Il mare negli occhi, il vulcano nel calice: l'anima dei Campi Flegrei secondo La Sibilla


di Carlo Macchi

Li chiamavano “Campi ardenti” e Goethe li descrisse come terra di “macerie d'inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo" e ancora “sotto il cielo più puro… il terreno più infido" Oggi, molte cose sono cambiate e nel “terreno più infido” dei Campi Flegrei nascono forse i vini più puri della Campania, quelli che in modo indiscutibile raccontano due vitigni spesso sottovalutati, la falanghina e il piedirosso.


Mentre con Vincenzo di Meo siamo in auto e andiamo verso La Sibilla, cantina che si trova nel cuore dei Campi Flegrei, di infido trovo soltanto il traffico, che in pochi minuti può passare dallo “scorrevole andante” al “bloccato costante”, specie se è una domenica di sole come questa. Ma anche lui ci lascia tranquilli e arriviamo in una delle aziende con le vigne più panoramiche che conosco, vigneti che affondano le radici in un terreno sabbioso e vulcanico, però affacciato sul mare. Mare a destra e mare a sinistra mentre giriamo per le vigne con sopra quel cielo più puro e a fianco quel mare azzurro che ti fa venire voglia di buttarti, anche se l’acqua sarà alla stessa temperatura di servizio delle Falanghina che, molto più intelligentemente, andiamo a degustare.


Vincenzo, che insieme a tutta la famiglia (padre, madre, due fratelli) porta avanti l’azienda è enologo e rivendica con fermezza il suo titolo: “Il vino si fa per il 70% in vigna e per il 30% in cantina e a quel 30% ci penso io”. In tempi in cui pare che il vino nasca da solo e meno fai in cantina meglio è questa affermazione è, per fortuna, controcorrente, anche perché i suoi/loro prodotti sono controcorrente, nel senso che toccano due punti cari ai grandi vini ma difficili da ottenere: essere buoni subito e meglio dopo anni. Questo se lo dici di un Barolo o di un Fiano di Avellino non fa scalpore, ma quando ti trovi davanti a falanghina e piedirosso, per definizione (sbagliata) vini da bere giovani, fa un certo effetto.


Ma l’effetto lascia spazio alla sorpresa quando, dopo aver assaggiato annate giovani come la 2025 (appena imbottigliata) e la 2024 ti avventuri 13 anni indietro con la Cruna Del Lago 2013, una falanghina in purezza da vigne vecchie di oltre 60 anni che accanto a profumi di miele e melone punta su note di erbe officinali, minerali e di idrocarburo. In bocca è sapida, elegante, profonda, di grande persistenza. Insomma, un grande vino, come lo è il nipote del 2013, più puntato su toni fruttati ma con la stessa fermezza e profondità al palato. Un vino dove quel 30% di cantina Vincenzo vuole sottolinearlo, dato che il vino nasce da tre vendemmia scalari (anche a distanza di un mese) che servono per ottenere sia freschezza che profumi. Ma non finisce qui perché dopo la fermentazione (a temperature diverse, più bassa per la parte che deve dare acidità, più alta per quella che esalta i profumi e il corpo) in acciaio le fecce vanno in barrique e ci rimangono, regolarmente smosse, per dei mesi. Poi vengono rimesse nella massa e tolte solo prima dell’imbottigliamento. Il risultato è veramente notevole. 


Come è notevole sui Piedirosso, in particolare sul Vigna Madre 2023, che è un’esplosioni di profumi floreali, speziati e fruttati: si passa dalla rosa alla fragola con sempre un sottofondo pepato che fa solo venire voglia di assaggiarlo. E in bocca trovi tannini vivi ma dolci, corpo, rotondità e enorme piacevolezza. Una Falanghina che dimostra quanto detto sopra: buona subito e sicuramente ottima tra 8-10 anni.


Per chiudere il cerchio Vincenzo ci fa assaggiare l’ultimo nato, un metodo classico blanc de noirs, cioè da piedirosso che, nonostante l’inesperienza spumantistica, ti colpisce per aromi floreali finissimi e corpo importante. Forse 18 mesi sui lieviti sono pochi ma si sta pensando di allungare i tempi. A proposito di tempo: siamo arrivati con il sole e con quello ripartiamo dopo un pranzo dove le bottiglie sul tavolo rischiavano di non farti vedere il mare davanti. Così le spostavamo spesso e già che eravamo li, versavamo un po’ del contenuto nei bicchieri ma solo, credetemi, per fare spazio sul tavolo.

1701 Franciacorta, la biodinamica come atto di libertà


C’è una Franciacorta che guarda avanti riscoprendo radici antiche, e poi c’è 1701 Franciacorta, che quelle radici le abita davvero, dentro un vigneto murato dell’XI secolo, il Brolo, da cui tutto prende nome e senso: una data, 1701, che non è marketing ma memoria liquida di una delle prime vinificazioni di questo angolo di Lombardia. Qui, a Cazzago San Martino, nel cuore dell’anfiteatro morenico affacciato sul Lago d’Iseo, la vite cresce su suoli di sabbia e limo, profondi e vitali, modellati dai ghiacciai e accarezzati da un microclima mitigato dall’acqua, condizioni ideali per generare quella tensione minerale che è la firma più autentica del territorio. Ma 1701 Franciacorta non è solo geografia: è una storia recente che affonda in un passato lungo oltre tre secoli, rinata nel 2012 grazie alla visione di Silvia e Federico Stefini che, insieme a un gruppo di amici, rilevano la storica tenuta della famiglia Conti Bettoni Cazzago e decidono di cambiare paradigma, scegliendo la via più radicale e coerente, quella della biodinamica.


I vigneti si distribuiscono tra Cazzago San Martino e Gussago, due anime vicine ma profondamente diverse: da un lato i suoli morenici, profondi e generosi, che danno vini di struttura, energia e pienezza; dall’altro le colline calcaree e più alte, dove altitudine ed escursioni termiche scolpiscono vini tesi, verticali, di maggiore finezza. Due identità complementari che si riflettono in una lettura sfaccettata del territorio. Divisi tra circa 10 ettari di Chardonnay e 3 di Pinot Nero, questi appezzamenti diventano un mosaico di parcelle e identità, lavorate secondo i principi della biodinamica, scelta certificata biologica nel 2015 e consacrata nel 2016 con la certificazione Demeter: la vigna è un organismo vivente, un sistema complesso in cui suolo, pianta e uomo dialogano continuamente, e solo preservando questo equilibrio si può arrivare a un frutto autentico. È da qui che nasce tutto, perché in cantina si interviene il meno possibile: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, nessuna chiarifica o filtrazione, solforosa ridotta al minimo, e una scelta radicale che segna lo stile, quella del dosaggio zero, senza aggiunte in sboccatura, per lasciare che il vino si racconti senza maschere.


