A me dei tre bicchieri o dei cinque grappoli 2010...


o delle stelline non me ne può fregare di meno!!!

E che diamine, prima che uscissero le anticipazioni tutti a dire che le guide sono obsolete, che sono una cavolata, etc.

Ora, invece, ci sta gente che si sta scannando, giornalisti o blogger che cercano a tutti i costi lo scoop, gente che spara m***a sui direttori dandogli del venduti.

Un gioco al massacro.

Complimenti sicuramente a chi ha preso i premi però non facciamone una questione di vita o di morte e pensiamo sempre che c'è gente che lavora a queste guide con impegno e passione.

Poi se si hanno le prove di quello che si dice, degli impicci che ci sono, dei conflitti di interesse, allora mettiamole in campo, diciamo nome e cognomi altrimenti è tutto inutile.

I vini che acquisto e che bevo, fortunatamente, non li devo leggere su una guida, il mio palato magari non è il loro palato. Bisogna sempre bere, paragonare, valutare, alla fine vedrete che non ci sarà nessuno chi ci imporrà il gusto e il modo di bere.

Me so sfogato! :-)

Il segreto del successo dello Champagne?

Uno studio condotto da una università enologica ha "svelato" il segreto del successo della famosissima bevanda francese. Per quale motivo lo Champagne è così irresistibile? Beh, secondo Gerard Liger-Belair del Dipartimento di Enologia e Chimica Applicata della Faculte des Sciences di Reims in Francia il fascino di questo vino dipende dai composti aromatici compresi nel perlage. Gli esperti, per arrivare a questa tesi, hanno usato uno strumento molto sofisticato per tracciare l’impronta digitale chimica di una sostanza, cioè per scoprire tutte le particelle chimiche di cui essa è composta. Hanno usato la spettrometria di massa ad altissima risoluzione e studiato, una a una, tutte le particelle contenute nelle bollicine che ci solleticano il naso quando sorseggiamo un bicchiere di Champagne. È emerso che queste bollicine sono cariche di composti aromatici o di molecole precursori di altre molecole aromatiche che poi, subendo alcune modifiche chimiche, sprigionano aromi irresistibili.
Tali molecole aromatiche hanno la particolarità chimica di essere per metà attratte dall'acqua per metà idrofobe. Questo fa sì che, dopo aver versato lo champagne, esse rimangano intrappolate nelle bollicine in risalita nel calice. Una volta in superficie le bollicine scoppiettano e liberano gli inconfondibili aromi che fanno breccia nel cuore e nel naso del bevitore.

Ah, caso strano vuole che il Dipartimento fosse di Reims, se lo stesso esperimento fosse stato fatto in Franciacorta chissà cosa veniva fuori......

