InvecchiatIGP: R. López de Heredia - Rioja Blanco Gran Reserva DOCa "Viña Tondonia" 2004


di Luciano Pignataro

La mia passione per i vini bianchi invecchiati aumenta di intensità con il passare degli anni. Sarà una questione di gusto, di eleganza visiva, di luminosità del bicchiere, di ricerca continua di qualcosa che non sia scontato. Quindi, quando ho trovato questa bottiglia nella carta dei vini di Deessa – il bistellato spagnolo firmato da Quique Dacosta al Mandarin Oriental Ritz di Madrid – non ho esitato a puntare il dito, nonostante costasse da sola più dei due menu degustazione, perché le vere emozioni non hanno prezzo. Ho seguito l’istinto senza angosciarmi inutilmente, in quanto un vino bianco invecchiato ti apre la possibilità a un ventaglio di abbinamenti sicuramente maggiore di quanto non possa fare un rosso. Così, non conoscendo cosa riservasse il menu preparato dal giovane Domenico Vildacci – salernitano di 29 anni, a bottega dal grande cuoco spagnolo da moltissimi anni – ho puntato tutto su questa straordinaria bottiglia.


Quando la Roja iniziò a emergere nel panorama mondiale il modello, come del resto è avvenuto per l’Italia, era Bordeaux; proprio per questo motivo questa azienda del Barrio de la Estación per molti anni è rimasta sottotraccia, pur essendo sempre molto apprezzata dai veri intenditori (per curiosità, questa 2004 ebbe i 100/100 di Parker). La ricerca di questi vini di Tondonia negli ultimi anni è diventata spasmodica: il rosato è una sorta di Gronchi rosa persino per i collezionisti spagnoli. I motivi sono tre: la coerenza mantenuta con costanza oltre le mode, la rarità e, soprattutto, il fatto che nessun'altra storica cantina della Rioja ha prodotto con continuità vini bianchi sottoposti a periodi di affinamento così lunghi.


Nel caso di questo Gran Reserva – appena diecimila bottiglie – il vino, prodotto da uve viura (o macabeo) con un 15% di malvasia, ha trascorso oltre dieci anni in botti di rovere americano, dopo aver sostato inizialmente in grandi tini di legno. È stato imbottigliato nel 2018 e ha poi riposato per qualche altro anno prima di essere immesso sul mercato.


L’annata 2004 è stata particolarmente favorevole ed il vino è di quelli che davvero ti lasciano senza fiato. Non va bevuto freddo, ma semplicemente fresco, per permettere alle prime note agrumate e di cera d’api di conquistare subito il naso. Ma quello che colpisce ed entusiasma è la capacità di mutare nel corso dei minuti, coprendo un ventaglio che va dalle note balsamiche a dolci note di tostatura, fino a un fumé che esalta il frutto..


Ben presto, come accade con i grandi vini, ti prende la mente e ti costringe a pensare al bicchiere per tutto il resto della serata; alla tenera età di 69 anni ho finalmente compreso perché Marchesi non amava alcun abbinamento con i suoi piatti se non con l’acqua (senza gas, ovviamente). Quando il vino è straordinario non c’è piatto che tenga e il cibo, anche se eccellente come quello che ci ha servito una sala straordinaria, allegra e giovanile, è stato il co-protagonista dell’esperienza, come si dice adesso.


La definitiva consacrazione arriva quando inizi a berlo: allora scopri un'energia giovanile in un vino di oltre vent’anni che raramente si può trovare. La promessa di frutta è mantenuta, la sapidità non ti fa mai stancare e ti spinge a cercare continuamente il sorso successivo; il finale è un crescendo rossiniano che resta nella memoria molto a lungo. Anche adesso che ne sto scrivendo, mi sembra di averlo appena bevuto. Un grandissimo vino che dimostra fin dove si possono spingere le potenzialità di un bianco quando si segue la coerenza e non ci si lascia travolgere dalle mode. Perché il segreto per essere desiderato da tutti è non dover piacere a tutti.

Temperatura consigliata: condividerlo!

Dr. Fischer - Riesling Trocken 2017


di Luciano Pignataro

Per fortuna con i vini sono paziente e ho atteso nove anni prima di stappare la terza annata di questa storica azienda rilevata nel 2014 da Hofstätter


Idrocarburi a gogò al naso, al palato freschezza vivace, giovanile, chiusura lunga. In piena maturità espressiva che regala ecumenica piacevolezza.

Bosco de' Medici Winery - Pompeiano Rosso IGT "Pompeii" 2024


di Luciano Pignataro

Ci sono piccole cose che spiegano quanto sia difficile, ma bello, il nostro Paese. Per esempio il fatto che Pompei – sì, Pompei – non rientri nella DOC Vesuvio. Vista da Marte, l’applicazione di questa denominazione potrebbe essere tranquillamente estesa a tutta la Campania, per quello che è successo nei secoli e soprattutto per la notorietà di questo vulcano e della famosa eruzione del 79 dopo Cristo. Ho chiesto più volte il motivo, ma non ce n'è alcuno valido se non la spiegazione, molto italiana e moltissimo meridionale, di ridurre il più possibile i benefici della propria unicità. Il che aveva una spiegazione logica in un mondo in cui il mercato era strettamente locale. Ma oggi, nel mondo connesso, è mai possibile ragionare in questo modo? Ma soprattutto, perché una cosa che poteva essere valida nel Dopoguerra non può essere adeguata alla realtà che cambia?


Vabbè, esiste comunque la IGT Pompeiano e questo rosso di cui vi parlo questa settimana è prodotto da Bosco de' Medici, un bellissimo wine resort nato vicino all'area archeologica da oltre dieci anni da un'idea di Giuseppe Palomba e Antonio Monaco. I due hanno ripreso il nome e lo stemma appartenuti a un ramo della grande famiglia fiorentina dei Medici, che si era trasferito nel vicino comune di Ottaviano a metà ‘500, dove ancora oggi c’è un castello che porta il loro nome.


