Le Macioche e il suo Brunello di Montalcino tra passato, presente e futuro

I momenti più interessanti di Benvenuto Brunello sono sicuramente gli eventi paralleli alla manifestazione che, in genere, si concretizzano in esclusive visite in cantina oppure importanti verticali organizzate ad hoc per alcuni giornalisti. 

Spesso le due attività vanno di pari passo così come è capitato a me quando, assieme alla Stefy, siamo stati invitati presso Le Macioche per scoprire la nuova vita di questa importante aziende ilcinese che è stata acquisita a settembre 2014 da tre giovani imprenditori veronesi, Stefano Brunetto - direttamente coinvolto nella gestione - Massimo Bronzato e Riccardo Caliari


La tenuta vitivinicola, situata nei pressi dalla millenaria Abbazia Romanica di Sant’Antimo, si estende per circa sei ettari - di cui tre a vigneto classificato Brunello - disposti a una quota media di 420 metri s.l.m. orientati a sud-sud/est, per una produzione totale media di 18.000 bottiglie di vino e di 300/500 litri di olio. Importante sottolineare che, dal punto di vista agricolo, Le Macioche è in conversione e dal 2018 sarà bio-certificata.

Incontriamo Stefano e Riccardo in azienda e con loro, prima del classico giro in cantina, ripercorriamo la storia della tenuta che inizia negli anni Ottanta grazie a Matilde Zecca e Achille Mazzocchi, una coppia piena di passione per la terra e per il vino, che nel tempo riesce a creare un prodotto di altissima qualità tanto da farsi subito conoscere da critici e consumatori in tutto il mondo. Condurre una azienda di vino a Montalcino può essere un lavoro faticoso per cui, come già detto, due anni fa si arriva al passaggio di proprietà che ha fornito nuovo impulso imprenditoriale attraverso un re-branding il cui unico obiettivo era non stravolgere quanto di buono è stato fatto fino ad ora dai vecchi proprietari che avevano puntato tutto su tradizione e qualità senza compromessi.


Stefano Brunetto - Foto tratta da Twitter

In tale ottica tutte le persone che già lavorano per la vecchia proprietà, sia in vigna che in cantina, sono state mantenute così e in tale ambito, nel suo ruolo di enologo, è stato riconfermato Maurizio Castelli che dal 1997 collabora proficuamente con Le Macioche garantendo esperienza e rispetto del territorio.

Mentre parliamo continuiamo il giro ed entriamo nella piccola cantina, ancora a livelli artigianali, dove vengono prodotti per ora solo il Rosso di Montalcino, vinificato in tini di acciaio, e il Brunello di Montalcino che, a differenza del precedente, viene vinificato in tini di legno troncoconici. La fermentazione, per tutti, avviene grazie all'uso esclusivo di lieviti indigeni.


Terminata la fermentazione malolattica, il Rosso di Montalcino riposa per circa dieci mesi in tonneaux da 5 Hl, mentre il vino destinato a divenire Brunello è trasferito in botti ovali di rovere francese da 30 Hl dove rimane ad affinare per quaranta mesi, mentre nel caso della Riserva il periodo di  affinamento  arriva  a  cinquanta mesi.  Proprio le botti rappresentano un importante elemento di rinnovamento in cantina: quasi tutte le vecchie botti sono state sostituite dall’eccellente rovere francese di Marc Grenier, di produzione artigianale e su misura.


Ci dirigiamo verso la saletta di degustazione dove Stefano, Massimo e Riccardo ci hanno organizzato una piccola verticale di Brunello di Montalcino partendo dall'annata 1997 fino ad arrivare alle 2009. 

"Questa è la preziosa eredità che ci hanno lasciato Achille e Matilde, vini di grande carattere e sinceri le cui caratteristiche non saranno tradite dal nuovo corso". Stefano, pronunciando queste parole, dà il via alla degustazione che, come vedrete, riserverà tante conferme e qualche sorpresa.



Le Macioche - Brunello di Montalcino 2009: da questa annata a mio giudizio sottovalutata nasce un sangiovese gagliardo e dai tratti aromatici contraddistinti da frutta rossa croccante ed erbe officinali. Sorso dotato di tannino finissimo e splendida sapidità che accompagna il finale di bocca.


Le Macioche - Brunello di Montalcino 2008: l'annata è stata senza dubbio problematica e in linea generale a Montalcino ha fornito vini freschi, schietta e di ottima beva. Non fa eccezione questo Brunello dove dinamicità e snellezza la fanno da padrone. Sorso equilibratissimo. Ottimo compagno di tavole imbandite.


