Enocup 2026! Il 9 maggio tutti in gara per i venti anni di Winesurf


Per festeggiare i 20 anni di Winesurf, nato a maggio 2006, abbiamo pensato di riproporre un classico, cioè Enocup, il campionato a squadre di degustazione e cultura del vino.

Una piacevole gara a squadre (composte da 2 a 4 persone) dove si dovrà nell’arco di 120 minuti:

1.Rispondere a 10 domande sul mondo del vino

2.Degustare 6 vini italiani anonimizzati, rispondendo ad alcune domande su di loro.

Un modo diverso e piacevole di passare un sabato (e, perché no, un weekend) in Toscana, in un luogo molto bello.


Gli appassionati di vino, i sommeliers, chi vive nel mondo del vino o anche i semplici curiosi non possono perdersi l’occasione per mettersi simpaticamente alla prova e vincere grandi vini del valore complessivo di migliaia di euro.

Enocup si svolgerà sabato 9 maggio 2026 presso l’azienda Rocca delle Macie, Località Le Macie 45, Castellina in Chianti.

Vi domanderete quanto costerà partecipare a Enocup? La partecipazione è gratuita per gli abbonati al Club Winesurf e per chi ancora non fosse socio si può iscrivere facilmente a questo link. https://www.winesurf.it/club-winesurf/

Attenzione il termine ultimo di iscrizione è il 15 marzo!

Qui sotto trovate i link che vi rimanderanno al regolamento, ai premi e al modulo di iscrizione. Comunque, potete trovare il regolamento anche qua sotto.



Per qualsiasi chiarimento potete scrivere a redazione@winesurf.it

InvecchiatIGP: La Scolca - Soldati La Scolca D’Antan Brut Millesimato 2003


di Roberto Giuliani

Che ti bevi per il compleanno? Vai sul nebbiolo che a te piace tanto? Questo mi chiedevano alcuni amici che sanno come il vino sia uno degli elementi che accompagnano la mia vita da quando avevo la maggiore età. In verità, fino a che non mi sono trovato a cena fuori, non ci ho pensato. Avrei potuto stappare una delle tante bottiglie che ho in cantina, ma non avrei avuto sorprese; andare al ristorante era un’ottima soluzione per assaggiare qualcosa che non ho. Così è stato, appena ho visto il D’Antan di La Scolca, classe 2003, non ho avuto dubbi, era quello che volevo. Per quanto mi riguarda, il Gavi con la “G” maiuscola è quello, non mi ha mai deluso, uno spumante di livello alto, altissimo direi, che potrebbe ben figurare in qualsiasi confronto.


Del resto, è dal 1919 che questa straordinaria azienda promuove con orgoglio l’uva “Cortese”, oggi alla quarta generazione con Chiara Soldati, “Cavaliere del lavoro”, il D’Antan Metodo Classico è l’emblema della loro storia, 10 anni sui lieviti autoctoni, selezionati con cura, capace di sfidare il tempo dimostrando ancora una volta che nel nostro Paese si possono fare grandissimi vini da invecchiamento da uve bianche.


Il 2003 è pura emozione, le sue note di miele di castagno, composta di pompelmo, fichi secchi, zafferano, scorza d’agrumi, cioccolato, testimoniano una profondità espressiva che tocca i sensi più reconditi. Testimonianza di una maturità che non è vecchiaia ma splendore, eleganza, racconto, amplesso, compiutezza, bellezza non ostentata ma rivelata ai fortunati che l’abbracceranno. 


Una carbonica che, 23 anni dopo, non sembra essersi stancata, è lì a sostenere un corpo voluttuoso che, è il caso di dirlo, non ha bisogno necessariamente del cibo per esserne ammaliati. I sorsi si succedono senza sentirne mai la sazietà, anzi, ogni volta è un nuovo tassello da aggiungere, una nuova emozione; non potevo fare scelta migliore, rigorosamente condivisa con la persona a me più cara, Laura.

Sassocorno - Blancut 2024


di Roberto Giuliani

Stefano, Diego, Francesca e Loretta hanno intrapreso l’avventura nel 2017 a Corno di Rosazzo, puntando a un approccio totalmente libero da interventi chimici. 


Il Blancut è un blend di malvasia e friulano sorprendente per freschezza di frutto e per un gusto fortemente sapido ed equilibrato.

Fine della guerra tra naturale e convenzionale? Benvenuti nel "Post-Naturale".


di Roberto Giuliani

Il concetto di vino naturale ha iniziato a farsi sentire già a metà degli anni ’70, in Francia, allora era davvero appannaggio di pochi e tutto in fase di concretizzazione filosofica. Il passaggio a internet ha determinato una svolta, soprattutto con l’ingresso dei social network, che hanno permesso di diffondere la novella con una velocità un tempo impensabile. 


Più o meno tutti, addetti e non, ci siamo trovati coinvolti a dissertare sul significato di vino naturale, chi lo trovava un non senso (“il vino in natura non esiste”, “l’uva senza un processo di vinificazione marcisce, nella migliore delle ipotesi diventa aceto”…), molti si indignavano, altri lo ritenevano una furba operazione commerciale. La contrapposizione netta vino naturale vs vino convenzionale non convinceva e sembrava una chiara forzatura.


