Rassegna stampa: il vino segreto del governo inglese

Londra. Il governo inglese è carico di debiti al punto da arrivare ad affittare le sale di Westminster. Ma sotto Lancaster House, nel cuore di Londra, c’è un vero e proprio tesoro: è la cantina del governo, amministrata dal Foreign Office e usata per conservare vini pregiatissimi da servire nelle cene con dignitari da tutto il mondo.

L’Independent on Sunday è riuscito a carpire una serie di segreti di questo patrimonio di oltre 36 mila bottiglie, che oltre al vino contengono anche pregiatissimo champagne e cognac: valore totale, 3,2 milioni di sterline (3,8 milioni di euro).

Foto: Decanter.com

Il domenicale ha visto le note di degustazione, quelle che i sommelier ufficiali - che formano il Wine Committee del governo - hanno scritto negli anni per indicare quale vini servire e in quali occasioni.

Ad esempio il Corton del 1961, vino francese quotato intorno alle 500 sterline a bottiglia, viene definito come un “tesoro nazionale”», da riservare quindi ai vertici più importanti. Al contrario la nota del Meursault Charmes, che costa `solo´ 40 sterline, è lapidaria: “da non usare”.

Le etichette francesi fanno la parte del leone anche se il 17% dei vini serviti l’anno scorso erano inglesi. Nonostante sia una cantina molto ben assortita non è esente dall’austerità voluta dal premier David Cameron. Nel 2010 è stato deciso che deve autofinanziarsi vendendo i suoi `pezzi´ pregiati e comprandone di nuovi.

Foto: Decanter.com
L’anno scorso 54 bottiglie hanno portato nelle casse dello Stato ben 63 mila sterline. Di queste ne sono state usate 49 mila per nuovi acquisti, che verranno bevuti nel corso di feste e ricevimenti.

Il Soave "Contrada Salvarenza" di Gini

Sandro Gini da Monforte d'Alpone l'ho conosciuto la stessa sera in cui alcuni illuminati produttori della DOC Orvieto avevano organizzato un'interessante wine tasting presso la Rimessa Roscioli.
Era l'ospite più silenzioso della serata e, da persona modesta e schiva qual'è, ha lasciato che il suo Soave fosse degustato per ultimo, tanto per non interferire col tema principale della serata.

Sandro Gini e suo fratello, ultimi discendenti di una famiglia di vignaioli presenti nel territorio fin dal 1600, iniziano ad occuparsi personalmente dell'azienda di famiglia attorno agli anni '80 e oggi gestiscono circa 25 ettari di vigneto, con piante anche centenarie, piantato su terreni sia a matrice vulcanica sia a matrice calcarea.


Foto: http://www.online-wine.it/

I Gini potrebbero definirsi vignaioli naturali, più di altri, prima di altri, ma non lo fanno perchè certe scelte, semplici quanto sincere, non vanno di certo sbandierate anche se oggi il consumatore attento sarebbe molto contento di sapere che nei loro vigneti non si usa chimica così come non si usa anidride solforosa in vinificazione dove, tra l'altro, vengono utilizzati sono lieviti propri della cantina.

L'azienda produce due Cru di Soave: il Froscà e il Salvarenza. Entrambe appartengono allo stesso versante collinare (per un’estensione totale di circa 12 ettari), nel cuore della zona classica di Monteforte: nonostante l’uno sia il naturale prolungamento dell’altro, generando oltretutto due distinte etichette, esistono tra le due parti sensibili variazioni pedo-climatiche. La Froscà occupa infatti la parte più alta della collinetta (sommità più versante), a un’altitudine di circa 150 metri, con pendenza del 20/30%, esposizione sud/sud-est, impianto a pergola veronese e terreno formato prevalentemente da tufo vulcanico. 
Il Salvarenza, invece, si estende nella parte più bassa del vigneto, verso il piede del versante, dove il terreno è più calcareo, la temperatura più fresca (correnti di aria fredda attraversano tutto l’appezzamento, proteggendolo dagli eventuali stress climatici dell’estate e favorendo la formazione di profumi spiccati) e le viti decisamente più vecchie, alcune delle quali addirittura franche di piede e dunque quasi centenarie (l’età media si situa invece tra i 50 e gli 80 anni). 

La famiglia Gini. Foto: http://www.soavecru.it

Il Contrada Salvarenza - il cui nome pare debba imputarsi alla leggenda della giovane Renza che fu tratta in salvo da una banda di briganti grazie all’intervento di un nobile cavaliere - effettua invece fermentazione ed elevazione in legno: nove mesi in pièces da 228 litri a contatto con i propri lieviti naturali.

Durante la serata abbiamo degustato:

Gini - Soave "Contrada Salvarenza" 2010: nonostante quattro anni di età il vino si presenta con un corredo aromatico giovanissimo visto che il calice sprigiona aromi di erbe aromatiche e vivida mineralità tufacea. Col tempo, aprendosi, il ventaglio odoroso si arricchisce di note di biancospino, pompelmo, pesca bianca, pera kaieser. Al sorso è tutto un gioco di sapidità e freschezza abilmente regolate in modo tale che il Soave possa "martellare" per un tempo quasi infinito regalando equilibrio e finezza davvero sorprendenti.


Gini - Soave "Contrada Salvarenza" 2006 : il naso nel bicchiere, gli occhi chiusi, e la netta sensazione che accanto a te ci sia un mercato dove più venditori ambulanti offrono ai bambini torroncino, cioccolato bianco, croccante di nocciole, marroni, frutta secca. Un Soave godurioso con tratti autunnali a cui non  mancano le importanti e fervide sensazioni calcaree. Al sorso è ancora vivo e vegeto, sapido, a tratti salmastro, e con una progressione prorompente che termina con note quasi fumè. Soave di grande personalità!

