Pensieri di Agosto: la bruttezza delle etichette del vino

Continua il viaggio di Percorsi di Vino alla scoperta delle più originali etichette di vino.
 
Non vi aspettate stavolta nulla di simile a quanto abbiamo visto per Château Mouton Rothschild, oggi ho deciso di fare un passo indietro e pubblicare la TOP 5 delle peggiori etichette a livello internazionale (per l’Italia faremo un discorso a parte). 

Al primo  posto metterei questa:


E’ l’etichetta di un merlot della Romania prodotto dalla Vampire Wine. Esaminando il sito non possiamo che complimentarci anche per le altre bottiglie prodotte. In particolare meriterebbe una degustazione la Dracola…

Dracola
Al secondo posto mettiamo l’etichetta di un tempranillo spagnolo, distribuito dalla catena di supermercati Sainsbury's, sopra la quale è stata stampata la ricetta del pollo alla castigliana con paprika. Volete abbinarlo o no questo vino??!?!?!?!?

Etichetta Avanti

Etichetta dietro

Al terzo posto un’etichetta macabra di un’altra azienda californiana.


Se notate bene c’è una tigre che si lecca le labbra e per terra c’è il taccuino degli appunti e il cappello della persona che è stata mangiata dalla tigre. Da rimarcare anche la scritta “Bloody Good White”.

Al quarto posto un’etichetta natalizia di un merlot californiano. Oh, poi non dite che non vi fornisco idee originali per le prossime feste:


Al quinto posto, last but not the least, la “famosa” Fat Bastard Wine Company vi propone l’etichetta del suo chardonnay. Tutto un programma a cominciare dal nome, no?



Fuori concorso questo Sangiovese californiano dal nome Cane Felice…….


Dom Perignon, 300 anni dopo


Era il 1668 quando ad un fraticello astemio di nome Dom Perignon, economo dell’abbazia di Hautviller, venne attribuito il più arduo dei compiti: togliere dai vini della Champagne le bollicine, apparente difetto che li rendeva fuori moda e scarsamente apprezzati dall’alta aristocrazia francese che preferiva molto di più i vini fermi della Borgogna. 
Sembra strano ma è così, ai francesi non piaceva lo Champagne così come lo conosciamo noi, ci volle un po’ di tempo e la volontà di Luigi XIV di copiare i “vini frizzanti” dell’alta società inglese ai tempi di Carlo II, per far cambiare rotta al lavoro del frate permettendogli finalmente di dar vita a quel vino che gli fece esclamare davanti a tutti gli altri monaci: «Venite presto, fratelli, sto bevendo le stelle.


Colmo di gioia, il cellérier dell’abbazia cominciò a fare esperimenti di vinificazione fino a che, da gran conoscitore di uve e terroir qual’era, non si inventò la prima cuvèe andando a mescolare più vini base derivati da diversi vitigni, vigneti e annate al fine di creare un nuovo vino che sia superiore a ognuno dei suoi componenti. 
Chissà se, a quel tempo, poteva immaginarsi il futuro successo dello Champagne, chissà se ride o piange a vedere quaggiù schiere di sommelier decantare quella strana bottiglia che porta il suo nome, chissà se, trecento anni dopo, il Dom Perignon 1964 che ho nel bicchiere è minimamente simile a quello da lui “inventato”. Chissà.


Di certo il nostro fraticello non conosceva il biscotto Plasmon, il torroncino alle mandorle o la caramella mou, non poteva sapere che il suo vino invecchia bene, benissimo, fornendo emozioni a distanza di anni.  
on poteva sapere che mettendo il naso riesco a sentire il caffè, gli agrumi canditi, la frutta secca, il caramello e la pesca, sì la pesca, quello stesso frutto che, insieme alla cannella e all’acquavite “bruciata”, rappresentava la ricetta segreta, confidata in punto di morte al suo successore, per ottenere un grande Champagne. 


Bere questo 1964 non vuol dire solo appropriarsi di un tocco di storia del vino ma, soprattutto, far propri i sogni e le speranze di quel fraticello francese perché davvero, ancora dopo 300 anni, quelle bollicine mi hanno permesso, anche solo per un secondo, di poter vedere le stelle.

