Graziano Prà – Soave Classico DOC “Monte Grande” 2021


Da uve garganega e trebbiano di Soave provenienti da vigne di 40 anni di età, questo Soave, premiato anche dall’IGP Carlo Macchi, si caratterizza per affilate sensazioni minerali, accanto ad effluvi di cedro e mimosa. 


Corpo sapido, ricco ed avvolgente. Imbottigliamento, come di consueto, con tappo a vite.

Un vino, un progetto: nasce Ritorno


Ritornare alle origini con una sguardo rivolto al futuro. Questa frase, letta così, potrebbe sembrare uno slogan pubblicitario molto seducente ma, conoscendo da tempo Edoardo Ventimiglia e sua moglie Carla Benini, dietro quelle parole, invece, c’è ben altro, qualcosa di molto profondo e personale che da Pitigliano, luogo del cuore dove nel 1997 hanno fondato l’azienda Sassotondo, li ha portati fino a Milo, alle pendici dell’Etna, dove ha preso ufficialmente vita da qualche mese il progetto Ritorno.

Edoardo Ventimiglia e Luigino Bertolazzi di GRASPO

Come scritto in precedenza, il nome è assolutamente evocativo e scelto a caso perché, come dichiara lo stesso Ventimiglia, “seguendo il filo rosso dei vini vulcanici italiani, dal 2000 ho cominciato ad andare a Milo tutti gli anni, in occasione della Vini Milo, per condurre insieme ad Alfio Cosentino, al vulcanico Aldo Lorenzoni e agli altri amici “vulcanici”, le degustazioni del progetto Volcanic Wines. In questi 12 anni l’attrazione si è trasformata nella volontà di fare qualche cosa per riavvicinare la mia famiglia a questa terra”.


Ritorno, infatti, non è un nome casuale perché il Barone Gaetano Ventimiglia, nonno di Edoardo, direttore della fotografia con collaborazioni illustri tra i quali Hitchcock, era proprio catanese (fondatore della squadra di calcio della città) e dai suoi racconti è nata l’attrazione fatale di Edoardo verso la Sicilia tanto da voler riprendere un legame, mai sopito, con i luoghi della sua memoria e le origini della sua famiglia.

Lucio Bertolazzi, Edoardo Ventimiglia e Carla Benini

A Edoardo e sua moglie Carla non bastava tutto questo, volevano porre in essere qualcosa di concreto per il territorio ed, in particolare, per i vitigni perduti dell’Etna, creando al tempo stesso un progetto dagli importanti risvolti sociali. “Non voglio però fare un vino sull’Etna, come molti miei colleghi legittimamente fanno, ma un vino per l’Etna. In particolare, per l’Etna Bianco Superiore, che credo rappresenti il futuro”. Con queste parole Edoardo Ventimiglia ha presentato alla stampa il suo Ritorno, un Etna bianco superiore da carricante in purezza, che proviene dal vigneto degli Eredi Di Maio, nella prestigiosa Contrada Caselle, foglio 19, particella 117, nel comune di Milo sul versante est dell’Etna e che vede la sinergia tra i Ventimiglia ed un’altra grande figura del mondo vinicolo quale Federico Curtaz.

Credit: Gazzetta del Gusto

Questo Etna Bianco Superiore, prodotto nel 2021, vinificato in acciaio e affinato in un due tonnaux da 300 litri, è ricco e penetrante con un naso che richiama sensazioni idrocarburiche associate a tocchi aromatici di glicine, agrumi e mandorle tostate. Le percezioni olfattive trovano continuità al gusto, fresco e sapido insieme, in una gradevole fusione che mostra un vino giovane ma al tempo stesso raffinato e territoriale.


Prodotto solo in 200 magnum a produzione limitata, Ritorno è un progetto che ha anche una valenza sociale importante visto che con i proventi delle vendite, tramite Proposta Vini, si andrà proprio a finanziare l’Associazione G.R.A.S.P.O. per l’avviamento del progetto finalizzato alla catalogazione, recupero e successiva messa a dimora degli antichi vitigni dell’Etna con la collaborazione dell'Università di Catania.

Ruiz de Cardenas - Cuvée Armonia Blanc de Blancs Metodo Classico Extra Brut


di Lorenzo Colombo

Bella l’effervescenza di questo Metodo Classico prodotto con uve chardonnay che s’affina sui lieviti per 28 mesi. 


Decisamente sapido, fresco, pulito e fruttato, lo produce Gianluca Ruiz de Cardenaz, imprenditore milanese d’origine spagnola sulle colline di Torricella Verzate, nell’Oltrepò Pavese.