La gamma dei Franciacorta segue questa filosofia rigorosa: il Brut Nature è l’ingresso diretto e manifesto nel mondo 1701, essenziale, fragrante e verticale; ai millesimati Satèn, Rosé, Dosaggio Zero Riserva e Blanc de Noirs – spetta il compito di raccontare con precisione i diversi terroir e le sfumature dei vigneti, interpretazioni eleganti, minerali e vibranti, dove struttura e finezza convivono in equilibrio. 


Accanto a queste linee principali si collocano vini più sperimentali e coraggiosi: LSD – Lieviti Solo Domestici, rifermentato esclusivamente con lieviti indigeni, senza zuccheri o lieviti aggiunti, e le Special Edition, micro‑vinificazioni e tirature uniche che raccontano biodiversità, tempo e curiosità enologica, estensioni creative della filosofia 1701. 


Se dovessi scegliere un vino della loro gamma non avrei dubbi e prenderei ad esempio il loro Brut Nature che al naso si esprime con agrumi freschi, frutto bianco croccante e cenni di crosta di pane, mentre il sorso è salino, teso e vibrante, accompagnato da una bollicina fine che accompagna la progressione asciutta e dinamica. È qui che si coglie il senso più autentico del lavoro di 1701: non costruire vini perfetti, ma vini veri, capaci di restituire senza filtri il dialogo continuo tra terra, clima e visione, radici profonde che permettono una libertà autentica di pensiero e di espressione nel bicchiere.

MenoDodicIGP: Gracciano della Seta - Rosso di Montepulciano 2024


di Roberto Giuliani

Non è così scontato trovare un ottimo Rosso di Montepulciano a meno di 12 euro, parliamo di Gracciano della Seta, una delle aziende di riferimento del territorio poliziano. In verità io l’ho bevuto in una trattoria che si trova al Lago del Turano nel comune di Colle di Tora (RI), costava 16 euro e, quindi, ero certo che sul web sarebbe stato inferiore.
 

Beh, ne vale la pena: tanto floreale (rosa, viola) e con un frutto fresco e generoso che ti coglie sia al naso che al gusto, una purezza stilistica invidiabile e un’alcolicità ferma a quota 13. Pura beatitudine enoica!

Prezzo medio sul web 9,80 euro

InvecchiatIGP: Tiziano Mazzoni - Ghemme dei Mazzoni DOCG 2010


di Roberto Giuliani

Il nebbiolo in Alto Piemonte - qui siamo a Cavaglio d’Agogna nelle Colline Novaresi – parla un linguaggio proprio, dove l’eleganza regna sovrana. Tiziano Mazzoni proviene da una famiglia che in questo Comune risiede da ben sette secoli, ma solo alla fine degli anni ’90 ha intrapreso la strada di produrre vino in proprio. Chi lo conosce sa che è persona schiva ma, una volta entrati in amicizia, diventa molto disponibile, capace di scherzare e stare in compagnia, il suo sguardo rivela un animo umile e profondo. 


I suoi vini, a mio avviso, lo rispecchiano perfettamente, compreso questo Ghemme 2010, dai profumi davvero affascinanti, di fiori essiccati, tabacco, prugna, leggero cuoio, sottobosco ma senza arrivare ai funghi, agli accenti più evoluti, mantiene un’aria fresca e in continua progressione man mano che si ossigena. Dopo meno di un minuto arrivano le erbe aromatiche, sfumature di china e liquirizia.


Il sorso è incredibilmente cremoso, il tannino puro velluto, una vena balsamica fresca spazza via qualsiasi possibile stanchezza, il bello è che non manca di spinta, carattere, continua a trasmettere sensazioni in continuo movimento, del nebbiolo ha tutta l’eleganza nordica e una persistenza quasi infinita. Ne ha ancora tanta di strada davanti, ma perché aspettare di fronte a tanto ben di Dio?

Il Sabato del Vignaiolo 2026: una giornata con 30 vignaioli indipendenti del Lazio


Sabato 9 maggio 2026, dalle ore 11:00 alle 19:00, l’azienda Riserva della Cascina sulla Via Appia Antica ospiterà l’edizione laziale del Sabato del Vignaiolo, la manifestazione annuale promossa dalla FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti – che in tutta Italia apre le porte delle cantine artigianali e porta i vignaioli indipendenti a incontrare direttamente il pubblico. Nato come appuntamento diffuso sul territorio nazionale, il Sabato del Vignaiolo è diventato nel tempo uno degli eventi più attesi nel panorama enologico italiano: una giornata in cui il vino si racconta senza filtri, attraverso la voce di chi lo produce dalla vigna alla bottiglia. 


L’edizione laziale 2026 riunirà circa trenta cantine della regione, tutte aderenti alla FIVI, in un unico luogo d’eccezione. La location: dove la storia incontra la vigna L’azienda Riserva della Cascina si trova all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica, a pochi chilometri dal centro di Roma. È un luogo dove il paesaggio agricolo convive con la memoria storica di una delle strade più antiche del mondo: un contesto che restituisce al vino la sua dimensione più autentica, quella del territorio, della terra, del lavoro manuale. Scegliere l’Appia Antica come cornice per il Sabato del Vignaiolo significa collocare il vino artigianale laziale in un paesaggio che ne è parte integrante: un atto di narrazione, oltre che di degustazione. Non solo degustazione Il Sabato del Vignaiolo non è una fiera e non è un salone: è una giornata in cui i vignaioli raccontano in prima persona il proprio lavoro. 


I visitatori potranno assaggiare i vini di circa trenta produttori laziali, dalle denominazioni più note — Frascati, Cesanese del Piglio e di Olevano Romano, la Tuscia e i Castelli Romani — fino ai vitigni autoctoni meno conosciuti che rappresentano la biodiversità enologica della regione. Ogni banco è presidiato direttamente dal vignaiolo o dalla vignaiola: nessun intermediario, nessuna scheda tecnica al posto di una conversazione. Il formato favorisce un rapporto diretto e informale, adatto sia a chi il vino lo conosce bene sia a chi si avvicina per la prima volta al mondo della viticoltura indipendente. I territori del Lazio in un calice Le cantine partecipanti arrivano da tutta la regione: dalle colline dei Castelli Romani alla Tuscia viterbese, dalla Ciociaria alle terre pontine, dall’alto Lazio fino alla Valle del Tevere. Una geografia vinicola vasta e diversificata, spesso poco raccontata, che il Sabato del Vignaiolo porta per un giorno al centro dell’attenzione. L’evento è organizzato dal Consorzio dei Vignaioli del Lazio per conto di FIVI Lazio. 

