Riecine, una perla del Chianti Classico - Garantito IGP

Riecine, dal 1971, è una piccola perla incastonata nel terroir del Chianti Classico e, nonostante i tre cambi di proprietà di tre nazionalità diverse, ancora oggi, dopo 45 anni, rappresenta un punto di riferimento per il sangiovese di Gaiole in Chianti.

Tutto ebbe inizio con un ettaro e mezzo di vigna che, John e Palmina Dunkley, dopo una vita trascorsa a Londra, decisero di recuperare e curare con amore genitoriale. Bastava attraversare il giardino di fronte a casa ed ecco quella vigna, protetta alle sue spalle dai Monti del Chianti, che guarda dall’alto dei suoi 500 metri s.l.m. il paese di Gaiole e la vallata, esposta per ore e ore alla luminosità del sole. 

Negli anni il parco vitato è stato arricchito con tante altre tessere che lo hanno portato agli attuali 21 ettari grazie all'acquisto di piccoli appezzamenti, individuati dopo attente valutazioni agronomiche sempre all'interno del comune di Gaiole. Si tratta di parcelle tutte situate ad altezze importanti da alta collina ma con terreni molto diversi uno tra l’altro: la vigna di Riecine, ad esempio, poggia su terreni dove prevale quarzo, roccia, argilla, a Vertine, invece, è il masso vivo a prevalere, un terreno povero che costringe la vigna a cercare in profondità il suo nutrimento per poi dare vita a vini sapidi e minerali. C’è poi la vigna di Casina, quasi abbracciata da un fitto bosco, e qua la vigna si confronta con un terreno in cui prevalgono scisti e sabbie. Del mosaico di vigneti fanno poi parte Riecine Bosco e Palmina (dedicato alla signora Dunkley, vigna storica impiantata negli anni ’70 da cui proviene il Riecine di Riecine), San Martino e infine Gittori, quest’ultimo pressoché confinante con la “vigna madre” e situato su antichi terrazzamenti.


A seconda dell’età degli impianti varia il numero di ceppi ad ettaro, dai 3.400 presenti nelle vigne degli anni Settanta ai 5.000 / 6.000 del decennio passato. La forma di allevamento è da sempre il guyot ma in tempi recenti a Riecine è stato introdotto anche l’alberello, non più appannaggio della sola viticoltura meridionale ma sempre più impiegato in zone come la Toscana centrale, un tempo con temperature di tipo continentale ed oggi interessate dagli effetti dei mutamenti climatici. E così, sotto il cocente sole chiantigiano, l’alberello protegge e ombreggia i suoi grappoli.

Tutte le operazioni di campagna sono dettate dalle regole della viticoltura biologica e supportate da processi biodinamici. 


Durante la raccolta la selezione è molto severa, una prima cernita è effettuata in vigna e porta in cantina i soli grappoli integri e maturi, sugli acini diraspati si interviene nuovamente e solo perfette gemme brune entrano nella nuova cantina (2014) dove ora sono presenti vasche di fermentazione in cemento non trattato, attrezzature per la movimentazione delle uve e un innovativo sistema di umidificazione degli ambienti. 


L’uva arriva in cantina in piccoli contenitori all’interno dei quali viene pigiata delicatamente coi piedi - pratica del tutto desueta in Chianti - in modo da lasciare integri i vinaccioli dell’acino e non rendere troppo omogeneo il mosto. Questo viene poi trasferito in contenitori di cemento, acciaio o legno a seconda della vigna di provenienza ed inizia la fermentazione che grazie alla temperatura controllata estrae nella misura voluta tannini, colore, aromi. La fermentazione si sviluppa in modo naturale, senza aggiunta di lieviti, inizia quindi molto lentamente e permette al mosto di acquisire il suo vero carattere. Il cappello che si forma in superficie viene manualmente spinto verso il basso quattro volte il giorno e altrettanti sono i rimontaggi. Per aumentare infine l’ossigenazione del mosto è utilizzata anche la pratica del délestage.


Lunghi sono i tempi della macerazione, che si protrae oltre i 40 giorni, segue la fermentazione malolattica ed è poi tempo di affrontare il lungo periodo di maturazione – dai 12 ai 24 mesi a seconda della struttura del vino – in acciaio, in vasche di cemento, in tonneaux e barriques, legni nella gran parte già utilizzati in modo che le cessioni aromatiche siano contenute.