Scoprire il vitigno Rebo attraverso una verticale di Vigneti delle Dolomiti Rosso Passito IGT Reboro


di Lorenzo Colombo

Il vitigno


E’ curiosa la storia della genesi del Rebo, vitigno che deve il nome al suo inventore, Rebo Rigotti, ricercatore e sperimentatore presso la Scuola Agraria di San Michele all’Adige, che ha ottenuto questa nuova varietà nel 1948 tramite l’impollinazione di un fiore di merlot con uno di marzemino e che registrò questo incrocio col nome di 107- A. Il nuovo vitigno venne poi iscritto al registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 1978 col nome del suo inventore. Ma la storia non finisce qui, infatti successive analisi genetiche hanno stabilito che in realtà si tratta di un incrocio tra Merlot e Teroldego. Il vitigno, il cui utilizzo è autorizzato nella Doc Trentino e in poco meno di una quarantina di vini ad Igt è assai poco diffuso, nel 2010 infatti il censimento agricolo ne contava solamente 119 ettari mentre l’edizione 2020 del Which Winegrape Varieties are Grown Where, che prende in considerazione l’anno 2016, ne conta solamente 92 ettari in tutto il mondo, 85 dei quali in Italia e di questi 60 nella provincia di Trento.


La sua area di diffusione principale rimane la Valle dei Laghi, nei comuni di Cavedine, Calavino, Volano e nella frazione Padergnone del comune Vallelaghi oltre che in quello di San Michele all’Adige.

Il Reboro

Il Reboro è frutto di un progetto di alcuni vignaioli della Valle dei Laghi che, forti dell’esperienza e della tradizione nella produzione del Vino Santo Trentino hanno pensato di mettere ad appassire anche le uve di Rebo e di trarne quindi un vino rosso passito. La presentazione di questo nuovo vino è avvenuta nel 2012, in occasione dell’evento annuale dell’Associazione dei Vignaioli del Vino Santo Trentino. Per la sua produzione vengono accuratamente scelte le uve migliori che vengono poste ad appassire sulle arele (graticci di canne) sino alla fine di novembre, dopo la vinificazione il vino deve maturare in botti di rovere per almeno tre anni.


I vini in degustazione

Le uve provengono dal vigneto San Siro, allevato a Guyot su suolo calcareo. Il vino s’affina per tre anni in barrique e per un anno in bottiglia. Sono tre le annate che abbiamo avuto il piacere di degustare, 2018, 2016 e 2014, ecco le nostre impressioni:

2018 – Color prugna, profondo. Buona la sua intensità olfattiva, ampio, balsamico, mentolato, prugna secca, prugna in confettura, ribes nero, accenni di vaniglia e di salamoia. Intenso e strutturato, asciutto, con tannino importante ma mai aggressivo, speziato, sentori di caffè, liquirizia forte, prugne secche, accenni di radici, buona la persistenza.


2016 – Il colore vira tra il granato profondo e compatto ed il prugna. Intenso al naso, balsamico, elegante e di buona complessità, prugna secca, ciliegia, frutti di bosco a bacca nera, spezie dolci, vaniglia, liquirizia dolce, cioccolato, note mentolate, accenni di caffè. Morbido e succoso, strutturato senz’essere pesante, vi ritroviamo i sentori di prugna secca e ciliegia matura, liquirizia dolce, cioccolato, vaniglia, sentori mentolati, buona la sua trama tannica e lunghissima la persistenza.


2014 – Color granato, con unghia tendente al mattonato. Buona la sua intensità olfattiva, vi cogliamo sentori di radici, liquirizia, spezie, vaniglia, cannella, cioccolato amaro e prugna secca. Strutturato, alcolico, asciutto, con tannino leggermente asciugante, presenta sentori di liquirizia, prugna secca, ciliegia matura, cioccolato, accenni di caffè, tracce mentolate e leggeri ricordi di legno, buona la sua persistenza.


Tre annate che, pur presentando un comune denominatore sono abbastanza diverse tra loro, riteniamo che questo sia dovuto in parte all’annata ma soprattutto (secondo noi) alla diversa maturità dei vini, dei tre quello del 2006 è per noi il più completo, più maturo e complesso rispetto a quello più giovane e più fresco, in forma e scattante rispetto al 2014.

InvecchiatIGP: Tenuta La Novella - Chianti Classico Riserva 2006


di Stefano Tesi

Ci sono vini che sembrano fatti apposta per rammentarti, oggi, quanto le cose, in un arco di tempo relativamente breve, possano cambiare nel profondo. Perché se è vero, come è ovvio, che tutto muta e quindi appare diverso rispetto a prima, a volte il mutamento ha dei simboli, dei benchmark direbbero quelli bravi, qualcosa che lo rappresenta meglio di qualunque altra cosa.


Questo Chianti Classico Riserva 2006 della Tenuta La Novella, a Musignano, presso San Polo, in comune di Greve, assaggiato ora è infatti perfetto alla bisogna.
Di ciò devo ringraziare il giovane enologo Lorenzo Morandi, che da 2015 con Simone Zemella si occupa dello sviluppo dell’azienda e che mi ha portato la bottiglia di cui sto per parlarvi.


La tenuta ha una storia antica e discontinua: già monastero e poi grande fattoria ottocentesca, passò da varie mani prima di arrivare, nel dopoguerra, a un industriale pratese morto nel 1970 senza lasciare eredi. Rimase abbandonata fino al 1996, quando la Società dei Domini, ne divenne proprietaria e iniziò un imponente lavoro di restauro e di recupero durato dieci anni, conclusosi con l’approdo all’agricoltura biologica e alla biodinamica odierne.