Le Macioche - Brunello di Montalcino Riserva 2006: altra annata sottovalutata che, invece, ha fornito grandi risultati sopratutto se, come fatto dalla precedente proprietà, si dà vita ad un Riserva davvero degna del suo valore. Ampio il naso dove ritrovo la ciliegia, la viola, una leggera speziatura, tocchi di resina e lievi note di tabacco e sottobosco. Sorso ancora generoso, ha grande forza gustativa ma, al tempo stesso, un corpo proporzionato segnato da decisa freschezza e tannino levigato. 


Le Macioche - Brunello di Montalcino Riserva 2004: da una annata a cinque stalle nasce questo sangiovese in purezza che presenta un naso espressivo dotato di intensi profumi floreali e una straordinaria freschezza che solo col tempo, grazie all'ossigenazione del vino, si amplia e si rafforza grazie ad estroverse sensazioni di tabacco biondo, cola ed erbe aromatiche. Fine ed equilibrato in bocca, ha ancora tantissimo tempo davanti a sé. 


Le Macioche - Brunello di Montalcino 1999: austero, tradizionale, ha tutti i crismi per essere considerato come quei film in bianco e nero che, con la loro eleganza e quel po' di understatement, non passeranno mai di moda emozionando generazioni di appassionati. 


Le Macioche - Brunello di Montalcino 1997: da un millesimo esaltato in passo che oggi invece sta dando risultati deludenti in termini di tenuta, nasce questo vino che rappresenta nel panorama di Montalcino una piacevole eccezione per integrità, succosità ed equilibrio perfetto. Così dovrebbe essere un grande Brunello di quasi venti anni. Piccola curiosità: questo è stato il primo anno di Castelli in azienda. La strada è stata tracciata, spetta ora a Stefano, Massimo e Riccardo percorrerla nel migliori dei modi.


Prima di concludere il post un'altra piccola curiosità riguardante la nuova etichetta dove, in bella mostra, si nota una radice. Ebbene, non parliamo di vite bensì della radice del corbezzolo, che nel dialetto di Montalcino si chiama appunto “macioca” da cui Le Macioche.



Michel Rolland: la mia intervista per Vinix Digest

Per chi si fosse perso l'articolo su Vinix Digest riporto qualche breve stralcio dell'intervista con Michel Rolland.


Lei nel 1976 con sua moglie ha dato vita a Libourne al suo laboratorio di enologia. Come è cambiato il suo modo di lavorare in questi 40 anni? E’ cambiata molto l’enologia?
Certamente, il progresso scientifico si è fatto sentire anche in questo mondo e se quaranta anni fa si riuscivano a bere mediamente dei buoni vini, ottimi solo in alcune parti del mondo, oggi il livello qualitativo dei vini si è alzato di moltissimo e anche all’interno di terroir meno vocati attualmente si può riuscire a bere cose decenti.

Mi sta dicendo che si può produrre ottimo vino dovunque? 
No, assolutamente. Spesso ci si confonde tra buono e ottimo che sono due aggettivi estremamente diversi. Ovunque cresca una vigna, tranne quindi in alcune aree del mondo come la penisola Antartica, si può produrre del buon vino. Il grande vino, invece, si può produrre solo in pochissime zone del mondo e la sfida in questo senso è capire quale varietà d’uva è in grado di adattarsi ed esprimersi nel miglior modo possibile in quel terroir. Il pinot nero in borgogna, il riesling per la Mosella, il cabernet sauvignon in Napa Valley, o il sangiovese in Toscana sono ottimi esempi.

Vino varietale o vino di territorio?

Nessuno dei due può prescindere dall’altro. La mia filosofia è cercare sempre di produrre il miglior vino possibile e, in questo, non si può trascurare il concetto di bevibilità e piacere. Non sarei così manicheo come alcuni personaggi che ho incontrato, mio malgrado, nella vita.

IL RESTO DELL'INTERVISTA LA POTETE TROVARE CLICCANDO QUA

Winesurf si rinnova e hai bisogno di te!

Mi fa piacere dare evidenza a questa campagna di raccolta fondi per Winesurf visto che il mio amico Carlo Macchi e tutto il loro staff sono stati, e lo sono tutt'ora, un punto di riferimento per me e tutti gli appassionati di vino italiani.