Per un po’ di tempo si è pensato a una moda passeggera, intanto in Italia fioccavano associazioni, alcune delle quali adottavano anche regole stringenti che prevedevano analisi dei campioni di vino per poterli accettare o meno. Nascevano fiere dedicate, fino a coinvolgere la più importante, il Vinitaly, e giù altre critiche: “ma come, vogliono distinguersi dagli altri e poi entrano proprio nel simbolo di quel sistema che tanto criticano”. E poi c’erano i giudizi sui vini ottenuti, soprattutto nei primi tempi erano numerosi i casi di vini problematici, non puliti, difettosi, a volte furbescamente giustificati dal fatto di essere esenti da qualsiasi intervento chimico. Se il vino puzzava era perché naturale, o artigianale (altro termine a volte adottato in alternativa). Per fortuna, come tutte le novità (è successo tante volte, anche quando sono arrivate le barrique e tutti i vini sapevano di legno), piano piano si impara a gestire, studiando, sperimentando, e oggi si può dire che sono molto maggiori i vini buoni di quelli problematici. Ecco, sebbene non sia stato così per tutti, il concetto di vino naturale perseguiva una filosofia non interventista, che bandiva la chimica e i prodotti correttivi in cantina. Ed è qui che arriva l’idea di “vino post-naturale” espressa da Roberto Frega, direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, che da molti anni si occupa di cultura del vino, autore di numerosi scritti dove il suo approccio filosofico si intreccia con le storie raccolte nei suoi tanti viaggi tra vigne e cantine.

Roberto Frega

Secondo l’autore è giunto il momento di un ulteriore passaggio epocale, spostando l’attenzione dal vecchio paradigma naturale-convenzionale a una visione che mette al centro le pratiche agronomiche e la cultura del bere. Un processo che sta già avvenendo basti pensare a quanto oggi siano sempre più adottati termini come “ecosistema”, “viticoltura sostenibile” “agroecologia”, ovvero la scienza che si integra con l’ambiente senza sovrastarlo ma cercando il giusto equilibrio, un approccio che porti benefici da ambo le parti. 
Come dice molto chiaramente Roberto Frega “il vino non è mai solo una bevanda: è un prodotto culturale complesso e stratificato in cui si intreccino saperi, gesti e narrazioni”, la conoscenza scientifica, quindi, non va rinnegata a priori, ma va utilizzata a complemento di quella visione che il movimento del vino naturale aveva introdotto. Non più opposizione tra tecnica e natura ma interazione e dialogo tra natura e cultura. Concetto che almeno in parte avevano già introdotto pratiche come la biodinamica, ma l’autore ritiene che si debba, e si possa, andare oltre.


“Il vino post-naturale” si divide in otto capitoli, ciascuno dei quali mette a fuoco i vari passaggi dagli albori del vino naturale fino ad oggi, con uno sguardo già proiettato al futuro. Il primo parte già con un titolo emblematico: “Il vino chimico è finito. So what?”, una frase che per parecchio tempo è stata uno slogan dall’effetto dirompente e dall’indirizzo squisitamente commerciale, che ha funzionato molto bene. In questo capitolo si evidenzia come da una parte ci sia stato un progresso sia tecnologico che culturale in vigna e cantina, con riduzione sempre più importante dei prodotti chimici (in cantina ad esempio è ormai evidente la riduzione sempre maggiore di anidride solforosa, anche nei vini più industriali), trattamenti agronomici sempre meno invasivi, maggiore attenzione all’ambiente, utilizzo di energie rinnovabili per rendere autosufficiente il processo produttivo; dall’altra non si evolve ancora la polemica tra naturale e convenzionale che da oltre quindi anni alimenta i social, allontanandosi sempre più dalle trasformazioni già in atto sul piano agroenologico.


Vengono toccati numerosi temi, come la nascita dei winemaker come star, il cui capostipite è stato indubbiamente Michel Rolland (chi ha visto nel 2004 Mondovino di Jonathan Nossiter ricorderà sicuramente l’enologo francese dettare soluzioni per telefono mentre era in volo); poi l’arrivo delle guide ai vini a livello internazionale (che ha radici lontane, The Wine Advocate di Robert Parker risale al 1978), fino alla crisi del modello di enologia scientifica (proprio quello nato sulle orme di Parker, che ha portato a un uso del legno come ingrediente fondamentale nei vini, soprattutto rossi, a macchinari altamente tecnologici in cantina capaci di contribuire in modo determinante alla costruzione di un vino voluto per il mercato.

Michel Rolland

Il secondo capitolo è incentrato sulla storia che ha portato a quello che oggi tutti conoscono come vino naturale, origini molto più lontane di quanto si possa immaginare, da una manciata di vignaioli isolati che non sopportavano più l’omologazione produttiva che imperversava e che tra gli anni ’70 e ’80 hanno messo in atto la loro piccola, fondamentale, rivoluzione (molto utile la “genealogia del movimento francese dei vini naturali” all’interno di questo capitolo. Nel terzo capito entriamo nel merito del concetto di “naturale”, del suo significato e delle sue contraddizioni, un termine per il quale non esiste alcun disciplinare ufficiale a livello europeo. Il vino naturale ha le sue terminologie descrittive, che non riguardano più profumi e sapori, ma un linguaggio del tutto diverso, si parla di energia, di bevibilità, di vino vivo, vero, nudo ecc. Un caos sia linguistico che legislativo che ha visto la necessità di porvi almeno in parte rimedio attraverso disciplinari ideati da alcune associazioni, soprattutto in Francia, ma anche in Italia, tutte ampiamente descritte in questo capitolo. Nel terzo capitolo vengono messi a nudo i pregi e difetti di questi vini, sia sul piano tecnico che su quello squisitamente gustativo, prendendo in esame anche i più frequenti difetti enologici.


Dal quarto capitolo in poi si entra nel merito del vino post naturale, mettendo a fuoco tutti gli elementi che hanno portato a questa ulteriore evoluzione, passando attraverso le nuove generazioni di enologi e agronomi, alla scienza del suolo di Claude e Lydia Bourguignon, approfondendo le pratiche della biodinamica, dell’agroecologia, della permacultura, dell’agricoltura rigenerativa, addentrandosi nel fondamentale lavoro in vigna, dove è ormai chiaro che si farà la vera rivoluzione.


