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Il Re dei vini dolci: il Vin Santo Avignonesi 1996

Qualcuno fa risalire il suo nome ad un frate francescano che nel 1348 curava le vittime della peste con un vino che era comunemente usato dai confratelli per celebrare messa e che qualcuno credeva avesse delle proprietà miracoloso. Qualcun altro ritiene che durante il Concilio di Firenze del 1439, il metropolita greco Giovanni Bessarione proclamò, mentre stava bevendo il vin pretto: "Questo è il vino di Xantos!", forse riferendosi ad un vino passito greco (un vino fatto con uva sultanina pressata) prodotto a Santorini. Per altri, invece, il riferimento è al suo ciclo produttivo, basato intorno alle feste religiose più importanti del calendario liturgico cristiano: alcuni spremono l’uva per i Santi, altri per Natale ed altri per Pasqua. Alcuni imbottigliano il Vinsanto in Novembre, mentre altri ad Aprile. In Trentino, ad esempio, presso il lago di Toblino, ancora oggi la tradizione vuole che l’attributo derivi dal periodo in cui, le uve appassite vengono pigiate, appunto durante la Settimana Santa. Anche se le origini del Vin Santo sono ancora cotnroverse, al giorno d’oggi, invece, qualche certezza ce l’abbiamo: bere il Vin Santo Avignonesi, uno dei migliore vini dolci al mondo, soprattutto nel millesimo 1990 che giudico una perla enologica mondiale.
L’amore di Avignonesi per il Vin Santo lo possiamo capire leggendo alcune righe del suo sito internet: il Vin Santo non è un mezzo per fare fatturato e soldi. Se sarà prodotto per questo scopo, quel Vin Santo non sarà mai grande. La qualità si trova in una dimensione diversa. Non importa quanto tempo occorra, quanta energia occorra, quanto denaro occorra. Quello che conta è la qualità, e basta. Più è difficile da raggiungere, più grande è la soddisfazione e, di regola, più grande è il risultato.
Oggi proverò a descrivere il Vin Santo Avignonesi, un prologo a quell’Occhio di Pernice che rappresenta, come ho già scritto, il miglior vino dolce italiano e, senza dubbio, uno dei migliori al mondo. Per produrre questo vini si usano due varietà di uva a bacca bianca: la Malvasia Toscana ed un Greco, detto "Pulce in culo", per un evidente puntino nero che presenta nella parte inferiore dell'acino. Dopo la raccolta i grappoli vengono portati nell'appassitoio per essere distesi in unico strato e non troppo fitti sopra cannicci disposti su vari piani e sorretti da castelli di legno. L'appassimento dura sei mesi, durante i quali l'uva non viene mai toccata per nessun motivo. Unica variante alle tecniche antiche, sicuramente migliorativa, è al momento della pressatura, con l'utilizzo di presse pneumatiche, che sono andate a sostituire i vecchi torchi a vite. La quantità di mosto che si ottiene non supera mai il quindici per cento dell'uva fresca e contiene una percentuale di zucchero altissima (dal 55 al 60 per cento). Dopo circa due mesi, al termine della naturale decantazione, il mosto viene messo nei caratelli, piccole botti generalmente di rovere di circa 50 litri. I caratelli non sono a perdere, come le barrique. Durano finché non evidenziano difetti di profumo e finché sono in grado di tenere. Questi vengono riempiti solo per nove decimi del loro volume, con due litri di madre e quarantatre di mosto. I caratelli vanno chiusi subito dopo il riempimento. Poi non si tocca più, per dieci anni finchè non arriva il giorno della loro apertura, di solito nel mese di maggio, a fine luna calante, quando il mosto nuovo si è sufficientemente pulito. Il risultato? Basta leggere più avanti…

