Finigeto - Bonarda dell’Oltrepò Pavese “Il Baldo” 2023


di Lorenzo Colombo

Una godibilissima Bonarda ferma dal naso intenso e profumato che presenta sentori di frutta rossa matura e dolce (prugne e more). 


Bocca succosa dove la Croatina la fa da padrona con la sua importante ma vellutata trama tannica e la Barbera l’alleggerisce con la freschezza della sua vena acida.

Stefan Yim: l'outsider che sta riscrivendo i canoni dell'Etna


di Lorenzo Colombo

Una delle cose che riteniamo affascinanti nel mondo del vino è data dal fatto che, più spesso di quanto si creda, si incontrano aziende delle quali non si era a conoscenza e che ci rimangono impresse sia per la filosofia aziendale che per la qualità e l’originalità dei vini prodotti.

Credit: Gambero Rosso

Il caso più recente è stata la scoperta dell’azienda Sciara, di Stefan Yim, figlio di madre giapponese e di padre hongkonghese, Stefan ha trascorso buona parte della sua vita in California, nei dintorni di Los Angeles, dove ha iniziato a lavorare come sommelier ed ha poi deciso di mettersi a produrre vino, dapprima in California, comprando dell’uva nel 2008. Non soddisfatto dei vini californiani Stefan, che preferisce vini meno strutturati e più freschi, dopo un paio d’anni si è trasferito in Francia, nel Madiran, situata nel Sud-Ovest della Francia, zona meno famosa di altre, dove ha fatto esperienza lavorando con vitigni quali Tannat, Gros Manseng e Petit Manseng.


Sempre alla ricerca di maggior freschezza e di originalità Stefan, innamoratosi dei vini provenienti da suoli vulcanici, dopo aver in primo momento pensato a Tenerife ha alla fine optato nel 2015 per l’Etna, zona nella quale era stato più volte durante il periodo in cui lavorava in Francia. Abbiamo incontrato Stefan durante una degustazione tenutasi a Milano, condotta da Armando Castagno e organizzata dall’importatore e distributore Andrea Ordan, che gentilmente ci ha invitati.

Stefan ha spiegato che le ragioni della sua scelta sono state essenzialmente tre.

1) L’altitudine, che fa sì che possa essere contrastato il problema del riscaldamento globale.
2) I suoli vulcanici che permettono di produrre in modo naturale senza interventi massicci in cantina e che si evolvono, mantenendo freschezza e verticalità.
3) Infine perché l’Etna è uno dei pochi posti in Europa dove si possono ancora trovare viti centenarie e pre-fillosseriche a causa della natura dei suoli composti da ceneri, lapilli e piccole rocce vulcaniche.


In dieci anni Stefan è riuscito a mettere insieme circa 10 ettari di vigneti situati in nove diverse contrade, otto delle quali poste sul versante Nord del vulcano (il più densamente vitato) ed una sul versante Sud ad un’altitudine sinora impensabile, ovvero oltre i 1.500 metri sfruttando il fatto che questo versante è il più caldo e soleggiato. Nei vigneti ha lasciato le varietà presenti, curandosi unicamente di ripristinarli, a parte il citato vigneto posto a 1500 metri, messo a dimora ex novo.
I suoi vini provengono da vigneti condotti in regime biologico (ha ottenuto la certificazione lo scorso anno), sono prodotti utilizzando un quantitativo minimo di solfiti, meno di 30 mg, aggiunti unicamente al momento dell’imbottigliamento.


Per quanto riguarda la parte enologica Stefan non segue un protocollo fisso ma si basa sulle caratteristiche dell’uva disponibile, cambiano ad esempio la durata delle macerazioni e l’utilizzo o meno di grappoli interi, fermentando sempre con lieviti indigeni in modo da esprimere al meglio l’annata. Sostiene infatti che sta ancora imparando ed ogni anno acquisisce maggior esperienza.


I vini degustati:

Vino Bianco Ubriaco sulla Luna 2022

60% Carricante, 40% Catarratto, Minella Bianca e Garganega da viti allevate ad Alberello ed a Cordone speronato d’oltre 50 anni d’età provenienti dalle Contrade Carrana, Taccione e Monte Dolce poste su suoli composti da rocce e sabbie vulcaniche e situati tra i 720 ed i 1.000 metri d’altitudine. Il nome del vino deriva dal fatto che durante il Covid, trovandosi solo, a volte Stefan esagerava un poco col vino nei vigneti. La vendemmia s’effettua a fine settembre ed il vino, prodotto per la prima volta nel 2018, subisce una macerazione sulle bucce di 32 giorni e co-fermenta tramite lieviti indigeni in ceramica (Clayvers) e vetroresina dove s’affina per 19 mesi, inoltre l’80% delle uve vendono vinificate a grappolo intero. Si tratta dell’unico vino bianco dell’azienda la cui produzione è stata di 1.550 bottiglie.


Color oro antico tendente al paglia intenso con leggeri riflessi ramati, leggerissima velatura. Naso molto particolare e interessante, buona l’intensità olfattiva, molto profumato, nota alcolica che ricorda il sidro, la mela, e la scorza di cedro. Asciutto, sapido, con buona vena acida, sentori di buccia di mela, accenni piccanti di zenzero, leggere note tanniche. Un vino dalle caratteristiche organolettiche che potremmo definire uniche, non presenta infatti alcuna nota che lo rende simile od identificabile con la maggior parte dei vini macerati e degli Orange wines.

Etna Rosso Doc 760 metri 2021

90% Nerello mascalese e 10% Nerello cappuccio provenienti dalle contrade Taccione e Sciaranuova situate tra i 720 ed i 770 metri d’altitudine su suolo di natura vulcanica composto da rocce e sabbie, le viti hanno un’età variabile dai 15 ai 75 anni e sono allevate parte ad Alberello e parte a Cordone speronato. La fermentazione avviene, come per tutti i vini aziendali tramite lieviti indigeni e l’affinamento del vino si svolge per 19 mesi in botticelle francesi di varie dimensioni ed in contenitori di vetro. Si tratta dell’unico vino che riporta in etichetta la Doc Etna, le bottiglie prodotte sono state 4.170.


Color rubino di discreta intensità. Buona l’intensità olfattiva, balsamico, frutta rossa, leggere note affumicate, buona eleganza. Discretamente strutturato, molto fresco, sapido, frutta fresca, note minerali, bella trama tannica, lunga la persistenza.

Terre Siciliane Igt 980 metri 2022

Nerello mascalese in purezza proveniente da vigneti di 45 – 80 anni d’età situati nelle contrade Carrana, Barbarbecchi e Monte Dolce, tra gli 840 ed i 1.000 metri d’altitudine, i suoli sono vulcanici composti da cenere, rocce e sabbia ed il sistema d’allevamento è ad Alberello. Fermentazione spontanea ad affinamento per 10 mesi in vari contenitori, barriques francesi, ceramica e vetro.


Rubino luminoso. Bel naso, di buona intensità, fresco, fruttato, elegante, leggeri accenni sulfurei. Fresco, asciutto, verticale, leggera nota piccante, bella trama tannica e buona persistenza. Vino dalla notevole qualità, prodotto in 3.100 bottiglie.

