Charles Heidsieck - Champagne Charlie 1985

Il civico 1 di Rue del la Procession a Reims lo abbiamo cercato per almeno 10 minuti, vista l'adiacente Maison Pommery, con la sua entrata in stile Disneyland, ci aspettavamo quanto meno un cancello maestoso con su scritto "Charles Heidsieck" ed invece, gira che ti rigira, con nostra grande sorpresa, tutto ciò che ci troviamo di fronte è una piccola porticina appena socchiusa che, una volta oltrepassata, ci conduce all'interno di un delizioso giardino con al centro il Pavillon des Crayeres, un piccolo edificio in stile Liberty, disegnato da Alphonse Gosset, che una volta ospitava le feste del fondatore della Maison mentre oggi, più sobriamente, viene usato dalla proprietà solo ed esclusivamente per gli incontri professionali.


In questo "posto che non c'è" ad aspettarci, con ombrello di ordinanza visto la pioggia che cade incessante, troviamo Sophie Kuttten, international brand ambassador, che con grandi sorrisi, nonostante le 9.30 del mattino, ci accoglie in maniera calorosa risvegliandoci come per incanto da un torpore dovuto alle poche ore di sonno e dai numerosi assaggi del giorno prima.

Pochi passi in questo angolo verde e nascosto di Reims e Sophie apre un'altra porticina, situata vicino ad uno strano comignolo che sbuca dal terreno, la quale conduce a ripide scale in pietra che scendiamo per circa 20 metri fino ad arrivare alle storiche Crayères di Charles Heidsieck composte da 47 antiche cave di gesso di epoca gallo-romana, scavate oltre 2000 anni fa, che il fondatore della Maison ha acquistato nel 1867 al fine di conservare il suo Champagne visto le condizioni costanti di temperatura (10°), umidità e l'assenza di luce. 


"Charles-Camille Heidsieck non ha mai investito nell'acquisto dei vigneti che ha sempre lasciato in mano ai vignaioli locali ma ha speso soldi, tanti soldi, nell'acquisto di queste bellissime e storiche cantine perchè credeva nella maturazione del vino pensando che il tempo fosse un fattore determinante per dar vita ad un grande Champagne". 

Sophie, mentre passeggiamo lungo i cunicoli che collegano le varie cantine dove sono accatastate migliaia di bottiglie, ci racconta con un pizzico di orgoglio la storia della Maison e del suo fondatore che, a soli 29 anni, nel 1851 ha perseguito il suo sogno dando vita ad una azienda a sua immagine e somiglianza tanto da identificare lo Champagne prodotto col suo nome di battesimo. Dandy, visionario e con spirito cosmopolita, il giovane Charles-Camille Heidsieck non pone confini alla sua voglia di espansione commerciale e nel 1852 parte per gli Stati Uniti, fino ad allora un mercato inesplorato per lo Champagne, conquistando rapidamente tutta la borghesia dell'epoca diventando famoso con l'appellativo di "Champagne Charlie". 

Ritratto di Charles-Camille Heidsieck

Al suo ritorno in Europa, forte della fama oltreoceano, le sue etichette ben presto iniziano a brillare in tutte le corti reali fino ad arrivare in Russia e l'Extra Dry di Charles Heidsieck, in men che non si dica, viene venduto ovunque nel mondo. La coinvolgente vita di Charles-Camille termina nel 1893 ma le redini della Maison rimangono per oltre cento anni nella mani dei suoi discendenti fino agli anni '80 del secolo scorso quando la proprietà passa prima alla famiglia Hérisard-Dubreuil e poi nelle gruppo Remy Cointreau fino ad arrivare, nel 2011, assieme alla Maison Piper Heidsieck, alla famiglia Descours che sta rilanciando alla grande il marchio dopo anni di appannamento.


Con Sophie percorriamo centinaia di metri sottoterra arrivando man mano alle varie cantine di affinamento le cui sommità, per il ricambio d'aria, prendono esattamente la forma di quei comignoli che in precedenza avevo visto sparsi in tutto il giardino. Mentre ci guardiamo attorno arriviamo nei presso di una rampa di scalini che finiscono davanti ad un impolverato cancello di ferro la cui apertura ci conduce all'interno dell'Oenothèque Charles Heidsieck ovvero di una saletta, con tanto di bancone centrale, dove sono riposte le cuvée storiche della Maison compresi alcuni vecchi millesimi del mitico Champagne Charlie. Proprio di questa grande cuvée Sophie prende una bottiglia non sboccata, annata 1985, e se la mette sotto braccio. Sorride e, ovviamente, noi con lei.