Giuseppe e Antonio hanno deciso di affidare a Vincenzo Mercurio il loro progetto enologico e i risultati si vedono tutti: vini efficaci, bevibili, dall'ottimo rapporto qualità-prezzo. Questa bottiglia, ottenuta da uve piedirosso (caratteristiche della provincia vesuviana, amanti del caldo e del suolo vulcanico), ho deciso di berla sul posto, portandola come fuori programma alla Notte degli Osti a Eboli, uno dei pochi eventi enogastronomici che partono dagli attori del settore e che vivono, per il momento, senza essere brandizzati da alcuno sponsor. Insomma, un evento che mi riporta agli anni ’90, quando tutto era forse meno bello, ma sicuramente più autentico.


Il vino adatto, allora, è questo rosso austero, secco, salato, che quasi abbandona le caratteristiche note di geranio che lo contraddistinguono a favore di generica frutta e note di cenere (sarà la suggestione del suolo di sabbia vulcanica). Una beva fresca, efficace. Amichevole. Raffreddato a temperatura di cantina è perfetto in una serata estiva, proprio come lo hanno sempre bevuto per secoli a Napoli.

MenododicIGP: Fratelli Giacosa - Dolcetto d’Alba 2025


di Carlo Macchi

Se esiste un vino a cui tutti noi dobbiamo chiedere scusa questo è il Dolcetto! Fino a cinquanta anni fa era il vino di Langa più bevuto e ricercato, tanto che a chi veniva a comprare il Dolcetto in damigiana tanti produttori regalavano una bottiglia di Barolo, che tanto non si vendeva. Poi è cambiato tutto e il mondo del vino di qualità non solo ha dimenticato il Dolcetto ma gli ha fatto di peggio, lo ha trasformato nel vino che non era mai stato e non voleva essere: uno pseudo barolo, iperconcentrato, tannico, magari torturato da barrique nuove. Un vino spesso imbevibile che ha portato il vitigno ancor più nelle retrovie dei vini di Langa.


Per questo per la rubrica MenododiciIGP, cioè vini buonissimi che costano meno di 12 euro vi propongo un Dolcetto che incarna l’anima semplice ma profonda, verace di questo vino: il Dolcetto d’Alba 2025 dei Fratelli Giacosa. Solo profumi classici e intensi di frutta di bosco e fini sensazioni speziate, bocca fresca, elegante, di assoluta piacevolezza e bevibilità. Una bottiglia che vuole solo dar piacere a chi la beve, anche lasciandogli il portafoglio praticamente intatto, dato che costa meno di 8 euro.

Prezzo medio del vino sul web 7.50 Euro

InvecchiatIGP: Sandro De Bruno - Monti Lessini DOC Metodo Classico Dosaggio Zero Riserva 100 Mesi 2015


di Carlo Macchi

Ci possono essere vari modi per parlare di Sandro De Bruno e dei suoi vini: possiamo dire che è un bravissimo produttore di Soave oppure un difensore della quasi defunta Soave Colli Scaligeri DOC o ancora peggio (o meglio!!!) un accanito sostenitore di un’uva che non ha mai decollato, la durella.


La durella è un’uva che si trova essenzialmente sui Monti Lessini, dietro Verona: ce ne sono meno di 500 ettari e la sua principale caratteristica è di essere tardiva (anche adesso Sandro la vendemmia dopo la metà di ottobre) e di avere pH bassissimi e acidità altissima. Un’uva per vini bianchi taglienti come l’acciaio o per spumanti metodo classico di assoluta e austera finezza.


E proprio di questi voglio parlarvi, in particolare del suo Metodo Classico denominato 100, cioè che resta 100 mesi sui lieviti. Ma questa è solo una delle molte particolarità. La prima è che il mosto, prima di iniziare la fermentazione fa una macerazione a freddo di circa 12 ore, la seconda è che a fine della prima fermentazione (fatta temperature attorno ai 12/13 gradi) rimane un anno in vasca d’acciaio sui propri lieviti (con cadenzata movimentazione delle fecce fini) e solo dopo questo periodo viene messo in bottiglia per la presa di spuma. A questo punto le strade si dividono in tre: tutti pas dosé ma una parte viene sboccata dopo 36 mesi, una seconda dopo 60 e la terza dopo 100. Quest’ultima rimane ancora un anno in cantina dopo la sboccatura e poi viene messa in vendita.


Dovete sapere che la durella di Sandro è piantata su terreni basaltici e per questo bisogna scomodare un termine ora demodé come “minerale”. In realtà questi vini e in particolare il 100 mesi, sono la quintessenza della mineralità perché hanno tono fumè, quasi terroso che viene direttamente dalle rocce basaltiche e si associa a note che ricordano il limone e a sentori floreali. Profumi così sono indimenticabili e certamente poco adatti a chi predilige il fruttatino dal profumo di mela.


Ma, anche se sembra impossibile questo vino sorprende ancora di più al palato: freschezza e verticalità assoluta ma accanto ad una bollicina finissima, cremosa, che unisce sapidità ad una impensabile dolcezza finale, sorprendente appunto perché il vino ha zero zuccheri residui. Un vino che mi ha conquistato e fatto capire come sia possibile, in Italia, fare dei metodo classico che escono dalle strade segnate e segnano nuovi orizzonti per la tipologia.


Ultima cosa: uno spumante metodo classico buonissimo, che resta 10 anni sui lieviti, che nasce da un’uva particolare, quanto volete pagarlo? 100 euro? Ma per carità! 60 euro? Ma non scherziamo! 40 euro in cantina è il gioco è fatto!

Giovanna Tantini - Rosso Veronese IGT "Greta" 2015


di Carlo Macchi

Giovanna Tantini ha idee chiarissime, anche quando pensa quale vino dedicare a sua figlia. Corvina, tralci tagliati in pianta e lasciati a appassire fino a novembre. 


Colore scarico, profumi di frutta senza il calore dell’appassimento, corpo importante e tannini dolcissimi. Greta 2015, un gran vino!

«Tranquillo, ho travasato tutto»: il pranzo che mi ha fatto temere l'estinzione del vino


di Carlo Macchi

Qualche giorno fa ho vissuto un’esperienza che a prima vista mi ha fatto molto ridere ma poi, riflettendoci, mi ha letteralmente terrorizzato: ve la racconto.