Piccoli appunti sulla verticale di Sagrantino di Montefalco Scacciadiavoli

La settimana enologica di Montefalco svoltasi la scorsa settimana prevedeva numerosi eventi tra cui visite in cantina e numerose degustazioni, tra cui questa mini verticale di Sagrantino Scacciadiavoli che prevedeva l’analisi delle annate 2006, 2005, 2004 e la 1998.
L’azienda Scacciadiavoli è una delle più antiche del territorio di Montefalco. Il nome Scacciadiavoli deriva dal nome di un antico borgo, che sorge in prossimità dell’azienda, in cui viveva un esorcista (scacciadiavoli). La cantina, costruita nella seconda metà dell’Ottocento e di recente restaurata, è razionale e dotata di moderni impianti. La dimensione aziendale è di 136 ettari, dei quali 28 ettari a vigneto in parte di nuovo impianto. I terreni, posti in comune di Montefalco ad una quota compresa tra i 300 ed i 350 metri, sono prevalentemente argilloso-sabbiosi, con una buona capacità di drenaggio. Il 50% della superficie vitata è piantata con il vitigno Sagrantino; il restante 50% è rappresentato da Sangiovese, Merlot e Cabernet.
La cantina di vinificazione e di stoccaggio , ricostruita recentemente, è stata costruita alla metà del 1800 su progetto francese del principe Ugo Boncompagni. La famiglia Pambuffetti ne ha acquisito la proprietà nel 1954; le monumentali dimensioni, quattro piani di cui uno completamente interrato, hanno dato il nome “Cantinone” alla località.
Fatta questa opportuna premessa, e tornando quindi alla verticale, abbiamo iniziato questa interessante degustazione con l’ultima annata in commercio, la 2006: le promesse e le potenzialità ci sono tutte ma non capisco però come si faccia ad uscire con un vino così ancora (troppo) giovane e scomposto, caratterizzato da una ingombrante presenza di legno ed alcol e con un tannino ancora troppo aggressivo. Le potenzialità (cercando bene) sono rappresentate da una grandissima struttura e un ventaglio aromatico giocato su note mentolate e di frutta sotto spirito. Si farà col tempo.
Il 2005, che ricordo esser considerata grande come annata a Montefalco, è più equilibrato, aggraziato, al naso la frutta rossa in confettura lascia quasi subito il posto ad un delicato floreale. Quadro aromatico più dolce, quasi femminile. In bocca però ecco uscire un omone che tira fuori tannini aggressivi ed un’acidità da misurare, forse il legno è maggiormente integrato ma anche questo Sagrantino è rimandato a data da destinarsi. Poco armonico.
Il 2004 è figlio dell’annata non certo calda a Montefalco, le abbondanti piogge che ci sono state e questo lo si intuisce già all’olfattiva dove c’è freschezza, non c’è molta frutta ed esce il lato erbaceo e floreale del vino, ci sento un pout pourri di fiori, il timo, l’alloro e un tocco di melograno. Bevendo sembra di esser di fronte ad un altro vino rispetto ai precedenti, è tutto più “soft”, struttura, tannini e acidità sono meno irruenti, possenti, complice l’annata che rende tutto più bevibile anche se c’è da aspettarsi che questo Sagrantino non viva ancora per moltissimo tempo.
Il 1998 per Scacciadiavoli è stato un anno di transizione, il vino viene ancora affinato in botte grande, solo dopo arriveranno in cantina di barriques e tonneaux. La differenza stilistica con le altre annate si sente, non tanto al naso dove escono belle note terziarie di ruggine, cuoio, goudron, prugna secca, ma soprattutto in bocca dove il vino si mantiene austero e, forse, un po’ slegato nella sua struttura visto che le parti dure e morbide del vino non erano perfettamente fuse. Nonostante ciò, con tutti i suoi piccoli difetti, rimane un vino piacevole, di grande beva e persistenza che si caratterizza per ritorni di cacao, frutta nera matura e spezie. Il miglior vino della batteria sicuramente.

Sulle tracce di "Terre del Cesanese"

Purtroppo si trovano poche notizie in giro di questa interessante realtà laziale, Terre del Cesanese non ha un sito internet, partecipa poco ad eventi e manifestazioni (sempre utili per parlare col produttore) e le uniche notizie in giro son sempre le stesse: tutto è iniziato nel 1999 quando Pierluca Proietti e soci hanno dato vita al loro progetto enologico con l'intento di esprimere al massimo le potenzialità della viticoltura e dell'olivicoltura del territorio.
La loro voglia di riscoperta delle antiche tradizioni locali, assieme alla consapevolezza che il territorio pigliese sia il fulcro non solo geografico dell'areale del Cesanese, ha portato l'azienda ad agire secondo due direttive principali:
- la selezione delle migliori piante madri di Cesanese per la loro moltiplicazione, svolta in collaborazione con importanti istituzioni regionali ed universitarie;
- la riconversione/rivalutazione dei migliori vigneti del luogo, avvalendosi delle testimonianze tramandate dalla plurisecolare cultura vitivinicola.