Vino Rosso Centenario Pre-Philloxera 2022

Prodotto con uve pre-filosseriche di oltre 100 anni d’età di Nerello mascalese provenienti dalla contrada Feudi di Mezzo posta a 630 metri d’altitudine, allevata ad Alberello su terrazze laviche rocciose. Fermentazione spontanea ed affinamento in anfore e vasche di fibra di vetro. 896 le bottiglie prodotte.


Rubino luminoso di buona intensità. Intenso al naso, molto profumato, presenta un bel frutto, nitido e pulito, leggeri accenni di fumo. Di buona struttura, succoso, verticale, con bella vena acida e buona trama tannica, buona la persistenza.

Vino Rosso Sensazione di Lava 2022

60%Nerello mascalese e 40% Grenache provenienti dalla contrada Tartaraci situata a 920 metri d’altitudine su suolo composti da lava, sabbia e piccole rocce vulcaniche, il sitma d’allevamento è ad Alberello e le viti hanno un’età che varia dai 20 ad oltre 115 anni. Fermentazione in vasche aperte con il 70% delle uve a grappolo intero, affinamento per 19 mesi in barriques francesi tostate.


Color rubino-granato di media intensità. Bel naso, intenso, sentori di frutto rosso selvatico, erbe mediterranee, accenni di fumo. Fresco ed asciutto, di media struttura, verticale, minerale, con bella trama tannica e lunga persistenza. Un vino dal naso intrigante, prodotto in 1.000 esemplari.

Terre Siciliane 1200 metri 2021

Prodotto con uve Grenache in purezza provenienti da un unico appezzamento di 0,6 ettari posto contrada Nave a 1.200 metri d’altitudine su suolo con cenere vulcanica e sabbia, le viti, allevate ad Alberello, hanno un’età di 70-120 anni. Stefan trovò questo vigneto abbandonato e la ricerca del proprietario non fu affatto facile. Dopo la fermentazione, avvenuta in cantina, il vino s’affina per 19 mesi in due anfore sepolte nel vigneto.


Color rubino di media intensità. Bel naso, elegante, di buona intensità olfattiva, balsamico, mentolato, sentori d’erbe aromatiche. Fresco, sapido, asciutto, verticale, balsamico, mentolato, con trama tannica importante ma ben integrata, lunga la sua persistenza. Un vino dall’altissima qualità, il nostro preferito tra quelli degustati, la produzione è stata di 960 bottiglie.

Vino Rosso 1520 metri 2022

Questo vino viene prodotto dal vigneto a bacca rissa più alto d’Europa. Situato in contrada Cielo, posta nella zona Sud dell’Etna, il vigneto, di 1,1 ettari è stato messo a dimora da Stefan con 4.550 viti nel 2020, durante il Covid ed è allevato ad Alberello su suolo composto da ceneri vulcaniche e lapilli, Il vino, composto da 45% Pinot nero, 35% Grenache e 20% Pineau d’Aunis, raro vitigno quest’ultimo proveniente dalla Loira, dopo la fermentazione s’affina per 19 mesi in anfore e damigiane di vetro. Alla sua seconda annata di produzione ne sono state prodotte 355 bottiglie.


Color granato non molto intenso. Buona l’intensità olfattiva, fresco, balsamico, mentolato, leggermente piccante, pepato, sentori di scorza d’arancia amara. Fresco, asciutto, verticale, di corpo un poco lieve (ricordiamo che il vigneto è stato messo a dimora nel 2020 e quindi si tratta della seconda annata di produzione), agrumato, agrumi amari. Un vino decisamente particolare e molto interessante, già molto godibile, ma certamente da rivedersi quando le vigne avranno raggiunto la loro maturità.

Frascati, tutto pronto per Vinalia Priora: attese oltre 103 aziende


Oltre 500 etichette, 50 banchi d’assaggio e ben 103 aziende vitivinicole provenienti da tutto il Lazio: a meno di una settimana dal taglio del nastro, Vinalia Priora, si conferma già come vetrina privilegiata per uno dei prodotti più rappresentativi della nostra regione. Il 25 e 26 aprile 2026, gli spazi suggestivi del Museo Tuscolano – Scuderie Aldobrandini di Frascati si preparano ad accogliere la quinta edizione di un evento che, anno dopo anno, ha saputo trasformarsi da promettente iniziativa locale a solida e prestigiosa kermesse del vino di un’intera regione, ospitando produttori e realtà del settore capaci di comporre un mosaico ricco, sfaccettato e vibrante. 


Un progetto che ha saputo crescere, consolidarsi e soprattutto evolversi, fino ad assumere una dimensione più ampia e consapevole. Giunta alla sua seconda edizione in veste regionale, la manifestazione, promossa dal Comune di Frascati è sostenuta dalla Regione Lazio attraverso Arsial e Lazio Innova, segno tangibile di una sinergia istituzionale che punta a valorizzare un comparto strategico per l’identità e l’economia del territorio. Il tema scelto per questa edizione, “Geografie dei vini del Lazio”, non è infatti solo un titolo evocativo, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. Raccontare il vino significa raccontare i luoghi da cui nasce, le mani che lo producono, le tradizioni che lo custodiscono e le innovazioni che lo proiettano nel futuro. Dai suoli vulcanici dei Castelli Romani alle brezze marine della costa, dalle colline della Tuscia alle terre più interne, ogni calice diventa una mappa sensoriale, un viaggio che attraversa paesaggi, storie e identità. Cuore pulsante della manifestazione saranno le degustazioni e le masterclass, affidate ad alcuni dei più autorevoli esperti del settore. Non semplici momenti formativi, ma veri e propri percorsi di approfondimento, pensati per accompagnare il pubblico alla scoperta delle infinite sfumature del vino laziale. È qui che Vinalia Priora mostra la sua anima più ambiziosa: quella di un evento che non si limita a esporre, ma che educa, ispira e crea connessioni. In un tempo in cui il vino rischia di essere ridotto a prodotto di consumo, Vinalia Priora restituisce centralità alla sua dimensione culturale. Lo fa, in partnership con Frascati Scienza e divulgatori autorevoli, attraverso il dialogo tra produttori e visitatori, attraverso il racconto diretto delle aziende, attraverso la possibilità di degustare, confrontare, comprendere. Ecco allora che, accanto al percorso degustativo che si snoda negli spazi del Museo tuscolano, Vinalia propone sei masterclass tutte da scoprire, per fermarsi e vivere una nuova esperienza d’assaggio, più profonda e consapevole.

