Pensieri sullo scandalo del vino al metanolo....

Un 26 Dicembre qualunque, un Santo Stefano con la pioggia e poca voglia di uscire anche solo per smaltire i bagordi natalizi. Un 26 Dicembre qualunque ho acceso il mio portatile per vedere sul canale Rai Comici qualche sketch divertente, di quelli che non fanno più alla tv di oggi, speravo di trovare qualcosa di Alberto Sordi, magari un Guzzanti d’annata. Invece la mia attenzione si rivolge verso un titolo “familiare”, il filmato si chiama “Brindisi Avvelanto” e come comico c’è Antonio Albanese. Di divertente, però, c’era ben poco, si trattava di uno sketch del 2005 tratto dalla trasmissione Report, una puntata incentrata sul vino, di quelle che ti colpiscono allo stomaco.
Albanese parla dello scandalo del metanolo, lo fa a modo suo, alternando il (molto) amaro con qualcosa di più leggero. Non ce la fa però a farmi sorridere, almeno non con me.
La storia forse la sanno tutti, però chi come me nel 1986 aveva dodici anni non ricorda certi particolari, magari il babbo cambiava canale per non far sentire certe schifezze ad un ragazzino. La storia fa rabbrividire. Tra il marzo e nell' aprile dell 1986, tra la Lombardia, la Liguria e il Piemonte, morirono avvelenate dal metanolo, componente essenziale per la formazione di vernici e combustibile, 14 uomini e 5 donne. Nello stesso periodo altre undici persone riportarono lesioni alla vista così gravi da diventare cieche mentre per due i danni alla retina e al nervo ottico sono permanenti.
Tutti avevano bevuto vino prodotto dopo la vendemmia dell' ' 85 dalle cantine della ditta Ciravegna di Narzole, in provincia di Cuneo. Nella loro produzione, che commercializzavano con 12 ditte diverse, padre e figlio Ciravegna avevano aggiunto quantitativi elevatissimi di metanolo per alzare la gradazione alcolica dopo che il metanolo, sgravato dall' imposta di fabbricazione, era diventato un veicolo di adulterazione più a buon mercato dello zucchero.
Un traffico messo in piedi nel dicembre ‘85, nel più assoluto disprezzo delle possibili, drammatiche conseguenze. Un strage.
Una strage che forse si poteva evitare se non fossimo sempre nella solita Italietta: a Narzole molti sapevano, molti per convenienza tacevano, nel 1984, ben un anno prima dei fatti, sull' onda di voci, sospetti e "si dice", l'unità operativa Repressione frodi di Treviso fece visita alle cantine dei Ciravegna. Ci trovarono dei bidoni di alcol etilico rosa, un miscuglio di alcol derivato dalla fermentazione della frutta e del vino. Percentuale altissima di metanolo. Chiesero spiegazioni, ma la risposta fu poco convincente: ci serve per lavare le botti. Ordinarono allora un sequestro conservativo del vino immagazzinato, lo analizzarono per ben due volte. Il responso: percentuale di metanolo di gran lunga superiore a quanto consentito per legge. Nei confronti dei Ciravegna partì una denuncia e il vino sofisticato venne distrutto. Che fine abbia fatto l' inchiesta, su quale tavolo si sia arenata, non è dato sapere.
Quel che è certo, purtroppo, è che Giovanni e Daniele Ciravegna, padre e figlio, titolari della ditta, hanno continuato imperterriti a fare il loro sporco lavoro fino ad arrivare, ripetiamolo, a 19 morti e 11 persone diventate cieche.
Come si erano procurati il metanolo? Il costo dell' alcol metilico è altissimo, per cui non sarebbe affatto conveniente "tagliare" vino di prezzo infimo (400 lire al litro) con un componente più caro. In realtà, gli inquinatori si servono dei "rifiuti" di distilleria, le "teste" e le "code" che rimangono dopo aver prodotto grappe o brandy. Sono liquidi ad alto tasso alcolico, con altissime percentuali di metanolo, che per legge dovrebbero essere distrutti. Evidentemente qualcuno invece rivende questi intrugli a commercianti di pari onestà, che li aggiungono ai propri vinacci fino a ottenere del "buon" barbera. Un’associazione a deliquere di bastardi che buttò nella crisi più nera l’intero comparto vitivinicolo italiano ma che, per fortuna, segnò anche la sua rinascita.
Da quel momento in poi tutto
(o quasi) cambiò, con la qualità si cerco di invertire la tendenza.