In cantina il lavoro è svolto direttamente da Pierluca Proietti, presidente dell'azienda, coadiuvato dall'enologo Domenico Tagliente con la sua pluridecennale esperienza.
La maturazione del vino avviene al Piglio, nella cantina dell'antico castello De Antiochia, dove la roccia crea condizioni ottimali di umidità e temperatura che non richiedono inteventi di condizionamento artificiale.
Il vino che ho degustato qualche tempo fa durante una serata AIS è il Cesanese Colle Vignali 2006, vino figlio di un Cru (non è una parolaccia eh) sito nel territorio dei Vignali, storica zona di coltivazione della vite nel comune di Piglio e posto a circa 350 m.s.l.m..
In questa splendida zona il Cesanese è sapientemente piantato su un terreno rossastro composto da tufi terrosi color ruggine derivanti da sedimentazioni del periodo Cretaceo-Quaternario, le viti hanno una densità di impianto che varia da 3300 a 4800 ceppi/Ha e sono allevate a cordo
ne speronato, con potatura a due gemme per sperone e diradamento dei grappoli.
Le uve ottenute vengono poi vinificate in acciaio (contenitori di 20 Q.li) con una macerazione della durata 21 giorni e il vino prodotto è successivamente affinato in botti grandi di rovere di Slavonia per 23 mesi subendo una decantazione naturale che permette di non filtrarlo.

Nel mio bicchiere il vino ha un intenso colore rubino, quasi violaceo, impatto olfattivo che rimanda subito alle note fruttate, alla ciliegia in tutte le sue declinazioni, nelle quali si insinuano sommessamente intriganti note di rosa, viola mammola e spezie (netta la nota di chiodo di garofano). In bocca questo Colle Vignali entra in punta di piedi, man mano però di apre, si espande in bocca, inesorabile e potente con le sue sensazioni di frutta sotto spirito e spezie dolci, graffia con i suoi tannini ancora scalcianti, giovani. Un Cesanese da tenere in cantina per alcuni anni ancora, l’affinamento non può che fargli bene, Coletti Conti è ancora lontano a mio modo di vedere, però la passione e la competenza di Pierluca Proietti lo faranno arrivare ben presto tra i primi produttori del Lazio, basta aspettarlo, come il suo Colle Vignali.