Dal punto di vista esteriore, più che dall’etichetta il cambiamento si coglie in retroetichetta: 80% di sangiovese, 8% di teroldego, 7% di merlot e 5% di cabernet sauvignon.

Il tappo è integro, il colore ancora scuro, pieno, profondo.

Al naso il vino rivela tutta la coerenza delle proprie origini: è ancora vivo sebbene compatto, a tratti pastoso, con residui echi di legno ben percepibili, frutti rossi molto maturi, ciliegia sotto spirito e note terziarie, marcate ma non troppo, di cuoio, funghi e liquirizia. Sentori che si evolvono appena, ma non mutano di sostanza nemmeno lasciando respirare il vino, che alla fine manca un po’ di profondità. Lo stesso accade al palato, con un’entrata potente e una struttura importante che però di fermano presto, senza spiccare il volo né in lunghezza, né in finezza e restano un po’ sospese come, alla fine, il giudizio finale. Il quale, tutto considerato, non è negativo, perché la bottiglia non tradisce affatto le attese. 


Anzi, le conferma. E mi spinge a dire che l’aggettivo più giusto per descrivere oggi questo vino è “didattico”: l’ideale cioè per spiegare a chi non c’era “come eravamo” e a chi ha ancora in cantina qualche bottiglia, “cosa aspettarsi”.

Poggiotondo - IGT Toscana "Poggiotondo" 2020


di Stefano Tesi

Ho fatto bene a rispettare la vocazione “tardiva” (è questa l’ultima annata in commercio) di questo rosso del Casentino a base di sangiovese e canaiolo, maturato in vasche di vetrocemento.


Bevuto col clima invernale e coi piatti giusti dà una sferzata di calore, piacevole veracità e di giusta pienezza.

Collazzi, il rosso toscano alla prova del tempo


di Stefano Tesi

Come diceva il titolo di un film bello ma poco conosciuto, “il vento fa il suo giro”. E a volte ti riporta laddove manchi da tempo, magari da così tanto tempo che tutto è cambiato. Oppure non è cambiato nulla, ma è mutato il contesto. L’effetto che mi ha fatto tornare ai Collazzi, la villa sulle colline fiorentine – secondo la vulgata, anzi, la più bella delle ville fiorentine – progettata del Rinascimento da un allievo di Michelangelo, Santi di Tito, è stato un po’ questo: la riscoperta di una sorta di familiarità perduta e di una motivazione nuova.


La motivazione era una verticale 2001- 2019 del “Collazzi”, il rosso igt Toscana nato qui negli anni Novanta (la prima vendemmia è del 1999) da un taglio di cabernet sauvignon, merlot, cabernet franc e, in seguito, di Petit Verdot, dal 2005 affidato senza soluzioni di continuità all’enologo Alberto Torelli. Ma anche farsi raccontare la vicenda della tenuta, storicamente della famiglia Marchi (400 ettari tra Impruneta, San Casciano e Scandicci, con 33 ettari di vigneto, 140 di oliveto e il resto a bosco), con le sue tante curiosità. Come quella di Ottomuri, il Fiano IGT Toscana (l’unico da questa varietà prodotto nella regione) ricavato da un’unica vigna sperimentale di galestrino e vendemmiata in tre tempi, piantata dove un tempo era stata una cava di argento.

Ma torniamo alla verticale.

Collazzi IGT Toscana 2019

Fa 24 mesi di barrique, per il 30% nuove e per il 70% di un anno.
Bellissimo colore rubino pieno, da cui emerge un riflesso bluastro intrigante. Al naso emergono molta gioventù e un frutto pieno, polposo, denso, accompagnato da una coda quasi salata. Sentori che si riversano puntualmente al palato, con una freschezza e un’acidità inattese. L’alcool è a 14,5° ma non si avverte troppo. Da aspettare.

Collazzi IGT Toscana 2015

Il colore è scurissimo, quasi impenetrabile, e il calore dell’annata emerge al naso con un accenno di sovramaturazione che però non intacca l‘evidenza delle pirazine del Cabernet Sauvignon, destinate a restare in primo piano. La sensazione di vino maturo si conferma in un palato asciutto e solenne, setoso elegante e con un finale di liquirizia.



Collazzi IGT Toscana 2008

Qui il Petit Verdot non era ancora entrato in scena. Il colore è un granato scuro, comunque integro. Al naso presenta marcate note terziarie di funghi freschi, muschio e sottobosco, ma è di discreta finezza e di una certa eleganza. Il tutto si conferma in bocca: il vino è severo, un po’ brontolone, evoluto ma ancora piacevole.

Collazzi IGT Toscana 2005

Ultima annata prodotta con legni americani: si vede e si sente. Di colore praticamente impenetrabile, al naso denuncia uno stile “antico” ma è ancora relativamente vivace e solido. Il balzo lo fa al sorso con una rotondità bella e rassicurante e un’agilità non banale, appena sporcata da un finale un po’ asciugante.

Collazzi IGT Toscana 2001

Rubino scuro e caldo, al naso è ovviamente evoluto ma si tratta di un’evoluzione elegante ed equilibrata che rende il bouquet godibile e fine, con un piacevole accenno di dolcezza e un gradevole tocco balsamico. Ed anche in bocca la piacevolezza non si dissipa, evidenziando sapidità, pienezza, una solida rotondità e qualche residuo di acidità.