Tutte queste operazioni vengono effettuate sono l'attenta regia di Sean O’Callaghan che non è solo l'enologo dell'azienda ma una persona che, negli anni, ha rappresentato e garantito la continuità del progetto Riecine anche se, notizia dell’ultima ora, pare che lo stesso O’Callaghan stia in procinto di lasciare l’azienda per nuovi e futuri progetti . È un personaggio eclettico Sean già nei suoi dati anagrafici: nato in Sri Lanka, inglese di nazionalità, ha studiato Enologia e Viticoltura all’autorevole università di Geisenheim e fatto le sue prime esperienze di lavoro sempre in Germania. Arrivato in vacanza in Toscana nel 1991 non l’ha più abbandonata, “fatale” fu l’incontro con John e Palmina Dunkley che proprio in quell’estate cercavano un aiuto. Con il passare degli anni l’aiuto è diventato un tecnico di primo livello che ha permesso all’azienda di confermare la sua centralità nel mondo del vino italiano. Sean era a Riecine quando vi arrivò nel 1998 il nuovo proprietario, l’americano Gary Baumann, e nel 2012 quando l’azienda è stata acquisita da Svetlana Frank.  “Negli anni – dice Sean - ho imparato a conoscere le vigne di Riecine, a capire come si comportano e a prendermi cura di loro. Uso tutto i miei sensi quando faccio il vino. Cuore incluso”.

Sean O’Callaghan
Riecine produce quattro diverse interpretazioni di sangiovese le quali, durante una bellissima giornata romana, sono state presentate da tutto lo staff dell'azienda che oltre al già citato O’Callaghan comprende anche Alessandro Campatelli (General Manager) e Amandine Zeman (responsabile commerciale).


Il primo vino proposto è stato, ovviamente, il Rosé for Jasper 2015 (100% sangiovese) che, nelle intenzioni dell'ex enologo , dovrebbe rappresentare il vino più immediato e disinvolto della gamma vista la sua eccezionale facilità di beva caratterizzata da importanti ritorni di buccia d'uva e sale marino. Note tecnica: il rosé è ottenuto da un pressurage diretto, senza quasi nessuna macerazione, viene successivamente maturato in in cemento.


Il secondo vino degustato è stato il Chianti Classico "Riecine" 2014 (sangiovese 100%) che incanta sia per colore, uno trasparentissimo rosso rubino, sia per carattere ed ambizione visto che, nonostante l'annata certamente non facile, è un sangiovese sottilissimo, apparentemente effimero, che al sorso denota solidità e territorialità allo stato puro. Nota tecnica: il vino fermenta in contenitori aperti e affina per almeno 18 mesi in barriques non nuove, vasche di cemento non trattato e acciaio. Dell’annata 2014 sono state prodotte 40mila bordolesi.


Il terzo vino presentato è stato il Riecine di Riecine Igt 2012 (sangiovese 100%) le cui uve provengono dalla vigna storica dell’azienda le cui radici sprofondano all'interno di un terreno di calcare e roccia. Dal 2010, anno di proma produzione, rappresenta la vera essenza di Riecine che ritroviamo all'interno di un vino decisamente elegante e complesso che, a mio parere, strizza l'occhio ai grandi Premier Cru di Borgogna (provate a degustarlo alla cieca e ne vedrete delle belle). Note tecnica: l'uva raccolta e selezionata è lasciata in parte con i grappoli interi. Dopo la pigiatura viene fermentato in tini aperti e matura  per almeno 24 mesi in vecchie botti di legno. Dell’annata 2012 sono state prodotte 5.000 bottiglie.


La Gioa, quarto vino presentato, nasce nel 1982 con l'intento di dotare Riecine del suo Supertuscan che, anche in questo caso è solo sangiovese proveniente da vigneti dalle diverse caratteristiche morfologiche. L'annata 2012 si presenta variegata e complessa nei profumi dove ritrovo la ciliegia matura, il timo, la lavanda, la mineralità scura, il tabacco e la violetta appassita. Sorso generoso ed armonioso e dal finale lunghissimo. Chapeau! Nota tecnica: il vino matura per 36 mesi in barrique e tonneaux di cui il 60% di primo passaggio. Dell’annata 2012 sono state prodotte 5,000 bottiglie.

La Raia: l'agricoltura biodinamica al servizio del grande Gavi e della Barbera del Piemonte

Il Gavi o Cortese di Gavi, DOCG piemontese dal 1998, è sicuramente uno dei vini bianchi più importanti del nostro Paese tanto che in passato il Governo italiano lo offriva durante i pranzi ufficiali come ad esempio è accaduto per il G20 di San Pietroburgo.

