A Mano - Igt Susumaniello Rosato Salento “Imprint” 2024


di Lorenzo Colombo

Questo vino nasce da un incontro tra un winemaker californiano ed una friulana dopo una visita ai vigneti pugliesi nel 1998.


Il suo colore è rosa confetto, sia al naso che alla bocca emergono sentori di piccoli frutti di bosco e note d’agrumi

Calatroni Vini - Perorossino 2018


di Lorenzo Colombo

La Calatroni Vini è stata fondata nel 1964 ed è attualmente gestita dalla terza generazione, i fratelli Cristiano e Stefano Calatroni. Situata in Località Casa Grande, nel comune di Montecalvo Versiggia, l’azienda dispone di 28 ettari vitati per una produzione annuale che s’aggira sulle 180.000 bottiglie. Due le linee produttive, la Calatroni Metodo Classico, riservata per l’appunto alla produzione di Oltrepò Pavese Metodo Classico da Pinot nero, composta da cinque etichette per un totale di corca 100.000 bottiglie e la Mon Carul, composta da sette etichette.


Il vino che andiamo ad assaggiare appartiene alla linea Mon Carul, marchio creato da Stefano Calatroni per identificare i vini prodotti dai vitigni autoctoni e alloctoni più diffusi in Oltrepò Pavese, vi troviamo infatti sia croatina, barbera, uva rara e moradella come pure gli internazionali riesling renano, riesling italico e pinot nero. Mon Carul è il nome dialettale di Montecalvo Versiggia ed è composto da due sinonimi: la parola romana mons (monte) e car (termine con cui gli antichi Liguri chiamavano il monte).


Per poter meglio spiegare questo vino diventa indispensabile richiamare quanto riportato sul sito aziendale: “Il Perorossino prende il nome dalle foglie del pero situato nel mezzo dell’appezzamento, che si tingono di rosso in tempo di vendemmia. Fu nonno Luigi a impiantare questo vigneto poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre era ancora mezzadro. Non potendo mettere a dimora varietà pregiate a causa delle ristrettezze economiche, il nonno scelse vitigni autoctoni all’epoca considerati di minor valore. Oggi quei vitigni, prodotti con rese bassissime da piante di 70 anni, arricchiscono l’uvaggio del Perorossino, dandogli un carattere unico”.


Il vigneto, che ha un’età media di 70 anni, è situato a 420 metri d’altitudine su suolo argilloso con esposizione Est, Sud-Est ed è condotto a Guyot con densità d’impianto di 4.000-4.500 ceppi/ettaro. Le uve vengono raccolte tra la fine di settembre e l’inizio d’ottobre, la fermentazione si svolge in vasche d’acciaio con una macerazione di circa tre settimane, sempre in acciaio il vino s’affina per oltre un anno.


Il suo colore è granato profondo con unghia che inizia a presentare leggeri riflessi aranciati. Intenso al naso, ampio ed elegante, dove oltre al frutto ancora ben presente, ovvero prugna secca e ciliegia matura, con accenni di confettura, vi si colgono sentori terziari che rimandano al sottobosco ed alle radici, leggeri accenni speziati di vaniglia e pepe rosa, nota alcolica leggermente in evidenza.
Dotato di buona struttura con tannino deciso ma vellutato, vi si ritrovano le note di prugna e ciliegia matura, sentori di liquirizia e cioccolato, lunghissima la sua persistenza. Un vino dalla notevole qualità.

InvecchiatIGP: Tenute Olbios - Vermentino di Gallura DOCG "In vino veritas" 2013


di Stefano Tesi

L’appuntamento annuale fiorentino di Proposta Vini è sempre un’ottima occasione per perdersi tra assaggi curiosi e fuori dall’ordinario. Tra i tanti dell’edizione 2026, questo è però uno dei più sorprendenti: un Vermentino di Gallura di tredici anni, frutto tuttavia non della proverbiale dimenticanza in cantina, ma scientemente fatto maturare dal produttore, parte in acciaio e parte in barrique, dai 7 ai 10 anni a contatto con i lieviti filmogeni e poi affinato almeno ulteriori 8 mesi in bottiglia prima dell’uscita in commercio a un prezzo sullo scaffale di circa 38 euro. Se ne fanno appena 6000 pezzi. L’uva, 100% Vermentino, viene coltivata a spalliera su terreni prevalentemente sabbiosi, con un leggero strato argilloso.


Il colore è in bilico tra il giallo molto carico e l’arancione, con una prevalenza del secondo. Al naso il vino è secco, marcatamente evoluto, con note macerate e una netta inflessione melange che poi vira con decisione verso gli idrocarburi ed una punta acuta. In bocca è aromatico, complesso, con una sorprendente vena acida e una lunga coda che si apre a ventaglio in variegate sensazioni oronasali di toffees, fichi secchi, mou, frutta asciugata al sole. Molto strutturato e concentrato, ha tuttavia una piacevolezza e un’asciuttezza del tutto imprevedibili.


Mi sono a lungo interrogato se In Vino Veritas avesse i connotati giusti per rientrare nella rubrica degli Invecchiati Igp, dove di norma si dà spazio a vini almeno in apparenza “fuori tempo” e non fatti uscire volutamente tardi sul mercato, ma ho concluso che, qualunque fosse la verità, non potevo omettervi di riferire di questa bottiglia davvero strana, intrigante e senza dubbio stagionata.

A Cortona torna questo weekend Chianina & Syrah: oltre 50 cantine e 50 chef per celebrare il festival del buon vivere


Dal 6 al 9 marzo Cortona anticipa la primavera con la IX edizione di Chianina & Syrah, il festival del “buon vivere” che celebra l’incontro tra due simboli identitari della Valdichiana: la Chianina e il Syrah. Un appuntamento che negli anni si è affermato come modello di riferimento per le anteprime dei vini e come luogo privilegiato di dialogo tra alta cucina, produzione agricola e cultura del territorio.


Ideato e organizzato da Terretrusche Events, promosso dal Consorzio Vini di Cortona, sostenuto dal Comune e con la tutela del Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP, il festival punta a valorizzare le filiere d’eccellenza e a raccontare un’idea di Toscana fondata su qualità, sostenibilità e identità rurale. Tutta la carne proposta durante la manifestazione sarà certificata “Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP”, a garanzia di autenticità e rispetto del disciplinare.