La giustizia lentamente e' arrivata. Per la strage del vino al metanolo sono state condannate dodici persone. Sedici anni sono stati inflitti a Giovanni Ciravegna; 13 anni e 4 mesi a Daniele Ciravegna. Giovanni Ciravegna, grazie però a vari cavilli legali, sconta circa la metà della pena. Esce dal carcere nel 2001.
Oggi, si legge in qualche intervista, fa ancora vino, per la sua famiglia e i suoi amici. Questa è l’Italia, un Paese senza anima se pensate che le famiglie delle vittime dopo venti anni ancora aspettano di essere risarcite.
Dopo un’ora circa finisce il mio 26 Dicembre, un Santo Stefano ora non più qualunque, ho rivissuto un pezzo di storia italiana, non ho riso di certo…

Il Franciacorta decreta la morte dello spumante?

Interessante l'articolo che ho trovato su Ansa.it dove si legge di un Maurizio Zanella molto determinato nel carcare di affossare o, meglio, di migliorare il concetto generale di spumante.
Lo spumante "é una parola morta, non esiste più. Perché è banalizzante; non si può fare di tutta un'erba un fascio, con dentro il dolce Asti, il fresco Prosecco e il più complesso Franciacorta. Meglio parlare di denominazioni, che valorizzano le specifiche metodologie di produzione, le aziende vitivinicole, le aree a vocazione spumantistica. Un valore aggiunto e di fatto una marcia in più anche nelle vendite all'estero dove è evidente che il vino vada trattato per zone d'origine".

A sancire il de profundis dell'espressione 'spumante' è il presidente del Consorzio di Tutela del Franciacorta Maurizio Zanella, in un appello-provocazione che trova già sponda nell'iniziativa 'Brindo italiano' promossa dal ministro delle Politiche agricole Luca Zaia. Centinaia di magnum da tre litri, con il nome dell'iniziativa e il logo del Mipaaf impresso sull'etichetta, sono state prodotte e messe a disposizione dai Consorzi, per la distribuzione alle principali trasmissioni televisive delle reti televisive nazionali e regionali per brindare in Tv con bollicine Made in Italy. Con 'Brindo italiano', sottolinea Zanella, "si è sdoganato lo stop allo spumante, espressione che non compare nelle etichette dove invece si parla di denominazione.

E si chiama finalmente per nome il prodotto, dando priorità all'identità, piuttosto che all'esigenza di fare massa critica". Tra Natale e la prossima Epifania le bottiglie vendute di Franciacorta ammontano a 4,5 milioni, prevalentemente ordinate al ristorante e in enoteca o scelte per i pacchi-dono.

Per il Franciacorta i consumi a fine anno sfiorano appena il 30% mentre per altre denominazioni può rappresentare quasi metà fatturato. Mentre le vendite 2009, commenta il presidente del Consorzio lombardo, "sono soddisfacenti, in linea con l'anno precedente. E in tempi di crisi mantenere le quote di mercato (all'88% con vendite in Italia e 12% quota export) e i prezzi, che mediamente al pubblico si aggirano sui 16-17 euro, è un bene. Con le vendemmia appena conclusa la produzione si attesta sui 13 milioni di bottiglie che andranno in commercio nel 2011. Ma Franciacorta - conclude Zanella - ha capacità potenziale di superare i 20 milioni di esemplari, sperando di proseguire questo trend di crescita a due cifre. Il 2009 si chiude inoltre con la felice e importante esperienza di impiego stagionale offerto ai cassintegrati della zona, reso finalmente possibile dai voucher".

Tutto giusto non trovate? Solo che questa cosa i francesi l'avevano fatta qualche decina di anni fa.....

(fonte: Ansa)

