Vinfusion ovvero il prossimo regalo di Natale per i nerd del vino

Siete mai stai delusi dal vino che avete acquistato in enoteca oppure ordinato al ristorante? Se la risposta, come suppongo, è Si' allora è probabile che questo aggeggio, denominato Vinsufionpotrebbe fare al caso vostro.

Progettato dalla britannica Cambridge Consultants sulla base di una serie di test posti in essere su un campione preliminare di circa 20 vini rossi, Vinfusion si avvale di una serie di tubi, pompe e sensori che possono essere inseriti sotto al bancone di un wine bar o sotto il tavolo della vostra cucina da dove sbuca un rubinetto collegato ad un tablet a cui è stata installata una apposita APP la quale ti permetterò di scegliere o il vino adatto al vostro menù oppure, rullo di tamburi, di personalizzare il vino che bere.


Come? Semplicemente l'APP vi mostrerà una serie di opzioni che vi consentiranno di stabilire se volete un vino "leggero" o "corposo", più "secco" o più "dolce". Una volta parametrato il vostro vino il meccanismo, grazie ad una centrifuga conica, realizzerà il sapiente mix attingendo da quattro serbatoi di vino rosso contenenti: pinot nero, shiraz, merlot e moscato rosso (per la dolcezza). Pochi secondi e il vino dei vostri desideri potrà essere bevuto.


Tutto chiaro no? Se ancora non siete convinti di come funziona ecco un breve video di presentazione


Se non sbaglio è in vendita a circa 500 sterline e attualmente stanno sviluppando anche una versione che potrà aggiungere anche un bel sapore di LEGNO. 

Vabbè, io l'idea per Natale ve l'ho data. O no? :)

Azienda Agricola Maria Ernesta Berucci – Passerina del Frusinate 2015 è il Vino della Settimana di Garantito IGP

di Andrea Petrini

Maria Ernesta è giovane e caparbia e respira vino fin da quando è nata. La sua Passerina del Frusinate 2015, nata senza aggiunta di lieviti selezionati e senza aggiunta di solforosa, ha equilibrio e personalità da vendere. Il Lazio, dal punto di vista enologico, ha una stella in più.


www.anticacasamassimi.it

I 5 vigneti più insoliti al mondo

Non amo le classifiche per cui questa che sto scrivendo non è una top five delle migliori vigne al mondo ma solo una piccola raccolta (potrebbe essere sicuramente maggiore) delle vigne più insolite al mondo per le caratteristiche "non ordinarie" del terroir di riferimento. 

Bodega Colomé - ArgentinaColomé non è solo la più antica cantina di Argentina (fondata nel 1831), ma gestisce quello che, forse, è il vigneto più alto del mondo. Situato a Salta, si estende fra i 1.700 e i 3.111 metri s.l.m. e le viti, come facile pensare, sono piantate in un microclima assolutamente unico.

Foto: www.winerist.com

ilha do Fogo - Capo Verde: la viticoltura dell'ilha do Fogo, a 500 km dalle coste senegalesi, si sviluppa attorno Chã das Caldeiras, sulle pendici del vulcano Pico do Fogo e nella zona di Achada Grande. In queste terre Padre Ottavio nel 2002, grazie al supporto della cantina Adega de Monte Barro, ha piantato la Vinha de Maria Chaves, realizzata su un terreno di circa 36 ettari donato in comodato d’uso dal Governo di Capo Verde per 50 anni, al fine di dar vita ad un un programma vitivinicolo a Capo Verde con lo scopo di fornire supporto economico al popolo capoverdiano.

Foto: Repubblica

Sahara Vineyards - Egitto:  Karim Hwaidak, proprietario del Sahara Vineyards, gestisce vicino a Il Cairo un vigneto di circa 600 acri che comprende oltre trenta varietà di uva. La sfida col deserto, le enormi escursioni termiche tra giorno e notte, la quasi totale mancanza di pioggia e il terreno sabbioso che non contiene sostanze nutritive è davvero impervia ma, con la passione, tutto si vince.


Foto: www.winerist.com

Domaine Dominique Auroy - Tahiti: nella Polinesia Francese, sull’atollo di Rangiroa, nell’Arcipelago delle Tuamotu, nascono grazie all'enologo francese Sébastien Thepenier i vini che vanno sotto il marchio Vin de Tahiti grazie ad un vigneto di circa 8 ettari dove sono piantati carignan, muscat de Hambourg, italia e grenache. Perchè Rangiroa è un posto unico al mondo ? Beh, perchè la vite, che si pianta nei detriti del corallo, ha un solo grande nemico: lo tsunami...

Foto: www.winerist.com


Blaxsta Vingård - Svezia: situata all'interno di una vecchia stalla del 1600, la Blaxsta Vineyard  rappresenta la prima cantina fondata in Svezia e oggi è dotata di un vigneto di circa tre ettari dove sono presenti varietà come vidal (90% del totale), chardonnay, merlot e cabernet franc piantate tutte a partire dagli anni 2000. Molto apprezzati, come ovvio pensare, i loro Ice Wine.

Foto: Blaxta Vineyard

Vini da scoprire di Castagno, Gravina e Rizzari è la mia idea regalo per Natale!