I numeri dell’edizione 2026 confermano la crescita della kermesse: oltre 50 cantine italiane e, per la prima volta, una significativa apertura internazionale con produttori provenienti da Francia, Australia, Grecia, Albania, Svizzera e Sudafrica. In arrivo a Cortona anche 50 chef, di cui 10 stellati Michelin, insieme a pastry chef, maestri gelatieri, sommelier, artigiani e giornalisti di settore.

Ospite d’eccezione lo chef tre stelle Michelin Chicco Cerea, anima del ristorante Da Vittorio, icona dell’alta ristorazione internazionale. Le due cene di gala di venerdì 6 e sabato 7 marzo, in programma al Teatro Signorelli, sono già prossime al sold out e vedranno protagonista una brigata d’eccellenza guidata da Fausto Arrighi, già direttore della Guida Michelin.

Il cuore del weekend si sposterà poi al Centro Convegni Sant’Agostino con “Morsi e Sorsi”: degustazioni di Syrah e piatti a base di Chianina proposti da oltre 30 ristoranti del territorio insieme a chef dell’alta cucina italiana e internazionale. Tra le esperienze più attese, la “Chianina Experience”, con la grande griglia dedicata alle bistecche alla fiorentina, hamburger e preparazioni tradizionali, affiancata dalla partecipazione di macellai di fama nazionale e della Nazionale Italiana Macellai.

Spazio anche alla gelateria artigianale con i maestri premiati con i “Coni” e alla pasticceria d’autore, oltre a un ricco calendario di masterclass gratuite di cucina e laboratori sul vino guidati da professionisti del settore. Non mancherà un angolo dedicato al Sigaro Toscano in abbinamento agli spiriti del territorio.

Novità di quest’anno, la giornata di lunedì 9 marzo interamente dedicata agli operatori, a conferma della vocazione della manifestazione come piattaforma di sviluppo economico e promozione per l’intero comparto agroalimentare.

Chianina & Syrah si conferma così non solo festival gastronomico, ma progetto culturale che mette al centro il territorio, la qualità e una visione contemporanea del buon vivere toscano.

Podere Peroni - Chianti Rufina DOCG "Annata" 2024


di Stefano Tesi

Il fatto che il produttore, Marchino di’ Peroni, lo definisca “da mercoledì” la dice lunga e vera su questo vino realmente pulito, semplice e non banale. 


Prodotto da vecchie vigne terrazzate di Sangiovese e Trebbiano, imbottigliato in dame da 1,5 litri a rievocare un po’ la magnum e un po’ il bottiglione del nonno.

Poggio Severo 2021: abbiamo degustato il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini


di Stefano Tesi

Far parte del ristretto numero di famiglie che hanno fatto la storia di un vino e di un territorio comporta delle responsabilità e delle cautele. A maggior ragione se questo vino si chiama Brunello di Montalcino. Ci vogliono i piedi di piombo per compiere ogni passo, cercando di preservare lo stile che ti ha reso riconoscibile per generazioni. Ma al tempo stesso ci vuole il coraggio di fare delle scelte, perché questo è ciò che ci si aspetta da chi ha radici profonde e un lignaggio che te lo impone.


Poggio Severo, il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini presentato qualche settimana fa a Firenze, nasce in questo contesto e rispecchia questa filosofia di rispetto della propria tradizione stilistica. I Lisini del resto sono a Montalcino e fanno vino da metà dell’800, quando la proprietà giunse in famiglia come dote di Francesca Clementi. Negli anni ’30 del secolo scorso Lodovico, nonno degli attuali gestori (Carlo Lisini Baldi, il fratello Lorenzo e i cugini Ludovica, Alessandro e Caterina Lisini), produceva già un rosso “secondo il metodo chiantigiano”. In azienda transitano poi Franco Bernabei e per un breve periodo anche Giulio Gambelli, maestro di Paolo Salvi, l’enologo che dal 2019, coadiuvato dal collega interno Alessandro Maggioni, segue la cantina. Ma la famiglia ha avuto un ruolo importante anche nella guida della denominazione: fu tra i fondatori del consorzio nel 1967 ed Elina, figlia di Ludovico, fu nel 1970 la prima donna a presiederlo.


Il Poggio Severo è insomma un vino la cui nascita è stata molto soppesata (“è la prima vera novità dagli anni ‘90”, spiega Carlo), ma che rappresenta anche una sorta di punto svolta, poiché va ad arricchire un catalogo che da tempo era volutamente calibrato su soli tre riconoscibilissimi vini: il Brunello annata, la Riserva e il celebrato cru Ugolaia, oltre ovviamente al Rosso e all’IGT San Biagio.


Il vino della nuova etichetta proviene da una vigna di due ettari messa a dimora nel 2010 su un solo arenario e argilloso ad oltre 500 metri di quota, esposto a sud-est, tra i boschi. “Qui l’altitudine pesa molto sul prodotto finale”, dice Paolo Salvi, “perché il microclima induce vendemmie tardive e dà al vino acidità e freschezza”.


E il Poggio Severo 2021 che abbiamo assaggiato, è in effetti un vino di forte personalità, ma coerente con lo stile tradizionale dei Lisini. Di colore rubino abbastanza intenso, al naso è fortemente varietale, pieno e diretto, molto fresco, e poi si screzia in un ventaglio di sentori che spaziano dalla polvere da sparo alla polpa di prugna, affinandosi e alleggerendosi via via che rimane nel bicchiere fino ad assumere una nota di impettita, frusciante eleganza. Al palato è corposo e quasi brusco, con ritorni di prugna e tannini vibranti, espressione di una gioventù che fa presumere prospettive di lunga vita.

Ne vengono fatte 2.666 bottiglie, l’equivalente di una botte da 50 ettolitri.

Ora aspettiamolo qualche anno.

VINI SELVAGGI 2026 TORNA A ROMA CON OLTRE 120 VIGNAIOLI


Roma si prepara ad accogliere la nuova edizione di Vini Selvaggi, la fiera indipendente dedicata ai vini naturali e all’agricoltura artigianale, in programma al San Paolo District dal 7 al 9 marzo 2026. Tra le novità in programma la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!”, in programma sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. L’ingresso è gratuito e le somministrazioni sono a pagamento.

