InvecchiatIGP: San Gregorio - Chianti Colli Senesi DOCG 2013


di Carlo Macchi

Oggi questa rubrica rende merito sia a un vino che a una denominazione. La denominazione è il Chianti Colli Senesi, considerata quasi sempre figlia di un dio minore ma che in realtà ha alcune particolarità interessanti: la prima e non la più particolare, è che si estende con 1400 ettari di vigneti in provincia di Siena. La seconda, interessante ma solo se si approfondisce, è che è una DOCG fatta ad arcipelago, cioè si estende in tre zone non contigue. La terza, quella veramente interessante si scopre andando a vedere quali sono comuni in cui si può produrre: a nord troviamo, tra l’altro, San Gimignano e Castelnuovo Berardenga, scendendo poi incontriamo Montalcino, Montepulciano e Chiusi.

Qualcuno di questi nomi vi ricorda qualcosa?

Indubbiamente sì ed è per questo che il Chianti Colli Senesi DOCG è spesso considerata una denominazione “a caduta”, cioè nei suoi 1400 ettari nascono ottime uve, ma spesso usate per DOCG più famose e molto più remunerative. Insomma, siamo di fronte ad una DOCG Cenerentola, che difficilmente troverà il principe azzurro che saprà rivalutarla e portarla al livello delle “sorellastre” con cui divide i vigneti.


Dalla denominazione arriviamo al vino, che non sarà certo il principe azzurro che risolve i problemi di questa DOCG ma è sicuramente un esempio di come si può produrre un vino semplice, piacevole e beverino, dal prezzo vergognosamente basso e che può invecchiare bene per anni. Questo vino nasce nell’ azienda San Gregorio, che si trova vicinissima a Chiusi a meno di un chilometro dall’uscita autostradale omonima sulla A1.


L’azienda ha circa 20 ettari di vigneto, nella stragrande maggioranza sangiovese, ma con alcune parti dedicate al colorino, al ciliegiolo e al canaiolo. Siamo stati loro ospiti per la nostra riunione di redazione e non vi nascondo che quando ci hanno proposto una verticale del loro Chianti Colli Senesi (annata, non riserva) che dal 2023 ci avrebbe portato fino al 2003 non pensavo assolutamente che ci avrebbe dato indicazioni positive. Invece mi sbagliavo e non di poco e tra i sorprendenti vini degustati è spiccato il loro Chianti Colli Senesi 2013. Vino in prevalenza sangiovese con qualche tocco di colorino, fermentato e maturato in vasche di cemento, ci ha lasciati a bocca aperta: color rubino vivo, naso netto e fine con note di floreali di ginestra, poi miele e leggerissimo fruttato. Bocca equilibrata con tannini ancora vivi e quasi ruvidi e un finale di buona persistenza. Considerate che siamo di fronte a un vino che oggi, in azienda, costa poco più di 5 euro.


Che il 2013 assaggiato non fosse la classica bottiglia fortunata lo hanno sentenziato sia il 2003 che il 2016, assaggiati nella stessa occasione, a dimostrazione che il Chianti Colli Senesi e soprattutto San Gregorio ha varie “Cenerentola” da far conoscere.

Jaume Serra - Cava Brut Nature Reserva 2016


di Carlo Macchi

Lo ammetto, mi ha colpito il prezzo: poco più di 11 euro per una magnum del 2016. Da uve Xarel-lo, Parellada, Chardonnay e Macabeo. 


Naso prima chiuso poi su note balsamiche, bollicina viva ma fine, ancora nervoso ma ben equilibrato. Un Cava che vale molto, molto più di 11 euro. Da provare!

Grandi vini, piccoli numeri: così stiamo perdendo il pubblico


di Carlo Macchi

Sono diversi giorni che mi gira per la testa la proposta, indubbiamente poco realizzabile, della DOC Grande Franciacorta, introdotta dal professor Michele Antonio Fino: “Un’unica denominazione regionale lombarda per lo spumante Metodo Classico (da pinot nero e chardonnay, ma anche autoctoni idonei alla produzione di pregio) che includa anche l’Oltrepò Pavese e le valli alpine divenute idonee con il cambiamento climatico”. Una proposta che nella migliore delle ipotesi potremmo definire futuristica ma che mi ha messo in testa un tarlo che continua a rodere quel poco che resta del mio cervello. Fino si ispira chiaramente al Prosecco DOC, che si estende in una vastissima area tra cinque provincie del Veneto e tutto il Friuli-Venezia Giulia. Se uno pensa al Prosecco DOC non gli viene certo in mente la più alta espressione qualitativa per una bollicina o un vino in genere ma, penso io, è possibile che per produrre un vino di qualità si debba per forza restringere, restringere e restringere ancora una zona di produzione, fino ad arrivare ad un definito terroir, al cru, al clos e addirittura alla sua suddivisione in filari? (Clos Vougeot docet).