E’ ormai uscito da qualche mese e, visto il successo di critica, non c’è dubbio che “VINI DA SCOPRIRE”, scritto a sei mani da Armando Castagno, Giampaolo Gravina e Fabio Rizzari, sia il fenomeno editoriale dell’anno per quanto riguarda le pubblicazioni enogastronomiche. Sono giunto a questa conclusione non tanto per l’autorevolezza indiscussa dei tre autori, quanto piuttosto per l’idea alla base del libro che, con tutte le cautele del caso, potrebbe diventare un vero e proprio punto di partenza per una rivisitazione della seriosa critica enologica italiana troppo spesso impomatata in tecnicismi e fazioni che non fanno altro che allontanare il consumatore medio italiano che spesso e volentieri ha come obiettivo quello di capire se un tale vino è buono oppure no. Stop.

Per leggere l'articolo completo cliccare qua e sarete indirizza su VINIX!


Istine - Chianti Classico Vigna Istine 2014 è il Vino della Settimana di Garantito IGP


Di Angelo Peretti

Dice Angela Fronti che con questa vigneto ci litiga ogni anno, ché è caparbio e fa quel che gli pare (e figurarsi cos’è accaduto nel difficilissimo 2014), ma il vino che ne viene fuori è di quelli che mi fanno svuotare la bottiglia. Chiantigiano fino all’osso, ha frutto, terra, freschezza, austerità, beva.
www.istine.it

Cantina Margò e la quadratura del cerchio - Garantito IGP

di Angelo Peretti

Con Carlo Tabarrini ci siamo presi a randellate virtuali su Facebook e non ricordo bene per quale motivo. Sta di fatto che poi ci eravamo dati appuntamento a Vini di Vignaioli, a Fornovo, per conoscerci di persona e bere un bicchiere di vino. A Fornovo, però, non sono riuscito ad andarci, ma almeno ho avuto chi mi ha acquistato e portato un paio di bottiglie sue, e benedetta quella volta che mi sono preso a randellate con lui, sennò rischiavo di non averli mai nel bicchiere i suoi vini. Perché, sissignori, mi sono proprio piaciuti.
Ora, va precisato, per chi non lo conoscesse, che Carlo Tabarrini ha una cantina piccina picciò che si chiama Margò, che sta in Umbria (Perugia, località Casenuove) e che milita nel variegato mondo dei produttori “naturali” e che è uno che sa perfino quadrare il cerchio, producendo vini di notevolissima finezza e contemporaneamente di consistente e irruente personalità. Se vi par poco un curriculum del genere…
Adesso i vini.

Umbria Bianco Fiero 2015 Margò
Grechetto, a quel che ho capito. Ma quel che più importa è che si tratta d’un bianco irresistibile. Nel senso che te ne versi un bicchiere e dici: “Buono”. Poi te ne versi un altro e ridici: “Buono”. Poi fai il terzo assaggio ed è sempre più convinto quel: “Buono”. Finché la bottiglia è finita. Ha una freschezza e un sale che t’invitano alla beva, ed è quel che cerco in un bianco sulla mia tavola, ed ha poi quel frutto che è profondo senza eccessi, macerativo senza andar sopra le righe. Chapeau.
(89/100)

Umbria Margò Rosso 2009 Margò
La retro dice che vien fatta la selezione di singoli acini e che poi si fanno follature manuali e che la vinificazione avviene, da tradizione, a tino aperto e poi l’affinamento è in legno. Sangiovese, mi pare. Io dico che comunque questo è uno di quei rossi che vorrei avere in cantina, e vorrei averne più d’una bottiglia di quest’annata, la 2009, e la stapperei alle prossime feste di Natale, ché credo sia all’apice della gloria sua, con quell’incedere terroso e speziato e quell’austerità convincente e avvincente. Un gioiellino.
(91/100)

www.cantinamargo.com



Guido Porro: tutta l'eleganza di Serralunga - Garantito IGP

Di Roberto Giuliani

Ci sono persone che ti riescono simpatiche subito da come parlano, ridono, si muovono, con cui in un attimo ti senti in sintonia. Guido Porro è tra queste. Lo trovi al pomeriggio a vendemmia finita, quasi sempre in cantina ad eseguire i suoi piccoli esperimenti ed a seguire i suoi vini che invece non sono affatto piccoli, anzi. Le vigne si vedono benissimo dall’ampio belvedere dinanzi alla casa-cantina, che la famiglia possiede da cinque generazioni. Esposte a sud-est e sud-ovest (dal sorì del mattino al sorì della sera) , le vigne Santa Caterina e Lazairasco si trovano nel cru Lazzarito a Serralunga d’Alba, uno dei dieci cru di prima categoria del Barolo, come classificato da Renato Ratti nel 1980.


Ma non di solo Barolo si vive in Langa e Guido Porro produce anche Barbera (da una parte della vigna Santa Caterina), Dolcetto I Pari (proveniente da una piccola vigna sempre orientata a sud-est), Langhe Nebbiolo ed anche il Barolo Vigna Rionda che per adesso riposa in cantina.
Dai suoi complessivi 8 ettari Porro ottiene attualmente circa 37 mila bottiglie, tutte prodotte con le uve di proprietà.
Infaticabile, sempre disponibile, Guido ha ereditato passione e mestiere da suo padre Giovanni che sua volta l’aveva ereditata da suo padre e così via.
Vignaioli veri con una solida tradizione che continuerà sicuramente con suo figlio, già all’opera in azienda.

