Thomas Pichler - Sudtirol Sauvignon Neun Monde 2023


di Carlo Macchi

Da vigne nel comune di Caldaro attorno ai 500 metri (zone di Puiten e Barleit, quest’ultima una delle 86 UGA Altoatesine) nasce questo Sauvignon con profumi ampi di agrumi e frutta bianca e un corpo potente e pieno. 


L’annata è tra quelle buone e pure il vino è buono, e lo sarà anche tra 5-6 anni.

“Langhe DOC, un territorio in evoluzione”: una manifestazione che mancava


di Carlo Macchi

Il 96 non è un numero presente nella tombola o nella Smorfia ma per quanto riguarda la denominazione Langhe DOC è basilare. 96 sono infatti i comuni in provincia di Cuneo, tra Langhe e Roero, in cui si può produrre, dal 1994, del Langhe DOC. Il Langhe DOC in realtà non è solo un vino ma un insieme di vini/vitigni che creano quello che io da tempo chiamo “l’arcipelago Langhe DOC”. Stiamo parlando di oltre 20 tipologie di uve/vini che vanno dal bianco al rosso, al novello, fino al passito, arrivando a produrre oltre 23 milioni di bottiglie, cioè praticamente quanto producono i due “giganti” di Langa, Barolo e Barbaresco, messi assieme. Ma in un arcipelago ci sono isole più grandi e più piccole e cosi nel grande territorio del Langhe Doc troviamo il Langhe Merlot che non arriva a 10.000 bottiglie e il Langhe Nebbiolo che ne fa quasi 12 milioni.


Nel mezzo troviamo bianchi come Arneis Favorita, Nascetta, Chardonnay e rossi come Barbera, Dolcetto, Freisa, Cabernet Sauvignon. Una mare di vitigni in un territorio vasto e molto diverso per terreni, climi, altezze che ci vorrebbero diverse lezioni universitarie per presentarlo. Quindi passo oltre e cerco di riportarvi cosa mi hanno dato le due giornate sui Langhe DOC ben organizzate dal Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Dogliani.


Due giornate impegnative che ci hanno visto degustare ben 170 vini: più di 70 campioni da vari vitigni bianchi e rossi il primo giorno e quasi 100 Langhe Nebbiolo il secondo. L’abbiamo potuto fare anche grazie al perfetto servizio dei sommelier AIS, che ci hanno veramente seguito con una premura, una competenza e un’organizzazione di altissimo profilo. Nonostante le due sessioni di assaggio impegnative credo che il format debba essere visto in maniera più che positiva, specie se ampliato almeno di un giorno. Questo permetterebbe tempi più allargati per gli assaggi, anche con l’aumento (diciamo che 70-75 assaggi al giorno è più che sufficiente) del numero dei campioni. Quindi una manifestazione che nel suo anno zero si dimostra centrata e importante per mettere a fuoco quegli “angoli” che i due grandi vini di Langa nascondono un po’.


Veniamo ai vini con una premessa. Nella denominazione Langhe alcune sue tipologie rappresentano la DOC più importante per quel preciso vitigno/vino in quel territorio (Esempio Langhe Rosso e Langhe Bianco, Langhe Nascetta (etc.) mentre altre possono essere viste, anche se ci sono molti ettari iscritti alla DOC, come una “denominazione a caduta”. L’esempio più eclatante è il Langhe Nebbiolo che ha circa 1300 Ha iscritti all’albo ma può avvalersi anche del “declassamento” di partite di Barolo o Barbaresco. Prendendo atto dei due modi di essere per le varie tipologie di Langhe DOC la realtà dei fatti è che un prodotto “anche declassato” come il Langhe Nebbiolo è in realtà oggi un vino a sé stante, con un mercato che tira e che va avanti da solo (facendo pure concorrenza interna al Barolo e al Barbaresco) mentre molte altre tipologie devono appoggiarsi al marchio aziendale o ad associazioni più o meno radicate sul territorio per avere visibilità. Questo per dire che oltre alle diversità di terreni, esposizioni, climi e altezze, i vini Langhe Doc hanno anche differenze commerciali e di visibilità notevoli.

Ma ora tocca ai vini: abbiamo degustato sia tra i bianchi che tra i rossi soprattutto annate giovani (2025/2024 per i bianchi e 2024/2023 per i rossi) con qualche vino di annate più vecchie ma non troppo (massimo 2021).