La prima risposta, naturale, d’istinto, è sì, ma forse è il caso di riflettere un po’ sul fatto che solo creando zone sempre più piccole si riesce a comunicare la bontà/valore/prezzo adeguato di un vino. Sia dal punto di vista del produttore che da quello della stampa non c’è qualcosa di sbagliato nel dover continuamente, pur parlando ad ogni piè sospinto di territorio e/o di terroir (quindi di una zona abbastanza ampia), rimpicciolire il luogo dove nasce il grande vino, renderlo sempre più esclusivo e di conseguenza svalutare di fatto tutto quel vino che non nasce nei microscospici “triangoli delle Bermuda” che permettono espressioni uniche, prodotte in quantità minime e vendute a prezzi massimi e per questo inarrivabili ai più. 


Vista l’attuale e tanto strombazzata crisi del vino, non sarebbe meglio, facendo il nostro lavoro di giornalisti, spingere a produrre da una parte e dall’altra parlare senza puzze sotto il naso di buoni o ottimi vini in numeri importanti, per poter veramente dare un consiglio reale a milioni di consumatori? Non potrebbe essere questa la strada per riavvicinare al vino quelli che piano piano lo stanno abbandonando, forse perché non provano piacere nel bere un vino commerciale non buono e non hanno i soldi per comprarne uno buono veramente?


Non dovremmo provare a scendere dalla piramide qualitativa e metterci a battere, a far conoscere le zone pochissimo battute attorno alla base produttiva, cercando, assaggiando e mettendo ben in mostra quei vini che adesso consideriamo di “serie B” (o C) ma che sono poi quelli che la gente beve (o smette di bere).


Da questo punto di vista le guide al Vino quotidiano, al Berebene, ai vini con grande rapporto qualità/prezzo, dovrebbero essere quelle più proposte, vendute, osannate, portate ad esempio. Se vogliamo veramente riavvicinare la gente al vino forse dovremmo incensare i piccoli/grandi vini a prezzi piccoli molto più dei grandi vini a prezzi grandi. Noi giornalisti del vino, che parliamo di vini spesso introvabili, per fare adesso qualcosa di utile per il mondo del vino, dovremmo essere i primi a invertire la tendenza e a muoverci nel mondo dei vini “cheap o pseudo cheap”, per far conoscere veramente quelli che vale la pena comprare a prezzo basso e che probabilmente faranno innamorare nuovamente del vino.


Tutti quelli della mia generazione hanno avuto la fortuna di poter bere ottimi o grandi vini a prezzi umani, ma oggi, tra chi si avvicina al vino anche con le migliori intenzioni, chi può permettersi i vini che noi premiamo regolarmente ogni anno? Non è che ci stiamo rinchiudendo sempre più in una turris eburnea, dando la colpa al mondo fuori che non riesce a capirci e ad apprezzare i vini che noi esaltiamo?


Sono anni che, per prenderla alla larga, non ci stufiamo di (seguendo senza volerlo -forse- la famosa frase del confessore di Enrico IV di Francia) dire “Toujours perdrix" ma che anzi, invece di cercare una buona fetta di pane e olio, puntiamo solo le migliori pernici tra le migliori e magari pensiamo pure di fare un lavoro utile e che la gente, che non ha mai mangiato una pernice, ci segua. Giocoforza poi lasciamo il mare magnum di vino, più o meno buono, in balia di personaggi come minimo non esperti e di produttori che spesso non vanno per il sottile. Forse dovremmo “sporcarci le mani e la bocca” con quei vini che quasi sempre teniamo ben lontani da noi e che invece potremmo aiutare a crescere, a migliorarsi, cercando però di rimanere sempre abbordabili da chi, assaggiandoli, potrebbe dire “Però, veramente buono questo vino e a questo prezzo lo ricompro”. Non credete che nella tanto strombazzata crisi del vino un lavoro del genere potrebbe servire?