Per la celebrazione dei 50 anni di un’associazione di cui faccio parte è stato organizzato un pranzo per circa 60 persone e io mi sono offerto di portare il vino. Ho quindi preso varie bottiglie di spumante, vino bianco e vino rosso e mi sono presentato nel luogo dell'evento: una struttura (pure bella) di proprietà di un comune e data in gestione a un’associazione. Dal momento in cui sono arrivato sono capitate alcune scene che potranno farvi ridere e inorridire allo stesso tempo. Ve le elenco sotto, precisando che ogni dialogo è avvenuto con persone diverse.

- Mi faccio aiutare a portare il vino; io personalmente ho in mano un cartone con 6 bottiglie di spumante.

Carlo: «Questo è spumante, ma non è freddo, quindi avrei bisogno di una cella più fredda delle altre.»

X: «Perché? Se è spumante va alla fine.»

Carlo (sorpreso e quasi infastidito, ma comprensivo): «Questo è uno spumante secco

X: «Che vuol dire secco

Carlo (ancor più sorpreso): «Che non è dolce

X: «Esiste non dolce?»

- Un responsabile della struttura, vedendomi arrivare con tutti questi vini, mi viene incontro.

Y: «Non sapevo arrivassero tutti questi vini, vuoi che ti metta due bicchieri?» (il primo era il classico bicchiere da osteria, ndr

Carlo (un po’ in guardia ma speranzoso): «Grazie ma… che tipo di bicchiere

Y: «Come quello che è già in tavola!»

- Arriva un signore dopo che avevamo già stappato i vini. In teoria doveva essere l’esperto di turno; meravigliato, mi chiede:

Z: «Quanto ci ha messo a lavare le bottiglie e a infiascare tutto questo vino?»

Carlo (che cade dalle nuvole): «Scusi, non capisco!»

Z: «Volevo dire… dato che sono tutte bottiglie diverse, per lavarle e poi travasare il vino da una damigiana ci avrà messo parecchio.»

- Alla fine del pranzo arriva un signore che, con manifesta soddisfazione, mi dice:

W: «Guardi che le bottiglie da riportare via sono già pronte: le ho travasate tutte una nell’altra e ho rimesso i tappi!»

- A corollario di tutto, devo dire che a tavola c’erano uomini e donne di età variabili dai 10 ai 60 anni, e ben pochi hanno bevuto più di mezzo bicchiere di vino.

Tenetevi a mente tutto questo e andiamo avanti

Perché tutto questo mi ha terrorizzato? Al di là delle facili battute, ho dovuto rifletterci un po’ e mi è venuto in aiuto un bellissimo articolo di Pauline Vicard dal titolo “The future of wine depends on culture”, pubblicato sul sito di Jancis Robinson (qui il link), di cui riporto alcuni stralci.

Pauline si chiede quali passaggi porterebbero a una lenta ma inesorabile estinzione del vino: «Cosa succederebbe se… l'idea del vino come qualcosa che unisce le persone e consente convivialità, gioia e conversazione cominciasse a erodersi? Come sarebbero le città se il vino scomparisse del tutto? Quali forme di interazione sociale, ospitalità e vita pubblica scomparirebbero con esso? Sebbene il contributo economico del vino sia ben documentato, il suo ruolo più ampio nel plasmare la consistenza e la qualità della vita urbana rimane molto meno articolato.»

Come far sopravvivere il vino, dunque? «L'obiettivo del vino è quello di entrare a far parte del tessuto visivo e sociale di come vivono realmente le persone che ancora non si considerano bevitori... Per gran parte della sua storia, il vino è stato intrecciato nel tessuto della vita culturale. Appariva naturalmente nei luoghi in cui le persone si riunivano, celebravano, creavano, discutevano e costruivano comunità. Oggi molte di queste istituzioni culturali si sono indebolite o frammentate, mentre ne sono emerse di nuove. Tuttavia, gran parte dell'attenzione dell'industria vinicola resta concentrata sul dialogo con se stessa: attraverso fiere, concorsi, premi, pubblicazioni specialistiche ed eventi di settore… Se il vino vuole rimanere culturalmente rilevante, deve essere presente dove si crea cultura, non solo dove si discute di vino… Ciò significa impegnarsi più seriamente nel mondo dell’arte, della musica, del cibo, dello sport, dei giochi, dell’intrattenimento, dell’ospitalità e della vita pubblica.»

Teniamo bene a mente questo concetto e torniamo al nostro pranzo "shock". Molti degli organizzatori e dei cuochi erano persone anziane, che hanno vissuto in prima persona il cambiamento sociale che dalle campagne ha portato all’industrializzazione e all'urbanizzazione. Settant'anni fa la percentuale di chi lavorava in campagna era del 40%, oggi arriva a malapena al 2%. Questo significa che prima una grande fetta della popolazione era a contatto diretto con la terra e con la vigna, sia dal punto di vista visivo che sociale ed economico. Le persone bevevano vino perché lo avevano sempre fatto, avevano storie e conoscenze da tramandare e non potevano immaginare un mondo senza di esso.

Oggi, vivendo in città, la campagna e le vigne si vedono solo in TV. Non siamo più parte di una cultura storica che vedeva la vite come fondamento e parte integrante della quotidianità. Oggi il vino, per i non addetti ai lavori, è un prodotto “televisivo” di cui non si percepisce il bisogno, perché non viene riconosciuto come elemento identitario della società, ma solo come un optional da consumare in rari momenti.

Torno all’articolo di Pauline Vicard: «Jean-Noël Kapferer, professore emerito presso l'HEC Paris e autore di The Luxury Strategy, descrive quella che lui chiama l'‘equazione dei sogni’, ovvero: visibilità, desiderabilità e acquisto… Tutto inizia con la visibilità. Il vino deve prima essere visto da un vasto pubblico, prima di poter essere desiderato da alcuni e, infine, acquistato da pochi.»

Quindi, se la campagna e la vigna non vengono più “viste” e tenute presenti nemmeno da chi ci è nato, come si può pensare che il vino continui a interessare? Da una parte le nuove generazioni non hanno più l’equazione dei sogni, dall’altra la stragrande maggioranza delle manifestazioni è riservata agli addetti ai lavori. Se vogliamo che il vino rimanga nella nostra cultura, dobbiamo “esportarlo” in altri luoghi e in contesti diversi, che altrimenti lo terranno sempre più a distanza. Così, in 50-60 anni, mentre la qualità e l’immagine del vino crescevano, il prodotto stesso – senza che la filiera se ne accorgesse – usciva da quel tessuto agrario, culturale e storico che lo aveva perpetuato per secoli e che oggi non esiste praticamente più.