L’impressione entrando nella piccola stanza destinata alle degustazioni, appena sopra la rinnovata ed ampliata cantina, è di trovarsi in una casa vissuta, non la solita saletta di rappresentanza, parte integrante di un luogo e di una piccola storia, così come ce ne sono altre in questa parte delle Langhe, tutte uscite alla ribalta negli anni di fine millennio e che oggi rappresentano un universo molto amato da coloro che amano i piccoli grandi vini.


Ecco i vini degustati nella nostra visita:

Dolcetto d’Alba Vigna i Pari 2015
I profumi sono i suoi ma più che indirizzarsi verso la ciliegia si colgono profumi di rabarbaro ed erbe officinali, ma senza alcuna sfumatura vegetale. Austero, di ottima struttura e tannini dolci.

Barbera d’Alba Vigna Santa Caterina 2015
Bel frutto a tutto tondo con evidenti note speziate (non fa legno). La struttura è solida, compatta ed anche l’acidità è contenuta nei limiti che questo vitigno concede. Molto piacevole la beva.

Barolo Gianetto 2012
Da vigneti di circa 5 anni ecco un naso che presenta un frutto maturo, ma non cedevole con note balsamiche. Al palato è fresco, nonostante il naso lascerebbe pensare il contrario. Lungo e sapido chiude con sentori di cioccolato.

Barolo Vigna Santa Caterina 2012
Naso floreale, poi frutto cioccolatoso e balsamico. Bella polpa e lungo finale dove si apprezzano tannini i giovani ed eleganti.

Barolo Vigna Lazzairasco 2012
Bellissimo naso fruttato con sfumature di viola e china e cenni balsamici. Rotondo e profondo con tannino che morde ma dolce: Finale lungo con sensazioni di cacao e liquirizia. Non potente ma molto elegante e piacevolissimo come tutti i vini di Guido che trovano anche nel prezzo un motivo in più di essere apprezzati.

Caminella - Luna Rossa 2011 è il Vino della Settimana di Garantito IGP

Di Lorenzo Colombo

Merlot e cabernet sauvignon più un pizzico di pinot nero per questo elegante vino che presenta sentori di confettura di more e ampie note speziate (vaniglia, cannella, chiodi di garofano).


Sarà il “Sass de Luna” (la pietra situata nei vigneti e nella cantina dell’azienda) a conferirgli queste note?


Il Tai Rosso tra i Grenache du Monde - Garantito IGP

Di Lorenzo Colombo

Grenache, Garnacha, Alicante, Cannonau, Tai Rosso, Vernaccia Nera, Gamay del Trasimeno, sono numerosissimi i sinonimi della Garnacha che con quasi 185.000 ettari vitati (Garnacha Tinta) è il settimo vitigno più coltivato al mondo (era al secondo posto nel 1990), se a questa poi andiamo ad aggiungere le altre tipologie di Garnacha (Blanca, Roja e Peluda) l’estensione mondiale raggiunge i 195mila ettari (dati 2010).
Questo vitigno, la cui origine parrebbe essere collocata in Spagna, e precisamente in Aragona, s’è pian piano diffuso in tutto il mediterraneo, assumendo nomi diversi in base alle zone colonizzate.


Al giorno d’oggi il vitigno è diffuso principalmente in Francia dove si trova oltre la metà dell’estensione vitata mondiale e dove assume il nome di Grenache ed è collocato principalmente nella Valle del Rodano, in Provenza e nel Languedoc-Roussillion. Oltre 94.000 sono gli ettari a Grenache (Garnacha Tinta), circa 5.000 quelli di Grenache Blanc (Garnacha Blanca), 1.700 quelli a Grenache Gris (Garnacha Roja) e oltre 400 quelli a Lledoner Pelut (Garnacha Peluda). In Spagna la Garnacha è diffusa principalmente in Aragona, Castiglia, Catalogna e nei Paesi Baschi, sono oltre 70.000 gli ettari di Garnacha Tinta, circa 2.300 quelli di Garnacha Blanca e 800 di Garnacha Peluda.


In Italia, dove assume nomi diversi a seconda della zona dov’è coltivata, se ne trovano 6.372 ettari così suddivisi: 5.422 ha di Cannonau in Sardegna, 655 ha di Tai Rosso in Veneto, 280 ha di Vernaccia nera nelle Marche. Inoltre è presente in Umbria, attorno al lago Trasimeno, dove assume il nome di Gamay del Trasimeno, in Liguria dove prende in nome di Granaccia, mentre in altre zone d’Italia è conosciuto come Alicante.

Ce ne sono inoltre circa 6.000 ettari in Algeria, quasi 2.700 negli Stati Uniti, circa 2.000 in Tunisia ed oltre 1.700 in Australia.