A Montefalco va in scena la verticale di Sagrantino Caprai 25 anni

Montefalco e il “suo” Sagrantino sono tornati nuovamente di scena lo scorso fine settimana con la Trentesima Edizione della Settimana Enologica, appuntamento importante per tutte le aziende coinvolte che hanno permesso ai visitatori dell’evento di immergersi per qualche giorno nella realtà vitivinicola del territorio umbro. Durante la manifestazione l’AIS ha organizzato un’interessante verticale di Sagrantino 25 anni di Caprai, produttore che, nel bene o nel male, ha dato una seconda vita e ha rilanciato in tutto il mondo il Sagrantino di Montefalco. La verticale, presentata dal bravissimo Daniele Maestri, prevedeva i millesimi 2005, 2003, 2001, 2000 e 1998. Arriviamo subito al sodo.
Iniziamo col 2005, annata cinque stelle secondo gli “esperti” del Consorzio, si presenta di grande estrazione antocianica, quasi un rubino impenetrabile che, con i suoi riflessi violacei, dimostra la giovanissima età del vino. Naso subito intenso, irruento come deve essere un bambino, ampio con i suoi richiami di mora di rovo, mirtillo, cassis, gelso, visciola, rosa, violetta, accompagnati tutti da tocchi balsamici. In bocca entra con una potenza mediata da una grande morbidezza, una rotondità che mette a tacere l’alcol, siamo sui 15°, e la sferzante acidità. Grande persistenza finale. Vino ottimo, da aspettare ma c’è Lui...
L’annata 2003 è stata difficile, lo sappiamo, il caldo non ha dato tregua e solo chi ha lavorato bene in vigna ha tirato fuori prodotti bevibili. Questo 25 anni è sicuramente figlio dell’annata, rubino carico e col naso che, rispetto al 2005, è più speziato, ci trovo il pepe nero, il chiodo di garofano e il cardamomo, poi esce la frutta rossa, in confettura, tutto è più evoluto e pronto. Bocca potente ma meno fresca del precedente vino e con i tannini ruvidi, un po’ slegati dalla struttura. Difficile da bere se non accompagnato da un cibo che riequilibri il gusto. E poi Lui…sempre Lui…
Il 2001, di colore supremo, impenetrabile, all’olfatto si presenta etereo, variegato, con sensazioni di dolcezza di frutto veramente notevoli: ciliegia matura, boero al cioccolato, mirto, alloro e ginepro, lavanda, humus, sono tutte sensazioni che si fondono amabilmente tra loro e che danno ampiezza al vino. In bocca la sensazione di rotondità del fruttato va a braccetto ed equilibra la parte dura del vino che è sempre netta e ben definibile. Una rotondità amplificata anche dalla “dolcezza” vanigliata data da Lui…
Il 2000, anch’esso figlio di un’annata relativamente calda, si presenta con un colore rosso rubino con unghia granata, segno di una terziarizzazione che inizia a farsi sentire soprattutto al naso dove il naso, pur ricco, è meno esplicito, più austero con le note di fungo, humus, spezie scure, fiori secchi e frutta ormai quasi appassita. Alla gustativa il vino si apre con prudenza, equilibrato, fino ad un’apice di esplosione di frutto speziato che va avanti per minuti. Anche qui, nonostante tutto, Lui era presente, ci guardava da lontano….
L’annata 1998 è stata davvero grande a Montefalco e dopo dieci anni sicuramente si può esprimere un giudizio serio e quasi oggettivo. Il risultato è nel nostro bicchiere, un vino compatto, vivo, lucente, dai profumi (ancora) intensi e stratificati: pepe nero e bianco, chiodi di garofano, cannella, macis, liquirizia, amarasca, sandalo, grafite, humus, Lui, sono tutti riconoscimenti che non facciamo fatica a riconoscere all’olfattiva. L’assaggio ci conferma la grandezza dell’annata con un vino che, pur mascherando la sua potenza, si espande gradualmente, inesorabilmente, fornendo una lunghezza gustativa che dura minuti, tanti minuti, dopo predominano le note di goudron e spezie nere. Sicuramente il miglior vino della batteria, forse il Sagrantino comincia a diventare “potabile” dai dieci anni in poi?
E Lui? Come si fa a sconfiggere?

Finalmente...Slowine!

Ce l'hanno fatta i miei amici di Slow Food, finalmente quel progetto di cui mi si parlava da mese, anche se tra mille difficoltà, è diventato realtà. C'era bisogno di loro perchè possono davvero portare una ventata nuova nel mondo del vino, conosco personalmente Giancarlo Gariglio e altri ragazzi del suo staff, ho lavorato con loro qualche mese fa e posso assicurarvi che sono dei ragazzi stupendi, appassionati e che, soprattutto, lavorano con grande precisione ed autonomia. Purtroppo non ho potuto partecipare alla presentazione del nuovo sito però, dandogli un'occhiata, ho potuto apprezzarne la semplicità d'uso e i contenuti, interessanti e quanto mai banali.

Slowine conterrà una corposa sezione dedicata a degustazioni tematiche (si comincia con 150 etichette di Barolo) i cui contenuti saranno aggiornati ogni 15 giorni. Queste pagine saranno arricchite da notazioni storiche e geografiche, consigli su dove mangiare, dormire, acquistare prodotti tipici in zona. Un’altra parte del sito sarà dedicata alle degustazioni di soci e fiduciari, mentre la sezione Argomenti, inaugurata da un editoriale del presidente di Slow Food Italia Roberto Burdese, occuperà metà dei contenuti del sito e affronterà di volta in volta discussioni sulle tematiche di più stretta attualità riguardanti il mondo del vino.

Alla presetazione ufficiale avvenuta nella sede storica di Brà erano presenti alcuni giornalisti e blogger del settore tra cui l’ideatore di Winesurf.it Carlo Macchi, l’autore del blog Vinoalvino.org Franco Ziliani, la responsabile di Wein-plus.de Katrin Walter, e l’agronomo Maurizio Gily; coordinava l’incontro Sergio Miravalle, giornalista de La Stampa e autore del blog Giro di vite su www.lastampa.it.