LE MASTERCLASS DI VINALIA PRIORA

SABATO 25 APRILE

h. 12.00 - La zonazione del Vulcano Laziale. Prime evidenze analitiche per una geografia del vino in costruzione
con Jacopo Manni

La scienza che orienta scelte produttive e disciplinari future, traducendo l’analisi territoriale in criteri operativi pser la qualità. Un assaggio comparato di 8 vini da Malvasia Puntinata, ottenuti da microvinificazioni standardizzate realizzate con il supporto di ARSIAL presso i laboratori sperimentali di Velletri, introduce alle prime sperimentazioni di zonazione dei versanti del Vulcano Laziale. Attraverso la lettura tecnica dei vini e dei paesaggi viticoli, sarà possibile osservare come le variabili pedoclimatiche incidano sull’espressione del vitigno, offrendo una prima base empirica per interpretare le differenze territoriali e valutare la costruzione di una zonazione vitivinicola.

h.16.30 Bellone. Da vitigno a visione, verso una nuova centralità del piano laziale
con Fabio Ciarla e Umberto Trombelli

Un percorso di degustazione dedicato al Bellone, vitigno in forte crescita e al centro di una rinnovata attenzione da parte dei produttori. Energia varietale ed equilibrio emergono attraverso interpretazioni che puntano a definire nuove traiettorie stilistiche, tra tensione e rilettura contemporanea del vitigno. Una risorsa ancora in piena espansione espressiva, capace di contribuire in modo sempre più significativo alla ridefinizione del bianco laziale.

h. 18.30 - Il Lazio a piede franco, il territorio senza mediazioni
con Matteo Gallello

Il piede franco come forma radicale di relazione tra vite e territorio, in cui l’assenza di innesto restituisce una trasmissione più diretta delle condizioni pedologiche e ambientali. Attraverso l’assaggio comparato di vini provenienti da specifici contesti del Lazio, si cercherà di cogliere se e in che misura questo patrimonio paesaggistico vivente si traduca in una espressione riconoscibile nel bicchiere, capace di restituire una relazione non mediata tra suolo, pianta e paesaggio. Una chiave interpretativa, tecnica e culturale, per interrogare il valore del piede franco come espressione di autenticità, differenza e verità territoriale.

DOMENICA 26 APRILE

h. 12.00 - Malvasia Puntinata. La cifra del bianco classico latino, tra forma, misura e profondità
con Ilaria Giardini e Francesco Radiciotti

Il bianco identitario che può ridefinire la percezione del Lazio, capace di coniugare sapidità naturale, capacità di tenuta e adattabilità agronomica. Attraverso l’assaggio di diverse interpretazioni, la Malvasia Puntinata si rivela come vitigno in grado di costruire una forma del bianco al tempo stesso rigorosa e dinamica, in cui misura e profondità diventano categorie leggibili nel vino. Una varietà che dimostra come tradizione e contemporaneità possano non solo convivere, ma generare nuove possibilità espressive per il territorio.

h 16.30 - Cesanese. Dalla traiettoria alla forma, la conquista della grandezza
con Letizia Rocchi, Maria Ernesta Berucci, Carlo Zucchetti e Gabriele Graia

Il rosso che ambisce alla profondità e alla longevità, e che nel tempo costruisce la propria misura. Nel confronto tra calici, il Cesanese si lascia leggere come una traiettoria, non lineare ma insistita, fatta di ritorni al vigneto, di scelte in cantina, di tentativi che diventano forma. È lì che il territorio smette di essere sfondo e diventa sostanza, materia che si organizza nel vino. Attraverso la voce di chi lo produce, lo comunica e lo attraversa quotidianamente, proveremo a ricostruire le linee di questa trasformazione recente: un percorso che ha portato il Cesanese a riconoscersi, e a essere riconosciuto, come uno dei rossi che oggi definiscono una possibile idea di grandezza.

h. 18.30 - Vitigni rari del Lazio. Biodiversità come valore strategico,il ritorno della differenza come risorsa
con Matteo Zelinotti e Riccardo Roselli di Vinario 4

La biodiversità come valore strategico non è qui un principio astratto, ma una pratica concreta di recupero, selezione e riattivazione di vitigni marginali, spesso relegati ai margini dei sistemi produttivi. Attraverso microproduzioni e sperimentazioni, questi vitigni tornano a essere dispositivi attivi di costruzione dell’identità, sottraendosi a modelli standardizzati e aprendo a forme di espressione non omologate. Il patrimonio genetico viticolo si configura come una vera frontiera competitiva: non solo risorsa agronomica, ma infrastruttura culturale e territoriale capace di generare valore, differenziazione e nuove traiettorie di sviluppo per il Lazio del vino.

DOVE: Scuderie Aldobrandini, Piazza Guglielmo Marconi, 6 Frascati


Contrade dell’Etna 2026: la XVII edizione è “la migliore di sempre”: numeri da record


Si chiude con numeri straordinari, entusiasmo diffuso e un forte senso di comunità la XVII edizione di Contrade dell’Etna, confermandosi senza esitazioni la migliore di sempre. La manifestazione, ideata dal produttore Andrea Franchetti, è oggi organizzata dalla società Crew, che ha saputo interpretare l’evoluzione del settore accompagnando la crescita dell’evento e rafforzandone il profilo anche in chiave internazionale, mantenendo al contempo il principio fondante della democraticità.


Il successo dell’edizione 2026 è certificato da numeri significativi: circa 3.000 bottiglie stappate, per un totale di oltre 45.000 assaggi, quasi 100 cantine partecipanti, 60 giornalisti tra stampa nazionale, estera e locale, e una grande presenza di operatori del settore Horeca, a conferma del ruolo centrale dell’evento come piattaforma di incontro e sviluppo per il comparto.


Due giornate intense al Sikania Garden Village di Randazzo, che si è dimostrato un luogo perfettamente adatto ad accogliere una manifestazione di questo livello, tra banchi d’assaggio, momenti di confronto e approfondimento. Ad aprire la manifestazione è stato il talk inaugurale “L’arte di vendere il vino”, moderato da Fabrizio Carrera, direttore del giornale online di enogastronomia Cronache di Gusto, che ha visto il confronto tra Francesco Cambria (presidente Consorzio Etna Doc), Federico Veronesi (Ceo Signorvino), Francesco Ferreri(presidente Coldiretti Sicilia), Giuliano Rossi (presidente associazione Vinarius), Giusy Vitale (founder di Prezzemolo & Vitale), Vito Bentivegna (direttore Irvo) Giuseppe Figlioli (presidente Assoenologi Sicilia).


Dal dibattito è emersa una visione chiara e condivisa: il vino non è in crisi, ma attraversa una fase di trasformazione profonda. Al centro, la necessità di semplificare la comunicazione senza perdere autenticità, rafforzare il legame con il territorio e puntare sul valore più che sui volumi. Un modello, quello dell’Etna, che si distingue per posizionamento, qualità percepita e versatilità produttiva, capace di rispondere alle nuove dinamiche del mercato. Tra gli spunti più rilevanti emersi, anche il lancio di un contest internazionale dedicato ai vini dell’Etna, proposto da Assoenologi Sicilia, come leva strategica per valorizzare ulteriormente il territorio, stimolare il confronto tra produttori e rafforzare la presenza sui mercati esteri.


A seguire, un ricco programma di masterclass dedicate al vino, organizzate dal giornale Cronache di Gusto (media partner dell’evento), forum tecnici e incontri tematici. Tra questi, “il vino nell’era dell’intelligenza artificiale”, dedicato all’impatto dei dati e delle nuove tecnologie nella gestione delle cantine, e gli approfondimenti tecnici sulla nuova frontiera enologica. Fondamentale il contributo di Coldiretti Sicilia, che oltre a curare uno spazio dedicato al valore della terra, ha organizzato e promosso le masterclass sull’olio extravergine di oliva in collaborazione con la Fondazione Evoo School, offrendo momenti di approfondimento di grande qualità su uno dei prodotti simbolo del territorio etneo.