Durante un press tour nel vicentino, alla scoperta dei Colli Berici, abbiamo avuto la possibilità di confrontare alcuni Tai Rosso della Doc Colli Berici con vini a base Grenache provenienti da Francia e Spagna; una bella panoramica, seppur limitata, sulle potenzialità e differenze che questa famiglia di vitigni è in grado di conferire ai rispettivi vini.
Ecco le nostre impressioni (i vini sono descritti in ordine di servizio):

S’inizia con l’unico vino bianco presente, la Garnatxa blanca Terra Alta D.O. 2014 “Ilercavònia” – Altavins Prodotto con uve Garnacha blanca da vigneti di oltre quarant’anni, prima della pigiatura le uve sono sottoposte ad una macerazione pellicolare per circa trentasei ore. La D.O. Terra Alta si trova in Catalogna, nella provincia di Terragona. Il vino si presenta con un color paglierino, il naso intenso ed interessante, presenta sentori di frutta bianca oltre ad accenni balsamici e note resinose. Intenso anche al palato, sapido, verticale, con un bel frutto che ricorda la pesca ed accenni affumicati. Molto particolare.


Segue una serie di quattro Colli Berici Doc Tai Rosso, tipologia compresa nella Doc Colli Berici, denominazione che comprende poco meno d’una trentina di comuni situati a sud (e parzialmente ad ovest) della città di Vicenza. La tipologia Tai Rosso può essere prodotta unicamente in un territorio più ristretto, unicamente sei dei suddetti comuni. 

Doc Colli Berici Vigneto Riveselle 2015 – Piovene Porto Godi. I vigneti, collocati su suoli sciolti, a prevalenza calcarea, hanno età diverse, essendo stati messi a dimora parte nel 1961 e parte nel 2002. Sia la fermentazione che l’affinamento del vino avvengono in acciaio. Il colore è rubino trasparente, piuttosto scarico, interessante al naso, dove troviamo una buona intensità olfattiva, con sentori amaricanti, accenni d’oliva in salamoia e leggere note floreali. Fresco al palato, asciutto, di media struttura, con note affumicate e tannino leggermente vegetale, caratteristica che si riscontra soprattutto in chiusura di bocca.

Tai Rosso Doc Colli Berici 2015 - Cantina Pegoraro. Il vigneto, allevato a Guyot su suoli di medio impasto è situato sulle colline di Mossano; sia la vinificazione che l’affinamento (sei mesi) avvengono in acciaio. Anche questo vino si presenta con un luminoso color rubino, più intenso però del precedente. Bello al naso, anche se non molto intenso, dove cogliamo piccoli frutti di bosco. Alla bocca sono nuovamente le note di piccoli frutti rossi che prevalgono. Il vino è sapido, piacevolmente amaricante, con bella vena acida e tannini un poco vegetali, buona la sua persistenza.

Tai Rosso Doc Colli Berici “La Grenade” 2015 – Il Colle di Gà. Le uve provengono da tre ettari di vigneto allevato a Guyot e situato a 100 metri d’altitudine su suoli calcareo-argillosi; la vinificazione avviene in acciaio mentre l’affinamento in botti fa dieci ettolitri. In questo vino la nota rubino, mediamente intensa, tende al granato. Buona la sua intensità olfattiva, come nel precedente, cogliamo sentori i piccoli frutti rosso, leggermente macerati in questo caso, si colgono inoltre accenni affumicati ed una lieve nota pungente. Asciutto al palato, sapido, con sentori mandorlati, vi ritroviamo una nota affumicata, il tannino è leggermente vegetale mentre la persistenza è buona.

Tai Rosso Doc Colli Berici “Montemitorio” 2014 – Dal Maso. I vigneti, situati nei comuni di Alonte e di Lonigo, a 150 metri d’altitudine, hanno un’età di quindici anni ed una densità d’impianto di 5.000 ceppi/ettaro. Sono allevati a Cordone speronato e Guyot su suoli franco-argillosi con buon contenuto in calcare. La fermentazione avviene in acciaio, mentre la maturazione, per dodici mesi, parte in acciaio e parte in cemento. Nuovamente rubino-granato il colore, di buona intensità e profondità. Diverso dai precedenti al naso, dove troviamo un frutto rosso maturo (ciliegia) con una leggera nota speziata ed accenni balsamici. Dotato di buona struttura, sapido, con un bel frutto rosso dolce leggermente speziato, leggeri accenni tostati e note balsamiche, lunga la sua persistenza. Un vino che si scosta nettamente come stile rispetto ai tre precedenti.


Infine tre vini a base Grenache provenienti da Francia e Spagna:

Garnacha D.O. Calatayud Baltasar Gracian 2015 – Bodega San Alajandro. La D.O. Calatayud è situata nella zona sud-ovest della provincia di Saragozza, i vigneti sono allocati sulla Sierra de la Virgen ad altitudini tra gli 800 ed i 1.000 metri slm e l’età degli impianti varia dai trenta ai quarant’anni. La vinificazione avviene in vasche di cemento e l’affinamento in botti. Il colore è rubino-violaceo, luminoso e di buona intensità. Intenso al naso dove ritroviamo un’esplosione di frutta rosso, con sentori di more mature in evidenza. Notevole il frutto rosso anche alla bocca unito ad una leggera piccantezza che rimanda al pepe nero ed al peperoncino, succoso e dotato di lunga persistenza. Un interessante vino dalle note mediterranee.