Cos’è Vini Selvaggi

Nata come spazio di incontro tra vignaioli, operatori professionali e pubblico appassionato, Vini Selvaggi è diventata negli anni un punto di riferimento nazionale per chi ricerca nel vino autenticità, coerenza agricola e una visione culturale alternativa ai modelli industriali. “Una manifestazione che mette al centro il lavoro contadino, il rispetto dei territori e una cultura del bere consapevole, libera da mode e omologazioni” affermano gli organizzatori Lorenzo Macinanti (Solovino) e Giulia Arimattei (studio di comunicazione Fritz.Ico).


L’edizione 2026 riunirà oltre 120 vignaioli indipendenti provenienti dall’Italia ma anche da Francia, Spagna, Slovenia, Austria con numerose e interessanti novità. Come ogni anno, la ricerca è orientata verso nuove realtà, spesso poco conosciute anche al pubblico più appassionato. In degustazione vini identitari, spesso fuori dagli schemi convenzionali, ma profondamente legati ai territori di origine.

Vini Selvaggi, giunta alla sesta edizione, si conferma anche come luogo di confronto tra produttori, ristoratori, distributori, giornalisti e appassionati, favorendo relazioni dirette e promuovendo una filiera corta e consapevole. Accanto alla parte espositiva, il programma prevede momenti di approfondimento culturale dedicati ai temi dell’agricoltura sostenibile, del vino naturale e delle trasformazioni del mondo rurale contemporaneo.

Non solo vino

L’Area Food – Artigiani del Gusto affianca la proposta vitivinicola con una selezione di realtà di qualità: La Polpetteria, Stracotteria, Spaccio, ReCUP e Twist & Chips proporranno un’offerta che coniuga valorizzazione delle materie prime e recupero creativo, contribuendo a definire uno spazio conviviale dove fare una sosta golosa.

La proposta dedicata al caffè vedrà la partecipazione di PicaPau e Origine, progetti specialty orientati alla qualità della filiera, alla selezione consapevole delle materie prime e allo sviluppo di una cultura del caffè.

Il Corner Distillati & Birre Artigianali, con DrinkIt, Distillerie Capitoline, L’Ardente, Liquorificio 4.0 e Birrificio Freelions, amplia il percorso espositivo attraverso una selezione di produzioni indipendenti che interpretano la fermentazione e la distillazione in chiave artigianale, con attenzione alla ricerca, all’identità territoriale e alla qualità produttiva.

Nella giornata di domenica sarà, inoltre, attivo uno Spazio Bambini, a cura di Io Gioco Ovunque, con giochi in legno e attività libere, al fine di favorire una fruizione più inclusiva e accessibile dell’evento, rafforzandone la dimensione familiare e comunitaria.

La novità 2026: “Naturalmente Selvaggi!”, la festa inaugurale

Novità assoluta dell’edizione 2026 sarà la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!” prevista per sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. Cuore dell’iniziativa sarà la Grande Enoteca dei Vini Selvaggi, articolata in area mercato e mescite, pensata per favorire la conoscenza diretta tra produttori e pubblico, nonché l’acquisto consapevole delle etichette presenti.

L’evento “Naturalmente Selvaggi” vedrà protagonisti gruppi di vignaioli – alcuni non presenti nelle giornate ufficiali della fiera – con degustazioni a consumo e focus su specifiche aree e collettivi territoriali, tra cui i produttori dell’Associazione Vignaioli Vulcani Laziali, Ciociaria Naturale e il gruppo Senza Meja tra Collio e Carso italiano e sloveno, con aziende come Radikon, Nikolas Juretic e Paraschos.

Ad animare la giornata ci saranno StappaLa e Frisson che con interventi musicali e momenti di mescita, rafforzeranno la dimensione conviviale dell’evento. Inoltre, la giornata del 7 marzo sarà arricchita anche dalla presenza di Terres des Hommes (ONLUS), Pica Pau specialty coffee, Api di Gea (produttori di miele), Divinamente Lab e Gemma Verde (artigianato). Spazio anche ai liquorifici con Distillerie Capitolone, Distilleria Eterea, L’Ardente e Liquorificio 4.0; da non perdere i cocktail e le birre a cura di DrinkIt.

Naturalmente Selvaggi è appuntamento che unisce vino, artigianato, musica e cultura gastronomica in un’unica grande festa di apertura. Ingresso gratuito aperto al pubblico e somministrazioni a pagamento.

Il costo del biglietto giornaliero per Vini Selvaggi, comprensivo di tutte le degustazioni presso i tavoli degli espositori, è di 30 euro. È previsto un accredito riservato agli operatori del settore horeca al costo ridotto di 15 euro. I pass d'ingresso sono acquistabili sul sito ufficiale: www.viniselvaggi.com

ORARI E COSTI

NATURALMENTE SELVAGGI

Sabato 7 marzo 2026 dalle 16.00 alle 22.00

San Paolo District

Ingresso al pubblico: gratuito e somministrazioni a pagamento

VINI SELVAGGI

Domenica 8 marzo 2026 e Lunedì 9 marzo 2026

dalle ore 12.00 alle ore 20.00

San Paolo District, Via Alessandro Severo 48

Ingresso al pubblico: costo 30 euro

Ingresso operatori horeca: 15 euro

InvecchiatIGP: Fontanavecchia - Aglianico del Taburno "Grave Mora" 2012


di Luciano Pignataro

Il Grave Mora nasce nel 2003 e segna l’evoluzione del pensiero enologico dell’epoca, in cui molti produttori di rossi puntavano a una leggera (o pesante) surmaturazione delle uve e all’affinamento in barrique. La tensione era rivolta a creare vini potenti, muscolosi, "masticabili", come si diceva all’epoca.