Tutte le info pratiche su: https://www.consorziovignaiolilazio.it

Annesanti - Bianco dell’Umbria IGT "Acqua della Serpa" 2021


di Roberto Giuliani

Grechetto, trebbiano, malvasia, pecorino e altre uve autoctone da vigne di oltre 50 anni. Sosta dieci mesi in anfore di terracotta e rivela una freschezza e una intensità fuori dal comune. 


Sa di gelsomino, cedro, lime e un cuore sapido, intenso, solare, perfetto per una grigliata di crostacei.

Cantine 366 - Erbaluce di Caluso Spumante "Scelte di Vite" 2021


di Roberto Giuliani

Caluso sta all’erbaluce come Barolo sta al nebbiolo. Questo piccolo comune del Canavese è il cuore di una DOCG che ne coinvolge altri 31 nella provincia di Torino, uno in quella di Vercelli e 3 in quella di Biella. L’Erbaluce è un vitigno che si è particolarmente adattato al terreno sabbioso e ciottoloso delle colline moreniche canavesane, grazie al quale rivela anche un’ottima acidità, non a caso è molto adatto alla produzione di passiti e spumanti.


L’azienda Cantine 366 nasce ad Agliè nel 2013 per volontà di Francesco, Ezio e Fabrizio, tutti e tre canavesani e tutti e tre nati nel ’66 (da qui la scelta numerica della Cantina), che hanno voluto recuperare vecchi vigneti abbandonati dai tanti contadini che scelsero una strada meno faticosa e più redditizia presso la Olivetti.
Scelte di Vite è l’emblema del progetto che hanno intrapreso i tre coetanei, recuperando alcuni vecchi vigneti nel comune di Bairo e riportandoli a nuovo splendore. 


Questo Erbaluce di Caluso Spumante, nella versione 2021 ha sostato sui propri lieviti per 36 mesi. Ha colore giallo paglierino intenso e brillante, perlage finissimo e un bouquet davvero gradevole ed elegante che richiama note di acacia, agrumi, pesca gialla, susina, un pregevole impianto floreale e note di pasticceria secca, biscotto, pane sfornato. L’assaggio è delizioso, freschezza e frutto vivo, succoso, con l’agrume che sembra accarezzato da pennellate di miele. Un sorso tira l’altro e rischi di finirlo prima di arrivare a fine pasto…

MenoDodicIGP: Girlan - Vigneti delle Dolomiti Rosso IGT Vernatsch "448 s.l.m." 2025


Oggi, con il sottoscritto, parte una nuova rubrica che noi Giovani Promettenti (IGP) abbiamo chiamato MenododicIGP dedicata ai vini che costano al pubblico (siti web) meno di 12 euro. C’è chi li definisce popolari, chi quotidiani; per noi sono solo vini sinceri, capaci di accompagnare la tavola con autenticità, dimostrando che il valore non sta nel prezzo ma nelle emozioni che sanno trasmettere senza rinunciare alla territorialità. E proprio da qui partiamo, con un’etichetta che interpreta al meglio questa filosofia.


La Schiava “
Vernatsch 448 s.l.m.” 2025 di Girlan, storica cooperativa alto atesina, è il rosso che rimette al centro il piacere semplice del bere. Leggera, fresca, profuma di ciliegia e piccoli frutti, con un tocco floreale che la rende immediata e invitante. Il sorso è agile e scorrevole, mai stancante: un vino accessibile, diretto, che rende piacevole ogni occasione e che, sfortunatamente, finisce sempre troppo in fretta!

Prezzo medio sul web: 9 euro

InvecchiatIGP: Marotti Campi – Lacrima di Morro d’Alba DOC “Rubico” 2004


Esistono bottiglie che non si limitano a essere buone: fanno domande. Il Rubico 2004 di Marotti Campi è una di queste, e la domanda che pone riguarda un vitigno intero — il Lacrima di Morro d'Alba DOC — e il pregiudizio silenzioso che lo accompagna, quello di essere un vino dell'immediato, bello e fragrante ma poco incline a invecchiare con dignità.


Per capire come sia possibile che un'etichetta del genere rimetta in discussione questa lettura, vale la pena partire da chi la produce. I Marotti sono a Morro d'Alba dalla metà dell'Ottocento: non una startup del vino naturale, non un progetto di ritorno alla terra, ma una famiglia che conosce questi suoli argillosi da generazioni. Oggi l'azienda conta circa 50 ettari e dalla fine degli anni '90 — con la costruzione della nuova cantina — ha scommesso con decisione sulla qualità degli autoctoni marchigiani, cercando un equilibrio tra identità territoriale e precisione espressiva che non sempre il mercato sa apprezzare subito.

Lorenzo Marotti Campi

Il Lacrima, in questo contesto, non è mai stato un ripiego. È un vitigno raro, confinato in un areale ristretto della provincia di Ancona, plasmato da suoli argillosi e dalla vicinanza del mare: uno dei pochissimi rossi aromatici italiani, con quella firma olfattiva di rosa, viola e spezie che lo rende immediatamente riconoscibile. Ed è proprio questa seduzione immediata a condannarlo, nell'immaginario comune, a una dimensione di gioventù — come se la bellezza esplicita escludesse la profondità.


Il Rubico nasce da uve Lacrima in purezza, vinificate prevalentemente in acciaio per preservarne la fragranza. Un vino pensato, nelle intenzioni, per essere bevuto presto. Vent'anni dopo, quella intenzione racconta solo metà della storia. 
Il colore è ancora rubino, percorso da riflessi granato che suggeriscono evoluzione senza cedimento. Al naso la centralità floreale si è ritirata per lasciare spazio a qualcosa di più oscuro e interessante: cola, radici, liquirizia, tamarindo, erbe officinali, una balsamicità che ricorda gli amari. 
Non è un vino che ha perso il filo — è un vino che ha cambiato discorso mantenendo la stessa voce. In bocca si muove con una leggerezza quasi ingannevole, sorretto da un'acidità integra e da tannini che il tempo ha levigato completamente: gioca di tensione più che di massa, e chiude lungo, speziato, pulito, con una vitalità che non ti aspetti.