Neanche a farlo apposta le diversità riportate sopra si ritrovano, in qualche caso addirittura accentuate, nei vini: tra i bianchi in particolare Sauvignon e Chardonnay spiccano per diversità assolute dovute non solo ai suoli etc. ma anche e soprattutto al ruolo a cui l’azienda li destina: bianchi importanti da invecchiamento con legno e corpo, bianchi semplici più giocati sulla freschezza per un consumo veloce. In questa forbice ci perdiamo un po’ ma la qualità è quasi sempre buona. I vitigni autoctoni come Favorita e Arneis, pur non spiccando per complessità e profondità sono comunque piacevoli, anche se la Favorita spesso si presenta troppo leggerina e semplice. Sulla Nascetta ritroviamo diversità importanti, che non giocano certo a favore di una sua chiara riconoscibilità, specie per un vino con così pochi produttori. Chiudo con i riesling, che dimostrano come il territorio langarolo possa essere adatto anche a uve nate e cresciute molto lontane da qui. Ho trovato prodotti che sviluppano le loro classiche caratteristiche in tempi giustamente lunghi e in più mostrano anche un corpo e una freschezza che spesso non troviamo in Alto Adige o addirittura in alcuni vini delle zone classiche all’estero.


Se comunque tra i bianchi troviamo vini che sono sul territorio ben radicati o si sono adattati bene, sul fronte dei rossi accanto ai classici autoctoni Barbera, Freisa e Dolcetto incontriamo alcuni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Nero di cui, scusate la franchezza, se ne potrebbe pure fare a meno. Specie le ultime due uve portano a vini che ricordano solo alla lontana il vitigno di provenienza e non esprimono quelle caratteristiche per cui sono famosi nel mondo. Forse possono dare una mano in uvaggi nei Langhe Rosso (in particolare il Cabernet Sauvignon) ma non mi sembra che, con tutta la buona volontà, siano uve da piantare nei 96 comuni della DOC.


Arriviamo al Langhe Nebbiolo, sicuramente l’attore più importante del gruppo. L’assaggio di quasi 100 campioni è stato basilare per avere un punto di vista preciso su due annate molto diverse tra loro e di cui aspettiamo, sia adesso che tra un annetto, i “fratelli maggiori” Barolo e Barbaresco: 2024 e 2023 I Langhe Nebbiolo 2024 confermano quello che sapevamo e che purtroppo ho potuto constatare di persona durante la vendemmia 2024 in Langa: siamo di fronte ad un’annata difficile, che le ripetute piogge durante la vendemmia hanno reso problematica: i Langhe Nebbiolo 2024 hanno profumi freschi e floreali (frutto poco) di buona gamma ma è al palato il problema: corpi esili e in qualche caso tannini verdi e pungenti. In generale possono essere al massimo rossi piacevoli ma non andiamo oltre. Altro discorso per i 2023, vini più decisi e armonici ,nasi più giocati sul frutto, buon uso del legno e tannini importanti e classicamente “pesanti”. Annata adesso godibilissima e dal buon invecchiamento: diciamo che manterrà bene le sue caratteristiche di freschezza fino al 2028-2029 per poi dare ancora soddisfazioni per altri due-tre anni.

InvecchiatIGP: Castello di Monsanto - Chianti Classico Riserva "Il Poggio" 1982


di Roberto Giuliani

Reduce da Terre di Toscana - la splendida kermesse ideata da L’Acquabuona e curata nei minimi dettagli dall’instancabile Fernando Pardini - che da 15 edizioni tiene banco in Versilia e precisamente a Lido di Camaiore, ho approfittato di una delle due giornate in cui da alcuni anni un folto numero dei produttori partecipanti propone una o due vecchie annate dei loro vini.


Un’occasione ghiotta in cui ho potuto saggiare alcune meraviglie come il sorprendente Rosso di Montalcino 2006 di Sesti, un vino che ti fa sciogliere in un brodo di giuggiole al primo sorso, o come il Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1981 di Selvapiana per il quale sto ancora versando lacrime di gratitudine per avermi aperto le porte a una “condizione di felicità piena, perfetta e costante, caratterizzata da un senso di appagamento supremo, serenità interiore e assenza di sofferenza”, in poche parole “beatitudine”. E ce n’erano molti altri, ma il nostro Invecchiato IGP concede spazio a un solo vino per volta, pertanto ho dovuto sceglierne uno, devo dire senza penare tanto, visto che si trattava del monumentale Chianti Classico Riserva Il Poggio 1982 di Castello di Monsanto.