Grande partecipazione anche da parte delle istituzioni locali: numerosi sindaci del territorio hanno preso parte all’inaugurazione, tra cui Antonio Bonanno (Biancavilla), Alfio Cosentino (Milo), Concetto Stagnitti(Castiglione di Sicilia), Emanuele Motta (Ragalna) e il vicesindaco di Linguaglossa Davide Spartà, che hanno partecipato attivamente al momento inaugurale. La loro presenza ha rappresentato un segnale forte di unità territoriale, dando simbolicamente il via alla manifestazione con un corale “Viva l’Etna”, espressione autentica di appartenenza, identità e coesione tra le comunità del territorio etneo. Presente anche Luca Sammartino, assessore dell'Agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca mediterranea della Regione Siciliana.


Determinante anche il sostegno e la presenza attiva del Consorzio Tutela Vini Etna DOC, con il coinvolgimento diretto del presidente Francesco Cambria e del direttore Maurizio Lunetta, protagonisti di diversi momenti di confronto e approfondimento durante le due giornate. La dichiarazione degli organizzatori (CREW) – Raffaella Schirò, Sergio Cimmino e Massimo Nicotra: “Siamo orgogliosi e profondamente felici dell’ottima riuscita di questa edizione, che possiamo definire senza dubbio la migliore di sempre. La grande partecipazione, il coinvolgimento delle cantine, degli operatori, della stampa e delle istituzioni dimostrano quanto Contrade dell’Etna sia diventata un punto di riferimento. Siamo particolarmente grati per il sostegno, la vicinanza e la partecipazione attiva del Consorzio dei Vini Etna DOC, con il presidente Francesco Cambria e il direttore Maurizio Lunetta. È emerso un forte senso di comunità, coesione e condivisione che rappresenta il vero valore aggiunto di questo evento. Un ringraziamento va anche al nostro partner tecnico Enoservice dell’enologo Antonello Milazzo”. 


Contrade dell’Etna si conferma dunque non solo una vetrina di eccellenza per il vino etneo, ma un luogo di dialogo, crescita e identità territoriale, capace di interpretare le trasformazioni del settore e di offrire strumenti concreti per affrontarle. Archiviata questa edizione da record, lo sguardo è già rivolto al futuro: l’organizzazione è già al lavoro sulla prossima edizione, le cui date saranno annunciate a breve.

InvecchiatIGP: Cantina di Venosa - Terre di Orazio Dry Muscat 2024


di Stefano Tesi

Ho estratto dalle profondità più recondite della mia cantina, dove non solo non ricordavo, ma proprio non pensavo di averlo, questo vino vecchissimo e secchissimo, dolce assai però per il ricordo che mi evoca di "enozingarate" d’altri tempi, giornalisticamente parlando e non.


Mi sono subito chiesto se prodotti come questi si facciano ancora e se, allora, si immaginava che essi sarebbero potuti durare fino ad oggi. Poi scopro che in effetti la gloriosa Cantina di Venosa questo Dry Muscat, ossia un Moscato bianco vinificato secco, lo fa tuttora. E che, incredibilmente, le note in retroetichetta sono le medesime, dopo oltre vent’anni. All’epoca, se non ricordo male, ne tiravano centinaia di migliaia di bottiglie ed era un vino inusuale, fatto un po’ per stupire e un po’ per spiazzare. Così almeno mi fu presentato. Lo raccomandavano per smorzare il dolciastro dei crostacei e le spezie della cucina mediterranea, forte – e qui copio spudoratamente da un’antica recensione del compare Luciano Pignataro recuperata in rete – di un invidiabile rapporto qualità/prezzo.


Il rapporto di oggi non lo so giudicare, ma non c’è dubbio che, al netto di una componente anagrafica inevitabile ma non spiacevole, dopo più di quattro lustri passati nel buio toscano il Dry Muscat esca sorprendente come allora: estratto il tappo Nomacorc, si svela infatti di un colore ambrato opaco, mentre il naso per piglio e asciuttezza ricorda certi sherry molto britannici, secchi al punto di essere quasi spigolosi, con remoti richiami di datteri e di fichi secchi, che al naso rilasciano una vaga punta mentolata e di frutta appassita. Anche in bocca il vino è austero, brusco, neghittoso, impettito, perfino abrasivo a tratti e davvero si fa immaginare bevuto non tanto in un pacioso fine pasto, ma piuttosto nelle more onirico-goliardiche di un’abbondante cena in riva al mare, o anche a corredo di un aperitivo al tramonto, purché di tono e di contesto molto, ma molto maschile.


Bisogna ammettere che, dopo un moto di stupore, il sorso conquista e invoglia il bis. Chissà come, lo immagino pure nel bicchierino di cristallo spesso di un pensoso Bettino Ricasoli. O in quello, parimenti pensoso e pure un po’ accidioso, del mio bisnonno. Forse perché ambedue erano asciutti, segaligni e severi come i vinsanti secchi e pallidi delle loro fattorie. O come questo Moscato fatto sulle colline vulcaniche di Venosa, che dopo oltre un quinto di secolo torna a trovarci e a farci fantasticare.

Lunae - Colli di Luni Vermentino DOC "Cavagino" 2024


di Stefano Tesi

Ci sono vini che quando li avvicini assomigliano a dolci esplosioni e ti rapiscono da un lato per la generosità e la fragranza, dall’altro per la loro stupefacente misura: qui al naso trovi fiori, pesca gialla, albedo e cera di favo. 


In bocca un palato rotondo ma amarognolo, sapido e citrico. Vi basta?

Mai dire Cannonau: esce l’”Enciclopedia Enogastronomica della Sardegna”


di Stefano Tesi

Alzi la mano chi non ha qualche amico sardo e non si è divertito a decrittare i nomi di cose e oggetti espressi nell’idioma dell’isola che, come tanti anni fa predicava l’indimenticato Nico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo a Mai dire gol, “è una lingua, non è un dialetto”. E alzi la mano chi non è mai stato rapito dal fascino della Sardegna, da quelle sue tradizioni tra il dolce e l’ostico, da certe ospitalità tanto silenziose quanto generose, da quel non so che di selvaggio e al tempo stesso di profondo che incute insieme, nel forestiero, qualche timore e qualche irrefrenabile curiosità. Questa sorta di dimensione ancestrale affiora, e bene, anche infinite sfumature della gastronomia isolana, andando a comporre un labirinto in cui, per chi non è di quelle parti (e forse pure per chi lo è), non è così facile districarsi.


A offrire un filo di Arianna per orientarsi nella complessa materia è arrivata ora l’”Enciclopedia Enogastronomica della Sardegna” di Alessandra Guigoni, antropologa culturale e docente allo IED di Cagliari, che dopo un dottorato all’Università di Siena e un post-doc a Cagliari ha dedicato la sua carriera allo studio della cultura del cibo con ricerche in oltre cinquanta località della Sardegna, contribuendo a valorizzare piatti tradizionali e produzioni agroalimentari locali. L’opera, uscita solo in digitale (si compra sulla piattaforma Sellfy in pdf interattivo al costo di 25 euro), è però ben più del bigino un po’ pedante e a volte grigio in cui di solito consistono certe simili iniziative editoriali.