Con fatica, visti i tanti gradini, risaliamo verso il Pavillon des Crayeres ed entrando non possiamo non notare la gigantesca lavagna a sinistra dell'ingresso dove sono annotate le disponibilità ed ordini (comprensivi di nome del destinatario) degli Champagne più rari della Maison. 


Con Sophie ci mettiamo seduti qualche metro più in là e mentre ci rilassiamo arriva al nostro tavolino la bottiglia, appena sboccata, di Champagne Charlie 1985 (45% pinot nero e 55% chardonnay) che è stato prodotto per la prima volta nel 1979 dal compianto Daniel Thibault (chef de cave della Maison dal 1979 al 2002) per il quale questo vino, un chiaro omaggio al fondatore, doveva sostituire la Cuvée Royal che fino al allora rappresentava lo Champagne di punta della Maison. 

Prodotto solo nelle annate 197919811983 1985, questo Champagne, come riportano le cronache locali del tempo, è figlio di un millesimo che non si dimenticherà facilmente: prima la neve, come se ne era vista raramente, poi le gelate, con temperature fino a -30°, che hanno danneggiato irrimediabilmente buona parte dei vigneti della Champagne. Solo i grappoli abbastanza forti da resistere hanno iniziato a maturare con grandissimo ritardo verso i primi giorni di luglio. Da quel momento in poi il ritmo di crescita è aumentato in modo repentino, grazie alle giornate di sole e caldo. Un settembre eccezionale con la giusta quantità di pioggia, ha consentito agli acini di acquistare volume e consistenza. La vendemmia, a partire dai primi giorni di ottobre, si è svolta in condizioni ideali e il raccolto è stato di qualità veramente straordinaria.



Nel bicchiere lo Champagne Charlie 1985 assume una pregiata ed intensa tonalità oro accesa da una infinità di bollicine che sorprendono per finezza e persistenza. Al naso lo Champagne incanta per stratificazione aromatica la cui composizione prende la forma dello zafferano, del miele di castagno, del tabacco, della frutta secca, della cenere, del pompelmo candito e del bergamotto i quali, abili strumentisti, sembrano coordinati ed esaltati da uno scenario minerale che funge da rigido ed austero direttore di orchestra.


La compagine gustativa è assolutamente espressa da una sorso lussureggiante ma al tempo stesso giovanissimo dove ritornano prepotenti tutti i ricordi olfattivi ai quali va aggiunta una intensa nota finale, quasi di alga marina, che anticipa una persistenza sapida di intramontabile persistenza.

Mentre scrivo queste note di degustazione ho ancora i brividi per questo Champagne Charlie 1985 che, senza dubbio, ha di fatto rivoluzionato la mia personale classifica dei migliori Champagne degustati in tutta la mia vita. 


Spero che un giorno, anche voi, possiate avere la mia stessa fortuna...



Tenuta del Buonamico - Toscana IGT Vasario 2015 è il Vino della settimana di Garantito IGP

di Carlo Macchi

Per me che amo il pinot bianco il Vasario è stato un mito, perché mostrava come questo vitigno potesse fare grandi cose anche in Toscana.


Poi c’è stato un periodo in cui il legno era predominante, ma eccolo tornato ai suoi livelli.

Naso dove la pesca bianca comanda, grassottello ma molto fine, lunghissimo.

Sora Maria e Arcangelo a Olevano Romano, cosa vuoi di più? - Garantito IGP

So di arrivare buon ultimo e staccato, però ho le attenuanti generiche visto che Olevano Romano non mi resta proprio dietro casa.
Ma cosa c’è a Olevano Romano?


Ma come cosa c’è? C’è il sancta sanctorum del gusto, la sublimazione della trattoria, il nirvana del gastronomo, il valhalla della cucina territoriale, la trimurti del gusto, la mecca degli onnivori, ovvero Sora Maria e Arcangelo.
Volendo si può arrivare in ginocchio come i pellegrini a Fatima perché qui la cucina territoriale, quella dove la sostanza si coniuga con storia, intelligenza e maestria, tocca uno dei suoi punti massimi. Viste le mie giunture scricchiolanti ho preferito  camminare, ma non vi nascondo che ho rischiato di venire via a quattro zampe e non ho preso nemmeno quello che viene definito (dai bravissimi ragazzi di sala) un menù “che presenta tutte le possibilità del locale”.


Locale che ho apprezzato all’esterno, in versione estiva, ma che ha spazi interni da ristorante di livello, con mobili austeri e accoglienti, salette ben apparecchiate, spazi ben calcolati e arredati che ti danno subito quel senso di tranquillità che bendispone verso il corposo menù.
Menù presentato da una brigata di sala ineccepibile e pensato e cucinato dalle sapienti mani di Giovanni Milana, nipote e attuale rappresentante di una beata genia di cuoche e cuochi che dal 1923 (anche se sull’insegna dicono dal 1950) ci allietano con piatti spesso indimenticabili.