La storia di questa straordinaria azienda prende il via nel 1961, quando Aldo Bianchi si innamora perdutamente di Castello di Monsanto e decide di acquistarlo. Il figlio Fabrizio ne comprende subito il valore e le potenzialità, grazie anche ai ripetuti assaggi di alcune bottiglie che si trovavano nella cantina. Erano tempi lontani, non si parlava di ecosistema o ecosostenibilità, eppure quella vista spettacolare su San Gimignano, l’Amiata e le Alpi Apuane, ebbe un impatto forte su Fabrizio, che con la moglie Giuliana credette da subito in un progetto imprenditoriale che potesse raccontare la meraviglia di quei luoghi attraverso una grande espressione di Chianti Classico. Oggi è la figlia Laura a portare avanti gli stessi principi con altrettanta determinazione.


Ogni volta che assaggio Il Poggio, oggi Chianti Classico Gran Selezione, sento uno stacco netto da tutti gli altri vini della stessa denominazione, e ogni volta ne rimango incantato. Così è stato lunedì 23 marzo a Terre di Toscana, con questo 1982, quando i profumi iniziali di arancia candita, fumo, polvere da sparo, grafite, hanno progressivamente lasciato spazio a un nuovo respiro dove emergeva incredibilmente un impianto floreale di rara bellezza. A noi purtroppo non succede di ringiovanire, a lui sì, solo con l’aiuto di un po’ di ossigeno, spazzando via qualunque cenno ossidativo o terziario, in nome di una vitale bellezza che si traduce in estasi per chi ha avuto la fortuna di bere quel sorso d’arte vinicola con 44 anni portati da Dio! Amen

La Crotta di Vegneron - Vallée d’Aoste Fumin Esprit Follet 2020


di Roberto Giuliani

Di solito in Valle trovo rossi eleganti, giocati sulla freschezza e non sulla potenza. Qui è diverso, questo “Spirito Folletto” ha una profondità e una verve sopra la media, frutta e spezie si rincorrono in un corpo solido ma in perfetto equilibrio. 


La persistenza è notevole, inutile resistergli.

La Casaccia di Franceschi - Rosso di Montalcino 2024


di Roberto Giuliani

Di quest’azienda fondata da Leopoldo Franceschi e oggi governata con i figli Flavia e Federico, conoscevo il Brunello di Montalcino e la versione Riserva, mentre del Rosso di Montalcino ero digiuno, semplicemente perché non era stato ancora prodotto. Le impressioni positive che avevo avuto l’anno scorso del Brunello 2021 mi hanno spinto a cogliere al balzo la notizia che Podere La Casaccia aveva finalmente realizzato anche questo Rosso, uscendo con l’annata 2024.


Un’azienda che possiamo annoverare tra le “medio-piccole” nel territorio ilcinese, con i suoi 15 ettari vitati, ma proprio per questo gestiti con estrema attenzione, in un contesto condiviso con ulivi e tartufaia. Il Rosso di Montalcino nasce da un vigneto impiantato nel 2007, lavorato in biologico su terreno formato da sedimenti marini pliocenici con presenza di conchiglie fossili a ricordarci l’origine marina della zona; siamo a 370 metri di altitudine nei pressi del borgo di Sant’Angelo in Colle.
In cantina, dopo la vendemmia che si svolge a ottobre in due fasi distinte (prima i grappoli maturi e dopo 10-15 giorni la restante parte), un lettore ottico consentirà una selezione accurata degli acini migliori. La fermentazione è spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati e si svolge per circa 20 giorni a temperatura controllata in vasche di acciaio inox da 50 e 70 ettolitri, dove successivamente avviene anche la fermentazione malolattica. Il vino ottenuto viene trasferito in botti di rovere dove sosta un anno.


Colore rubino di perfetta trasparenza, bouquet davvero invitante, arioso, un misto di viole, ciliegie, fragoline di bosco, riverberi balsamici in un contesto che emana freschezza. L’assaggio mette in risalto questa spinta fresca, addirittura a tratti agrumata, affiorano anche note di erbe aromatiche, timo in primis, sensazioni quasi ematiche, la trama tannica è in perfetta sintonia con la materia, non disturba; è un vino palpabile, fisico, soprattutto fortemente godibile senza per questo perdere in personalità, prodotto in soli 3500 esemplari, pertanto affrettatevi a richiederlo!

