InvecchiatIGP: Gaja - Alteni di Brassica 2007


di Luciano Pignataro

Prima di encomiare la perfezione assoluta di questo bianco di Angelo Gaja devo raccontare le circostanze in cui l’ho bevuto. Ebbene si, non in uno stellato, non in una enoteca e neanche a casa di un collezionista: mi è stato servito in una pizzeria, precisamente l’Enopizzeria Via Toledo a Vienna di Francesco Calò.
L’ennesimo segnale di una rivoluzione in atto sotto il naso degli stanchi e routinier uffici stampa del mondo del vino che non hanno ancora capito che non solo nelle pizzerie è in atto una forte tendenza al recupero del vino, ma anche dei vini importanti, importantissimi. Basta fare un salto a Confine a Milano, oppure da Allegrio a Roma o da Vitagliano a Napoli per rendersene conto.
Così, per scherzo, chiedo un vino bianco invecchiato che sono da sempre la mia passione, qualcosa che in Italia, anche qui, è assolutamente sottovalutata dalla stragrande maggioranza dei produttori concentrati a fare il rosso più buono del mondo con un panorama ampelografico di uve a bacca bianca da far invidia.


Ed eccoci allora al bianco di Angelo Gaja, devo dire che mi diverte parlare di un vino bianco di un produttore rossista di una regione rossista nella percezione generale delle persone. Alteni di Brassica si chiama così dall’unione delle parole alteni, i piccoli muretti di pietra che delimitavano i frutteti a Barbaresco e brassica, fiore dal colore giallo brillante che fiorisce nei vigneti. Nel dare il nome ai propri vini Angelo è sempre stato un genio. Non solo in questo, ovviamente.
Parliamo di uno dei primi Sauvignon italiani, piantato nel 1983 in epoca pre-metanolo (ricordiamo che è il 1986 l’anno della tragedia). Una etichetta che si produce ancora oggi, sempre con la stessa uva in purezza.


Il vino si è presentato subito in grande spolvero a cominciare dal colore, uno spudorato giallo paglierino ancora vivo e brillante. Non è stato neanche necessario ossigenare il vino più di tanto grazie al suo perfetto stato di conservazione. Il naso ampio e complesso aveva sviluppato note piacevoli di agrume (cedro) ancora mela, della famosa pipì di gatto che fa ridere gli studenti alle prime lezioni da sommelier neanche una traccia. L’asso nella manica olfattivo sono state le note di affumicato e di idrocarburi che il vino ha sviluppato tutti questi anni in bottiglia. Ma è al palato che lo scatto è stato impressionante: non avrei mai detto che si trattasse di ben 17 anni anche perché ingannato dalla vista. 


Una clamorosa freschezza balsamica, tanta sostanza e una chiusura infinita, lunghissima, pulita e precisa. È un vero peccato non avere le parole adatte per descrivere precisamente le sensazioni, posso solo parlarvi dello stato di benessere che mi ha abbracciato e disteso sin dal primo sorso. Una bottiglia che ha accompagnato alla grande le pizze in assaggio, comprese quelle più ricche oltre naturalmente alle classiche.
La conferma che con i vitigni bianchi, autoctoni o internazionali poco importa si potrebbe fare un grandissimo lavoro alla pari di zone più famose, proprio come è stato fatto con i vini rossi. Non so se mai vedremo anche questa rivoluzione, nel frattempo li prendiamo, li conserviamo e li beviamo con le persone che ne capiscono.

Orlando Obrigo - Barbaresco Riserva "Rongalio " 2016


di Luciano Pignataro

Fuori piove, piove. E io mi faccio coinvolgere dalla finezza di questo Barberesco di una azienda storica, da uve della Menzione Meruzzano, da vigne di 40 anni, affinato 24 mesi in botti grandi. 


Solo nelle migliori annate e, come tutti sanno, la 2016 lo fu: viva, giovanile, finale preciso e lunghissimo.

Villa Agreste ad Ostuni, dove Enzo Iaia coccola i vitigni autoctoni pugliesi


di Luciano Pignataro

Tra Ostuni e l’Adriatico c’è la contrada Conca d’Oro. Villa Agreste è il riferimento di questo territorio segnato dalla presenza di centinaia di ulivi millenari, veri e propri monumenti vegetali che da soli valgono il viaggio e da cui si ricava olio spettacolare. Il proprietario, Enzo Iaia, commercialista, appassionato di cavalli con i quali potete anche scorrazzare in libertà, ha fatto le cose perbene senza lesinare nulla e creando un progetto coerente, culturale e colturale in cui la complessa semplicità della natura è la protagonista. A parte gli ambienti dedicati all’ospitalità, curati nei minimi dettagli, con tanto di piscina e palestra, il nucleo centrale è costituito dalla cantina dove si è recuperato un vecchio frantoio secolare che ha un valore didattico perché si capisce come abbiamo prodotto olio per millenni prima dell’introduzione delle nuove tecnologie in acciaio. C’è poi una bella e suggestiva sala eventi e una sala per le degustazioni dei vini, l’ultimo progetto che ha preso forma in collaborazione con l’enologo Simone Santoro.