È qui che il Lacrima di Morro d'Alba rivela qualcosa che raramente gli viene riconosciuto: la capacità di attraversare il tempo senza dissolversi, di trasformarsi senza tradirsi. Una faccia nascosta di un vitigno che il mercato ha frettolosamente catalogato, e che bottiglie come questa continuano, pazientemente, a smentire.

Tomei – IGT Lazio Cesanese Veniero 2024


Il Cesanese 2024 di Tomei vibra di terra e memoria, espressione di una visione biodinamica autentica. 


Profuma di frutti rossi maturi, macchia mediterranea e leggere spezie. Al sorso è dinamico, fresco, con trama tannica viva e un finale sapido. Un vino che emoziona con misura e profondità.

Greco di Tufo, zonazione o racconto? Il progetto di Cantine di Marzo


All’interno dell’areale del Greco di Tufo DOCG, dove il terroir è sempre stato più evocato che realmente sezionato, Cantine di Marzo porta avanti da qualche anno un progetto che prova ad alzare l’asticella: leggere il territorio per frammenti, per vigne, per differenze misurabili. Non solo racconto, ma dati—geologici, climatici, biochimici—messi in relazione con il profilo dei vini grazie al lavoro di Mariano e Vincenzo Mercurio, nel tentativo di costruire una zonazione interna alla denominazione e verificare se un vitigno fortemente identitario come il Greco di Tufo sia davvero capace di restituire sfumature territoriali leggibili e costanti nel tempo.


La traduzione pratica di questo lavoro si concentra su tre vigne—Ortale, Serrone e Laure—tra Santa Lucia e San Paolo di Tufo, in un contesto dove la variabilità dei suoli, tra argille, calcari, sabbie e componenti vulcaniche con la presenza storica di zolfo, offre basi concrete per una differenziazione. Ma è quando si passa dalla teoria alla verifica diretta, anche su più annate, che il progetto acquista spessore. 




Una mini verticale sulle annate 2023, 2022 e 2021 delle tre etichette restituisce infatti una chiave di lettura più nitida: Ortale emerge come il cru della profondità, capace di esprimere vini già relativamente equilibrati in gioventù ma soprattutto stratificati, dove la componente minerale si allunga nel tempo fino a sfiorare, nell’annata 2021, suggestioni idrocarburiche. Laure, complice anche l’esposizione, cambia completamente registro e si muove su un asse più teso: vini diretti, verticali, quasi nordici per impostazione, giocati più sulla linea acido-minerale che sulla larghezza. Serrone, al contrario, si colloca su un versante più caldo e avvolgente, offrendo interpretazioni rotonde, speziate, con richiami alla frutta tropicale e un carattere decisamente più mediterraneo.

Famiglia Di Somma

La sensazione, mettendo in fila le tre vigne anche nel tempo, è quella di una progressione coerente—profondità, verticalità, ampiezza—più che di una frattura netta tra i diversi terroir, con l’ulteriore evidenza che è proprio nel tempo che questi bianchi trovano la loro misura migliore: si distendono, acquistano proporzione, integrano le spinte acide e minerali e guadagnano complessità, fino a esprimere, nelle annate più mature, una statura che li avvicina con decisione alla categoria dei grandi vini. Ed è forse qui che il progetto va letto con maggiore lucidità: le differenze esistono, sono riconoscibili e, cosa non scontata, tendono a ripetersi nelle diverse annate, ma si muovono ancora su un piano di sfumature, non di contrasti radicali. Un esito che, in realtà, è perfettamente coerente con la natura del Greco, vitigno che mantiene una forte impronta varietale e tende a uniformare, almeno in parte, le variazioni del suolo.

Vincenzo Mercurio

In questo contesto, il peso storico di Cantine di Marzo non è un dettaglio secondario. Fondata nel 1647, la cantina è una delle realtà più antiche e rappresentative dell’areale, profondamente legata alla storia di Tufo e alla presenza delle miniere di zolfo che hanno segnato non solo l’economia locale ma anche l’identità dei vini. È una storia che dà solidità al progetto e lo sottrae, almeno in parte, al rischio di apparire come una semplice operazione di posizionamento.


Resta però una zonazione interna, non codificata a livello di denominazione, e quindi inevitabilmente ancora in fase di costruzione anche dal punto di vista della comunicazione: più che per una mancanza di contenuti, per l’assenza, almeno allo stato attuale, di una restituzione organica e condivisa—che metta a sistema mappe, dati e linguaggio oltre i confini aziendali. Ma più di tutto conta la tenuta nel tempo: la capacità di rendere queste differenze non solo percepibili, ma riconoscibili e ripetibili vendemmia dopo vendemmia. La direzione è interessante, e per certi versi necessaria, in un territorio che vuole smettere di essere letto come blocco unico. Ma la zonazione, perché non resti un esercizio di stile, deve diventare prima di tutto esperienza concreta, qualcosa che nel bicchiere si impone senza bisogno di spiegazioni. È lì che questo progetto si gioca la sua partita, molto più che nelle intenzioni.

InvecchiatIGP: Domini Veneti - Valpolicella Classico Superiore “La Casetta di Ettore Righetti” 1996


di Lorenzo Colombo

Andando a selezionare un vino da degustare per la rubrica del sabato InvecchiatIGP, ci siamo imbattuti in questa bottiglia rimasta nella nostra cantina per troppo tempo rispetto alla sua destinazione. Non crediamo infatti che, pur appartenendo al marchio di punta della Cantina Negrar, ovvero la Domini Veneti, questo vino fosse stato allora concepito per essere degustato qualche decennio dopo il suo anno di vendemmia, ovvero il 1996. Ci siamo quindi accostati con circospezione, preparando per sicurezza un vino di riserva nel caso, che pensavamo assai probabile, di una bottiglia a fine carriera se non addirittura decrepita. Invece nel mondo del vino le sorprese non finiscono mai e, seppur non trovandola quasi certamente al massimo delle sue potenzialità, ci siamo trovati di fronte a un vino ancora godibilissimo che non presentava assolutamente alcun segno di ossidazione né di prevedibile decadimento.
Certo non aveva più la struttura di un tempo, ma la sua acidità ed in parte anche la sua trama tannica e, probabilmente, anche l’utilizzo di una parte di Cabernet Sauvignon l’hanno conservato molto al di sopra di quanto ci saremmo aspettati. Ma veniamo al vino ed all’azienda che l’ha prodotto.