Un testo davvero interessante, che può leggere senza difficoltà anche un profano, un contributo importante in un’epoca dove si corre troppo e diventa, invece, urgente fermarsi, riflettere, respirare, liberarsi da preconcetti, verso una visione più equilibrata e, possibilmente, in sintonia con tutto ciò che la natura ci ha generosamente messo a disposizione. Come dice l’autore stesso in una recente intervista “Il vino post-naturale non cerca di fermare il tempo. Lo abita”.

InvecchiatIGP: Giacomo Barbero – Roero Arneis DOCG 2016


C’è un Piemonte che non poggia sulle marne grigie di Langa, ma che guarda il fiume Tanaro dalle creste instabili delle sue Rocche. Siamo nel Roero, un labirinto di colline ripide, boschi fitti e frutteti, dove la viticoltura sfida la pendenza e il tempo. Qui, tra i comuni di Canale, Castellinaldo e Vezza d’Alba, regna l’Arneis, un vitigno che per secoli è stato "l’intruso", il compagno bianco dei filari di Nebbiolo, usato per ammorbidire la spigolosità dei grandi rossi o per distrarre gli uccelli con le sue bacche dolci. Il segreto dell’Arneis risiede nel suolo. Mentre il vicino Barolo affonda le radici in terre antiche e compatte, il Roero è figlio di un’emersione marina più recente. Il terreno è una sabbia finissima e sciolta, ricca di fossili marini, rendendo questo bianco un’espressione diretta del paesaggio da cui nasce. In questo contesto si inserisce il lavoro di Giacomo Barbero, vignaiolo che ha scelto di recuperare e valorizzare vigneti storici del Roero portando avanti una viticoltura attenta e rispettosa, fondata su basse rese, vendemmie manuali e vinificazioni essenziali, come dichiarato nel progetto aziendale, con l’obiettivo di lasciare che siano il vitigno e il suolo a parlare senza mediazioni tecniche invasive.


Il suo Roero Arneis 2016, degustato oggi a distanza di circa dieci anni dalla vendemmia, si presenta di un color giallo oro antico, lucente e vibrante, con una consistenza che preannuncia una struttura importante.



Al naso è un’esplosione di complessità che spiazza. Dimenticate la mela e pera fresca; qui il frutto si è fatto confettura di susina bianca e scorza d'agrume candita. Ma è l'evoluzione terziaria a emozionare: emergono nitide note di idrocarburo e pietra focaia, quasi a voler sfidare i grandi Riesling della Mosella. Sottili cenni di miele d'acacia e fieno secco si intrecciano a una scia salmastra che ricorda prepotentemente l'origine marina dei suoli roerini.


Il sorso è dove avviene il miracolo. Nonostante i dieci anni, la lama acida è ancora lì, integrata ma presente, a sorreggere un corpo burroso e avvolgente. È un vino che entra largo ma chiude strettissimo, con una persistenza sapida che martella il palato e riporta una nota di mandorla amara nobilitata dal tempo.

Podere Villanova – Toscana Rosso IGT “Podere Villanova” 2022


Mario Bini, figlio di Bruno, storico cantiniere di Montevertine, dal 2017 porta avanti il suo progetto agricolo producendo vino e allevando maiali allo stato brado.


L’annata 2022 del suo unico rosso, il Podere Villanova, è una vera sorpresa: essenziale, territoriale, luminoso, dal sorso teso e profondo.

Oro Bistrot: come trasformare una delle terrazze più belle del mondo in una destinazione gastronomica d’avanguardia


Dal cuore più monumentale della Capitale, là dove Roma concentra in pochi metri la sua storia millenaria, si sale di quota per cambiare prospettiva. Al sesto piano dell’NH Collection Fori Imperiali, elegante cinque stelle ricavato in un antico palazzo patrizio del rione Trevi, la città si apre in un colpo d’occhio che abbraccia l'area archeologica, l'Altare della Patria e la Cupola di San Pietro. È qui, su una delle terrazze più spettacolari di Roma, che prende forma Oro Bistrot, un progetto che ha saputo andare oltre lo stupore scenografico della vista per costruire, nel tempo, una proposta gastronomica solida e riconoscibile.


Inaugurato nel 2019, Oro Bistrot si è rapidamente affermato come uno degli indirizzi più interessanti della ristorazione romana contemporanea, capace di unire cucina d’autore, mixology di carattere e un’idea di ospitalità misurata e raffinata. Gli spazi riflettono questa filosofia: la terrazza ospita la zona bar, con circa 70 coperti aperti tutto l’anno, mentre l’area ristorante privilegia un’atmosfera più raccolta, con poco più di 30 posti all’aperto, ideali per una cena sospesa sulla città. Durante la stagione invernale l’esperienza si sposta nella sala interna al piano terra, mantenendo invariata la cura del servizio. Sempre in terrazza trovano spazio le colazioni à la carte (al momento riservate agli ospiti dell’hotel) e i light lunch, essenziali ma costruiti su materie prime di qualità.

Lo staff

La cucina porta la firma di Natale Giunta, executive chef e imprenditore che a Roma ha scelto di sviluppare un progetto di fine dining sofisticato. Al suo fianco, lo chef resident Kerim Montinaro, piemontese, contribuisce a una proposta che intreccia memoria, tecnica e contaminazioni internazionali, senza mai perdere equilibrio.


Il menu racconta una cucina che rifugge l’effetto speciale fine a sé stesso, preferendo lavorare su precisione, riconoscibilità e misura. Tra gli antipasti, la Tarte Tatin al pomodoro è un manifesto d’intenti: un piatto vegetale che ribalta – anche concettualmente – la celebre ricetta francese, trasformando il pomodoro in una costruzione gastronomica elegante, giocata su acidità e dolcezza ben calibrate. Di segno più classico l’Albese di vitello, omaggio diretto al Piemonte, dove la qualità della carne e la pulizia dell’esecuzione restano protagoniste assolute.