AOP Maury Sec Nature De Schistes 2014 – Les Vignerons de Maury (80% Grenace Noir e 20% Carignan) Situata nei Pirenei orientali, l'Appellation Maury è certamnete più conosciuta per i suoi vini fortificati, ma, il disciplinare di produzione prevede anche vini “tranquilli”, unicamente rossi. I vigneti sono collocati su marne scistose nere, mentre la vinificazione s’avvale d’una lunga macerazione sulle bucce. Anche in questo vino troviamo un color rubino-violaceo, profondo e luminoso. Buona la sua intensità olfattiva, presenta un frutto rosso dolce, con note balsamiche e leggeri e rinfrescanti accenni vegetali. Fresco al palato, balsamico, speziato, presenta una leggera nota piccante ed una lunga persistenza.

Châteauneuf du Pape 2014 – Ravoire et fils (80% Grenace, 10% Syrah e 10% Mourvèdre) Suoli sassosi in questa denominazione del sud del Rodano situata nel dipartimento della Vaucluse. I vitigni ammessi dal disciplinare sono assai numerosi (quasi una ventina tra bianchi e rossi) ma il più utilizzato rimane il Granache. La vinificazione è assai tradizionale. Il colore è rubino di discrete intensità, con riflessi color granato. Bello il naso, fresco, elegante, di buona intensità, con leggere note di cuoio. Fresco al palato, sapido, succoso, presenta leggeri, piacevoli e rinfrescanti accenni vegetali, lunghissima la sua persistenza su note di liquirizia.

Marchesi di Gresy Martinenga, il “Monopole” di Barbaresco - Garantito IGP

di Lorenzo Colombo
Martinenga, un Cru (MGA) di circa diciassette ettari di vigneto –dei quali dodici a nebbiolo- situata nel comune di Barbaresco, che si aprono in un anfiteatro esposto a sud e fanno da corona alla cascina dall’omonimo nome.
Da qui si ricavano tre diversi Barbaresco, il Martinenga, prodotto sin dal 1973, che costituisce la parte numericamente più importante della produzione, realizzato a partire da circa sette ettari posti ad un’altitudine media di 250 metri.
Ci sono poi i due Cru nel Cru, ovvero il Camp Gros, prodotto dal 1978 e ricavato dai vigneti posizionati ad est della menzione, due ettari e mezzo collocati a 280 metri d’altitudine media ed infine il Gajun, poco meno di due ettari e mezzo posizionati a 270 metri d’altezza nella part ovest  e prodotto a partire dal 1982.
Tutto questo è un “Monopole”, ovvero i vini si fregiano d’un’unica etichetta, quella dei MARCHESI DI GRÉSY.

Marchesi di Gresy, Alberto
Ma partiamo dall’inizio.
La famiglia dei Marchesi di Grésy, d’origine francese, è proprietaria, sino dal 1650, della Tenuta di Monte Aribaldo, situata nel comune di Treiso, dove attualmente si coltivano dolcetto, chardonnay e sauvignon blanc. Nel 1797, tramite un lascito, divengono proprietari della Martinenga, e dagli anni settanta del secolo scorso abbandonano le altre produzioni agricole e zootecniche per dedicarsi unicamente al vino.

Le Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Grésy, questo è il nome completo dell’azienda, dispongono di circa quarantacinque ettari a vigneto, suddivisi in quattro diverse tenute, le due sopramenzionate ed altrettante nel Monferrato: La Serra e Monte Colombo, situate nel comune di Cassine. Qui troviamo moscato, barbera e merlot.


Durante il nostro soggiorno in Langa, ai primi di novembre, per le tradizionali degustazioni di Barolo e Barbaresco del Gruppo IGP, abbiamo avuto occasione di visitare l’azienda -accompagnati dal responsabile della cantina Jeffrey Chilcott-  ed assaggiare numerosi vini in compagnia di Alberto di Grésy e del figlio Alessandro. Abbiamo iniziato con alcuni vini bianchi per poi finire giocoforza sui vari Barbaresco.


Ecco le nostre sintetiche impressioni:
Sauvignon Langhe Doc, le cui uve provengono da vigneti siti nei comini di Barbaresco e Treiso, ad altitudini comprese tra i 250 ed i 330 metri slm., la vinificazione e l’affinamento (quattro mesi sui lieviti) avvengono in acciaio, due le annate proposte:
2014: giovanile il colore, paglierino dorato, luminoso, buona l’intensità olfattiva, che già presenta note idrocarburiche, buona la sua struttura, come pure la complessità, sapido, fresco, con note idrocarburiche e buona persistenza.

2000: già il colore ci rimanda ad un vino non più giovanissimo, oro intenso, luminoso;  il naso, intenso, pulito ed elegante, rimanda a sentori di canditi, strutturato, ancora fresco, dalla lunga persistenza. Un vino ancora in forma smagliante.

Grésy” Chardonnay Langhe Doc", anche questo proposto in due diverse annate.
Le uve provengono dalle stesse zone del precedente, i vigneti sono esposti a sud, la fermentazione avviene in barriques nuove, dove il vino sosta per quasi due anni.

2014: Color paglierino dorato, luminoso.
Intenso al naso, balsamico, con sentori vanigliati e nocciolati, leggere note d’idrocarburi.
Buona la struttura, vanigliato, boisé, chiusura leggermente amarognola.
Stile borgognone.