Domini Veneti è il brand premium della Cantina Valpolicella Negrar, cantina fondata nel lontano 1933 da sei viticoltori di Negrar con il nome di Cantina Sociale della Valpolicella. Nel 1948 avviene la fusione con la Cantina Produttori della Valpolicella e nel 1957 viene rifondata col nome di Cantina Sociale di Negrar di Valpolicella. Nel 1989 nasce il progetto Domini Veneti, destinato alla produzione di vini di alta gamma, e nel 2023, in occasione del 90° anniversario dalla fondazione, assume l’attuale nome di Cantina Valpolicella Negrar. Ricreare la storia di questo vino a trent’anni di distanza non è stato semplice, anche se alcuni articoli scovati su riviste e guide dell’epoca ci hanno aiutato. Sin dalle sue prime annate di produzione è stato oggetto di considerazione da parte degli addetti ai lavori e la Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso/Slow Food ha assegnato al vino dell’annata 1996 i 2 Bicchieri Rossi. Il vino viene prodotto esclusivamente con uve provenienti dall’Azienda Agricola La Casetta di Ettore Righetti e, pur non essendo classificato come Ripasso, utilizza comunque la tecnica del ripasso sulle vinacce dell’Amarone; così perlomeno recita la controetichetta, anche se sui sopracitati articoli si parla di ripasso sulle vinacce di Recioto. La sua composizione prevede i classici vitigni della Valpolicella, ovvero Corvina Veronese, Rondinella e Corvinone, più una quota di Cabernet Sauvignon.


I vigneti, che nel 1996 avevano un’età di 20–35 anni, si trovano su suoli marnosi-calcarei con presenza di basalto e sono situati tra i 150 ed i 300 metri d’altitudine sulle colline di Negrar. La loro resa era assai bassa per l’epoca, ovvero 60/70 q.li/ha. Frutto di un’annata fresca, il vino è stato vinificato con macerazioni lunghe ed affinato in botti di rovere da 20 e 50 ettolitri per 24 mesi.


Mattonato il colore, con unghia aranciata. Non molto intenso al naso, dove cogliamo note balsamiche, sentori di prugne in confettura, fichi essiccati al forno e note vanigliate. Di media struttura, diremmo anche un poco esile, ancora fresco, con bella trama tannica e buona vena acida, buona succosità, sentori di caffè, vaniglia, prugne cotte e ciliegie mature, accenni di pepe; buona la persistenza.

Nota: il vino riporta ancora in etichetta la sigla VQPRD (non più utilizzata da anni).

Finigeto - Bonarda dell’Oltrepò Pavese “Il Baldo” 2023


di Lorenzo Colombo

Una godibilissima Bonarda ferma dal naso intenso e profumato che presenta sentori di frutta rossa matura e dolce (prugne e more). 


Bocca succosa dove la Croatina la fa da padrona con la sua importante ma vellutata trama tannica e la Barbera l’alleggerisce con la freschezza della sua vena acida.

Stefan Yim: l'outsider che sta riscrivendo i canoni dell'Etna


di Lorenzo Colombo

Una delle cose che riteniamo affascinanti nel mondo del vino è data dal fatto che, più spesso di quanto si creda, si incontrano aziende delle quali non si era a conoscenza e che ci rimangono impresse sia per la filosofia aziendale che per la qualità e l’originalità dei vini prodotti.

Credit: Gambero Rosso

Il caso più recente è stata la scoperta dell’azienda Sciara, di Stefan Yim, figlio di madre giapponese e di padre hongkonghese, Stefan ha trascorso buona parte della sua vita in California, nei dintorni di Los Angeles, dove ha iniziato a lavorare come sommelier ed ha poi deciso di mettersi a produrre vino, dapprima in California, comprando dell’uva nel 2008. Non soddisfatto dei vini californiani Stefan, che preferisce vini meno strutturati e più freschi, dopo un paio d’anni si è trasferito in Francia, nel Madiran, situata nel Sud-Ovest della Francia, zona meno famosa di altre, dove ha fatto esperienza lavorando con vitigni quali Tannat, Gros Manseng e Petit Manseng.


Sempre alla ricerca di maggior freschezza e di originalità Stefan, innamoratosi dei vini provenienti da suoli vulcanici, dopo aver in primo momento pensato a Tenerife ha alla fine optato nel 2015 per l’Etna, zona nella quale era stato più volte durante il periodo in cui lavorava in Francia. Abbiamo incontrato Stefan durante una degustazione tenutasi a Milano, condotta da Armando Castagno e organizzata dall’importatore e distributore Andrea Ordan, che gentilmente ci ha invitati.

Stefan ha spiegato che le ragioni della sua scelta sono state essenzialmente tre.

1) L’altitudine, che fa sì che possa essere contrastato il problema del riscaldamento globale.
2) I suoli vulcanici che permettono di produrre in modo naturale senza interventi massicci in cantina e che si evolvono, mantenendo freschezza e verticalità.
3) Infine perché l’Etna è uno dei pochi posti in Europa dove si possono ancora trovare viti centenarie e pre-fillosseriche a causa della natura dei suoli composti da ceneri, lapilli e piccole rocce vulcaniche.


In dieci anni Stefan è riuscito a mettere insieme circa 10 ettari di vigneti situati in nove diverse contrade, otto delle quali poste sul versante Nord del vulcano (il più densamente vitato) ed una sul versante Sud ad un’altitudine sinora impensabile, ovvero oltre i 1.500 metri sfruttando il fatto che questo versante è il più caldo e soleggiato. Nei vigneti ha lasciato le varietà presenti, curandosi unicamente di ripristinarli, a parte il citato vigneto posto a 1500 metri, messo a dimora ex novo.
I suoi vini provengono da vigneti condotti in regime biologico (ha ottenuto la certificazione lo scorso anno), sono prodotti utilizzando un quantitativo minimo di solfiti, meno di 30 mg, aggiunti unicamente al momento dell’imbottigliamento.


Per quanto riguarda la parte enologica Stefan non segue un protocollo fisso ma si basa sulle caratteristiche dell’uva disponibile, cambiano ad esempio la durata delle macerazioni e l’utilizzo o meno di grappoli interi, fermentando sempre con lieviti indigeni in modo da esprimere al meglio l’annata. Sostiene infatti che sta ancora imparando ed ogni anno acquisisce maggior esperienza.


I vini degustati:

Vino Bianco Ubriaco sulla Luna 2022

60% Carricante, 40% Catarratto, Minella Bianca e Garganega da viti allevate ad Alberello ed a Cordone speronato d’oltre 50 anni d’età provenienti dalle Contrade Carrana, Taccione e Monte Dolce poste su suoli composti da rocce e sabbie vulcaniche e situati tra i 720 ed i 1.000 metri d’altitudine. Il nome del vino deriva dal fatto che durante il Covid, trovandosi solo, a volte Stefan esagerava un poco col vino nei vigneti. La vendemmia s’effettua a fine settembre ed il vino, prodotto per la prima volta nel 2018, subisce una macerazione sulle bucce di 32 giorni e co-fermenta tramite lieviti indigeni in ceramica (Clayvers) e vetroresina dove s’affina per 19 mesi, inoltre l’80% delle uve vendono vinificate a grappolo intero. Si tratta dell’unico vino bianco dell’azienda la cui produzione è stata di 1.550 bottiglie.