Ottenuto esclusivamente da uve cortese, una varietà che ha un patrimonio che risale al 1600 anche se le prime testimonianze scritte su questa tipologia di uva le troviamo a partire da fini '800 quando il Conte Nuvolone, vicedirettore della Società Agraria di Torino, descrive il cortese in questo modo: "ha grappoli alquanto lunghetti, acini piuttosto grossi, quando è matura diviene gialla ed è buona da mangiare, fa buon vino, è abbondante e si conserva".

uva cortese

La zona di produzione si estende tra le colline dei comuni della provincia di Alessandria (Gavi, Bosio, Capriata d'Orba, Carrosio, Castelletto d'Orba, Francavilla Bisio, Novi Ligure, Parodi Ligure, San Cristiforo, Serravalle Scrivia) per cui, cartina geografica alla mano, si può facilmente comprendere come questo vino possieda  nel suo DNA una chiara impronta ligure visto che le vigne di cortese sono inserite all'interno di un microclima caratterizzato dalla costante presenza di brezze marine provenienti dal Golfo di Genova che, insinuandosi attraverso l'Appennino Ligure, donano a questo territorio un aria tersa e decisamente mediterranea.


Questo territorio, sospeso tra cielo e mare, non poteva non affascinare tanti nuovi investitori che, dopo la crisi degli anni '90 del Gavi, hanno cercato di dare nuovo lustro a questa storica denominazione attraverso progetti di rilancio di alto livello qualitativo. Nasce su questi basi il progetto La Raia, azienda di circa 180 ettari totali che Giorgio Rossi Cairo (fondatore di Value Partners) nel 2003 ha acquisito con l'obiettivo di valorizzare il suo potenziale anche attraverso l'ausilio dei principi dell'agricoltura biodinamica che hanno portato l'azienda già nel 2007 ad essere certificata Demeter.

i vigneti aziendali

I 42 ettari di vigneto de La Raia, piantati a cortese e barbera, possono pertanto godere di tecniche agricole assolutamente naturali che prevedono, ad esempio, sovescio tra i filari, uso del corno letame dinamizzato e stallatico per fertilizzare, assenza di pesticidi, modiche quantità di rame e di zolfo di cava, potatura che segue la fase discendente della luna e ripristino della rotazione dei terreni con il recupero di coltivazioni antiche come il farro monococco, il farro dicocco, il farro spelta e la segale.


La Raia produce tre tipologie di Gavi (Gavi DOCG, Gavi DOCG Riserva e Gavi DOCG Pisé) e due tipologie di Barbera (Piemonte DOC Barbera e Piemonte DOC Barbera Largé) che vengono vinificati all'interno di una cantina costruita seguendo i dettami di un’antica tecnica costruttiva naturale eco-sostenibile, quella del Pisé, che è ha portato alla realizzazione di un muro di 40 metri usando, grazie all'abilità dell’architetto austriaco Martin Rauchla terra proveniente dai lavori di sbancamento la quale, insieme ad altra presa dai campi circostanti, è stata dosata e mescolata per grana, colore e consistenza fornendo un risultato finale di altissima organicità.

la cantina in pisé
interno cantina

Recentemente ho degustato tre vini de La Raia.  Il primo è stato il Gavi DOCG 2015 le cui vigne di cortese, al cui età varia tra i 9 e i 25 anni, sono a corona intorno alla cantina. Il vino, che fa solo acciaio e viene messo in bottiglia dopo una affinamento sui lieviti di circa 3/4 mesi, ha un corredo aromatico molto diretto che ricorda la pera matura, i fiori bianchi e le erbe aromatiche. Al sorso si caratterizza per la sua "orizzontalità" ovvero per espandersi sul palato in maniera coinvolgente nonostante non sia un campione di persistenza e dinamicità. Ottima la beva.


L'altro vino degustato è stato il Gavi DOCG Riserva 2014 il cui vigneto, chiamato Madonnina, si trova trova su una collina che guarda a sud-est e ha viti di circa 60 anni. Dal punto di vista enologico questa Riserva si caratterizza per una fermentazione in acciaio inox a cui segue, una volta ottenuto il vino, un ulteriore travaso in vasca per circa sei mesi. Al termine di quest’affinamento il vino viene imbottigliato e prosegue l’affinamento per altri sei mesi in bottiglia prima di essere immesso sul mercato. Rispetto al Gavi 2015, questa Riserva si caratterizza per un quadro olfattivo maggiormente complesso che rimanda alla mela golden, agli agrumi canditi e alla nocciola anche se, a mio avviso, il tutto è ancora troppo compresso. Sorso energico, sapido e netto nella chiusura dotata di morbida persistenza. Ha ancora tanto tempo davanti a sé e l'evoluzione in bottiglia non potrà che dipanare una matassa che oggi è ancora troppo intricata per una giusta valutazione finale.