E così una volta seduto al tavolo si inizia con il fiore di zucca farcito alla ricotta di pecora con panatura croccante per poi passare alla versione estiva della coda alla vaccinara, cioè la codina di vitello al cucchiaio. Per chi volesse partire subito con un ardito trittico proporrei anche l’hamburger di abbacchio romano IGP con pane ai tre cereali.

spaghettone Verrigni cacio e pepe, fiori di zucca e tartufo scorsone dei Simbruini

Tra i primi c’è l’imbarazzo della scelta, anche se dopo l’antipasto qualcuno può pensare di tirare i remi in barca perché le porzioni, pur se li preghi in ginocchio, sono come nella vecchia pubblicità del Parmigiano Reggiano, molto abbondanti.
Ma con tutta la calma del mondo, magari gustandosi un buon calice (bellissima carta dei vini, con scelte italiane e estere di alto livello) e prendendosi tutto il tempo che serve, potreste partire con lo spaghettone Verrigni cacio e pepe, fiori di zucca e tartufo scorsone dei Simbruini, per poi passare alle meravigliose pappardelle col ragù alla bifolca (ragù di carni bianche aromatizzato al ginepro e agli agrumi) che da sole valgono il viaggio. A questo punto potreste anche sentirvi sazi ma è proprio adesso che il gioco si fa duro. La leggenda narra che Giovanni Milana (con  faccia e fisico da pirata Morgan, quindi è bene non contraddirlo) si adombri non poco se i clienti non assaggiano il cavallo di battaglia del locale, quei cannelloni della Sora Maria ripieni al pasticcio di vitellone che mentre li mangi senti cantare i cori dei Serafini e dei Cherubini.

la coda!

A questo punto guardiamoci in faccia, non penserete mica di fermarvi qui! Come minimo un assaggino di guanciola di vitello garofolata e brasata alla malvasia è d’obbligo, oppure una cosa leggerina come il baccalà in vasetto di cottura con verdure, non può non essere gustata.
Se però volete fare felice, oltre che voi stessi, tutta la brigata di sala e di cucina ordinate il trittico, pardon la trilogia di abbacchio romano. Ma per me trittico è (magari del Mantegna, giusto per farvi capire a che livello è la cucina di Giovanni) e quindi ve lo presento con un linguaggio adeguato alla bisogna: alla vostra sinistra ecco comparir un’austera ma per niente ossuta cotoletta di abbacchio a scottadito, invero avvolta in sontuosa pancetta e rinfrescata con leggera salsa di verdure alla menta, alla destra una piccola scodelletta ove la coratella con le cipolle vi titillerà i sensi e lo gargarozzo. Al centro, giustamente in trono, il morbido ma gustosamente consistente rollè di abbacchio, contornato da un coro di erbe aromatiche, vi sorprenderà per bontà assoluta.

Giovanni Milana

Restano solo i dolci per chiudere in gloria: quindi o l’affogato di zuppa inglese della Sora Maria alle fragole, o il tiramisù espresso con pastarella olevanese, o una zuppetta di ciliegie al ratafia. Uno di questi tre deve essere provato  prima di chiedere il conto, che sarà l’ennesima sorpresa, in quanto difficilmente supererà i 35-40 euro vini esclusi.
A proposito di vini, come accennato la carta è importante, da locale stellato, e propone etichette regionali, nazionali e internazionali di alto livello a prezzi molto corretti.

Adesso avete davanti a voi il compito più ostico, quello di alzarsi e fare i primi passi fuori dal locale. Gli altri passi verranno da soli e saranno più facili, come una buona digestione, perché i piatti di Giovanni sono consistenti ma molto digeribili, tanto da…tornarci a pranzo il giorno dopo.