Esattamente l’opposto del gusto odierno, che volge alla leggerezza senza più dare troppa importanza all’eccesso di colore. Quando però una cosa è ben fatta resiste alle mode, magari con qualche piccolo accorgimento. Il pregio del Grave Mora, pensato all’epoca da Angelo Pizzi (uno dei padri della Falanghina nel Sannio), è quello di aver regalato molta eleganza all’Aglianico del Taburno proprio attraverso questo protocollo. Sicuramente resta una delle etichette più longeve di questo areale sannita, in perenne (e nobile) confronto con il Vulture e con il Taurasi. Da qualche tempo in azienda è entrato Emiliano Falsini, la cui mano — lo confessiamo — ci piace assai, soprattutto sui rossi a cui riesce sempre a dare grande slancio e personalità. Ma la 2012 di cui parliamo oggi porta ancora la firma di Pizzi; l'abbiamo bevuta in una riunione fra amici al ristorante L’Agape di Sant’Agata dei Goti, portata proprio da Libero Rillo.


La bevuta comparata è forse il miglior modo per imparare, perché riesce a dare — a parità di situazione emotiva e psicologica — il senso della misura attraverso il confronto. In questo caso lo scarto è stato evidente: la beva dell’Aglianico di questa annata, decisamente favorevole ai rossi un po’ in tutta Italia, è risultata al tempo stesso potente ma molto elegante grazie a un'acidità ancora prorogante e giovanile. Colore rosso rubino compatto, tannini ficcanti ma ottimamente risolti, freschezza e un naso composto da frutta fresca, rimandi di tabacco e caffè con lieve tostatura. La beva è veloce, equilibrata; il sorso occupa immediatamente tutto il palato e termina con un finale pulito, molto preciso, lungo e austero.


Nonostante l’alto grado alcolico, la sensazione complessiva è di freschezza, a dimostrazione che la "fissa" attuale di abbassare il grado alcolico di per sé non è una soluzione, se non quella di assecondare la narrazione commerciale che il mercato vuole ascoltare in questo momento. A nostro giudizio, il tema di un grande vino resta l’equilibrio tra le diverse componenti; più che abbassare l’alcol a prescindere, la sfida è non cercare il "vinone" a tutti i costi, preservando la fragranza del frutto al palato.


Il Grave Mora di Fontanavecchia (azienda di Torrecuso che ha iniziato a etichettare nel 1990) mantiene questi presupposti. Si è presentato a questo appuntamento nel migliore dei modi e, per questo, lo consegniamo alla memoria scritta in questa era di apprendimento digitale e visivo.

Aia dei Colombi - Sannio Barbera doc 2024


di Luciano Pignataro

Si chiama Barbera ma è diverso, più simile a un Pelaverga per capirci. Presto lo conosceremo come Camaiola: si produce nel Sannio, è freschissimo, profumato di ciliegia, morbido e un po’ dolce al palato. 


Da bere a secchi con gli amici subito senza aspettare, il sorso della gioia contadina.

L’Irpinia "in bianco" secondo Piero Mastroberardino: l’evoluzione di un’icona tra svecchiamento e rigore


di Luciano Pignataro

Si possono avere tutti i gusti e tutte le opinioni sul vino, ma è lapalissiano occuparsi delle aziende leader dei territori per capire lo stato delle cose e l’aria che tira. In Campania il riferimento è, senza ombra di dubbio, Piero Mastroberardino, che ha festeggiato un ciclo di massimi riconoscimenti per i suoi Taurasi dalla critica americana e, sul piano personale, la nomina a Cavaliere del Lavoro, oltre alla conferma alla guida di Grandi Marchi e come responsabile del gruppo di lavoro istituito dal governo per cercare di dare risposta ai problemi che attraversa il mondo del vino italiano.


Nel corso della degustazione annuale in questa sede, ho deciso di presentarvi i suoi nuovi vini bianchi in uscita tra marzo e aprile.

Vibra 2024 Irpinia Bianco DOC

Questa è un’assoluta novità nella proposta dell’azienda di Atripalda. Si tratta infatti di un bianco ottenuto da uve fiano, greco e falanghina a bassa gradazione alcolica: siamo a quota dieci gradi. Per noi, abituati a qualche gradino superiore, fa uno strano effetto, ma dobbiamo ammettere che si tratta di un bicchiere al passo con i tempi: profumi dolci, esuberanti, di frutta bianca e fiori precedono il sorso leggero, scorrevole, quasi dissetante, decisamente morbido e freschissimo al palato con una chiusura netta e decisa. Si tratta di un vino dall’etichetta vivace che ammicca al mondo giovanile; un aperitivo, insomma, qualcosa di non impegnativo che accompagni il piacere di fare due chiacchiere. Un’operazione coraggiosa e spiazzante: sono davvero curioso di vedere come sarà recepito dal mercato. Sicuramente è un’immagine di svecchiamento aziendale, così come lo sono i due nuovi metodo classico (Ripe d’Altura e Ell'e Noir) usciti prima di Natale. Prezzo al pubblico: 10 euro circa.


Neroametà 2022 Irpinia Bianco DOC

Si tratta di un aglianico vinificato in bianco che ha visto la luce per la prima volta nel 2013, quando Piero decise di riprendere un vecchio progetto aziendale del papà Antonio degli anni ’80, che aveva lanciato il Plinius. Da allora è uscito ogni anno, creandosi un proprio pubblico perché particolarmente adatto alla cucina di mare così come ai piatti di carne. Lavorato solo in acciaio da uve aglianico coltivate a Mirabella Eclano a 400 metri di altezza, è la versione "ferma" del metodo classico blanc de noir Ell'e Noir cui facevamo cenno prima. Il naso ha sentori fumé e note balsamiche; al palato è ancora fresco, pieno di carattere, con un finale lunghissimo. Saltata la 2021, l’annata 2022 è messa in commercio proprio in questi giorni. Prezzo: si aggira poco sopra i 17 euro.