InvecchiatIGP: Castello del Terriccio - Lupicaia 2001


di Luciano Pignataro

Possiamo dire che il Lupicaia 2001 è l’ultimo vino degli anni ’90? Beh, da un punto di vista psicologico sicuramente sì visto che quell’anno, con l’attacco alle Torri Gemelle, siamo entrati in una nuova fase storica che ci ha fatto cambiare molte abitudini quotidiane, ma soprattutto perché il mondo del vino interruppe la sua cavalcata trionfale iniziata nel decennio precedente dovendo fare i conti con una improvvisa crisi di del mercato americano, principale sbocco naturale dell’export italiano.


Ma la vendemmia, dopo la calda 2000, nulla faceva presagire del brutale e progressivo cambio climatico: annata inizialmente piovosa e con una gelata ad aprile che in Toscana tagliò la produzione del 15% circa, poi riequilibrata da un buon andamento che ha portato persino ad un po’ di anticipo nella raccolta proprio sulla costa.


Bere il Lupicaia 2001 è dunque una sensazione straniante: siamo in un'altra epoca, non esistevano i social, decisamente rassicurante e conforme ai canoni produttivi degli anni ’90 nella fase produttiva, decisamente nuovo millennio per le fasi commerciali seguenti. Era ancora il periodo in cui il legno non era stato così ferocemente messo in discussione e si affacciava appena il tema dei vitigni autoctoni come principale caratteristica identitaria del sorso rispetto al territorio di provenienza. Anzi, il Lupicaia, in questa versione 2001 con un po’ di Merlot e di Pedit Verdot a saldo di un 85 per cento di Cabernet Sauvignon era sin dalla sua nascita, il 1993 per l’esattezza, orgoglioso alfiere dell’impostazione bordolese in salsa mediterranea che ha sonoramente rinnovato la viticultura della costa toscana e, di conseguenza, della viticultura italiana. Fu proprio grazie ai vitigni internazionali che la Toscana trascinò il resto del paese verso un export redditizio, autorevole e non più subalterno alla Francia.


L’azienda, con i suoi 3500 ettari di cui una settantina vitati in quel di Castellina Marittima, non ha bisogno di presentazioni essendo stata la protagonista del rilancio del vino italiano nel suo decennio d’oro e mantenendo la rotta sulla qualità assoluta nel corso degli anni. Indubbiamente un vino molto ben fatto, nonostante i nostri pregiudizi verso tanti vini così concepiti di quell’epoca alla prova del tempo. Non solo il tappo è perfetto, ma il colore granato è vivo e sin dal primo secondo il vino, conservato tutto questo tempo nella sua cassetta di legno in cantina, respira ancora frutta rossa, note balsamiche e di macchia mediterranea in un vago contesto di fumè e carruba. Se proprio volete saperlo, non ho percepito il classico peperone sempre associato didatticamente al cabernet. Al naso il frutto e il legno appaiono in perfetto equilibrio, direi anzi fusi e la scelta dei tonneaux da parte della azienda, rilanciata dal mitico marchese Gian Annibale Rossi di Medelana purtroppo scomparso nel 2019, appare da distanza di 23 anni saggia e lungimirante.

Gian Annibale Rossi di Medelana Serafini Ferri 

Il vino, con il passare dei minuti acquisisce complessità e intensità olfattiva con note di caffè, in parte liquirizia, conserva. Le premesse del naso vengono mantenute al palato dove la freschezza sostanzialmente integra tiene in piedi la beva in maniera autorevole senza il minimo cedimento, spingendo con decisione il sorso in un contesto di morbidezza setosa dei tannini, presenti e di pregio, sino al finale lunghissimo in cui ritornano i ricordi di frutta rossa. Una chiusura che conserva intatta la sapidità del sorso che non ha alcuna concessine piaciona o dolce e che anzi invoglia a ripetere la beva. 


La bottiglia finisce rapidamente e ci complimentiamo per la nostra tenacia di resistere alla tentazione di aprirla prima: fisicamente parlando, ammesso che il Lupicaia 2001 sta ancora in commercio (lo vediamo quotato sui 220 euro sul web), è al suo zenit. 
Un grande vino. Questo è l’epitaffio che lasciamo alla bottiglia vuota.

Tenuta del Cavalier Pepe - Irpinia Coda di Volpe DOC "Bianco di Bellona 2011"


di Luciano Pignataro

Non importa il vitigno, sui tempi lunghi i bianchi irpini regalano sempre grandi soddisfazioni. 


Come questa Coda di Volpe lavorata solo in 
acciaio e dimenticata in bottiglia dal naso di cedro candito e idrocarburo, con la beva piena e appagante ben sostenuta dall’acidità. Sorso finale lungo e dissetante.