Letture di Agosto: il vino in Iraq

Interessante questo articolo scritto da Riccardo Lagorio che ci porta in Iraq dove, all'interno dei monasteri cristiani, si produce ottimo vino. Leggiamo questi splendidi appunti.

Probabilmente sono trascorsi 8000 anni da quando le popolazioni della Mesopotamia iniziarono a spremere uva, attendere un conveniente periodo per la fermentazione del mosto ed infine utilizzarne il risultato per cerimonie civili e religiose.

Nasceva così, grazie all’operosità di archetipi vignaioli, la cultura di uno dei prodotti più consumati al mondo, prendeva corpo il vino più antico al mondo, celebrato da assiri e hittiti. Malgrado i periodi bui di repressione cristiana – la più recente ha coinciso con il governo di Saddam Hussein, che mise al bando i costumi, finanche alimentari, della cittadinanza caldea e maronita del Kurdistan iracheno, che ha per capitale Erbil - sopravvive nei monasteri e nelle comunità cristiane l’usanza di produrre il vino.

Riccardo Lagorio
Se per i monasteri è quasi d’obbligo poter contare su un quantitativo ancorché minimo del prezioso liquido per celebrare il mistero dell’eucarestia; per i contadini è fonte di reddito integrativo alla frutta ed alla verdura che dalle colline prende la strada delle città.
Peraltro nelle scarse fonti letterarie del VII secolo, prima dell’avvento della religione islamica, c’è evidenza di diffuso consumo d’alcool nei territori musulmani al tempo di Maometto, prima che lo stesso le dichiarasse haram (tabù).

Accanto allo scritto di Al Bukhari che registra un elevato numero di bevande alcoliche presenti nella penisola arabica, il lavoro di Omar Ibn al Khattab descrive bevande ottenute fermentando uva, datteri, orzo, frumento o miele.

I villaggi di Dhok, Haudian, Diana e Sersenk, a circa 400 chilometri da Erbil, e di Koisangiak, a 200 chilometri dalla capitale, sono tra i maggiori centri produttori di vino mentre la scuola di Shaklawa, diretta da monaci e che dista meno di un’ora e mezza di strada da Erbil, si distingue per la lunga tradizione di produzione di vino, accertata da oltre cinquecento anni.
Si può affermare senza errore che i maggiori produttori di vino in Iraq e in Mesopotamia sono proprio i monaci che vivono nei monasteri ed utilizzano il vino anche come strumento di ospitalità ai visitatori.

Akram Sliwa Sheer conduce uno dei tanti negozietti di alcolici che si possono trovare nel quartiere di Ankawa vicino alla chiesa dedicata a San Giuseppe, ma soprattutto intrattiene regolari rapporti con i piccolissimi produttori di vino delle colline anche grazie all’esperienza pastorale del fratello nel monastero di Shaklawa.

Sono gli stessi cittadini a volere aperti i loro negozi tradizionali. In quest’area di Erbil, dove vivono perlopiù cristiani, si sono sempre venduti alcolici – dice - il governo attuale ci ha dato la possibilità di mantenere i nostri negozi; anzi stanno nascendo dei pub dove possiamo ritrovarci senza nessun pericolo perché i potenziali contestatori non hanno accesso”.
Nel suo negozio, come negli altri negozi della città che vendono alcolici, non è possibile trovare in vendita vino iracheno, ma dopo una amichevole chiacchierata Akram non esita a offrire tre tipologie di vino rosso che proviene dal nord del Paese.

Non è data sapere la varietà di uva utilizzata, ma solo che si tratta di black grapes, uva nera. Esiste un’altra tipologia di uva (il termine varietà sarebbe in questo caso troppo… sofisticato) denominata king grapes, che ha bisogno di più lavoro per crescere e con quella, dice, si produce pochissimo vino.

Momento di degustazione
 Alle temperature estive che sfiorano i 50 gradi l’uva ottiene un elevato grado zuccherino. I vini sono presentati in improbabili bottiglie, usate originariamente per contenere arak od ouzo greco, whisky o altro ancora, chiuse ermeticamente da tappi a vite.