Roberto Giacobbo e quel sogno chiamato Torreclava


“Torreclava” è il nome del vino realizzato da Roberto Giacobbo, giornalista, autore televisivo e scrittore, una delle figure più riconoscibili della televisione italiana grazie ai programmi dedicati ai segreti dell’archeologia, della scienza e delle civiltà antiche. Il grande successo televisivo arriva nei primi anni Duemila con il programma Voyager – Ai confini della conoscenza, trasmesso su Rai 2. Dopo molti anni trascorsi in Rai, nel 2018 decide di intraprendere una nuova esperienza professionale passando a Mediaset. Qui dà vita al programma Freedom – Oltre il confine, che prosegue il percorso di divulgazione iniziato con Voyager e continua a esplorare enigmi storici e scientifici. Curiosità innata e instancabile sete di conoscenza lo spingono a varcare le porte di un nuovo settore: quello enologico, realizzando così il suo sogno: produrre un vino buono.


Siamo nelle campagne di Orta Nova, nel cuore della pianura del Tavoliere. Qui la terra è generosa ma pretende rispetto, dedizione, pazienza. Lo sa bene la famiglia Faretra, che da anni porta avanti, con estrema dedizione, la coltivazione della terra seguendo una rigida lavorazione dei terreni in regime biologico. L’unione tra Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, figlia di Roberto, ha spinto l’azienda “Terre di Maria”, nome scelto in onore della mamma di Cataldo, Maria Pasquariello, a puntare non più solo sulla vendita delle uve, ma a imbottigliare il proprio vino.


C’è un momento preciso, nelle campagne della Capitanata, in cui il sole sembra fermarsi sui filari e il vento porta con sé il profumo della terra appena lavorata. È in quel silenzio, tra vigne che raccontano storie antiche, che prende forma il sogno di Roberto Giacobbo e del suo vino Torreclava. Tra le varietà coltivate in questo specifico angolo della Puglia e nelle “Terre di Maria” spiccano quelle che da sempre caratterizzano questa porzione di territorio: il Nero di Troia, fiero e intenso, e il Primitivo, caldo e avvolgente, il Susumaniello, raro e sorprendente. Uve che crescono sotto un sole forte, accarezzate dal vento che arriva dall’Adriatico.


Terre di Maria non nasce solo per produrre bottiglie. Nasce per custodire un’identità. E quando il primo vino esce dalla botte, il momento è quasi solenne. Il colore è profondo, il profumo racconta di frutta matura e terra calda. Nel bicchiere non c’è solo vino: c’è il lavoro di un anno intero, ma anche il coraggio di credere in qualcosa insieme. Due famiglie, una terra, un sogno condiviso.


Il sogno di Roberto Giacobbo oggi continua a crescere. Vendemmia dopo vendemmia, bottiglia dopo bottiglia. Con la stessa promessa che lo ha fatto nascere: fare un vino buono, vero, capace di emozionare chi lo beve. Perché alcuni vini non nascono soltanto dalla vite. Nascono dalle persone. Il vino Torreclava, un Primitivo al 100%, nasce dalla volontà di Roberto, il quale ha sfruttato la sua piccola anomalia nell’ipersensibilità genetica al gusto per realizzare un vino di grande qualità. Giacobbo dice del suo vino: “Lo bevo con immensa gioia, sapendo di avere un vino sano che la sera ti regala allegria e la mattina dopo lo ami”.


La terra pugliese ha completamente conquistato Roberto Giacobbo, che nonostante abbia girato tutto il mondo riconosce nella Puglia una grande garanzia nella qualità del suo cibo e dei suoi vini, la definisce “una terra magica”, spesso sfruttata e che invece deve essere sempre più rivalutata e valorizzata perché ha una grande storia di qualità.

InvecchiatIGP: Sankt Pauls - Südtiroler Weißburgunder Riserva DOC Sanctissimus 2015


Sankt Pauls è un mosaico di 190 famiglie che da oltre un secolo curano 185 ettari di vigneto nell’Oltradige, trasformando il lavoro cooperativo in una vera “grammatica del vino”. Nel borgo di San Paolo, dominato dalla cupola a cipolla del Duomo, la viticoltura non segue mode passeggere, ma le plasma con rigore e pazienza, facendo dialogare tradizione e visione contemporanea. I vigneti si arrampicano dai 300 ai 700 metri, dove l’aria sottile incontra i venti freddi della Mendola e le correnti calde che salgono dal Lago di Garda, mentre argille, porfidi vulcanici e depositi calcarei creano un terreno complesso e vibrante. Questo terroir verticale conferisce ai vini tensione, precisione e personalità, che oggi, sotto la guida di Philipp Zublasing, si esprimono in freschezza, pulizia e beva elegante, senza sacrificare struttura o identità.