Secondo quanto riportato dal sito La Voce, Franco Ziliani, che ha ringraziato Slow Food per l’invito nonostante qualche posizione divergente negli anni passati, ha raccontato l’esperienza del suo blog definendola “una donchisciottata”, un modo per scrivere quello che sui giornali, condizionati dagli introiti pubblicitari, non sarebbe possibile pubblicare. «Il blog, inoltre», sostiene Ziliani, "permette un confronto immediato tra autore e lettori attraverso i commenti. Lettori che sono più numerosi quando si affrontano le problematiche dell’enologia di quando si pubblicano semplici degustazioni".

Maurizio Gily ha puntato l’attenzione sulla difficoltà, per i giornalisti, di trovare dati certi relativi alla diffusione e commercializzazione del vino nei siti istituzionali, contrariamente a quanto avviene in Francia o in Spagna. «Ci si trova poi» ha continuato Gily "alle prese con siti bellissimi dal punto di vista formale, ma poveri di contenuti e spesso non indicizzati. La verità è che si conosce ancora poco il mezzo e si punta a investimenti sbagliati. Con le prossime generazioni, il discorso cambierà".

Per Carlo Macchi, internet sarebbe il campo ideale per le inchieste, ma finché la gente non capirà che è giusto pagare per ricevere le notizie esattamente come quando acquista un quotidiano, sarà difficile per chi gestisce un sito avere i mezzi per realizzarle. Un problema tutto italiano, a sentire Katrin Walter che gestisce un sito tedesco il cui accesso è riservato agli abbonati e che, nonostante questo, riscuote un grosso successo.

Avanti così ragazzi e chissà se su Slowine, prima o poi, leggerete anche una mia recensione?!?!?

L'Open Baladin sbarca a Roma. Oggi si parla di birra artigianale!

Ieri sera in Via degli Specchi a Roma è andata in scena l'inaugurazione della nuova creatura firmata dalla premiata ditta Musso, Farinetti, Di Vincenzo. "Open", all'inizio era solo un nome, quello di una birra nata dall'idea di realizzarne una con una forte personalità. Passa il tempo e nella testa di Teo quel nome diventa sinonimo di condivisione, viene pubblicata sul web la ricetta in modo che ognuno possa svilupparla in tutto il mondo. Nasce, pian piano, un vero e proprio progetto "Open" che si articola per svilupparsi con modalità "aperta" come una sorta di passaggio rivolto a chiunque sia interessato all'argomento birra. E' così che questa birra "open source" ha fatto e sta tutt'ora facendo da apripista alla fase due del progetto, ovvero l'apertura di alcuni locali che ne portano il nome "Open Baladin". Dopo l'apertura del locale "zero" a Cinzano, in Piemonte, da ieri anche Roma ha avuto il suo "Open" che si caratterizza per ospitare circa 100 birre in etichetta e ben 40 birre alla spina che cercheranno di rappresentare in un unico contesto quanto di meglio gli artigiani birrai italiani sanno fare. Dal punto di vista gastronomico tutta la banda "Open" sarà supportata e sfamata da Gabriele Bonci e Andrea De Bellis che proporranno all'interno del locale una cucina da loro definita "al volo", quella che una volta si snocciolava in un "...mamma mi fai qualcosa in fretta che devo uscire?". Così, tra i vari tavoli del locale (interessante quello dove erano seduti Bolasco e Bonilli), ieri si sono potuti mangiare con gusto vari sfizi come polpettine al forno, fritti, mezze rosette ripiene al sugo di coda alla vaccinara, insalate "miste", etc...
Sicuramente le premesse sono buone, il locale è bellissimo e arriccohito da alcune stanze in stile folk dove bere una buona birra senza troppo caos attorno.
Dal 23 Settembre il locale sarà aperto al pubblico, speriamo abbia il meritato successo anche se vorrei ricordare che a Roma la grande birra artigianale non si beve solo qua ma potete trovarla anche da Colonna al “Ma che siete venuti a fa”, al “Bir&Fud” e da Alex al 4:20.