MenoDodicIGP: Alessandro di Camporeale - Sicilia Doc Catarratto Benedè 2025


di Lorenzo Colombo

Prodotto con uve Catarratto Lucido ed Extralucido, provenienti da giovani vigneti messi a dimora tra il 2020 e il 2022 nelle Contrade Mandranova, Fargione e Cattiva nel comune di Camporeale, tra i 300 e i 330 metri di altitudine. Il sistema di allevamento è a Guyot, con una densità d’impianto di 4.400 ceppi/ha. Vinificazione e affinamento avvengono in vasche d’acciaio, dove il vino sosta sulle fecce fini per sei mesi.


Il colore è giallo paglierino intenso e luminoso. Al naso si presenta fresco e complesso, con note fruttate di pesca, mela e agrumi, accompagnate da accenni di erbe aromatiche. Al palato è fresco, succoso, decisamente sapido e di discreta struttura, con ritorni di agrumi, mela verde, erbe aromatiche e una leggera nota piccante. Buona la persistenza.

Lo trovate sul web a circa 9,50 euro

InvecchiatIGP: Peter Dipoli - Alto Adige Sauvignon "Voglar" 2013


di Lorenzo Colombo

Coloro che ci seguono sapranno ormai che il Sauvignon (ed il Gewürztraminer) non sono da annoverarsi tra i vitigni che maggiormente amiamo, soprattutto per quanto riguarda quei vini che sono ancora nella loro fase di gioventù, anche se, come avviene per tutte le cose, ci sono sempre delle eccezioni. Quando questi vini però raggiungono una certa maturità, vale a dire quando hanno qualche anno sulle spalle la situazione cambia radicalmente, sempre che, ovviamente siano stati degli ottimi vini in gioventù; il trascorrere del tempo smussa infatti la loro esuberanza giovanile, che a volte troviamo eccessiva e “poco” elegante. 


È ad esempio il caso del Collio Sauvignon De la Tour 2004 del quale abbiamo scritto poche settimane fa, nella rubrica InvecchiatIGP (vedi), e la cosa si ripete anche nel vino del quale andiamo a scrivere ora, ovvero il Sauvignon Voglar 2013 di Peter Dipoli. Prima d’aprire la sua azienda, nel 1987, Dipoli ha girato per anni in lungo e in largo i principali territori mondiali del vino; nel corso degli anni, partendo da poco più di un ettaro l’azienda si è ampliata sino a raggiungere gli attuali sette ettari vitati per una produzione annuale di circa 50.000 bottiglie; oltre al Voglar, l’altro suo vino più famoso è lo Iugum, un taglio bordolese frutto di 70% Merlot e 30% Cabernet Sauvignon. Il Voglar prende nome dalla zona dove si trovano i vigneti, che a sua volta è una corruzione del termine trentino fogolar; in origine vi si trovava il vitigno Schiava, sostituito tra il 1988 ed il 1991 dal Sauvignon.

Peter Depoli

Le vigne sono situate tra i 500 ed i 600 metri d’altitudine a Cortaccia, in frazione Penon; il vigneto s’estende su tre ettari, su suolo sabbioso con presenza di rocce dolomitiche, la densità d’impianto varia tra i 5.000 ed i 7.500 ceppi/ha ed il sistema d’allevamento è a Guyot. La vendemmia si svolge solitamente nella seconda metà di settembre e la fermentazione s’effettua in botti d’acacia da 19 a 58 ettolitri lasciando quindi il vino sui lieviti sino al mese di giugno dell’anno successivo; dopo un anno di sosta in bottiglia il vino viene messo in commercio. Già il suo colore ci predispone bene, un bellissimo color oro luminoso, diremmo brillante.



Non è molto intenso al naso, ma delicato: la sua intensità è inversamente proporzionale all’eleganza, che è notevole, come pure la sua complessità; i sentori rimandano alla frutta tropicale fresca ed agli agrumi, anche canditi, si colgono inoltre sentori di erbe aromatiche essiccate, salvia in primis.


Fresco e sapido alla bocca dove oltre alle note tropicali cogliamo un delicato sentore di pompelmo rosa, leggere note piccanti di zenzero ed accenni idrocarburici, oltre alle già citate note d’agrumi; buona la sua vena acida e lunga la persistenza. Dimenticavamo: l’abbiamo bevuto il giorno di Ferragosto accompagnandolo ad un piatto di tagliatelle al tartufo estivo. Dobbiamo dire che ci stava benissimo (ma stava benissimo anche da solo).

Perla del Garda - Lugana Superiore "Madonna della Scoperta" 2024


di Lorenzo Colombo

Sabato scorso Stefano Tesi ha presentato questo vino - dell’annata 2011 - nella rubrica InvecchiatIGP, ora noi vi proponiamo l’ultima annata, la 2024.


Caratterizzata da un color paglierino luminoso, elegante al naso con sentori d’erbe officinali, fresco e succoso alla bocca e con una lunga persistenza.

Pietroso: la costante ricerca dell'equilibrio a Montalcino


di Lorenzo Colombo

Durante un intenso press tour in Toscana, a metà giugno, siamo stati anche a Montalcino, dove abbiamo visitato due aziende. Una di queste è Pietroso, situata appena fuori dal centro cittadino e condotta dal 1992 dal nipote di Domenico Berni, Gianni Pignattai, coadiuvato dalla moglie Cecilia, dal figlio Andrea (entrato in azienda nel 2010) e dalla figlia Gloria. La storia di Pietroso inizia nel 1970 quando Domenico Berni, detto Delfo, impiegato nella pubblica amministrazione ma con la passione per il vino, riesce a comprare un ettaro di vigna appena fuori dal centro cittadino. Nel 1974 fonda l’azienda e quattro anni dopo esce la prima bottiglia di Brunello di Montalcino.