Il simbolo indiscusso di questo territorio, ovviamente, è il Pinot Bianco, vitigno che in questa zona ha trovato una vera e propria terra promessa. Se il Kalkberg colpisce per la sua mineralità gessosa e per quella mela gialla croccante che invita al sorso continuo, è nel Sanctissimus Riserva – degustato nell’annata 2015 – che la visione dell’azienda raggiunge le sue vette più alte. Nato da viti centenarie che affondano le radici sotto la chiesa di Missiano — probabilmente il vigneto più antico della regione — e affinato con rara sensibilità tra anfore di argilla e grandi botti di rovere, questo vino si offre come un’esperienza quasi mistica.


Il naso è un racconto che si apre con lentezza e rispetto: inizialmente pietra focaia, terra bagnata, poi il frutto prende forma, con mele renette mature, pera Williams, scorza di agrume candito. Con l’ossigenazione emergono fiori secchi, camomilla, miele di montagna, una speziatura dolce appena accennata e un ricordo di nocciola tostata, chiara firma di un legno nobile, mai invasivo, perfettamente integrato. Il profilo aromatico è profondo, stratificato, privo di qualsiasi compiacimento.


In bocca il Sanctissimus mostra tutta la sua statura. L’attacco è ampio, sostenuto da una freschezza sorprendente per l’annata. La materia è piena, avvolgente, ma sempre guidata da una spina acida precisa, quasi scolpita, che dà ritmo e profondità al sorso. La sapida impronta minerale, cifra dei grandi bianchi altoatesini, accompagna il vino verso un finale lunghissimo, con un’eco salina e lievemente affumicata che resta impressa nella memoria.


Un Pinot Bianco che non cerca consenso immediato, ma ascolto. E lo ripaga, sorso dopo sorso.

Ventiventi – Lambrusco di Modena Doc La.Vie


Un sorso di La. Vie è un tuffo nella spensieratezza emiliana. Questo Lambrusco di Sorbara di Ventiventi danza nel calice con una spuma vivace e profumi di melagrana e pepe rosa. 


In bocca è un'esplosione di gioia, fresco e salino: la prova che l'eleganza può essere pop. Un vino che sa di vita e passione.

Sarà Syrah: il futuro di Cortona passa da qui


Ci sono territori che impiegano secoli per trovare il proprio vitigno simbolo e altri che, quasi per intuizione, riescono a costruire un’identità nel giro di pochi decenni. Cortona appartiene alla seconda categoria. Qui, tra le colline che guardano la Val di Chiana e le prime ondulazioni dell’Appennino, la Syrah ha rapidamente superato il ruolo di semplice varietà coltivata, diventando il linguaggio con cui il territorio racconta sé stesso: un legame così forte da rappresentare oggi la parte più significativa della produzione della denominazione Cortona DOC.


Un risultato tutt’altro che scontato se si pensa che fino alla seconda metà del Novecento la viticoltura locale era molto diversa: il paesaggio agricolo era dominato da colture miste e soprattutto da uve bianche, in particolare il Trebbiano, base dei vini quotidiani e del tradizionale Vin Santo. Storicamente la Syrah arriva a Cortona quasi in punta di piedi. Le origini della sua presenza non sono del tutto documentate, ma una delle ricostruzioni più accreditate racconta che il vitigno sia giunto in Toscana nei primi anni del Novecento grazie al conte di Montecarlo di Lucca, di ritorno da un viaggio in Francia. Da lì alcune barbatelle iniziarono a circolare in raccolte private e vigneti sperimentali, passando dal territorio aretino fino ad arrivare nel cortonese. Le prime testimonianze concrete della Syrah utilizzata per produrre vini di qualità risalgono però agli anni Sessanta, quando alcune aziende locali individuarono vecchi ceppi nei propri vigneti e decisero di studiarne il potenziale.