Chiudiamo la degustazione con il Piemonte Barbera DOC 2014 le cui vigne, di circa 15 anni di età, sono poggiate su terreno marnoso e calcareo e si estendono a circa 380 metri s.l.m. in posizione sud. Questo storico rosso piemontese, che a La Raia fermentano e affinano solo in acciaio, è stata una piacevolissima sorpresa per il sottoscritto il quale, senza avere particolari aspettative, ha invece scoperto che questa terra di grandi bianchi è particolarmente adatta anche a produrre Barbera di eccellente golosità e bevibilità. Consiglio spassionato: portate il vino a 14° e poi versatelo nel bicchiere. Tempo mezz'ora, a dire tanto, e cercherete un'altra bottiglia da aprire. 


Domaine Pinson Frères - Chablis Premier Cru Fourchaume 2010 è il Vino della Settimana di Garantito IGP

Di Angelo Peretti


In genere con lo Chablis faccio fatica ad andare d’accordo. 

Troppo crudo nella giovinezza, troppo burroso nell’età adulta. 

Che rogna trovare il momento giusto per berlo.

Però il Fourchaume 2010 del Domaine Pinson m’ha convinto. 

Uva, si sentiva l’uva scrocchiare sotto i denti. Nervosissimo e cristallino.


La guida I Vini d'Italia 2017 de L'Espresso è tutta nuova e vi anticipiamo i premi


La Guida I Vini d’Italia de L’Espresso, giunta alla sedicesima edizione, è stata affidata alle cure di Antonio Paolini e Andrea Grignaffini e, come lecito aspettarsi, è stata prevista una vera e propria rivoluzione editoriale visto che oggi la pubblicazione, non più generalisti ma selettiva,ha come focus TRE DISTINTE CLASSIFICHE, ordinate per valore, ma senza punteggio: i “100 vini da bere subito”, vini importanti ed eccellenti, che si possono stappare con piacere già dal giorno di uscita della Guida; i “100 vini da conservare”, cioè quelli destinati ad affinarsi e migliorare nel tempo; i “100 vini da comprare”, per l’ottimo rapporto tra la qualità intrinseca e il prezzo sul mercato.

Il nucleo centrale della Guida è poi dedicato ai migliori vini delle denominazioni più importanti (oltre 120) ordinate per regione, ognuna introdotta da una cartina che evidenzia le principali denominazioni di origine. Pronti a scorrere l'elenco?


I 100 vini da bere subito 1I 100 vini da bere subito 2I 100 vini da bere subito 3

I 100 vini da conservare 1I 100 vini da conservare 2I 100 vini da conservare 3

I 100 vini da comprare 1I 100 vini da comprare 2I 100 vini da comprare 3

I VINI D'ITALIA DE L'ESPRESSO 2017
Direttore: Enzo Vizzari
Curatori: Andrea Grignaffini e Antonio Paolini
336 pagine
Euro 18,00 in edicola e in libreria
Euro 7,99 in versione digitale in app disponibile per Iphone, Ipad e dispositivi Android

Monte Bernardi, il Chianti globale che parla locale - Garantito IGP

di Angelo Peretti

Allora, è andata così. Rientravo dalla Maremma e all’altezza di Siena ho deciso di regalarmi una sosta nel Chianti. Sapevo che sotto Radda, in località Lucarelli, c’era un’ottima trattoria, e siccome m’era venuta voglia di mangiare chiantigiano e di bere sangiovese, ho impostato il navigatore e mi ci sono diretto. Si chiama Le Panzanelle. Al tavolo ho chiesto un vino del 2014, perché chi ha lavorato bene in quell’annata così difficile ha fatto buoni vini, di quelli che piacciono a me, bevibilissimi, per niente muscolosi. Paolo m’ha consigliato il Chianti Classico di un produttore che non conoscevo, Monte Bernardi. L’ho assaggiato. “Prende un bicchiere?” m’ha chiesto. “Lasci la bottiglia”, ho risposto. Poi, a fine pranzo, m’ha anche suggerito di fare un salto in azienda. Ho domandato se fosse lontana, considerato che in etichetta – una bellissima etichetta vintage - sta scritto che è a Panzano. “Panzano è di là della siepe, siamo sul confine”, ha replicato lui. “La cantina è quella là”, ha aggiunto, indicandomi una casa sulla collina di fronte.


Passo al presente storico. Il tempo verbale, intendo. Dunque, vado, un paio di tornanti, una strada sulla sinistra. Arrivato.

Mi accoglie una giovane donna californiana. Apprendo che il proprietario, Michael Schmelzer, è americano di padre tedesco e che la campagna l’ha acquistata da un inglese di origine cipriota (era Stak Aivaliotis, grande nome della fotografia e della pubblicità) che aveva preso questo posto per farci un Supertuscan, “questo sogno degli anni Novanta”, come dice lei, e dunque aveva impiantato vitigni bordolesi dove c’era il sangiovese. Ora si sta pensando di rimettere il sangiovese dov’era, perché quella è terra di galestro, buona per il sangiovese. “Quando Michael è arrivato qui – mi racconta – si faceva solo questo vino, ma lui non voleva fare questo tipo di vino. Voleva che si esprimesse la terra. Voleva che il vino non si facesse in cantina, ma in vigna”. Insomma, ha vinto il Chianti, come territorio, come ambiente, come terroir.