Più articolata la Tartare di anatra affumicata con il suo rocher, uno dei piatti simbolo del percorso “Eleganza del contrasto”: l’affumicatura è dosata con intelligenza e accompagna la parte grassa dell’anatra senza sovrastarla, mentre il gioco di consistenze aggiunge profondità. La Triglia in carpione rilegge una tecnica antica in chiave attuale, alleggerendo l’acidità e rendendola strumento di slancio, più che di copertura. 

Tartare di anatra affumicata e il suo rocher

Nei primi piatti emerge con chiarezza la doppia anima del progetto. Da un lato il Tonnarello cacio e peperone, variazione convincente su uno dei pilastri della tradizione romana: il profilo gustativo richiama la cacio e pepe, ma l’estratto di peperone introduce una dolcezza vegetale che allunga il gusto e ne amplia la leggibilità. Dall’altro il Ramen con broccolo e arzilla, probabilmente il piatto più identitario del menu, capace di far dialogare Roma e Oriente con naturalezza, grazie a un brodo profondo ma pulito e a un equilibrio sorprendente. Più rassicurante, ma tecnicamente solido, l’Agnolotto di maiale in brodo di speck, che richiama la tradizione piemontese con un accento affumicato ben dosato.

Ramen di broccolo e arzilla

Tra i secondi, la Scarola imbottita rappresenta un esempio riuscito di cucina vegetale “di sostanza”, che lavora sulla memoria e sulla profondità gustativa più che sull’estetica. Il Diaframma di manzo con salsa jerk introduce una nota speziata e internazionale, ben governata, che accompagna la carne senza coprirla. Più classica ma impeccabile la Spigola con beurre blanc e caviale, dove la tecnica francese è al servizio della materia prima, mentre il Rombo con carciofo e maionese alla brace gioca su tostature e amari, chiudendo il piatto con una bella persistenza.

Cacio, pere e vin brulè

I dessert seguono la stessa linea di pulizia ed equilibrio: la Lemon tart con liquirizia e zenzero lavora su acidità e freschezza, con un finale speziato che evita la stucchevolezza, mentre Cacio, pere e vin brulé è una chiusura più gastronomica che dolce, coerente con l’impostazione complessiva del menu.


Accanto alla cucina, Oro Bistrot sviluppa una proposta di mixology originale, guidata dal bar manager Daniele Zandri. La drink list Back to the Bar è un viaggio nella storia della miscelazione, dai cocktail nati tra fine Ottocento e metà Novecento fino a oggi, reinterpretati con tecniche contemporanee in un riuscito “ritorno al futuro”, che privilegia bevibilità ed eleganza. Durante l’aperitivo, una carta dedicata abbina drink e mescita a tapas gourmet pensate per accompagnare, non distrarre.


La cantina, forte di circa 200 referenze e supportata dal sistema Coravin, consente una mescita dinamica che include anche grandi bottiglie, con una selezione che attraversa l’Italia – attenzione particolare al Lazio – e guarda alla Francia. Il servizio, affidato alla maître e sommelier Lydia Perri, è preciso e accogliente, coordinato da un team stabile fin dall’apertura.


Aperto tutti i giorni a pranzo e a cena, Oro Bistrot rappresenta oggi uno dei luoghi più interessanti della scena gastronomica romana: la vista è straordinaria, certo, ma è la solidità del progetto – in cucina, al bar e in sala – a rendere l’esperienza davvero memorabile. Qui la terrazza è solo l’inizio; il resto è sostanza, e si sente.

InvecchiatIGP: Randi - Ravenna Rosso Igt “Bursôn” Etichetta Nera 2009


di Lorenzo Colombo

L’Azienda Agricola Randi, fondata nei primi anni Cinquanta dispone di 63 ettari di vigneti nei comuni di Fusignano ed Alfonsine in provincia di Ravenna, i principali vitigni coltivati sono Trebbiano, uva Longanesi, Malbo gentile, Chardonnay, Sauvignon, uva Famoso e Centesimino. Nel 2000 l’azienda entra nel consorzio “Il Bagnacavallo”, ed ecco che entra in scena il Bursôn, di cui la cantina è uno dei principali produttori. Attualmente l’azienda produce circa 150.000 bottiglie l’anno e conta 20 etichette di vini tutti prodotti con i vitigni autoctoni del territorio. 


Il consorzio “Il Bagnacavallo è stato fondato nel 1997 con lo scopo di valorizzare i prodotti tipici del territorio tra cui il Bursôn e la Rambëla, nome dialettale, quest’ultimo, del vitigno Famoso.

Il vitigno

Il Bursôn (il nome con il quale è stato registrato, nel dicembre 2000, è Uva Longanesi) deve la sua rinascita ad Antonio Longanesi, il cui soprannome era per l'appunto “Bursôn”, appassionato di caccia sosta spesso presso un capanno dove c’era un “roccolo”, ovvero una postazione da caccia, dov’ra una quercia sulla quale s’arrampicava una vite. Incuriosito da questa vite che dava frutti dolci e resistenti nel tempo, a metà degli anni Cinquanta la moltiplicò ed iniziò a vinificarne i frutti ottenendo un vino dalla buona nota alcolica. 


Il Bursôn può essere utilizzato in quattro vini ad Igt: Emilia, Forlì, Ravenna e Rubicone, nel 2018 la regione Emilia-Romagna ne censiva 418 ettari.

