confronti dei Ciravegna partì una denuncia e il vino sofisticato venne distrutto. Che fine abbia fatto l' inchiesta, su quale tavolo si sia arenata, non è dato sapere.
Quel che è certo, purtroppo, è che Giovanni e Daniele Ciravegna, padre e figlio, titolari della ditta, hanno continuato imperterriti a fare il loro sporco lavoro fino ad arrivare, ripetiamolo, a 19 morti e 11 persone diventate cieche.
Come si erano procurati il metanolo? Il costo dell' alcol metilico è altissimo, per cui non sarebbe affatto conveniente "tagliare" vino di prezzo infimo (400 lire al litro) con un componente più caro. In realtà, gli inquinatori si servono dei "rifiuti" di distilleria, le "teste" e le "code" che rimangono dopo aver prodotto grappe o brandy. Sono liquidi ad alto tasso alcolico, con altissime percentuali di metanolo, che per legge dovrebbero essere distrutti. Evidentemente qualcuno invece rivende questi intrugli a commercianti di pari onestà, che li aggiungono ai propri vinacci fino a ottenere del "buon" barbera. Un’associazione a deliquere di bastardi che buttò nella crisi più nera l’intero comparto vitivinicolo italiano ma che, per fortuna, segnò anche la sua rinascita.
Da quel momento in poi tutto
(o quasi) cambiò, con la qualità si cerco di invertire la tendenza.

La giustizia lentamente e' arrivata. Per la strage del vino al metanolo sono state condannate dodici persone. Sedici anni sono stati inflitti a Giovanni Ciravegna; 13 anni e 4 mesi a Daniele Ciravegna. Giovanni Ciravegna, grazie però a vari cavilli legali, sconta circa la metà della pena. Esce dal carcere nel 2001.
Oggi, si legge in qualche intervista, fa ancora vino, per la sua famiglia e i suoi amici. Questa è l’Italia, un Paese senza anima se pensate che le famiglie delle vittime dopo venti anni ancora aspettano di essere risarcite.
Dopo un’ora circa finisce il mio 26 Dicembre, un Santo Stefano ora non più qualunque, ho rivissuto un pezzo di storia italiana, non ho riso di certo…

Il Franciacorta decreta la morte dello spumante?

Interessante l'articolo che ho trovato su Ansa.it dove si legge di un Maurizio Zanella molto determinato nel carcare di affossare o, meglio, di migliorare il concetto generale di spumante.
Lo spumante "é una parola morta, non esiste più. Perché è banalizzante; non si può fare di tutta un'erba un fascio, con dentro il dolce Asti, il fresco Prosecco e il più complesso Franciacorta. Meglio parlare di denominazioni, che valorizzano le specifiche metodologie di produzione, le aziende vitivinicole, le aree a vocazione spumantistica. Un valore aggiunto e di fatto una marcia in più anche nelle vendite all'estero dove è evidente che il vino vada trattato per zone d'origine".

A sancire il de profundis dell'espressione 'spumante' è il presidente del Consorzio di Tutela del Franciacorta Maurizio Zanella, in un appello-provocazione che trova già sponda nell'iniziativa 'Brindo italiano' promossa dal ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. Centinaia di magnum da tre litri, con il nome dell'iniziativa e il logo del Mipaaf impresso sull'etichetta, sono state prodotte e messe a disposizione dai Consorzi, per la distribuzione alle principali trasmissioni televisive delle reti televisive nazionali e regionali per brindare in Tv con bollicine Made in Italy. Con 'Brindo italiano', sottolinea Zanella, "si è sdoganato lo stop allo spumante, espressione che non compare nelle etichette dove invece si parla di denominazione.

E si chiama finalmente per nome il prodotto, dando priorità all'identità, piuttosto che all'esigenza di fare massa critica". Tra Natale e la prossima Epifania le bottiglie vendute di Franciacorta ammontano a 4,5 milioni, prevalentemente ordinate al ristorante e in enoteca o scelte per i pacchi-dono.

Per il Franciacorta i consumi a fine anno sfiorano appena il 30% mentre per altre denominazioni può rappresentare quasi metà fatturato. Mentre le vendite 2009, commenta il presidente del Consorzio lombardo, "sono soddisfacenti, in linea con l'anno precedente. E in tempi di crisi mantenere le quote di mercato (all'88% con vendite in Italia e 12% quota export) e i prezzi, che mediamente al pubblico si aggirano sui 16-17 euro, è un bene. Con le vendemmia appena conclusa la produzione si attesta sui 13 milioni di bottiglie che andranno in commercio nel 2011. Ma Franciacorta - conclude Zanella - ha capacità potenziale di superare i 20 milioni di esemplari, sperando di proseguire questo trend di crescita a due cifre. Il 2009 si chiude inoltre con la felice e importante esperienza di impiego stagionale offerto ai cassintegrati della zona, reso finalmente possibile dai voucher".