Enocup 2026! Il 9 maggio tutti in gara per i venti anni di Winesurf


Per festeggiare i 20 anni di Winesurf, nato a maggio 2006, abbiamo pensato di riproporre un classico, cioè Enocup, il campionato a squadre di degustazione e cultura del vino.

Una piacevole gara a squadre (composte da 2 a 4 persone) dove si dovrà nell’arco di 120 minuti:

1.Rispondere a 10 domande sul mondo del vino

2.Degustare 6 vini italiani anonimizzati, rispondendo ad alcune domande su di loro.

Un modo diverso e piacevole di passare un sabato (e, perché no, un weekend) in Toscana, in un luogo molto bello.


Gli appassionati di vino, i sommeliers, chi vive nel mondo del vino o anche i semplici curiosi non possono perdersi l’occasione per mettersi simpaticamente alla prova e vincere grandi vini del valore complessivo di migliaia di euro.

Enocup si svolgerà sabato 9 maggio 2026 presso l’azienda Rocca delle Macie, Località Le Macie 45, Castellina in Chianti.

Vi domanderete quanto costerà partecipare a Enocup? La partecipazione è gratuita per gli abbonati al Club Winesurf e per chi ancora non fosse socio si può iscrivere facilmente a questo link. https://www.winesurf.it/club-winesurf/

Attenzione il termine ultimo di iscrizione è il 15 marzo!

Qui sotto trovate i link che vi rimanderanno al regolamento, ai premi e al modulo di iscrizione. Comunque, potete trovare il regolamento anche qua sotto.



Per qualsiasi chiarimento potete scrivere a redazione@winesurf.it

InvecchiatIGP: La Scolca - Soldati La Scolca D’Antan Brut Millesimato 2003


di Roberto Giuliani

Che ti bevi per il compleanno? Vai sul nebbiolo che a te piace tanto? Questo mi chiedevano alcuni amici che sanno come il vino sia uno degli elementi che accompagnano la mia vita da quando avevo la maggiore età. In verità, fino a che non mi sono trovato a cena fuori, non ci ho pensato. Avrei potuto stappare una delle tante bottiglie che ho in cantina, ma non avrei avuto sorprese; andare al ristorante era un’ottima soluzione per assaggiare qualcosa che non ho. Così è stato, appena ho visto il D’Antan di La Scolca, classe 2003, non ho avuto dubbi, era quello che volevo. Per quanto mi riguarda, il Gavi con la “G” maiuscola è quello, non mi ha mai deluso, uno spumante di livello alto, altissimo direi, che potrebbe ben figurare in qualsiasi confronto.


Del resto, è dal 1919 che questa straordinaria azienda promuove con orgoglio l’uva “Cortese”, oggi alla quarta generazione con Chiara Soldati, “Cavaliere del lavoro”, il D’Antan Metodo Classico è l’emblema della loro storia, 10 anni sui lieviti autoctoni, selezionati con cura, capace di sfidare il tempo dimostrando ancora una volta che nel nostro Paese si possono fare grandissimi vini da invecchiamento da uve bianche.


Il 2003 è pura emozione, le sue note di miele di castagno, composta di pompelmo, fichi secchi, zafferano, scorza d’agrumi, cioccolato, testimoniano una profondità espressiva che tocca i sensi più reconditi. Testimonianza di una maturità che non è vecchiaia ma splendore, eleganza, racconto, amplesso, compiutezza, bellezza non ostentata ma rivelata ai fortunati che l’abbracceranno. 


Una carbonica che, 23 anni dopo, non sembra essersi stancata, è lì a sostenere un corpo voluttuoso che, è il caso di dirlo, non ha bisogno necessariamente del cibo per esserne ammaliati. I sorsi si succedono senza sentirne mai la sazietà, anzi, ogni volta è un nuovo tassello da aggiungere, una nuova emozione; non potevo fare scelta migliore, rigorosamente condivisa con la persona a me più cara, Laura.