Scrive Macchi:" Dieci anni, per un giornale online sono un’ eternità e così abbiamo deciso di rinnovare tutto. Per prima cosa il progetto grafico, che qualche amico benevolo definisce vintage ma in realtà è veramente vecchio: per trovare un articolo bisogna fare i salti mortali, per consultare una degustazione idem.


Forse potevamo rinnovarci prima, ma per farlo ci volevano e ci vogliono diversi euro e noi, come ben sapete, siamo un giornale gratuito che vive del volontariato di tutti i collaboratori.
  
Così abbiamo pensato al Crowdfunding.  Oramai finanziare progetti grazie alla rete è diventato abbastanza comune anche in Italia, ma Winesurf sarà il primo giornale enogastronomico online a farlo e anche questo è un piccolo traguardo
  
Per farlo ci siamo affidati a Produzioni dal basso, la prima piattaforma di Crowfunding nata in Italia.
  
Ma cosa vogliamo fare?  Con la completa ristrutturazione del sito web, ci poniamo tanti nuovi obiettivi: 
  • articoli più ricchi e interattivi con possibilità di inserire foto e video dove vogliamo
  • ci daremo una nuova veste grafica che non rinnegherà il passato ma sarà fruibile in maniera semplice e immediata
  • inseriremo nuove rubriche
  • diventeremo leggibili in maniera chiara anche da smartphone e tablet
  • faciliteremo anche  la consultazione delle decine di migliaia di degustazioni presenti, la ricerca e la classificazione delle schede dei vini. 
  • Creeremo un sistema innovativo per effettuare, presentare e classificare tutte le degustazioni anche il lingua inglese. 


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Champagne Brut Premier Cru Rosé de Saignée 2011 Geoffroy - Il VINerdì di Garantito IGP

Di Angelo Peretti


Vi piace il kir royal, l'aperitivo fatto con Champagne e cassis?

Ecco, sappiate che lo Champagne rosé di Geoffroy sa di kir royal.

È un rosé de saignée, fatto per salasso dal pinot nero.

Ha il ribes nero, i fiori, la bolla cremosa e morbida (10 grammi di zuccheri residui).

Perfetto per la primavera e l'estate.

Champagne Brut Premier Cru Rosé de Saignée 2011 Geoffroy

Il miracolo del vin jaune - Garantito IGP



Di Angelo Peretti

Oh, il vin jaune! Adoro questo complesso, complicato vino del Jura francese. Fatto in maniera arcaica, quasi seguendo un rito. Difficile da bere, per chi non ci è abituato. Poi se ci entri in sintonia non te ne stacchi più. Si fa solo con l'uva della varietà del savagnin. Viene messo in botticelle da 288 litri, e deve starci almeno sei anni e tre mesi. Niente ricolmature, e dunque man mano che il legno si beve parte del vino, l’aria si fa spazio. Sopra al vino si forma un velo di lieviti, che proteggono il liquido dall’ossigeno.
Posso dire che si tratta di un'ossidazione controllata? Boh, proviamo a buttarla lì. In ogni caso, poi hai le note ossidative che contrastano con un’acidità sferzante, montanara, e il vino è secchissimo, e quasi, per certi versi, ricorda un distillato, o anche uno sherry, ma qui non c'è aggiunta alcuna di alcol, nessuna fortificazione. Straordinario e unico. C'è poi che è un vino pressoché eterno, e anzi da quelle parti, nel Jura, consigliano di berlo molto avanti nel tempo, quando la complessità è divenuta estrema. Ricordo un ristorante stellato ad Arbois con una profondità straordinaria di etichette di vin jaune. Incredibile.
Qualche tempo fa, con un gruppo di amici, ho organizzato una degustazione di vin jaune. Il più giovane un 2007, il più vecchio un 1989. Più in là negli anni non ero in grado di andare, ma assaggiando ci siamo accorti che ne varrebbe la pena: più si avanzava nelle annate e più il vino diventava fascinoso. Occorrerà attrezzarsi per tastare roba più vecchia, prima o poi.

Negli assaggi che ho proposto, abbiamo aperto bottiglie di tre delle quattro appellation del Jura che prevedono la tipologia del vin jaune: Cotes du Jura, Château-Chalon e Arbois, mentre non avevo bocce di vin jaune de L'Etoile. A proposito di bottiglie: sono le clavelin da 0,62. Una misura simbolica e unica al mondo (ovunque impera la 0,75), per significare la parte di vino che è stata "bevuta" dal legno durante i sei anni e passa di affinamento.
Ecco cosa abbiamo bevuto.