Il vino

Valorizzato sin dal 1998 dal Consorzio Il Bagnacavallo e regolamentato con un preciso disciplinare, il Bursôn è prodotto con uva Longanesi in purezza nelle seguenti tipologie:
  • Blu di Bursôn ottenuto da uva fresca con lavorazione solo in acciaio
  • Bursôn ottenuto da uva appassita in quantità variabile, dal 50% al 100% a discrezione dell’azienda, affinamento il legno di almeno 2 anni.
  • Spumante Rosé
  • Passito Dolce
La nostra degustazione

Il vigneto, che è stato messo a dimora parte nel 1998 e parte nel 2002, s’estende per otto ettari ed è situato a Fusignano su suolo sabbioso-argilloso, viene condotto a Cordone speronato con densità d’impianto di 3.000 ceppi/ha. Il 70% dei grappoli subiscono un appassimento dai 50 ai 60 giorni prima d’essere vinificate, il vino s’affina quindi per un minimo di 24 mesi in tonneaux di rovere francese e sosta per almeno un anno in bottiglia prima della commercializzazione.


Il suo colore è granato, compatto e molto profondo. Buona la sua intensità olfattiva, sentori di prugne in confettura, note balsamiche e di cioccolato al latte, accenni di radici e di ciliegia surmatura, speziato, chiodo di garofano. Intenso e strutturato, trama tannica vellutata, prugne secche, ciliegia matura, spezie dolci, vaniglia, liquirizia, buona la sua persistenza.

Cascina del Ronco - Bergamasca Igt Chardonnay “Oro del Ronco” 2024


di Lorenzo Colombo

Cascina del Ronco è il marchio con il quale la Cooperativa Sociale Oikos commercializza i propri vini prodotti in regime biologico.


Il vino degustato è leggero, fresco, asciutto, sapido e verticale, con sentori di fiori bianchi e note di mela acerba e pera e presenta leggeri accenni tannici e vegetali.

Pelassa, il Roero più a nord: finezza, sabbie e memoria contadina


di Lorenzo Colombo

L’azienda Pelassa si trova a Montà, il comune più settentrionale del Roero. La sua storia affonda le radici negli anni Cinquanta, quando Mario Pelassa partiva in bicicletta da Montà d’Alba verso Torino per cercare di vendere il vino prodotto dalla famiglia. Di uno di quei viaggi resta un racconto emblematico, che ben restituisce lo spirito di quegli anni:

«Giunto fin sulla collina di Superga incontrai un omaccione, grande e grosso, dallo sguardo severo ma allo stesso tempo rassicurante. Mi chiese di versargli un po’ di vino, il Nebbiolo nuovo. Ricordo ancora oggi la sua espressione di stupore per quanto potesse essere generoso ed elegante quel vino. Quell’uomo ci regalò la speranza di un futuro meno duro…»


Quell’incontro segnò l’inizio di tutto: l’uomo di Superga divenne il primo cliente torinese dei Pelassa, quando il vino era ancora venduto in damigiana. Nel 1960 Mario, insieme alla moglie Maria Teresa Viglione, fonda ufficialmente l’azienda e prosegue la ricerca dei clienti, questa volta in motocicletta. Nei primi anni Duemila entrano in azienda i figli Davide e Daniele: Davide segue il lavoro in vigna – oggi gli ettari vitati sono 18 – mentre Daniele si occupa della cantina e della parte commerciale. È con lui che abbiamo avuto l’occasione di degustare alcuni vini durante un mini press tour organizzato dall’Enoteca Regionale del Roero in occasione della XVI edizione del Raduno Nazionale dei Trifulau e dei Tabui.


La produzione annua si attesta attualmente intorno alle 120.000 bottiglie, distribuite su una quindicina di etichette. La famiglia Pelassa possiede inoltre vigneti a Verduno, dove produce due Barolo, tra cui uno proveniente dalla MGA San Lorenzo di Verduno. Il tempo a disposizione era limitato, ma sufficiente per farsi un’idea chiara dello stile aziendale. I vini degustati provengono dalle due MGA più settentrionali del Roero: Tucci, dove nasce l’Arneis, e Sterlotti, vocata al Nebbiolo. Si tratta di suoli di formazione più recente, leggeri, composti prevalentemente da sabbie marine con piccole percentuali di argille e limo; nella MGA Tucci la reazione è tendenzialmente subalcalina. La Sterlotti, leggermente più a sud, presenta sabbie più profonde con presenza di marne sabbiose.
Ne derivano vini giocati più sulla finezza e sull’eleganza che sulla struttura, carattere che abbiamo ritrovato con coerenza nei calici assaggiati.

Roero Arneis “Tucci” 2023

Arneis in purezza da vigneto di due ettari situato nella MGA Tucci, a 330 metri di altitudine nel comune di Montà d’Alba. Allevamento a Guyot, densità d’impianto di 4.900 ceppi per ettaro. Vendemmia a metà settembre; dopo la fermentazione il vino affina per nove mesi sulle fecce fini, in parte in acciaio e in parte in anfore di terracotta, seguiti da circa sei mesi di bottiglia prima della commercializzazione. Produzione di 6.700 bottiglie, prezzo in cantina 17 euro.


Colore paglierino luminoso. Al naso è intenso, con note di frutta gialla matura, pesca gialla e accenni di frutta tropicale. Il sorso è succoso, fresco e sapido, verticale e minerale, sostenuto da una bella vena acida. Buon frutto e lunga persistenza. Un bel vino.

Roero Riserva “Sterlotti” 2022

Nebbiolo in purezza dalla MGA Sterlotti, a 340 metri di altitudine nel comune di Montà d’Alba. Guyot con densità d’impianto di 4.900 ceppi per ettaro. Vendemmia a inizio ottobre; fermentazione spontanea in tini di legno con macerazione di 15 giorni. Affinamento di 12 mesi in botti di rovere austriaco.