2009: Oro antico, intenso e luminoso.
Non molto intenso al naso, un poco chiuso all’inizio, s’apre elegante con sentori di panettone.
Dotato di buona struttura, complesso, si colgono sentori d’uvetta sotto spirito, lunga la sua persistenza.

Ma veniamo ai Barbaresco, iniziando dal “Martinenga”:
2013: Granato non molto intenso con riflessi color rubino.
Bel naso, elegante, legno ancora in evidenza, accenni balsamici.
Buona la struttura, il vino è fresco, balsamico, fruttato, con tannini leggermente asciuganti, lunga la sua persistenza.

2009: Color granato luminoso.
Bel naso, elegante, con frutto ancora in evidenza, accenni balsamici.
Morbido al palato, equilibrato, armonico, elegante, con tannini setosi, leggere note vanigliate e lunga persistenza.

A seguire il “Gajun Martinenga
2012: Color granato-rubino luminoso.
Di media intensità olfattiva, presenta leggere note balsamiche.
Di media struttura, con tannini un poco astringenti, legno percepibile e buona persistenza.

2005: Color granato profondo.
Intenso al naso, elegante, balsamico, con frutto ancora ben presente.
Morbido, elegante, con un bel frutto rosso, ancora fresco, con tannini setosi e lunga persistenza. Questo è il vino che più ci ha entusuasmato.

Per finire il “Camp Gros” Barbaresco Riserva Docg 2011
Granato luminoso di discreta intensità con ricordi color rubino.
Buona l’intensità olfattiva, balsamico, elegante, con note vanigliate.
Di buona struttura, morbido, con bella vena acida e tannini setosi, lunga la persistenza su note di liquirizia dolce.



Sandrone: il grande "pedalatore" del Barolo - Garantito IGP

Di Carlo Macchi


La bici da corsa davanti alla nuova cantina sembra dire “Hai voluto la bicicletta, ora pedala!”
E di pedalate Luciano Sandrone ne ha date tante, ma proprio poi tante: 70 anni, 53 vendemmie alla spalle ed una passione assoluta per la vigna e la cantina.
Accanto a lui quasi da sempre la figlia Barbara e il fratello Luca, che ci guida nella visita e ci parla di un giovane Luciano che si crea piano piano ma con decisione e costanza un suo spazio tra gli altrettanto giovani vignaioli di Langa.
Stiamo parlando di un “barolo boys” abbastanza atipico: non usa rotomaceratori ma ottiene nebbioli con tonalità molto intense, non adopera lieviti selezionati da sempre, è biologico ma non lo scrive in etichetta.


Mi piace ricordare la prima volta che sentii parlare di questa cantina. Ero all’allora Arcigola (ora Slow Food) a Bra ed eravamo curiosi di sapere quali cantine, durante gli assaggi della guida, avevano colpito i degustatori piemontesi. Carlin Petrini, ci fece solo un nome (che poi capii era un cognome), ripetendolo più e più volte “Sandrone, Sandrone, Sandrone”, a sottolineare l’assoluta qualità dei vini di quel produttore.
Da allora (stiamo parlando della prima metà degli anni novanta) ho sempre assaggiato i vini di Luciano, trovandoli in verità quasi sempre molto, troppo giovani per poter essere gustati con piacere.
Visitando la cantina e parlando con Luca ho capito il perché di questa assoluta giovinezza: un’attenzione quasi maniacale sia nella cura dei loro 27 ettari (curare il vigneto non vuol dire avere rese bassissime ma vigne equilibrate che diano uve sane ed equilibrate) sia in cantina, dove le fermentazioni si sviluppano a temperature che nei primi giorni possono arrivare anche a 33 gradi, scendendo poi a 25-26, arrivando così a fine fermentazione per poi lasciare le vinacce a macerare a cappello sommerso per 15-20 giorni. I vini andranno poi (nebbioli e barbera, il dolcetto non fa legno) in tonneau per periodi piuttosto lunghi.


Ho scritto nebbioli perché Sandrone produce Nebbiolo in varie vigne di Langa, nonché un Nebbiolo d’Alba che proviene da un territorio storico del Roero come la collina di Valmaggiore: vista la pendenza una vera e proprio “pista nera” votata alla viticoltura. Qui nasce un vino di grande finezza, che riesce a declinare al meglio le caratteristiche dei terreni sabbiosi del Roero.
I barolo parlano invece con voce più maschia, sia le Vigne che il Cannubi Boschis. La differenza tra i due sta che il secondo viene sempre dall’omonimo cru, mentre il primo nasce dall’unione (sempre diversa) delle uve dei vigneti di Vignane, Merli, Baudana e Villero.
Le differenze non finiscono qui naturalmente, il primo è di solito più imponente e ampio, il secondo più elegante e affilato. Ma assaggiare questi due Barolo della vendemmia 2012, appena entrati in commercio, non riesce a mostrarci bene le loro caratteristiche e differenze: meglio provarli con qualche annetto sulle spalle, per esempio quelli della vendemmia 2006.