Cotes du Jura Vin Jaune 2007 Domaine Labet Un bebè. Il naso, certo, ha la traccia ossidativa inconfondibile del vin jaune, ma la bocca è acidissima, secondo lo stile dei Labet. Ovvio che tanta freschezza giovanile aggiunge in beva e toglie in complessità.


Cotes du Jura Vin Jaune 2004 Benoit Badoz Ossidazione più acidità più sale. Si apre con lentezza, e con incedere pigro vira verso la frutta candita, verso ricordi di panettone, direi. Succoso di frutti tropicali, ma tutto sommato un po' monocorde.


Château-Chalon 2004 Domaine Macle Troppo, troppo giovane. Però di già impressiona il contrasto fra le memorie di distillato colte all'olfatto e l'enorme spettro aromatico del palato. Grandissimo ora, chissà cos'avrebbe potuto essere più in là.


Château-Chalon 1998 Stéphane Tissot La Cave de la Reine Jeanne Wow! Tartufo, funghi, spezie, frutta secca, erbe officinali, menta, e poi un'incredibile beva salata, e che uno vino così reclami il secondo o il terzo calice ha dell'incredibile, del magico. Clamorosamente buono.


Arbois Vin Jaune 2002 Rolet Père et Fils Be', l'esordio non è granché, con quegli odori riduttivi che ricordano la gomma bruciata. Poi lo porti alla bocca e "pam!", esplode in un tripudio di frutti tropicali, di rosmarino, di timo. Che giovinezza!


Arbois Vin Jaune 2003 Domaine de la Tournelle E ancora mi tocca dire: troppo giovane! Spettacolare la freschezza scattante di questo vino. Timo, tracce officinali, frutta gialla, tanta, e tropicale. Una finezza che ti lascia a bocca aperta. Splendido.


Arbois Vin Jaune 1991 Fruitière Vinicole d'Arbois Altra sorpresa, e qui l'età comincia a giocare un ruolo importante. Succoso di agrumi, di kumquat e arancia, freschissimo e quasi tagliente e insieme ruvido di petrolio, e anche iodato, marino.


Vin Jaune d'Arbois 1989 Jacques Tissot Lo metti nel bicchiere e avverti, netta, l'affumicatura. Ne prendi un sorso e ti si apre un mondo di erbe alpestri, di macchia mediterranea, di profumi officinali, e poi di legno di bosco, di resina. Sbalorditivo.


Portare la storia e la civiltà del vino nelle scuole. Il Senatore Stefàno ci prova!

"Non esiste pezzo di storia del nostro Paese che non incroci vicende legate all'uva e al vino. Dobbiamo iniziare a raccontare l'Italia anche attraverso le peculiarità identitarie che hanno accompagnato tutti i passaggi della storia più importanti. E' venuto il momento che l'Italia introduca come disciplina obbligatoria, e quindi a pieno titolo, "Storia e la Civiltà del Vino" nel patrimonio di conoscenze basilari dei nostri ragazzi".  Sono le parole del senatore Dario Stefàno, componente della Commissione Agricoltura del Senato, che ha presentato questa mattina, in conferenza stampa a Palazzo Madama il suo disegno di legge per introdurre l'insegnamento obbligatorio di "Storia e Civiltà" del vino nelle scuole primarie e secondarie, di primo e secondo grado. 


L’Italia, dopo lo storico sorpasso sulla Francia, è oggi il primo produttore al mondo ed è tempo che recuperi anche il gap culturale, formando i propri ragazzi attraverso uno dei suoi principali tratti identitari. 

"Non si tratta – ha sottolineato il senatore - di irrobustire la formazione tecnica nelle scuole professionali, che pure è necessario fare e con tempestività, ma di contribuire a formare il patrimonio di cultura generale e del sapere delle nuove generazioni, attraverso il racconto del ruolo del vino e dell'uva nelle pagine di storia del nostro Paese. Elementi che oggi sono senza dubbio ambasciatori della nostra cultura nel mondo. Mi auguro che già dal prossimo anno si possano avviare dei progetti pilota coinvolgendo due o tre regioni in Italia, penso ad esempio anche alla Puglia".

La consapevolezza nasce dalla conoscenza, dal sapere che – ha proseguito Stefàno – si apprende già da piccoli. L’Italia vitivinicola è un giacimento inestimabile, a livello ampelografico e paesaggistico, così come culturale e di tradizioni popolari, da conoscere e imparare a difendere e valorizzare, sin da bambini. Centinaia di differenti vitigni autoctoni, vigneti storici, veri monumenti naturali e culturali, costituiscono il cuore di una biodiversità unica al mondo, di un patrimonio che è fonte di lavoro, occupazione e reddito che si presta in modo mirabile all’innovazione, ad essere potente fonte di investimento per le giovani generazioni”.