Enzo Iaia - Credit: Citynews

Ed è proprio il progetto vino che ha candidato questa bella struttura a soli cinque chilometri dal mare in questa sciagurata rubrica gestita con passione. Perché passione chiama passione e in questo caso, parlo di Villa Agreste, diventa l’ingrediente fondamentale per fare le cose che durano. C’è, oltre alla passione, l’orgoglio per la propria terra, il proprio campanile, croce e delizia della nostra Italia, che per gli appassionati di vino e di agricoltura: Enzo Iaia ha voluto resuscitare la Doc Ostuni, una delle tante denominazioni rantolanti sparse qua e là, e il grafico lo ha seguito stilizzando Sant’Oronzo, protettore delle città bianca, sulle bottiglie.
Ma c’è ancora di più, molto di più. In una regione dominata dal tridente Primitivo, Nero di Troia e Negroamaro, ancora abbastanza confusa sul bianco nonostante l’eccezionale prova del bombino spumantizzato con metodo classico a San Severo, da più realtà vinicole, e l’evoluzione del Minutolo in Valle d’Itria, ecco una azienda che punta decisa sui vitigni autoctoni dimenticati, non ancora conosciuti dal grande pubblico, una scelta realizzata su cinque ettari di coerenza e che regala un senso compiuto a questo agriturismo dove produzione e ospitalità si incrociano.


Si dice che il turismo banalizza l’offerta, in questo caso è il contrario. Qui troviamo le uve a bacca rossa ottavianello, susumaniello, notardomenico e quelle a bacca bianca francavidda (al Sud spesso la elle diventa d direttamente dal latino), impigno e anche minutolo. E da queste uve vengono prodotti vini sinceri, amicali, non costruiti per sembrare altro, ma per capire il comportamento e l’evoluzione delle uve nel bicchiere. Si tratta di uve antiche, sopravvissute nella memoria dei contadini, in parte citate dal nobile piemontese appassionato di agricoltura Giuseppe di Rovasenda nel suo “Saggio di Ampelografia Nazionale” del 1877. Vitigni a cui bisogna costruire un percorso moderno rispettando le caratteristiche.
Ora in questo caso l’errore da evitare, perfettamente ripetuto negli anni ’90 in Italia e di cui ci si è per fortuna liberati progressivamente, è trattare le uve autoctone con protocolli sperimentati in altre uve già studiate e verificate.
Ecco, la butto lì, forse in questo caso l’approccio “naturale” può essere maggiormente d’aiuto nell’approccio perché non impone un cammino ma cerca di seguire il corso del vitigno, fermo restando l’assunto che è sempre la mano dell’uomo ad essere decisiva.


La varietà colturale ha origine anche nella diversità del suolo che cambia radicalmente a poche decine di metri, più in basso quello limoso, argilloso e fertile dove sono allevati i vitigni a bacca rossa mentre i bianchi sono un po’ più sopra su terreno di natura calcarea e ghiaiosa. Ma godiamoci gli assaggi

Botto 2022 Spumante Brut Salento igt

Ottenuto da uve impigno e francavidda (25%) realizzato con metodo charmat. Una vera sorpresa: sapido, minerale, freschissimo, teso, dissetante. Da bere direttamente dal collo della bottiglia abbinando alla Mozzarella di Gioia del Colle.


Morellina 2022

L’ultimo nato a Villa Agreste, parliamo dello scorso ottobre, ottenuto da ottavianello vinificato in bianco. Voglia di sperimentate e percorrere strade nuove. Vinificato in acciaio e poi elevato in bottiglia, è un bianco di carattere, dal naso timido ma dal palato di carattere, da spendere anche su piatti strutturati.


26 Agosto 2022

Un rosato che nasce nel 2020 e porta il nome del giorno in cui si celebra Sant’Oronzo a Ostuni. La particolarità è nell’aver ripreso il costume antico dei contadini di ottenere il rosato unendo bianco e rosso. In questo caso ci troviamo, appunto, impigno, francavidda, minutolo, ottavianello, susumaniello e notardomenico. Setoso al palato, fresco, lunghissimo.


Ottavianello 2021 Ostuni doc

Integrato con una piccola percentuale di uve susumaniello e notardomenico. Ci colpisce la modernità della interpretazione di questo rosso, lontano dalla voglia di fare il classico vinone, è bevibile, dai tannini risolti, fine ma di gran carattere.


Conclusione

Il pregio di questa chicca d’amore è quello di essere stata pensata in una regione dai numeri enormi, la seconda d’Italia dopo il Veneto. Sarebbe un esempio virtuoso da seguire in Vulture in Irpinia e in certe zone della Calabria dove piccole aziende si ostinano a presentare la stessa proposta delle cantine più grandi. A parte queste considerazioni, il mio consiglio è prenotarvi una bella vacanza qui e bere una Puglia come non l’avete mai bevuta, interessante e divertente. Non saranno certo i vini più buoni del mondo, ma li ricorderete con simpatia e nostalgia quando saranno terminati.

