Da oggi chiamateli "I Giovani Promettenti". L'unione fa la forza o semplice pesce d'Aprile?

Carlo Macchi (www.winesurf.it) , Luciano Pignataro (www.lucianopignataro.it) e Franco Ziliani (www.vinoalvino.org) si uniscono in un progetto che può rivelarsi interessante per la blogosfera vinicola italiana. Alla base di questo progetto è la voglia di comunicare il vino di qualità, mantenere l'attenzione all'ambiente, appassionarsi alla coerenza stilistica e commerciale dei viticoltori autentici.
Tre blog specializzati nel vino, già leader dell'informazione in rete, uniscono le proprie conoscenze per offrire ai propri lettori più servizi.
Amici nella vita reale, una lunga esperienza di giornalismo alle spalle, la curiosità sempre viva. Sono gli ingredienti che mettono insieme Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani nella navigazione nel web.
Un accordo che mantiene inalterate le specificità di ciascuno e l'autonomia sempre apprezzata dai lettori, ma che consente una consultazione rapida e reciproca dei rispettivi blog offrendo al grande pubblico un servizio in più.
Tre sensibilità diverse, Nord, Centro e Sud, ma una cosa in comune: la passione onesta per la viticoltura di qualità e la totale autonomia e libertà di pensiero.
L'obiettivo è crescere insieme, aumentare i contatti, offrire una vetrina in più a quanti lo meritano realmente.
Insieme in rete si pone già da subito come polo principale di informazione specializzata di settore, disponibile al confronto e al dibattito, un punto fermo di cui non si potrà più fare a meno.
In rete dall'otto Aprile.

Fonte: Winesurf.it

My Feudo, il primo vino “open source” secondo Jacopo Cossater

Dove eravamo rimasti? Ah, sì, al primo vino “open source” targato Feudo Principi di Butera, la tenuta siciliana della famiglia Zonin. My Feudo è solo un nome provvisorio in attesa che un sondaggio on line scelga quello definitivo e, soprattutto, in attesa che 13 wine-blogger, ristoratori, giornalisti, esperti diano vita al loro vino usando come base le uve che hanno generato in vino ufficiale dell’azienda: Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, prodotte da cru all’interno della Tenuta Feudo Principi di Butera. Da queste basi, con il kit di assemblaggio che è stato spedito loro, i 13 esperti hanno creato il loro blend personale, che verrà poi imbottigliato, senza affinamento, dalla tenuta secondo le indicazioni di ogni partecipante.

Al
Vinitaly 2010 Francesco Zonin e Franco Giacosa inviteranno i 13 partecipanti di Myfeudo a degustare alla cieca e votare i blend proposti assieme al vino “ufficiale” che verrà presentato e messo in commercio in quei giorni. Dalla discussione e sopratutto dal vincitore ci aspettiamo le indicazioni circa la strada da seguire in vigna e in cantina per lo sviluppo qualitativo di questo vino nelle prossime vendemmie.
Detto ciò andiamo ad esaminare che tipo di vino hanno creato i 13 partecipanti iniziando dal mio amico wine blogger Jacopo Cossater.

Su Myfeudo.it, dopo aver “combattuto” con le varie basi, scrive quanto segue: "
Mi sono reso conto subito che poteva essere un taglio un po’ radicale, con quella prevalenza selvatica data dalla presenza di petit verdot. Eppure di strade ne avevo provate tante. Un po’ più di merlot qui, o cabernet sauvignon là. Al conseguente assaggio c’era sempre quel qualcosa che stonava, quell’elemento che non apparteneva al tutto che si era venuto a creare.
Eppure lo sapevo che era un taglio difficile. Allora l’ho aspettato, ed il giorno dopo l’ho assaggiato nuovamente, provando di nuovo percentuali un po’ diverse. Anche rivoluzionando il tutto. Ma no, il blend uscito dalla prima prova rimaneva quella che più mi colpiva. Era compiuto, ma nello stesso tempo aveva quel sapore nuovo, diverso, almeno al mio palato. E poi volevo fosse sfacciatamente mediterraneo, con quella nota alcolica a marcare il territorio, ma accompagnata da quel frutto. E da quelle spezie scure ad introdurre un corpo importante e deciso.
E certo, le mie perplessità riguardavano proprio il suo essere scorbutico, forse complicato. E di certo ignoro come potrà evolvere, con il passare dei mesi. Ma poi ho pensato che, in fondo, la cosa più importante era che fosse calibrato sul mio palato, proprio per potercisi confrontare, dopo.
Le mie percentuali? Petit verdot al 55%, in decisa prevalenza. Molto cabernet sauvignon, con il 40%. Ed appena accennato il merlot, con il rimanente 5%".