Alla conferenza stampa, nella Sala Nassyria di Palazzo Madama, con il senatore sono intervenuti Attilio Scienza, professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, Paolo Castelletti, segretario generale Unione Italiana Vini e Isabella Marinucci, responsabile Area Vini di Federvini.


"Si è persa l'abitudine - ha detto Scienza - di consumare vino in famiglia, i ragazzi attorno ai 15 anni consumano alcol almeno 1 volta a settimana, ma fuori casa. E lo fanno con la logica dello sballo. Riportiamo il vino nelle case, nelle scuole, nell'alveo della cultura mediterranea perché il vino non si beve per ubriacarsi, è origine dell'identità e dell'appartenenza. Facciamolo ritornare ad essere una bevanda popolare. Oltre a raccontare il vino come elemento pregnante della nostra storia, dobbiamo comunicare l’idea che il vino è un elemento fondamentale dei popoli mediterranei. Bere non deve essere una gratificazione fisica, ma culturale e quindi occorre scoprire la storia che c’è dietro al vino.  Questo abbiamo smesso di trasmetterlo ai giovani, tornare a farlo a scuola è una prima tappa di un processo che deve essere sviluppato".

"Il vino italiano rappresenta, come nessun altro prodotto, il nostro Paese nel mondo - ha sottolineato Cotarella -. In Italia ci sono più vini che campanili, è una ricchezza tipicamente italiana, una trasversalità territoriale e varietale unica al mondo. Attualmente si riscontra un aumento del livello culturale di chi si avvicina al vino. Il vino si approccia prima con la mente e poi con i sensi. Occorre bere con intelligenza, nonché sapere del vino. E' il mezzo attraverso il quale si soddisfano, con la cultura, i sensi e la mente. Insegnare il vino nelle scuole significa anche insegnare il valore di bere con intelligenza e moderazione”.


"E' una iniziativa - è intervenuta Marinucci - che già da queste primissime battute ha raccolto il plauso del mondo dei produttori e un sostegno totale e trasversale, perché consentirà di trasmettere ai più giovani il valore del consumo culturale del vino. Bene la sperimentazione di progetti pilota, utile anche perché propedeutica a un eventuale adattamento dei programmi nazionali”.

"Questo disegno di legge - ha detto Castelletti - è un testo importate dalla doppia valenza. Alla promozione del patrimonio storico e sociale associa una possibile rilevante azione. Come riportato nella relazione sui problemi collegati all'alcol, predisposta dal Ministero della Salute, l'età del primo "sballo" è vertiginosamente scesa a 12/13 anni e questo disegno di legge può contribuire in modo significativo a contrastare e ridurre fenomeni distorsivi già in atto".