Ps: grazie al patron Enzo Saia e alla sommelier Ilaria Oliva, brand ambassador di Villa Agreste per il tempo trascorso insieme, purtroppo troppo poco, e complimenti alla mamma di Ilaria, grandissima cuoca!

InvecchiatIGP: Petrolo - Vino da Tavola di Toscana Torrione 1994


di Carlo Macchi

Petrolo si trova ai confini sud-est del Chianti Classico e questo “confine” lo si può percepire meglio salendo sulla Torre di Galatrona e guardando verso ovest, dove austere e ripide colline bloccano adesso lo sguardo e nei secoli passati il passo a che voleva addentrarsi in quel territorio, allora per niente ospitale.


Luca Sanjust, figlio della indimenticabile Lucia, mi ha accolto in azienda per un revival all’insegna di Giulio Gambelli, di cui sto curando una nuova e molto più completa edizione della sua biografia e che da queste parti ha dato il suo imprinting a diversi vini, primo fra tutti il Torrione, un Supertuscan che per me ha sempre rappresentato una delle massime vette del sangiovese toscano. Ma Petrolo è anche famosa per il Galatrona, un merlot la cui vigna mi assicura Luca, volle far piantare proprio Gambelli.


Ma veniamo al Torrione, prima annata nel 1988 e allora sangiovese praticamente in purezza (forse ci “cascava” una barrique di merlot): oggi invece il merlot è arrivato a più del 15% e il cabernet sauvignon al 5%. Il Torrione nasceva in una vecchia vigna di sangiovese piantata addirittura nel 1952 e da qualche anno espiantata e ripiantata, sempre a sangiovese, ma che in buona parte va a finire nel Boggina, oggi il cru aziendale di sangiovese in purezza.


Ma il 1994 che Luca mi ha stappato è nato nella vecchia vigna e non vi nascondo che un po’ di emozione, nell’assaggiarlo, l’ho avuta. In primo luogo, perché mi ha riportato a bellissimi momenti trascorsi con Giulio e Lucia SanJust e poi perché ero di fronte a un vino di 30 anni, che dal punto di vista enologico sono un’eternità. Però, se ho imparato una cosa da Giulio, è che i suoi vini invecchiano, anzi maturano, molto lentamente. Il Torrione 1994 è stato figlio di un’annata difficilissima, all’interno del periodo 1991-1995 che ho definito più volte “della piccola glaciazione”, anni in cui pioggia e freddo non sono mai mancati, creando allora vini magari ruvidi e difficili ma, se assaggiati oggi, ancor giovani e dinamici. Il vino fermentava in vasche di cemento e poi affinava in barrique, molte delle quali usate.


L’abbiamo aperto e assaggiato quasi subito, anche se sapevamo che lasciandolo all’aria per qualche ora sarebbe sicuramente migliorato.
Anche così però il vino si è dimostrato ben presente a se stesso: colore ancora rubino con unghia leggermente aranciata e naso dove accanto a sentori balsamici schizzano fuori note fruttate lo stanno a dimostrare. Se proprio vogliamo essere pignoli la scelta dei legni usati non l’ha avvantaggiato, ma adesso queste note un po’ più cupe gli conferiscono solo carattere e complessità.
In bocca ha sapidità e ancora bella potenza, accompagnata da un tannino ruvido, figlio dei tempi e del tempo meteorologico. L’acidità è ben presente e affianca il tannino in una dimostrazione di giovinezza e austera eleganza. In bocca è molto lungo ma soprattutto ha grande equilibrio. Non solo non dimostra trent’ anni ma sono convinto che potrà andare avanti benissimo come minimo per altri dieci.

Un pezzettino della bella storia enoica scritta da Giulio Gambelli

Podere Casanova - Rosso di Montepulciano DOC 2019


di Carlo Macchi

Questo Rosso di Montepulciano 2019 in commercio da poco, dimostra freschezza e piacevolezza innate ma soprattutto una giovinezza che sorprende.


Il tannino è soffice e l’acidità è ben bilanciata. Sangiovese in purezza di bella finezza ha un solo difetto: se aperto finisce alla svelta. 13 euro in cantina.

18 Chianti Classico dell’ UGA San Donato in Poggio : logiche diversità e buona qualità in un territorio ancora da scoprire


di Carlo Macchi

Sostengo da sempre che uno dei principali pregi delle 11 Unità Geografiche Aggiuntive (UGA) del Chianti Classico sia stato quello di aver stimolato i produttori ad unirsi, conoscersi meglio, apprezzarsi e presentarsi come gruppo.
La riprova è stata la degustazione che nei giorni scorsi si è svolta all’Enoteca Innocenti a Poggibonsi, con i 18 produttori (e altrettanti vini) dell’UGA San Donato in Poggio.