Mastroberardino, produttore iconico della Campania, presenta le nuove annate


di Luciano Pignataro

I produttori storici che hanno avuto la capacità di aggiornarsi e rinnovarsi costituiscono un vero e proprio benchmark per le denominazioni in cui operano. Tanto più vero quanto più sono circoscritti i territori di riferimento. Ecco perché in un areale altamente vocato, ma decisamente piccolo per dimensioni, non si può prescindere da Mastroberardino per una valutazione dell’annata e per capire l’orientamento e l’evoluzione dei vini. Sarà inutile ricordarlo ai più, ma vale la pena sottolineare che i disciplinari dei vari Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi furono scritti da questa famiglia e che quando il Taurasi divenne DOCG, nel 1993, le uniche bottiglie disponibili erano quelle di Mastroberardino e di Struzziero.


Ecco perché ogni anno prendo il computerino e chiedo a Piero la possibilità di provare le nuove uscite. Nessuna altra azienda sul territorio può regalare un quadro così completo da un punto di vista didattico. Questo non vuol dire che non ci sono altri attori importanti e interessanti, magari nelle singole denominazioni anche più interessanti, ma il quadro completo si becca qui: ad Atripalda oppure nella nuova tenuta a Mirabella, creata proprio d Piero, che ha lanciato la Locanda del Lupo proprio quest’anno, con una bella ristrutturazione dei locali con vista sui vigneti.
Ecco allora, in sintesi. i nostri assaggi della linea top, fatto con il conforto di Massimo Di Renzo, enologo aziendale.

Neroametà - Bianco Campania IGT 2019

Uno dei pochi Aglianico vinificato in bianco secondo una usanza particolarmente presente fra Campania e Vulture nei primi anni ’90. L’aspetto interessante di questa etichetta è il ritardo della uscita. Sentiamo prima la 2019 che sfoggia un naso elegante, di note balsamiche e frutti rossi, sapido, freschissimo. Lungo, ripulisce bene il palato.


Neroametà -  sarà Irpinia Doc 2020

La prima annata in cui cambia la denominazione, da igt Campania a Irpinia Doc, segno di una maggiore determinazione dell’azienda a valorizzare questo progetto. Appena in uscita, esprime un bellissimo profumo di frutta rossa e note di incenso, canfora. Il vino ha un leggero passaggio in legno, ma resta in ottimo equilibrio con la frutta.

More Maiorum - Irpinia Doc 2018

Lo storico vino elaborato per la prima volta negli anni ’80 esce con cinque anni di ritardo. Uno sforzo notevole e con una novità. Il Fiano di Lapio è in blend con un parte di Greco di Tufo. Il vino fermenta in barrique e poi affina per almeno un anno e mezzo in bottiglia. Forse è quello che più di ispira allo stile borgognone ed esprime in questo sorso, ci piace questo ossimoro, una spudorata eleganza, complesso, note di basalmico, mentola. Lungo, sapido. Piacevole. Assolutamente nelle nostre corde, diventa difficile non berlo anche in degustazione. Ma a noi i bianchi invecchiati con passaggio in legno fanno impazzire.


Veniamo adesso al progetto Stilema, un omaggio ad Antonio, il padre di Piero. “Con tale espressione intendiamo – spiega - evocare lo stilèma della vinificazione dei vitigni autoctoni d’Irpinia (il Fiano, l’Aglianico, il Greco) così come avveniva a cavallo tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 70 del Novecento per il Taurasi, e tra gli anni ‘70 e ‘80 per i due più nobili bianchi d’Irpinia”.


Stilema - Fiano di Avellino Riserva Docg 2019

Si riaggancia al 2015, prima uscita. Nasce da uve di Montefalcione e Manocalzati. Un dieci % matura in barrique di secondo e terzo passaggio. Qua il tempo diventa il grande alleato alleato e questa etichetta esce dopo quattro vendemmie. Note di pera matura, di foglia di fico, balsamico, agrumato lungo, intenso. Al palato è sapido, piacevole, lungo, amaro finale.


Stilema - Greco di Tufo Riserva Docg 2019

La sorpresa di questa degustazione è stato proprio il Greco. E’ vero che i due grandi bianchi di solito procedono a corrente alternata, ma stavolta l’uva di Montefusco, Tufo e Petruro Irpino stupisce per la grande energia al palato. Piacevole, lungo, è decisamente avanti rispetto al Fiano per completezza e complessità. L’aspetto più interessante è che l’eleganza allontana i toni rustici tipici di questo vitigno, un po’ in difficoltà negli ultimi anni a causa delle annate calde. Del totale, meno del 10% ha un passaggio in legno.


Stilema - Taurasi Docg 2017

La volontà è quella di riproporre lo stile dei Taurasi del passato. E’ un blend di uve di Pietradefuso, Montemarano e Paternopoli, parte bassa e parte alta della denominazione. Breve macerazione (7/8 giorni) e poi affinamento per circa due anni in legno di rovere di Slavonia di 50 ettolitri e barriques di rovere francese (non di primo passaggio). Infine 30 mesi in bottiglia. L'estrazione non esagerata è sempre stato il marker aziendale: al naso esprime una bella ciliegia, al palato il tannino è ben risolto, la sensazione è di freschezza con un finale lungo e piacevole.