Nel mio bicchiere ho il millesimo 1996, emozionante e promettente già dal colore e dalla densità, un testa di moro dalle mille nuance che ruota nel bicchiere con difficoltà, l’alcol, lo zucchero e tutte le altre componenti del vino si aggrappano al bordo del bicchiere lasciando archetti indelebili. Al naso è stupefacente, è quasi commoventi sentire un bouquet di profumi che minuto dopo minuto cambiano lasciandoci emozionati ricordi di quello passato. Frutta candita, frutta secca, tabacco, miele di castagno, cuoio, chiodi di garofano, china, legno di sandalo, mallo di noce, liquirizia, caramello e…mille altri. La bocca mantiene le promesse del naso, il vino entra ampio, ci invade il cavo orale con un equilibrio perfetto tra freschezza e dolcezza. Una volta deglutito il Vin Santo rimane nei nostri sensi per minuti, lunghissimi minuti di puro edonismo. Vin da meditazione assoluto. Cosa potrà essere a questo punto l’Occhio di Pernice?

Il Vin Santo 1999 di Villa Sant'Anna. Puro edonismo!

E' molto semplice parlare di Vin Santo toscano e riferirsi immediatamente all'eccellenza rappresentata dall'Occhio di Pernice Avignonesi. Meno facile, però, e forse più interessante, è parlare del Vin Santo di Villa Sant'Anna 1999, degustato durante una serata AIS a Roma, che per poco non mi faceva traballare dalla sedia per la sua carica emozionale.
Villa Sant'Anna è un'azienda toscana tutta al femminile dove la titolare, Simona Ruggeri Fabroni, nel nome di una secolare tradizione di famiglia continua a produrre vino aiutata dalle sue valenti figlie Anna e Margherita. Si è formato così un team di donne che con amore e competenza si dedicano costantemente al perfezionamento dei loro vini, impiantando nuovi vigneti ad alta densità per ettaro, rinnovando tempestivamente botti e barriques, riservando la massima diligenza alla cura delle centenarie cantine sotterranee della proprietà dove tutti i vini vengono invecchiati ed affinati a temperatura naturale.
Villa Sant'Anna produce tutti vini di territorio, dal Chianti dei Colli Senesi al Rosso di Montepulciano, dal Vino Nobile di Montepulciano (interessante mi dicono sia il Poldo) al Vin Santo che cercherò di descrivere in queste poche note.
Le migliori uve dell'azienda (40% Trebbiano, 40% Malvasia, 20% vitigno autoctono detto "Pulce in culo") vengono accuratamente selezionate e poi appassite naturalmente su stuoie in ambienti aerati; vengono quindi lavorate fino al raggiungimento della giusta maturazione zuccherina (normalmente a fine marzo dell'anno successivo). Il mosto fiore messo e sigillato con ceralacca in piccoli caratelli di una capacità massima di 80 litri, a contatto della madre, compie una lentissima fermentazione ed un affinamento che a Villa Sant'Anna viene protratto almeno per sette anni.
E nasce così il Vin Santo 1999, denso, viscoso e dal colore molto simile all'aceto balsamico. Al naso il vino esprime tutta la sua complessità e la sua finezza: tamarindo, giuggiole, uva sultanina, fico secco al forno, mallo di noce, nocciola, sono tutti i ricordi olfattivi che il Vin Santo ci trasmette grazie al lungo affinamento e alla maestria e l'amore con cui è stato vinificato ed...aspettato.
Al palato non si può notare il grande estratto e l'estremo equilibrio del vino che, sebbene abbia 16,5 gradi alcolici, scorre nella nostra gola senza alcun problema.
Vino certamente da meditazione da bere magari insieme ad un sigaro toscano. Puro edonismo!