Foto di gruppo

Se oggi si pensa al territorio del Chianti Classico le prime immagini che vengono in mente all’appassionato sono quasi sempre quelle delle vigne che fanno corona a Radda in Chianti, o la Conca d’Oro di Panzano o magari lo skyline di Castellina in Chianti. San Donato in Poggio (con una parte non secondaria del comune di Poggibonsi) è sicuramente un territorio meno conosciuto ai più e quindi cercherò di presentarvelo forte di una frequentazione di più di 65 anni, quelli della mia vita.


La caratteristica principale di questa UGA è l’esaltazione della grande diversità chiantigiana: diversità di terreni, di altitudini, di esposizioni, di clima, di tipologie di bosco e quindi, di conseguenza, anche di vini.


Ammetto che anche nelle altre UGA il bosco è sempre preponderante sul vigneto e sul seminativo, ma una bella fetta boschiva dell’UGA di San Donato in Poggio ha composizione diversa rispetto alle altre zone (per esempio per la presenza del cipresso, di moltissimo leccio, mentre invece sono in minoranza querce e castagni) e questo perché anche il terreno è diverso e in molte zone mostra dei pH piuttosto bassi, che da una parte porta a vini molto serbevoli anche senza grandi acidità, ma d’altro canto li rende meno pronti da giovani rispetto ad altri territori.
Comunque, per capire quanto poca vigna ci sia rispetto al bosco basta dare un’occhiata alla cartina, qua sotto, che parla da sola.


Non siamo certo si fronte ad un UGA “di montagna”, dato che si va dai 200 metri ai quasi 450, ma, come detto sopra, il terreno permette di ottenere dei sangiovese con ottima tenuta nel tempo. Altra cosa importante sono le esposizioni dei vigneti, che visto l’andamento fortemente movimentato delle colline non hanno permesso sempre la classica esposizione sud/sud-est e questo porta oggi, con il cambio climatico, ad un indubbio vantaggio.


I vini degustati erano 16 della 2021 e due dell’annata 2020 e, a parte l’ultimo (una gran Selezione) erano tutti Chianti Classico d’annata.
Non è questa la sede per fare delle schede organolettiche vino per vino ma, da persona che conosce bene questo territorio perché ci vive, posso dirvi che praticamente tutti i vini erano rappresentazioni fedeli del loro microcosmo e microclima: per esempio quelli con le vigne più in alto avevano acidità più spiccata, quelli con le vigne più in basso mostravano maggiore rotondità e ampiezza. Inoltre, l’annata 2021, per me non certo esplosiva sul versante della potenza, è stata ben rappresentata con vini equilibrati e freschi, dai tannini quasi sempre levigati. Interessanti alcune scelte, come quella di non usare legno in affinamento, che hanno portato a vini dai notevoli profumi floreali, e comunque in generale i legni sono stati usati con la giusta parsimonia. La qualità media è alta e se proprio devo dire qualcosa di più specifico posso affermare, da buon campanilista, che i vini di aziende nel comune di Poggibonsi non hanno per niente sfigurato all’interno del gruppo, anzi.


All’inizio ho parlato di diversità tra i vini, che non parrebbe un bel viatico per un territorio che cerca di farsi conoscere in maniera unitaria, ma io credo che le grandi diversità pedologiche e territoriali a cui accennavo prima non potevano che portare a vini con caratteristiche diverse e quasi sempre non per la voglia del produttore di emergere ma proprio perché rispettose del vigneto. Anche chi ha uve internazionali nel blend ha mostrato vini molto chiantigiani, sia al naso che nella struttura di bocca. A questo punto devo affrontare un tema importante: la menzione UGA, per adesso, può essere riportata solo dai vini Gran Selezione ma se c’è una certezza in questa storica DOCG è che il vino realmente di territorio è il Chianti Classico annata, quello che rappresenta le sue storiche diversità, la sua vera anima.


Per questo da una parte spero che prima possibile l’UGA possa essere estesa a questa tipologia e dall’altro faccio i complimenti ai produttori di san Donato, che si sono presentati con questa tipologia.

I Chianti Classico erano delle aziende (in ordine alfabetico):

Badia a Passignano

Casa Emma

Casa Sola

Castello della Paneretta

Castello Monsanto

Cinciano

Fattoria Cerbaia

Fattoria La Ripa

Fattoria Montecchio

Fattoria Ormanni

Il Poggiolino

Isole e Olena

Le Filigare

Le Masse

Podere la Cappella

Poggio al Sole

Quercia al Poggio

Torcilacqua

Chianti Classico Collection 2024: vi racconto tutto sull'ultima annata in commercio tra aspettative e delusioni


Con un’edizione speciale che inaugura l’anno del centesimo anniversario del Consorzio più antico d’Italia, la Chianti Classico Collection 2024 si è conclusa da poco con numeri davvero significativi: 211 le aziende partecipanti, 773 i vini in degustazione, 2000 gli operatori di settore e 350 i rappresentanti della stampa nazionale ed internazionale accreditati, cui quest’anno si sono aggiunti anche 460 appassionati ai quali la manifestazione ha aperto le porte il 16 febbraio con l’obiettivo di presentare le nuove annate in commercio, ovvero la 2022 e la Riserva e Gran Selezione 2021.


