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I piccoli grandi vignaioli di Castelvenere - prima parte

Come detto nel precedente post, Grandi vini da piccole vigne è stata una rassegna che mi ha sopreso per l'elevata qualità dei prodotti offerti, vini fatti da vignaioli veri che per tre giorni sono stati portati alla ribalta mediatica da Luciano Pignataro e Mauro Erro. Tante le cantine di cui vorrei poter parlare, cercherò di dare una visione di insieme sottolineando che ognuno dei produttori presenti meriterebbe una visita approfondita in cantina.

La prima sorpresa della serata è stata sicuramente Cantina Giardino, azienda di Ariano Irpino che si propone l'obiettivo di valorizzare i vitigni autoctoni, in particolare i vini ottenuti da viti di età oltre i 30 anni al fine di salvaguardare l'originaria varietà biologica nel vigneto ed incentivare i vignaioli ad evitare gli espianti delle vecchie viti. Tra i loro vini una menzione speciale merita il T'ara ra' 2007, greco in purezza da vigneti di oltre 40 anni, che prende tutto il suo fascino organolettico da una macerazione e fermentazione sulle bucce per 7 giorni, da una fermentazione con lieviti naturali in tino aperto evitando, al momento dell'imbottigliamento, chiarifiche e filtrazioni. Un altro vino di Cantina Giardino che mi ha colpito è stato il Sophia 2007, uvaggio di Greco, Fiano e Coda di volpe, fermentato e macerato in orci di terracotta da 200 litri con lieviti naturali per 180 giorni e affinato in legno esausto scolmo. Un vino che, a detta di Mauro Erro, sembra al palato un piccolo Borgogna bianco. Ah, Cantina Giardino non fa solo grandi bianchi, provate anche i loro rossi, in particolare il Nude, Aglianico di Irpinia 100%, vi regalerà grosse sorprese.

Altra segnalazione importante è Monte di Grazia, azienda agricola biologica che risiede a Tramonti, uno dei tredici comuni del comprensorio amalfitano. Tutti i vigneti, tra cui spicca il Monte di Grazia (550 metri s.l.m.), sorgono a ridosso della Costiera Amalfitana e risentono non solo dell'influsso del libeccio e della brezza periodica proveniente dal mare che mitiga in estate ed in inverno il clima collinare, ma anche dal vento del Nord.
Monte di Grazia ha una grande patrimonio: molto dei suoi vigneti sono di notevole dimensione e pluricentenari, a piede franco come ad esempio il Tintore e il Piedirosso, antichi vitigni che Alfonso Arpino, il proprietario dell'azienda, coltiva alacremente e da cui nasce il Monte di Grazia Rosso Campania IGT che, durante la manifestazione ho degustato nell'annata 2006. Un vino che mi ha piacevolmente spiazzato in quanto aveva un olfatto unico, mai percepito in altri vini, dove tutte le componenti aromatiche,dalla frutta alle spezie, dalla china al caffè (tanto per citarni alcuni) si rincorrevano a ritmi così serrati che, ad ogni olfazione, mi pareva di esser di fronte a un altro vino. Un grande vino sotto i dieci euro che comprerei a bancali.
Come al solito mi sono dilungato per cui dovrò scrivere un altro post per concluedere l'argomento. Alla prossima settimana per le altre segnalazioni!