Il primo che è stato per così dire stappato proviene dalle uve dell’orto del monastero di San Mattia a Bahshika, nel nord dell’Iraq.
Porta colore rosso intenso con riflessi mattonati, piacevolmente speziato di cannella e noce moscata al naso, alla bocca è vigoroso, imponente, piacevolmente grondante di susina appassita e lampone.

Il vino del secondo bicchiere è dell’orto della chiesa di Alkosh, all’interno della zona protetta di Ninive.
Il liquido è denso, seducente, dal colore rosso intenso inaccessibile quasi. Ha poco più di un anno di vita.
L’olfatto è impressionato dal profumo di nocciola e frutta secca, scorgo un vago aroma di pepe e rosa che si dilata in bocca, la corteggia, la conquista, la penetra con ruvida grazia.
Il gusto è lungo, infinito, di elevata alcolicità ammorbidita dal grado zuccherino.

Il terzo vino proviene dalle campagne di Shaklawa; ha cinque anni ed è considerato da Akram un vino prezioso.
Il colore è ambra, sul fondo della bottiglia si scorgono sedimenti. Il naso percepisce le note alcoliche amplificate poiché manca del tutto della armonia dei precedenti bicchieri.
Si distingue per l’abboccato secco e le evidenti note alcoliche che lungi dall’essere stucchevoli conquistano per semplicità e compostezza.

Malgrado la piacevolezza dei vini, stiano tranquilli i vignaioli italici: non potranno mai temere la concorrenza dei monaci iracheni sotto il profilo commerciale.
Tuttavia questi elaborati enoici sono un appuntamento culturale imperdibile per raccontare la storia e la vita attuale delle comunità cristiane del Kurdistan iracheno, un orgoglioso drappo sventolato per esibire la propria tormentata appartenenza religiosa.

Pensieri di Agosto: Marco Caprai e la crisi del Sagrantino di Montefalco


Marco Caprai
Marco Caprai usa l'ironia per spiegare la crisi profonda del settore vitivinicolo umbro. L'inventore del Sagrantino usa una frase cara a Tomasi di Lampedusa, principe di Salina per fotografare il momento:
"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi."

Ma che c'azzecca il Gattopardo col vino umbro?

"Qui da noi in questi anni tutti hanno pensato che solo cambiando i presidenti di vari consorzi presenti sul territorio si potesse reggere l'urto della crisi e ridare fiato ad un settore che continua a vivere un momento difficile. Ho usato l'ironia per spiegare la crisi che questo settore così importante per l'Umbria sta vivendo. Il territorio non attrae più perché in questi anni la politica non è riuscita a vendere il prodotto "vino umbro". Non c'è stato un progetto unico, non c'è stata una campagna pubblicitaria in grado di vendere il sistema Umbria nel suo insieme. I singoli produttori sono stati lasciati soli a vendere il loro prodotto, in una guerra tra poveri che non ha portato da nessuna parte."

Marco Caprai è duro:

"i presidenti dei consorzi cadono come birilli, qualche consorziato esce e la macchina va avanti convinta che i problemi non ci sono o se ci sono basta un cambio di presidenza per risolverli."

Ma allora che fare? Qual è la via maestra per promuovere il vino umbro?

"La via maestra è promuovere il vino umbro, appunto. Non il singolo vino. Per esempio Sagrantino, Grechetto o Orvieto. É qui che la politica ha fallito. L'America investe sul vino californiano, la Francia sul Bourdeaux. Territori vastissimi che presentano una serie di vini pregiati promossi all'interno di un progetto unico complessivo. Noi invece ci presentiamo alle fiere nazionali e internazionali con singole etichette che se riescono a far colpo è solo per una botta di fortuna, non per un progetto alle spalle. É la guerra dei poveri insomma."

Caprai entra poi nello specifico.