Un Consorzio, quello del Gallo Nero, che con i suoi 100 anni “deve essere un esempio per tutte le altre realtà italiane” come ha commentato il Presidente della Commissione Agricoltura della Camera, Mirco Carloni, ospite della manifestazione. 


Nel 1924, infatti, furono 33 lungimiranti viticoltori a decidere di crearlo: la loro visione fu quella di credere nell’unità di intenti, nella forza della collettività, di investire nell’aggregazione uscendo dalla miopia del singolo interesse privato, perché solo così si poteva gestire una produzione che potesse parlare di un intero territorio. A distanza di un secolo, i soci del Consorzio sono diventati 500, ma gli obiettivi che ci accomunano sono gli stessi del 1924. Proteggere il vino che nasce da un territorio altamente vocato e di rara bellezza e accompagnare i viticoltori nell’affrontare i mercati di tutto il mondo sotto l’insegna comune del Gallo Nero.

Giovanni Manetti

E’ il territorio che fa la differenza - ha dichiarato il Presidente Giovanni Manetti, nel corso del suo saluto alla stampa – ma fondamentale è anche il rapporto fra i fattori naturali e le persone, uomini e donne, che sono riusciti a mettere a frutto il dono offerto loro da madre natura. Questo è quel quid in più, l’intreccio magico fra natura e uomo, che ci permette di produrre vini unici al mondo. Quello che il grande Luigi Veronelli chiamava “l’anima del vino”. L’auspicio – ha concluso Manetti - è che i vini Chianti Classico possano esprimere sempre più territorio ma anche sempre più anima.”


Come sempre, ogni volta che partecipo ad una Anteprima, mi dedico, anche solo per questioni di tempo, a valutare l’ultima annata in commercio ovvero, come in questo caso, la (difficile) 2022. Già, infatti due anni fa, come riporta il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale della Regione Toscana*, il 2022 è stato l’anno più caldo con riferimento al periodo 1991-2020 (+ 1,3° sopra la media del periodo) caratterizzato sostanzialmente da un’estate calda e torrida, seconda solo alla 2003, e da una importante scarsità di piogge (-13%) con lunghe fasi siccitose (gennaio-marzo e maggio-luglio), interrotte da brevi parentesi eccezionalmente piovose (settembre, novembre e dicembre) che hanno messo ovviamente a dura prova lo sviluppo regolare dei ritmi vegetativi delle piante e la regolare maturazione, sia tecnologica che fenolica.


In Chianti Classico, pertanto, l'annata 2022 è stata tutto fuorché eccezionale, i vini da me degustati, con le eccezioni che andrò a segnalare successivamente, erano corretti, relativamente monocorde a livello aromatico dove ritroviamo tanta frutta rossa succosa, grado alcolico a volte fuori scala, e poco altro. Anche al gusto sono vini piacevoli ma manca quel guizzo di personalità e di lunghezza che potrebbe renderli altamente godibili. Volendo fare un paragone con le annate precedenti, questi 2022, mediamente, peccano di profondità e, consentitemi il termine, di tridimensionalità che avevo ritrovato spesso e volentieri nella 2019 che, ad oggi, rappresenta l’ultima grande annata in Chianti Classico.
Fortunatamente, non mancano Chianti Classico 2022 di grande godimento ed equilibrio, figli di territori di produzione più freschi grazie ad una altitudine media dei vigneti e\o di una loro esposizione che ha permesso alla vite di “salvarsi” dalle condizioni climatiche estreme dell’annata che, comunque, anche in queste zone, era difficilissima da gestire e i risultati nel bicchiere, purtroppo, lo hanno confermato.


Tra i 57 Chianti Classico 2022 presentati alla stampa, dato che conferma tutte le difficoltà esposte in precedenza, i territori o, meglio, le UGA dove ho trovato picchi di eccellenza sono state sicuramente Radda in Chianti e Lamole. Nel primo caso il Chianti Classico annata di Istine, prodotto dalla bravissima Angela Fronti, è quello che probabilmente mi è piaciuto maggiormente perché al frutto rosso croccante associa al palato leggiadria e sapidità rendendo il sorso scorrevolissimo ma al tempo stesso non rinunciando alla territorialità, Stessa cosa a Radda in Chianti, forse con meno impatto immediato, lo ha prodotto Michele Braganti di Monteraponi che ha presentato un Chianti Classico 2022 di equilibrio sopraffino nonostante una generosità palatale inconsueta figlia di una annata che anche a Radda si è fatta sentire.


Di Lamole, una delle UGA che amo di più, è stata presentato solo un 2022, quello di Castellinuzza e Piuca, che ha confermato come questo territorio, costellato da boschi, piante di iris e vigneti con quote superiore a 500 metri s.l.m., sia tra quelli più performanti quando si tratta di “gestire” il sangiovese durante le annate calde e siccitose. Il Chianti Classico di questa piccola azienda famigliare mi ha stregato per un profilo aromatico arioso di rara eleganza floreale e per un sorso agile e disteso che emoziona con la semplicità e la bellezza delle piccole cose.