Ora restiamo alla 2017, annata non facile ma molto ben interpretata dall’azienda per illustrare gli altri due grandi rossi da aglianico

Naturalis Historia Taurasi Riserva Docg 2017 

Rosso vino ottenuto con uve provenienti da un vigneto di circa 50 anni della tenuta di Mirabella Eclano. Invecchiamento solo nel legno piccolo, da vigne vecchie di 50 anni. Il vino si presenta compiuto, tannini e freschezza ben bilanciati, al naso frutta croccante e rimandi appena accennati di affumicato, al palato beva amica e golosa. Un grande rosso da manuale.



Radici Taurasi Riserva Docg 2017

L’etichetta più amata da Parker nasce nel 1986 e da allora è sempre stata usata l’uva del vigneto di Montemarano. Affinato in barriques di rovere francese e botti di rovere di Slavonia per circa 30 mesi e almeno 40 mesi in bottiglia. Mentolato, balsamico, lungo. Tannino più presente, lungo. Piacevole.


La grande bellezza di questi vini è la loro capacità di essere grandi interpreti territoriali e al tempo stesso di essere molto caratterizzati. Quando li bevi non pensi mai ad altri riferimenti, ma proprio al lavoro fatto da Mastroberardino in questi anni. Tutti hanno un grande futuro.

InvecchiatIGP: Podere 414 - Morellino di Scansano 1999


di Carlo Macchi

Il podere dell’Ente Maremma 414 è uno dei tanti che l’ente creò nel 1960, dividendo giganteschi latifondi e affidandoli ad “assegnatari”, cioè a famiglie contadine provenienti da ogni parte d’Italia. Erano terreni praticamente vergini dal punto di vista agricolo ma non certo facili da coltivare. Dopo quasi quarant’anni, nel 1998, Simone Castelli, figlio d’arte di Maurizio, uno degli enologi che hanno fatto la storia della Toscana enoica sin dagli anni ’80 del secolo scorso, acquistò questo podere e iniziò a fare vino. 


Non era facile coltivarlo nel 1960, ma anche nel 1998 non era certo una passeggiata. Sin dall’inizio Simone puntò sul sangiovese e, magari sotto l’influsso di quegli anni, produsse dei vini forse un po’ troppo legati alla concentrazione e all’uso del legno. Piano piano ha affinato le sue proposte, anche se i Morellino di Podere 414 sono sempre austeramente importanti. I vini dei suoi inizi erano indubbiamente un po’ eccessivi, almeno così li valutai allora. Però il tempo da una parte è galantuomo ma dall’altra prima o poi ti presenta il conto.
Questo “conto” per me è arrivato durante una visita estiva a Simone quando , oltre a tutti i vini adesso in commercio ha aperto una bottiglia di 1999: così il tempo si è dimostrato galantuomo, ma per Simone.


Certe volte i sangiovese (questo con un piccolo tocco di ciliegiolo) mi lasciano di stucco sin dal naso. E’ stato il caso di questo grande vino, che unisce ancora del frutto rosso al cioccolato e a sentori di terra e sottobosco, il tutto con un’intensità incredibile . In bocca ha potenza ancora da vendere ma ben distribuita, con accanto freschezza e sapidità. I tannini sono grossi e grassi, dolci e quasi “pesanti”, portando il vino ad un allungo incredibile. Sfido chiunque ad assaggiarlo bendato e a non pensare ad un grande Brunello di Montalcino, invece è un grandissimo Morellino di Scansano, sicuramente uno dei più buoni assaggiati in vita mia.


Complimenti Simone, la lezione che ho imparato ma che difficilmente metterò in pratica adesso vista la mia età è che per valutare un vino devo aspettare almeno 20 anni, meglio se un po’ di più.

La Colombera - Colli Tortonesi DOC Timorasso "Il Montino" 2015


di Carlo Macchi

Il Timorasso è un vino che andrebbe bevuto maturo e questo Montino 2015 era infatti la quintessenza del vitigno: note fini di idrocarburo e pietra focaia al naso, rotonda potenza con freschezza in bocca. 


Un Riesling grasso, ampio e potente, impossibile da trovare se non a Tortona. Elisa Semino docet!

Da Gancia per scopire la storia dell’Alta Langa


di Carlo Macchi

Entrare da Gancia a Canelli ha indubbiamente il gusto delle cose del passato. Spazi immensi, quasi da modernariato industriale, punteggiati da meravigliosi manifesti che da una parte ricordano la Bella Époque, e dall’altra mi riportano all’infanzia, quando i manifesti pubblicitari erano sicuramente più evocativi e belli di adesso. Questa visita, che ci porterà a degustare in verticale una bella fetta dei loro Alta Langa, si deve alla passione e alla perseveranza del nostro Davide Buongiorno, che è riuscito ad ottenere quello che fino ad oggi (almeno così mi risulta) non era mai stato né chiesto né ottenuto. Non per niente l’assaggio si svolgerà nel loro laboratorio e non certo in una sala attrezzata, segno che non abituati a degustazioni del genere.

Ma perché Davide ha smosso mari e monti per organizzare questa degustazione?