Tutto giusto non trovate? Solo che questa cosa i francesi l'avevano fatta qualche decina di anni fa.....

(fonte: Ansa)

Dalla Calabria al Piemonte, un viaggio alla ricerca del buon vino quotidiano

Quando sei considerato esperto di vini tutti si aspettano a Natale che tiri fuori bottiglie strabilianti, costosissime, tali da confermare la tua fama da enosborone e da sciupa soldi.
Lo ammetto, l’ho fatto gli anni scorsi ma, quest’anno, le cose sono cambiate. Il motivo? Ho ritrovato dopo tanto tempo gli appunti che presi allo scorso Squisito 2009 e mi sono tornate in mente le parole di Luciano Mallozzi, docente AIS di Roma (che ora possiamo vedere anche alla Prova del Cuoco), che in una intervista diceva di essere “stufo” di bere sempre e solo grandissimi vini. Non si possono sempre stappare bottiglie di grande Solaia, Sassicaia, non possiamo ogni volta cucinare il capriolo perché abbiamo nel bicchiere un Barolo d’annata. Non si può bere sempre al massimo. Queste la parole che mi riecheggiano la vigilia di Natale, ogni tanto bisogna riscoprire anche il vino quotidiano, il vino franco, sincero, quello del focolare familiare e per alcuni il vinino. Detto e fatto.
Ripongo la mia Borgogna e tiro fuori due bottiglie “normali” anche se per me molto ma molto speciali. Il primo vino che apro si chiama “’A Vita”, un Cirò Doc Rosso Classico Superiore che mi è stato regalato da Francesco Maria De Franco, piccolo grande vignaiolo calabrese che, come tanti, ho conosciuto su quel bel social network che è Vinix. Francesco è venuto di persona a Roma per far conoscere il suo gaglioppo, ha lasciato solo per qualche giorno la sua vigna, adagiata sulle colline di Cirò, un posto a metà strada tra il mar Jonio e le montagne della Sila. La sua giovane azienda, Vigna de Franco, si trova su terre argillose e calcaree caratterizzate da favorevoli escursioni termiche, nella zona d’eccellenza della produzione vitivinicola calabrese, dove la vite è coltivata da oltre 2500 anni e dove Francesco, insieme alla compagna Laura, gestiscono i loro 8 ettari di vigneto in maniera biologica, nessuna sostanza di sintesi, solo rame, zolfo e agenti naturali, utilizzati con parsimonia per dar vita non solo al gaglioppo ma anche ad altri vitigni locali come il magliocco, il greco nero e greco bianco. In cantina le pratiche sono molto semplici e naturali: fermentazioni con lieviti indigeni e senza aggiunte di enzimi, decantazioni naturali e basso uso di solforosa. La naturalità, il rispetto delle caratteristiche varietali e l'espressione del territorio sono i loro obbiettivi e seguendo questi principi, è iniziata e prosegue la loro ricerca che ha portato ad oggi alla prima annate del loro primogenito, “’A vita”, un nome che è esprime quanto importante sia per loro questo vino, nato da uve gaglioppo di età media di 30\40 anni e che esprime al naso profumi netti, franchi, precisi di frutta rossa corroborati da una bella scia balsamica. Nulla di eclatante quindi, di così complesso, però tutto è ben definito anche se, dal mio punto di vista, “‘A Vita” è in un momento di chiusura e all’olfatto può dire molto di più. In bocca, invece, le cose cambiano, il vino è equilibrato, sapido e fresco e lascia la bocca vellutata. Bottiglia finita in un nulla. Bravo Francesco, continua così.

La seconda bottiglia che ho aperto è un Barbera che mi è stato donato dal proprietario di un agriturismo, Casa Scaparone, un posto fantastico a un tir di schippo da Alba, il mio primo viaggio in Piemonte targato 2007.
La bottiglia l’avevo messa là, sulla mia credenza, non pensavo l’avrei mai bevuto quel vino, bruttissima l’etichetta e non belli i ricordi che avevo delle bevute a Casa Scaparone. Il classico vino della casa regalato al turista. Vabbè dai lo apro lo stesso, ho pensato, almeno faccio spazio in casa, al massimo avveleno qualche parente in maniera subdola. E invece che ti esce da quella bottiglia? Un barbera per nulla male, con intensi sentori di frutta di bosco e ciliegia e la sua classica grande acidità che ben si è sposata con la maggior parte dei piatti che mia madre aveva cucinato. Vino semplice, diretto, un bel beive come riporta onestamente l’etichetta della bottiglia. Non me lo ricordavo così. Che il tempo lo abbia migliorato è indubbio ma anche il più ottimista non avrebbe pensato a questo risultato. Ah, anche questo è stato un vino volato via in un attimo.

P.S: per non farmi mancare nulla alla fine, col dessert, ho aperto una straordinaria bottiglia alsaziana ma, di questo, ne parlerò in futuro….