Alla ricerca del vino dell'Ultima Cena

Molti pasti storici famosi sono stati ben documentati, così oggi sappiamo chi vi ha partecipato, dove si sono svolti e quali piatti sono stati serviti. Il vino era spesso presente su quelle tavole, ma non abbiamo molti dettagli sul tipo e sulla sua provenienza. In occasione della Pasqua, Vivino ha deciso di scoprire quale vino fu servito durante l'Ultima Cena, il pasto che Gesù ha condiviso con gli Apostoli prima della crocifissione.
Per aiutarci a capire dove e perché ha avuto luogo l'Ultima Cena, ci siamo rivolti a Padre Daniel Kendall, Professore di studi cattolici presso l'Università di San Francisco. E per comprendere meglio il processo di vinificazione e i tipi di vini disponibili a quell'epoca, abbiamo coinvolto il dottor Patrick McGovern, Professore di antropologia dell'Università della Pennsylvania, dove dirige il progetto di Archeologia biomolecolare per la cucina, le bevande fermentate e la salute presso il museo dell'Università della Pennsylvania, a Philadelphia.
Foto: www.premioceleste.it
Dove e quando si è svolta l'Ultima Cena?
Ci siamo rivolti a padre Kendall per stabilire innanzi tutto l'ora e il luogo in cui si svolse l'Ultima Cena e quale fu il motivo che portò quel gruppo di persone a riunirsi.
"Secondo tre dei quattro Vangeli, l'Ultima Cena molto probabilmente si tenne il giovedì della celebrazione della Pasqua ebraica", spiega padre Daniel Kendall della Compagnia di Gesù. "I Vangeli indicano una data attorno al 30 d.C. Dalle descrizioni appare probabile che si sia trattato di un pasto Seder. Trattandosi della festa ebraica più importante, il vino faceva senz'altro parte dei festeggiamenti. A differenza di Giovanni Battista, Gesù beveva vino".
Il vino avrà certamente costituito un buon abbinamento con il tradizionale cibo Seder composto da  maror o chazeret, un tipo di erba amara; charoset, un impasto di pezzi di frutta e noci, dolce e di colore marrone; karpas, una verdura (di solito prezzemolo o sedano) che viene immersa in acqua salata prima di essere consumata; zeroa, stinco di agnello arrosto o ali di pollo e beitzah, uova sode.
Sapere dove e quando si è svolta l'Ultima Cena ci permette di individuare un'area geografica e un'epoca precise per affrontare meglio la domanda successiva: Quali tipi di vini, uve e tecniche di vinificazione erano presenti a quel tempo?
Foto:www.winenews.it
Vino e vinificazione nella zona di Gerusalemme
Sappiamo poco delle varietà di vitigni presenti - o addirittura se al tempo dell'Ultima Cena esistesse il concetto di vitigno. "Non datano molto lontano le testimonianze scritte della presenza di diverse varietà di uve, potremmo dire circa 1.000 anni fa o meno", spiega Sean Myles, professore a contratto presso la Dalhousie University della Nuova Scozia e ricercatore di genetica agricola.
Tuttavia, disponiamo di una buona quantità di prove sulla vinificazione e sui tipi di vini che venivano prodotti e degustati ai tempi di Gesù.
All'epoca della sera in cui si è svolta l'Ultima Cena, la Terra Santa vantava già una lunga tradizione in fatto di vinificazione. Gli studiosi ritengono che quel territorio fosse vocato alla produzione vinicola almeno dal 4000 a.C. I viticoltori avrebbero piantato le viti lungo pendii rocciosi e ricavato delle tinozze nella roccia da utilizzare come torchi. Nelle culture di tutto il Medio Oriente per raccogliere e servire il vino erano diffusi diversi vasi di ceramica.
"A Gerusalemme avevano una particolare predilezione per i vini forti e corposi", spiega McGovern.
Mentre annacquare il vino era una pratica comune nella civiltà classica, a Gerusalemme si preferivano vini dal sapore intenso. Isaia (1,21-22) critica la città paragonandola al vino tagliato con l'acqua.
In una città nell'entroterra della Giudea gli archeologi hanno trovato una giara con la scritta "Vino ottenuto da uva nera". Forse i viticoltori facevano asciugare i grappoli sulla pianta o su stuoie al sole per produrre un vino molto dolce e denso. In altri punti della regione gli archeologi hanno trovato vasi con iscrizioni quali "vino affumicato" e "vino molto scuro".
Allora era pratica comune miscelare il vino con spezie, frutta e soprattutto resina ricavata dagli alberi. I viticoltori credevano che le resine come la mirra, l'incenso e il terebinto contribuissero a preservare il vino e ad evitarne il deterioramento. Era inoltre abitudine aggiungere altri ingredienti, come melagrane, mandragole, zafferano e cannella per esaltare il sapore del vino.
Possiamo concludere che al tempo dell'Ultima Cena esisteva una solida cultura enologica e che intorno a Gerusalemme i viticoltori producevano vini corposi, a cui spesso venivano aggiunte resine, spezie e frutta.  In che modo questo stile si è tradotto nel vino dei giorni nostri?
Riprodurre il vino dell'Ultima Cena

"È probabile che abbiano bevuto qualcosa di simile a un moderno Amarone, anche se non possiamo saperlo con certezza", afferma McGovern.
I viticoltori del Nord Italia producono l'Amarone facendo essiccare le uve su graticci prima della spremitura. Il risultato finale è un vino dolce, corposo e scuro, proprio come i vini che si gustavano in Terra Santa durante l'epoca biblica. "Possono anche aver aggiunto ingredienti come melograno, zafferano e mirra".
Vuoi provare di persona la nostra ipotesi sul vino dell'Ultima Cena? Aggiungi qualche goccia di olio di resina a una bottiglia di Amarone e scoprine il gusto. Oppure, se questo ti sembra troppo, prova ad aggiungere frutta e spezie come melagrana, zafferano e cannella. Anche se non siamo certi che questa sia una riproduzione perfetta del vino di quella notte, l'ipotesi è piuttosto verosimile.
McGovern scherza: "Non possiamo sapere in via definitiva cosa contenessero le coppe dell'Ultima Cena. Ma se qualcuno è in grado di trovare il Sacro Graal e inviarlo al mio laboratorio, potremmo analizzarlo e farvi sapere".