Color oro antico tendente al paglia intenso con leggeri riflessi ramati, leggerissima velatura. Naso molto particolare e interessante, buona l’intensità olfattiva, molto profumato, nota alcolica che ricorda il sidro, la mela, e la scorza di cedro. Asciutto, sapido, con buona vena acida, sentori di buccia di mela, accenni piccanti di zenzero, leggere note tanniche. Un vino dalle caratteristiche organolettiche che potremmo definire uniche, non presenta infatti alcuna nota che lo rende simile od identificabile con la maggior parte dei vini macerati e degli Orange wines.

Etna Rosso Doc 760 metri 2021

90% Nerello mascalese e 10% Nerello cappuccio provenienti dalle contrade Taccione e Sciaranuova situate tra i 720 ed i 770 metri d’altitudine su suolo di natura vulcanica composto da rocce e sabbie, le viti hanno un’età variabile dai 15 ai 75 anni e sono allevate parte ad Alberello e parte a Cordone speronato. La fermentazione avviene, come per tutti i vini aziendali tramite lieviti indigeni e l’affinamento del vino si svolge per 19 mesi in botticelle francesi di varie dimensioni ed in contenitori di vetro. Si tratta dell’unico vino che riporta in etichetta la Doc Etna, le bottiglie prodotte sono state 4.170.


Color rubino di discreta intensità. Buona l’intensità olfattiva, balsamico, frutta rossa, leggere note affumicate, buona eleganza. Discretamente strutturato, molto fresco, sapido, frutta fresca, note minerali, bella trama tannica, lunga la persistenza.

Terre Siciliane Igt 980 metri 2022

Nerello mascalese in purezza proveniente da vigneti di 45 – 80 anni d’età situati nelle contrade Carrana, Barbarbecchi e Monte Dolce, tra gli 840 ed i 1.000 metri d’altitudine, i suoli sono vulcanici composti da cenere, rocce e sabbia ed il sistema d’allevamento è ad Alberello. Fermentazione spontanea ad affinamento per 10 mesi in vari contenitori, barriques francesi, ceramica e vetro.


Rubino luminoso. Bel naso, di buona intensità, fresco, fruttato, elegante, leggeri accenni sulfurei. Fresco, asciutto, verticale, leggera nota piccante, bella trama tannica e buona persistenza. Vino dalla notevole qualità, prodotto in 3.100 bottiglie.

Vino Rosso Centenario Pre-Philloxera 2022

Prodotto con uve pre-filosseriche di oltre 100 anni d’età di Nerello mascalese provenienti dalla contrada Feudi di Mezzo posta a 630 metri d’altitudine, allevata ad Alberello su terrazze laviche rocciose. Fermentazione spontanea ed affinamento in anfore e vasche di fibra di vetro. 896 le bottiglie prodotte.


Rubino luminoso di buona intensità. Intenso al naso, molto profumato, presenta un bel frutto, nitido e pulito, leggeri accenni di fumo. Di buona struttura, succoso, verticale, con bella vena acida e buona trama tannica, buona la persistenza.

Vino Rosso Sensazione di Lava 2022

60%Nerello mascalese e 40% Grenache provenienti dalla contrada Tartaraci situata a 920 metri d’altitudine su suolo composti da lava, sabbia e piccole rocce vulcaniche, il sitma d’allevamento è ad Alberello e le viti hanno un’età che varia dai 20 ad oltre 115 anni. Fermentazione in vasche aperte con il 70% delle uve a grappolo intero, affinamento per 19 mesi in barriques francesi tostate.


Color rubino-granato di media intensità. Bel naso, intenso, sentori di frutto rosso selvatico, erbe mediterranee, accenni di fumo. Fresco ed asciutto, di media struttura, verticale, minerale, con bella trama tannica e lunga persistenza. Un vino dal naso intrigante, prodotto in 1.000 esemplari.

Terre Siciliane 1200 metri 2021

Prodotto con uve Grenache in purezza provenienti da un unico appezzamento di 0,6 ettari posto contrada Nave a 1.200 metri d’altitudine su suolo con cenere vulcanica e sabbia, le viti, allevate ad Alberello, hanno un’età di 70-120 anni. Stefan trovò questo vigneto abbandonato e la ricerca del proprietario non fu affatto facile. Dopo la fermentazione, avvenuta in cantina, il vino s’affina per 19 mesi in due anfore sepolte nel vigneto.


Color rubino di media intensità. Bel naso, elegante, di buona intensità olfattiva, balsamico, mentolato, sentori d’erbe aromatiche. Fresco, sapido, asciutto, verticale, balsamico, mentolato, con trama tannica importante ma ben integrata, lunga la sua persistenza. Un vino dall’altissima qualità, il nostro preferito tra quelli degustati, la produzione è stata di 960 bottiglie.

Vino Rosso 1520 metri 2022

Questo vino viene prodotto dal vigneto a bacca rissa più alto d’Europa. Situato in contrada Cielo, posta nella zona Sud dell’Etna, il vigneto, di 1,1 ettari è stato messo a dimora da Stefan con 4.550 viti nel 2020, durante il Covid ed è allevato ad Alberello su suolo composto da ceneri vulcaniche e lapilli, Il vino, composto da 45% Pinot nero, 35% Grenache e 20% Pineau d’Aunis, raro vitigno quest’ultimo proveniente dalla Loira, dopo la fermentazione s’affina per 19 mesi in anfore e damigiane di vetro. Alla sua seconda annata di produzione ne sono state prodotte 355 bottiglie.


Color granato non molto intenso. Buona l’intensità olfattiva, fresco, balsamico, mentolato, leggermente piccante, pepato, sentori di scorza d’arancia amara. Fresco, asciutto, verticale, di corpo un poco lieve (ricordiamo che il vigneto è stato messo a dimora nel 2020 e quindi si tratta della seconda annata di produzione), agrumato, agrumi amari. Un vino decisamente particolare e molto interessante, già molto godibile, ma certamente da rivedersi quando le vigne avranno raggiunto la loro maturità.