Sassocorno - Blancut 2024


di Roberto Giuliani

Stefano, Diego, Francesca e Loretta hanno intrapreso l’avventura nel 2017 a Corno di Rosazzo, puntando a un approccio totalmente libero da interventi chimici. 


Il Blancut è un blend di malvasia e friulano sorprendente per freschezza di frutto e per un gusto fortemente sapido ed equilibrato.

Fine della guerra tra naturale e convenzionale? Benvenuti nel "Post-Naturale".


di Roberto Giuliani

Il concetto di vino naturale ha iniziato a farsi sentire già a metà degli anni ’70, in Francia, allora era davvero appannaggio di pochi e tutto in fase di concretizzazione filosofica. Il passaggio a internet ha determinato una svolta, soprattutto con l’ingresso dei social network, che hanno permesso di diffondere la novella con una velocità un tempo impensabile. 


Più o meno tutti, addetti e non, ci siamo trovati coinvolti a dissertare sul significato di vino naturale, chi lo trovava un non senso (“il vino in natura non esiste”, “l’uva senza un processo di vinificazione marcisce, nella migliore delle ipotesi diventa aceto”…), molti si indignavano, altri lo ritenevano una furba operazione commerciale. La contrapposizione netta vino naturale vs vino convenzionale non convinceva e sembrava una chiara forzatura.


Per un po’ di tempo si è pensato a una moda passeggera, intanto in Italia fioccavano associazioni, alcune delle quali adottavano anche regole stringenti che prevedevano analisi dei campioni di vino per poterli accettare o meno. Nascevano fiere dedicate, fino a coinvolgere la più importante, il Vinitaly, e giù altre critiche: “ma come, vogliono distinguersi dagli altri e poi entrano proprio nel simbolo di quel sistema che tanto criticano”. E poi c’erano i giudizi sui vini ottenuti, soprattutto nei primi tempi erano numerosi i casi di vini problematici, non puliti, difettosi, a volte furbescamente giustificati dal fatto di essere esenti da qualsiasi intervento chimico. Se il vino puzzava era perché naturale, o artigianale (altro termine a volte adottato in alternativa). Per fortuna, come tutte le novità (è successo tante volte, anche quando sono arrivate le barrique e tutti i vini sapevano di legno), piano piano si impara a gestire, studiando, sperimentando, e oggi si può dire che sono molto maggiori i vini buoni di quelli problematici. Ecco, sebbene non sia stato così per tutti, il concetto di vino naturale perseguiva una filosofia non interventista, che bandiva la chimica e i prodotti correttivi in cantina. Ed è qui che arriva l’idea di “vino post-naturale” espressa da Roberto Frega, direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, che da molti anni si occupa di cultura del vino, autore di numerosi scritti dove il suo approccio filosofico si intreccia con le storie raccolte nei suoi tanti viaggi tra vigne e cantine.

Roberto Frega

Secondo l’autore è giunto il momento di un ulteriore passaggio epocale, spostando l’attenzione dal vecchio paradigma naturale-convenzionale a una visione che mette al centro le pratiche agronomiche e la cultura del bere. Un processo che sta già avvenendo basti pensare a quanto oggi siano sempre più adottati termini come “ecosistema”, “viticoltura sostenibile” “agroecologia”, ovvero la scienza che si integra con l’ambiente senza sovrastarlo ma cercando il giusto equilibrio, un approccio che porti benefici da ambo le parti. 
Come dice molto chiaramente Roberto Frega “il vino non è mai solo una bevanda: è un prodotto culturale complesso e stratificato in cui si intreccino saperi, gesti e narrazioni”, la conoscenza scientifica, quindi, non va rinnegata a priori, ma va utilizzata a complemento di quella visione che il movimento del vino naturale aveva introdotto. Non più opposizione tra tecnica e natura ma interazione e dialogo tra natura e cultura. Concetto che almeno in parte avevano già introdotto pratiche come la biodinamica, ma l’autore ritiene che si debba, e si possa, andare oltre.