Al contrario, è un viaggio divertente e appassionante, da spulciare con cura ora alla ricerca - tanto per rievocare le voci “irregolari” citate dal ricordato Nico televisivo - dei lemmi più inusuali del lessico edule sardo, ora per approfondire la storia e le radici di ricette, prodotti, vini spalmati sulle oltre mille voci dell’indice. Il tutto con piglio godibile, ma un puntiglio scientifico: “Ho cercato di non limitarmi a descrivere ingredienti e pietanze, ma di ogni voce di raccontare la storia, le origini e l’evoluzione dei prodotti, con uno sguardo attento alle dimensioni antropologiche, simboliche e culturali della nostra gastronomia”, spiega l’autrice. Accanto alle schede, l’enciclopedia dedica spazio a aziende agroalimentari e vitivinicole, a chef, ristoratori e figure di riferimento del settore, oltre ad approfondimenti sulla storia della ristorazione, sulle pratiche tradizionali di lavorazione e conservazione degli alimenti, sullo sviluppo delle comunità del cibo. Ampio spazio è dedicato alla descrizione delle varietà autoctone di frutta e verdura, delle razze animali locali e della straordinaria biodiversità agricola dell’isola, un patrimonio da tutelare e valorizzare anche in chiave di sostenibilità e sviluppo rurale.

Alla fine di tanto compulsare, una domanda sorge spontanea: “mangiato mi hai?”

Contrade dell’Etna 2026: appuntamento il 19 e 20 aprile al Sikania Garden Village


Torna Contrade dell’Etna, uno degli appuntamenti più attesi del panorama enologico siciliano e nazionale. La XVII edizione della manifestazione si svolgerà il 19 e 20 aprile al Sikania Garden Village di Randazzo, confermando la formula delle due giornate che ha già riscosso grande successo tra produttori, operatori e appassionati. Ideata da Andrea Franchetti, la rassegna rappresenta da anni un punto di riferimento per il racconto del vino dell’Etna. Dal 2022 l’organizzazione è curata dalla società Crew, che ha saputo interpretare l’evoluzione del settore, accompagnando la crescita dell’evento e rafforzandone il profilo, anche in chiave internazionale.


L’edizione 2026 registra una partecipazione significativa, con circa 100 cantine del territorio presenti, a testimonianza di un interesse sempre più ampio e di una forte adesione da parte dei produttori etnei. Accanto alle aziende, saranno presenti giornalisti di settore – circa 60 – e buyer italiani e internazionali, confermando il ruolo della manifestazione come piattaforma di incontro e confronto.

Il nostro obiettivo è offrire alle cantine strumenti concreti di crescita – spiegano gli organizzatori Raffaella Schirò, Massimo Nicotra e Sergio Cimminocreando occasioni di incontro diretto con operatori e stampa qualificata. Contrade è sempre più un luogo di confronto e opportunità, capace di valorizzare il lavoro dei produttori direttamente sul territorio”. “Siamo molto felici, dopo un lungo percorso di ricerca e selezione, di presentare un’edizione che si preannuncia particolarmente ricca di novità – proseguono –. Il programma dei due giorni è stato ulteriormente ampliato e si articolerà tra talk show, masterclass e forum dedicati a temi centrali per il settore, dalle strategie di vendita alle innovazioni tecnologiche, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale nelle cantine, che sta introducendo una nuova visione del lavoro. A questo si aggiunge un importante accordo con Coldiretti, che ci ha consentito di aprire per la prima volta uno spazio dedicato anche all’olio extravergine di oliva etneo”.

Il programma prevede banchi d’assaggio riservati agli operatori e momenti di approfondimento tra talk, forum e masterclass. Tra gli appuntamenti principali, il talk inaugurale “L’arte di vendere il vino” moderato da Fabrizio Carrera, direttore di Cronache di Gusto, che vedrà il confronto tra Federico Veronesi (CEO Signorvino), Giuliano Rossi (Presidente Associazione Vinarius), Alberto Niero (Amministratore Delegato Lagardère Italia) e Giuseppe Figlioli (Presidente Assoenologi Sicilia), con un focus anche sul progetto-concorso enologico dei vini dell’Etna.

In programma, domenica 19 aprile, le masterclass dedicate al vino, che sono organizzate e curate dal giornale online di enogastronomia Cronache di Gusto, media partner dell’evento. Tra le novità di questa edizione, la collaborazione con Coldiretti Sicilia, partner della manifestazione, che organizzerà un’esposizione dedicata alle terre del vino siciliano per promuovere qualità ed eccellenza partendo dall’origine: il suolo. Durante le due giornate, la Fondazione Evoo School proporrà inoltre masterclass dedicate all’olio extravergine di oliva.

I banchi d’assaggio saranno aperti domenica 19 aprile dalle ore 9.30 alle 19.00 e lunedì 20 aprile dalle ore 9.30 alle 16.30. Per gli appassionati e i winelovers, i biglietti sono acquistabili online sul sito ufficiale della manifestazione, mentre gli operatori del settore Ho.Re.Ca. possono accreditarsi direttamente tramite la piattaforma web dedicata.

Contrade dell’Etna si conferma così un appuntamento centrale per comprendere l’evoluzione del vino siciliano, tra identità territoriale, innovazione e nuove prospettive di mercato. Partner tecnico della manifestazione anche Enoservice dell’enologo Antonello Milazzo.

Ufficio stampa
Francesca Landolina
Tessera Ordine nazionale dei giornalisti N. 161696
Cell 3208309690

InvecchiatIGP: Alois - IGP Campania Falanghina "Caulino" 2018


di Luciano Pignataro

Credo ci siano pochi bianchi in Italia la cui percezione si sia radicalmente modificata nel corso degli anni come la Falanghina. Presente in tutte e cinque le province campane, richiede però una precisazione ancora sconosciuta ai più: la Falanghina dei Campi Flegrei non ha nulla in comune con quella del Sannio; si tratta, in pratica, di due uve diverse che condividono lo stesso nome. 


La prima è diffusa soprattutto tra Napoli e Pozzuoli: da giovane è fresca e profumata, ma alcune interpretazioni di giovani produttori hanno dimostrato che può evolvere nel tempo in maniera molto interessante. L’altro biotipo ha origine a Bonea, un paesino in provincia di Benevento. Qui, alcuni appassionati guidati dall’ingegner Leonardo Mustilli — seguendo le tracce dell’agronomo ottocentesco Frojo — ne prelevarono le marze e la vinificarono in purezza, imbottigliandola per la prima volta nel 1979.


Questo secondo biotipo (sarebbe più corretto usare il termine vitigno) si è poi diffuso per vicinanza territoriale: a nord verso il Molise, dove è diventato il bianco principale; a est verso la Daunia e la Capitanata in Puglia; e infine nelle vicine province di Caserta e Avellino. Solo la provincia di Salerno è rimasta quasi estranea a questa diffusione. Numerose etichette hanno confermato la poliedricità di questo vitigno: d'annata, spumantizzato (sia Martinotti che Metodo Classico) o passito. La sua arma vincente è la freschezza. Molti produttori hanno iniziato ad allungare i tempi dell'uscita commerciale con risultati molto interessanti, ricalcando quanto già avvenuto per gli altri due pilastri del "tridente bianco" campano: il Fiano e il Greco.