Perle di Borgogna alla Mucca Golosa di Anguillara

La mia ragazza, una bella compagnia di amici “sbevazzoni”, un’ottima cucina e tutto il meglio che la Borgogna (tranne qualche “intruso”) può offrire, questi sono stati gli ingredienti della bella serata trascorsa venerdì scorso presso il ristorante “La Mucca Golosa” di Anguillara Sabazia, bellissimo paese affacciato sul lago di Bracciano, vicino Roma.
André Beaufort Ambonnay Grand Cru Brut 1989, Domaine Bonneau du Martray Corton Charlemagne 1996, Rossignol-Trapet Chambertin 2005, Domaine de la Romanee Conti La Tâche grand cru 2004, Barattieri Vin Santo di Albarola 1996 sono state le perle enologiche che hanno deliziato i nostri palati e che sono stati esaltati dall’ottima cucina del ristorante che, proprio per questa cena, ha studiato un menù ad hoc.
Pronti, via, e iniziamo con lo Champagne di Beaufort ottimamente abbinato al micro panino di trippa centopelli con fonduta di Raschera e polpettine di trippa fritte. Sarà stata l’alta temperatura di servizio che lo ha penalizzato, ma di certo questo Champagne è stato forse il “peggior” vino della serata o, meglio, è quello che ho meno apprezzato. Di un colore giallo dorato, quasi ambrato, al naso esprime note di cotognata, datteri, miele, nocciola e caramella mou. Nonostante l’età, al palato è ancora abbastanza fresco ed equilibrato anche se manca di potenza, caratteristica che ti fa gridare al miracolo quando magari bevi Krug di pari annata. Che abbia già scollinato?
Il Bonneau du Martray 1996, grande Chardonnay di Borgogna, ce lo servono mentre arriva un golosissimo risotto con Bettelmat e salame Strolghino. C’e chi sostiene che sia leggermente ossidato ma, per me il vino, nonostante gli apparenti “difetti” di gioventù, sembra godere di buona salute già dal colore, un bellissimo giallo dorato carico. Interessante l’olfattiva dove si gioca su toni di miele d’acacia, caramello, frutta matura e tanto tanto minerale (pietra bianca su tutti). Se cercate uno chardonnay dove la frutta tropicale la faccia da padrone, allora questo vino non fa per voi, qua parliamo di classe allo stato puro dove alcol, acidità e toni minerali convivono in perfetta armonia. Ottima persistenza.
E arriviamo al primo pinot nero della serata, un pinot di razza sopraffina questo Chambertin 2005 abbinato ad un buonissimo Cochinillo iberico de pata negra, vera chicca gastronomica della serata. Da un grande millesimo, questo vino, nonostante sia ancora un bimbo in fasce, è già godibilissimo ora con un naso tutto fiori rossi, frutta di rovo, goudron e rabarbaro. In bocca si sente la grande materia di questo pinot di Borgogna, fine e concentrata, piacevolissima la carezza del tannino, fervida l’acidità, in un gioco dove equilibrio e persistenza gustativa sono da vero fuoriclasse.
Il La Tâche 2004 è sicuramente il vino della serata e ci viene servito col suo ideale accompagnamento, un piatto di piccione selvatico farcito con i suoi fegatelli. Passato l'attimo di timore reverenziale, metto il naso nel bicchiere e capisco, comprendo per la prima volta la differenza tra un grandissimo vino (come poteva essere lo Chambertin precedente) e un vino mito. Naso ipnotico, multidimensionale e multiemozionale dove si rincorrono note di viola, cassis, fragolina di bosco, mora di rovo, spezie esotiche, sottobosco, incenso, cannella ed eucalipto. Può bastare? Alla gustativa il vino è come te lo aspetti, ampio, setoso, di grande equilibrio e caratterizzato da un finale interminabile giocato su ritorni di spezie e frutta. Vino indimenticabile nonostante il 2004 non sia il suo miglior millesimo.
Terminiamo la serata con una bavarese di ricotta di bufala con gelatina di miele di cardo abbinata al Vin Santo ‘96 Barattieri, un vino pressoché virtuale con le sue poche centinaia di bottiglie all’anno. Ambrato, denso (il vino non è filtrato), al naso esprime senza sorprese le caratteristiche della Malvasia Aromatica di Candia: mallo di noce, albicocca disidratata, fico secco, miele di castagno, zabaione. Bocca di grande personalità per un vino dalla grande beva grazie alla sferzante acidità che equilibra ottimamente il notevole residuo zuccherino. La persistenza? Vi dico solo che son tornato a casa e lo sentivo ancora.
Ringrazio tutti della bellissima serata, unica e indimenticabile come la Borgogna e il suo Pinot Noir. Alla prossima.