Ristorante Sora Maria e Arcangelo
via Roma 42, Olevano Romano (RM)
TEL. 06 956 2402

Tufaio Brut Pas Dosé 2013 Cantina del Tufaio è il Vino della settimana di Garantito IGP


Metodo Classico coi fiocchi proveniente dalle vigne di Claudio Loreti nel comune di Zagarolo, a sud di Roma, fra i migliori del Lazio: biancospino, ginestra, ribes bianco, pesca, albicocca, susina, fieno, ananas. Eccellente al palato, da sorseggiare in riva al mare con spaghetti alle vongole veraci.

www.cantinadeltufaio.it

L'Orto di Hans: un'oasi agrituristica nel cuore della Tuscia - Garantito IGP


Chi l'avrebbe mai detto che a Soriano nel Cimino, per la precisione in Contrada Madonna di Loreto, sarebbe nato uno splendido agriturismo per mano di due "forestieri" come Giuseppe "Beppe" Bianchi e Letizia Licastro, lui di Vipiteno e lei romana? Ebbene sì, è andata così, pochi mesi fa Giuseppe è sceso dalle montagne innevate dell'Alto Adige per dare vita a questa avventura, dopo essere rimasto folgorato da questo posto immerso nel verde.
Con Letizia si sono tirati su le maniche e hanno messo a posto pezzo per pezzo tutta l'area, sette ettari di bosco con tantissime varietà di piante, anche da frutto, hanno ristrutturato i due casali, costruiti in pietra locale, realizzato un preziosissimo orto da cui ricavare verdure e piante aromatiche, il tutto lavorando con metodo biologico.


Domenica 18 giugno ho approfittato per andarci con mia moglie, incuriosito dalle foto sul sito, che credo abbia fatto la figlia di Giuseppe, Larissa. Abbiamo fatto una passeggiata nel bosco e pranzato in una saletta da cui si intravedeva la cucina.
Giuseppe e Letizia si sono rivelate due persone dinamiche, ciascuna con specifici compiti; è Letizia che si occupa principalmente della comunicazione, ma è anche fondamentale in cucina, dove in caso di necessità le dà una mano anche la mamma, mentre Beppe lavora sodo i sette ettari e soprattutto l'orto, una sua invenzione a cui teneva moltissimo, perché un agriturismo vero deve offrire i prodotti locali, a km zero, ancor meglio se biologici. Essendo una realtà giovanissima, sta crescendo di giorno in giorno, la disponibilità dell'orto e dell'olio ottenuto da 600 piante di ulivi sono solo un primo passo dei molti che ancora faranno.

Giuseppe e Letizia
La zona è di notevole fascino, sembra di stare al di fuori di tutto, ci arriva un'unica stradina, non abbiate paura a trovarla perché basta che scriviate "L'orto di Hans" su google maps e vi porterà fino al cancello d'ingresso. Qui è una vera oasi di pace, non si sentono motori, l'aria è pulitissima, si possono fare bellissime passeggiante, ma anche tour in mountain bike, oppure si può andare alla faggeta poco sopra Soriano, se la sera siete stanchi potrete ricevere massaggi o fare una seduta di Yoga.


Il casale più piccolo dispone di un solo appartamento, mentre l'altro ne ha 3, sono tutti con cucina attrezzata, doccia a idromassaggio, tv, riscaldamento autonomo, aria condizionata, connessione internet. Inoltre, nel casale grande c'è la sala ristorante più una saletta che in totale offrono 60 coperti, dove potrete godere dei manicaretti preparati da Letizia e, se sarete fortunati (come lo siamo stati noi), gusterete le superbe crostate della mamma, quelle come si facevano una volta, friabilissime e saporitissime, con le composte ottenute dai frutti dell'agriturismo. Non vi stupite se i vini che troverete sono di un'azienda veneta, troverete il Custoza, il Lugana, persino l'Amarone, la scelta è dovuta anche al fatto che, incredibilmente, i vini della zona (parliamo ad esempio dell'Est!Est!!Est!!! di Montefiascone) sono tutt'altro che economicamente vantaggiosi; ma Beppe ha intenzione di allargare al più presto l'offerta.


All'esterno c'è la possibilità anche di usare il barbecue, zona relax e ampi spazi dove divertirsi, magari con anche un pallone.
Insomma, vale la pena sostare in un posto del genere, magari anche una settimana, chi non conosce la Tuscia viterbese deve approfittarne, perché di luoghi da visitare ce ne sono davvero tanti, a partire dalla provincia laziale, ricca di storia, alla stessa Soriano, oppure si può andare a Bomarzo a vedere il famoso "Parco dei mostri" (un quarto d'ora in auto), o ancora potrete andare a visitare la bellissima Villa Lante a Bagnaia (20 minuti); se poi non avete paura di allungare fino a 45 minuti di macchina, potrete arrivare fino a Civita, frazione di Bagnoregio, una località straordinaria che merita di essere visitata in quanto unica, con un paesaggio mozzafiato, non a caso fa parte dei "Borghi più belli d'Italia", infine potrete spingervi fino al lago di Bolsena, magari per fare una gita in barca. Tutto il resto è noia.