Oggi non solo manca un sostrato culturale, ma i numerosi attacchi “salutistici” tendono sempre più a isolare il vino, a farne un prodotto di nicchia di cui si può tranquillamente fare a meno. Vi faccio un esempio terra terra: tutti sognano una Ferrari perché ha vinto e vince tuttora; ma se smettesse oggi stesso di partecipare a ogni competizione motoristica e azzerasse la pubblicità, tra 20 o 30 anni venderebbe lo stesso numero di auto?

Pauline Vicard fa un esempio ancora più calzante: quello dell’industria delle pellicce, floridissima fino a cinquant'anni fa e oggi, per varie motivazioni sociali, ridotta praticamente a zero.

Il pranzo di cui vi ho raccontato mi ha dimostrato come il vino, persino in un contesto di ristorazione, possa essere ridotto a un inutile suppellettile, a qualcosa di facilmente sostituibile perché non se ne capisce il valore. E siamo in Toscana, nel bel mezzo di zone produttive famose in tutto il mondo, dove la cosiddetta “cultura del vino” dovrebbe essere radicata nel DNA di ognuno!

In definitiva, se non vogliamo fare la fine delle pellicce, dovremo fare tutti un bagno di umiltà. Dobbiamo smetterla di parlare di tecnicismi che non interessano alla stragrande maggioranza della popolazione e riavvicinare il vino ai vari ambiti da cui oggi è bandito o messo in un angolo.

Occorrerà uscire dalla propria comfort zone. Dobbiamo avere il coraggio di parlarne non solo tra noi addetti ai lavori – in manifestazioni autoreferenziali dove chi fa il vino ne parla a chi lo beve e viceversa – ma nelle scuole, nel mondo dello sport, della medicina e della sanità (ormai il vino è bandito dagli ospedali, tanto per fare un esempio, ma chi si è rotto una gamba deve per forza bere solo acqua?).

Dobbiamo dimostrare, con dati storici, medici e sociali, che un bicchiere di vino buono (e accessibile a tutti) non è un veleno, ma uno storico e insostituibile compagno di vita. Questa è forse l’unica strada percorribile per salvarlo da una lenta ma inevitabile estinzione.

Clove: a Roma, nel rione Prati, la pizza d'autore di Amalia Costantini riscrive le regole dello street food


Il grande lievitato d'autore può farsi strada e diventare fast senza perdere l'anima? È l'interrogativo da cui parte la nuova scommessa di Amalia Costantini che, da poche settimane, ha raccolto una nuova sfida approdando nel rione Prati con Clove, un format concepito insieme a tutta la sua famiglia che prova a riscrivere le regole dello street food romano.

Amalia Costantini

Non una tradizionale pizza al taglio e nemmeno una pizzeria in formato ridotto, ma un locale d'avanguardia pensato per chi cerca un pasto veloce senza rinunciare alla tecnica, alla ricerca e alla qualità. Il cuore del progetto risiede nello spicchio espresso: qui la pizza non resta per ore sul banco, ma viene rigenerata e completata soltanto al momento dell’ordine per garantirne l'assoluta fragranza. Dietro questa apparente semplicità c’è il monumentale lavoro che Costantini porta avanti da oltre dieci anni sul lievito madre al 100%, unito a farine semi-integrali, grani antichi e lunghe fermentazioni. Anche lo spazio riflette questa evoluzione metropolitana: un ambiente piccolo ed essenziale, dominato da caldi toni bordeaux e linee minimali, dove spiccano il logo luminoso con lo spicchio stilizzato e un grande schermo digitale che mostra le creazioni in tempo reale. Clove, infatti, non è solo una nuova insegna, ma è stato ingegnerizzato come un modello flessibile e replicabile, pronto a esportare questa nuova idea di consumo urbano.

Amalia ed Alessandro

La proposta gastronomica dimostra una linea chiarissima, strutturata attraverso una numerazione sequenziale degli spicchi anziché con i classici nomi, per precise esigenze di immediatezza, fluidità e praticità nel servizio. Qui l'accuratezza dell’impasto è solo la base su cui poter esprimere concetti da vera cucina, dove la pizza diventa un supporto per accostamenti colti e millimetrici studiati da Alessandro, figlio di Amalia, formatosi all’Accademia di Niko Romito. Il menu si muove agilmente tra I Classici (tutti a 4,70 €) e Gli Special (tutti a 5,90 €), rivelando una mano felice nella gestione dei contrasti.

Numero 1

Tra i primi spicca il Numero 1, un ingresso elegante dove la sapidità del capocollo di Martina Franca flirta con la dolcezza della stracciatella e la spinta dell'oliva taggiasca, mentre il Numero 2 si rivela una parmigiana destrutturata di rara precisione, grazie al contrappunto croccante di un crumble di pane sulla melanzana arrosto e il Parmigiano. L'elogio del mondo vegetale prosegue con il Numero 3, dove le zucchine alla scapece offrono una nota acetica ripulita dalla dolcezza delle carote e dalla freschezza della ricotta artigianale, e con il Numero 4, un inno alla purezza pop fatto di pomodorini semi dry, stracciatella e la verticalità del Parmigiano Reggiano 30 mesi. A chiudere i classici ci pensa il sontuoso Numero 5, dove il guanciale affumicato al legno di faggio rilascia note forti, ben canalizzate dal tartufo e bilanciate dal pomodorino caramellato.