Questa premessa è necessaria per spiegare cosa mi abbia spinto a parlare del Caulino 2018 di Alois. Siamo nell'Alto Casertano, terra a vocazione "rossista" (Casavecchia e Pallagrello Nero) dove, tra i bianchi, regna solitamente il Pallagrello Bianco. Mai pensata per essere consumata dopo otto anni, abbiamo ritrovato questa Falanghina in una splendida occasione conviviale: i festeggiamenti per i 90 anni di Michele Alois, fondatore dell’azienda ed erede di una storica famiglia di imprenditori della seta a San Leucio, che nel 1999 produsse le prime etichette. Oggi in azienda lavorano i figli Massimo e Gianfranco con il nipote Michele, mentre in cantina operano i giovani enologi Giovanni Piccirillo e Alessandro Fiorillo, formatisi in Francia.


Il Caulino 2018 è stato servito come aperitivo durante la festa organizzata da Mimmo De Gregorio, patròn dello Stuzzichino a Sant’Agata sui Due Golfi, alla presenza di molti protagonisti della ristorazione della Penisola Sorrentina. Lavorato in acciaio, come la maggior parte dei bianchi campani, e messo in commercio l’anno successivo alla vendemmia, il Caulino si è presentato a questo appuntamento con una freschezza olfattiva e palatale disarmante. Mostra ancora sentori agrumati nitidi con uno sbuffo di note fumé; un naso complesso e cangiante, mentre il sorso conquista immediatamente la bocca grazie a una vivacità incredibile. È un vino ancora energico, vivo, sapido e freschissimo, dal finale lungo e preciso.


Insomma, un vino importante che dimostra, ancora una volta, sia le potenzialità di questo territorio purissimo, sia quelle del vitigno bianco principe della Campania. Un risultato su cui si può lavorare per ottenere traguardi straordinari, anche commerciali: basta crederci.

Castellare di Castellina - Chianti Classico "Torre Alta" 2023


di Luciano Pignataro

Bevo la prima annata di questo Chianti Classico su un pollo alla cacciatora, vero e saporito perchè ha camminato.

L'abbinamento è perfetto 
grazie a tannini morbidi e risolti, la freschezza del frutto molto ben fuso con il legno grande, naso ricco di frutta, al palato vivace, giovanile, chiusura lunga e precisa.

Sopra i tetti di Roma riapre Etere: il salotto sospeso di Palazzo Ripetta


Con l’arrivo della bella stagione, Roma ritrova i suoi colori più accesi tra tramonti che tolgono il respiro, giardini che tornano a fiorire e un’aria nuova e leggera che avvolge la città. In questo scenario, Palazzo Ripetta, hotel cinque stelle lusso affiliato a Relais & Châteaux, ha riaperto dal 1° aprile le porte di Etere, il rooftop situato sopra lo storico palazzo nel cuore della Capitale che reinterpreta i canoni dell’estetica italiana attraverso un’eleganza autentica e discreta. Molto più di una terrazza panoramica, Etere è un salotto a cielo aperto sospeso sopra i tetti dove il ritmo frenetico cittadino si allontana per lasciare spazio a un’atmosfera intima e raccolta che invita a rallentare e a osservare cupole e scorci senza tempo da una prospettiva privilegiata. 


La bellezza di questo luogo si svela con naturalezza attraverso dettagli curati, luci soffuse e una musica di sottofondo che trasforma ogni momento in un’esperienza sensoriale dedicata a una clientela internazionale alla ricerca di un’eccellenza autentica. Seguendo il mutare delle stagioni, dal 1° aprile ai primi di giugno la terrazza accoglie gli ospiti già dalle 16.00 per una pausa pomeridiana, mentre da giugno a fine agosto l'apertura si sposta dalle 18.00 fino alla mezzanotte per l'aperitivo sui tetti, tornando poi a privilegiare il tea time da settembre. La proposta enologica nasce da una selezione attenta di oltre 200 etichette che guarda con particolare interesse alle produzioni biologiche e biodinamiche, espressione di vitigni interpretati con sensibilità contemporanea. 


A questa filosofia si ispira la cucina agile e spontanea dello chef Christian Spalvieri, che privilegia ingredienti stagionali con una marcata presenza vegetale e delicati richiami marini per accompagnare il ritmo conviviale del momento. L’esperienza è completata da una carta di cocktail equilibrati dove la miscelazione dialoga con i vini in modo naturale, confermando Etere come la risposta romana a chi cerca un’eleganza rilassata dove l’heritage architettonico incontra lo spirito cosmopolita della città contemporanea.

Angelo Silano: il "cruista" che difende il vino con la cultura e il territorio


di Luciano Pignataro

Quando sento criminalizzare il vino da nutrizionisti e "professorini" in cerca di like sui social, penso a persone come Angelo e Rosy Silano e mi riprendo. No, la vita reale non è solo un palcoscenico popolato da "morti di fama", ma un’opportunità per compiere scelte radicali di impegno e passione. Per farlo, è necessario un progetto coerente, oltre a un impegno senza risparmio: sembrano parole di rito, ma possiamo riassumere il tutto con un neologismo coniato dallo stesso Angelo per autodefinirsi e che, per fortuna, non ha radici anglofone ma francesi: "Sono un cruista". Per i meno esperti, diciamo che si potrebbe tradurre così: un produttore di etichette realizzate esclusivamente con uve ottenute dalla stessa vigna; un concetto che in Francia si sintetizza, appunto, con il termine cru.


Agronomo ed enologo laureato al Dipartimento di Agraria di Portici, classe 1984, dopo aver maturato diverse esperienze in Veneto e in Francia, Angelo è tornato nella sua Lapio, in provincia di Avellino. Ha iniziato offrendo consulenze agronomiche in Campania e successivamente, nel 2011, ha avviato la propria produzione sui terreni di famiglia, lanciando il marchio "Feudo Apiano", sostituito definitivamente nel 2019 dall’attuale denominazione. Nel 2016 il progetto ha preso forma con l’acquisto di un casale del 1929 nella frazione San Nicola, che da qualche mese è diventato la sua "casa-cantina": è qui che siamo andati a trovarlo un paio di settimane fa.


Casa, saletta di degustazione, spazio per le botti grandi in legno, l'area riservata alla vinificazione in acciaio, una stanza per l'accoglienza e, infine, una costruzione separata destinata esclusivamente alla produzione di Metodo Classico: la Casa delle Bolle. Sin qui tutto bello, anzi bellissimo: è la forza del mondo del vino rimettere in ordine le campagne italiane e trattenere i giovani nei piccoli borghi, costantemente alle prese con il calo demografico. Ma il motivo di questo articolo è che non siamo in presenza solo di una bella ristrutturazione e di buoni vini, bensì di un progetto organico che non obbedisce a mere logiche commerciali o, meglio, che anticipa le nuove tendenze per rispondere adeguatamente — con rigore produttivo e cultura — all'offensiva delle multinazionali contro il mondo del vino.

Due sono i pilastri che differenziano questa cantina.