L'Orto di Hans
 C.da Madonna di Loreto - Soriano nel Cimino (VT)
 Tel: +39 346 228 5770



Vinnatur: tutti senza pesticidi!

I risultati delle analisi sui pesticidi eseguite quest'anno sui vini degli associati a VinNatur hanno evidenziato un grande risultato. Tutti gli 80 campioni analizzati sono risultati essere privi di pesticidi. I produttori sottoposti alle analisi quest'anno sono quelli che sono entrati a far parte dell'associazione negli ultimi 5 anni.

All'analisi della solforosa totale 45 campioni sono risultati sotto i 10 mg/litro, gli altri 35 al di sotto dei 50 mg, come previsto dal disciplinare VinNatur. Nel 2016 invece su 150 campioni analizzati in 4 si erano rinvenuti residui di pesticidi (3 italiani e un francese), 76 campioni erano risultati con meno di 10 mg/li di solforosa e
78 con meno di 60 mg/l.

"È la prima volta che tutti i campioni di vino analizzati risultano negativi e per noi si tratta di un risultato molto importante, anche se quest'anno ci siamo concentrati solo sui nuovi associati e sulle aziende che negli scorsi anni avevano qualche campione positivo - sottolina Angiolino Maule, presidente di VinNatur – Un risultato che non vogliamo vivere come un traguardo, ma come una tappa fondamentale nel percorso che stiamo percorrendo come Associazione. La nostra ricerca si sta concentrando sul modo di evitare l'utilizzo di rame e zolfo in vigna, cercando invece aiuto in estratti vegetali ed essenze naturali che aiutino la pianta ad autodifendersi. Ma soprattutto sul progetto legato alla biodiversità".


Alla sperimentazione della Biodiversità in vigneto, condotta dall'agronomo Stefano Zaninotti  di Vitenova - Vine Wellness (in collaborazione con la dottoressa Irene Franco Fernandez, il botanico Cristiano Francescato e l'entomologa Costanza Uboni), quest'anno aderiscono 17 aziende di VinNatur. I rilievi che verranno compiuti nei loro vigneti sul terreno, la flora e la fauna permetteranno di sviluppare un modello scientifico in grado di aiutare le aziende nelle scelte colturali per mantenere una fertilità microbiologica ideale e consentire uno sviluppo sano delle piante. Tutto ciò si traduce in maggiore resistenza alle malattie, quindi meno necessità di intervento da parte dell'uomo. Per un'agricoltura più sana e più vicina alla natura, scopo ultimo di VinNatur.

Stefano Milanesi – “Fleadh” Rosè Extra-Brut 2010 è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Andrea Petrini

L’eno-artigiano Milanesi interpreta magistralmente il terroir dell’Oltrepò Pavese con questo metodo classico ottenuto da pinot nero in purezza che si fa apprezzare per purezza, complessità e profondità. 


Questa bottiglia è stata sboccata nel 2016 e non prevede alcuna aggiunta di liqueur d’expedition. Dal 2014 si chiamerà Vesna Rosè.


Az. Agr. Milanesi Stefano:
Santa Giuletta (PV), frazione di Castello
Tel. e Fax 0383801960
E-mail: milanesi.stefano@inwind.it
Sito web: www.stefanomilanesi.it

Conte Vistarino, tutto il buono dell’Oltrepò Pavese - Garantito IGP

"Non è facile puntare su vini di qualità in Oltrepò Pavese ma mi sono messa in testa di provarci e, nonostante tutte le difficoltà, sono sicura che prima o poi questo territorio emergerà".

L'Oltrepò Pavese

Ottavia Giorgi Vimercati di Vistarino 
è caparbia e decisa quando mi ripete queste parole non prive di una certa amarezza visto che la ferita relativa al sabotaggio della sua cantina, con circa 5.300 Hl di pinot nero sversati di notte da "ignoti", è ancora fresca e difficilmente rimarginabile anche in virtù del recente scandalo della cantina Terre d'Oltrepò che ha portato al rinvio a giudizio per 16 persone che accusate di aver messo in atto una truffa per produrre e vendere falso pinot grigio.

Ottavia Giorgi Vimercarti di Vistarino

Questa immagine, non certo idilliaca, si scontra invece con un paesaggio vitivinicolo di rara bellezza, incastonato nel sud/ovest della Lombardia, che con la sua forma a grappolo d’uva lambisce altre tre Regioni: Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna.