Gini - SoaveSoave "Contrada Salvarenza" 2004 : rispetto alle precedenti annate il vino vira decisamente verso note fumè che mi fanno ricordare alcuni vecchi Silex di Dagueneau. Non solo. La lieve ossidazione del vino sprigiona ricordi di spezie orientali, foglie secche, mou, mela cotogna. Bocca vibrantissima, tridimensionali, ritornano le eleganti note affumicate assieme ad una spinta acida prorompente che rappresenta il vero timbro di fabbrica di questo Soave. Chiusura lunga, finissima, leggiadra, un cavallo bianco che corre.

Romagna Sangiovese: breve panoramica e spunti di riflessione

Degustare e testare più di venti Sangiovese di Romagna non è cosa facile soprattutto quando il 20 gennaio, giorno X per la tavola rotonda, viene etichettato come "blue monday" cioè come il giorno più triste dell'anno.
Per tirarci un pò su di morale e, soprattutto, per cercare di capire un pò di più sul territorio (i vini erano divisi per zone di produzione) eravamo tutti muniti dell'indispensabile articolo a firma Francesco Falcone pubblicato su Enogea - II serie - n°37 dal quale estrapolerò alcune parti per contestualizzare la degustazione anche su Percorsi di Vino (se violo qualche copyright me ne scuso e sono pronto ad eliminare tutto).

Scrive Falcone:"La zona di produzione del Sangiovese di Romagna (denominazione d'origine controllata a partire dal 1967) interessa una vasta area collinare che si sviluppa a sud della via Emilia toccando (da nord-ovest a sud-est) una cinquantina di comuni delle province di Bologna (l'Imolese), Ravenna (Il Faentino), Forlì-Cesena (Il Forlivese e Il Cesenate) e Rimini (Il Riminese). Il disciplinare di produzione prevede come vitigno principale il sangiovese, la cui percentuale minima nel vino non deve essere inferiore all'85%. Sempre più spesso viene vinificato in purezza, ma non mancano bottiglie che dichiarano l'aggiunta di altre uve complementari. E se in passato era l'ancellotta la varietà più utilizzata, in epoca più recente è stata affiancata e in molti casi sostituita da merlot, cabernet sauvignon e syrah. L'età media dei vigneti è di poco superiore ai 20 anni e la forma di allevamento più utilizzata è il cordone speronato basso. Non di rado, però, compare l'alberello, reintrodotto negli ultimi due decenni sulla scorta di una tradizione viticola precedente agli anni '50. Assai più raro è invece il Guyot, così come marginali sono i pochi impianti di vecchia concezione (GDC, capovolto e cordone libero). Si può affermare che la fetta più significativa della viticoltura si sviluppa su colline di matrice sedimentario-argillosa, mai troppo elevate, la cui quota altimetrica oscilla tra i 150 e 300 metri s.l.m. Anche se una larga parte dei vigneti si sviluppa a non grande distanza dall'Adriatico (mare troppo ristretto per influire significativamente sulle condizioni termiche della regione), il clima è prevalentemente continentale, con estati molto calde e afose, e inverni freddi e prolungati (rappresentano due eccezioni alla regola il Riminese e alcune zone del Cesenate, dove l'influsso delle brezze è più netto). Le precipitazioni sono in genere contenute nelle prime due fasce collinari del territorio viticolo (circa 700 mm in media per anno), mentre via via che si passa nelle zone più alte i valori aumentano rapidamente fino a superare i 900 mm nelle località prossime all'Appennino. Poco più di 7000 sono gli ettari vitati rivendicati dalla doc, sedici milioni le bottiglie che ogni anno sono immesse sul mercato e tre le principali tipologie prodotte. La versione d'annata (con o senza la dicitura “Superiore”), fruttata, polputa e godibile da bere in gioventù, maturata sempre in vasche di cemento e/o di acciaio e posta in commercio la primavera successiva alla vendemmia. La “selezione” (quasi sempre commercializzata come “Superiore”), di maggiore struttura, intensità e vigore, di tanto in tanto elevata per qualche mese in barrique o tonneaux (più rara è invece la presenza della botte grande) e venduta dopo un breve periodo di affinamento in bottiglia. E infine la Riserva: un vino più potente e profondo, in genere austero nei primi anni di vita ma dotato di buona propensione all'invecchiamento (tra i 10 e i 15 anni)".


Romagna Sangiovese Doc - Fonte: Lavinium

Il nuovo disciplinare, in vigore dal 2011, ha introdotto due novità importanti: la prima è che dovremmo chiamarlo non più Sangiovese di Romagna ma Romagna Sangiovese. L'altro cambiamento sostanziale riguarda l'istituzione delle sottozone (menzioni geografiche aggiuntive) che sono: Bertinoro, Brisighella, Castrocaro-Terra del Sole, Cesena, Longiano, Meldola, Modigliana, Marzeno, Oriolo, Predappio, San Vicinio, Serra. La sottozona Bertinoro è utilizzabile solo ed esclusivamente per il “Romagna Sangiovese riserva”. Sono escluse da tutto ciò le zone del Riminese e dell'Imolese che hanno una loro Doc provinciale: Colli d'Imola e Colli Riminesi.
Rimane invariata, invece, la possibilità che all'85% di sangiovese possano concorrere fino ad un massimo del 15% altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione per la Regione Emilia Romagna.