Dalla Calabria al Piemonte, un viaggio alla ricerca del buon vino quotidiano

Quando sei considerato esperto di vini tutti si aspettano a Natale che tiri fuori bottiglie strabilianti, costosissime, tali da confermare la tua fama da enosborone e da sciupa soldi.
Lo ammetto, l’ho fatto gli anni scorsi ma, quest’anno, le cose sono cambiate. Il motivo? Ho ritrovato dopo tanto tempo gli appunti che presi allo scorso Squisito 2009 e mi sono tornate in mente le parole di Luciano Mallozzi, docente AIS di Roma (che ora possiamo vedere anche alla Prova del Cuoco), che in una intervista diceva di essere “stufo” di bere sempre e solo grandissimi vini. Non si possono sempre stappare bottiglie di grande Solaia, Sassicaia, non possiamo ogni volta cucinare il capriolo perché abbiamo nel bicchiere un Barolo d’annata. Non si può bere sempre al massimo. Queste la parole che mi riecheggiano la vigilia di Natale, ogni tanto bisogna riscoprire anche il vino quotidiano, il vino franco, sincero, quello del focolare familiare e per alcuni il vinino. Detto e fatto.
Ripongo la mia Borgogna e tiro fuori due bottiglie “normali” anche se per me molto ma molto speciali. Il primo vino che apro si chiama “’A Vita”, un Cirò Doc Rosso Classico Superiore che mi è stato regalato da Francesco Maria De Franco, piccolo grande vignaiolo calabrese che, come tanti, ho conosciuto su quel bel social network che è Vinix. Francesco è venuto di persona a Roma per far conoscere il suo gaglioppo, ha lasciato solo per qualche giorno la sua vigna, adagiata sulle colline di Cirò, un posto a metà strada tra il mar Jonio e le montagne della Sila. La sua giovane azienda, Vigna de Franco, si trova su terre argillose e calcaree caratterizzate da favorevoli escursioni termiche, nella zona d’eccellenza della produzione vitivinicola calabrese, dove la vite è coltivata da oltre 2500 anni e dove Francesco, insieme alla compagna Laura, gestiscono i loro 8 ettari di vigneto in maniera biologica, nessuna sostanza di sintesi, solo rame, zolfo e agenti naturali, utilizzati con parsimonia per dar vita non solo al gaglioppo ma anche ad altri vitigni locali come il magliocco, il greco nero e greco bianco. In cantina le pratiche sono molto semplici e naturali: fermentazioni con lieviti indigeni e senza aggiunte di enzimi, decantazioni naturali e basso uso di solforosa. La naturalità, il rispetto delle caratteristiche varietali e l'espressione del territorio sono i loro obbiettivi e seguendo questi principi, è iniziata e prosegue la loro ricerca che ha portato ad oggi alla prima annate del loro primogenito, “’A vita”, un nome che è esprime quanto importante sia per loro questo vino, nato da uve gaglioppo di età media di 30\40 anni e che esprime al naso profumi netti, franchi, precisi di frutta rossa corroborati da una bella scia balsamica. Nulla di eclatante quindi, di così complesso, però tutto è ben definito anche se, dal mio punto di vista, “‘A Vita” è in un momento di chiusura e all’olfatto può dire molto di più. In bocca, invece, le cose cambiano, il vino è equilibrato, sapido e fresco e lascia la bocca vellutata. Bottiglia finita in un nulla. Bravo Francesco, continua così.

La seconda bottiglia che ho aperto è un Barbera che mi è stato donato dal proprietario di un agriturismo, Casa Scaparone, un posto fantastico a un tir di schippo da Alba, il mio primo viaggio in Piemonte targato 2007.
La bottiglia l’avevo messa là, sulla mia credenza, non pensavo l’avrei mai bevuto quel vino, bruttissima l’etichetta e non belli i ricordi che avevo delle bevute a Casa Scaparone. Il classico vino della casa regalato al turista. Vabbè dai lo apro lo stesso, ho pensato, almeno faccio spazio in casa, al massimo avveleno qualche parente in maniera subdola. E invece che ti esce da quella bottiglia? Un barbera per nulla male, con intensi sentori di frutta di bosco e ciliegia e la sua classica grande acidità che ben si è sposata con la maggior parte dei piatti che mia madre aveva cucinato. Vino semplice, diretto, un bel beive come riporta onestamente l’etichetta della bottiglia. Non me lo ricordavo così. Che il tempo lo abbia migliorato è indubbio ma anche il più ottimista non avrebbe pensato a questo risultato. Ah, anche questo è stato un vino volato via in un attimo.

P.S: per non farmi mancare nulla alla fine, col dessert, ho aperto una straordinaria bottiglia alsaziana ma, di questo, ne parlerò in futuro….

Un grande rosato siciliano: I vigneri - Vinudilice 2008

Durante lo scorso EAT-ALIA 2009, Sandro Sangiorgi ha tenuto un’interessante degustazione sui vini provenienti da vitigni allevati ad alberello.