All’inizio degli anni Settanta, con il supporto del professor Attilio Scienza e dell’Università degli Studi di Milano, furono avviate ricerche sui suoli e sul clima della zona che portarono alla realizzazione di un vigneto sperimentale con diversi cloni del vitigno. Fu proprio in quegli anni che emerse la sorprendente affinità tra il clima delle colline cortonesi e quello della Valle del Rodano, patria storica di questa varietà. Da quelle intuizioni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, prese forma il percorso che avrebbe cambiato il destino enologico di Cortona. Tra i pionieri di questa nuova stagione c’è Tenimenti d'Alessandro, tra i primi a intuire il potenziale della Syrah in queste colline e a lavorarla con convinzione, dimostrando quanto il vitigno potesse esprimere qui un carattere originale. Nel giro di pochi anni altri produttori seguirono la stessa strada: realtà come La Braccesca, la tenuta cortonese dei Marchesi Antinori, insieme a vignaioli come Fabrizio Dionisio e, soprattutto, Stefano Amerighi, hanno contribuito a definire uno stile sempre più identitario, capace di unire maturità mediterranea, profondità aromatica ed eleganza tannica.


È proprio questo percorso ad aver plasmato la personalità contemporanea della Syrah di Cortona; un’identità che ho potuto approfondire pochi giorni fa a Sarà Syrah, l’anteprima ufficiale inserita nel contesto di Chianina e Syrah, l'evento ormai diventato un appuntamento fisso per operatori e stampa, ideale per tastare il polso alle nuove annate e alle diverse interpretazioni del territorio, arricchite per l'occasione da un proficuo confronto con espressioni della Syrah provenienti da altri areali, sia nazionali che internazionali.


Tra i vini che mi hanno colpito di più c’è il Cortona DOC Syrah Spazzanido 2025 prodotto da Baldetti. Un Syrah che gioca tutto sull’equilibrio e sulla bevibilità: profumi floreali nitidi, richiami di piccoli frutti rossi e una speziatura leggera che accompagna il sorso. Il risultato è un vino scorrevole e piacevole, di quelli che si finiscono quasi senza accorgersene, capace di raccontare il lato più immediato e conviviale del Syrah di Cortona.

Più scuro e introspettivo il Cortona DOC Syrah Klanis 2022 di Tenuta Montecchiesi, che gioca su registri più profondi e materici. Il profilo è segnato da note terrose e sanguigne, quasi ferrose, che richiamano la terra da cui proviene, mentre il frutto resta in sottofondo, compatto e maturo. Un Syrah che guarda alla struttura e alla personalità, capace di restare a lungo nel calice.

Sorprende per schiettezza il Cortona DOC Syrah Castore 2024 di Chiara Vinciarelli. È il tipo di vino che restituisce il lato più quotidiano e autentico del Syrah: diretto, gustoso, immediato, con un frutto croccante e una trama agile che invita subito al secondo sorso. Un rosso da tavola nel senso più nobile del termine, di quelli che accompagnano senza sforzo una cena tra amici.

Di tutt’altra caratura il Cortona DOC Syrah Castagnino 2025 di Fabrizio Dionisio, che si presenta con un profilo decisamente più ambizioso. Qui il Syrah mostra tutta la sua classe: profumi intensi di frutto scuro e spezie, una trama tannica fitta ma elegante e un sorso dinamico che si allunga con decisione nel finale. Coniuga potenza e precisione con estrema naturalezza.

Tra i campioni degustati, però, uno svetta per personalità: il Cortona DOC Syrah Apice 2022 di Stefano Amerighi. Un vero fuoriclasse della categoria, capace di coniugare profondità aromatica, energia e precisione. Il frutto è scuro e vibrante, la speziatura elegante, il sorso teso e stratificato. Un Syrah che racconta con grande intensità la vocazione di queste colline.

Colpisce anche il Cortona DOC Syrah Particella 134 2021 di Cantina Faralli, ultima annata attualmente in commercio. Nonostante i suoi cinque anni mostra ancora un’energia sorprendente: il vino è graffiante ma allo stesso tempo armonioso, con un frutto speziato ben definito e una progressione gustativa che resta viva e dinamica fino al finale.

A chiudere la degustazione uno sguardo al futuro con l’IGT Toscana Be You 2024 di Cantina Canaio. Qui Syrah e Viognier convivono nello stesso vino dando vita ad un vino luminoso e freschissimo, un esperimento interessante che potrebbe indicare, e forse lo farà, una possibile evoluzione stilistica per la denominazione.