Numero 10

Con Gli Special la cucina alza ulteriormente il tiro tecnico. Il Numero 6 è un riuscito gioco di consistenze che unisce roast beef, patata dolce e l'avvolgenza della salsa tonnata, laddove il Numero 7 sceglie la via del minimalismo d'autore, lasciando il palcoscenico alla dolcezza setosa del Prosciutto di Parma 30 mesi San Giacomo accostato alla stracciatella. La vera zampata da fuoriclasse arriva però con il Numero 8: un carpaccio di ricciola marinato con jalapeño che regala una spinta piccante e acida memorabile, splendidamente ammortizzata dal guacamole e proiettata nello spazio da un cortocircuito aromatico tra frutto della passione e tartufo. Completano la linea lo squisito Numero 9, dominato dalla scioglievolezza del Jamón cocido 100% iberico BEHER con misticanza, e il raffinato Numero 10, un signature marittimo in cui il Gambero rosso di Mazara del Vallo brilla per freschezza, esaltato dalle note esotiche di avocado, lime e pepe rosa.

Interno

Per assecondare i flussi e le diverse esigenze della clientela metropolitana, Clove supera la logica del singolo acquisto introducendo formule degustazione mirate e strutturate strategicamente per fasce orarie. Per il pranzo si punta su combinazioni da due spicchi agili e competitive nel prezzo, ideali per il break urbano: La Norcineria (13,80 €), dedicata ai grandi salumi italiani e iberici; L'Orto e il Latte (12,60 €), incentrata su verdure stagionali e latticini freschi artigianali; e Spazio Libero (12,60 €), che dà carta bianca al cliente per scegliere due spicchi tra i classici. Per il momento dell'aperitivo nascono invece formule snelle pensate per l'inizio della serata, che consentono di scegliere due spicchi a tema: Ora di Punta (18,50 €), focalizzata sulle eccellenze dei salumi nazionali e internazionali; Bassa Marea (20,00 €), interamente dedicata alle crudità di mare con ricciola e gambero rosso; Radici (18,50 €), un inno alla terra tra ortaggi e latticini; e Istinto (18,90 €), che lascia massima libertà abbinando un affettato d'eccellenza a uno spicchio a scelta libera tra i dieci in carta. Per la cena il format si fa più strutturato, trasformandosi in una "Lunga Tavola" con percorsi dedicati ai salumi ricercati con La Lunga Tavola · Affettati & Terra (24,90 €), alla leggerezza del mare con Carta Bianca Mare & Freschezza (23,30 €), all'orto senza compromessi con Solo Verde Vegetale (21,40 €) o all'equilibrio geometrico de La Regola del Tre Misto (23,30 €), che unisce carne, pesce e verdura in un'unica esperienza.

Fritti

A completare questa visione gastronomica intervengono i fritti espressi, asciutti e croccanti, proposti in tre varianti perfette per l'antipasto: le Polpettine di carne e olive (5,40 €) con la loro maionese dedicata, le Polpette Veg (4,20 €) di patata dolce e ceci accese dallo zenzero con maionese alla curcuma, e le tradizionali Patate Croc (4,20 €) con uovo e mozzarella. 
La transizione verso il dolce rivela un altro colpo di genio nella gestione dei lievitati: qui l'impasto della pizza cede il passo a una soffice pasta brioche (tutte le varianti proposte a 5,90 €), farcita al momento con crema pasticcera e caramello, con crema di latte alla vaniglia, oppure con un'intensa crema gianduia e granella di nocciole.

Il vino proposto da Stappala

Anche il beverage scardina le vecchie abitudini: pur mantenendo una selezione di birre artigianali e tre cocktail classici, Clove punta con decisione sull’incontro tra pizza e vino artigianale, sia in bottiglia che al calice, grazie a una carta originale e dinamica curata in collaborazione con Giorgia Sinapi di Stappala.
Con Clove, la famiglia Costantini lancia un messaggio chiaro: il ritmo frenetico della Capitale può e deve convivere con il rispetto per la materia prima. Se il futuro del cibo di strada a Roma passerà da formule capaci di unire design, dinamismo e sostanza artigianale, questa nuova insegna di Prati è senza dubbio il modello da seguire.

Clove – Via dei Gracchi, 229 – 00187 Roma

MenoDodiciIGP: Borgo Tollena - Toscana Rosso IGT Scicchèria 2025


di Roberto Giuliani

La Vernaccia è il vino simbolo di San Gimignano, giustissimo perché rappresenta la prima DOCG di un vino bianco italiano, caratteristico di quel territorio. Però si fanno anche vini rossi: San Gimignano DOC, Chianti Colli Senesi DOCG e vini IGT. 


Spesso sono molto buoni e di ottima bevibilità, ma schiacciati dai vicini Brunello di Montalcino, Chianti Classico e Nobile di Montepulciano. Il rosso Scicchèria, sangiovese e canaiolo, è semplicemente una goduria. Rubino bellissimo, naso di ciliegia e lampone, ma anche viola, melagrana; bocca succosa, fresca, pimpante, irresistibile!

Prezzo medio web 10 euro

InvecchiatIGP: F.lli Vagnoni - Vernaccia di San Gimignano Mocali 1993


di Roberto Giuliani

Chi legge gli articoli firmati da uno qualsiasi dei Giovani Promettenti (IGP), saprà certamente che da parecchi anni a San Gimignano si svolge l’Anteprima della Vernaccia di San Gimignano, dal 2023 rinominata “Regina Ribelle”. Finché si è svolta all’interno delle Anteprime Toscane, durava un solo giorno, e questo rendeva impossibile programmare delle visite presso le aziende. Per fortuna la nuova versione si è staccata, è diventata autonoma e, invece che a febbraio, si svolge tre mesi dopo, utilissimi per ritrovare nel calice dei vini comprensibili e avere il tempo di approfondire il territorio con qualche visita mirata. Perché la Vernaccia di San Gimignano, a dispetto di ottuse convinzioni che vada bevuta subito in quanto vino bianco, ha invece una incredibile capacità di evolvere nel tempo e trasformarsi in molti casi in un grande vino.


Hanno cominciato ad accorgersene i ristoratori del territorio, così qualcuno in carta propone un sempre maggior numero di vecchie annate; se ne stanno accorgendo gli stessi produttori, che hanno capito quanto sia importante fare assaggiare vecchie bottiglie a noi pericolosi giornalisti.