A Jacopo, come agli altri, do appuntamento al Vinitaly per scoprire chi l’avrà vinta. So troppo curiosoooooo.

Se scrivo di vino e non di fusione nucleare c'è un motivo...

Tramite Google Alert ogni giorno ricevo tutta una serie di link che parlano di vino. Tra i vari presenti, mi è subito balzato agli occhi un articolo pubblicato da RomagnaNoi che decantava il “Marignanum”, un vino da vitigno….beh leggete voi e trovate gli errori (alcuni davvero clamorosi).
Un consiglio a chi redige questi articoli: a Roma si dice “nun t’avventurà”, se scrivi di vino almeno le basi…..

Rimini - "Marignanum" il nuovo San Giovese

Presentato il vino della fattoria Poggio San Martino. E’ già approdato in Alsazia, terra dello Champagne

SAN GIOVANNI IN MARIGNANO - Presentato ufficialmente questa mattina il “Marignanum” nuovo Sangiovese di Romagna superiore riserva 2007. Un vino che rievoca le radici del nome della città: il nome marignano deriva infatti dall’antico “fundus Marniani”, fondo agrario di probabile derivazione tardo romana ora scomparso. A salutare il nuovo vino della città il sindaco Domenico Bianchi e l’assessore alle attività economiche Nicola Gabellini contenti della produzione del nuovo vino che rievoca le radici storiche della città. “Padri” della nova creatura Antonio e Daniela Galli titolari della Fattoria Poggio San Martino, fondata nel 1958 da Mario Galli, padre di Antonio. L’azienda a breve avrà una conduzione femminile con la giovane Sara Galli 20 anni studentessa in vitivinicoltura ed enologia.
Il” Marignanum” è un Sangiovese di 14 gradi superiore riserva 2007. Per 1 anno è stato affinato nelle botti d’acciaio e per ‘ anno nelle botti di legno e per tre mesi nella bottiglia ed ora pronto per fare il suo debutto in tavola vicino a pietanze a base di buona carne. La sua origine è nei vigneti saludecesi di Poggio San Martino Trivellino dove la famiglia Galli possiede 6 ettari di fila
ri. 12 le etichette all’attivo per 1500 quintali di vino all’anno della fattoria Poggio San Martino che ha clienti in tutta Europa tanto che il “Marignanum” è già arrivato in Belgio, a Francoforte e Liegi, a S. Martin nelle Antille Olandesi ed in Alsazia patria dello Champagne.

Lampi di Bibenda Day 2010

Purtroppo non ce l'ho fatta ad andare quest'anno, ho mancato un'edizione molto bella del Bibenda Day, il livello delle bottiglie era tale che stavolta la banda Franco Ricci deve avere solo elogi. Anche se ho mancato l'occasione, Percorsi di Vino era in qualche modo presente grazie ad un inviato di eccezione, Andrea Andreozzi, una delle anime dei Botri di Ghiaccioforte, bellissima azienda di Scansano che produce uno dei migliori morellino della zona. Ecco il suo racconto di una parte dell'evento....

Mancavano soltanto i nani e le ballerine sabato 20 marzo al Bibenda Day, evento targato AIS Roma ed ospitato nella sontuosa sala del Roma Cavalieri.
25 grandi vini da degustare introdotti da cinque bravi relatori che ci hanno preso per mano e condotto in questo viaggio.
Vorrei trarre spunto da uno di questi,
Armando Castagno, per esprimere il senso della serata che ho vissuto: egli ci ha condotto alla scoperta di cinque grandi rossi italiani con una passione che non esiterei a definere commovente, inducendo una riflessione sullla "dirittura morale" di chi produce questo nettare meraviglioso e il "talento" del territorio da cui è prodotto: ebbene il talento è un patrimonio sul quale non si scherza!