“Il vino post-naturale” si divide in otto capitoli, ciascuno dei quali mette a fuoco i vari passaggi dagli albori del vino naturale fino ad oggi, con uno sguardo già proiettato al futuro. Il primo parte già con un titolo emblematico: “Il vino chimico è finito. So what?”, una frase che per parecchio tempo è stata uno slogan dall’effetto dirompente e dall’indirizzo squisitamente commerciale, che ha funzionato molto bene. In questo capitolo si evidenzia come da una parte ci sia stato un progresso sia tecnologico che culturale in vigna e cantina, con riduzione sempre più importante dei prodotti chimici (in cantina ad esempio è ormai evidente la riduzione sempre maggiore di anidride solforosa, anche nei vini più industriali), trattamenti agronomici sempre meno invasivi, maggiore attenzione all’ambiente, utilizzo di energie rinnovabili per rendere autosufficiente il processo produttivo; dall’altra non si evolve ancora la polemica tra naturale e convenzionale che da oltre quindi anni alimenta i social, allontanandosi sempre più dalle trasformazioni già in atto sul piano agroenologico.


Vengono toccati numerosi temi, come la nascita dei winemaker come star, il cui capostipite è stato indubbiamente Michel Rolland (chi ha visto nel 2004 Mondovino di Jonathan Nossiter ricorderà sicuramente l’enologo francese dettare soluzioni per telefono mentre era in volo); poi l’arrivo delle guide ai vini a livello internazionale (che ha radici lontane, The Wine Advocate di Robert Parker risale al 1978), fino alla crisi del modello di enologia scientifica (proprio quello nato sulle orme di Parker, che ha portato a un uso del legno come ingrediente fondamentale nei vini, soprattutto rossi, a macchinari altamente tecnologici in cantina capaci di contribuire in modo determinante alla costruzione di un vino voluto per il mercato.

Michel Rolland

Il secondo capitolo è incentrato sulla storia che ha portato a quello che oggi tutti conoscono come vino naturale, origini molto più lontane di quanto si possa immaginare, da una manciata di vignaioli isolati che non sopportavano più l’omologazione produttiva che imperversava e che tra gli anni ’70 e ’80 hanno messo in atto la loro piccola, fondamentale, rivoluzione (molto utile la “genealogia del movimento francese dei vini naturali” all’interno di questo capitolo. Nel terzo capito entriamo nel merito del concetto di “naturale”, del suo significato e delle sue contraddizioni, un termine per il quale non esiste alcun disciplinare ufficiale a livello europeo. Il vino naturale ha le sue terminologie descrittive, che non riguardano più profumi e sapori, ma un linguaggio del tutto diverso, si parla di energia, di bevibilità, di vino vivo, vero, nudo ecc. Un caos sia linguistico che legislativo che ha visto la necessità di porvi almeno in parte rimedio attraverso disciplinari ideati da alcune associazioni, soprattutto in Francia, ma anche in Italia, tutte ampiamente descritte in questo capitolo. Nel terzo capitolo vengono messi a nudo i pregi e difetti di questi vini, sia sul piano tecnico che su quello squisitamente gustativo, prendendo in esame anche i più frequenti difetti enologici.


Dal quarto capitolo in poi si entra nel merito del vino post naturale, mettendo a fuoco tutti gli elementi che hanno portato a questa ulteriore evoluzione, passando attraverso le nuove generazioni di enologi e agronomi, alla scienza del suolo di Claude e Lydia Bourguignon, approfondendo le pratiche della biodinamica, dell’agroecologia, della permacultura, dell’agricoltura rigenerativa, addentrandosi nel fondamentale lavoro in vigna, dove è ormai chiaro che si farà la vera rivoluzione.


Un testo davvero interessante, che può leggere senza difficoltà anche un profano, un contributo importante in un’epoca dove si corre troppo e diventa, invece, urgente fermarsi, riflettere, respirare, liberarsi da preconcetti, verso una visione più equilibrata e, possibilmente, in sintonia con tutto ciò che la natura ci ha generosamente messo a disposizione. Come dice l’autore stesso in una recente intervista “Il vino post-naturale non cerca di fermare il tempo. Lo abita”.