L’azienda si sviluppa su 16 ettari, dei quali 6,5 di vigneti dislocati in cinque diversi appezzamenti situati tra i 320 e i 500 metri d’altitudine: 3,7 ettari sono iscritti alla produzione di Brunello di Montalcino e due ettari a quella di Rosso di Montalcino. Il sistema d’allevamento, originariamente a cordone speronato, è in conversione a Guyot e l’età media delle viti è di 20 anni. L’unico vitigno presente in azienda è il Sangiovese, con il quale si producono tutti i vini che vengono fermentati con lieviti indigeni ed affinati in contenitori di legno. La produzione annuale è di circa 40.000 bottiglie, il 60% delle quali è destinato all’estero.


Ecco quanto abbiamo potuto assaggiare:

Rosso di Montalcino 2024: La vendemmia si effettua nella seconda metà di settembre. La fermentazione si svolge in vasche d’acciaio con macerazione di circa 20 giorni, mentre l’affinamento avviene in botti di rovere di Slavonia e tonneaux francesi dove il vino sosta per un anno. Il suo prezzo in azienda è di 25 euro.
Molto bello il colore, granato luminoso. Mediamente intenso al naso: bel frutto, note balsamiche, leggeri accenni di legno. Discreta struttura, fresco, sapido e succoso; bel frutto, presenta leggere note piccanti che rimandano al pepe, bella trama tannica, buona eleganza e lunga persistenza.


Brunello di Montalcino 2021: le uve vengono vendemmiate nella prima settimana del mese d’ottobre. La fermentazione si svolge sia in vasche d’acciaio sia in tini di legno con una macerazione di circa 20 giorni. L’affinamento prevede una sosta del vino per sei mesi in tonneaux di rovere francese e per 24 mesi in botti di rovere di Slavonia e d’Austria, ai quali segue il riposo in bottiglia per un anno. Viene venduto in azienda a 60 euro. Color granato, profondo e luminoso. Intenso al naso: balsamico, frutta a bacca scura, spezie dolci. Buona struttura, bel frutto, leggere note piccanti, trama tannica in perfetto equilibrio, buona vena acida e lunga persistenza. Vino di notevole eleganza, armonico e dal perfetto equilibrio tra le sue componenti.


Igt Toscana Pietroso 2021: le uve provengono dal vigneto di Montosoli, situato a tre chilometri a nord di Montalcino. Reimpiantato nel 2016, si estende per 1,3 ettari sulla sommità dell’omonima collina a 320 metri d’altitudine con esposizione Sud-Est, su un suolo ricco di galestro ed alberese. 90 euro il suo costo in azienda.
Profondissimo e luminoso il colore. Frutto rosso maturo e dolce, ciliegie e prugne, accenni di confettura, spezie dolci, di buona eleganza. Morbido e strutturato, bel frutto maturo, note piccanti; lunghissima la persistenza su sentori delicatamente speziati.


Brunello di Montalcino Riserva 2020: le uve vengono raccolte la prima settimana d’ottobre, la fermentazione si svolge in tini di legno con una macerazione di 20 giorni. Il vino si affina quindi in botti di rovere austriaco e in tonneaux francesi per circa 40 mesi, ai quali seguono ulteriori 12 mesi di sosta in bottiglia. Si tratta del vino di punta aziendale, il suo costo è 120 euro.  Color granato, profondo e luminoso. Intenso al naso: balsamico, note surmature e di confettura, molto elegante. Dotato di buona struttura senza essere mai pesante, fresco e succoso, note pepate, piacevoli accenni amaricanti sul lungo fin di bocca.


Brunello di Montalcino 2022 (vino non ancora in commercio): molto bello il color granato. Balsamico al naso, note dolci. Fresco e succoso, bel frutto dolce, pepato, trama tannica morbida.

Brunello di Montalcino Montosoli 2022 (vino non ancora in commercio ed alla sua prima annata di produzione): molto bello il colore, granato luminoso. Naso meno irruento e più delicato rispetto agli altri Brunello, elegante. Fresco e succoso, delicato, pepato, armonico, molto elegante, buona la persistenza.

Stefanoni - Lazio IGP Spumante Metodo Classico Brut 24 mesi


di Stefano Tesi

Dalla proficua "enopesca" a strascico compiuta di recente non sui fondali, ma sulle vigne che circondano il lago di Bolsena, riporto questo godibilissimo Metodo Classico prodotto da uno dei nomi storici della viticoltura montefiasconese: 100% Roscetto (al secolo Rossetto), 24 mesi sui lieviti, una bella spuma ricca e un perlage sobrio, naso gentile e rotondo di pesca matura sbucciata, con accenni di crosta di pane, di agrumi e di polvere da sparo. 


Al palato è asciutto, preciso, con un’eleganza che non ti aspetti e un equilibrio che lo rende apprezzabile a tutto tondo, compresi i robusti piatti della cucina locale. Poi chiedi il prezzo e scopri che in cantina si paga 12 euro.

InvecchiatIGP: Perla del Garda - Lugana Superiore DOP "Madonna della Scoperta" 2011


di Stefano Tesi

Non rammento di preciso quando fu istituita questa rubrica, ma non c'è dubbio che fin da subito ci occupammo anche di bianchi belli datati. E che, anzi, già da prima della sua nascita avessimo dedicato, anche con Garantito IGP, molti articoli ai bianchi âgés, anticipando così un trend che oggi sta prendendo piede pure presso chi, per default, era convinto che certi vini andassero bevuti subito e che certi vitigni fossero poco vocati alla serbevolezza. Di questa progressiva inversione di tendenza, sia chiaro, non rivendichiamo alcun merito. Ma ci rallegriamo, o almeno io mi rallegro molto, consapevole che, come sempre succede quando si affaccia sulla scena una nouvelle vague, poi c'è un mercato pronto a cavalcarla. Si fa presto però a parlare col senno di poi. E il pensiero va allora a chi, talvolta tra scetticismi e ironie, in tempi non sospetti si è molto speso (e ha speso molto) per dimostrare che certe bottiglie di bianco avevano davvero prospettive di invecchiamento serie. O ha almeno avuto il coraggio di dare loro la chance di invecchiare tranquillamente in cantina, per vedere poi, alla Jannacci, l’effetto che fa.