Tutto parte dai nostri assaggi di Alta Langa e dalla storia di questa giovane denominazione, nata da un gruppo di grandi cantine piemontesi e poi allargatasi a tanti piccoli produttori, specie negli ultimi 10-15 anni. Ma questo “allargamento” ha portato con se un problema di gioventù, e quindi di vini assolutamente ben fatti ma ancora molto, troppo giovani. Giovani sia per uve nate da vigneti piantati da pochi anni, sia per tempi sui lieviti spesso non ampi e per periodi brevi di permanenza in bottiglia dopo la sboccatura. La nostra curiosità ci porta a cercare di capire se e quanto la marcata giovinezza degli Alta langa sia un fatto contingente al momento di crescita o sia una reale caratteristica: cioè come aromi e strutture che troviamo adesso possano cambiare ed evolversi, in quanto tempo può o non può avvenire e quali sono i marker tipici della denominazione, ora e tra 10-15 anni.


Questo “universo appena nato” ha comunque alcuni “pianeti” con una storia alle spalle e uno di questi è Gancia che, oltre ad essere uno dei padri dell’Alta Langa, vanta una tradizione sul metodo classico che partendo da Carlo Gancia risale a quasi 2 secoli fa (avete letto bene: 2 secoli!). Niente di meglio quindi per iniziare un nostro viaggio tra i produttori storici del Metodo Classico in Piemonte, che ci vedrà nei prossimi mesi approdare in altre cantine.


Ma adesso siamo dentro Gancia, dove ci sta aspettando Mario Borgogno, responsabile tecnico di questa grande cantina e in particolare della parte riguardante gli Alta Langa. Se uno si domandasse quante bottiglie di questa tipologia potrà produrre un’azienda così grande rimarrebbe sicuramente deluso dalla risposta: si parla di 60/70.000 bottiglie, al massimo della produzione e non tutti gli anni. In effetti il progetto Alta Langa di Gancia si sviluppa in una “cantina nella cantina”, in spazi non certo piccoli ma rispetto a quelli che potrebbero essere sfruttati è una vera nicchia: qui si trova la marmonier (la pressa verticale arrivata dalla Francia) delle vasche d’acciaio, qualche barrique e poco altro.

La Marmonier

Mario Borgogno è l’opposto del tecnico che ti aspetteresti in cantine di questo blasone: persona per niente abituata ai riflettori, chiaro, preciso, assolutamente “austero” nelle sue secche affermazioni, riesce a farci un quadro di questa tipologia di metodo classico senza alcun infiorettamento. Un dato su cui punta molto per i suoi Alta Langa è l’acidità, ma soprattutto il pH, che normalmente va da 2.95 ad un minimo di 3.15. Siamo quindi di fronte a pinot nero (soprattutto) e chardonnay di grande freschezza, con tempi di maturazione in bottiglia molto lunghi e si mantengono molto giovani anche nel tempo. 


Mario ci parla anche della scelta non facile di dedicare un apposito spazio in cantina a questa tipologia, che oggi viaggia sulla cresta dell’onda ma 20-25 anni fa non aveva certo molti santi in paradiso. Non per niente la parte di cantina dedicata all’Alta Langa esiste solo dal 2000 e la pressa verticale, che ha fatto fare un primo salto di qualità, è arrivata nel 2006.


Parlavamo di vini molto giovani? Il primo assaggio, un Alta Langa Pas Dosé del 2014 ci fa capire subito questo concetto. Sboccato nel 2022, 70% pinot nero e 30% chardonnay, è un paglierino vivo ma assolutamente non dorato, al naso è quasi chiuso, con note di mela verde e, solo dopo un po’ di tempo, fiori, mandorle e nocciole.. In bocca è sapido, equilibrato ma sempre molto austero, con chiusura giustamente amarotica. La 2014 è stata una vendemmia non certo solare ma questo pas dosé ne interpreta perfettamente il senso di leggerezza e freschezza. Ci dicono che in enoteca costa attorno ai 24 euro, prezzo davvero molto interessante.


L’Alta Langa Brut 2015, sboccato da pochissimo (70 pinot nero/30 chardonnay) ha il solito color paglierino brillante e profumi che all’inizio somigliano molto al precedente per poi virare verso anice, timo e maggiorana. In bocca invece ha più larghezza, cremosità e quasi grassezza. Qui Mario si lascia scappare una sua preferenza tecnica “Devo ammettere che qualche grammo di zucchero nei metodo classico non sta male” e in effetti tutta questa austerità che spesso sconfina in magrezza stilistica e che oggi va per la maggiore ha cominciato ha darmi un po’ sui nervi. In enoteca a 23 Euro.

Adesso iniziamo ad andare indietro nel tempo con l’Alta Langa 2013 Brut ( 80/20), un vino più “possibilista”. Paglierino dorato, note balsamiche, di erbe officinali, ma anche lieviti e crosta di pane. Fine e giustamente cremoso al palato, anche se chiude con una nota di vibrante acidità. Qui Mario ci fa notare di aver diminuito le percentuali di vino chardonnay in barrique (il pinot nero fa sempre e solo acciaio) e da allora usa solo barrique usate. Prezzo sui 33 euro.


Anche per i metodo classico l’annata vuol dire molto. Ce lo dimostra questo Alta Langa 2012 Brut (80/20), dai profumi di camomilla, cremoso e molto rotondo, molto più “approcciabile” degli altri, sicuramente grazie ad un’annata calda e siccitosa come la 2012. Un vino meno profondo, anche per Davide, ma sicuramente molto buono.