InvecchiatIGP: Giacomo Barbero – Roero Arneis DOCG 2016


C’è un Piemonte che non poggia sulle marne grigie di Langa, ma che guarda il fiume Tanaro dalle creste instabili delle sue Rocche. Siamo nel Roero, un labirinto di colline ripide, boschi fitti e frutteti, dove la viticoltura sfida la pendenza e il tempo. Qui, tra i comuni di Canale, Castellinaldo e Vezza d’Alba, regna l’Arneis, un vitigno che per secoli è stato "l’intruso", il compagno bianco dei filari di Nebbiolo, usato per ammorbidire la spigolosità dei grandi rossi o per distrarre gli uccelli con le sue bacche dolci. Il segreto dell’Arneis risiede nel suolo. Mentre il vicino Barolo affonda le radici in terre antiche e compatte, il Roero è figlio di un’emersione marina più recente. Il terreno è una sabbia finissima e sciolta, ricca di fossili marini, rendendo questo bianco un’espressione diretta del paesaggio da cui nasce. In questo contesto si inserisce il lavoro di Giacomo Barbero, vignaiolo che ha scelto di recuperare e valorizzare vigneti storici del Roero portando avanti una viticoltura attenta e rispettosa, fondata su basse rese, vendemmie manuali e vinificazioni essenziali, come dichiarato nel progetto aziendale, con l’obiettivo di lasciare che siano il vitigno e il suolo a parlare senza mediazioni tecniche invasive.


Il suo Roero Arneis 2016, degustato oggi a distanza di circa dieci anni dalla vendemmia, si presenta di un color giallo oro antico, lucente e vibrante, con una consistenza che preannuncia una struttura importante.



Al naso è un’esplosione di complessità che spiazza. Dimenticate la mela e pera fresca; qui il frutto si è fatto confettura di susina bianca e scorza d'agrume candita. Ma è l'evoluzione terziaria a emozionare: emergono nitide note di idrocarburo e pietra focaia, quasi a voler sfidare i grandi Riesling della Mosella. Sottili cenni di miele d'acacia e fieno secco si intrecciano a una scia salmastra che ricorda prepotentemente l'origine marina dei suoli roerini.


Il sorso è dove avviene il miracolo. Nonostante i dieci anni, la lama acida è ancora lì, integrata ma presente, a sorreggere un corpo burroso e avvolgente. È un vino che entra largo ma chiude strettissimo, con una persistenza sapida che martella il palato e riporta una nota di mandorla amara nobilitata dal tempo.

Podere Villanova – Toscana Rosso IGT “Podere Villanova” 2022


Mario Bini, figlio di Bruno, storico cantiniere di Montevertine, dal 2017 porta avanti il suo progetto agricolo producendo vino e allevando maiali allo stato brado.


L’annata 2022 del suo unico rosso, il Podere Villanova, è una vera sorpresa: essenziale, territoriale, luminoso, dal sorso teso e profondo.

Oro Bistrot: come trasformare una delle terrazze più belle del mondo in una destinazione gastronomica d’avanguardia


Dal cuore più monumentale della Capitale, là dove Roma concentra in pochi metri la sua storia millenaria, si sale di quota per cambiare prospettiva. Al sesto piano dell’NH Collection Fori Imperiali, elegante cinque stelle ricavato in un antico palazzo patrizio del rione Trevi, la città si apre in un colpo d’occhio che abbraccia l'area archeologica, l'Altare della Patria e la Cupola di San Pietro. È qui, su una delle terrazze più spettacolari di Roma, che prende forma Oro Bistrot, un progetto che ha saputo andare oltre lo stupore scenografico della vista per costruire, nel tempo, una proposta gastronomica solida e riconoscibile.


Inaugurato nel 2019, Oro Bistrot si è rapidamente affermato come uno degli indirizzi più interessanti della ristorazione romana contemporanea, capace di unire cucina d’autore, mixology di carattere e un’idea di ospitalità misurata e raffinata. Gli spazi riflettono questa filosofia: la terrazza ospita la zona bar, con circa 70 coperti aperti tutto l’anno, mentre l’area ristorante privilegia un’atmosfera più raccolta, con poco più di 30 posti all’aperto, ideali per una cena sospesa sulla città. Durante la stagione invernale l’esperienza si sposta nella sala interna al piano terra, mantenendo invariata la cura del servizio. Sempre in terrazza trovano spazio le colazioni à la carte (al momento riservate agli ospiti dell’hotel) e i light lunch, essenziali ma costruiti su materie prime di qualità.

Lo staff

La cucina porta la firma di Natale Giunta, executive chef e imprenditore che a Roma ha scelto di sviluppare un progetto di fine dining sofisticato. Al suo fianco, lo chef resident Kerim Montinaro, piemontese, contribuisce a una proposta che intreccia memoria, tecnica e contaminazioni internazionali, senza mai perdere equilibrio.