Ci ho ripensato assaggiando di recente questo sorprendente Lugana Superiore "Madonna della Scoperta" DOP 2011 di Perla del Garda – quasi quindici anni! – planato nel bicchiere per accompagnare più che degnamente, chez Vito Mollica, una suprema di faraona arrostita con crema di zucca e tartufo nero. L'uva è ovviamente Turbiana, alias Trebbiano di Lugana, coltivata in biologico tra i 100 e i 250 metri s.l.m. sulle colline moreniche tra Pozzolengo e Sirmione. "Solo acciaio in fermentazione e acciaio e legno in affinamento", spiega Giovanna Prandini, che col fratello Ettore porta orgogliosamente avanti le tradizioni agricole di famiglia. “Agricole e non solo vinicole”, precisa, “perché abbiamo sì aperto la cantina nel 2006, ma prima vendevamo l'uva raccolta nelle vigne piantate negli anni ’80 e prima ancora producevamo latte”. Insomma, agricoltori e imprenditori a tutto tondo.


Oggi l’azienda, che ha proprietà anche in Valtènesi, conta 48 ettari di vigneto (oltre alla Turbiana, ci sono Merlot e Cabernet Sauvignon) ed è l’unica a coprire, con otto etichette, tutte le cinque tipologie previste dal disciplinare della DOC Lugana, perché “ci teniamo molto a sottolineare la versatilità e la longevità del Lugana”, insiste lei.

E veniamo alla nostra bottiglia.

Il vino è di un giallo oro, carico e intenso. Al naso l’impatto è lento ed esilissimo, poi pian piano si percepiscono, quasi a strati, varie sfumature di caffè: dal cioccolatino farcito al caffè freddo fino alla polvere di caffè appena macinata, che lentamente sfuma nei classici sentori compositi di certi toffees inglesi e infine chiude con una nota retrolfattiva di pietra focaia, olio minerale e “ingranaggi” (perdonate la poca tecnicità e la molta memoria olfattiva d’infanzia). 


Al palato l’età del vino è più evidente, ma il sorso è comunque netto, pieno, sostenuto da una residua acidità e da ondate di sapidità che lo arricchiscono, con un finale profondo che accenna all’amarognolo e ben si sposa con la morbida complessità della pietanza.

Con quindici anni sul groppone siamo al limite?

Difficile da dire. Resta il fatto che, prima di assaggiarlo, in pochi, me compreso, avrebbero creduto nella tenuta per tre lustri di questo vino, destinato come minimo a una funzione di testimonianza.

P.S.: abbiamo assaggiato, in magnum, anche l‘acclamata 2017, che forse era perfino migliore. Ma in un bianco uno scarto di cinque anni può equivalere a venti per un cristiano, ammettiamolo. E quindi evviva il 2011.

Cantina la Nobra - 3Est Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC 2025


Di Stefano Tesi

Se la poca fantasia del nome è sintomo di un’elevata attenzione dedicata al vino, l’operazione è riuscita alla grande. 


Con buona pace dei pregiudizi, questo bianco — fatto in appena duemila bottiglie e venduto in cantina a 10 euro — è un autentico concentrato di freschezza, fragranza, personalità e piacevolezza.

Vecchie Terre di Montefili: l'eleganza del Sangiovese in quota e la verticale di Anfiteatro


di Stefano Tesi

Con le sue vigne tra i 480 e i 540 metri di altitudine, Vecchie Terre di Montefili è sul tetto dell’intero comprensorio di Greve e Panzano e si divide tra le UGA di Montefioralle e della stessa Panzano, con dodici ettari e mezzo di vigneti biologici “storici” (l’azienda è nel biodistretto panzanese dal 1995), altri due e mezzo in affitto e un piccolo borgo su un terrazzo panoramico sul Gallo Nero, di quelli dagli scorci indimenticabili che si raggiungono solo scalando volonterosamente i più erti tornanti. Inutile dire che ne vale la pena. È qui che nel 1975 nasce l’azienda, poi acquisita nel 2015 da Frank Bynum e Tom Peck Jr.


Da qualche anno tocca alla beneventana Serena Gusmeri misurarsi, in campo e in cantina, con il Sangiovese e un ettaro e mezzo di Cabernet Sauvignon coltivati in quota, su suoli di Pietraforte, Alberese e Argilliti Scistose. Dove, dice lei, prima ancora che un dato tecnico l’altitudine è una sorta di fattore identitario: “Dà una forte acidità, rallenta le maturazioni, preserva la freschezza e imprime ai vini una naturale vocazione alla longevità”. Il modello produttivo prevede la valorizzazione delle parcelle, la vinificazione separata delle uve di ogni vigneto e la massima attenzione all’ambiente e alla microfauna, non solo a parole ma con i fatti: nel 2023 Vecchie Terre di Montefili ha ottenuto la certificazione europea Diversity Ark, che attesta la biodiversità aziendale.


Il tutto si traduce nella produzione di sette etichette: Biancone (un IGT Toscana 100% Chardonnay), un Chianti Classico, tre Gran Selezione (oltre alla GS “base”, il Vinea Vecchia e il Vinea nel Bosco), il Bruno di Rocca (un IGT Toscana con l’85% di Cabernet Sauvignon e il 15% di Sangiovese) e Anfiteatro, il vino-bandiera dell’azienda, prodotto fin dal 1981, che abbiamo assaggiato in verticale dalla vendemmia 2015 all’ultima sul mercato, la 2020.


Anfiteatro, nato come Chianti Classico Riserva da un’idea del fondatore Roccaldo Acuti e poi divenuto uno dei primi Supertuscan, è un Sangiovese in purezza fatto con le uve coltivate nel primo vigneto di 2,4 ettari messo a dimora proprio nel 1975 a forma, appunto, di anfiteatro, ad oltre 500 metri di quota. “La fermentazione è spontanea con lieviti indigeni, la macerazione avviene in acciaio”, spiega l’enologa e agronoma Serena Gusmeri. “Dopodiché comincia un affinamento al 50% in botti da 10 hl e al 50% in tonneaux da 500 litri della durata di quindici mesi, seguiti da circa 18 mesi in bottiglia. Quanto serve per addomesticarlo, insomma”. Un “vino di pazienza”, lo definisce l’azzeccato claim di presentazione. Difficile dargli torto.