Il Re dei vini dolci: il Vin Santo Avignonesi 1996

Qualcuno fa risalire il suo nome ad un frate francescano che nel 1348 curava le vittime della peste con un vino che era comunemente usato dai confratelli per celebrare messa e che qualcuno credeva avesse delle proprietà miracoloso. Qualcun altro ritiene che durante il Concilio di Firenze del 1439, il metropolita greco Giovanni Bessarione proclamò, mentre stava bevendo il vin pretto: "Questo è il vino di Xantos!", forse riferendosi ad un vino passito greco (un vino fatto con uva sultanina pressata) prodotto a Santorini. Per altri, invece, il riferimento è al suo ciclo produttivo, basato intorno alle feste religiose più importanti del calendario liturgico cristiano: alcuni spremono l’uva per i Santi, altri per Natale ed altri per Pasqua. Alcuni imbottigliano il Vinsanto in Novembre, mentre altri ad Aprile. In Trentino, ad esempio, presso il lago di Toblino, ancora oggi la tradizione vuole che l’attributo derivi dal periodo in cui, le uve appassite vengono pigiate, appunto durante la Settimana Santa. Anche se le origini del Vin Santo sono ancora cotnroverse, al giorno d’oggi, invece, qualche certezza ce l’abbiamo: bere il Vin Santo Avignonesi, uno dei migliore vini dolci al mondo, soprattutto nel millesimo 1990 che giudico una perla enologica mondiale.
L’amore di Avignonesi per il Vin Santo lo possiamo capire leggendo alcune righe del suo sito internet: il Vin Santo non è un mezzo per fare fatturato e soldi. Se sarà prodotto per questo scopo, quel Vin Santo non sarà mai grande. La qualità si trova in una dimensione diversa. Non importa quanto tempo occorra, quanta energia occorra, quanto denaro occorra. Quello che conta è la qualità, e basta. Più è difficile da raggiungere, più grande è la soddisfazione e, di regola, più grande è il risultato.
Oggi proverò a descrivere il Vin Santo Avignonesi, un prologo a quell’Occhio di Pernice che rappresenta, come ho già scritto, il miglior vino dolce italiano e, senza dubbio, uno dei migliori al mondo. Per produrre questo vini si usano due varietà di uva a bacca bianca: la Malvasia Toscana ed un Greco, detto "Pulce in culo", per un evidente puntino nero che presenta nella parte inferiore dell'acino. Dopo la raccolta i grappoli vengono portati nell'appassitoio per essere distesi in unico strato e non troppo fitti sopra cannicci disposti su vari piani e sorretti da castelli di legno. L'appassimento dura sei mesi, durante i quali l'uva non viene mai toccata per nessun motivo. Unica variante alle tecniche antiche, sicuramente migliorativa, è al momento della pressatura, con l'utilizzo di presse pneumatiche, che sono andate a sostituire i vecchi torchi a vite. La quantità di mosto che si ottiene non supera mai il quindici per cento dell'uva fresca e contiene una percentuale di zucchero altissima (dal 55 al 60 per cento). Dopo circa due mesi, al termine della naturale decantazione, il mosto viene messo nei caratelli, piccole botti generalmente di rovere di circa 50 litri. I caratelli non sono a perdere, come le barrique. Durano finché non evidenziano difetti di profumo e finché sono in grado di tenere. Questi vengono riempiti solo per nove decimi del loro volume, con due litri di madre e quarantatre di mosto. I caratelli vanno chiusi subito dopo il riempimento. Poi non si tocca più, per dieci anni finchè non arriva il giorno della loro apertura, di solito nel mese di maggio, a fine luna calante, quando il mosto nuovo si è sufficientemente pulito. Il risultato? Basta leggere più avanti…

Nel mio bicchiere ho il millesimo 1996, emozionante e promettente già dal colore e dalla densità, un testa di moro dalle mille nuance che ruota nel bicchiere con difficoltà, l’alcol, lo zucchero e tutte le altre componenti del vino si aggrappano al bordo del bicchiere lasciando archetti indelebili. Al naso è stupefacente, è quasi commoventi sentire un bouquet di profumi che minuto dopo minuto cambiano lasciandoci emozionati ricordi di quello passato. Frutta candita, frutta secca, tabacco, miele di castagno, cuoio, chiodi di garofano, china, legno di sandalo, mallo di noce, liquirizia, caramello e…mille altri. La bocca mantiene le promesse del naso, il vino entra ampio, ci invade il cavo orale con un equilibrio perfetto tra freschezza e dolcezza. Una volta deglutito il Vin Santo rimane nei nostri sensi per minuti, lunghissimi minuti di puro edonismo. Vin da meditazione assoluto. Cosa potrà essere a questo punto l’Occhio di Pernice?