Dodici le aziende in degustazione in rappresentanza delle varie sottozone indicate nel disciplinare (unica eccezione il Cesenate di cui non ci sono stati forniti i vini):

Azienda Agricola Stefano Berti
Sangiovese di Romagna 2011 “Bartimeo”
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Calisto”
Sangiovese di Romagna sup. 2010 “Ravaudo”

Azienda Agricola Marta Valpiani
Sangiovese di Romagna sup. 2010 “Castrum Castrocari”
Sangiovese di Forlì 2011
Sangiovese di Forlì 2009 vendemmia tardiva “Castrum Castrocari”

Azienda Agricola Villa Papiano
Sangiovese di Romagna sup. 2011 “Le Papesse di Papiano”
Sangiovese di Romagna 2010 riserva “I Probi di Papiano”

Azienda Agricola Costa Archi
Sangiovese di Romagna 2011 “Assiolo”
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Monte Brullo”

Azienda Agricola Gabellini
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “P. Onorii”
Sangiovese di Romagna sup. 2011 “Il Colombarone”

Azienda Agricola Giovanna Madonia
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Ombroso”
Sangiovese di Romagna sup. 2011 “Fermavento”

Azienda Agricola Cà di Sopra
Sangiovese di Romagna sup. 2010 riserva “Cadisopra”
Sangiovese di Romagna sup. 2011 riserva “Crepe”

Azienda Agricola Casetto dei Mandorli
Sangiovese di Romagna 2010 riserva “Vigna del Generale”

Azienda Agricola Drei Donà Tenuta La Palazza
Sangiovese di Romagna sup. 2008 riserva “Pruno”

Tenimenti S. Martino
Sangiovese di Romagna 2010 riserva “Torre – Vigna 1922”

Azienda Agricola Tre Monti
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Thea”

Azienda Agricola Vigne dei Boschi
VDT “Poggio Tura”

La degustazione, devo essere onesto, è stata lunga e certamente non facile visto che, tirando le somme e con le dovute cautele, ho apprezzato solo cinque vini su ventuno e, di questi, solo uno ha preso un punteggio di 86/100. Gli altri, purtroppo, sono dietro, oppure quel giorno non li ho capiti io.
Le cause sono tante ma, in generale, ho notato che molti Romagna Sangiovese peccano di abbondanza di alcol, scarsa acidità (vabbè questo magari è il territorio) e un uso non proprio felice del legno piccolo che spesso dona al vino un eccesso di amaro abbastanza sgradevole al palato. Poi, in ultimo, ci sono i vini della serie "ma che li fai uscire a fare" ma quello è un discorso a parte...



Nella Top 5 di Percorsi di Vino metterei:

Azienda Agricola Stefano Berti - Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Calisto”: gli altri due vini in degustazione non mi hanno particolarmente colpito ma questo Romagna Sangiovese Riserva (90% sangiovese e 10% cabernet sauvignon) si fa apprezzare per un frutto deciso seguito da toni speziati e da una bocca abbastanza equilibrata che forse paga pegno in un finale caldo, deciso ma un pò troppo amarognolo. La materia c'è eccome, bisogna cercare di esaltarla al meglio.


Azienda Agricola Marta Valpiani - Sangiovese di Romagna sup. 2010 “Castrum Castrocari”: ho conosciuto i loro vini due anni fa durante un curioso tasting panel e, devo dire, che i suoi vini, prodotti assieme ad Elisa Mazzavillani, stanno assumendo uno stile ben definito caratterizzato da sentori di frutta rossa croccante, fiori rossi, terra e cola. La bocca è estremamente equilibrata e ben disegnata. Chiusura sapida, calda. 

Azienda Agricola Costa Archi Sangiovese di Romagna 2011 “Assiolo”: il fratellino "piccolo" del "Monte Brullo" riesce ad incantare (quasi) tutti per una maggiore complessità olfattiva giocata su richiami di ciliegia, rosa canina, pizzico di china in una cornice balsamica e minerale. Bocca intrigante, tesa, convince il tannino e la progressione. Persistenza lunga e sapida. Il Monte Brullo 2009 è più profondo e austero ma avrà bisogno di bottiglia per sprigionare tutto il suo valore.



Azienda Agricola Drei Donà Tenuta La Palazza - Sangiovese di Romagna sup. 2008 riserva “Pruno”: il sangiovese più blasonato di Romagna fa la sua sporca figura e si fa apprezzare per una sensazioni scure, profonde, di prugna secca, humus, dattero, viola macerata. Bocca di impatto, progressiva, di sostanza. Bernabei marca bene il vino.


Azienda Agricola Vigne dei Boschi VDT “Poggio Tura”: l'ultimo vino in batteria, da agricoltura biodinamica, è prodotto da Paolo Babini nella zona di Brisighella. Nonostante sia un vino da tavola molti sono rimasti entusiasti di questo Sangiovese che, rispetto alla media generale, è risultato dotato di grande freschezza (le vigne sono a 450 metri s.l.m.), solare, dinamico con un palato la cui struttura, per una volta, ben sostenuta da acidità e sapidità. Ha ancora un tannino ruvido ma se il tempo farà la sua parte avremo in futuro un bel cavallo di razza. Produttore da segnare in agenda.




Gianfranco Fino e il Rosé Pas Dosé "Simona Natale" 2009

La presentazione ufficiale è stata fatta poco tempo fa durante lo scorso Sangiovese Purosangue ma chi li conosce bene sa che da anni i coniugi fino avevano in mente di produrre un grande Metodo Classico pugliese. 
Loro, amanti sfegatati dello Champagne francese, stavano solo aspettando l'occasione giusta per dar vita al progetto che, come mi spiega la stessa Simona Natale, ha preso il via nel 2009, anno poco fortunato per il loro negroamaro:"in vasca lo Jo 2009 non aveva le caratteristiche necessarie per diventare grande come ce lo aspettiamo ma, sicuramente, aveva tutte le qualità in termini di struttura, colore e acidità per diventare un grande rosato. L'idea, come ti ho detto, era già nell'aria da tempo per cui, aggiungendo un pizzico di follia e con il conforto di Alessio Dorigo che ci ha spronati e consigliati, abbiamo realizzato con lo Jo 2009 non prodotto la nostra base spumante".

I Fino hanno fatto tutto in casa anche grazie alle conoscenze enologiche di Gianfranco che, fin dai tempi della scuola di agraria, è un grande studioso del mondo della spumantistica mondiale.

Il vino base, tecnicamente un  Rosé de Saigné, si ottiene con la macerazione e il contatto delle bucce da 36 a 48 ore prima della fermentazione. L dopo aver fatto fermentazione e malolattica in barrique usate, ha passato 44 mesi sui lieviti ed è stato sboccato a Settembre 2013.

Simona, porgendomi il calice, un pò emozionata, mi sussurra che questa è la sua pazzia e il suo sogno. Conoscendola non posso non crederle.