Vigneti di Castellinuzza e Piuca

Gaiole, unica UGA del Chianti Classico il cui capoluogo non si trova in cima a un colle o a un crinale bensì al centro di una conca, subito ai piedi dei Monti del Chianti, è per questo motivo una delle zone più fresche dell’intera denominazione e da questo storico territorio arriva il Chianti Classico 2022 di Castello di Ama dalla veemente luminosità gusto-olfattiva pur mantenendo inalterata la sua spina dorsale di spiccata chiantigianità.


Da Gaiole in Chianti arriva anche l’ottimo Chianti Classico “base” di Riecine, forse meno rarefatto del solito, ma comunque elegantissimo, tenace, avvolgente e denso di sapore come si confà ai migliori sangiovese in purezza della denominazione. 


Least but not the last il Chianti Classico 2022 di Cigliano di Sopra, anche questo un sangiovese di razza che, in un territorio non facile con climi estremi come San Casciano, ha saputo mantenere carattere, integrità ed armonia di beva che solo chi conosce perfettamente la sua Terra può preservare ed esaltare nelle evidenti difficoltà. Bravi!

InvecchiatIGP: Scavino - Barolo Bric dël Fiasc 1996


di Roberto Giuliani

Meno di due anni fa, proprio per la nostra rubrica “Invecchiato IGP”, vi raccontai di uno splendido Barolo Rocche dell’Annunziata 1990, ma lo scorso 25 febbraio Enrico Scavino ci ha lasciato all’età di 82 anni per complicanze dovute a un intervento chirurgico. Ho sentito naturale ricordarlo con un altro suo grande vino, questa volta classe ’96; potevo scegliere anche il ’95 o il ’94, ma quest’annata ha sempre avuto molte più frecce al suo arco, nonostante i primi anni fosse estremamente chiusa, austera e poco incline a compiacere i nostri palati.

Enrico Scavino - Credit: baroloeco.it

Enrico, come certamente saprete, è stato uno dei principali esponenti dei “Barolo Boys”, quel drappello di vignaioli langhetti che decisero di rivoluzionare il modo di fare vino e che, tra apprezzamenti e critiche, di fatto hanno permesso al Barolo di conquistare una fama assoluta negli States e in molti altri Paesi esteri. L’azienda Scavino nasce nel 1921 ad opera del nonno Lorenzo e del padre Paolo (da cui ha poi preso il nome), ma Enrico già negli anni ’50 era entrato a farne parte, a soli 10 anni, tanto da poter vantare ben 72 vendemmie.


Oggi sono le figlie Enrica ed Elisa a portare avanti l’azienda, ma il Bric dël Fiasc 1996 è tutto opera del papà Enrico. Ho avuto il piacere di conoscerlo nel 2003, ricordo i suoi occhi, il suo sguardo timido e riservato, era certamente un uomo d’altri tempi ma con una sensibilità spiccata, dalle sue parole trapelava chiaro il suo amore per la vigna e la sua terra.

Credit: iobevotanto.i

Devo dire che tra gli anni ’90 e il successivo decennio, ho assaggiato di frequente i Barolo di Elio Altare (l’ideatore del gruppo), Roberto Voerzio, Elio Grasso, Giorgio Rivetti, Lorenzo Accomasso, Chiara Boschis e gli altri che poco alla volta hanno abbracciato la visione dei Barolo Boys, ma raramente mi sono emozionato; continuavo a sentire una naturale preferenza per i colori scarichi, i legni non invasivi, una tannicità sincera, tratti distintivi del nebbiolo di Langa, mentre non condividevo la scelta di rendere il Barolo un vino più “addomesticato”, più pronto al consumo per palati che non erano in grado di comprendere un vino inizialmente “ostile”.

Credit: iobevotanto.i

C’è da dire, però, che non tutti spingevano allo stesso modo in quella direzione, certo la barrique, certo le rese basse, certo la ricerca di una maggiore concentrazione del colore e dei sapori (con appositi concentratori), ma la mano era diversa da produttore a produttore. Inoltre, l’esperienza acquisita con le prime vendemmie e vinificazioni, ha permesso ai più di trovare un maggiore equilibrio nel tempo, sia nell’uso dei legni che nella concentrazione e struttura dei vini. Così, già dalla metà degli anni ’90, si poteva cominciare a notare una mano più felice e consapevole.


Il Bric dël Fiasc 1996 ha queste caratteristiche, oltre al vantaggio di venire da una vigna prestigiosa che dimora nel comune di Castiglione Falletto (oggi MGA Fiasco), il cui suolo è caratterizzato dalle famose Marne di Sant’Agata Fossili, qui composte in prevalenza da limo e argilla (tipiche). Il lavoro di estrazione del colore fatto in quel periodo ha consentito oggi di avere di fronte una tinta tutt’altro che scarica e stanca, siamo ancora sul granato pieno e di buona profondità, c’è luminosità nel calice, segno che il vino non se la passa affatto male.