Adesso sulla bottiglie c’è la certificazione bio, la conduzione è biodinamica. Dal 2004, il che vuol dire che di esperienza ce n’è già un bel po’. Dal sito, che è solo in inglese (già, siamo nel Chiantishire, del resto), apprendo inoltre che la proprietà è di una cinquantina di ettari, e di questi una decina hanno le vigne (altri quattro ettari di vigneto sono in affitto). Il novanta per cento è a sangiovese. Resta qualche po’ di uve internazionali per gli igt. Produzione totale intorno alle sessantamila bottiglie.


I vini, ora. Con una premessa. Se cercate il frutto, qui lo trovate, e non è mai sopra le righe. Se cercate la freschezza, qui la trovate, e garantisce longevità. Se cercate la territorialità chiantigiana, c’è anche quella, perfino sugli igt da taglio bordolese. L’unica obiezione è che mi pare che il legno – seppure non vanigliato, non coprente, non da falegnameria – comunque un po’ si avverta, e probabilmente è destinato a integrarsi meglio col tempo, ma se anche questo dettaglio fosse in futuro messo a punto ulteriormente, be’, gli applausi sarebbero ancora più convinti.

Chianti Classico Retromarcia 2014 Monte Bernardi
Dell’etichetta ho detto, da premio. Il vino è il motivo per cui sono andato a far visita alla cantina. Un modello di quel che si è potuto fare nel 2014 stando tanto attenti a selezionare le uve. Fruttino succoso, spezia minuta, una beva strepitosa.
(88/100)


Chianti Classico Riserva Monte Bernardi 2013 Monte Bernardi
Viene dalle vigne più vecchie, che hanno una quarantina d’anni. Al sangiovese si somma un briciolo di canaiolo. Ha un gran bel frutto, che schiocca sotto ai denti. Mi sembra ancora molto giovane. Va atteso.
(87/100)

Chanti Classico Riserva Sa’etta 2012 Monte Bernardi
Il vigneto del Sa’etta è proprio attaccato a casa, su un costone che riflette il calore del sole. Praticamente solo sangiovese. Ne viene un vino complesso, e la complessità esce lenta dal calice e man mano accelera. Giovanissimo.
(89/100)

Colli della Toscana Centrale Tzingarella 2014 Monte Bernardi
Ecco i tre vitigni bordolesi “migliorati” da un filo di autoctono colorino. M’è piaciuto questo strano rosso, che resta del tutto chiantigiano nello stile. Rusticamente improntato sul frutto macerato e sulla spezia. Goloso.
(88/100)

Colli della Toscana Centrale Tzingana 2012 Monte Bernardi
La nuova versione dell’originario Supertuscan. Solo uve bordolesi. Mi si dice che appena il nuovo vigneto dello Tzingarella avrà abbastanza anni, questo qui passerà a sangiovese. Tanto frutto, tannicità vibrante.
(85/100)


La FIVI contraria ad indicare gli ingredienti del vino in etichetta

La Confederazione Europea Vignaoli Indipendenti contraria alla nuova normativa sulle etichette. Matilde Poggi: “il vino non ha una ricetta
La lista degli ingredienti e i valori nutrizionali nelle etichette del vino sono inutili e portano solo ad un aggravio di costi per i prodottori. Ne è convinta la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) che nell’ambito della CEVI(Confederazione Europea Vignaioli Indipendenti) si è dichiarata contraria alla possibile modifica della legislatura europea in termini di etichettatura del vino.

Il presidente della CEVI, il francesce Thomas Montagne, ha pertanto inviato una lettera al Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis, per ribadire con forza le ragioni della contrarietà dell'associazione che riunisce le associazioni dei Vignaioli Indipendenti di tutta Europa, tra cui appunto la FIVI.
In vista della pubblicazione del report della Commissione Europea sugli ingredienti e le informazioni nutrizionali delle bevande alcoliche, la CEVI chiede di mantenere la specificità del settore vitivinicolo. “Chiediamo l'esenzione dall’obblico di riportare in etichettta la lista degli ingredienti e i valori nutrizionali perché riteniamo che per il settore del vino, e in particolare per noi piccoli produttori – commenta Matilde Poggi, presidente FIVI e vicepresidente CEVI – sarebbe un inutile aggravio sia in termini di tempo che economici. Il vino non ha una ricetta, cambia di anno in anno, sulla base della stagione e delle condizioni fitosanitarie dell'uva. Noi produttori dovremmo quindi farci carico di far analizzare il vino ad ogni nuova vendemmia, e cambiare di conseguenza anche l'etichetta”.
La CEVI ritiene che il settore del vino sia già dotato di una legislazione esaustiva e molto precisa, oltre che rigida. Per questo il consumatore è già ampiamente tutelato, oltre che essere poco interessato alla parte nutrizionale di una bevanda che ritiene fonte di piacere, oltre che prodotto di una cultura più che di una ricetta.
Fonte: FIVI