Ecco com’è andata la degustazione.

Anfiteatro Toscana IGT 2015 

Di colore rubino opaco con riflessi caldi, al naso è asciutto ed elegante, con note di ciliegia matura e una piacevole scia di sentori terziari di cuoio e funghi che sfumano nell’accenno balsamico finale. In bocca è integro, sorretto da una buona acidità e da una connotazione di tipicità profonda, molto classica, che chiude con severa austerità.

Anfiteatro Toscana IGT 2016 

Il rubino vivo allo sguardo prelude a un bouquet ricco, screziato, progressivo, quasi opulento, con accenni floreali e una bella freschezza che in bocca si tramuta in un’agilità di antica memoria, una fine sapidità e un’acidità ancora ben viva. Un sorso che piace molto, solenne e nervoso al tempo stesso, come ci si aspetta e ci si augura di trovare in un vino come questo.

Anfiteatro Toscana IGT 2017 

L’annata difficile, col caldo estivo e le piogge settembrine, si sente tutta in questa bottiglia, che da tale corrispondenza trae però anche la sua forza: un bel colore pieno, un naso un po’ scarico dai toni quasi polverosi e un sorso riconoscibile, nevrile, con un’acidità marcata che rende l’assaggio piacevole e dinamico.


Anfiteatro Toscana IGT 2018 

La vendemmia ottobrina regala al vino un colore rubino pieno e piuttosto scuro, con un naso screziato e avvolgente che oscilla tra il rabarbaro e le erbe aromatiche, il frutto maturo e note quasi dolciastre. Anche il palato è più ricco di qualsiasi aspettativa, ampio e muscolare, corposo ma meno elegante del previsto.

Anfiteatro Toscana IGT 2019 

Di un bel colore rubino profondo e brillante, ha un bouquet elegante con accenni fumé, lontane note di resina e un nerbo varietale che ne sottolineano la prontezza. In bocca rivela grande freschezza, una piacevole agilità e una spiccata duttilità gastronomica.

Anfiteatro Toscana IGT 2020 

L’annata attualmente sul mercato ha una bella profondità di colore, con un naso fresco connotato da una fragranza composta e vibrante. Al palato il tannino è ancora ben presente ma non fastidioso; il sorso è quello fine ma nervoso del vino che ha ancora molto da dare e che, se bevuto oggi, non delude, pur sapendo che un paio d’anni in più in bottiglia non potranno che giovargli.

MenoDodicIGP: Cantina Pliniana - Salento IGT Susumaniello Rosato 2025


di Luciano Pignataro

Ho provato questo rosato sulla riva di Seiano, frazione di Vico Equense, grazie a Simona Natale che lo ha portato da bere in una spumeggiante serata a Le Axidie. Nasce dalla linea Centocontrade della Cantina Pliniana a Manduria: 400 soci che conferiscono le uve con una procedura tanto semplice quanto efficace — leggera pressatura e via.


Non è la prima volta che mi capita un rosato da Susumaniello, uva a bacca rossa decisamente prolifica, messa in ombra dalla triade Negroamaro-Primitivo-Nero di Troia che da sempre caratterizza la generosa Puglia. Anche il Susumaniello è generoso, talmente generoso da essere stato tenuto in disparte per molti anni. Mentre nella versione in rosso ci sono diverse interpretazioni, nel rosato vedo una linea comune fra i produttori: quella di un vino dal colore non carico, molto fresco e nervoso nella beva, lungo e piacevole. Ma soprattutto adatto a qualsiasi tipo di cibo, come ho avuto modo di provare in questa serata in cui sono stati serviti piatti fusion nippo-peruviani (quelli che a Napoli vengono proposti da Urubamba in via Filangieri). Quanto costa? 11,50 euro.

InvecchiatIGP: Villa Matilde - Falerno del Massico DOC "Vigna Camarato" 2011


di Luciano Pignataro

Vigna Camarato è una delle etichette più antiche della viticultura moderna campana, la prima vendemmia ufficiale è del 1981. Si tratta di un tipico blend territoriale fra uve aglianico e piedirosso a saldo del 20 per cento. Detta in soldoni, la funzione del piedirosso, forse l’uva più tipicamente esclusiva della regione, è quella di ammorbidire l’aglianico, quasi diluirlo se posso usare questo termine e renderlo così più pronto. Fra le etichette che hanno fatto la storia recente possiamo ad esempio ricordare il Serpico dei Feudi che esce in commercio nella seconda metà degli anni ’90. Ma in genere, prima che prevalesse in Italia il rito del vino monovarietale, era uso comune ovunque utilizzare diversi vitigni. Quello che rende interessante questa etichetta dell’azienda Villa Matilde è che nasce fuori dai territori su cui si è concentrata l’attenzione degli specialisti e degli appassionati, parlo sostanzialmente di Sannio, Irpinia, Vulture e in parte Cilento. Qui siamo proprio ai confini tra Campania e Lazio, alle falde del vulcano spento di Roccamonfina (dove nascono le acque minerali imbottigliate dalla Ferrarelle per capirci), la vigna di quattro ettari è sostanzialmente un impianto che ormai supera i 60 anni con una densità di circa 3500 viti. Siamo sostanzialmente in pianura e il suolo è vulcanico.


Dunque il primo elemento di interesse è l’essere il Vigna Camarato un vino nell’area nord della Campania e la doc di riferimento è Falerno del Massico. Qui il si potrebbe aprire una finestra lunghissima, per brevità diremo che questa etichetta ha contribuito a istituzionalizzare la doc che vive una doppia anima per quanto riguarda il rosso: da un lato quella del primitivo, presente in quest’area dalla fine dell’800, dall’altra chi usa il blend di Aglianico e Piedirosso. Questo compromesso, perché di questo si tratta, ha sempre creato problemi di comunicazione di una doc che ha le sue radici nella viticultura della Campania Felix che comprendeva appunto l’area che dal monte Massico arrivava sostanzialmente al Vesuvio e che produceva, insieme all’area etnea, i vini considerati più pregiati all’epoca. Fu questa suggestione a spingere Francesco Paolo Avallone a rilevare la tenuta dedicandola alla moglie Matilde negli anni sessanta. Ora in azienda è entrata la terza generazione, ossia i figli dei fratelli Tani e Maria Ida.