Il primo è l’equilibrio, realizzato e non solo dichiarato, tra la natura e le vigne. Un dato su tutti: su 15 ettari di proprietà, sei sono vitati, altrettanti sono destinati alla produzione di olio d'oliva e il resto è bosco. Per dare un senso compiuto alla certificazione biologica, ogni vigneto è infatti circondato dal bosco, che ha la funzione di preservare il terreno da agenti contaminanti e garantire un microsistema in grado di far fronte ai cambiamenti climatici. Siamo a 500 metri d’altitudine, con forti escursioni termiche che rendono il Fiano un prodotto eccezionale; il terreno presenta marne argilloso-calcaree e lapilli vulcanici risalenti all'eruzione flegrea che sconvolse il Sud oltre 50.000 anni fa.


Il secondo punto è l'esatta corrispondenza tra ogni vino e la vigna da cui prende il nome. Un approccio che affianca il lavoro di Angelo a quello, simile, di Laura De Vito. Il tema, dunque, non è produrre "il vino più buono del mondo", ma vini che esprimano la diversità e che siano ben caratterizzati. Lapio è zona di frontiera tra due DOCG irpine di pregio: il Fiano di Avellino, bianco di valore assoluto a livello internazionale, e l'Aglianico per il Taurasi. Questi elementi rendono questo viticoltore una figura di grande interesse anche per chi ha già "visto tutto". Non è solo poesia, intendiamoci: per realizzare l'obiettivo della sostenibilità, l'azienda produce autonomamente l'energia elettrica e l'acqua calda necessarie, utilizza materiali biodegradabili e bottiglie che pesano meno di mezzo chilo.


Dal Vigneto San Nicola, caratterizzato da un suolo molto variegato, nascono due cru: il Vigna San Nicola e un "cru del cru", il Santonicola, proveniente da una piccola porzione specifica della vigna. Una parcella è inoltre dedicata al vino Agiulia, che porta il nome della figlia di Angelo e Rosy. Si tratta di vini sapidi, ricchi di energia, freschi, con note agrumate e floreali al naso, dal sorso lungo e piacevole. Il Santonicola appare più morbido e pronto.


C’è poi il cru Vigna Arianello, in un'altra contrada di Lapio, con viti di circa 60 anni ancora a piede franco. In questo caso spicca la mineralità, un accenno di note fumé, ancora agrumi e un sorso lunghissimo con una chiusura precisa. Questa batteria di tre vini, lavorata solo in acciaio senza svolgere la malolattica, viene messa in commercio dopo oltre un anno dalla vendemmia. Attualmente siamo alla 2024.


Rientrano nella produzione anche lo spumante Metodo Classico 7 Filari, il Roseto (Irpinia Aglianico DOP) e il Taurasi nell'unica versione Riserva. La gestione delle fermentazioni spontanee e una leggera macerazione dei bianchi con sosta sulle fecce completano la filosofia produttiva di Angelo Silano. Che dire, vi consigliamo un salto a Lapio per farvi conquistare dalla visione di Angelo: può sembrare quasi ideologica ma, in realtà, mette la scienza enologica al servizio dell'espressione più pura possibile di questa uva straordinaria.

InvecchiatIGP: Teruzzi - Terre di Tufi 2013


di Carlo Macchi

Fare un giro da Teruzzi a San Gimignano è come fare un bagno di umiltà e di conoscenza . Non siamo di fronte all’azienda boutique, a quello che conosce le viti per nome, magari biologico o meglio biodinamico. Questa è una cantina, guidata da Alessio Gragnoli e che fa parte del Gruppo Terra Moretti, che non si vergogna a far vedere i vigneti diserbati con glifosato, però con una semina di favino alta quasi un metro. Non si vergognano nemmeno e a fare, quando serve, trattamenti sistemici, però per i trattamenti usano modernissimi atomizzatori con recupero del prodotto e macchinari in vigna e in cantina di alto profilo.


Magari non c’è la poesia bucolica nelle loro vigne, ma troviamo sicuramente concretezza e organizzazione. Organizzazione che permette di fare le potature ( circa 100 ettari!!) solo con il personale aziendale ben istruito e utilizzare le squadre solo per alcune lavorazione in verde. Insomma, siamo quasi all’opposto dello storytelling che oggi va per la maggiore, però poi assaggi i vini e capisci che a questa cantina, che di certo non innalza al cielo dei ditirambo enoici, ti devi inchinare perché ti trovi davanti la schietta bontà dei loro prodotti. Sia quelli oggi in commercio che quelli con diversi anni sulle spalle.


Il Terre di Tufi 2013 è forse l’esempio massimo della loro meravigliosa concretezza. Siamo di fronte ad un vino che ha fatto la storia di San Gimignano e del bianco toscano. Agli inizi degli anni ’80 nasce da un’intuizione di Enrico Teruzzi, che vede oltre il panorama asfittico di quegli anni creando un vino che allora poteva essere definito “di cantina” ma che negli anni è divenuto di “vigna e cantina”. All’inizio il colore era bianco carta, fermentava in acciaio e poi passava in legno per presentarsi sul mercato con caratteristiche agli antipodi dei vini che allora si producevano a San Gimignano. Fu un grandissimo successo sin da subito e quella bottiglia lunga e stretta con un’etichetta poco più grande di un francobollo diventò un’icona per San Gimignano e la Toscana. 


Purtroppo oggi Terre Moretti ha voluto cambiare bottiglia e questo è per me un errore madornale e una mancanza di rispetto alla storia di questo vino. Dopo aver assaggiato qualche annata recente (molto buone), stappando la 2013 Alessio mi porta in un altro mondo. Ricordiamoci che la 2013 è stata un’annata fresca, forse una delle ultime senza anticipi di maturazione che ormai sono all’ordine del giorno, ma allora venne catalogata come annata difficile e di valore non certo alto: oggi però le si riconosce una tenuta e una longevità (soprattutto per i rossi) notevole. l’uvaggio del Terre di Tufi varia leggermente a seconda delle annate, questo 2013 è vernaccia di San Gimignano 50%, trebbiano 20%, sauvignon 15% e il rimanente chardonnay e incrocio manzoni. Ha fermentato parte in acciaio e parte in tonneaux e poi è rimasto per 8-9 mesi, sempre “diviso”, per affinarsi. Dopo l’assemblaggio ancora un po’ di acciaio e poi bottiglia per 4-6 mesi e infine in commercio.


Il colore è dorato brillante, giovanissimo. Il naso è un fine mix tra frutta bianca, agrumi, erbe officinali e menta, con il legno che apporta solo tocchi leggerissimi. In bocca è di una freschezza e potenza stupefacente: ancora nervoso, pieno, estremamente sapido e succoso, lunghissimo. Un gran vino ancora con tanta strada davanti che dimostra come la Toscana sia perfetta anche per i bianchi e che a San Gimignano si possono (vorrei quasi dire si devono) fare dei vini da lungo e lunghissimo invecchiamento.

Thomas Pichler - Sudtirol Sauvignon Neun Monde 2023


di Carlo Macchi

Da vigne nel comune di Caldaro attorno ai 500 metri (zone di Puiten e Barleit, quest’ultima una delle 86 UGA Altoatesine) nasce questo Sauvignon con profumi ampi di agrumi e frutta bianca e un corpo potente e pieno. 