Ci si augura che in futuro si accetterà sempre di meno la programmazione, l'aggiustamento e la ruffianeria prendendo esempio dal
Don Anselmo, un Aglianico del Vulture assaggiato in una annata straordinaria: il 1995 è una ordalia di mineralità vulcanica, florealità appassita e salinità feroce, una cartolina dal vulcano Vesuvio come lo ha definito Castagno, un vino che rende onore a chi lo ha creato, la famigla Paternoster.

A seguire un mito della enologia laziale:
Fiorano Rosso 1988 del Principe Boncompagni Ludovisi. La tenuta si trovava vicino l'Appia Antica, sulle pendici del vulcano laziale (purtroppo la vigna ha subito l'espianto), produzione limitata, forse la prima azienda biodinamica dal 1946, botti vecchie mai sostituite e minima aggiunta di solforosa, al naso il vino di taglio bordolese ti prende subito con la volatile che veicola profumi fini ed eleganti come i vecchi bordeaux, un modello di grazia ed eleganza principesca, senza alcuna deriva ossidativa!

Di corsa, come richiedeva il programma della serata (ma non si poteva avere più pausa tra una serie e l'altra), un altro fuoriclasse:
Brunello di Montalcino Riserva 1981 di Biondi Santi : spirito della tradizione, espressione della terra di origine, toscanità se questa espressione potrà mai vedere riconosciuto un suo significato, il vino è un profluvio di ferro, ruggine, pietra focaia, una progressione gustativa che ti viene voglia di mangiare la terra toscana che ha prodotto questo vino.

Proseguiamo con la leggenda di
Bartolo Mascarello (non mi sento di aggiungere altro sulla figura di un uomo fantastico) ed il suo Barolo 1986: vinificazione classica delle Langhe, 40 giorni di macerazione sulle bucce per estarre con pazienza tutti i polifenoli, botte rigorosamente grande, no Barriques No Berlusconi, caldisssimo e avvolgente per una annata difficile da dimenticare.

Per concludere questa serie abbiamo bevuto un
Amarone 1964 della storica azienda Bertani: da uve selezionate dai vigneti di Villa Novare, il vino in questione ha la particolarità che, prima di essere commercializzato, ha sostato 20 anni in botte e 10 anni in vetro. Dopo tutto questo tempo all'interno del bicchiere trovo il mondo intero: cioccolato, uva sultanina, prugna, terrosità delle radici ed una capagira di alcol e freschezza da consigliare di finirla li ed andare a casa.
Io, tuttavia, ho proseguito la degustazione perchè di sognare non sono mai stanco....

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Grazie a tutti

Andrea

Le migliori degustazioni a "Rosso Cesanese"

Tra i migliori assaggi a Rosso Cesanese posso annoverare:

Casale della Ioria – Torre del Piano Docg 2008: Paolo Perinelli è uno dei quelli su cui puntare per il presente e il futuro ed il suo Torre del Piano, con il frack per la nuova Docg, rappresenta un ottimo punto di partenza per coloro che vogliono capire le potenzialità del Cesanese. Nette e molto intense le note di visciola matura, viola e spezie dolci. In bocca è carnoso, polposo, anche se, come tutti i 2008 del resto, manca quel tocco in più di affinamento che renderà il vino armonioso in bocca. Da aspettare e stappare in futuro con grande goduria
Casale Verde Luna – Civitella Pure 2008: l’azienda nasce nel 2000 in località Civitella, vicino Piglio, dove da sempre oliveti e vigneti di Cesanese hanno trovato il loro habitat ideale. Seppur conosciuta maggiormente per la sua attività agrituristica, la produzione di Casale Verde Luna mi ha piacevolmente sorpreso per i due Cesanese presentati durante la manifestazione: il Civitella Cru e, soprattutto, il Civitella Pure. Il primo, più tradizionale, è vinificato totalmente in acciaio e si presenta con note aromatiche di frutta rossa sottospirito e anice stellato. Il secondo, vinificato in acciaio e affinato in botte per almeno 12 mesi, è più intenso, morbido, vellutato nelle sue sensazioni di frutti di bosco e rosa canina. Bella scoperta!
Cantina Martini - Santa Felicita 2006: guidata dal giovane Andrea Antonio, è ubicata presso il Podere Santa Felicita, un’antica residenza della tenuta della famiglia Massimi. Sita su un poggio, nel cuore dell’areale del Piglio, Andrea Antonio basa la sua produzione di Cesanese su uno dei vigneti più belli e antichi della zona, una vigna di oltre sessantenni da cui deriva il Santa Felicita che, col millesimo 2006, raggiunge livelli qualitativi fino ad ora mai visti per questo vino. C’è la potenza, l’espressione territoriale, la progressione gustativa e, soprattutto, tutta la complessità che solo le vigne vecchie sanno offrire al vino. Cercatelo.
La Visciola - Priore 2008: condotta da Piero Macciocca e Rosa Alessandri è l’unica azienda biodinamica della denominazione. I pochi ettari gestiti naturalmente danno vita ad un solo rosso aziendale, il Priore che in tutto e per tutto si distacca dagli altri Cesanese visti fin d’ora: di un rosso rubino scarico, ha uno spettro olfattivo non giocato sul frutto ma sulle sensazioni minerali, terrose e vegetali anche se, aprendosi, si riesce ad intravedere un frutto rosso mai maturo. Bocca caratterizzata da acidità elevata e da una componente minerale e floreale molto presente. Con i suoi 13,5% rappresenta una sorta di corpo estraneo alle altre produzioni.
Terre del Cesanese – Colle Vignali 2008: è il vino di Pierluca Proietti, presidente della Strada del Vino Cesanese, un prodotto che negli ultimi tempi mi sta piacendo parecchio anche se, potenzialmente, potrebbe dare ancora di più visto che Pierluca non sfrutta totalmente tutta la sua bravura e passione. Questa annata fornisce un vino ampio, armonico, di buon equilibrio anche se, subito dopo la deglutizione, esce una nota amarognola che inficia leggermente la degustazione. Un vino che dovrà affinare ancora molto ma che, se queste sono le premesse, promette di essere davvero interessante.
Petrucca e Vela – Tellures 2007: ho degustato anche l’ultima annata ma, tra le due, preferisco questa in quanto ho trovato il vino molto più pronto e di facile beva. Tiziana e Fabrizio conducono dal 2000 il vigneto della tenuta, disposto, in un unico corpo di 5 ettari, in posizione collinare ad un altitudine compresa tra i 450 e i 500 metri sopra il livello del mare. Il Tellures, attenti a non chiamarlo Tellus, è un vinone dal grande estratto e dalla grande potenza mediata da una buona freschezza. Cosa non mi ha convinto? Che sembra il fratello piccolo del Romanico non raggiungendo, però, la classe e la complessità del vino di Coletti Conti.
Antiche Cantine Mario Terenzi – Casal San Marco 2006: l’ultima annata non ce l’avevano al banco di assaggio, mi hanno offerto solo questo 2006 che ho trovato molto caldo, intenso, e dal quadro aromatico giocato su note di erbe medicinali, rabarbaro, humus e frutta nera. Bocca in linea col naso e chiusura amarognola in stile amaro del frate. Non mi ha convinto fino in fondo e vorrei riprovarlo anche in altre annate.
Giovanni Terenzi – Colle Forma 2008: altra azienda storica del territorio, è dagli anni ’50 che la famiglia Terenzi, con nonno Giuseppe Mario, produce del Cesanese di buona struttura e media qualità. Il Colle Forma che ho degustato non mi ha entusiasmato, troppo giovane per valutarlo appieno, molto meglio il loro Cesanese base che, con tutti i limiti del caso, era dotato di grandissima bevibilità.
Marcella Giuliani – Dives 2008: per carità i suoi vini sono sempre tecnicamente ben fatti, Cotarella per questo è davvero un gran maestro però, più li bevo, più penso che pecchino un po’ di territorialità. Alla perfezione preferisco di gran lunga una “sana” mancanza se questa è fatta per troppo amore.
Coletti Conti – Romanico 2008: lo sa benissimo Antonello che deve essere lui l’elemento trainante di tutto il comparto, lui che è un tribicchiereto, un pentagrappolato e chissà cosa altro di bello. Ho lasciato i suoi vini per ultimi perché sapevo che dopo di loro ci sarebbe stato il nulla e così è stato. Il suo Romanico 2008 è da cappottamento e triplo salto mortale all’indietro, ha la classe cristallina di Lionel Messi e la potenza distruttiva di Batistuta, una sorta di limbo edonistico da cui è difficile uscire. Se lo scorso anno col 2007 è stato il produttore laziale più premiato, non so cosa può succedere con un questo Cesanese che promette faville.
Mettiamo i 4 bicchieri?