Abbiamo bevuto questa annata del Camarato, da sempre considerata calda, quasi un rimando alla mitica 2003, in più di una occasione seguendone l’evoluzione, l’ultima in una cena al bistellato George dell’Hotel Parkers a Napoli che è di proprietà della famiglia Avallone.


La premessa è che il Vigna Camarato è evoluto nel corso di questi decenni, ma sostanzialmente ha conservato una sua identità precisa, che è quella di essere un vino longevo, dai tannini presenti anche se morbidi, di ottima acidità. Insomma le caratteristiche che tutti conosciamo dell’Aglianico appena un po’ ingentilite dal Piedirosso e dallo scorrere del tempo. La 2011 insomma si è presentata perfetta all’appuntamento, elegante, dal colore ancora rubino vivo, con note olfattivo in cui i legni (barrique di primo, secondo e terzo passaggio con un affinamento di 18 mesi) sono molto ben fusi con il frutto. Essendo riserva, il vino viene messo in commercio dopo tre anni, ossia con altri 18 mesi di vetro. Se ne producono circa 10mila bottiglie e il costo sul web oscilla fra i 55 e i 60 euro.


Una bevuta affascinante e appagante, molto agile al palato, interessante al naso, perfetta su piatti strutturati. E, per chi ama il genere, con una vita interessante ancora al di là da venire come hanno confermato le diverse verticali organizzate in questi anni.

Cigliano di Sopra - Chianti Classico DOCG 2023


di Luciano Pignataro

Godiamo di questo sangiovese in purezza da uve coltivate a San Casciano, affinato in barrique e tonneaux e non filtrato. 


Il gusto deciso di frutta, la sapidità e l’energia ci appagano completamente sulla pizza pepperoni a Dana Point. Abbinamento perfetto, un sorso tira l’altro e la bottiglia finisce subito.

Napa Valley e Beaulieu Vineyard: dove il mito del vino americano è diventato storia


di Luciano Pignataro

Vai in California e non passi per la Napa Valley? Un sistema enoturistico perfettamente organizzato, con tanto di trenino, dove ogni cantina è attrezzata da oltre trent’anni a ricevere visitatori e appassionati, con tanto di shop in cui, oltre al vino, si vende di tutto secondo un modello anglosassone che ben conosciamo e che consente ai clienti di portarsi a casa dei ricordi. In Italia pensiamo — mi riferisco ovviamente a chi non è dentro il mondo del vino — che negli USA questo sia un fenomeno recente rispetto alla cara vecchia Europa.


Per questo ho scelto di parlarvi di un vino la cui prima etichetta risale al 1939, prodotta da un'azienda fondata nel 1900 da Georges De Latour: la leggenda racconta che il nome dell’azienda (ovviamente abbreviato in BV Wines) si debba all’espressione francese “quel beau lieu” pronunciata dal fondatore quando acquistò il primo nucleo della tenuta. La storia la trovate su Wikipedia oltre che sul sito aziendale; qui a me interessa sottolineare solo qualche aspetto che fa di questo posto nell’area di Rutherford (non lontana dalla famosa Opus One) una tappa obbligata per chi visita la Napa e per chi si approccia al mondo enologico americano che, lo ricordiamo, è un grande mercato di produzione e importazione come nessun altro paese al mondo.


In primo luogo siamo a casa di uno dei pionieri della lotta alla fillossera negli USA, il primo a trovare un portainnesto che risolvesse il problema anche in Napa. Il secondo motivo di visita è la ristrutturazione, conclusa proprio lo scorso mese di luglio, dell’area accoglienza: un’ampia sala dominata da un bancone circolare in perfetto stile americano e una sala privata dove siamo stati accolti per una degustazione. Ad ogni vino (Chardonnay Reserve 2022, Pinot Noir Reserve 2023, Malbec 2022, Muscat e, appunto, il Georges de Latour 2022) è stato abbinato un piatto dello chef Sam McKenzie. Lo cito perché si tratta di un cuoco molto conosciuto che qui ricopre il ruolo di Winery Chef ed è impegnato a studiare i migliori abbinamenti possibili per il percorso degustazione. Le vecchie ricette della storica tenuta vengono rielaborate con una grande attenzione alla qualità delle materie prime prodotte dall’orto aziendale. Il terzo motivo per cui bisogna venire qui è che parliamo di un'azienda che ha creato il benchmark del Cabernet Sauvignon in Napa: un’uva che, a mio avviso, resta la chiave principale con cui approcciare la produzione di vino negli USA.


L’azienda ha una storia lunghissima, basti pensare che durante gli anni del Proibizionismo si reinventò come cantina di vini da messa mentre tante altre realtà chiudevano, e che nei decenni ’50-’60 del secolo scorso era considerata uno dei Big Four della Napa. Oggi il Georges De Latour è considerato un vino iconico, pluridecorato, spesso servito nei banchetti della Casa Bianca, e si vende a un prezzo tutto sommato non proibitivo (in rete sui 180 euro al massimo). Parliamo di un blend in cui il Cabernet Sauvignon è accompagnato da un 10% di Petit Verdot che gli conferisce un tocco di bevibilità al palato, decisamente impegnativo visti i 15 gradi alcolici.


L’azienda non ha inseguito le mode e non ha rinunciato al suo stile: il rosso è potente e muscoloso come si diceva un tempo, ma l’acidità consente di berlo con piacevolezza oltre a offrirgli una sicura e buona longevità. L’esperienza ha permesso di interpretare al meglio quella che viene considerata un'annata fresca in Napa, e il bilanciamento tra il frutto e la barrique ci è apparso perfetto perché dosato con grande maestria.