La Cina alla ricerca del vino spaziale?

Nella sua sfida di produrre un vino perfetto da far invidia ai grandi produttori del pianeta, la Cina ha guardato alle colline della pianura tibetana, alla terra arsa dal sole del deserto del Gobi e alle pendici rocciose della provincia di Ningxia. Ma non soddisfatti, i cinesi confidano oggi in una nuova e singolare destinazione: lo spazio. Lo scrive il Guardian riportando che il nuovo laboratorio cinese, il Tiangong-2, lanciato in orbita la settimana scorsa, aveva a bordo una selezione di vitigni: dal cabernet sauvignon, al merlot fino al pinot nero.

Foto: http://www.chinadaily.com.cn/

"Gli scienziati cinesi sperano che far crescere un vitigno nello spazio provocherà delle mutazioni in grado di renderlo più adattabile al duro clima di alcune delle regioni dove sta prendendo piede la produzione vinicola", ha riportato DecanterChina.com, sito bilingue della locale industria del vino.

Le temperature polari e un terreno non buono sono fra le sfide principali con cui si devono misurare i produttori di vino cinesi in posti come la Ningxia, regione povera al centro della nascente industria dell'Impero di Mezzo con inverni dove le temperature raggiungono i 25 sotto zero. Decanter ha precisato che i ricercatori sperano che l'esposizione alle radiazioni spaziali possano "innescare delle modificazioni genetiche nei vigneti che li aiuti a sviluppare nuove forme di resistenza al freddo, alla siccità e ai virus".

Fonte: AskaNews

Kobal, Kakovostno Vino ZGP – Štajerska Slovenija – Sauvignon Dry è il Vino della settimana di Garantito IGP

di Lorenzo Colombo



Freschezza, sapidità, note minerali, sentori agrumati (pompelmo) e leggeri accenni vegetali.

Tutte le caratteristiche tipiche del vitigno, ma senza gli eccessi, soprattutto olfattivi, che a volte questo si porta appresso. 

Il nome del vino è difficile, ma facile e molto piacevole è la sua beva.


Poderi e Cantine Oddero: Barolo Villero in verticale storica - Garantito IGP

di Lorenzo Colombo
I giorni di Nebbiolo Prima sono sempre assai impegnativi, al mattino si assaggiano decine di vini (anche un centinaio), mentre i pomeriggi sono dedicati alle visite alla aziende del territorio che sempre organizzano
particolari degustazioni, vecchie annate, verticali, orizzontali dei vai Cru etc.
Nel pomeriggio di mercoledì 11 maggio, assieme ad un collega straniero,  eravamo in visita all’azienda Oddero dove ci aspettava una verticale di Barolo Villero, dalla prima annata prodotta, la 2004, sino all’ultima in commercio.

L’azienda Oddero ha radici antiche sul territorio di La Morra, che risalgono al XVIII secolo, e alcuni documenti attestano che già nel 1878 commercializzava vino in bottiglia.

Attualmente  la gestione dell’azienda, che possiede trentacinque ettari vitati -dei quali circa la metà  a nebbiolo, per la produzione di Barolo e Barbaresco- è affidata a Mariacristina, coadiuvata dai nipoti Isabella e Pietro.

I vigneti sono collocati nelle più prestigiose zone del Barolo, principalmente nel comune di La Morra, sede dell’azienda, qui troviamo le MGA Brunate, Bricco Chiesa, Capalot, Roggeri e Bricco San Biagio, ma l’azienda possiede anche vigneti nei comuni di Monforte d’Alba (MGA Bussia), Serralunga d’Alba (MGA Vignarionda) e Castiglione Falletto (MGA Villero), oltre che nella zona del Barbaresco (MGA Gallina nel comune di Neive).

Questi per citare solamente i più importanti.