Stilema Greco di Tufo 2020 DOCG Riserva

Stilema torna al vecchio concetto di vinificazione da cui si era partiti: mettere insieme le migliori uve dei diversi areali con metodi che puntano all'essenzialità del gusto, senza concentrazioni e surmaturazioni, ovvero senza effetti speciali. Il riferimento è allo stile dei vini prodotti dal padre Antonio, che puntavano all'esaltazione del varietale. Il primo Stilema è stato un Fiano del 2015 che convinse subito tutti. Ottenuto dai vigneti di Montefusco, Petruro Irpino e Tufo, questo bianco è sicuramente uno dei migliori Greco in circolazione. Lavorato in acciaio e in barrique di secondo passaggio, presenta le classiche note sulfuree del vitigno ingentilite da note floreali e fruttate. Al palato c’è tutto il carattere del Greco di Tufo: una beva ben caratterizzata, senza concessioni "piacione", impeccabile su tutti gli abbinamenti possibili (ad eccezione dei piatti con troppo pomodoro). Finale amaro e lunghissimo. Facile prevedere almeno dieci anni di grandi bevute con questa annata. Prezzo: sui 40 euro.


More Maiorum 2019 Irpinia Bianco DOC

Chiudiamo questa rassegna con il quarto vino di prossima uscita per il Vinitaly. Parlo del More Maiorum, un’etichetta che vide la luce per la prima volta nel 1995. Si tratta di un blend di Greco e Fiano che fermenta e sosta in barrique per un anno e mezzo prima di affinarsi in bottiglia. Un vino che ho sempre adorato perché rientra perfettamente nei miei gusti. Al naso parla il Fiano, al palato lavora il Greco. Il risultato è un vino complesso, con legno e frutto ben integrati; la freschezza è ben preservata e il sorso è corposo e avvolgente. Nel corso degli anni il protocollo ha accentuato la freschezza di questi due vitigni e il legno è sempre dosato in maniera più sapiente e accorta. Prezzo: circa 35 euro.

InvecchiatIGP: San Gregorio - Chianti Colli Senesi DOCG 2013


di Carlo Macchi

Oggi questa rubrica rende merito sia a un vino che a una denominazione. La denominazione è il Chianti Colli Senesi, considerata quasi sempre figlia di un dio minore ma che in realtà ha alcune particolarità interessanti: la prima e non la più particolare, è che si estende con 1400 ettari di vigneti in provincia di Siena. La seconda, interessante ma solo se si approfondisce, è che è una DOCG fatta ad arcipelago, cioè si estende in tre zone non contigue. La terza, quella veramente interessante si scopre andando a vedere quali sono comuni in cui si può produrre: a nord troviamo, tra l’altro, San Gimignano e Castelnuovo Berardenga, scendendo poi incontriamo Montalcino, Montepulciano e Chiusi.

Qualcuno di questi nomi vi ricorda qualcosa?

Indubbiamente sì ed è per questo che il Chianti Colli Senesi DOCG è spesso considerata una denominazione “a caduta”, cioè nei suoi 1400 ettari nascono ottime uve, ma spesso usate per DOCG più famose e molto più remunerative. Insomma, siamo di fronte ad una DOCG Cenerentola, che difficilmente troverà il principe azzurro che saprà rivalutarla e portarla al livello delle “sorellastre” con cui divide i vigneti.


Dalla denominazione arriviamo al vino, che non sarà certo il principe azzurro che risolve i problemi di questa DOCG ma è sicuramente un esempio di come si può produrre un vino semplice, piacevole e beverino, dal prezzo vergognosamente basso e che può invecchiare bene per anni. Questo vino nasce nell’ azienda San Gregorio, che si trova vicinissima a Chiusi a meno di un chilometro dall’uscita autostradale omonima sulla A1.


L’azienda ha circa 20 ettari di vigneto, nella stragrande maggioranza sangiovese, ma con alcune parti dedicate al colorino, al ciliegiolo e al canaiolo. Siamo stati loro ospiti per la nostra riunione di redazione e non vi nascondo che quando ci hanno proposto una verticale del loro Chianti Colli Senesi (annata, non riserva) che dal 2023 ci avrebbe portato fino al 2003 non pensavo assolutamente che ci avrebbe dato indicazioni positive. Invece mi sbagliavo e non di poco e tra i sorprendenti vini degustati è spiccato il loro Chianti Colli Senesi 2013. Vino in prevalenza sangiovese con qualche tocco di colorino, fermentato e maturato in vasche di cemento, ci ha lasciati a bocca aperta: color rubino vivo, naso netto e fine con note di floreali di ginestra, poi miele e leggerissimo fruttato. Bocca equilibrata con tannini ancora vivi e quasi ruvidi e un finale di buona persistenza. Considerate che siamo di fronte a un vino che oggi, in azienda, costa poco più di 5 euro.


Che il 2013 assaggiato non fosse la classica bottiglia fortunata lo hanno sentenziato sia il 2003 che il 2016, assaggiati nella stessa occasione, a dimostrazione che il Chianti Colli Senesi e soprattutto San Gregorio ha varie “Cenerentola” da far conoscere.

Jaume Serra - Cava Brut Nature Reserva 2016


di Carlo Macchi

Lo ammetto, mi ha colpito il prezzo: poco più di 11 euro per una magnum del 2016. Da uve Xarel-lo, Parellada, Chardonnay e Macabeo. 


Naso prima chiuso poi su note balsamiche, bollicina viva ma fine, ancora nervoso ma ben equilibrato. Un Cava che vale molto, molto più di 11 euro. Da provare!

Grandi vini, piccoli numeri: così stiamo perdendo il pubblico


di Carlo Macchi

Sono diversi giorni che mi gira per la testa la proposta, indubbiamente poco realizzabile, della DOC Grande Franciacorta, introdotta dal professor Michele Antonio Fino: “Un’unica denominazione regionale lombarda per lo spumante Metodo Classico (da pinot nero e chardonnay, ma anche autoctoni idonei alla produzione di pregio) che includa anche l’Oltrepò Pavese e le valli alpine divenute idonee con il cambiamento climatico”. Una proposta che nella migliore delle ipotesi potremmo definire futuristica ma che mi ha messo in testa un tarlo che continua a rodere quel poco che resta del mio cervello. Fino si ispira chiaramente al Prosecco DOC, che si estende in una vastissima area tra cinque provincie del Veneto e tutto il Friuli-Venezia Giulia. Se uno pensa al Prosecco DOC non gli viene certo in mente la più alta espressione qualitativa per una bollicina o un vino in genere ma, penso io, è possibile che per produrre un vino di qualità si debba per forza restringere, restringere e restringere ancora una zona di produzione, fino ad arrivare ad un definito terroir, al cru, al clos e addirittura alla sua suddivisione in filari? (Clos Vougeot docet).