Due parole sugli altri vini provati: il Pinot Nero è sicuramente più esile, ma va bevuto senza pensare alla Borgogna; semmai si avvicina di più allo stile italiano che lascia via libera al frutto. Il Malbec è il classico "vinone" americano che ha imposto quello stile di potenza esibita che da noi andava molto di moda negli anni ’90. Qui, ci dicono, funziona molto. Mi è particolarmente piaciuto lo Chardonnay Riserva: agrumato, sicuramente potente, ma anche complesso al naso e sapido in bocca. Insomma, parliamo di vini molto diversi da quelli che in questo momento vanno di moda in Italia, ma che hanno uno stile preciso e sono ricchi di storia.

MenoDodicIGP: Philippe De Charmille - Cremant de Loire Brut (Magnum)


di Carlo Macchi

Il Crémant de Loire (uno degli otto Crémant che si possono produrre in Francia in zone fuori dalla Champagne) nasce, lungo la Valle della Loira, nelle regioni di Anjou, Saumur e Touraine. È uno spumante metodo classico, normalmente con un periodo abbastanza breve di permanenza sui lieviti (tra 12 e 20 mesi) e quasi sempre è composto da Chenin Blanc e Chardonnay.


Questa presentazione generale calza a pennello anche per il nostro vino di oggi, che nasce da un négociant con uve Chenin Blanc (80%) e Chardonnay (20%). Le sue caratteristiche principali sono una bella freschezza sia al naso, dove note floreali si intersecano a sentori agrumati con il limone che predomina, sia al palato, dove accanto alla classica brillantezza acida del territorio troviamo una bollicina fine e rotonda, certo aiutata da qualche grammo di zucchero residuo.


A questo punto di solito parliamo del prezzo e proprio per questo voglio prima raccontarvi una piccola storia: il vino che ho assaggiato per voi proviene da una magnum acquistata nella catena IperTosano, famosa per avere un'importante selezione di vini italiani ed esteri, anche in magnum. L’ho pagato 17,20 € e solo dopo averlo assaggiato e constatato l’ottimo rapporto qualità/prezzo sono andato a cercare il prezzo della bottiglia da 0,75, che di media è 11,60 euro. Quindi rientra per il rotto della cuffia nella nostra rubrica, ma io vi consiglio, più che comprarlo su internet, di fare un salto in uno dei supermercati IperTosano, perché volete mettere la soddisfazione che dà aprire una magnum di spumante pagata poco più di 17 euro?

InvecchiatIGP: Rocca delle Macie - Toscana IGT Rosso Rockea 2011


di Carlo Macchi

L’invecchiato di questa settimana è un vino molto particolare per vari aspetti: il primo è indubbiamente unico perché, modestia a parte, posso dire di “averlo fatto io”, il secondo è che è forse il primo vino servito per portare dell’acqua, il terzo è che è nato per uno scopo umanitario, il quarto riguarda la cantina che ha permesso il tutto, cioè Rocca delle Macie e il suo titolare, il mio amico Sergio Zingarelli, che in periodo di piena vendemmia misero la cantina a completa disposizione per produrre una singola barrique di vino.


Ma andiamo con calma: siamo nel 2011 e a Rocca delle Macie portiamo avanti da quasi due anni un progetto su Youtube che presenta le varie fasi fenologiche della vite, dalla potatura alla vendemmia, riprendendo sempre la stessa vite di sangiovese nei vari momenti dell’anno: avevamo anche dato un nome alla vite, Rockea. Nacque dalla famiglia Zingarelli l’idea di fare qualcosa in più, cioè di creare un vino Rockea che servisse a raccogliere fondi a scopi umanitari. La proposta finale ci portò sul lago Malawi, dove un orfanotrofio/casa famiglia aveva bisogno di una pompa e di una canalizzazione per prendere l’acqua dal lago e poter coltivare la terra. Nacque così il progetto Rockea, dal vino all’acqua e vi consiglio di dare un’occhiata qui, qui e qui a questi filmati “d’epoca” per capire il lavoro che è stato fatto. Abbiamo raccolto tutta l’uva del filare di Rockea, portata in cantina e pigiadiraspata a mano, messa a fermentare in una piccola vasca inox da 500 litri con rimontaggi quotidiani (ancora oggi sento nelle orecchie gli improperi del vecchio cantiniere di Rocca delle Macie che doveva seguire una cantina intera e a cui andavo giornalmente a rompere le… per fare i rimontaggi a quel piccolissimo serbatoio). Poi abbiamo svinato, messo il vino in una barrique nuova e a marzo dell’anno successivo l’abbiamo imbottigliato.


Ne facemmo 300 bottiglie, la cui vendita finanziò il progetto che potete trovare riassunto qui. Prima di andare avanti voglio dire due parole sulla meravigliosa etichetta, che da sola riesce a presentare il progetto: per me parla di Africa, sole, bambini, speranza di una vita migliore e della gioia di poterla vivere. quest’etichetta è semplicemente bellissima, poetica e vi giuro che ogni volta che l’ho guardata mi sono emozionato. Tornando al vino ne comprai anch’io una bottiglia e visto che ero “il padre del vino”, lo assaggiai quasi subito: (link https://www.winesurf.it/rockea-ha-svolto-il-suo-compito-evviva/ devo dire che mi piacque, ma forse ogni scarrafone è bell'a mamma soja. Sono passati 15 anni da allora e per una serie di strani giri del destino mi sono ritrovato davanti un’altra bottiglia di Rockea anzi un’intera cassa da sei bottiglie.


La curiosità non mi ha dato tregua fino a quando non ne ho stappata una: il colore era granato, forse dovuto al fatto che il vino non venne filtrato se non per decantazione statica. Ho messo il bicchiere sotto al naso è mi sono veramente emozionato perché ho sentito i classici e profondi profumi terziari del sangiovese con sempre un accenno di frutta matura. Ci sono rimasto sopra parecchio perché non credevo al mio naso: legno perfettamente integrato, note balsamiche, accenni di macchia mediterranea, grande complessità aromatica. In bocca il tannino era setoso, vivo, consistente ma dolce e il vino mostrava un bellissimo equilibrio e un lungo finale.