E infatti i profumi sono sorprendenti, trovare qualcosa di evoluto è impresa fallimentare, si percepisce ancora uno straordinario frutto, vivo, maturo ma senza alcun cedimento ossidativo; aleggiano menta, cacao e liquirizia, un alito di humus, leggerissimo chiodo di garofano. Ma è all’assaggio che lascia davvero sorpresi: c’è una materia ricca, intensa, con una speziatura finissima e un’eleganza che sa tanto di Castiglione Falletto, grande nerbo e una freschezza esemplare, un vino privo di qualsiasi stanchezza, vivissimo e di grande carattere, arioso e austero allo stesso tempo, lunghissimo e sapido nel finale. Era l’ultima bottiglia a mia disposizione, purtroppo…

Credit: iobevotanto.i

Chiudo contento di avere scelto la bottiglia giusta per onorare Enrico; spero, attraverso il racconto di questo vino, di avere lasciato ad Enrica ed Elisa un bel ricordo del loro caro papà.

Castello Poggiarello - IGT Toscana "Sic et Simpliciter" 2021


di Roberto Giuliani

Sovicille (SI): prima annata 2018. Cabernet Sauvignon e franc, merlot, fermentazione spontanea e maturazione in anfora separatamente per 8 mesi, poi altri 4 mesi insieme, affinamento di almeno 6 mesi in bottiglia. 


Un vino che strappa l’applauso: ribes, ciliegia, mora, grafite e una beva strepitosa.

Le Furie - Faro Doc "Cicarra" 2021


di Roberto Giuliani

Da un po’ di anni, quando si parla di vino siciliano si pensa subito all’Etna, questo fantastico vulcano che con la sua lava ha creato in migliaia di anni un paesaggio unico, dove oggi stanno riscuotendo grande notorietà i vini che vi vengono prodotti. Ma il territorio isolano custodisce altre perle, di cui si dovrebbe parlare di più, come la Doc Faro, una piccola denominazione che coinvolge esclusivamente la provincia di Messina e che ha rischiato di scomparire una ventina d’anni fa. Oggi, fortunatamente, ne conservano la storia un drappello di vignaioli che, con i loro diversi stili, continuano a raccontare il fascino di una terra baciata dal sole e accarezzata dal mare. Quando ho conosciuto Alessandro, ancora non aveva imbottigliato il suo primo Faro Doc, ma me ne aveva parlato, riponeva in esso molte aspettative.


Nel frattempo ho assaggiato tutti gli altri suoi vini e mi sono fatto una chiara idea della qualità di questa piccola realtà frutto dell’impegno suo e di Michele, Claudio e Yankuba, in Contrada Cicarra nel comune di Castanea delle Furie (ME).


La loro filosofia è improntata al massimo rispetto delle materie prime e a un lavoro che favorisca le migliori condizioni per lo sviluppo di un ecosistema che garantisca l’equilibrio e la sanità di questo piccolo territorio. Così, insieme alla vite, dimorano agrumi, ulivi, mandorli, noci, avocadi (e già, ormai si possono fare anche in Sicilia), ciliegi, peri, susini, meli, albicocchi, cipressi, carrubi, pini, pioppi, piante d’alloro ed eucalipto, e come se non bastasse, anche un’arnia e un pollaio. Nel bosco limitrofo, cinghiali, ricci e colombacci vivono la loro vita senza invadere i vigneti. In vigna, è bene ribadirlo, sono banditi erbicidi e prodotti di sintesi, solo rari interventi con rame e zolfo, ma l’obiettivo futuro è di non usare neanche quelli.


Il Faro Cicarra 21, millesimo 2021, è ottenuto da Nerello Mascalese per il 60%, Nerello Cappuccio per il 20% e Nocera per la restante parte. Nelle prossime annate avrà anche una piccola quota di gaglioppo, consentita dal disciplinare, avendo a disposizione circa 200 piante. Pigia-diraspatura, lieviti indigeni, niente solforosa, macerazione in tino aperto in plastica alimentare senza controllo di temperatura; follatura manuale una volta al giorno, tranne sabato e domenica (la scuola agraria è chiusa). 


A fine fermentazione alcolica (8 giorni, zuccheri a zero) pressa soffice e acciaio, senza travasi per 10 mesi circa. A fine malolattica, aggiunta di solforosa. In genere in maggio, passaggio per altri 8/10 mesi in un tonneaux da 500 l. e una barrique, ambedue esausti. Leggera solforosa prima dell’imbottigliamento. Affinamento in bottiglia per 8/10 mesi. Gradazione? 12,5%, senza trucchi, in Sicilia! E poi dicono che non si può per via del mutamento climatico. Ma qui si lavora con l’alberello! E poi c’è il mare, la brezza, l’escursione termica… Il prezzo? Lo stesso di tutti gli altri vini, come dice Alessandro “nessuna differenza per i nostri figli”, ovvero 15 euro al privato.