La prima risposta, naturale, d’istinto, è sì, ma forse è il caso di riflettere un po’ sul fatto che solo creando zone sempre più piccole si riesce a comunicare la bontà/valore/prezzo adeguato di un vino. Sia dal punto di vista del produttore che da quello della stampa non c’è qualcosa di sbagliato nel dover continuamente, pur parlando ad ogni piè sospinto di territorio e/o di terroir (quindi di una zona abbastanza ampia), rimpicciolire il luogo dove nasce il grande vino, renderlo sempre più esclusivo e di conseguenza svalutare di fatto tutto quel vino che non nasce nei microscospici “triangoli delle Bermuda” che permettono espressioni uniche, prodotte in quantità minime e vendute a prezzi massimi e per questo inarrivabili ai più. 


Vista l’attuale e tanto strombazzata crisi del vino, non sarebbe meglio, facendo il nostro lavoro di giornalisti, spingere a produrre da una parte e dall’altra parlare senza puzze sotto il naso di buoni o ottimi vini in numeri importanti, per poter veramente dare un consiglio reale a milioni di consumatori? Non potrebbe essere questa la strada per riavvicinare al vino quelli che piano piano lo stanno abbandonando, forse perché non provano piacere nel bere un vino commerciale non buono e non hanno i soldi per comprarne uno buono veramente?


Non dovremmo provare a scendere dalla piramide qualitativa e metterci a battere, a far conoscere le zone pochissimo battute attorno alla base produttiva, cercando, assaggiando e mettendo ben in mostra quei vini che adesso consideriamo di “serie B” (o C) ma che sono poi quelli che la gente beve (o smette di bere).


Da questo punto di vista le guide al Vino quotidiano, al Berebene, ai vini con grande rapporto qualità/prezzo, dovrebbero essere quelle più proposte, vendute, osannate, portate ad esempio. Se vogliamo veramente riavvicinare la gente al vino forse dovremmo incensare i piccoli/grandi vini a prezzi piccoli molto più dei grandi vini a prezzi grandi. Noi giornalisti del vino, che parliamo di vini spesso introvabili, per fare adesso qualcosa di utile per il mondo del vino, dovremmo essere i primi a invertire la tendenza e a muoverci nel mondo dei vini “cheap o pseudo cheap”, per far conoscere veramente quelli che vale la pena comprare a prezzo basso e che probabilmente faranno innamorare nuovamente del vino.


Tutti quelli della mia generazione hanno avuto la fortuna di poter bere ottimi o grandi vini a prezzi umani, ma oggi, tra chi si avvicina al vino anche con le migliori intenzioni, chi può permettersi i vini che noi premiamo regolarmente ogni anno? Non è che ci stiamo rinchiudendo sempre più in una turris eburnea, dando la colpa al mondo fuori che non riesce a capirci e ad apprezzare i vini che noi esaltiamo?


Sono anni che, per prenderla alla larga, non ci stufiamo di (seguendo senza volerlo -forse- la famosa frase del confessore di Enrico IV di Francia) dire “Toujours perdrix" ma che anzi, invece di cercare una buona fetta di pane e olio, puntiamo solo le migliori pernici tra le migliori e magari pensiamo pure di fare un lavoro utile e che la gente, che non ha mai mangiato una pernice, ci segua. Giocoforza poi lasciamo il mare magnum di vino, più o meno buono, in balia di personaggi come minimo non esperti e di produttori che spesso non vanno per il sottile. Forse dovremmo “sporcarci le mani e la bocca” con quei vini che quasi sempre teniamo ben lontani da noi e che invece potremmo aiutare a crescere, a migliorarsi, cercando però di rimanere sempre abbordabili da chi, assaggiandoli, potrebbe dire “Però, veramente buono questo vino e a questo prezzo lo ricompro”. Non credete che nella tanto strombazzata crisi del vino un lavoro del genere potrebbe servire?

Enocup 2026! Il 9 maggio tutti in gara per i venti anni di Winesurf


Per festeggiare i 20 anni di Winesurf, nato a maggio 2006, abbiamo pensato di riproporre un classico, cioè Enocup, il campionato a squadre di degustazione e cultura del vino.

Una piacevole gara a squadre (composte da 2 a 4 persone) dove si dovrà nell’arco di 120 minuti:

1.Rispondere a 10 domande sul mondo del vino

2.Degustare 6 vini italiani anonimizzati, rispondendo ad alcune domande su di loro.

Un modo diverso e piacevole di passare un sabato (e, perché no, un weekend) in Toscana, in un luogo molto bello.


Gli appassionati di vino, i sommeliers, chi vive nel mondo del vino o anche i semplici curiosi non possono perdersi l’occasione per mettersi simpaticamente alla prova e vincere grandi vini del valore complessivo di migliaia di euro.

Enocup si svolgerà sabato 9 maggio 2026 presso l’azienda Rocca delle Macie, Località Le Macie 45, Castellina in Chianti.

Vi domanderete quanto costerà partecipare a Enocup? La partecipazione è gratuita per gli abbonati al Club Winesurf e per chi ancora non fosse socio si può iscrivere facilmente a questo link. https://www.winesurf.it/club-winesurf/

Attenzione il termine ultimo di iscrizione è il 15 marzo!

Qui sotto trovate i link che vi rimanderanno al regolamento, ai premi e al modulo di iscrizione. Comunque, potete trovare il regolamento anche qua sotto.



Per qualsiasi chiarimento potete scrivere a redazione@winesurf.it

InvecchiatIGP: La Scolca - Soldati La Scolca D’Antan Brut Millesimato 2003


di Roberto Giuliani

Che ti bevi per il compleanno? Vai sul nebbiolo che a te piace tanto? Questo mi chiedevano alcuni amici che sanno come il vino sia uno degli elementi che accompagnano la mia vita da quando avevo la maggiore età. In verità, fino a che non mi sono trovato a cena fuori, non ci ho pensato. Avrei potuto stappare una delle tante bottiglie che ho in cantina, ma non avrei avuto sorprese; andare al ristorante era un’ottima soluzione per assaggiare qualcosa che non ho. Così è stato, appena ho visto il D’Antan di La Scolca, classe 2003, non ho avuto dubbi, era quello che volevo. Per quanto mi riguarda, il Gavi con la “G” maiuscola è quello, non mi ha mai deluso, uno spumante di livello alto, altissimo direi, che potrebbe ben figurare in qualsiasi confronto.