"a Montefalco, la metto sul paradosso, la piglio a ridere per non piangere: siamo in mano a una politica gattopardesca che spera attraverso l'erga omnes, cioè l'imposizione a tutti i produttori delle regole e dei controlli indipendentemente che siano o meno soci del consorzio - di tappare i buchi di bilancio e di evitare di dare troppe spiegazioni."

Ma così, sottolinea Caprai, non si può andare avanti.

"Serve un colpo di reni, serve un azzeramento della situazione, ma se a Montefalco "governano" i Gattopardi il cambiamento non ci sarà e la crisi diverrà irreversibile. Le responsabilità ricadranno sugli autori di questo disastro dal quale né le istanze di governo locale né la Regione Umbria possono chiamarsi fuori, ma i danni li pagheremo tutti. 
É auspicabile arrivare a una politica seria del settore in grado di vendere e promuovere l'Umbria come sistema complessivo. In questi anni la Regione ha speso sul vino tanti soldi ma senza criterio, senza una strategia. Serve una logica d'impresa, diminuire per esempio le produzioni e le rese, dare garanzie di restare sul mercato a chi ha investito, puntare sulla qualità. 
Spendere meno ma su progetti precisi, misurati. Gli operatori non possono essere lasciati soli, serve una politica seria, vera di supporto. Ai consorzi in questi anni è stato detto "armatevi e partite", ma divisi non si fa sistema. 
Faccio un esempio di come la politica abbia fallito. Ultimamente un milione e 800mila euro di fondi "ocm" riservati al vino sono ritornati indietro perché è stata sbagliata la programmazione"


Pensieri di Agosto: le mie alternative al vino monodose


Premessa: non mi sono fissato col vino monodose e non sto facendo una campagna contro la aziende che producono prodotti di questo tipo anche perché, in alcuni casi, hanno una funzionalità che difficilmente la singola bottiglia può sopperire. 

Detto questo, ed essendo un fautore del vino sfuso di qualità, sto cercando di capire, in base alle mie esigenze di consumatore appassionato, come soddisfare la mia esigenza di bere un solo bicchiere di vino. 

Se sto a casa non ho dubbi, apro una bottiglia decente, verso un bicchiere di vino e per non far ossidare quello che rimane utilizzo la “pompetta salvavino” che metterà il prezioso nettare sottovuoto e, quindi, al riparo dall’ossigeno. 

Pompetta Salvavino
Se sono in centro città preferisco, anziché scartare una confezione di merlot delle Venezie di chissachì, entrare in una enoteca o wine bar e farmi versare un bicchiere di vino del quale almeno conosco produttore e annata. 

Wine Bar
Ma se sono fuori città, magari in campagna o al mare, come posso soddisfare il mio desiderio? 

Portandomi vino monodose oppure, ed ecco la lampadina, usando la Bag-In-Box “modificata”. 

Il sistema Bag-in-Box, inventato per la prima volta nel 1955 da William R. Scholle per trasportare gli acidi della batterie scariche,  è costituito in una sacca in plastica alimentare dilatabile ed elastica, provvista di uno speciale rubinetto di spillatura, che viene inserita all’interno di una scatola di cartone variamente personalizzabile. Questo tipo di imballo permette di spillare il vino un po’ alla volta, mentre la sacca si restringe senza che si creino all’interno bolle d’aria. In tal modo il vino è al sicuro dall’ossigeno e si conserva bene anche per molti giorni dopo l’apertura della confezione. In Italia lo conosciamo grazie a Ronco o Tavernello. 

Il sistema Bag-In-Box
L’idea che avevo in mente non era però un contenitore di cartone rigido ma qualcosa di più flessibile e trasportabile e, comunque,  meno ingombrante. Forse, e dico forse, quello che cercavo si è concretizzato con questo modello di packaging. 

La sudafricana “The Company of Wine People” ha messo in commercio una specie di sacchetto da due litri, simile a quello per la ricarica dei saponi, contenente vino bianco, rosè o rosso della gamma Versus. 



Perché l’idea mi piace e può rappresentare un buon punto di partenza?