Il bellissimo colore dello spumante con Simona sullo...sfondo

Come possiamo vedere dalla foto il "Simona Natale" 2009 ha un colore davvero bello, un buccia di cipolla brillante con riflessi corallo che difficilmente ho potuto riscontrare in altri prodotti simili.

Il naso non tradisce l'anima del negroamaro di Manduria coltivato a poche centinaia di metri dal mare donando un naso mediterraneo incastonato all'interno di una cornice di pura mineralità. Gli aromi, infatti, evocano fragranze di corbezzolo, rosa canina, pompelmo rosa, succo di pomodoro, ginepro che, col passare del tempo, si aprono ad ulteriori sentori di polvere pirica, iodio e paprika.


All'assaggio rimango subito colpito per il finissimo perlage che rende il sorso fin da subito elegante e dalla grande cremosità. Tutto è in assoluto controllo, il contributo del legno è già perfettamente assimilato e le impressioni olfattive ritornano elegantemente anche se con meno intensità e vigore. Finissimo e quasi sussurrato è lo scatto finale, mantenuto teso grazie alla sapidità del vino che lascia impressa nel palato una scia di seta rosa intrisa di aria di mare. 

Ho la netta sensazione che questo spumante, così come accade per tutti i vini di Fino, debba ancora crescere, maturare col tempo. La strada è tracciata, il loro obiettivo è competere con i grandi Rosè della Champagne e non ho dubbi che, anche grazie all'esperienza di questo primo spumante, il  loro numero zero, l'obiettivo sarà perseguito in brevissimo tempo.

Non gli diciamo che già questo è un grande spumante italiano, altrimenti si montano la testa!

L'Orvieto DOC, un vino buono da scoprire. Certo, se fatto bene!

Orvieto, chi non la conosce? Le sue imponenti rupi di tufo, il magnifico Duomo, il Pozzo di San Patrizio, i colombari, l'Umbria Jazz Festival sono tutte parti di un mosaico a cui, spesso e volentieri, manca il tassello "vino di qualità" per essere veramente completo.
Infatti, l'immagine dell'Orvieto Doc è colpevolmente legata a vini di quantità, che definisco "da battaglia", che spesso e volentieri varcano i confini nazionali per invadere i mercati esteri che richiedono l'equazione errata grandi numeri=vino di territorio.
C'è un modo, invece, per comunicare che esiste una piccola percentuale di Orvieto Doc di grande qualità che nulla deve invidiare agli altri grandi bianchi italiani? Certo, mettere assieme Sergio Mottura, PalazzoneDecugnano dei Barbi, Barberani, Le Velette, senza dubbio i migliori produttori della denominazione, e creare una piccola verticale dei loro vini.


Foto: Lavinium

Prima di entrare nei particolari è opportuno capire come viene fatto l'Orvieto Doc. Il disciplinare di produzione, sottoposto negli anni a varie modifiche, ha riformato profondamente l'uvaggio tradizionale che vedeva il Procanico prevalente (dal 50% al 65%) con la presenza di Verdello (dal 15 al 25%), Grechetto, Drupeggio, Malvasia (dal 20 al 30%, di cui la Malvasia toscana non più del 20%). Oggi, infatti, i vini a denominazione di origine controllata “Orvieto” devono essere ottenuti da Trebbiano Toscano (Procanico) e Grechetto (minimo 60%) con un 40% massimo di altri vitigni di colore analogo.

L'area DOC dell'Orvieto è dunque suddivisa in Orvieto Classico, che copre la zona intorno alla Rupe e al suo circondario, e in Orvieto, che la completa a nord e a sud. Dalla vendemmia del 1997 è possibile produrre un Orvieto e un Orvieto Classico con la qualificazione "Superiore". Questo vino, che si ottiene grazie a una drastica diminuzione della produzione per ettaro (da 11 a 8 tonnellate) e a un contenuto alcolico minimo di 12% vol., può essere messo in commercio solo dopo il primo marzo dell'anno successivo alla vendemmia.

Le tipologie della DOC Orvieto, inclusa la sottozona Orvieto Classico sono: secco, abboccato, amabile, dolce, superiore e vendemmia tardiva.

Il wine tasting, organizzato presso la Rimessa Roscioli, prevedeva le degustazione di ben Orvieto Doc di varie annate, partendo dalla 2011 fino ad arrivare alla 2008.



Orvieto Classico Superiore "Lunato" 2011 - Tenuta Le Velette (Procanico 20%, Grechetto 40%, Malvasia 20, Verdello 15%, Drupeggio 5%): l'azienda storica della famiglia bottai ha vigneti che si estendono su terreni vulcanici per oltre 100 ettari sulla collina di fronte ad Orvieto. Il Lunato proviene da una porzione di 45 ettari chiamata Podere Belvedere dove sono presenti i vitigni più vecchi. Il vino è intensamente minerale, sapido e la sua durezza è corroborata solo in parte da una bella vena di frutta gialla croccante.. Sorso misurato, sottile, fresco e dalla persistenza calcarea. Vinificazione ed affinamento in acciaio.

Orvieto Tragugnano 2011 - Sergio Mottura (Procanico 50%, Verdello 25% e Grechetto 25%): questa azienda che si estende ai confini del Lazio non ha bisogno di molte presentazioni visto che il suo Grechetto in purezza che prende la forma del Poggio della Costa e del Latour a Civitella rappresenta il meglio della produzione nazionale. Il loro Tragugnano, selezione delle migliore proveniente dai loro vigneti nell'areale dell'Orvieto Doc, è un vino che rispetto al precedente ha un naso più complesso ed intenso dove spiccano le note di calcare, glicine, frutta bianca ed erbe di campo. Sorso ampio che riempie il palato di note minerali chiudendo lunghissimo su toni ammandorlati. Vinificazione ed affinamento in acciaio.