Colore granato scarico e trasparente, con unghia aranciata. Naso intenso, tipico ed elegante, con bel frutto, fiori appassiti e note balsamiche. In bocca è discretamente strutturato, sapido, con tannino equilibrato e legno ben integrato. Lunga la persistenza. Un vino di notevole qualità.

Roero Riserva “Sterlotti” 2019 – Magnum

Rubino luminoso e trasparente, di media intensità, con riflessi granato. Il naso è intenso e sorprendentemente giovane: spezie, frutta rossa fresca, note balsamiche e accenni di liquirizia. 


Al palato mostra una struttura equilibrata, asciutta, con tannino deciso ma non invadente e una buona vena acida; tornano sensazioni di radice di liquirizia nel finale. Bel vino, leggermente penalizzato dal servizio a temperatura troppo bassa, che ha inizialmente accentuato le sensazioni più dure.

InvecchiatIGP: La sala del Torriano - Chianti Classico Gran Selezione DOCG "Il Torriano" 2015


di Stefano Tesi

Nel 2014, la modifica del disciplinare che introdusse la Gran Selezione al vertice della piramide qualitativa del Chianti Classico fu preceduta da discussioni piuttosto animate e da qualche malumore che perdura tutt’oggi. La G.S. individua infatti vini realizzati obbligatoriamente con uve di pertinenza aziendale (conduzione diretta, di proprietà o in affitto, ma non necessariamente da cru), commercializzati dopo non meno di 30 mesi di maturazione in cantina. Tra le molte cose che fecero discutere ci fu il diversissimo approccio con cui i produttori si avvicinarono al mercato: chi con grandi numeri e chi con pochissime bottiglie, chi con vini quasi sperimentali, chi con prodotti commercialmente già strutturati e chi, semplicemente (e furono molti), con il meglio che poteva. Poi tutto si è abbastanza livellato, con buoni risultati.


Non ho mai fatto mistero tuttavia del mio non grandissimo trasporto verso questa tipologia, alla quale non ho nulla da rimproverare se non uno stile tendenzialmente poco in linea coi miei gusti. Donde la picca – un po’ per ricredermi, un po’ per approfondire e un po’ per essere certo della mia obbiettività – di riassaggiare spesso le G.S., divertendomi a confrontare le note con quelle delle degustazioni precedenti.


Mi è così capitato di risentire per ben tre volte nell’arco di alcuni anni, sia alla cieca che in chiaro, questo “Il Torriano” 2015, la prima G.S. prodotta da La Sala del Torriano, bell’azienda di Montefiridolfi, a San Casciano, guidata dal titolare Francesco Rossi Ferrini e dall’enologo ed agronomo Ovidio Mugnaini (vincitore del Premio Gambelli 2024). Il vino proviene dall’omonima vigna a 310 metri di quota, su terreni ricchi di ferro e manganese, con rese di 45 q.li/ha. Fa fermentazione spontanea e affina in una sola botte da 38 hl di rovere francese.

L’ho ritrovato alla soglia fatidica dei dieci anni e, ammetto, non mi ha deluso.

In un VINerdì IGP del 2019 lo avevo descritto infatti come “una sorta di normotipo della categoria, quindi bene per chi la ama e meno per chi la odia: naso intensamente vellutato, bocca importante e solenne, senza spigoli. Un vinone ma, nel suo genere, assai godibile”. A questo giro, oltre sei anni dopo, il giudizio non muta ed anzi migliora: se il colore è un rubino piuttosto scarico, al naso le note terziare appena accennate di terra, cuoio e sottobosco soccombono presto di fronte a potenti sentori di amarena e di mora, con una coda balsamica che si prolunga in un sorso avvolgente, di bella struttura, maturo, ricco, con tannini gentili e una lunghezza dolce. Dunque un vino che si è ingentilito senza afflosciarsi e appare in ottima forma.

Francesco Rossi Ferrini

Divertente inoltre la storia dell’etichetta, opera singolare del famoso cartellonista cinematografico e amico di famiglia Nino Campeggi, quello dei manifesti di film-cult come “Il principe e La ballerina” e “Beh Hur”, per capirci: “Tutto nacque a tavola, dove per l’appunto si discuteva animatamente sulla nascita di questo nuovo vino, la Gran Selezione”, racconta Rossi Ferrini. “Lui si accalorò a tal punto sulla faccenda che non solo si impegnò a disegnare l’etichetta di suo pugno, ma la mattina dopo si presentò a colazione col bozzetto già realizzato: ci aveva lavorato tutta notte!”.

Annalisa Zorzettig - Friuli Colli Orientali DOC Schioppettino "MYÓ" 2020



di Stefano Tesi

A dispetto di un’uva difficile a maturare, ecco un vino solare fermentato in acciaio e affinato in legno, dal bel colore rubino e dagli aromi vivaci, pepati e fruttati insieme, che in bocca trova un’agilità rotonda e beverina, asciutta e lunga. 


Una bella tagliata tartufata è proprio “la su’ morte”.

Oltre il pregiudizio: come l’Amarone e il Recioto di Tedeschi hanno vinto la sfida della contemporaneità


di Stefano Tesi

Mi sono di recente imbarcato, con alcuni cari amici, in una dissertazione filosofica di difficile soluzione: esiste il caso o esiste anche il Caso, insomma quella coincidenza che, spesso corroborata da altre coincidenze sospette, ti fa pensare che in ciò che accade non c’entri solo in caso, quello con la “c” minuscola? Il più cinico dei commensali ha liquidato la questione con un parolone: apofenia, ossia la sindrome che colpisce chi crede di vedere cose e segnali che non ci sono. Più possibilisti gli altri. Passa qualche giorno e, con altri amici, ci imbarchiamo in un’altra dissertazione, meno filosofica ma non meno insidiosa: i vini dolci e il loro mercato sono davvero in una crisi irreversibile? O, carsicamente, sono destinati a risorgere quando, per qualche motivo, il consumatore tornerà a chiedere certe bevute?