Prima di entrare nel vivo della descrizione dei vini degustati vorrei spendere due righe (anche qualcosa in più) su questa particolare forma di allevamento della vite al fine di far capire a tutti di cosa stiamo parlando.
L'alberello è una modalità di allevamento della vite molto antica ed è diffusa in varie regioni dell'Europa e del Nordafrica laddove le condizioni ambientali rappresentano un fattore limitante che influisce sullo sviluppo della pianta. I principali fattori ambientali che condizionano tale scelta sono i seguenti:
  • basse temperature (Germania, Francia settentrionale);
  • clima caldo-arido (Spagna, Italia, Grecia, Nordafrica).

In Italia l'alberello è diffuso in particolare nelle regioni meridionali e nelle isole (specie in alcune zone della Sicilia), in vigneti non irrigui, sia in pianura sia in collina, e in vigneti di collina su terreni di bassa fertilità. Condizioni strutturali tradizionali che hanno influito sulla scelta di questa forma di allevamento sono la limitata estensione del vigneto e il basso livello di meccanizzazione, tipiche dei vigneti a conduzione familiare e integrati nella piccola proprietà contadina, la destinazione dell'uva alla vinificazione, il limitato fabbisogno di investimento per quanto concerne i sostegni.
L'alberello presenta diverse varianti, in relazione a condizioni ambientali pedoclimatiche e ad usi e costumi locali.

Il criterio di differenziazione si basa fondamentalmente sul tipo di potatura, ovvero sul numero di gemme lasciate, sul numero di branchette, sullo sviluppo in altezza del tronco e, naturalmente, sulle caratteristiche del vitigno.

Il Pàstena cita le seguenti tipologie:


Alberelli a potatura cortissima


A
dottato in passato in Calabria e Sicilia è oggi del tutto abbandonato. Le denominazioni di questa tipologia, facenti capo ad usi locali, erano testa di salice, capitozza, testa di cavolo. Questo sistema prevedeva il taglio cortissimo degli speroni, ridotti a monconi, in modo che la vegetazione sia sviluppata dalle gemme della corona, e si presta solo per i vitigni che producono tralci fertili da queste gemme (es. Carignan, Sangiovese, Zibibbo di Pantelleria).

Alberelli a potatura corta


Alberello a potatura corta, c
on speroni a 2 gemme (Paesi Baschi, Spagna).
È la tipologia più diffusa, in grado
di fornire buoni risultati in terreni poveri e con viti in grado di fruttificare sui tralci emessi dalle prime gemme basali. L'altezza del tronco varia dai 10 cm dell'alberello pantesco ai 40-50 cm dell'alberello a vaso.

Alberelli a potatura mista

Alberelli a potatura mista, co
n capi a frutto di 7-8 gemme (Andalusia).
Caratteristica comune di questi sistemi è la presenza
contemporanea di speroni e capi a frutto. I primi, tagliati corti, a 2-3 gemme, hanno la funzione di produrre i tralci da cui saranno selezionati i capi a frutto nella stagione successiva. I capi a frutto, che spesso assumono denominazioni tipiche secondo gli usi locali (es. stocco, archetto, partuto, rancinante, carriadroxia), hanno lo scopo di produrre i grappoli nella stagione in corso.

L'alberello, nonostante sia concepito p
er adattare la vite a condizioni ambientali difficili, oggi non è più diffuso come un tempo per due motivi; il primo è economico. Infatti, questo tipo di allevamento della vite è più costoso perché non consente la meccanizzazione e gli interventi agronomici sono quasi esclusivamente manuali. Inoltre per gestire questo tipo di vigneto necessitano conoscenze, capacità e professionalità specifiche e una lunga esperienza di vita vissuta sul territorio che non è oggi garantita da manodopera esterna.
L'alberello resta tuttavia una forma di allevamento adatta alle condizioni estreme o per esaltare specifiche doti di qualità del vitigno. A prescindere dai vecchi vigneti, ancora esist
enti, l'alberello è, ad esempio, una forma di allevamento adatta fronteggiare l'azione negativa dello scirocco in alcune lande della Sicilia, oppure per esaltare le doti di qualità dello Zibibbo di Pantelleria, coltivato sui suoli aridi e dell'isola battuti dallo scirocco, della Malvasia di Bosa, coltivata sui tufi trachitici poveri e siccitosi della Planargia, del Cannonau, vitigno che offre le sue migliori prestazioni qualitative sui suoli sabbiosi silicei dell'Ogliastra e di altre regioni della Sardegna, notoriamente poveri e siccitosi.