Frascati, tutto pronto per Vinalia Priora: attese oltre 103 aziende


Oltre 500 etichette, 50 banchi d’assaggio e ben 103 aziende vitivinicole provenienti da tutto il Lazio: a meno di una settimana dal taglio del nastro, Vinalia Priora, si conferma già come vetrina privilegiata per uno dei prodotti più rappresentativi della nostra regione. Il 25 e 26 aprile 2026, gli spazi suggestivi del Museo Tuscolano – Scuderie Aldobrandini di Frascati si preparano ad accogliere la quinta edizione di un evento che, anno dopo anno, ha saputo trasformarsi da promettente iniziativa locale a solida e prestigiosa kermesse del vino di un’intera regione, ospitando produttori e realtà del settore capaci di comporre un mosaico ricco, sfaccettato e vibrante. 


Un progetto che ha saputo crescere, consolidarsi e soprattutto evolversi, fino ad assumere una dimensione più ampia e consapevole. Giunta alla sua seconda edizione in veste regionale, la manifestazione, promossa dal Comune di Frascati è sostenuta dalla Regione Lazio attraverso Arsial e Lazio Innova, segno tangibile di una sinergia istituzionale che punta a valorizzare un comparto strategico per l’identità e l’economia del territorio. Il tema scelto per questa edizione, “Geografie dei vini del Lazio”, non è infatti solo un titolo evocativo, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti. Raccontare il vino significa raccontare i luoghi da cui nasce, le mani che lo producono, le tradizioni che lo custodiscono e le innovazioni che lo proiettano nel futuro. Dai suoli vulcanici dei Castelli Romani alle brezze marine della costa, dalle colline della Tuscia alle terre più interne, ogni calice diventa una mappa sensoriale, un viaggio che attraversa paesaggi, storie e identità. Cuore pulsante della manifestazione saranno le degustazioni e le masterclass, affidate ad alcuni dei più autorevoli esperti del settore. Non semplici momenti formativi, ma veri e propri percorsi di approfondimento, pensati per accompagnare il pubblico alla scoperta delle infinite sfumature del vino laziale. È qui che Vinalia Priora mostra la sua anima più ambiziosa: quella di un evento che non si limita a esporre, ma che educa, ispira e crea connessioni. In un tempo in cui il vino rischia di essere ridotto a prodotto di consumo, Vinalia Priora restituisce centralità alla sua dimensione culturale. Lo fa, in partnership con Frascati Scienza e divulgatori autorevoli, attraverso il dialogo tra produttori e visitatori, attraverso il racconto diretto delle aziende, attraverso la possibilità di degustare, confrontare, comprendere. Ecco allora che, accanto al percorso degustativo che si snoda negli spazi del Museo tuscolano, Vinalia propone sei masterclass tutte da scoprire, per fermarsi e vivere una nuova esperienza d’assaggio, più profonda e consapevole.

LE MASTERCLASS DI VINALIA PRIORA

SABATO 25 APRILE

h. 12.00 - La zonazione del Vulcano Laziale. Prime evidenze analitiche per una geografia del vino in costruzione
con Jacopo Manni

La scienza che orienta scelte produttive e disciplinari future, traducendo l’analisi territoriale in criteri operativi pser la qualità. Un assaggio comparato di 8 vini da Malvasia Puntinata, ottenuti da microvinificazioni standardizzate realizzate con il supporto di ARSIAL presso i laboratori sperimentali di Velletri, introduce alle prime sperimentazioni di zonazione dei versanti del Vulcano Laziale. Attraverso la lettura tecnica dei vini e dei paesaggi viticoli, sarà possibile osservare come le variabili pedoclimatiche incidano sull’espressione del vitigno, offrendo una prima base empirica per interpretare le differenze territoriali e valutare la costruzione di una zonazione vitivinicola.

h.16.30 Bellone. Da vitigno a visione, verso una nuova centralità del piano laziale
con Fabio Ciarla e Umberto Trombelli

Un percorso di degustazione dedicato al Bellone, vitigno in forte crescita e al centro di una rinnovata attenzione da parte dei produttori. Energia varietale ed equilibrio emergono attraverso interpretazioni che puntano a definire nuove traiettorie stilistiche, tra tensione e rilettura contemporanea del vitigno. Una risorsa ancora in piena espansione espressiva, capace di contribuire in modo sempre più significativo alla ridefinizione del bianco laziale.

h. 18.30 - Il Lazio a piede franco, il territorio senza mediazioni
con Matteo Gallello

Il piede franco come forma radicale di relazione tra vite e territorio, in cui l’assenza di innesto restituisce una trasmissione più diretta delle condizioni pedologiche e ambientali. Attraverso l’assaggio comparato di vini provenienti da specifici contesti del Lazio, si cercherà di cogliere se e in che misura questo patrimonio paesaggistico vivente si traduca in una espressione riconoscibile nel bicchiere, capace di restituire una relazione non mediata tra suolo, pianta e paesaggio. Una chiave interpretativa, tecnica e culturale, per interrogare il valore del piede franco come espressione di autenticità, differenza e verità territoriale.

DOMENICA 26 APRILE

h. 12.00 - Malvasia Puntinata. La cifra del bianco classico latino, tra forma, misura e profondità
con Ilaria Giardini e Francesco Radiciotti

Il bianco identitario che può ridefinire la percezione del Lazio, capace di coniugare sapidità naturale, capacità di tenuta e adattabilità agronomica. Attraverso l’assaggio di diverse interpretazioni, la Malvasia Puntinata si rivela come vitigno in grado di costruire una forma del bianco al tempo stesso rigorosa e dinamica, in cui misura e profondità diventano categorie leggibili nel vino. Una varietà che dimostra come tradizione e contemporaneità possano non solo convivere, ma generare nuove possibilità espressive per il territorio.

h 16.30 - Cesanese. Dalla traiettoria alla forma, la conquista della grandezza
con Letizia Rocchi, Maria Ernesta Berucci, Carlo Zucchetti e Gabriele Graia

Il rosso che ambisce alla profondità e alla longevità, e che nel tempo costruisce la propria misura. Nel confronto tra calici, il Cesanese si lascia leggere come una traiettoria, non lineare ma insistita, fatta di ritorni al vigneto, di scelte in cantina, di tentativi che diventano forma. È lì che il territorio smette di essere sfondo e diventa sostanza, materia che si organizza nel vino. Attraverso la voce di chi lo produce, lo comunica e lo attraversa quotidianamente, proveremo a ricostruire le linee di questa trasformazione recente: un percorso che ha portato il Cesanese a riconoscersi, e a essere riconosciuto, come uno dei rossi che oggi definiscono una possibile idea di grandezza.

h. 18.30 - Vitigni rari del Lazio. Biodiversità come valore strategico,il ritorno della differenza come risorsa
con Matteo Zelinotti e Riccardo Roselli di Vinario 4

La biodiversità come valore strategico non è qui un principio astratto, ma una pratica concreta di recupero, selezione e riattivazione di vitigni marginali, spesso relegati ai margini dei sistemi produttivi. Attraverso microproduzioni e sperimentazioni, questi vitigni tornano a essere dispositivi attivi di costruzione dell’identità, sottraendosi a modelli standardizzati e aprendo a forme di espressione non omologate. Il patrimonio genetico viticolo si configura come una vera frontiera competitiva: non solo risorsa agronomica, ma infrastruttura culturale e territoriale capace di generare valore, differenziazione e nuove traiettorie di sviluppo per il Lazio del vino.