Orvieto Classico Superiore "Campo del Guardiano" 2011 - Palazzone (Procanico 50% Grechetto 30%,Verdello, Drupeggio e Malvasia il restante 20%): l'azienda della famiglia Dubini si estende per circa 25 ettari piantati su terreni collinari di origine sedimentaria e argillosa di Rocca Ripesena, con una vista emozionante sulla rupe di Orvieto. Il Campo del Guardiano rappresenta un vero e proprio Cru per l'azienda e, rispetto ai precedenti due vini, si presenta con un naso meno duro dove spiccano le note di fieno, agrumi, pesca, pera a cui solo in parte seguono note salmastre e di iodio. Bocca freschissima, diretta, avvolgente e di ottima persistenza sapida dove ritornano le note di gesso ed erbe di campo. Vinificazione in acciaio ed affinamento per 24 mesi in bottiglia.

Orvieto Classico Superiore "Il Bianco" 2011 - Decugnano dei Barbi (Grechetto 50%, Vermentino 20%, Procanico 20% e Chardonnay 10%) : appartenente alla famiglia Barbi, l'azienda si estende sui colli che dominano il Lago di Corbara per circa 32 ettari. Le vigne sono piantate su terreni di origine marina, ricchissimi di fossili. Questo vino, prodotto grazie all'ausilio di Cotarella,  ha un disegno olfattivo ancora giovane dove i ritorni iodati e salmastri sono ben evidenti assieme a sentori di frutta bianca, anice e biancospino. Sorso morbido, sinuoso, di grande avvolgenza ed equilibrio. Chiusura salata.  Vinificazione ed affinamento in acciaio.

Veniamo alla batteria dei 2010!

Orvieto Classico Superiore "Luigi e Giovanna" 2010 - Barberani (Grechetto, Trebbiano Procanico e Chardonnay): la famiglia Barberani da decenni ha impiantato vigneti sulle colline che dominano il lago di Corbara. Attualmente si estende per circa 100 ettari, di cui 55 a vigneto specializzato, su terreni vulcanici, sedimentari e calcareo-argillosi. Il vino, nato nel 2011 per celebrare il 50° anniversario dell'azienda, presenta all'interno dell'uvaggio una piccola percentuale di muffa nobile che inesorabilmente crea un profilo gusto-olfattivo di grande morbidezza e suadenza con ritorni di frutta matura ed erbe secche. La mineralità stavolta è più nascosta. Persistenza davvero impressionante.

Orvieto Tragugnano 2010 - Sergio Mottura (Procanico 50%, Verdello 25% e Grechetto 25%): rispetto al 2010, complice l'annata che dalle parti di Orvieto è stata meno equilibrata che in altre zone di Italia, è un vino più pronto, morbido, con frutta gialla in evidenza e mineralità rarefatta. Bocca di polpa e consistenza. Ottima la persistenza.

Orvieto Classico Superiore "Campo del Guardiano" 2010 -Palazzone (Procanico 50% Grechetto 30%, Verdello, Drupeggio e Malvasia il restante 20%): anche in questo caso il naso è un cesto di frutta gialla ed erbe aromatiche con sottofondo salmastro. Bocca che gode della solita grande sapidità e progressione da urlo.


Orvieto Classico Superiore "Il Bianco" 2010 - Decugnano dei Barbi (Grechetto 50%, Vermentino 20%, Procanico 20% e Chardonnay 10%) : naso che si fa più tenebroso del 2010, con aromi quasi di porto e frutta secca. Bocca di grande impatto, salata, iodata, dotata di tanta polpa e dinamicità. Deve ancora aprirsi, forse troppo giovane!



Veniamo alla batteria dei 2009!

Orvieto Classico Superiore "Luigi e Giovanna" 2009 - Barberani (Grechetto, Trebbiano Procanico e Chardonnay): l'ottima annata per tutta la denominazione si fa sentire immediatamente nel vino che diventa nobile, austero e dotate di grandissimo equilibrio ed intensità. La parte morbida data dalla botrite è totalmente integrata. Un sorso che in bocca spinge come un toro. Grande versione.

Orvieto Tragugnano 2009 - Sergio Mottura (Procanico 50%, Verdello 25% e Grechetto 25%): il naso del Tragugnano cangia e diventa floreale, l'Orvieto inizialmente odora di camomilla e glicine all'interno di un quadro dove la mineralità si fa più setosa e meno irruenta rispetto alla precedenti annate. Al sorso si conferma la grande eleganza e l'equilibrio del millesimo che chiude intenso, persistente su ritorni di erge e gesso. Grande bicchiere!

Orvieto Classico Superiore "Campo del Guardiano" 2009 -Palazzone (Procanico 50% Grechetto 30%, Verdello, Drupeggio e Malvasia il restante 20%): una versione granitica e solenne di questo Orvieto Doc Superiore che sembra irrorato di iodio e fa della durezza e della escalation gustativa il suo punto di forza. Ficcante come una lama nel burro, alla cieca potresti portarlo dalla parti di Vouvray!

Giovanni Dubini - Palazzone

Orvieto Classico Superiore "Il Bianco" 2009 - Decugnano dei Barbi (Grechetto 50%, Vermentino 20%, Procanico 20% e Chardonnay 10%): piccolo accenno di terziarizzazione nel vino che prende aromi quasi autunnali di nocciola, foglie secche, mela golden, fieno bagnato. Rispetto a tutti gli altri vini esce una inedita nota fumè. Bocca tridimensionale che riempi il palato e non lo lascia più. Persistenza record su ricordi di frutta secca e mineralità scura.

La batteria dei 2008 ha previsto solo due vini.

Orvieto Classico Superiore "Lunato" 2008- Tenuta Le Velette (Procanico 20%, Grechetto 40%, Malvasia 20, Verdello 15%, Drupeggio 5%): per la prima volta percepisco abbastanza bene note di evoluzione che vanno dal tostato al miele di castagno fino ad arrivare alla mela cotogna. Al sorso il vino spinge fino ad arrivare al centro bocca poi un pò si perde ma, nonostante tutto, chiude su una bella scia sapida.