Così, durante le visite programmate, abbiamo avuto la possibilità di fare addirittura alcune belle verticali, una di queste è capitata a me presso l’azienda Vagnoni e riguardava la Riserva I Mocali, partendo dalla 2023 per arrivare nientemeno che alla 1993 (allora si chiamava semplicemente “Mocali”). Era l’anno in cui la Vernaccia di San Gimignano è diventata DOCG, primo vino bianco in Italia, ma in casa Vagnoni tutto ha avuto inizio nel 1955, nell’antico borgo di Pancole, a 5 km da San Gimignano. Oggi è un ridente agriturismo che si estende su circa 42 ettari, di cui 20 a vigneto e la restante parte a uliveto, frutteto, bosco e seminativi; dal 2011 l’azienda è certificata biologica. Non sto qui a raccontarvi com’è vinificata la Vernaccia I Mocali oggi, sicuramente non è la stessa di 33 anni fa, ma Luigi aveva una passione per il piccolo legno, voleva che si sentisse (non eccessivamente) e quindi questa 1993 l’ha concepita così, già allora con l’intento di farla invecchiare. Antonio Vallario, suo nipote ci ha spiegato che da quando ha iniziato a lavorarla lui, il legno è molto meno presente.


Ma il punto è che in 33 anni lo ha assorbito perfettamente, rivelando un vino di grande complessità, vivissimo (l’acidità della Vernaccia non teme confronti neanche con il riesling renano), dove l’ossidazione appare solo olfattivamente, cosa del tutto normale perché non è mai stato il punto di forza di questa varietà; è al palato che ti lascia senza parole, rivelando un grip impressionante, una salinità e una generosità di sapore davvero spiazzanti. Così buona che, nonostante i 10 ottimi campioni della verticale, è stata l’unica che non ho potuto fare a meno di bere, con enorme soddisfazione. Una forte emozione da un vino che testimonia in modo incontrovertibile che a San Gimignano si possono fare grandissimi vini bianchi, ed è ora che si sappia!

Pietra Pinta - Lazio IGT Bellone Aro 2024


di Roberto Giuliani

Siamo nel Comune di Cori, qui il bellone è di casa da tempi lontani; la famiglia Ferretti, che fa vino da 2 secoli, ce lo propone vinificato in acciaio: mela golden, pesca bianca e agrumi.


Bocca fresca, scorrevole, sapida, degno compagno di una pizza Margherita Croccante della Taverna dei Corsari.

La Crotta di Vegneron - Vallée d’Aoste Chambave Muscat Mines 2023



di Roberto Giuliani

Chambave è il territorio principe per la produzione del moscato, la Cooperativa fondata nel 1980 ne è una delle migliori interpreti. E questo la dice lunga su come nella piccolissima Valle d’Aosta il vino occupi un ruolo chiave e sia interpretato sempre puntando all’eccellenza.


Per la sua forte aromaticità e per il sapore dolce, l’uva moscato è molto apprezzata anche come uva da tavola; in Italia è conosciuta soprattutto nella versione spumante dolce, ma qui siamo in un contesto del tutto diverso, il vino è fermo e secco. Innanzitutto, le altitudini dove dimorano i vigneti sono molto elevate, in alcuni casi arrivano a 800 metri s.l.m., inoltre la linea “Mines” è una vera chicca, infatti, i vini vengono affinati nella miniera di Costa del Pino di Cogne a 2000 metri di altitudine. Si tratta di una miniera per l’estrazione di magnetite che ha cessato l’attività nel 1979, nella parte destinata alla polveriera dimorano quindi questi vini (il Muscat e il Fumin), in un ambiente buio a temperatura costante di 5 °C e con un’umidità dell’85%.


Le uve dello Chambave Muscat Mines 2023, una volta portate in cantina, subiscono una macerazione pellicolare pre-fermentativa a freddo, la fermentazione si svolge a 12-16 °C in acciaio e la maturazione prosegue, sempre negli stessi contenitori, sulle fecce fini per 5 mesi con periodici bâtonnages; infine, il vino ottenuto affina in miniera per un anno.


Nel calice emerge un bel colore oro chiaro con sfumature verdoline, il profumo non lascia dubbi sulla varietà d’uva utilizzata, dapprima si esprime su toni floreali di gelsomino e narciso, poi fruttati di pesca gialla, melone invernale, miele d’agrumi su uno sfondo decisamente minerale (pietra focaia). 


L’assaggio è intenso, ricco, con freschezza e sapidità in bella evidenza e un frutto succoso e maturo, a tratti candito (la parte agrumata), che si completa con sfumature balsamiche e un finale che definirei sontuoso, pieno, ma anche elegante.

MenoDodicIGP: Vigneti Vallorani – Marche Rosato IGT BIO “Octavum” 2025


Il rosato è forse il vino più vittima dei pregiudizi: troppo leggero per chi cerca profondità, troppo serio per chi lo immagina solo da aperitivo. Eppure, bottiglie come Octavum dimostrano quanto questa categoria sappia raccontare territorio e identità.


Nato nel Piceno dall'incontro tra Sangiovese e Montepulciano, è un vino spontaneo, fresco e dinamico, accompagna la tavola con naturalezza e invita alla condivisione. È uno di quei rosati che finiscono troppo in fretta nel bicchiere, ricordandoci che il buon bere quotidiano può regalare emozioni autentiche senza pesare sul portafoglio.

InvecchiatIGP: I Vigneri – Vinupetra Etna Doc 2006


Ci sono vini che invecchiano. E poi ci sono vini che, col tempo, sembrano scavare più a fondo dentro il territorio da cui provengono. Il Vinupetra 2006 de I Vigneri, creatura enologica di Salvo Foti, appartiene decisamente alla seconda categoria.


Assaggiarlo oggi, a vent’anni dopo la vendemmia, significa entrare dentro una delle narrazioni più autentiche dell’Etna contemporaneo. Non soltanto perché questo vino rappresenta una delle interpretazioni paradigmatiche del vulcano, ma perché riesce ancora a trasmettere quella combinazione quasi commovente di tensione, energia e profondità che solo i grandi rossi etnei riescono a custodire nel tempo.


Il colore racconta subito l’evoluzione, ma senza alcuna stanchezza: trasparente, mobile, vivo. Poi arriva il naso, ed è una stratificazione continua. Cenere vulcanica, arancia sanguinella, ferro, rosa appassita, erbe mediterranee, china, corbezzolo essiccato. E soprattutto quella sensazione di terra nera etnea che nel Vinupetra non è mai folklore, ma sostanza.