Grazie a Vivino a app dedicata al vino più scaricata al mondo, per aver curato l'inchiesta!

Fonti:
1.     Kendall, Daniel. "Regarding the Last Supper." Intervista di persona. 16 marzo 2015.
2.     McGovern, Patrick E. "Regarding ancient wine and winemaking." Intervista telefonica. 19 marzo 2015.
3.     McGovern, Patrick E. Ancient Wine: The Search for the Origins of Viniculture. Princeton: Princeton University Press, 2003. Stampa.
4.     Myles, Sean. "Regarding domestication of grapes." Intervista telefonica. 10 marzo 2015.


Non lo so 2013 - Il VINerdì di Garantito IGP

Di Lorenzo Colombo

Un ettaro a Rancate, frazione di Triuggio, pochi chilometri a nord di Monza, vitato a Merlot (75%) e Cabernet franc (25%), un suolo in buona parte argilloso, 2.700 bottiglie frutto dell’annata 2013.


Un vino fresco, elegante, mentolato, dalla lunga persistenza. Ecco “NON LO SO”, vino della Brianza.

Coste Ghirlanda, Pantelleria nel bicchiere - Garantito IGP


Nel 2009 escono le prime 3.800 bottiglie di “Lanostraprimavolta”, un IGP Sicilia, prodotto con uve Zibibbo.
Si presenta così sul mercato una nuova azienda: Coste Ghirlanda, nata a Pantelleria, nel 2005, ad opera di Giulia Pazienza Gelmetti.
Tre i vini prodotti, tutti con uve Zibibbo (Moscato d’Alessandria), provenienti da vigneti allevati ad “Alberello Pantesco”, sistema d’allevamento iscritto nel 2014, dall’UNESCO, nella lista dei beni “Patrimonio dell’Umanità”.
Tre le Tenute: Costa Ghirlanda, sei ettari di Zibibbo allevati ad alberello, situata al centro dell’isola, Montagnole, nella parte est dell’isola, in riva al mare, di fronte alla Sicilia e Nikà, a sud-ovest, che guarda alla Tunisia.
Un’occasione per riassaggiare questi vini (li avevamo già degustati lo scorso ottobre, durante un pranzo presso Daniel Canzian, ed ancora, questa volta a bottiglie coperte, il primo di novembre, durante una maxi-degustazione a Montenero di Livorno) l’abbiamo avuta ad inizio febbraio, durante un pranzo presso Trussardi alla Scala.
Le nostre impressioni sono un poco cambiate (in meglio) nel tempo, (parliamo dei vini vinificati secchi, ovvero il “Jardinu” ed il “Silenzio”) abbiamo infatti trovato vini più maturi, ovvero più pronti e complessi.
Nulla è cambiato invece riguardo all’Alcova, reputato, oggi come allora, un grandissimo Passito di Pantelleria.

Igt Terre Siciliane “Jardinu” 2013

Jardinu di Costa Ghirlanda
Jardinu di Costa Ghirlanda

Il nome deriva da “U Jardinu”, ovvero il Giardino Pantesco, tipica costruzione cilindrica di pietra lavica a secco con la duplice funzione di bonificare il terreno dall’eccesso di pietrame e di proteggere gli alberi di agrumi piantati all’interno dal vento e dalla salsedine.

Jardinu di Costa Ghirlanda, l'etichetta
Jardinu di Costa Ghirlanda, l’etichetta

Le uve provengono dalle Tenute di Ghirlanda e Montagnole, il suolo è vulcanico ed il sistema d’allevamento è il tradizionale Alberello Pantesco.
Dopo una macerazione sulle bucce, a freddo, per dodici ore, il mosto fermenta in acciaio e s’affina per otto mesi sui lieviti. Circa 15mila le bottiglie prodotte.
Molto bello il colore, giallo-dorato luminoso.
Intenso al naso, aromatico, con netti sentori di salvia ed accenni di scorza d’arancio.
Di buona struttura, il vino si presenta fresco e sapido, con note aromatiche ed agrumate (scorza d’arancia) e di salvia, bella la sua vena acida e buona la persistenza.

Deg. Cieca (nov.2015)
Giallo paglierino luminoso. Intenso, pulito, aromatico, accenni floreali (rose). Discreta struttura, note aromatiche, morbido e sapido, bella vena acida, discreta persistenza.