Mi sono fatto i complimenti da solo ma la cosa è finita lì: quando però ho saputo che un bravissimo ristoratore e fine assaggiatore, durante una cena tra amici con varie bottiglie importanti ha bevuto quasi da solo una bottiglia di Rockea trovandola eccezionale non ho retto e ho scritto questo articolo non tanto per lodarmi (chi si loda s’imbroda diceva mio padre) ma da una parte per ringraziare ancora una volta la famiglia Zingarelli per la disponibilità e la lungimiranza e dall’altra per confermare  le enormi potenzialità del sangiovese che riesce, anche in un vino “artigianale” a dare risultati impensabili. Mi dispiace solo che non possiate assaggiarlo ma forse, quando assieme a Sergio faremo nascere un nuovo progetto…

Scubla - IGP Friuli Colli Orientali Verduzzo Friulano "Cràtis" 2019


di Carlo Macchi

I passiti non si bevono più! Allora proviamo a invertire la tendenza con questo Verduzzo del 2019, servito fresco: colore ambrato brillante, naso con tutta la frutta secca e passita del mondo, bocca avvolgente, succosa, armonica.


Provatelo su formaggi stagionati, magari erborinati e vedrete la Madonna!

Vini macerati: omologazione o espressione del territorio? Il caso Oslavia


di Carlo Macchi

Quando si parla di vini macerati è molto difficile non schierarsi, essere pro o contro, ma l’incontro che abbiamo fatto ad Oslavia con quattro dei “magnifici sette” è nato solo per cercare di capire: capire come nascono, in che cosa sono realmente diversi sia dai vini non macerati che tra loro. Poi è seguito l’assaggio e qui non schierarsi con i propri preconcetti (pro o contro) è stato ancora più difficile e dovrete giudicare voi se ci siamo riusciti.


I quattro produttori erano Radikon, Primosic, Fiegl e Il Carpino e la prima cosa che posso dire è che non credevo potessero esserci differenze così grandi tra vini macerati. Ma andiamo con calma, premettendo che la storia del “precursore” degli oslaviani, cioè Gravner, è sicuramente diversa e forse più complicata e magari potremo investigare in altri articoli. Partiamo da questi quattro e mi sembra giusto premettere che parlare di vini macerati vuol dire riferirsi quasi sempre a vini bianchi vinificati come vini rossi, cioè con le bucce ma in vasche aperte.

Ana Sosol, Martin Fiegl, Saša Radikon, Marko Primosic

Inserisco la prima di due constatazioni che non vorrebbero scomodare Monsieur de La Palice: se non si hanno uve sanissime non si fanno buoni vini macerati. In effetti il fattore vigna è sempre quello che rimane un po’ in secondo piano perché l’attenzione casca sulla parte più “spettacolare e chiacchierata”, cioè il periodo di macerazione, ma non bisogna scordarsi che da una parte c’è prima un lavoro certosino di un anno nel vigneto e dall’altra in molti casi qualche anno di botte grande e altrettanti di bottiglia. Un po’ come se si volesse valutare definitivamente la prova di un maratoneta in trecento metri attorno al diciottesimo chilometro di gara. 


La seconda cosa lapalissiana è che un vino macerato non nasce dall’oggi al domani. Le prime prove di macerazione di Stanko Radikon, padre di Saša e Ivana, risalgono al 1995 e in quegli anni di prove il range variava da una settimana a più di sei mesi di macerazione. Questo per cercare di capire come realmente operare: perché la macerazione con le bucce non si trasformi in una semplice ossidazione ma riesca a far nascere un vino con caratteristiche diverse e non un vino difettato, occorrono anni di prove, di errori, di revisioni, di accorgimenti, di esperienze. Queste esperienze a Oslavia sono state fatte e sono diventate patrimonio comune, riportate in un disciplinare interno condiviso da tutti i produttori.


Le variazioni di macerazione anche tra i vini che abbiamo degustato variavano tra gli 8 e i 35 giorni, ma questo non voleva assolutamente dire che quello di 35 giorni fosse più “ossidato” degli altri. Forse si dovrebbe evitare di usare questa parola, perché induce a pensare ad un difetto, anche se di un buon Vin Santo toscano nessuno si permette di dire che è ossidato o che ha la volatile alta. Parlando con i produttori e assaggiando i vini abbiamo capito che fare vini macerati è un po’ come camminare sul filo senza rete con tutta la gente sotto che si domanda chi te lo fa fare, senza rendersi conto della difficoltà e dei rischi che comporta: magari alla fine però applaude perché si accorge di aver assistito ad uno spettacolo di alto livello.


Considerate anche che le macerazioni non dipendono solo dal fattore tempo ma anche dalla temperatura di fermentazione: c’è chi lascia tranquillamente superare i 30° e chi invece, quando si arriva attorno a 27-28°, inserisce delle piastre per raffreddare il mosto, e chi la controlla costantemente. Alla fine si ottengono risultati molto diversi e anche questo è un fattore che rischia di passare in secondo piano quando si dice che i vini macerati si assomigliano tutti: perché i Sauvignon o i Traminer aromatici non macerati sono completamente diversi l’uno dall’altro? Ma di questo parleremo più avanti.


Arriviamo ai vini: i primi assaggiati ce li ha presentati Ana Sosol de Il Carpino e sono stati il Venezia Giulia IGT Pinot Grigio Vis Uvae 2020 e il Venezia Giulia IGT Malvasia 2017. Questi due vini iniziano il loro cammino macerando il primo 33 e il secondo 25 giorni, per poi passare in botte da 15-17 ettolitri per circa due anni e poi affinarsi in bottiglia per altri tre. Le cose che ci hanno colpito in questi due vini sono i grandi profumi di albicocca matura, la perfetta gestione del legno e in bocca una tannicità soave, misurata, setosa. Tutto questo con un'alcolicità attorno ai 13,5° che rende il sorso veramente elegante. Vorrei ribadire la finezza tannica, quasi una ricercata sobrietà, che stacca in maniera netta i vini di questa cantina dagli altri che abbiamo degustato. C’è anche da dire che Il Carpino, come diverse altre aziende del territorio, produce pure vini non macerati, e questo perché non siamo di fronte a dei talebani ma a dei produttori che seguono determinate strade solo quando sono perseguibili.