Detto questo, e inquadrato bene il contesto della degustazione, Sangiorgi,
rigorosamente alla cieca, ci ha versato sei vini, nettari sicuramente unici che, volta dopo volta, Percorsi di Vino tratterà in maniera particolareggiata al fine di rendere il dovuto onore ai vignaioli che li hanno prodotti.
Il primo vino che abbiamo bevuto è un rosato siciliano, prodotto da I Vigneri, azienda vitivinicola creata da Salvo Foti insieme ad un gruppo di viticoltori autoctoni etnei, con un solo intento: lavorare la vigna affinché i vini rappresentino l’espressione più genuina e tradizionale del territorio e della cultura etnea.
Questo consorzio di “alchimisti del vino” ha creato, come detto in precedenza, un rosato dal nome già intrigante, il Vinudilice, figlio della vigna Bosco (1300 m s.l.m.) dove sono allevate viti autoctone di Alicante, Grecanico, Minnella e altri minori.

La vigna, ultracentenaria, estesa 0,35 Ha
, è allevata ad alberello etneo con sesto d’impianto di m 1x1,equivalenti a 10.000 viti per ettaro.
La coltivazione è fatta a mano e con il mulo.

In vinificazione non sono utilizzati frigo, lieviti e filtrazione. Travasi ed imbottigliamento vengono svolti secondo le fasi lunari (e poi dite che non sono alchimisti).


Tornando alla degustazione vera e propria, pur non essendo un fan sfegatato di vini e vignaioli b
iologici/biodinamici,devo dire che questo rosato è davvero un gran vino, che stacca, purtroppo, dal 95% degli altri vini della stessa tipologia che si producono in Italia.
Per nulla banale già
al colore che più che cerasuolo sembrava essere un rosso scarico, il Vinudilice 2008 è un’onda si sensazioni aromatiche che prendono le sembianze del nocciolo di ciliegia, della fragolina di bosco, della rosa appassita, per poi, col tempo, virare verso spunti balsamici ed espressioni di idrocarburi e minerali.
Un rosato talmente complesso che può ricordarmi solo il Cerasuolo Valentini. In bocca il vino ha il carattere, l’impatto e il corpo di un rosso, la generosità alcolica (15,5%) è ampiamente equilibrata dalla sapidità, dal leggero tannino e d
alla notevole acidità donata da una delle vigne più alte al mondo.
Persistenza da record per un rosato. Circa 700 bottiglie prodotte per un costo che in enoteca si aggira sulle 30 euro. Se lo trovate compratelo senza indugio.

Aspettate, su Ebay c'è il vero regalo di Natale firmato Biondi Santi!!

Pensavate davvero che con il Serpico 1996 il venditore avesse toccato il fondo o, meglio, avessi vinto il premio come migliore faccia di .....bronzo?

Non avete visto
questo: un fantasmagorico Schidione 1997 della Tenuta Biondi Santi. Venduto su Ebay al modico prezzo di 5000 euro si può portare a casa questa bottiglia che, come dice il venditore stesso, comprende anche la consegna del certificato di autenticità.

Ritappatura e ricolmatura avvengono ogni venti anni con un'operazione assistita da un membro della famiglia Biondi Santi.


Come se dice a Roma, Edoardo caro, magna pure tranquillo che nun te squilla nessuno!!!!!


Ecco i regali di Natale che tutti noi vorremmo..

Il primo regalo che tutti gli enosboroni vorrebbero avere è questo bicchiere molto "creativo".

Si tratta del "piccolo cuore" un oggetto creato da Etienne Menueau, un designer francese che ha realizzato una rappresentazione astratta di un cuore umano compreso di atri, ventricoli ed aorta. Solo dodici modelli realizzati. Che dite, non c'è un regalo migliore per un sommerlier che faccia di mestiere anche il cardiochirurgo?
E che dire di questo fantasmagorico refrigeratore per vino, meglio se Champagne, creato da La Fraicheur, una ditta di Amsterdam che produce e commercializza questi contenitori refrigeranti. Cosa c'è di strano? Sono solamente intarsiati con diamanti veri o cristalli per un prezzo decisamente da nababbo. Bionda esclusa!



E per finire la cena di Natale cosa c'è di meglio di uno Champagnino tanto per sgrassarsi la bocca? L'idea per questo Natale, in tal senso, è un Dom Perignon Vintage 1995 White Gold Jeroboam, una creaturina lanciata sul mercato circa un anno e mezzo fa dal costo di circa 20.000 euro. Cosa non si farebbe pur di avere un grande vino inserito in un involucro di oro bianco?!!?!?!?