Ma è al sorso che il vino diventa davvero emozionante.

Perché il tempo non ha addolcito il carattere del vino: lo ha soltanto reso più profondo. La trama resta nervosa, affilata, verticale. La sapidità sembra emergere direttamente dalla pietra lavica, mentre l’acidità continua a trascinare il sorso con una vitalità quasi irreale per un 2006. Non c’è pesantezza, non c’è compiacimento evolutivo. C’è invece un’energia sottile, continua, che rende il vino dinamico fino all’ultima persistenza.

Ed è forse proprio qui che il Vinupetra diventa paradigmatico dell’Etna.

Perché dentro questo bicchiere convivono fragilità e forza, austerità e luce, materia e tensione. Non cerca mai la potenza. Non seduce con il volume. Ti conquista lentamente, attraverso dettagli salini, ritorni ematici, vibrazioni minerali e una progressione gustativa che sembra non voler finire mai.


È un vino che commuove non per monumentalità, ma per verità e io sono stato molto fortunato ad averlo bevuto assieme al suo papà, Salvo Foti, durante la visita in cantina lo scorso aprile in occasione di Contrade dell’Etna.

Mattei Wines - Mt 2025


Dalla storica vigna del 1975 a Frascati, zona Vermicino, nasce Mt 2025 di Mattei Wines, splendido blend di Malvasia Puntinata e Trebbiano. Solo 3mila bottiglie per un bianco spontaneo, non filtrato, affinato in acciaio. 


Naso delicato e agrumato; in bocca è pura dinamica: teso, minerale, sapido e con soli 11,5% vol. Una beva contagiosa.

Cantine Catabbo e il riscatto silenzioso del Molise del vino


C’è una regione che nel vino italiano continua a vivere ai margini del racconto nazionale. Una terra poco incline all’autopromozione, lontana dai riflettori delle grandi denominazioni e spesso compressa tra l’ingombrante vicinanza dell’Abruzzo e il fascino mediterraneo di Campania e Puglia. Eppure, il Molise custodisce uno dei patrimoni viticoli più autentici del Centro-Sud Italia: colline ventilate che guardano l’Adriatico, vecchi vigneti sparsi tra ulivi e pascoli, una biodiversità ancora integra e, soprattutto, vitigni identitari che oggi stanno finalmente trovando voce.


Tra questi, la Tintilia rappresenta il simbolo più potente di una rinascita ormai tangibile. Uva austera, complessa e dal carattere marcatamente tannico, era stata quasi dimenticata; oggi, invece, è la bandiera di una nuova generazione di vignaioli che ha scelto di puntare sulla riconoscibilità territoriale anziché sulla quantità. È esattamente in questa traiettoria che si inserisce il lavoro della famiglia Catabbo, una delle realtà più coerenti e significative del rinascimento vitivinicolo molisano. A San Martino in Pensilis, nel cuore collinare della provincia di Campobasso, questa cantina ha costruito negli anni un progetto lungimirante, che va ben oltre la semplice produzione. La storia aziendale nasce all’inizio degli anni Novanta grazie all’intuizione di Vincenzo Catabbo. All’epoca, impegnato nel commercio cerealicolo, viaggiava molto, entrando in contatto con modelli agricoli avanzati e territori che avevano già compreso il valore identitario del vino. La svolta arriva quasi per caso, attraverso l’incontro con un anziano contadino che custodiva alcune barbatelle di Tintilia. In quelle poche piante, Vincenzo intuì un patrimonio culturale prima ancora che agricolo.

Vincenzo Catabbo

Fu una scelta controcorrente. Negli anni in cui la tendenza generale inseguiva i vitigni internazionali e produzioni più redditizie, il fondatore decise di scommettere su un’uva poco produttiva, difficile da gestire e praticamente sconosciuta ai mercati. Nel 1992 impiantò il primo mezzo ettaro a Contrada Petriera, su terreni collinari e pietrosi: superfici che per i cereali erano quasi improduttive, ma che per la vite si sarebbero rivelate straordinarie.

Un gesto pionieristico che oggi appare profetico.

Nel tempo, l’azienda si è evoluta senza mai tradire l’impostazione originaria. Con l’ingresso dei figli Sara, Carla e Pasquale, la cantina ha assunto una dimensione più strutturata, mantenendo però intatta la forte impronta familiare. Oggi le tre tenute condotte in regime biologico — Petriera, Calvario e Convento — rappresentano con i loro 50 ettari vitati tre diverse interpretazioni della Tintilia e del paesaggio molisano. Cambiano i suoli, cambiano le altitudini, cambia la trama dei vini.

Carla, Pasquale e Sara Catabbo

A Petriera, cuore storico del progetto, i terreni argillosi e pietrosi danno vita alle espressioni più profonde e classiche del vitigno, come il Colle Cervino e la Riserva Vincè, nata proprio dal mezzo ettaro originario. Al Calvario emergono invece profili più tesi e verticali, sostenuti da una freschezza naturale che ne allunga il respiro. La tenuta del Convento, infine, guarda a una lettura più contemporanea ed essenziale, complici gli affinamenti in anfora e cocciopesto che ne enfatizzano la purezza e la precisione espressiva.

Tintilia

È nel bicchiere che si comprende davvero il lavoro svolto da Catabbo negli ultimi trent'anni. Una piccola rivoluzione che ha trasformato la Tintilia, di cui ci occuperemo oggi in particolar modo, da rosso spesso austero e tannico a vino capace di coniugare identità territoriale e straordinaria facilità di beva.


La Tintilia in Anfora 2024 è forse l'espressione più contemporanea della gamma. Dai terreni calcarei della Tenuta al Convento nasce un rosso vibrante, fresco, attraversato da note di piccoli frutti scuri, erbe mediterranee e spezie leggere. L'affinamento in cocciopesto ne preserva l'energia e la purezza espressiva, restituendo una Tintilia agile, dinamica e sorprendentemente scorrevole.


Con la Tintilia Colle Cervino 2024 si torna invece nel cuore storico di Contrada Petriera, tra suoli pietrosi e colline aperte alle brezze adriatiche. Il vino acquista profondità e complessità senza rinunciare allo slancio: ciliegia matura, liquirizia e spezie accompagnano un sorso equilibrato, lungo e raffinato, dove la freschezza sostiene costantemente la struttura.