Orvieto Classico Superiore "Luigi e Giovanna" 2008 - Barberani (Grechetto, Trebbiano Procanico e Chardonnay): la lieve punta di muffa nobile in questa versione è ben evidenziata e, assieme ad una struttura di tutto rispetto, dà vita ad un vino di grande morbidezza e sensualità dove spiccano anche cenni aromatici di curcuma e zafferano avvolti in una cornice di odori di affumicatura. Bocca da vecchio Silex, molto più dritta e verticale rispetto al naso. Ha ancora tanto da dire questo vino. Da tenere e servire tra cinque anni almeno!



Chiudo questo post ringraziando i produttori che mi hanno invitato a questo interessantissimo wine tasting che pone in risalto una denominazione da scoprire se il prodotto viene da vignaiolo che hanno a cuore il territorio e le sue potenzialità. L'Orvieto DOC è un vino con una sua anima, di grande freschezza in alcuni casi, sapida in altri, che ad oggi può tranquillamente inserirsi nella short list dei grandi vini bianchi italiani, anche da invecchiamento. L'importante è crederci e rimanere uniti come adesso. 

Line Up orvietana


Sangiovese Purosangue: consigli per gli acquisti

Si è conclusa domenica scorsa la due giorni di Sangiovese Purosangue - Vini e Vignaioli di Italia organizzata come al solito magistralmente da Davide Bonucci (Enoclub Siena) e Marco Cum (Riserva Grande). 
Le 90 le aziende presenti, spesso riunite in Consorzi di territorio, hanno creato un'offerta sangiovesista di qualità difficile da trovare in altri contesti. 
Io, che sono curioso come una scimmia, stavolta ho cercato di evitare il più possibile di degustare i soliti grandi nomi puntando verso aziende e territori non sempre alla luce della ribalta.
Prendete, ad esempio, il territorio di San Minitato, a metà strada tra Pisa e Firenze, zona di Chianti (non Classico) e di pellegrinaggi visto che la Via Francigena passava proprio sopra l'azienda Pietro Beconcini  che durante la manifestazione presentava un'interessante gamma di vini. Vigneti di sangiovese (due cloni selezionati col tempo da Leonardo Beconcini) piantati su terreni diarenaria ed argilla bianca intarsiati da fossili di origine marina di età pliocenica danno vita ad un Chianti Riserva 2010 molto rigoroso ed austero che presenta un ventaglio aromatico tra la mineralità bianca, la ciliegia, le spezie e la viola. Bocca su ampie volute sapide, fruttate e floreali.Matura per circa un anno in botti di rovere di Slavonia e dopo l’imbottigliamento affina fino ai 30 mesi prima di essere immesso in commercio. Piccola curiosità: Beconcini produce anche un tempranillo da vigne del 1920. Attenzione, il vino è molto meglio di quanto si possa credere. Da degustare senza pregiudizi!

Eva e Leonardo Beconcini

Cambiando territorio, anche se rimaniamo in Toscana, un'altra interessante scoperta è stata il Castello di Ripa d'Orcia che presentava ben 5 rossi. Tra i vari sangiovese presenti mi ha colpito soprattutto il Ripagrande 2011, un IGT a base sangiovese che fa della freschezza e della grande facilità di beva il suo punto di forza. Al naso dominano le note di lampone, ciliegia, fragola e rosa, mentre in bocca è perfettamente equilibrato e di buona lunghezza. A 5 euro rappresenta un vino dal rapporto q/p commovente. E questo, signori, è solo il base dell'azienda che poi si fa molto apprezzare con i suoi sangiovese in purezze come il Terre di Sotto Riserva 2011 e, sicuramente, il Terre di Sotto 2008 che fa della brillantezza la sua arma vincente.


Accanto al banco del Castello di Ripa d'Orcia mi attendeva Gregorio Galli di Palazzo Piero che dal 2006, tre anni aver impiantato i nuovi vigneti di famiglia un tempo estirpati per far posto a mais e grano, ha iniziato una nuova avventura all'interno di un territorio, come quello di Sarteano, legato a terreni ripidi e sassosi. "Negli anni ci siamo pian piano emancipati dai cattivi maestri e da vecchie abitudini, giocando in vigneto (inerbimenti, bando di diserbanti e disseccanti, ecc.) e in cantina, convertendoci sempre più a una vinificazione naturale". Gregorio pronuncia queste parole con grande orgoglio mentre mi versa il suo rosato, il Mustiola 2012, fresco e per nulla scontato. Ma, a Sangiovese Purosangue, non potevo non bere il Purneaia 2011, vino a fermentazione spontanea con minima presenza di solforosa che dopo una lunga macerazione sulle bucce e, durante l'inverno, sulle fecce, viene passato in barrique di secondo passaggio per un periodo variabile tra sei e dodici mesi prima di essere imbottigliato. Il risultato è un vino ancora giovanissimo, vibrante, succulento, dalla grande carica fruttata che, a mio avviso, dovrà ancora affinare in bottiglia per dare il meglio di sè. 


Pochi centimetri e ti ritrovi davanti a quel grande vignaiolo che prende il nome di Paolo Cianferoni, deus ex machina di Caparsa, che presentava in anteprima i suoi due vini: Caparsino Riserva 2010 e Doccio a Matteo 2011. Entrambi, in bottiglia da pochissimo, sono esattamente come Paolo, estroversi, vigorosi, eclettici, con il primo leggermente più profondo e filosofeggiante, mentre il secondo è ancora invaso da irrequietezza giovanile e tannini graffiante. Il Cianferoni è uno delle grande espressioni di Radda in Chianti, "sottozona" del Chianti Classico che amo alla follia per cui, fidatevi, prendete questi due vini e teneteli buoni in cantina. Tra cinque/sei anni vi daranno soddisfazioni inattese.