Le due dissertazioni, sempre per caso (o Caso?) hanno finito per convergere quando, per le recenti festività, a casa mi si è presentato un ulteriore amico, estraneo ai precedenti, con in mano un duplice omaggio: un Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva Capitel Monte Olmi 2018 e un Recioto della Valpolicella DOCG Classico Capitel Fontana 2021, ambedue di Tedeschi, nome storico della Valpolicella.


Combinazione (appunto!), erano vini che già conoscevo, per averli assaggiati e annotati appena qualche mese fa, in occasione di un pranzo istituzionale. Un segno del destino o un ulteriore, banale episodio di potenziale apofenia? Un po’ per non deludere l’ospite e, soprattutto, perché non mi sento affatto apofenico, ho optato per la prima ipotesi e ho allegramente stappati tutto, al cospetto di un ottimo rollè di maiale e di un bel vassoio di pecorino parecchio stagionato. 
Al termine, ho potuto così maturare una doppia sensazione: che da un lato, nell’aria c’è qualcosa che potrebbe far presagire un’inversione di tendenza riguardo al declino dei vini dolci e che, dall’altro, anche in me c’è la tendenza a rivalutare ciò pareva essere poco nelle mie corde.


Comincio dal secondo vino, che è quello che mi ha sorpreso di più o che forse rammentavo meno. Ricordavo un colore intenso e bouquet ricco, variamente screziato, ma delicato e pulito. Tale e quale l’ho ritrovato, ma con l’aggiunta di piacevoli note floreali, note fruttate pungenti, un accenno appena balsamico e un impatto olfattivo generale che, in bocca, si riflette in un sorso asciutto, compostissimo, di grande eleganza e di nessuna stucchevolezza, con buona pace dei quasi 73 grammi/litro segnati, ho verificato dopo, negli appunti. Insomma un gran bel vino che non solo mi ha riconciliato con la tipologia, ma - a riprova - è finito presto, al pari dell’impegnativo formaggio che avevo messo in abbinamento.


Avevo un bel ricordo anche dell’Amarone Capitel Monte Olmi, a dire la verità, ma lo rammentavo meglio del Recioto e quindi sono andato più sul sicuro. Anche in questo caso, belle conferme: ho ritrovato il vino pieno di nerbo che avevo già assaggiato, elegante e sostenuto da un frutto rosso dolce e rotondo, ma netto e preciso, con una struttura importante al palato, diretto e in qualche modo agile, dove lunghezza e profondità vanno di pari passo senza annoiare. Un vino di bella identità tipologica e tuttavia ricondotto sui binari di una contemporaneità (brutta parola, ma si fa per capirsi) destinata a piacere pure a me, che sull’Amarone sono sempre un po’ prevenuto.

InvecchiatIGP: Marchesi Antinori - Solaia 1998 (magnum)


di Luciano Pignataro

Alcuni vini hanno lo stesso destino del Colosseo e degli scavi di Pompei: sono così famosi nel mondo e sempre davanti agli occhi di chi abita vicino da rientrare nella normalità, se non nella banalità. Così, quando ho bevuto il Solaia 1998 grazie alla generosità di un amico a Capodanno, ho pensato: "Cacchio, ma mica una cosa del genere può passare in cavalleria!", e ho dunque deciso di approfittare del mio turno al Garantito IGP per lasciarne almeno una traccia scritta. 


Il Solaia non ha certo bisogno di presentazioni: nato da una costola del Tignanello nell’ormai lontano 1978, ossia nella preistoria della moderna viticoltura italiana, ha assunto una propria personalità con il passare del tempo, anticipando i tempi sia nella scelta dei vitigni sia nel successivo "aggiustamento" con l’affiancamento del Sangiovese al Cabernet Franc e al Cabernet Sauvignon. Emblema della rivoluzione nel cuore del Chianti Classico avviata da Piero Antinori qualche anno prima, si è posizionato subito tra i leader del vino italiano moderno. Come tutte le cose di successo in Italia ha molti estimatori; diciamo che quello che si definisce mainstream italiano e americano non ha mai smesso di premiarlo e di metterlo nelle prime posizioni, al di là delle mode che hanno attraversato il mondo del vino negli ultimi quarant'anni. In questo blend è ovviamente il Cabernet Sauvignon a "tirare la carretta" e a caratterizzare il vino sia sotto l’aspetto materico sia sotto quello olfattivo, ma se cercate il famoso peperone potreste restare delusi, perché uno dei punti di forza di questo rosso è sicuramente quello di avere una personalità ben definita che magari ha fatto scuola, ma che non è facilmente replicabile. Prima di lasciarvi con le mie impressioni, voglio soffermarmi un attimo sull’annata 1998.
 

I più anziani o i giovani studiosi ricorderanno sicuramente che il biennio 1997-1998 è stato quello della "bolla" del vino italiano. Ci si era lasciati alle spalle la raccolta del primo con la definizione giornalistica di "vendemmia del secolo": lo dissero a Bordeaux e lo ripeterono a Montalcino e, alla prova degli anni, i fatti non hanno dato torto a chi si sbilanciò con entusiasmo, dato che i rossi 1997 sono ancora straordinari. Il discorso è un po’ meno ecumenico per il 1998: i commerciali non esitarono a parlare nuovamente di vendemmia del secolo — allora non c’erano i social, ma qualcuno riuscì comunque a ironizzare sulla successione di due vendemmie del secolo (del resto anche la 1999 fu buona, pure per i bianchi) — e ancora ricordo le perplessità di Gino Veronelli che invitava alla prudenza. 