Igt Terre Siciliane “Silenzio” 2013

Silenzio di Costa Ghirlanda
Silenzio di Costa Ghirlanda

Non penso serva spiegare il significato di questo nome, che rimanda ai silenzi dell’isola.
Si tratta in pratica di una selezione delle migliori uve. La vinificazione è simile al precedente. Circa 6mila le bottiglie prodotte.
Color oro-verde, luminoso, molto bello.
Sia l’intensità olfattiva che l’aromaticità sono meno decise rispetto al precedente vino, in compenso denota una maggior eleganza ed ampiezza, anche se la tipicità del vitigno (leggasi esuberanza olfattiva) è meno riconoscibile.
Morbido al palato ed al contempo fresco e sapido, buona la sua persistenza, con sentori di salvia in fin di bocca.

Deg. Cieca (nov.2015)
Giallo paglierino di discreta intensità, riflessi verdolini. Intenso, aromatico, leggeri accenni di smalto. Buona struttura, sapido, note vegetali, fieno, erbe officinali, buona la persistenza.

Alcova 2012 – Passito di Pantelleria Doc

Alcova di Costa Ghirlanda
Alcova di Costa Ghirlanda

Estratto dal sito aziendale “Negli antichi dammusi l’alcova, dall’arabo al-qubba, era una rientranza della stanza molto bassa e dal soffitto ad arco, che riusciva ad accogliere solo un letto, considerata per questo un piccolo nido d’amore. Alcova è una parola che indica la discrezione del separare e del proteggere l’intimità più delicata attraverso la cornice di elementi architettonici.”

Le uve provengono dalla Tenuta di Ghirlanda, il sistema d’allevamento è ad Alberello Pantesco.
Dopo l’appassimento al sole, sui tradizionali “stinnitùri”, segue la fermentazione del mosto, con immissione i uva passa, che dura circa tre mesi; l’affinamento è di due anni in acciao più uno in bottiglia.
5.400 le bottiglie prodotte (375 ml)
Dall’intenso e luminoso color ambrato, sembra un the carico.
Al naso è una spremuta d’uva passa, intenso, deciso, elegante, si colgono inoltre sentori di fichi secchi, datteri e leggere note di salamoia.
Strutturato, fresco ed agrumato al palato, dove nuovamente esplode l’uva passa, lunghissima la persistenza. 88-89

Deg. Cieca (nov.2015)
Ambrato-aranciato luminoso di media intensità. Intenso al naso, frutta passa, fichi secchi, elegante. Buona struttura, morbido, frutta passa, asciutto, elegante, notevole equilibrio gustativo, lunga persistenza.


Mettete dello Champagne nei vostri fucili!!

Pensavo fosse uno scherzo, magari una di quelle notizie gossip con Paris Hilton al centro dell'attenzione per l'ennesima doccia a base di Champagne. 

Poi, fortunatamente, tutto finiva lì.

Invece no, esiste davvero ed è anche commercializzata. Sto parlando della pistola spara Champagne. Avete capito bene, non sto parlando di quelle ad acqua con cui giocavamo da bambini. No, si usa proprio Champagne.



Questa ca......ata, lo posso dire, l'ha inventata Jeremy Touitou, aka King of Sparklers, che nel sito (sì esiste anche quello ufficiale) scrive che “trattasi di arma da party, del tutto innocua, che può essere ricaricata con una bottiglia magnum di qualsiasi marca di champagne e può funzionare sia con un beccuccio che con un diffusore”. 

Probabilmente, come scrivevo in precedenza, Paris Hilton e i suoi amici saranno i primi clienti di Mr Touitou visto che il target di riferimento per questa "arma" vinosa è rappresentato da giovani e decerebrati ricchi visto che al pubblico viene venduta al prezzo di $459 (405 euro) .

Foto:www.ibtimes.co.uk

Ah, fondamentale notizia: le pistole sono disponibili in versione cromata oppure in oro e oro rosa. 

Davvero chic!

Cantina Cupertinum - Settantacinque Copertino doc riserva 2007. Il VINerdi di Garantito IGP

Di Stefano Tesi

Da ascrivere senza esitazioni alla categoria “vini del cuore”. 

Aggettivo: “Sontuoso”. 


Negroamaro 100% proveniente da un vigneto coltivato ad alberello, naso suadente, profondissimo in bocca, alto godimento e 8 euro al punto vendita. What more?

www.cupertinum.it