In questo territorio di confine il nome Giorgi di Vistarino è da oltre 300 anni legato al piccolo comune di Rocca de' Giorgi (Alto Oltrepò) dove, a metà '800, il Conte Augusto Giorgi di Vistarino cominciò ad impiantare barbatelle di pinot nero convinto che queste zone, secondo lui molto simili nel terroir alla sua amata Francia, siano un habitat perfetto per questo vitigno le cui potenzialità cominciarono ad essere apprezzate già nel 1865 quando il  Conte Vistarino, insieme all’amico Carlo Gancia, produssero con questa uva il primo Spumante Secco italiano. Negli anni successivi, grazie anche alla lungimiranza di Carlo Giorgi di Vistarino, si è proseguito lungo questa strada ampliando la superficie vitata al fine di dedicare l’azienda alla produzione di basi Champenois di alta qualità in sintonia con l’evoluzione economica della zona che, negli anni sessanta, era prediletta dalle grandi aziende spumantistiche italiane (le così dette “sorelle piemontesi” tra cui Gancia, Martini, Cinzano, Contatto Riccadonna…).  Un’attività che decretò il Pinot Nero di Rocca de' Giorgi il più rinomato del territorio.


"Agli inizi degli anni duemila, quando sono entrata in azienda, Conte Vistarino era leader nella produzione di vini sfusi e, nonostante la grande qualità delle nostre uve, mio padre non ha mai voluto "mettersi in proprio" in quanto, da grande signore com'è, non ha mai cercato di fare concorrenza ai nostri clienti. Con la crisi che stava subendo in quel periodo l'attività spumantistica dell'Oltrepò mi sono detta: perchè non cominciare a produrre finalemente il nostro vino?"

Vigneti
Ottavia mi parla della storia della sua azienda mentre ci troviamo sulla collina più alta della sua Tenuta che conta oggi 826 ettari di cui 200 destinati a vigneto. In questo ambito il pinot nero è il vigneto principale presente con oltre una decina di cloni diversi ed è coltivato su circa 120 ettari con una densità minima di 5000 piante/ha. Il 50% di questi vigneti è rivolto alla vinificazione in bianco ed il restante 50% a quella in rosso. Altri vitigni storici presenti sono: pinot grigio (28 ha), riesling italico (16 ha), chardonnay (15.5 ha), croatina (12 ha), riesling renano (10 ha), moscato (7 ha) e barbera (6 ha) oltre che cabernet sauvignon, vespolina e uva rara. 

I terreni sono caratterizzati da marne argillose e si presentano prevalentemente calcarei (circa il 50% della composizione dei suoli) con percentuali variabili di argilla, sabbia e limo. Conte Vistarino conduce tutti i vigneti secondo un’agricoltura integrata a basso impatto ambientale al fine ottimizzare le caratteristiche naturali di ogni parcella. “In generale - continua Ottavia - preferiamo utilizzare concimi organici, compreso compost urbano certificato e, quando proprio è necessario un ulteriore supporto, viene somministrato in dosi minime e per via fogliare per non disperdere nel terreno nessuna sostanza superflua”. 

Villa Fornace

Accanto a Villa Fornace, la residenza di famiglia, sta nascendo la nuova cantina (la direzione tecnica è affidata a Beppe Caviola) con la quale si cercherà di migliorare ulteriormente i vini della azienda dove, come facilmente desumibile, il Pinot Nero, sia fermo che mosso, farà la parte del leone accanto ad interessanti interpretazioni di Riesling Renano, Pinot Grigio, Bonarda fino ad arrivare ai tipici Buttafuoco e Sangue di Giuda DOC.

Durante la mia visita in Oltrepò Pavese con Ottavia ci siamo soffermati quasi esclusivamente a degustare i suoi spumanti Metodo Classico assieme ai tre Cru di Pinot Nero fermo ovvero Pernice, Bertone e Tavernetto.

Il Brut Cépage, cuvée di pinot nero (65%) chardonnay (30%) e riesling italico(5%) che affina almeno 30 mesi sui lieviti, è uno spumante metodo classico che unisce struttura e definizione aromatica per dar vita ad un prodotto molto agile e gradevole soprattutto come aperitivo.


Col "Saignée della Rocca" Cruasé Oltrepò Pavese DOCG, pinot nero in purezza, saliamo decisamente di gradino e il suo colore, rosa pallido ottenuto con breve macerazione sulle bucce, non deve confondervi visto che questo spumante incanta per eleganza, sapidità e lunghezza gustativa e, sono sicuro, alla cieca se la giocherebbe con molti champagne blasonati.


Un altro gradino più su troviamo il 1865, il metodo classico portabandiera dell'azienda ottenuto da pinot nero in purezza, che affina almeno 64 mesi sui lieviti prima di essere sboccato. Al naso si evidenzia subito l'X Factor di questo spumante caratterizzato da vellutato perlage, da un olfatto complesso di agrumi, fiori e frutta a polpa bianca a cui segue un approccio gustativo articolato ed impegnato dove, ad  un primo abbrivio agrumato, segue un centro bocca sapido e succulento che sfuma, interminabile, in mille ritorni fruttati e minerali che richiamano continuamente la beva. Grande vino!