Proviamo ad abbinare il cioccolato Amedei?

Tempo di Natale, tempo sicuramente di tanti dolci sparsi sul tavolo delle feste. Tra i vari panettoni, pandori e torroni, ogni tanto, soprattutto a casa di amici gourmet, mi capita di trovare qualche tavoletta di cioccolato o pralina Amedei, storica e pluripremiata azienda toscana che produce prodotti di altissimo livello (più volte è stata premiata come meglior produttore di cioccolata del mondo).
Ma come degustare ed abbinare il cioccolato? Se andiamo sul sito di Amedei (http://www.amedei.com/jspamedei/segreti.jsp) ci renderemo conto che anche nel caso del cioccolato siamo di fronte a fasi di degustazione: visiva, olfattiva, uditiva e gustativa. Innazi tutto dovremmo dotarci del c.d. napolitan, un cioccolatino quadrato, dal peso di 4,5 gr. Il cioccolato va prima di tutto esaminato visivamente perchè solo un cioccolato "sano" di qualità ha un colore brillante e privo di opacità e patine. Alzi la mano chi non ha mai mangiato i gianduiotti patinati di bianco che ci ha dato la vecchia nonna.. Il napolitan deve essere poi "inspirato", per percepire i profumi e gli aromi tipici di ciò che staremo per mangiare. Così come ogni vitigno avrà i suoi aromi tipici, anche il cioccolato, a seconda della sua provenienza, avrà le sue caratteristiche. Anche l'udito è fondamentale perchè quando il napolitain viene spezzato, produce un suono limpido, indice di una buona cristallizzazione del burro di cacao. La gustativa è la parte più "interessante" e golosa. In tale ambito bisogna ricordarsi che mentre il cioccolato si scioglie in bocca, è importante introdurre dell'aria nella cavità orale, in modo che il sapore del napolitain possa estendersi ed allargarsi. Nel cioccolato l'equilibrio dei profumi e dei sapori si manifesta quando l'amaro non è l'elemento dominante ma il suggello di una completezza espressiva.
Tutto molto interessante ma che ci beviamo col cioccolato? Lasciamo stare lo spumante rosato (vedi articolo precedente) o altri abbinamenti strampalati, col cioccolato, data la sua grassezza, per pulire la bocca ci vuole alcol, e non poco. Ecco come abbinare al meglio i vari cioccolati Amedei:

Toscano Black 70%: si abbina alla grande al Banyuls, un vino dolce naturale, ottenuto a partire da Grenache al 75% per il Banyuls Grand Cru e al 50% per il Banyuls;

Toscano Black 66%: si abbina ottimamente a vecchi moscati o, meglio ad uno Sherry Pedro Ximenez;

Toscano Black 63%: grandissimo con un Porto Tawny;

Toscano Brown: un cioccolato al latte di grande spessore qualitativo trova la sua dimensione ideale con un bicchiere di Porto Bianco

Venezuela: ottimo l'accompagnamento con un Porto Tawny invecchiato 10 o 20 anni;

Trinidad: esaltazione pura dei sensi con un cognac invecchiato, magari un Martell Cordon Bleu;

Grenada: da abbinare senz'altro ad un Porto Ruby o ad un Calvados Père Magloire;

Jamaica: non vedo altro abbinamento se non con un vecchio rum;

Madagascar: i sensi saranno strabiliati se lo degustiamo insieme ad un whisky non troppo vecchio (12 anni);

Porcelana: sposalizio perfetto con un Madeira di 10 anni di età;

Chuao: un cioccolato venezuelano fantastico non può che avere il miglior accompagnamento col re dei vini dolci italiani, un Vin Santo Occhio di Pernice.