Del resto, è dal 1919 che questa straordinaria azienda promuove con orgoglio l’uva “Cortese”, oggi alla quarta generazione con Chiara Soldati, “Cavaliere del lavoro”, il D’Antan Metodo Classico è l’emblema della loro storia, 10 anni sui lieviti autoctoni, selezionati con cura, capace di sfidare il tempo dimostrando ancora una volta che nel nostro Paese si possono fare grandissimi vini da invecchiamento da uve bianche.


Il 2003 è pura emozione, le sue note di miele di castagno, composta di pompelmo, fichi secchi, zafferano, scorza d’agrumi, cioccolato, testimoniano una profondità espressiva che tocca i sensi più reconditi. Testimonianza di una maturità che non è vecchiaia ma splendore, eleganza, racconto, amplesso, compiutezza, bellezza non ostentata ma rivelata ai fortunati che l’abbracceranno. 


Una carbonica che, 23 anni dopo, non sembra essersi stancata, è lì a sostenere un corpo voluttuoso che, è il caso di dirlo, non ha bisogno necessariamente del cibo per esserne ammaliati. I sorsi si succedono senza sentirne mai la sazietà, anzi, ogni volta è un nuovo tassello da aggiungere, una nuova emozione; non potevo fare scelta migliore, rigorosamente condivisa con la persona a me più cara, Laura.

Sassocorno - Blancut 2024


di Roberto Giuliani

Stefano, Diego, Francesca e Loretta hanno intrapreso l’avventura nel 2017 a Corno di Rosazzo, puntando a un approccio totalmente libero da interventi chimici. 


Il Blancut è un blend di malvasia e friulano sorprendente per freschezza di frutto e per un gusto fortemente sapido ed equilibrato.

Fine della guerra tra naturale e convenzionale? Benvenuti nel "Post-Naturale".


di Roberto Giuliani

Il concetto di vino naturale ha iniziato a farsi sentire già a metà degli anni ’70, in Francia, allora era davvero appannaggio di pochi e tutto in fase di concretizzazione filosofica. Il passaggio a internet ha determinato una svolta, soprattutto con l’ingresso dei social network, che hanno permesso di diffondere la novella con una velocità un tempo impensabile. 


Più o meno tutti, addetti e non, ci siamo trovati coinvolti a dissertare sul significato di vino naturale, chi lo trovava un non senso (“il vino in natura non esiste”, “l’uva senza un processo di vinificazione marcisce, nella migliore delle ipotesi diventa aceto”…), molti si indignavano, altri lo ritenevano una furba operazione commerciale. La contrapposizione netta vino naturale vs vino convenzionale non convinceva e sembrava una chiara forzatura.


Per un po’ di tempo si è pensato a una moda passeggera, intanto in Italia fioccavano associazioni, alcune delle quali adottavano anche regole stringenti che prevedevano analisi dei campioni di vino per poterli accettare o meno. Nascevano fiere dedicate, fino a coinvolgere la più importante, il Vinitaly, e giù altre critiche: “ma come, vogliono distinguersi dagli altri e poi entrano proprio nel simbolo di quel sistema che tanto criticano”. E poi c’erano i giudizi sui vini ottenuti, soprattutto nei primi tempi erano numerosi i casi di vini problematici, non puliti, difettosi, a volte furbescamente giustificati dal fatto di essere esenti da qualsiasi intervento chimico. Se il vino puzzava era perché naturale, o artigianale (altro termine a volte adottato in alternativa). Per fortuna, come tutte le novità (è successo tante volte, anche quando sono arrivate le barrique e tutti i vini sapevano di legno), piano piano si impara a gestire, studiando, sperimentando, e oggi si può dire che sono molto maggiori i vini buoni di quelli problematici. Ecco, sebbene non sia stato così per tutti, il concetto di vino naturale perseguiva una filosofia non interventista, che bandiva la chimica e i prodotti correttivi in cantina. Ed è qui che arriva l’idea di “vino post-naturale” espressa da Roberto Frega, direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, che da molti anni si occupa di cultura del vino, autore di numerosi scritti dove il suo approccio filosofico si intreccia con le storie raccolte nei suoi tanti viaggi tra vigne e cantine.

Roberto Frega

Secondo l’autore è giunto il momento di un ulteriore passaggio epocale, spostando l’attenzione dal vecchio paradigma naturale-convenzionale a una visione che mette al centro le pratiche agronomiche e la cultura del bere. Un processo che sta già avvenendo basti pensare a quanto oggi siano sempre più adottati termini come “ecosistema”, “viticoltura sostenibile” “agroecologia”, ovvero la scienza che si integra con l’ambiente senza sovrastarlo ma cercando il giusto equilibrio, un approccio che porti benefici da ambo le parti. 
Come dice molto chiaramente Roberto Frega “il vino non è mai solo una bevanda: è un prodotto culturale complesso e stratificato in cui si intreccino saperi, gesti e narrazioni”, la conoscenza scientifica, quindi, non va rinnegata a priori, ma va utilizzata a complemento di quella visione che il movimento del vino naturale aveva introdotto. Non più opposizione tra tecnica e natura ma interazione e dialogo tra natura e cultura. Concetto che almeno in parte avevano già introdotto pratiche come la biodinamica, ma l’autore ritiene che si debba, e si possa, andare oltre.