Dopo la rituale visita alla cantina, dove tra l’altro troviamo due contenitori della Clayver all’interno dei quali s’affinano un Langhe Nebbiolo ed un Langhe bianco, e prima dell’impegnativa verticale, abbiamo potuto assaggiare due altri vini:

Langhe bianco “Collaretto”  2013
Blend di Chardonnay e Riesling in parti uguali, fermenta in acciaio e sosta sui lieviti per sei mesi.
Bel naso, fresco, pulito, fruttato (pesca e mela), elegante.
Di buona struttura, quasi grasso, sapido, frutto tropicale, lunga la persistenza.


Barolo 2011
Le uve, provenienti dai diversi vigneti aziendali, vengono vinificate separatamente ed i vini s’affinano in botti grandi di rovere di diversi formati per trenta mesi, segue quindi l’assemblaggio ed un ulteriore affinamento in bottiglia.
Color granato luminoso.
Buona l’intensità olfattiva, note balsamiche, elegante.
Fresco e sapido, con bella trama tannica (tannini vellutati), sentori di liquirizia dolce, lunga la persistenza. Molto elegante.


La verticale

La MGA Villero si trova nel Comune di Castiglione Falletto e si sviluppa su circa ventidue ettari collocati tra i 230 ed i 350 metri d’altitudine con esposizione nella quasi totalità della sua estensione verso sud-ovest.
Numerose aziende vi possiedono vigneti e Oddero dispone di 0,8 ettari nella parte bassa della menzione, a 240 metri d’altitudine con esposizione sud-est. Si tratta di un vigneto con oltre cinquant’anni d’età che fornisce una resa di 60 q.li /ha, per una produzione di circa 4.000 bottiglie/anno.
L’affinamento avviene in botti da 40 ettolitri per trenta mesi.

ELEGANZA! Questo è l’aggettivo che ricorre più spesso nella descrizione di questi vini, mai giocati sulla struttura e sulla potenza, ma piuttosto sull’equilibrio. I tannini anche nelle annate più recenti non sono mai aggressivi ma sempre levigati, anche se ben presenti. Questo fa si che questi vini siano già godibilissimi nella loro gioventù, senza però mai decadere col passare degli anni.
2012
Granato luminoso.
Intenso al naso, balsamico, legno dolce, elegante.
Fresco e balsamico, con bella trama tannica, sentori di bastoncino di liquirizia. Elegante.

2011
Granato luminoso con unghia aranciata.
Intenso al naso, bel frutto rosso, note dolci, molto elegante.
Fresco, con tannini fini e bella vena acida, buona la persistenza su note di radice di liquirizia. Elegante.

2010
Color granato luminoso con unghia aranciata.
Intenso al naso, balsamico, legno dolce, molto elegante.
Fresco, balsamico, con tannini dolci seppur ben presenti, bella vena acida e lunga persistenza su note di bastoncino di liquirizia.

2009
Granato luminoso con unghia aranciata.
Intenso al naso, presenta leggeri sentori di rabarbaro.
Asciutto, con bella trama tannica, note di liquirizia forte.

2008
Color granato luminoso di buona intensità.
Intenso al naso, frutto rosso maturo, ciliegia, frutti di rovo, speziato.
Di buona struttura, sapido, con spezie dolci in evidenza, bel frutto maturo, tannini importanti ma ben fusi nell’insieme, lunga la persistenza.

2007
Color granato luminoso.
Intenso al naso, esplosione di frutta rossa matura, quasi confettura, spezie dolci.
Sapido, frutta a bacca nera speziata, bella la trama tannica.
Molto diverso da tutte le altre annate.

2006
Granato profondo e luminoso.
Di buona intensità olfattiva, balsamico ed elegante.
Fresco, asciutto, con tannini decisi ma ben fusi, radice di liquirizia, buona la persistenza.
L’abbiamo preferito al naso, nonostante i suoi dieci anni sembra ancora non pronto alla bocca.

2005
Color granato.
Di media intensità olfattiva, balsamico, spezie dolci.
Di discreta struttura, tannini decisi ed un poco astringenti, buona la persistenza su sentori di radice di liquirizia.

2004
Granato luminoso.
Note balsamiche al naso, frutto rosso maturo, spezie dolci, accenni vanigliati.
Fresco, intenso, speziato, alcolico, liquirizia forte, buona la persistenza.

Di questa batteria le annate che più ci hanno colpito sono state la 2010 (grandissimo vino) e la 2011, mente tra i vini con qualche anno in più abbiamo trovato molto interessante il 2004, ancora fresco dopo dodici anni di vita.
Ci ha incuriositi il 2007 che abbiamo trovato, come abbiamo scritto, diverso da tutti gli altri, come se fosse frutto d’una diversa vinificazione.