Il menu racconta una cucina che rifugge l’effetto speciale fine a sé stesso, preferendo lavorare su precisione, riconoscibilità e misura. Tra gli antipasti, la Tarte Tatin al pomodoro è un manifesto d’intenti: un piatto vegetale che ribalta – anche concettualmente – la celebre ricetta francese, trasformando il pomodoro in una costruzione gastronomica elegante, giocata su acidità e dolcezza ben calibrate. Di segno più classico l’Albese di vitello, omaggio diretto al Piemonte, dove la qualità della carne e la pulizia dell’esecuzione restano protagoniste assolute.


Più articolata la Tartare di anatra affumicata con il suo rocher, uno dei piatti simbolo del percorso “Eleganza del contrasto”: l’affumicatura è dosata con intelligenza e accompagna la parte grassa dell’anatra senza sovrastarla, mentre il gioco di consistenze aggiunge profondità. La Triglia in carpione rilegge una tecnica antica in chiave attuale, alleggerendo l’acidità e rendendola strumento di slancio, più che di copertura. 

Tartare di anatra affumicata e il suo rocher

Nei primi piatti emerge con chiarezza la doppia anima del progetto. Da un lato il Tonnarello cacio e peperone, variazione convincente su uno dei pilastri della tradizione romana: il profilo gustativo richiama la cacio e pepe, ma l’estratto di peperone introduce una dolcezza vegetale che allunga il gusto e ne amplia la leggibilità. Dall’altro il Ramen con broccolo e arzilla, probabilmente il piatto più identitario del menu, capace di far dialogare Roma e Oriente con naturalezza, grazie a un brodo profondo ma pulito e a un equilibrio sorprendente. Più rassicurante, ma tecnicamente solido, l’Agnolotto di maiale in brodo di speck, che richiama la tradizione piemontese con un accento affumicato ben dosato.

Ramen di broccolo e arzilla

Tra i secondi, la Scarola imbottita rappresenta un esempio riuscito di cucina vegetale “di sostanza”, che lavora sulla memoria e sulla profondità gustativa più che sull’estetica. Il Diaframma di manzo con salsa jerk introduce una nota speziata e internazionale, ben governata, che accompagna la carne senza coprirla. Più classica ma impeccabile la Spigola con beurre blanc e caviale, dove la tecnica francese è al servizio della materia prima, mentre il Rombo con carciofo e maionese alla brace gioca su tostature e amari, chiudendo il piatto con una bella persistenza.

Cacio, pere e vin brulè

I dessert seguono la stessa linea di pulizia ed equilibrio: la Lemon tart con liquirizia e zenzero lavora su acidità e freschezza, con un finale speziato che evita la stucchevolezza, mentre Cacio, pere e vin brulé è una chiusura più gastronomica che dolce, coerente con l’impostazione complessiva del menu.


Accanto alla cucina, Oro Bistrot sviluppa una proposta di mixology originale, guidata dal bar manager Daniele Zandri. La drink list Back to the Bar è un viaggio nella storia della miscelazione, dai cocktail nati tra fine Ottocento e metà Novecento fino a oggi, reinterpretati con tecniche contemporanee in un riuscito “ritorno al futuro”, che privilegia bevibilità ed eleganza. Durante l’aperitivo, una carta dedicata abbina drink e mescita a tapas gourmet pensate per accompagnare, non distrarre.


La cantina, forte di circa 200 referenze e supportata dal sistema Coravin, consente una mescita dinamica che include anche grandi bottiglie, con una selezione che attraversa l’Italia – attenzione particolare al Lazio – e guarda alla Francia. Il servizio, affidato alla maître e sommelier Lydia Perri, è preciso e accogliente, coordinato da un team stabile fin dall’apertura.


Aperto tutti i giorni a pranzo e a cena, Oro Bistrot rappresenta oggi uno dei luoghi più interessanti della scena gastronomica romana: la vista è straordinaria, certo, ma è la solidità del progetto – in cucina, al bar e in sala – a rendere l’esperienza davvero memorabile. Qui la terrazza è solo l’inizio; il resto è sostanza, e si sente.