Per quanto riguarda il Pinot Nero, come già detto, Conte Vistarino produce tre vini da tre cru ovvero Tavernetto, Bertone e Pernice.

Il Tavernetto, Pinot Nero IGT Provincia di Pavia, nasce in un omonimo vigneto di 1,7 ettari, posto a 350 metri s.l.m., esposto a Sud-Sud/est con viti di 15 anni di età circa.  Con Ottavia abbiamo degustato l'annata 2013 che esprime gioventù e fragranza fruttata assieme ad una beva equilibrata e mai stancante.


Il Bertone, Pinot Nero IGT Provincia di Pavia 2013, prende il nome da una parcella di pinot nero di 12 anni di età di 1,5 ettari situata a 400 metri di altitudine proprio sopra a Villa Fornace. Questo appezzamento, isolato dalla boscaglia circostante, è dotato un microclima particolare caratterizzata da una piovosità anche del 30-40% più bassa rispetto alla media della proprietà, portando quindi le piante ad un minor vigore vegetativo e ed un leggero anticipo di maturazione. Rispetto al precedente il vino risulta più scuro, austero, ma con una maggiore raffinatezza al palato grazie ad una trama tannica calibratissima ed un finale succoso e fruttato.


Il Pernice, Pinot Nero IGT Provincia di Pavia, da sempre rimane il Cru più importante dell'azienda e deriva da vigne, reimpiantate nel 1995 a circa 400 metri di altezza, che si estendono per 3,5 ettari su terreno tendenzialmente calcareo (52%) con la presenza di argilla, sabbia e pietrisco. L'annata 2013 del Pernice, nonostante sia ancora un vino in grande evoluzione, già oggi esprime "tanta roba" grazie ad una complessità olfattiva di rara eleganza per un pinot nero italiano a cui segue una trama gustativo dove il tannino aristocratico si confonde egregiamente con l'avvolgenza del frutto e i suoi esemplari ricordi balsamici. 

C'è speranza, tanta speranza, in Oltrepò Pavese!

Il San Giorgio di Lungarotti ovvero il primo Superumbrian del vino italiano

Il San Giorgio di Lungarotti, tra i mille esempi che si potevano fare, rappresenta senza dubbio lo specchio delle tendenze del mondo del vino italiano negli ultimi 25/30 anni del secolo scorso dove la ricerca di colore, struttura e "centesimi Parkeriani" sembrava decisamente più importante rispetto al concetto di territorialità che proprio in quel periodo è stato messo a dura prova anche grazie al successo dei c.d Supertuscan i quali, grazie all'ausilio di vitigni internazionali come merlot e cabernet sauvignon, garantivano un facile successo, mediatico e commerciale, grazie al perseguimento degli obiettivi di cui sopra.

Giorgio Lungarotti - Foto: http://www.pubblicitaitalia.com

Giorgio Lungarotti, classe 1920 e solide radici a Torgiano (PG), era talmente lungimirante che già nel 1974 aveva pensato alla creazione di un "Superumbrian" a base di sangiovese, canaiolo e cabernet sauvignon che nel 1977 fu introdotto nel mercato col nome di San Giorgio a ricordo della tradizionale festa umbra in onore del Santo durante la quale, ancora oggi, vengono accesi falò propiziatori nelle vigne con gli scarti della potatura. 

Il protocollo di vinificazione ed affinamento del San Giorgio seguiva quello dei suoi (blasonati) colleghi toscani: fermentazione in vasche d'acciaio, lunghe macerazioni sulle bucce, utilizzo di barrique nuove per per un anno e successivo riposo del vino in bottiglia per circa 36 mesi prima di essere commercializzato.


La verticale storica di San Giorgio organizzata a Roma poco tempo fa con alcuni amici mi ha fatto brutalmente comprendere passato, presente e futuro di questo vino la cui evoluzione temporale, come già detto, farà riflettere portando il discorso a livelli più alti e generali. Tutte le considerazioni finali al termine del post.

Lungarotti - San Giorgio 1985: l'uvaggio del vino, anche se non ho informazioni precise, prevede una prevalenza del sangiovese sul cabernet la quale risulta abbastanza palese al naso che offre sensazioni di fiori rossi disidratati, rabarbaro, ribes e soffi di tabacco e macchia mediterranea. Sorso morbido, soffice come un cuscino ed intenso come la luce di un mattino di primavera.