AUGURI DA ANDREA PETRINI

Gianfranco Soldera e il suo Intistieti 1992

Scrivere di Gianfranco Soldera e del suo vino è sempre complicato, troppo facile cadere nel banale e descrivere un’emozione già provata da molti. Ma chi è quest’uomo e perché è diventato un mito tra gli appassionati?

Gianfranco Soldera, trevigiano di nascita ma milanese di adozione, ha da sempre una personale idea di come debba essere un grande vino, un concetto, un obiettivo ed una passione che lo sp
ingono nei primi anni ’70 a cercare i terreni più adatti in Veneto, Piemonte, fino ad arrivare in Toscana dove rimane folgorato da 23 ettari di terreno incolto completamente abbandonati dai mezzadri che, tuttavia, si incastonava in un paesaggio di grandissima bellezza.

E’ il
1972, la genesi di Case Basse, un luogo che grazie a Soldera e sua moglie riprende vita, partendo dal recupero dell'architettura originaria dei casali toscani e salvando i muri a secco dove trovano rifugio e sito riproduttivo uccelli, micromammiferi, insetti, ecc. Allo stesso scopo posiziona nidi artificiali, per attirare animali che diventino stanziali, e impianta arnie. Si salvano gli antichissimi ulivi abbandonati, si piantano decine di varietà alberi da frutto, si programma la sistemazione di un bosco botanico, si costruisce uno stagno e un laghetto artificiale, il tutto controllato ogni anno da un ecologo di nome Sergio Abram..

Case Basse, un vero e proprio
microcosmo dove il lavoro è improntato principalmente sul vigneto, con tecniche culturali molto vicine alla biodinamica, nel totale rispetto delle piante e del terreno, in modo da ottenere uve perfettamente sane.

In cantina niente acciaio inox ma vinificazione nei classici tini di legno da 120 quintali costruite da
Garbellotto, fermentazioni senza controlli elettronici della temperatura che può durare anche 36 giorni e varia da tino a tino, macerazioni molto lunghe sulle bucce e solo lieviti indigeni che si sono formati negli anni attraverso una selezione naturale. Niente filtrature né chiarifiche, tanto tempo nelle botti (la Riserva 1983 c'è rimasta per 66 mesi), tanto affinamento in bottiglia. Alla fine, ogni anno , vengono prodotte circa 15.000 bottiglie di Brunello che Soldera giura stia di incanto anche con il pesce….

Questa volta, però, non voglio parlare del suo Sangiovese più blasonato ma del suo “fratellino minore”, quell’
Intistieti, che ho degustato nel millesimo 1992 che, essendo un’annata difficilissima, Gianfranco Soldera ha declassato ad IGT producendo un second vin sia dalla vigna Case Basse, sia dalla vigna Intistieti.

Nel mio bicchiere il vino si presenta di un colore granato molto vivo, segno di una materia ancora viva con un naso che, olfazione dopo olfazione, conferma una dinamicità davver
o interessante. Viste le (brutte) precedenti esperienze di altri amici “santi bevitori di Sangiovese” mi aspettavo un vino quasi dentro la bara.
Invece no, all'olfattiva il vino, pur con la sua grande terziarizzazione, si conferma interessante, inizialmente un po’ brodoso, carnoso, però cangiante di aromi e sensazioni che col passare del tempo si esprimono al meglio su note di fiori rossi secchi, frutta rossa disidratata e un tocco di terrosità e di minerale che fanno di questo sangiovese, tutto sommato, un vino che vuole essere scoperto.
I primi segni di cedimento dell’Intistieti si notano forse in bocca dove, nonostante l'acidità sia ancora vibrante, tagliente, questa ormai risulta scissa tutta la struttura del vino che sembra traballare come un castello di carta e che, solo nel finale, ha un inaspettato colpo di coda su toni di profonda mineralità.

Un vino certamente quasi giunto al termine della sua parabola discendente che, causa la pessima annata, non ha certamente tutta la longevità del tipico sangiovese di Soldera però, nonostante tutto, rimane un’ottima lettura dell’annata e un vino che può fornire certamente emozioni a chi coglierà la sua anima toscana che prende in tutto e per tutto le sembianze di quel grande artigiano che è Gianfranco Soldera.