Roba da non crederci, ve lo dico sinceramente, perché questo Faro mette in riga parecchi vini ben più costosi, ha una trama incantevole, i profumi richiamano il fico rosso appena colto, l’arancia, le erbe aromatiche, toni salmastri, il tutto in un ambito di estrema purezza espressiva. All’assaggio senti subito la freschezza, non c’è potenza ma una materia fine ed equilibrata, il tannino è quasi docile, il frutto croccante, la beva strappa l’applauso, grazie anche a un’alcolicità quasi impercettibile. Un’energia che irradia luce, con estrema grazia, un Faro che illumina rubino, finché ce n’è ancora in bottiglia...

InvecchiatIGP: Pomario – Umbria Bianco IGT “Arale” 2010

 

«I vini buoni sono tantissimi. Noi cerchiamo di dare ai nostri vini personalità, legando la produzione ad un filo conduttore che parla di questo territorio. Amiamo questo posto e vogliamo che i nostri prodotti trasmettano l’amore per questa terra».
Con queste parole, durante una mattinata uggiosa di autunno, ci accoglie Giangiacomo Spalletti Trivelli che, assieme a sua moglie Susanna D’Inzeo, si innamorarono anni fa della struggente bellezza della campagna umbra e di un vecchio casale sito in località Pomario, nel comune di Piegaro, che era pronto a riprendere vita per fornire loro un “Buen Retiro” per scappare dal caos di Roma.


Quel poggio luminoso, elevato a 500 metri s.l.m., ha dato il via anche ad un sogno mai sopito da parte del conte Giangiacomo di riprendere la tradizione familiare legata al vino, risalente a fine Ottocento. Venceslao Spalletti Trivelli, senatore del Regno assieme alla moglie Gabriella Rasponi, nipote di Carolina Bonaparte, decisero di comprare un’azienda in Toscana dove successivamente il figlio Cesare, nonno di Giangiacomo, iniziò la produzione di un Chianti molto rinomato. Chi lo ha bevuto, ancora si ricorda chiaramente e con molto piacere, il Chianti Spalletti, prodotto fino ai primi anni ‘70.

Giangiacomo Spalletti Trivelli e Susanna D’Inzeo

Quel desiderio, ben presto, diventò realtà. Infatti, senza esitazioni, i conti Spalletti Trivelli reimpiantarono i vigneti, ristrutturarono integralmente la tenuta e iniziarono le prime sperimentazioni in cantina, grazie all’aiuto di Federica De Santis, agronoma, e Mery Ferrara, enologa. La prima vinificazione a Pomario, nel 2009, venne fatta nella rimessa degli attrezzi: un tonneau di sangiovese e una barrique di trebbiano e malvasia: i futuri Sariano e Arale. Da questi si capì da subito le potenzialità dei vini di questo territorio, adagiato tra i colli Orvietani e il Lago Trasimeno, dove oggi, più salda che mai, troviamo l'Azienda Agricola Pomario con i suoi 230 ettari complessivi all’interno dei quali troviamo circa 9 ettari di vigneti condotti secondo i principi dell’agricoltura biologico-biodinamica al fine di mantenere inalterati gli equilibri naturali.

La verticale

L’Arale, come scritto in precedenza, è il primo bianco prodotto dall’azienda, un blend di trebbiano e malvasia che deriva il suo nome dal monte che sovrasta la vigna storica, di almeno 50 anni di età. Durante la mia ultima visita in cantina, grazie alla generosità della proprietà, ho potuto degustare una verticale storica di Arale che dall’annata 2019, ci ha portato indietro nel tempo fino alla 2010, annata che oggi vi descriverò per InvecchiatIGP vista la sua bontà.


Da un punto di vista squisitamente tecnico, il vino non ha mai subito grosse variazioni in termini di vinificazione ed affinamento. Le uve, infatti, vengono subito pressate per poi essere messe a fermentare in barriques con l’inoculo di lieviti autoctoni. La fermentazione avviene spontaneamente nelle barriques e gli unici interventi effettuati sono dei batonnage giornalieri.
La prima sfecciatura grossolana avviene solo al termine delle fermentazioni alcolica e malolattica. Si procede poi con ulteriori quattro pulizie annuali in maniera da ottenere un vino pulito e pronto per l’imbottigliamento dopo una leggerissima filtrazione.


L’annata 2010, l’ultima della batteria, colpisce e si fa apprezzare già dal colore che cede pochissimo all’ossidazione e al tempo visto che, come si può verificare dalla foto, il vino sfoggia una cromia leggermente dorata, piena e di bellissima lucentezza. L’ampio ventaglio olfattivo, che dopo oltre venti anni vira su sensazioni aromatiche che evocano i vecchi riesling tedeschi: frutta esotica matura, pesca percoca, resina di pino mugo, erba citrina e un’imponente nota di pietra focaia a cui seguono, col passare del tempo, percezioni salmastre.


Armoniosa, bilanciatissima e saporita la bocca, ben puntellata da una sapidità a tutto volume e da una freschezza paradigmatica che, in equilibrio con la massa glicerica del vino, concedono una complessità aromatica in accordo col naso. Finale di interminabile lunghezza.