Quel legno che ha iniziato a diminuire nel 2013 in questo Alta Langa Brut 2011 (80/20) si sente invece ancora bene: colore dorato, note di china, noci, nocciole, con leggero tostato e crosta di pane. Il legno si sente soprattutto in bocca, che è meno cremosa e fine e si allarga molto, forse troppo.

Anche l’Alta Langa Brut 2010 (80/20) ci “accoglie” con una leggera tostatura ma poi prevalgono note di fiori secchi e sentori balsamici . In bocca c’è freschezza importante ma anche un rotondo equilibrio dove bollicine ancora molto vive danno un senso di eleganza e di profondità gustativa.


Adesso iniziamo davvero ad andare indietro, con bottiglie che ormai sono difficilmente reperibili, anche nella loro cantina . L’ Alta Langa Brut 2009 (80/20 ) è forse il meno convincente del lotto: naso leggermente ovattato con sentori di caramello che poi col tempo virano su note floreali, medio corpo ma non molto incisivo: non molto profondo ma fatto molto bene.

L’Alta Langa Brut 2008 (80/20) ci fa capire come un vino che matura con lentezza in una magnum si sviluppi ancor più lentamente. Grande freschezza in bocca, sembra un vino di pochissimi anni anche perché l’acidità non è ancora ben integrata e così troviamo un vino su “vari piani” che ancora devono crescere e

Chiudiamo la nostra carrellata con l’Alta Langa Brut 2006, (80/20) prima annata con la marmonier. Un colore veramente giovanissimo, per niente dorato e un naso ancora in via di espressione, con note di pietra focaia, fiori e erbe officinali. In bocca ha tutto quello che ancora gli manca al naso: molto più aperto, rotondo, bollicina finissima, elegante e molto persistente, un vino che mostra di avere di fronte a sé ancora tanta vita.


In definitiva questo primo “excursus” sul passato dell’Alta langa è diventato più un “Ritorno al futuro” dato che più si andava indietro e più sembrava che i vini ringiovanissero. Questo è sicuramente un bel biglietto da visita non solo per Gancia (a proposito, grazie a Paola Visconti per averci affiancato nella visita) ma per un denominazione dove la giovinezza dei vini sembra essere non tanto un problema di tempi brevi ma una innegabile caratteristica.

InvecchiatIGP: – Tenuta Belvedere - Bolgheri Superiore Guado al Tasso 1995


di Roberto Giuliani

Nasce nel 1990, come omaggio degli Antinori alla famiglia Della Gherardesca che era stata proprietaria della tenuta, da vigneti situati su suolo di origine alluvionale, da argillo-sabbioso a argillo-limoso, con presenza di agglomerato bolgherese (scheletro). Questa è la prima annata come DOC Bolgheri Superiore, in quanto è proprio nel 1995 che viene istituita la denominazione di origine.


L’uvaggio, come potete immaginare, è quello tipico di quest’area che si è sviluppata con l’intento di produrre vini di stile bordolese, con le uve e legni squisitamente francesi, parliamo quindi di cabernet sauvignon e franc, merlot e a volte anche una piccola quota di petit verdot, altre di syrah. Onestamente non ricordo quale composizione fosse stata scelta per la ’95, ma direi che non è rilevante.
Quello che conta, invece, è verificare se questo rosso che ha contribuito a fare la storia degli Antinori, è sopravvissuto a 28 anni dalla vendemmia (di cui 24 nella mia cantina).


Devo dire che il colore appare promettente, un granato ancora vivo e vigoroso, senza evidenti cedimenti al bordo; il tappo da 5 cm, del resto, ha svolto il suo ruolo egregiamente, lasciando intrappolato il liquido nei primi 3-4 mm e non mostrando alcun sentore anomalo. Bene, dopo una buona mezz’ora da quando l’ho versato nel calice, la curiosità è troppa e il mio prominente naso cerca di percepire qual è lo stato dell’arte di questo vino (comprato nel 1999 a 25mila lire): liberato dalle inevitabili chiusure iniziali, mi gratifica con toni che richiamano ancora il frutto, confettura di prugne e more, poi ciliegia sotto spirito, grafite, humus, spezie officinali, cuoio, sussulti d’incenso, tracce ematiche e ferrose, cardamomo e, solo alla fine accenni a funghi porcini e tartufi.


Giungo alla seconda fase, l’assaggio: le prime impressioni vanno sull’acidità e su un tannino quasi leggero, non sento una gran materia, al contrario il vino sembra giocato tutto sulla scioltezza, ci tengo a precisare che la gradazione tocca il valore 12,5, oggi praticamente scomparso fra i vini importanti. Tutto questo si traduce in una beva godibilissima, in un vino ancora vivo e di bella eleganza, forse sottile e non lunghissimo ma di notevole fascino, si riscatta alla grande se pensiamo che buona parte delle guide italiane non gli dettero valutazioni elevatissime, anche perché la ’95 non ebbe i fasti dell’osannata ’97.


Oggi questa ’95 è la testimonianza vivente che con i giudizi bisogna andarci sempre molto cauti…