Se a questo punto pensavamo d’aver terminato, ci sbagliavamo di grosso, altri barolo c’aspettavano infatti:

Barolo Vigna Rionda Riserva 10 anni 2006
La MGA Vignarionda si trova nel comune si Serralunga d’Alba, gli Oddero ne posseggono un ettaro esposto in pieno sud e che produce 50 q.li d’uva, per una resa di circa 3.000 bottiglie/anno.
Il vino s’affina per 42 mesi in botti da 30 ettolitri.
Dalla vendemmi 2006 il vino viene commercializzato unicamente dopo dieci anni d’affinamento.
Quella che andiamo ad assaggiare è per l’appunto la prima annata che subisce questo lungo affinamento.
Color granato luminoso con unghia aranciata.
Naso un poco chiuso (dopo dieci anni) austero, s’apre quindi su note balsamiche e mentolate.
Decisamente fresco al palato, eppur alcolico, balsamico, mentolato, dolce ed al contempo sapido, lunghissima la persistenza su note di liquirizia.
Notevole.

2004 (bottiglia già aperta)
Color granato di buona intensità.
Intenso al naso, frutto rosso maturo leggermente macerato, accenni di caramella al rabarbaro.
Buona la struttura, bel frutto speziato, trama tannica importante.

2004 (bottiglia aperta al momento)
Color granato luminoso.
Intenso al naso, fresco e balsamico.
Fresco alla bocca, tannini asciutti, lunga la persistenza su sentori di liquirizia.


1999
Granato luminoso.
Un poco austero al naso, balsamico, elegante.
Asciutto, un poco austero, con trama tannica importante, radice di liquirizia.

In chiusura ci congediamo infine con il Barolo Bussia “Vigna Mondoca” 2001, dal color granato luminoso.
Intenso al naso, balsamico, presenta sentori di frutto rosso dolce e ciliegia sotto spirito. Alcolico, asciutto, di media persistenza.

Slow Wine 2017 e il Lazio

“Forza Lazio!”, verrebbe da dire, senza alcuna implicazione calcistica. Un incitamento che sentiamo come atto dovuto per stimolare i produttori di una regione che, grazie a condizioni pedoclimatiche pressoché uniche al mondo (lo dicono anche i francesi, sia pure a denti stretti). Nei rari casi in cui la regione riesce a esprimere una voce univoca, compattezza, unità d’intenti, profondità di progetto e lungimiranza, i risultati si fanno subito molto, molto interessanti.
È che ci vorrebbe più continuità, da parte sia umana, sia di… madre natura: perché tra un 2015 che ha fatto impazzire le menti bianchiste e un 2014 e un 2013 (talvolta anche 2012) che non hanno agevolato il compito ai produttori di rossi, a volte viene da chiedersi: “Ma di cosa stiamo parlando?”. Nel dettaglio, il Viterbese si difende, pur forse mancando quest’anno, nello sprint finale, di alcuni dei baldi giovani che ci avevano fatto ben sperare per il futuro, e che comunque stanno sempre di più lavorando con cognizione di causa e con la massima attenzione. Rieti e provincia continuano a stare alla finestra, ma i segnali che sia stata imboccata la strada della qualità si fanno sempre più tangibili.
L’Agro Pontino stavolta soffre un po’, ma probabilmente a causa della “crisi del settimo anno” (tante, infatti, le edizioni della guida), a conferma di un matrimonio su cui contiamo molto. I Castelli Romani sfoderano qualche Frascati davvero niente male, anche nella versione languida del Cannellino, mentre la Ciociaria resta forse la zona più meritevole grazie a un Cesanese, oramai quasi completamente domato, e soprattutto grazie al lavoro in loco dei bravi pionieri di sempre, su lieviti, maturazioni, macerazioni, selezioni clonali… alla fine sta portato seri frutti, e non solo metaforicamente.
Foto: www.cittadelvino.it
Certo, le ambiguità sono molte: ad iniziare da questa nuova Doc Roma, che ancora non s’è capito dove voglia andare a parare come identità, marchio, tipicità. Anche alcuni baluardi degli anni scorsi (ci riferiamo a produttori che, nonostante i grandi numeri, si rivelavano costantemente affidabili) quest’anno passano il turno, visti i troppi chiaroscuri dei vini presentatici.

VINO SLOW
Cesanese del Piglio Sup. Torre del Piano Ris.2013Casale della Ioria
Cesanese di Olevano Romano Sup.2014Proietti
Cesanese di Olevano Romano Sup. Silene2014Damiano Ciolli
Latour a Civitella2014Sergio Mottura
 
VINO QUOTIDIANO
Capolemole Bianco2015Marco Carpineti
Cesanese del Piglio Velobra2014Giovanni Terenzi
Frascati 4962015De Sanctis
Frascati Sup. Racemo2015L’Olivella
Grechetto2015Trappolini
Maturano2015Cominium
Regius2015Donato Giangirolami