Per varie ragioni: è lo stesso produttore che confeziona il suo vino, non ci sono intermediari e i prezzi sono più contenuti. 
Altro vantaggio: essendo comoda da trasportare, anche se meno leggera della confezione monodose, la “busta” può essere utilizzata per soddisfare sia l’esigenza di un singolo utente, ovvero bersi solo un bicchiere di vino, sia di più persone che dovranno fare a meno di portarsi molteplici confezioni singole risparmiando, sicuramente, anche bei soldini. 

Ho qualche dubbio sulla conservazione anche se, essendo flessibile al 100%, potremmo tenere lontana la confezione da fonti di luce e di calore usando pochissimo spazio (utile in questo clima estivo la borsa frigo). 

Sottolineando col sangue che sto parlando di vino quotidiano da bere entro pochissimo tempo, quanto scritto sopra rappresenta per voi un vaneggiamento da calura estiva oppure qualcosa di buono c’è in questi pensieri di inizio Agosto?

Ho sognato la prossima vendemmia


Ho fatto un sogno.

Ho sognato che a cena accendevo la TV e mi ritrovavo il conduttore del telegiornale che parlava della prossima vendemmia.


Ho sognato delle immagini dove una persona senza volto parlava, parlava, parlava e concludeva il suo sermone dicendo che, se saremo fortunati, nel 2010 l'Italia tornerà ad essere il maggior produttore di vino al mondo scavalcando la Francia.

Ho sognato che il sosia di Bobby Solo parlasse subito dopo di export e di quanto fosse "fico" diventare i primi al mondo. Strani discorsi per uno che dovrebbe parlare di anni '60. Conoscete per caso un gruppo di quei tempi che si chiama "Assoenologi" capitanato da un certo Giuseppe Martelli?


Ho fatto un incubo, la vendemmia 2010 è stata catalogata come ottima.
Chi mi aiuta a svegliarmi?


Misurare l'alcol nel sangue con iPhone? Ora si può!


Il nostro peggior incubo da venerdì scorso di chiama Codice della Strada.
 

Le nuove norme, infatti,  non fanno sconti a nessuno, soprattutto per chi assume alcol, principale causa, insieme alla distrazione e alle droghe, degli incidenti mortali sulla strade italiane.  
In particolare le disposizioni appena varate prevedono un divieto assoluto di bere per i giovani che hanno la patente da meno di tre anni e per tutti coloro che lavorano al volante: autisti, tassisti, camionisti potranno essere licenziati per giusta causa se pizzicati “ubriachi” alla guida. 
 
Il disegno di legge si arricchisce anche di nuovi vincoli per i locali pubblici che avranno il divieto di vendita degli alcolici dalle tre alle sei di mattina, con deroghe solo per Ferragosto e Capodanno, unici giorni, aggiungo io, dove è possibile ubriacarsi legalmente di notte. Mah!
Il codice della strada non risparmia nemmeno i ristoranti che dovranno obbligatoriamente possedere un etilometro da mettere a disposizione dei clienti che vorranno testare, se lo vogliono, il loro grado alcolico prima di tornare a casa.

Tenere costantemente sotto controllo il nostro grado alcolemico è il nuovo diktat per tutti coloro che, per passione o per lavoro, bevono vino.
 
I più tecnologici possono soddisfare questa nuova esigenza tramite telefono. Avete capito bene. 
Da qualche tempo, infatti, i possessori di iPhone possono dotarsi di iBreath, un simpatico accessorio all’interno del quale dovremmo soffiare per capire, tramite il display del telefono al quale è collegato, se siamo o meno in grado di affrontare il ritorno a casa. 

iBreath
Se proprio non vogliamo spendere i 79 dollari per l’acquisto di iBreathe l’alternativa è quella di scaricare Buzz Buddy. Inserendo il proprio sesso, peso e scegliendo il tipo di bevande assunte ( birra, vino, cocktail o whisky.) il programma proporrà :
•    grafico in tempo reale della concentrazione di alcool nel sangue
•    allarme se la concentrazione supera lo 0.08%
•    visualizzazione di un pulsante per chiamare un taxi


Il prezzo è di 0,99 dollari nell’app store anche se la stima è non è certo accurata.