DOVE: Scuderie Aldobrandini, Piazza Guglielmo Marconi, 6 Frascati


Contrade dell’Etna 2026: la XVII edizione è “la migliore di sempre”: numeri da record


Si chiude con numeri straordinari, entusiasmo diffuso e un forte senso di comunità la XVII edizione di Contrade dell’Etna, confermandosi senza esitazioni la migliore di sempre. La manifestazione, ideata dal produttore Andrea Franchetti, è oggi organizzata dalla società Crew, che ha saputo interpretare l’evoluzione del settore accompagnando la crescita dell’evento e rafforzandone il profilo anche in chiave internazionale, mantenendo al contempo il principio fondante della democraticità.


Il successo dell’edizione 2026 è certificato da numeri significativi: circa 3.000 bottiglie stappate, per un totale di oltre 45.000 assaggi, quasi 100 cantine partecipanti, 60 giornalisti tra stampa nazionale, estera e locale, e una grande presenza di operatori del settore Horeca, a conferma del ruolo centrale dell’evento come piattaforma di incontro e sviluppo per il comparto.


Due giornate intense al Sikania Garden Village di Randazzo, che si è dimostrato un luogo perfettamente adatto ad accogliere una manifestazione di questo livello, tra banchi d’assaggio, momenti di confronto e approfondimento. Ad aprire la manifestazione è stato il talk inaugurale “L’arte di vendere il vino”, moderato da Fabrizio Carrera, direttore del giornale online di enogastronomia Cronache di Gusto, che ha visto il confronto tra Francesco Cambria (presidente Consorzio Etna Doc), Federico Veronesi (Ceo Signorvino), Francesco Ferreri(presidente Coldiretti Sicilia), Giuliano Rossi (presidente associazione Vinarius), Giusy Vitale (founder di Prezzemolo & Vitale), Vito Bentivegna (direttore Irvo) Giuseppe Figlioli (presidente Assoenologi Sicilia).


Dal dibattito è emersa una visione chiara e condivisa: il vino non è in crisi, ma attraversa una fase di trasformazione profonda. Al centro, la necessità di semplificare la comunicazione senza perdere autenticità, rafforzare il legame con il territorio e puntare sul valore più che sui volumi. Un modello, quello dell’Etna, che si distingue per posizionamento, qualità percepita e versatilità produttiva, capace di rispondere alle nuove dinamiche del mercato. Tra gli spunti più rilevanti emersi, anche il lancio di un contest internazionale dedicato ai vini dell’Etna, proposto da Assoenologi Sicilia, come leva strategica per valorizzare ulteriormente il territorio, stimolare il confronto tra produttori e rafforzare la presenza sui mercati esteri.


A seguire, un ricco programma di masterclass dedicate al vino, organizzate dal giornale Cronache di Gusto (media partner dell’evento), forum tecnici e incontri tematici. Tra questi, “il vino nell’era dell’intelligenza artificiale”, dedicato all’impatto dei dati e delle nuove tecnologie nella gestione delle cantine, e gli approfondimenti tecnici sulla nuova frontiera enologica. Fondamentale il contributo di Coldiretti Sicilia, che oltre a curare uno spazio dedicato al valore della terra, ha organizzato e promosso le masterclass sull’olio extravergine di oliva in collaborazione con la Fondazione Evoo School, offrendo momenti di approfondimento di grande qualità su uno dei prodotti simbolo del territorio etneo.


Grande partecipazione anche da parte delle istituzioni locali: numerosi sindaci del territorio hanno preso parte all’inaugurazione, tra cui Antonio Bonanno (Biancavilla), Alfio Cosentino (Milo), Concetto Stagnitti(Castiglione di Sicilia), Emanuele Motta (Ragalna) e il vicesindaco di Linguaglossa Davide Spartà, che hanno partecipato attivamente al momento inaugurale. La loro presenza ha rappresentato un segnale forte di unità territoriale, dando simbolicamente il via alla manifestazione con un corale “Viva l’Etna”, espressione autentica di appartenenza, identità e coesione tra le comunità del territorio etneo. Presente anche Luca Sammartino, assessore dell'Agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca mediterranea della Regione Siciliana.


Determinante anche il sostegno e la presenza attiva del Consorzio Tutela Vini Etna DOC, con il coinvolgimento diretto del presidente Francesco Cambria e del direttore Maurizio Lunetta, protagonisti di diversi momenti di confronto e approfondimento durante le due giornate. La dichiarazione degli organizzatori (CREW) – Raffaella Schirò, Sergio Cimmino e Massimo Nicotra: “Siamo orgogliosi e profondamente felici dell’ottima riuscita di questa edizione, che possiamo definire senza dubbio la migliore di sempre. La grande partecipazione, il coinvolgimento delle cantine, degli operatori, della stampa e delle istituzioni dimostrano quanto Contrade dell’Etna sia diventata un punto di riferimento. Siamo particolarmente grati per il sostegno, la vicinanza e la partecipazione attiva del Consorzio dei Vini Etna DOC, con il presidente Francesco Cambria e il direttore Maurizio Lunetta. È emerso un forte senso di comunità, coesione e condivisione che rappresenta il vero valore aggiunto di questo evento. Un ringraziamento va anche al nostro partner tecnico Enoservice dell’enologo Antonello Milazzo”. 


Contrade dell’Etna si conferma dunque non solo una vetrina di eccellenza per il vino etneo, ma un luogo di dialogo, crescita e identità territoriale, capace di interpretare le trasformazioni del settore e di offrire strumenti concreti per affrontarle. Archiviata questa edizione da record, lo sguardo è già rivolto al futuro: l’organizzazione è già al lavoro sulla prossima edizione, le cui date saranno annunciate a breve.