“Il vino post-naturale” si divide in otto capitoli, ciascuno dei quali mette a fuoco i vari passaggi dagli albori del vino naturale fino ad oggi, con uno sguardo già proiettato al futuro. Il primo parte già con un titolo emblematico: “Il vino chimico è finito. So what?”, una frase che per parecchio tempo è stata uno slogan dall’effetto dirompente e dall’indirizzo squisitamente commerciale, che ha funzionato molto bene. In questo capitolo si evidenzia come da una parte ci sia stato un progresso sia tecnologico che culturale in vigna e cantina, con riduzione sempre più importante dei prodotti chimici (in cantina ad esempio è ormai evidente la riduzione sempre maggiore di anidride solforosa, anche nei vini più industriali), trattamenti agronomici sempre meno invasivi, maggiore attenzione all’ambiente, utilizzo di energie rinnovabili per rendere autosufficiente il processo produttivo; dall’altra non si evolve ancora la polemica tra naturale e convenzionale che da oltre quindi anni alimenta i social, allontanandosi sempre più dalle trasformazioni già in atto sul piano agroenologico.


Vengono toccati numerosi temi, come la nascita dei winemaker come star, il cui capostipite è stato indubbiamente Michel Rolland (chi ha visto nel 2004 Mondovino di Jonathan Nossiter ricorderà sicuramente l’enologo francese dettare soluzioni per telefono mentre era in volo); poi l’arrivo delle guide ai vini a livello internazionale (che ha radici lontane, The Wine Advocate di Robert Parker risale al 1978), fino alla crisi del modello di enologia scientifica (proprio quello nato sulle orme di Parker, che ha portato a un uso del legno come ingrediente fondamentale nei vini, soprattutto rossi, a macchinari altamente tecnologici in cantina capaci di contribuire in modo determinante alla costruzione di un vino voluto per il mercato.

Michel Rolland

Il secondo capitolo è incentrato sulla storia che ha portato a quello che oggi tutti conoscono come vino naturale, origini molto più lontane di quanto si possa immaginare, da una manciata di vignaioli isolati che non sopportavano più l’omologazione produttiva che imperversava e che tra gli anni ’70 e ’80 hanno messo in atto la loro piccola, fondamentale, rivoluzione (molto utile la “genealogia del movimento francese dei vini naturali” all’interno di questo capitolo. Nel terzo capito entriamo nel merito del concetto di “naturale”, del suo significato e delle sue contraddizioni, un termine per il quale non esiste alcun disciplinare ufficiale a livello europeo. Il vino naturale ha le sue terminologie descrittive, che non riguardano più profumi e sapori, ma un linguaggio del tutto diverso, si parla di energia, di bevibilità, di vino vivo, vero, nudo ecc. Un caos sia linguistico che legislativo che ha visto la necessità di porvi almeno in parte rimedio attraverso disciplinari ideati da alcune associazioni, soprattutto in Francia, ma anche in Italia, tutte ampiamente descritte in questo capitolo. Nel terzo capitolo vengono messi a nudo i pregi e difetti di questi vini, sia sul piano tecnico che su quello squisitamente gustativo, prendendo in esame anche i più frequenti difetti enologici.


Dal quarto capitolo in poi si entra nel merito del vino post naturale, mettendo a fuoco tutti gli elementi che hanno portato a questa ulteriore evoluzione, passando attraverso le nuove generazioni di enologi e agronomi, alla scienza del suolo di Claude e Lydia Bourguignon, approfondendo le pratiche della biodinamica, dell’agroecologia, della permacultura, dell’agricoltura rigenerativa, addentrandosi nel fondamentale lavoro in vigna, dove è ormai chiaro che si farà la vera rivoluzione.


Un testo davvero interessante, che può leggere senza difficoltà anche un profano, un contributo importante in un’epoca dove si corre troppo e diventa, invece, urgente fermarsi, riflettere, respirare, liberarsi da preconcetti, verso una visione più equilibrata e, possibilmente, in sintonia con tutto ciò che la natura ci ha generosamente messo a disposizione. Come dice l’autore stesso in una recente intervista “Il vino post-naturale non cerca di fermare il tempo. Lo abita”.

InvecchiatIGP: Giacomo Barbero – Roero Arneis DOCG 2016


C’è un Piemonte che non poggia sulle marne grigie di Langa, ma che guarda il fiume Tanaro dalle creste instabili delle sue Rocche. Siamo nel Roero, un labirinto di colline ripide, boschi fitti e frutteti, dove la viticoltura sfida la pendenza e il tempo. Qui, tra i comuni di Canale, Castellinaldo e Vezza d’Alba, regna l’Arneis, un vitigno che per secoli è stato "l’intruso", il compagno bianco dei filari di Nebbiolo, usato per ammorbidire la spigolosità dei grandi rossi o per distrarre gli uccelli con le sue bacche dolci. Il segreto dell’Arneis risiede nel suolo. Mentre il vicino Barolo affonda le radici in terre antiche e compatte, il Roero è figlio di un’emersione marina più recente. Il terreno è una sabbia finissima e sciolta, ricca di fossili marini, rendendo questo bianco un’espressione diretta del paesaggio da cui nasce. In questo contesto si inserisce il lavoro di Giacomo Barbero, vignaiolo che ha scelto di recuperare e valorizzare vigneti storici del Roero portando avanti una viticoltura attenta e rispettosa, fondata su basse rese, vendemmie manuali e vinificazioni essenziali, come dichiarato nel progetto aziendale, con l’obiettivo di lasciare che siano il vitigno e il suolo a parlare senza mediazioni tecniche invasive.


Il suo Roero Arneis 2016, degustato oggi a distanza di circa dieci anni dalla vendemmia, si presenta di un color giallo oro antico, lucente e vibrante, con una consistenza che preannuncia una struttura importante.



Al naso è un’esplosione di complessità che spiazza. Dimenticate la mela e pera fresca; qui il frutto si è fatto confettura di susina bianca e scorza d'agrume candita. Ma è l'evoluzione terziaria a emozionare: emergono nitide note di idrocarburo e pietra focaia, quasi a voler sfidare i grandi Riesling della Mosella. Sottili cenni di miele d'acacia e fieno secco si intrecciano a una scia salmastra che ricorda prepotentemente l'origine marina dei suoli roerini.


Il sorso è dove avviene il miracolo. Nonostante i dieci anni, la lama acida è ancora lì, integrata ma presente, a sorreggere un corpo burroso e avvolgente. È un vino che entra largo ma chiude strettissimo, con una persistenza sapida che martella il palato e riporta una nota di mandorla amara nobilitata dal tempo.