L’annata è tra quelle buone e pure il vino è buono, e lo sarà anche tra 5-6 anni.

“Langhe DOC, un territorio in evoluzione”: una manifestazione che mancava


di Carlo Macchi

Il 96 non è un numero presente nella tombola o nella Smorfia ma per quanto riguarda la denominazione Langhe DOC è basilare. 96 sono infatti i comuni in provincia di Cuneo, tra Langhe e Roero, in cui si può produrre, dal 1994, del Langhe DOC. Il Langhe DOC in realtà non è solo un vino ma un insieme di vini/vitigni che creano quello che io da tempo chiamo “l’arcipelago Langhe DOC”. Stiamo parlando di oltre 20 tipologie di uve/vini che vanno dal bianco al rosso, al novello, fino al passito, arrivando a produrre oltre 23 milioni di bottiglie, cioè praticamente quanto producono i due “giganti” di Langa, Barolo e Barbaresco, messi assieme. Ma in un arcipelago ci sono isole più grandi e più piccole e cosi nel grande territorio del Langhe Doc troviamo il Langhe Merlot che non arriva a 10.000 bottiglie e il Langhe Nebbiolo che ne fa quasi 12 milioni.


Nel mezzo troviamo bianchi come Arneis Favorita, Nascetta, Chardonnay e rossi come Barbera, Dolcetto, Freisa, Cabernet Sauvignon. Una mare di vitigni in un territorio vasto e molto diverso per terreni, climi, altezze che ci vorrebbero diverse lezioni universitarie per presentarlo. Quindi passo oltre e cerco di riportarvi cosa mi hanno dato le due giornate sui Langhe DOC ben organizzate dal Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Dogliani.


Due giornate impegnative che ci hanno visto degustare ben 170 vini: più di 70 campioni da vari vitigni bianchi e rossi il primo giorno e quasi 100 Langhe Nebbiolo il secondo. L’abbiamo potuto fare anche grazie al perfetto servizio dei sommelier AIS, che ci hanno veramente seguito con una premura, una competenza e un’organizzazione di altissimo profilo. Nonostante le due sessioni di assaggio impegnative credo che il format debba essere visto in maniera più che positiva, specie se ampliato almeno di un giorno. Questo permetterebbe tempi più allargati per gli assaggi, anche con l’aumento (diciamo che 70-75 assaggi al giorno è più che sufficiente) del numero dei campioni. Quindi una manifestazione che nel suo anno zero si dimostra centrata e importante per mettere a fuoco quegli “angoli” che i due grandi vini di Langa nascondono un po’.


Veniamo ai vini con una premessa. Nella denominazione Langhe alcune sue tipologie rappresentano la DOC più importante per quel preciso vitigno/vino in quel territorio (Esempio Langhe Rosso e Langhe Bianco, Langhe Nascetta (etc.) mentre altre possono essere viste, anche se ci sono molti ettari iscritti alla DOC, come una “denominazione a caduta”. L’esempio più eclatante è il Langhe Nebbiolo che ha circa 1300 Ha iscritti all’albo ma può avvalersi anche del “declassamento” di partite di Barolo o Barbaresco. Prendendo atto dei due modi di essere per le varie tipologie di Langhe DOC la realtà dei fatti è che un prodotto “anche declassato” come il Langhe Nebbiolo è in realtà oggi un vino a sé stante, con un mercato che tira e che va avanti da solo (facendo pure concorrenza interna al Barolo e al Barbaresco) mentre molte altre tipologie devono appoggiarsi al marchio aziendale o ad associazioni più o meno radicate sul territorio per avere visibilità. Questo per dire che oltre alle diversità di terreni, esposizioni, climi e altezze, i vini Langhe Doc hanno anche differenze commerciali e di visibilità notevoli.

Ma ora tocca ai vini: abbiamo degustato sia tra i bianchi che tra i rossi soprattutto annate giovani (2025/2024 per i bianchi e 2024/2023 per i rossi) con qualche vino di annate più vecchie ma non troppo (massimo 2021).

Neanche a farlo apposta le diversità riportate sopra si ritrovano, in qualche caso addirittura accentuate, nei vini: tra i bianchi in particolare Sauvignon e Chardonnay spiccano per diversità assolute dovute non solo ai suoli etc. ma anche e soprattutto al ruolo a cui l’azienda li destina: bianchi importanti da invecchiamento con legno e corpo, bianchi semplici più giocati sulla freschezza per un consumo veloce. In questa forbice ci perdiamo un po’ ma la qualità è quasi sempre buona. I vitigni autoctoni come Favorita e Arneis, pur non spiccando per complessità e profondità sono comunque piacevoli, anche se la Favorita spesso si presenta troppo leggerina e semplice. Sulla Nascetta ritroviamo diversità importanti, che non giocano certo a favore di una sua chiara riconoscibilità, specie per un vino con così pochi produttori. Chiudo con i riesling, che dimostrano come il territorio langarolo possa essere adatto anche a uve nate e cresciute molto lontane da qui. Ho trovato prodotti che sviluppano le loro classiche caratteristiche in tempi giustamente lunghi e in più mostrano anche un corpo e una freschezza che spesso non troviamo in Alto Adige o addirittura in alcuni vini delle zone classiche all’estero.


Se comunque tra i bianchi troviamo vini che sono sul territorio ben radicati o si sono adattati bene, sul fronte dei rossi accanto ai classici autoctoni Barbera, Freisa e Dolcetto incontriamo alcuni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Nero di cui, scusate la franchezza, se ne potrebbe pure fare a meno. Specie le ultime due uve portano a vini che ricordano solo alla lontana il vitigno di provenienza e non esprimono quelle caratteristiche per cui sono famosi nel mondo. Forse possono dare una mano in uvaggi nei Langhe Rosso (in particolare il Cabernet Sauvignon) ma non mi sembra che, con tutta la buona volontà, siano uve da piantare nei 96 comuni della DOC.


Arriviamo al Langhe Nebbiolo, sicuramente l’attore più importante del gruppo. L’assaggio di quasi 100 campioni è stato basilare per avere un punto di vista preciso su due annate molto diverse tra loro e di cui aspettiamo, sia adesso che tra un annetto, i “fratelli maggiori” Barolo e Barbaresco: 2024 e 2023 I Langhe Nebbiolo 2024 confermano quello che sapevamo e che purtroppo ho potuto constatare di persona durante la vendemmia 2024 in Langa: siamo di fronte ad un’annata difficile, che le ripetute piogge durante la vendemmia hanno reso problematica: i Langhe Nebbiolo 2024 hanno profumi freschi e floreali (frutto poco) di buona gamma ma è al palato il problema: corpi esili e in qualche caso tannini verdi e pungenti. In generale possono essere al massimo rossi piacevoli ma non andiamo oltre. Altro discorso per i 2023, vini più decisi e armonici ,nasi più giocati sul frutto, buon uso del legno e tannini importanti e classicamente “pesanti”. Annata adesso godibilissima e dal buon invecchiamento: diciamo che manterrà bene le sue caratteristiche di freschezza fino al 2028-2029 per poi dare ancora soddisfazioni per altri due-tre anni.