Grazie a Luciano Ciolfi, per un giorno non in veste di produttore di ottimo Brunello di Montalcino, ho conosciuto anche il sangiovese di Montepulciano di Contucci presente alla manifestazione col suo Rosso di Montepulciano 2012, fresco e di grande beva, con il Vino Nobile di Montepulciano 2011, dinamico ed equilibrato, con i due Cru Mulinvecchio e Pietra Rossa 2009, fieri ed austeri come le vecchie botti di rovere in cui affinano, e la Riserva 2009 che rispetto ai precedenti si segnala per una maggiore progressione e profondità degustativa. In generale i vini di Contucci rappresentano tutto ciò che vorrei nel Prugnolo Gentile di Montepulciano e che spesso, tranne rare eccezioni, non riesco mai a trovare causa uso del legno piccolo molto "parkeriano". Contucci è un'azienda storica, tradizionale che, grazie a Dio, mantiene certi valori. Grazie!


Passando tra i banchi del Romagna Sangiovese, il mio calice si è soffermato al banco dei BioVitiCultori ben rappresentati da Paolo Babini di Vigne dei Boschi ed Emilio Placci de Il Pratello. Entrambi mi hanno colpito per una peculiarità: la freschezza del loro vino! Sia Paolo che Emilio, infatti, hanno piantato vigne situate mediamente tra i 400 e i 600 metri di altezza e se il Poggio Tura 2009 di Vigne dei Boschi è vibrante, balsamico e con tratti floreali, il Mantignano 2004 di Placci ci fa capire come evolve egregiamente un Sangiovese di Romagna di grande struttura se adeguatamente accompagnato da una palpitante vena acido/sapida. Due punti di riferimento da segnare!

Paolo Babini
Mantignano 2004 Il Pratello
Ah, se volete sapere qual'è stato il miglior vino degustato durante Sangiovese Purosangue la risposta è la seguente:


Questione di testa e di cuore!

Il Carema Riserva della Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema: emozioni dall'Alto Piemonte

Adoro il Carema e mi ricordo come fosse ieri quando Maurizio Gily all'interno del Salotto di Wineup, mi fece degustare per la prima volta una mini verticale di questo splendido nebbiolo dell'Alto Piemonte. Scrivendo le note di degustazione della verticale che ho organizzato a Roma poco tempo fa non ho avuto alcuna esitazione a chiedere allo stesso Gily di scrivermi una piccola prefazione all'articolo. Pensieri di pura passione che con grande orgoglio riporto:

CAREMA, GRIDO DI PIETRA

Il titolo del film di Werner Herzog mi sovviene quando cammino tra i vigneti di Carema, al cospetto delle  falesie granitiche che formano i pilastri di ingresso della Val d’Aosta .  Pochi altri posti mi danno la stessa emozione. I terrazzi in pietra sono collegati da scalette, sempre in pietra, una minima parte delle pergole di Carema sono accessibili con piccoli trattori o motocoltivatori, per il resto tutto si fa a mano. La falce, o al massimo il decespugliatore, la pompa a spalle per i trattamenti, cassette per la vendemmia, da spalleggiare fino alla prima strada. Non c’è prezzo per la fatica dei vignaioli di Carema, in un mondo che ha quasi abolito la fatica. E alla fatica non si dà il giusto valore, perché il Carema costa troppo poco rispetto alla sua qualità e alla fatica che costa produrlo. Infatti la superficie si è ridotta a meno di trenta ettari e l’abbandono purtroppo continua, solo frenato, ultimamente, dalla crisi economica e da un aumento, sia pure insufficiente, del valore del vino.
Ogni terroir da vino è unico, ma alcuni sono più unici degli altri, e Carema è uno di questi. Ne esce un Nebbiolo granitico, luciferino, che non si concede alla prima annusata e al primo sorso, un’amicizia che va conquistata e poi dura per sempre. I vini di Carema sono sempre stati buoni e originali, ma ultimamente si sono perfezionate le tecniche ed eliminati i difetti e gli spigoli troppo vini, rendendo il Carema un vero campione. Restando però molto lontani da un’enologia interventista, da vino “fatto in cantina”. Il Carema lo fanno sempre la pietra, la luce limpida, il vento e la fatica.

Maurizio Gily


Il Carema Doc nasce sulle rocce moreniche al confine con la Val d’Aosta da due varietà di nebbiolo: Picutener e Pugnet,. La coltura di produzione è stata sviluppata caparbiamente nel tempo sulle pendici del monte Maletto tra i 350 e 700 metri di altitudine, grazie a un duro lavoro di terrazzamento a secco.

La forma di allevamento locale è la pergola, denominata topia in dialetto locale, particolarmente suggestiva per la presenza di sostegni di pietra dalla forma tronco-conica, i “pilun” in dialetto, utilizzati anche come accumulatori di calore da rilasciare lentamente durante la notte. Stesso ruolo di accumulatore di calore è svolto dalla pietra usata per costruire i terrazzamenti, un po' come accade anche in Valtellina. 

Forma di allevamento e..pilun. Foto: www.vinantico.eu  
Rende l'idea? Foto:http://www.caremadoc.it/
Tutte le fasi di vinificazione, conservazione e invecchiamento sono effettuate nella zona di produzione comprendente l'intero comune di Carema e nella frazione Ivery del comune di Pont Saint Martin. L'affinamento minimo del Carema è di 24 mesi, 12 dei quali in botti di rovere o castagno della capacità massima di 40 ettolitri (nella versione Riserva l'affinamento dura almeno 36 mesi, 12 dei quali in legno).

Tra i produttori di riferimento, oltre a Ferrando, c'è la Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema, fondata dal 1960 da  un gruppo di dieci agricoltori e che oggi è diventata una splendida realtà cooperativa formata da circa 80 soci, tutti produttori part-time di oltre 60 anni di età, che ancora oggi lottano per coltivare il loro fazzoletto di vigna che, è bene dirlo, senza di loro andrebbe persa. Forse per sempre.

Grazie all'aiuto Viviano Gassino, Presidente della Cantina, assieme ad un manipolo di amici appassionati abbiamo degustato una splendida verticale del Carema Riserva che la Cantina sottopone ad un periodo di invecchiamento non inferiore a 4 anni di cui almeno 30 mesi in botti di legno grande ed un anno di affinamento in bottiglia.