Alla luce delle evoluzioni, la 1998 è stata sicuramente una buona annata, ma inferiore alla precedente, soprattutto rispetto al gusto attuale, poiché pecca spesso di un’eccessiva concentrazione che all’epoca era molto di moda; allora il massimo complimento che si potesse fare a un rosso era definirlo "marmellata". 


Il Solaia 1998, invece, non è stato affatto una marmellata. Oltre ai sentori di frutta viva, al rapporto equilibrato con il legno e ai tannini morbidi, setosi e completamente risolti, al palato ha rivelato un’energia inaspettata: una beva tonica, vivace, scattante e ampia, con una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva e una chiusura lunga e precisa che invitava a ripetere il sorso. Bevuto su un arrosto di carne, ci ha lasciato decisamente soddisfatti. Sicuramente il formato Magnum, che ritengo perfetto per la lunga conservazione, ha favorito questo risultato: un vino che non ha mostrato il minimo segno di stanchezza né cedimenti visivi o palatali. Ed è stata proprio questa sensazione positiva a spingermi a lasciarne traccia nel mare del web.

Castello di Meleto - Chianti Classico Gran Selezione "Vina Poggioarso" 2020


di Luciano Pignataro

Un Chianti Classico sta sempre bene nei pranzi natalizi. Ero curioso di assaggiare questa annata "ecumenica" che ha fatto incetta di premi della critica.


Si tratta di un Cru di Sangiovese a bassa resa, maturato in botti grandi, che si presenta in perfetta forma: note di frutta ben bilanciate dall'uso sapiente del legno, un palato fresco, tannini risolti e una chiusura lunga e piacevole.

Un grande bianco, una grande tavola: il Fiano di Villa Diamante tra memoria e futuro


di Luciano Pignataro

Bevo questo straordinario bianco nell’ultima cena dell’anno da Mimmo De Gregorio, allo Stuzzichino di Sant’Agata sui Due Golfi, insieme a una bella compagnia. Mimmo è uno di quei ristoratori che si è "alfabetizzato" sul vino a partire dagli anni ’90, non appena la trattoria di famiglia venne aperta dai genitori.


Allora entrare in questo mondo significava fare scoperte e, soprattutto, riuscire a guardarsi attorno alla ricerca dei prodotti; questa dote, unita a un’empatia che non esita a manifestare anche sui social, ha fatto fare il salto di qualità a questo luogo dove si mangia la cucina di papà Paolo, arzillo ultraottantenne. Insomma, un posto che è piaciuto a Stefano Tesi ma che sicuramente piacerebbe a tutti i Giovani Promettenti per la sua autenticità. Mimmo ha curato i vini, creato una buona cantina e da lui si trovano etichette sempre interessanti. Su una cernia cotta semplicemente al sale, il mio dito punta alla bottiglia di Villa Diamante. Un’etichetta da vigne vecchie — in realtà di poco superiori ai quarant’anni — che ci emoziona perché sappiamo che sono state piantate e curate da Antoine Gaita. Antoine è stato un uomo che ci ha regalato, prima di andarsene troppo presto, alcuni dei bianchi italiani più straordinari, giocando sul Fiano e sulla sua memoria olfattiva di figlio di emigranti nel Belgio francofono.


Quando diciamo che qualcuno è andato via "troppo presto", vogliamo essere precisi e non nasconderci dietro una frase di rito in omaggio a chi ci ha lasciato. Ad occhio e croce, Antoine avrebbe avuto almeno le dieci vendemmie che ci separano dalla sua scomparsa e, statisticamente parlando, almeno le prossime dieci a dir poco, dato che è morto a soli 60 anni. Sicuramente ci avrebbe regalato altri capolavori e, un po’ come Luigi Tecce, avrebbe attraversato le "mode da reel" che oggi imperversano con la tipica cocciutaggine dei vigneron di montagna, senza farsi condizionare da nessuno e trovandosi, così, sempre davanti agli altri.


Rimangono memorabili i suoi capolavori, ancora integri, come la 1998 (sua seconda vendemmia etichettata), la stratosferica 2005, la 2008 e ancora la 2012, perfetta oggi come allora. Senza dimenticare le tre annate di Taurasi e un Greco. I vini di Antoine parlavano di autenticità e di carattere: sono sicuramente suoi i migliori Fiano usciti dal difficile areale di Montefredane. Ecco, il complimento che mi sento di fare alla figlia Serena e alla mamma Diamante è che questo Fiano sembra fatto da lui. A partire dal fatto che non è DOCG, tanto per citare la polemica da cui nacque il Clos d’Haut, che ha anticipato il gusto dei vini naturali degli ultimi anni senza mai tradire la purezza del vitigno.


Così è questo Vigne Vecchie La Congregazione, che nasce da una particella del primo vigneto dell’azienda fondata nel 1996 e che quest’anno festeggia i primi trent’anni. Un vino che gioca sulla freschezza olfattiva fatta di agrumi, macchia mediterranea, brevi note di frutta esotica e un principio di nota fumé, a cui fa da contraltare una bella cremosità palatale e una spinta eccezionale che si conclude con un sorso pulito, preciso, amarognolo. Non vi è dubbio che questa bottiglia potrà viaggiare nel tempo: ha tutte le carte in regola per allearsi con gli anni che passano e sfruttarli per aumentare la propria complessità. Che l’opera di Antoine continui con Serena, che nel frattempo ha studiato Enologia, è la prova che forse non tutto è perduto. Il costo sul web oscilla fra i 70 e gli 80 euro e li vale tutti. Direi addirittura che è un vino da investimento: affettivo prima ancora che economico e, per questo, decisamente più prezioso e longevo.