La Tintilia S 2024, proveniente dalle Tenute al Calvario, rappresenta probabilmente il punto d'incontro tra eleganza e materia. I terreni ricchi di calcio e magnesio regalano un profilo più sfumato e balsamico, con un tannino cesellato e una progressione gustativa che privilegia armonia e finezza piuttosto che potenza.


Infine, la Tintilia Riserva Vincè 2022, ottenuto dalla storica parcella impiantata nel 1992 da Vincenzo Catabbo, è il vino della memoria e delle origini. Più profondo e stratificato, conserva però quella tensione e quella freschezza che rappresentano oggi la firma stilistica della cantina. Un rosso che racconta il passato della Tintilia ma, allo stesso tempo, ne indica il futuro.


Quattro interpretazioni differenti che condividono un medesimo obiettivo: dimostrare come la Tintilia possa essere un grande vino di territorio senza rinunciare a eleganza, bevibilità e modernità.

TORNA “TRALCI VULCANICI”: IL 14 GIUGNO AL PARCO ARCHEOLOGICO CULTURALE DI TUSCOLO LA SECONDA EDIZIONE DELLA FESTA DEI VIGNAIOLI DEL VULCANO LAZIALE


Domenica 14 giugno 2026, dalle ore 17:00 alle 22:00, la bellezza millenaria del Parco Archeologico Culturale di Tuscolo farà da cornice alla seconda edizione di “Tralci Vulcanici”, la grande festa dei Vignaioli del Vulcano Laziale. L'evento, nato per celebrare la cultura del vino secondo natura e le radici profonde del territorio, è organizzato da Iperico Servizi per la Cultura – cooperativa che gestisce i servizi ai visitatori del Parco - con l'esperta Ilaria Giardini. 


L’appuntamento promette un pomeriggio indimenticabile al tramonto, unendo l'archeologia, l'enogastronomia di eccellenza, la musica dal vivo e la valorizzazione della storia locale. 

IL PROGRAMMA E LE ATTIVITÀ 

I cancelli apriranno alle ore 17:00 con l’inizio delle degustazioni libere presso i banchi d'assaggio delle 11 aziende vinicole del collettivo dei Vignaioli del Vulcano Laziale: Azienda Agricola Farina, Il Sambuco, Marco Colicchio, Colleformica, Simone Pulcini Azienda Agricola, Liane, La Torretta Bio, Cantina Terracanta, I Chicchi, Emiliano Fini Viticoltore e Mattei Wines. 

Alle 17:30 prenderà il via la passeggiata archeo-geologica alla scoperta del Tuscolo e del Vulcano, guidata dagli esperti di Iperico e da Matteo Giansanti, laureato in Beni Culturali ed esperto conoscitore del territorio dei Colli Albani, un'occasione perfetta per comprendere il legame indissolubile tra la natura vulcanica del suolo e la millenaria tradizione vitivinicola del territorio.

Dalle ore 18:00 si accenderà l'area Food con la cucina d’autore. Tre importanti realtà gastronomiche del territorio – Contatto Ristorante, Chicca Home Restaurant e Portale 21 – proporranno piatti originali e pieni di fuoco. Ad accompagnare l’intero evento, dalle 18:30 fino alla chiusura delle 22:00, saranno la musica live e il Sunset Party a cura di BLCKEBY. 

LA NOVITÀ 2026: SERVIZIO TRANSFER CON L’APP BE-IT 

Per garantire un’esperienza in totale relax e all’insegna della sostenibilità, la novità di questa seconda edizione è la partnership ufficiale con Be-IT. Tramite l'applicazione sarà infatti possibile acquistare le prevendite scontate, ma soprattutto prenotare un servizio di transfer continuo che collegherà direttamente Frascati (partenza dal Parcheggio di Via G. Romita, 1) con l'area dell'evento al Parco del Tuscolo. 

INFO BIGLIETTI E PREVENDITE 

Il biglietto d'ingresso include l’accesso a tutte le attività, la passeggiata guidata, la musica dal vivo e tutti gli assaggi liberi presso i banchi delle 11 aziende vitivinicole. I posti sono limitati.  In prevendita sull’app Be-IT: 15 €  Sul posto il giorno dell'evento: 20 € Per scaricare l'app, acquistare i biglietti in prevendita e consultare tutte le info utili, è possibile visitare i canali social dedicati all’evento “Tralci Vulcanici” o “Iperico servizi per la cultura”

InvecchiatIGP: Fornacelle - Vernaccia di San Gimignano DOCG 2008


di Lorenzo Colombo

Stavamo pensando quale vino pescare dalla nostra cantina per il nostro turno della rubrica del sabato InvecchiatIGP e la soluzione l’abbiamo trovata venerdì scorso, peraltro senza intaccare la nostra collezione di vini, quando, in occasione dei press days di Regina Ribelle siamo stati in visita all’azienda Fornacelle di Marco Giusti.


Tra i numerosi vini aperti per l’occasione da Marco ci ha particolarmente colpito la Vernaccia di San Gimignano 2008, vino dal color oro antico luminoso di buona intensità.
Non particolarmente esplosivo al naso dove alle note di mela, dovute alla non giovane età del vino s’aggiungevano sentori di scorza d’arancia amare e accenni d’erbe aromatiche.
Anche il corpo non è certamente imponente ma sapido e succoso con sentori di nespole sul lungo fin di bocca. Un vino che ci ha particolarmente stupiti, ancora vivo e vibrante dopo 18 anni dalla vendemmia, considerando anche che si tratta di uno dei primi vini imbottigliati da Marco che ha infatti iniziato a commercializzarli con propria etichetta solamente nel 2006.


Le uve provengono da un vigneto posto a 190 metri d’altitudine ed allevato a Guyot e la vendemmia s’effettua nella seconda metà del mese di settembre.
Fermentazione ed affinamento si svolgono in vasche d’acciaio, segue quindi una sosta in bottiglia di almeno tre mesi. Degli altri vini che Marco ha stappato per l’occasione e della sua azienda ne scriveremo in un prossimo articolo.