Questa possibilità non è riservata solo a noi ma a tutti gli appassionati, perché Sandrone da diversi anni mette via un 2000-3000 bottiglie di ogni vendemmia per poi riproporle dopo dieci anni. I due vini erano (ma guarda…) di una giovinezza incredibile sin dal colore: forse dovrebbe incominciare a metterli in commercio dopo 20 anni!
Essendo un bastian contrario di nascita devo ammettere che il vino da me più apprezzato è stato il Dolcetto d’Alba 2015: colore impenetrabile, vinoso, fruttato, floreale, rotondo e fresco con i giusti tannini dolci, una vera goduria per il palato.
Mentre il mio palato godeva è arrivato in sala degustazione Luciano e la discussione è diventata anche una simpatica chiacchierata tra vecchi amici. Quando usciamo è ormai buio, la bicicletta si vede e non si vede ma le tante e belle pedalate date dalla famiglia Sandrone nel corso degli anni ce le portiamo in testa e, perché no, un po’ anche in pancia.

Azienda Negretti a Santa Maria La Morra - Garantito IGP


Di Maria Grazia Melegari

Che bella esperienza il Langhe Tour dei Giovani Promettenti! Mi accolgono, in sostituzione del direttore di InternetGourmet, per le degustazioni di un considerevole numero di campioni di Barolo e Barbaresco, presso il Consorzio ad Alba e per una serie di visite in aziende del territorio. Per loro è una consuetudine, per me è una piacevole novità, scorrazzare tra i vigneti che si vestono delle calde e brillanti sfumature autunnali.
Arriviamo a Santa Maria, frazione - e MGA – del comune di La Morra, in vista all’azienda Negretti.
Ci accolgono Massimo ed Ezio, i giovani fratelli che rappresentano la quarta generazione della famiglia. Entrambi hanno frequentato la scuola enologica di Alba; successivamente, Massimo ha conseguito la laurea in enologia presso la facoltà di Agraria di Torino, mentre Ezio ha scelto la specializzazione in discipline economiche e gestionali.
«Nel 2003» raccontano «abbiamo costruito la nuova sede aziendale e iniziato a gestire direttamente la nostra realtà produttiva che ha una storia familiare di oltre un secolo».
I 7 ettari gestiti all’inizio del 900 – tutti accorpati nei comuni di La Morra e Roddi – oggi sono diventati circa 13, con una produzione complessiva di circa 40.000 bottiglie annue.
Non c’è dubbio, hanno le idee molto chiare, Massimo ed Ezio; lo si capisce anche dal rigore e dalla semplicità che animano gli spazi della cantina: ampi, funzionali, senza ridondanze ornamentali. Ci sono molte vasche d’acciaio in cui avviene la fermentazione per tutti i vini prodotti e legni di diverse capacità ed essenze. Anche la degustazione ha confermato uno stile produttivo dai contorni rigorosi, aperto alla sperimentazione e capace di mettere a frutto l’esperienza e la storia familiare, senza stravolgere la tradizione.

La degustazione:
Dadà Langhe Chardonnay 2015 e 2013
Grande pulizia olfattiva e una decisa precisione stilistica colpiscono già in questo vino bianco.
Il 2015 si apre su note fresche di fiori di tiglio e pesca; il sorso è ben strutturato e saporito. Il più evoluto 2013 ha note burrose e di pasticceria e una trama gustativa ampia, molto sapida. Molto ben calibrato il passaggio in legno.
Dolcetto d’Alba 2015
Davvero un gran bel vino, da bere anche d’estate, opportunamente rinfrescato. Il frutto varietale è intenso e nitido; c’è un’affascinante leggerezza nel sorso che termina in un bellissimo gioco tra polpa fruttata e sale. Vino piacevolmente didattico che sorprende.
Nebbiolo d’Alba 2013
Prodotto con uve scelte dai vigneti di Monforte, ha profumi intensi e fragranti, dove predomina il floreale, arricchito da una piacevole nota pepata. La beva è distesa e austera. 12 mesi di barriques di rovere francese danno spessore senza appesantire.

I Barolo
“Guardare alla modernità con intelligenza” potrebbe essere il motto dei fratelli Negretti, un concetto che la degustazione dei quattro Barolo prodotti ha trasmesso molto efficacemente. Le marne grigio-blu, dette di Sant’Agata, argille finissime miste a sabbia, sono caratteristiche del terroir di La Morra e Roddi. Sono dunque dei Barolo dai profumi fruttati, delicati, con tannini sottili e strutture non eccessive. Massimo ed Ezio, però, attraverso una ricerca personale, hanno scelto per ogni Barolo una gestione diversa dei legni, per grandezza e tipo di essenza, usando ogni anno solamente il 30% di contenitori nuovi. il loro stile è sempre rigoroso e molto pulito, ma ogni Barolo rivela un preciso carattere.
Barolo 2012
Prodotto con selezioni dai diversi vigneti di La Morra, ha un profilo deciso, con note scure, di grafite, quasi fumé. I tannini sono fitti, già piuttosto arrotondati; quasi pastoso al palato, è scorrevole e sapido. L’affinamento avviene prima in barrique di allier per 8 mesi, poi in botti di rovere da 20 hl per 18 mesi. Austero.
Barolo Rive 2012
Prima annata in commercio per questo Barolo che è prodotto con le uve dell’omonima menzione geografica del Comune di La Morra, dove i filari sono esposti a sud.
L’uso della criomacerazione e l’affinamento in rovere francese grande per 24 mesi esaltano il frutto rosso, maturo e intenso, e un notevole spessore gustativo, con l’alcol ancora un po’ in evidenza. I tannini offrono giovanile astringenza e sono sostenuti da una buona acidità che promette longevità. Esuberante ma con saggezza.
Barolo Mirau 2012
Le uve provengono da un vigneto sulla sommità del cru di Santa Maria. L’affinamento avviene in rovere svizzero da 20 hl per circa 24 mesi. Elegantissimo il profilo olfattivo: floreale, di piccoli frutti rossi maturi, erbe balsamiche, note lievi di cacao in polvere e pepe bianco. I tannini sono fitti, rilevati. Freschezza e persistenza allietano il palato. Mi permetto: è un Barolo che lascia una traccia nel mio cuore. Raffinato.