Con Marko Primosic ci conosciamo da tempo e grazie a lui ho dovuto riflettere sul mondo dei macerati, che molti anni fa vedevo come un territorio “liberato” dalle regole enologiche, mentre grazie a Marko e ad altri produttori (Fiegl, lo stesso Saša) ho capito che invece è un mondo che non solo applica regole enologiche precise, ma le sfrutta a proprio vantaggio. Per esempio Marko fermenta in caratelli aperti da 600 litri e lascia tranquillamente salire la temperatura di fermentazione sopra ai 28° perché sostiene che alcune note “calde”, che ricordano i distillati o i vini da dessert, si sviluppano meglio se si fermenta ad alte temperature. Facendo un piccolo passo indietro, annotiamo che lui cerca di raccogliere il più tardi possibile, cercando di arrivare il più vicino possibile alla maturazione fenolica. Comunque la macerazione/fermentazione dura più o meno 28 giorni e poi il vino passa in botte grande per 2-3 anni, poi viene filtrato per caduta e rimane in bottiglia almeno altrettanti anni prima di andare in commercio.



Ci ha presentato il Collio DOC Ribolla Gialla 2021 e il Collio DOC Ribolla Gialla Riserva 2020, due vini completamente diversi da quelli de Il Carpino: in primo luogo perché la Ribolla è un’uva tannica e questo si sente subito; in secondo luogo perché troviamo note dove la frutta candita e la frutta secca sono maggiormente aiutate dall’alcol a presentarsi al naso. Ricordano appunto dei distillati (per me Armagnac con una nota di Calvados) pur non superando i 14°. In bocca sono entrambi vini pieni, opulenti, tuttora molto (addirittura troppo) giovani, con la tannicità della ribolla che si esprime con ferma dolcezza, mai con scompostezza. Breve riflessione a metà strada: alla faccia dei vini macerati che sono tutti uguali!


Saša Radikon ci ha fatto assaggiare quello che lui stesso definisce “il modo migliore per avvicinarsi” ai vini macerati, cioè il Venezia Giulia IGT Slatnik 2023: Chardonnay 80%, Friulano 20%, macerato per una decina di giorni, poi un anno in botte grande e uno tra acciaio e bottiglia. La mia vecchia teoria che i produttori (quelli che il vino lo fanno veramente) somigliano al loro vino e viceversa segna un altro punto a suo favore. Saša è grande e grosso e anche lo Slatnik sprizza potenza da tutti i pori (a parte l’alcol, che si piazza a meno di 13°): ambrato, con frutta passita al naso, ha una tannicità imponente e anche un’acidità importante. Per la prima volta sentiamo nettamente il ruolo dell’acidità e, rispetto agli altri vini, anche una certa mancanza di affinamento in vetro. Siamo quasi all’opposto dei vini de Il Carpino, ma in una cosa si assomigliano: hanno l’acidità volatile (uno dei punti di discussione tra detrattori e sostenitori dei vini macerati) che non punge ma accarezza la bocca e la gola. Anche quello della volatile è un tema da affrontare e capisco che per molti è quasi un tabù: per quanto mi riguarda, ricordo che tanti vini rossi importanti, sia a base Nebbiolo che Sangiovese, per non parlare di vecchi Amarone, se non avessero avuto una volatile attorno a 0,85/0,90 sicuramente sarebbero stati molto meno espressivi al naso. Comunque bisogna sfatare il mito che i buoni macerati abbiano una volatile molto superiore a 1.


Con Martin Fiegl arriviamo a chiudere il cerchio del nostro incontro e anche con lui scopriamo tante cose interessanti: la prima è che la sua produzione di vini macerati è appena il 5% del totale aziendale, che è di quasi 400.000 bottiglie. Inoltre è forse quello “più tecnico” tra i produttori incontrati. Per prima cosa in vigna lui non aspetta la maturazione fenolica ma predilige una maggiore freschezza, poi fermenta/macera a temperatura controllata in una vasca da 30 ettolitri per circa 28 giorni. Essendo i macerati una piccola produzione non è detto che nascano da lieviti autoctoni, ma da quelli che lavorano meglio e di più, visto che per gli altri vini usa lieviti selezionati. Abbiamo assaggiato la giovanissima Venezia Giulia IGT Ribolla Gialla 2024 e dobbiamo dire che la giovinezza non le fa certo male: grande frutto (albicocca e pesca) e tannino dolce ed equilibrato. Anche il Venezia Giulia Ribolla Gialla 2020 è fruttato, ma rispetto agli altri vini mostra da una parte un tannino imponente e dall’altra una volatile più bassa. Non vogliamo contraddire quello che ha detto Saša Radikon, ma questo vino di Fiegl è forse il modo più facile per approcciarsi ai macerati.


In chiusura ci restano due argomenti da affrontare con tranquillità, cioè quello della somiglianza tra i vini macerati e della perdita del varietale. Anche qui serve una piccola premessa: sono anni che la qualità dei bianchi italiani è cresciuta ma, come ho scritto qui, nello stesso tempo si assomigliano molto di più. Lieviti selezionati e nutrimenti di lieviti, enologi e tecniche enologiche imperanti hanno fatto fare un grande passo in avanti ai vini italiani, ma questo si è almeno in parte pagato con una somiglianza che, specie tra i bianchi, in certi casi è eccessiva: ormai non si riesce più a distinguere bene un Sauvignon da un Vermentino o da un Trebbiano, uno Chardonnay da un Grechetto, un Bombino da un Greco, ecc. Di fronte a questa omologazione generalizzata sono il primo a dire che diversi vini macerati hanno delle somiglianze e che gli aromi varietali vengono immolati sull’altare della macerazione, però almeno non ci si nasconde dietro la strausata scusa che quel vino X ha i precisi profumi del terreno dove cresce, anche se poi dal punto di vista aromatico è quasi identico a tanti altri. Ecco, da “non grande estimatore quasi ravveduto” dei vini macerati credo di aver detto tutto quello che c’era da dire, provando a mantenere una certa neutralità: aspetto i vostri commenti.