Le annate in degustazione sono: 1989, 2000, 2003, 2006, 2008 e 2009.

Carema Riserva 1989: nutrivano grandi speranze relativamente a questa annata che, leggendo un pò in Rete, aveva riservato molte emozioni a chi lo aveva bevuta prima di noi. Purtroppo ogni speranza si è subito affievolita quando ho versato il nebbiolo che, cromaticamente, aveva una vivacità di colore pari ad un cielo invernale. Al naso, la conferma. Gli odori era tipici di un nebbiolo stanco a cui davi, purtroppo, un'età maggiore rispetto ai suoi.....primi 25 anni. Un tappeto aromatico autunnale caratterizzato da funghi, tartufi, foglie secche ed humus. La frutta e i fiori rossi, squillanti, sono solo un lontano ricordo e prendono la forma di quei diari adolescenziali che ogni tanto tiriamo fuori dal cassetto per comprendere come eravamo e dove siamo andati. Al sorso il Carema tira fuori le unghie e ti aspetta in perfetto equilibrio con l'eleganza di una vecchia signora agghindata per andare alla prima di un'opera lirica. Finale di erbe medicinali, composto e non lunghissimo.

Carema Riserva 2000: sono passati undici anni ma, come spesso si dice, un pò retoricamente, sembra passata un'eternità dal precedente Carema. Motivo? In questo nebbiolo dell'Alto Piemonte ritrovo tutti i caratteri che mi hanno fatto innamorare di questo vino, è un ritorno al primo amore che, evviva i luoghi comuni, non si scorda mai. Al naso è ha una leggiadria ed una vezzosità che non ambisce a stupire, con calma si apre in un ventaglio di profumi floreali che vanno dalla violetta alla genziana per poi alternarsi in soffuse sensazioni di frutta rossa ancora croccante circondate che fanno da contorno ad una balsamicità e ad una mineralità che col tempo si fanno sempre più presenti. Al gusto è rigoroso, ficcante come una lama appuntita, duro quanto la mineralità che sprigiona accerchiando il palato fornendo equilibrio e piacevolezza allo stato puro. L'archetipo del Carema che vorrei.



Carema Riserva 2003: prima di stappare la bottiglia tutti a storcere il naso, lo stereotipo della 2003 come annata calda da vini marmellata ovunque in Italia è difficile da distruggere nella mente delle persone. Già il Brunello di Montalcino Biondi Santi, ad esempio, ha dato prova contraria e, se posso, da oggi anche questo Carema Riserva viaggerà sulla stessa lunghezza d'onda. Rispetto al millesimo 2000 c'è molta più frutta, non rossa croccante, ma leggermente più nera, boschiva, perfettamente integra e succosa. Il lieve maggior apporto di alcol e morbidezza fruttata viene corroborato senza dubbio al sorso che esalta la componente dura del vino che rimane comunque integro, fresco, minerale e con quel tocco di solarità che, seppur non rendendolo di magnifica complessità, dona la giusta gradevolezza. Un'altra ottima e commovente interpretazione dell'annata c.d. calda.

Carema Riserva 2006: il millesimo più vivace, che qualcuno definirebbe "classico", regala un nebbiolo acuto e dinamico che non farei fatica, alla cieca, a riportare nella zona dell'Alto Piemonte. Il Carema, dal punto di vista aromatico, cambia continuamente nel bicchiere disegnando un piano cartesiano dove troviamo nelle ordinate la florealità rossa primaverile, nelle ascisse l'austera mineralità (scambiata quasi per tratto ematico). Questo vino però no, non si ferma qua e, non troppo sorprendentemente, aggiunte una terza dimensione che prende la forma della frutta agrumata e del melograno creando uno spazio euclideo del piacere che pochi vini sanno disegnare. Al sorso ha la giusta precisione ed intensità unità ad un corpo armonioso e solenne, soprattutto nel tannino fitto ma maturo. Chiusura di grande sobrietà ma lunga, persistente e sapida. Grande classe!


Foto: http://www.wine-searcher.com/

Carema Riserva 2008: probabilmente le note di degustazione che seguono fanno riferimento ad una bottiglia non troppo performante visto che, a sorpresa, ho trovato questo vino estremamente semplice, quasi rustico nel suo quadro olfattivo che, a parte qualche cenno floreale e balsamico, forniva intense sensazioni cosmetiche e di frutta estiva che nemmeno lontanamente potevano legare questo vino al vitigno nebbiolo. Anche al sorso è abbastanza banale, manca la solita profondità e l'ampiezza gustativa che rimane orfana delle durezze e dell'austerità del Carema. Almeno, del mio Carema. Riproverò a breve perchè sono sicuro che non può essere così!

Carema Riserva 2009: Wikipedia scrive che fin dall'antichità un modo per esternare la propria approvazione e il proprio consenso. Già gli antichi romani lo facevano nelle arene producendo un suono secco e forte che solitamente, unito a quello di altre persone, risulta simile a uno scroscio. Nell'antica Mesopotamia, invece, venivano utilizzati per coprire le grida delle vittime sacrificali durante i riti religiosi. Oggi, invece, lo si produce al termine di spettacoli, concerti, recite teatrali, anche "a scena aperta" (a seguito di battute particolarmente divertenti e consone alla situazione), o con momenti di eventi sportivi nei quali si vuole sottolineare la bravura del campione per il quale si fa il tifo. 
Si chiama APPLAUSO , lo stesso che io faccio virtualmente agli 81 soci della cooperativa che da anni si sbattono per tutelare un pezzo un territorio unico e che,  in questa annata, l'ultima in commercio, ci regalano un vino a cui batto le mani per il suo essere cristallino e rilucente come il più prezioso dei diamanti. Un Carema che è tutto terroir, che al sorso sviscera durezza e severità piemontese e un allungo minerale che solo un grandissimo nebbiolo può donare. 

Signori, standing ovation!