Sulle traccie del "Rosso Cesanese". Piccoli appunti di discussione per il primo vino Docg del Lazio

E’ il primo e unico vino Docg della mia Regione e questo fine settimana è stato giustamente festeggiato con la prima edizione di “Rosso Cesanese”, evento svolto nel bellissimo centro storico di Anagni dove tutti i produttori di “Cesanese del Piglio” hanno presentato in anteprima alla stampa, agli operatori di settore italiani ed internazionali e agli appassionati l’annata 2008, la prima con la “famosa” fascetta viola.

Prima di entrare nel particolare dei vini, dal giro che mi sono fatto tra i vari produttori sono emersi due fattori principali. Il primo: la qualità media dei vini, rispetto a qualche anno fa, si è notevolmente alzata e questo soprattutto dopo che la stampa nazionale ha iniziato (giustamente) a premiare la tipologia.


Coletti Conti, il più premiato tra i produttori di
Cesanese, per molti non dovrebbe rappresentare un punto di arrivo ma di partenza, dovrebbe essere lo stimolo per guardare avanti con coraggio e scrollarsi di dosso quella inerzia che spesso ha costituito il principale limite allo sviluppo qualitativo del Cesanese. Le potenzialità ci sono tutte per far bene: vigne spesso ultradecennali, bellissime esposizioni e, in un caso, pratiche agronomiche del tutto naturali possono dar vita ad una grandissima materia prima che aspetta solo di esser valorizzata e, in alcuni casi, non traumatizzata. Il territorio c’è e il Cesanese può e deve essere la sua naturale derivazione.

L’altro aspetto che ho notato, in questo caso poco positivo, è che
molte produzioni sono ancora troppo artigianali e legate al passato. Mi spiego meglio. Trovo ancora arretrata la mentalità di certi vignaioli che, accanto al vino di punta dell’azienda, magari di buona fattura, producono tutta una serie di prodotti base di livello certamente non eccelso. Va bene, per me, creare una suddivisione qualitativa del vino ma, se la produzione di basso livello debba poi coincidere con quella più importante, anche dal punto di vista economico, allora non ci siamo, non farà mai nessuno sforzo per crescere ed andare oltre il concetto di vino sfuso o, al massimo, utile per le osterie del luogo.

Altra cosa che trovo limitante è che ci sono molti
produttori di vino “part-time”, nel senso che spesso hanno un altro lavoro (quello che “li fa campare”) e quello del vignaiolo è solo un duro passatempo del week end che, nonostante tutto, sta fornendo loro grandissime soddisfazioni. Signori, e questo ve lo dico col cuore, la vigna e tutto ciò che ne discende è un qualcosa che va curato ogni giorno, costantemente, perché ogni piccolo errore o semplice ritardo nel processo produttivo lo pagherete nel bicchiere. Le puzzette che ho sentito in qualche vino degustato certamente non vengono dal cielo ma, magari, da un ritardo nel rimontaggio o nel travaso del vino. No, quindi, al vignaiolo per hobby e assolutamente no al vignaiolo che produce per una clientela di bassa cultura enologica.

Domani pubblico qualche nota di degustazione. Prosit!