Lungarotti - San Giorgio 1986: rispetto al precedente ha un corredo aromatico più deciso dove fanno capolino, oltre alla parte floreale e fruttata, anche tutta una serie di sensazioni di cannella, noce moscata e tabacco da pipa. Al gusto è intenso, ancora dirompente e graffiante. Un fuoriclasse per gli anni che ha.



Lungarotti - San Giorgio 1987: l'annata non si ricorderà in Italia come una delle migliori ed infatti questa versione di San Giorgio risulta abbastanza anonima sia al naso che, soprattutto, al sorso che pur essendo dotato di un tannino ancora graffiante risulta troppo diluito e dalla scarsa persistenza.



Lungarotti - San Giorgio 1988 (50% cabernet sauvignon, 40% sangiovese e 10% canaiolo nero): non ho certezze ma, a partire da questo millesimo, si percepisce un primo cambiamento caratteriale del vino che sembra passare dalla fase adolescenziale a quella più "adulta" e matura. Questo 1988, infatti, è meno aperto e gioviale rispetto ai precedenti per via di una contrazione olfattiva abbastanza spiccata dove cominciano ad emergere sensazioni "nere" di frutta e spezie. Sorso sapido, rotondo e dotato di scia speziata.



Lungarotti - San Giorgio 1990: i colori del vino cominciano a farsi più intensi e decisi così come il corredo olfattivo che si fa austero, regale e dotato di eleganti profumi di cannella, liquirizia, eucalipto, ribes e tabacco. Avvolgente e di bella struttura, gioca la sua carta migliore sul finissimo equilibrio gustativo dotato di lunghissima scia sapida, quasi di cenere vulcanica.



Lungarotti - San Giorgio 1993: la mutazione sta prendendo forma e il baco sta diventando farfalla (o viceversa?). Nonostante un'annata non proprio esaltante il vino rimane inchiodato su se stesso e i suoi profumi somigliano a quelli di tanti tagli bordolesi italiani. Offre note di ribes, spezie scure, macchia mediterranea e liquirizia mentre, bevendolo, è pressoché impossibile non accorgersi dell'austero rigore del vino dotato di tanta morbidezza e fitto tannino. 



Lungarotti - San Giorgio 1995: quando senti che la parte aromatica del vino è dominata dal vegetale sparato dal cabernet sauvignon capisci che il gioco è fatto e non si può tornare indietro. E' come ritornare a casa e trovare tua moglie a letto con l'amante. Come risolvere la situazione? Divorzio consensuale?



Lungarotti - San Giorgio 1997: decisamente consistente nella struttura e nel colore è ormai un vino dal facile impatto, più popolare che aristocratico, grazie alle note aromatiche dove la frutta nera (amarena), le spezie, il tabacco e il cioccolato al latte giocano un ruolo di assoluta supremazia. Sangiovese non pervenuto. In bocca è morbido, spregiudicato ma, alla fine, abbastanza prevedibile.



Lungarotti - San Giorgio 2000: riecco il vegetale, riecco il cabernet che di nuovo segna il vino in maniera decisa dotandolo di un'anima troppo monocorde e scontata per essere apprezzata dal sottoscritto. Al sorso, alla cieca, lo scambierei forse per un bel Bordeaux. Gli ho fatto un complimento? 



Lungarotti - San Giorgio 2001: e quando meno te lo aspetti ecco che il santo, complice una grandissima annata, ti fa lo scherzetto regalandoti un vino di bellissima luminosità sia nel colore che, soprattutto, al naso dove ritorna finalmente terso, vivace, dotato di frutta rossa croccante, viola, rosa, erbe di montagna e lavanda. Al gusto il sangiovese torna padrone con una bocca vibrante attraversata da una costante spina acida ed avvolgente sapidità. Ma quanto mi piace?!



Al termine della verticale non posso non tirare le conclusioni su questo vino che, lo premetto, sono assolutamente in sintonia con quanto già scritto dal mio amico Jacopo Cossater su Enoiche Illusioni di qualche anno fa: il San Giorgio è esattamente la risposta umbra che Giorgio Lungarotti cercava al fine di contrastare lo strapotere dei Supertuscan. Il risultato, a distanza di anni, è stato centrato: questo taglio bordolese è diventato un vino dal forte respiro internazionale, elegante e di impatto immediato ma dell'Umbria, tranne forse i primi anni di produzione dove il sangiovese era preminente, non c'è traccia. 



A chi cerca Torgiano nel bicchiere consiglio di bere un vecchio Vigna Monticchio di Lungarotti. Vecchio ho detto perchè anche là.......