Barolo Bricco Ambrogio 2012
Le uve provengono dalle vigne la cui età va dai 45 ai 70 anni, poste nell’omonimo cru di Roddi. Si tratta del Barolo aziendale dalla maggiore struttura (nei terreni è più presente l’argilla e l’affinamento avviene in barriques di allier per 24 mesi). Il profilo olfattivo è molto variegato, con note di humus, liquerizia, erbe balsamiche, frutto rosso maturo quasi in composta. Il sorso è polposo, spesso, con tannini ben avvertibili ma già setosi, quasi dolci. Potente e aggraziato.
Barolo Mirau 2007
Il naso si apre lentamente su fiori secchi, note polverose e progressivamente mentolate, piacevolmente fresche. Grande eleganza anche nel sorso, sapido e balsamico, dai tannini soavi e avvolgenti. 
Barolo Bricco Ambrogio 2005
Molto variegato il profilo olfattivo: frutti rossi, cioccolato fondente, note terziarie appena accennate di tabacco, fungo. Il tannino è ancora vivace e contribuisce a una beva molto piacevole, direi leggiadra, che ben accompagnerei a una battuta di Fassona.


Villa Matilde - Mata Falanghina Brut Metodo Classico è il Vino della Settimana di Garantito IGP


Di Stefano Tesi

All'inizio lo stappi pieno, soprattutto, di curiosità.

Ma poi te lo godi fino all'ultima goccia, compiacendoti a ogni sorso della sua inconfondibile "falanghinità".


Vigne di cinquant'anni nell'Ager Falernus e sei anni sui lieviti fanno il resto. Ideale per brindare in allegria, ma con eleganza.



La ribollita di mia nonna Dina non somigliava a quella di Dina - Garantito IGP

La mia nonna paterna si chiamava Dina. Mentre la ribollita è, per i toscani, il massimo piatto della memoria.


Che c'entra? C'entra!

Giorni fa ero un giocoso giurato, nell'ambito della Biennale Gastronomica Fiorentina, al Palio della Ribollita allestito al Mercato di San Lorenzo: una ventina di agguerrite massaie (e massai), tutte rigorosamente dilettanti, in lizza per l'ambìto titolo.
Una grande varietà di interpretazioni del classico piatto povero. "Giusto", pensavo tra me e me. Nulla come la ribollita rammenta del resto, riflettevo, il mangiare di casa nelle sue mille sfumature, tutte legittime, e nelle sue mille varianti, sempre dipendenti dalla quantità degli ingredienti e dall'estro della cuoca, maestra per definizione nel fare di necessità virtù.
Ecco perchè dello stesso piatto si trovano così tante versioni, a volte poco ortodosse e perfino spurie o addirittura eretiche, ma quasi sempre ricadenti in un quella meravigliosa eterogeneità domestica capace di sfuggire a ogni gabbia.

Ed ecco anche il motivo della mia radicale contrarietà ad ogni tentativo di codificare la cucina, anzi ogni produzione tradizionale, che della propria elasticità si alimenta e grazie alla quale sopravvive, con buona pace dei surgelati.
Lo pensavo, lo pensavo, sinceramente.
Poi è comparsa al nostro cospetto lei: Dina. Di cognome: Betti. Anni: 88. Altezza: 1 metro e 50 coi tacchi. Minuta, appena imbarazzata, più che altro smarrita in quell'orgia di selfie, di dirette radiofoniche e di fugace notorietà mediatica.


Senza fronzoli nè orpelli ci ha messo davanti al naso la sua ribollita: sminuzzata e densa, minestrosa ma non molle, con cavolo in evidenza ed eppure amalgamato alla perfezione col pane grazie alla ricottura dettata da una mano non sapiente forse, ma semplicemente esperta.

Per me era la migliore, per altri no. Non ha vinto infatti.

Ma il mio vicino di tavolo e di giuria non ha saputo trattenersi e si è commosso quando Dina è salita sul palco per ritirare, quasi incredula, la"menzione speciale" che le abbiamo voluto attribuire. " Mi ha ricordato quella di mia nonna", ha detto lui asciugandosi una lacrima.
 A me quel piatto non ha ricordato la ribollita di mia nonna, che era una pessima cuoca, ma mia nonna e basta. Ha dato un senso alla coesione del vissuto di cui il cibo quotidiano è uno, se il non principale mastice.

E all'eroismo di certe massaie avvezze a quelle cose semplici che troppo spesso perdiamo di vista.