InvecchiatIGP: Piaggia - Carmignano DOCG "Il Sasso" 2008


di Lorenzo Colombo

Situata a Poggio a Caiano l’azienda Piaggia è stata fondata a metà degli anni Settanta da Mauro Vannucci che ha acquistato alcuni terreni in località Piaggia. Nel 1991 esce il primo Piaggia Carmignano Riserva e dopo aver coinvolto la figlia Silvia l’azienda si ingrandisce arrivando a gestire circa 25 ettari, 15 dei quali a vigneto suddivisi in diverse parcelle: Vigna Piaggia, Vigna Il Sasso, Vigna Viti dell’Erta, Vigna Poggio de’ Colli e Vigna Pietranera La produzione annuale s’aggira sulle 120.000 bottiglie, 45.000 delle quali sono di Carmignano Il Sasso.


Il disciplinare di produzione del Carmignano è piuttosto aperto in quanto a vitigni utilizzabili, posta l’obbligatorietà del Sangiovese per un minimo del 50% e dei Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, sia da soli che congiuntamente, per una percentuale variabile dal l0 al 20%, possono essere utilizzati molti altri vitigni in percentuali diverse, ovvero per un massimo del 20% per il Canaiolo nero, e per il 10% per quanto riguarda le uve a bacca bianca, Trebbiano toscano, Canaiolo bianco e Malvasia del Chianti, sia da sole che congiuntamente. Si possono inoltre utilizzare, per un massimo del 10%, altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nell’ambito della Regione Toscana. Va da sé che le caratteristiche dei vari vini possano cambiare anche in maniera abbastanza evidente.


Il Sasso Carmignano DOCG nasce da una selezione dell'omonimo vigneto, posto a S. Cristina a Mezzana, la sua composizione prevede i seguenti vitigni, senza che sulla scheda tecnica del vino vengano specificate le loro percentuali: Sangiovese 70%, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc 20%, Merlot 10%. Il vigneto è situato a 250 metri d’altitudine su suolo di medio impasto con presenza d’argilla e di galestro, l’esposizione è Sud-Ovest ed il sistema d’allevamento è a guyot con densità d’impianto di 6.250 ceppi/ettaro. Le diverse uve vengono vinificate in piccoli contenitori tramite l’utilizzo di lieviti indigeni con una macerazione di circa 20 giorni, il vino viene quindi traferito in barriques dove avviene la fermentazione malolattica e dove quindi s’affina per circa 12 mesi.


Il colore è granato di buona intensità con unghia che inizia a tendere all’aranciato. Intenso ed elegante al naso, pulito, ampio, con sentori di frutta a bacca scura matura ancora ben evidenti nonostante l’età del vino, leggere note tendono alla confettura di prugna, balsamico e mentolato, presenta note di spezie dolci, vaniglia, accenni di cuoio e d’olive in salamoia. Dotato di buona struttura, intenso, succoso, con tannino vellutato e bell’equilibrio complessivo, sentori di cioccolato amaro, chiude con lunghissima la persistenza su leggere e piacevoli accenni vegetali che gli donano freschezza. Un vino da considerarsi ai vertici, non solo della sua tipologia.

A Mano - Igt Susumaniello Rosato Salento “Imprint” 2024


di Lorenzo Colombo

Questo vino nasce da un incontro tra un winemaker californiano ed una friulana dopo una visita ai vigneti pugliesi nel 1998.


Il suo colore è rosa confetto, sia al naso che alla bocca emergono sentori di piccoli frutti di bosco e note d’agrumi

Calatroni Vini - Perorossino 2018


di Lorenzo Colombo

La Calatroni Vini è stata fondata nel 1964 ed è attualmente gestita dalla terza generazione, i fratelli Cristiano e Stefano Calatroni. Situata in Località Casa Grande, nel comune di Montecalvo Versiggia, l’azienda dispone di 28 ettari vitati per una produzione annuale che s’aggira sulle 180.000 bottiglie. Due le linee produttive, la Calatroni Metodo Classico, riservata per l’appunto alla produzione di Oltrepò Pavese Metodo Classico da Pinot nero, composta da cinque etichette per un totale di corca 100.000 bottiglie e la Mon Carul, composta da sette etichette.


Il vino che andiamo ad assaggiare appartiene alla linea Mon Carul, marchio creato da Stefano Calatroni per identificare i vini prodotti dai vitigni autoctoni e alloctoni più diffusi in Oltrepò Pavese, vi troviamo infatti sia croatina, barbera, uva rara e moradella come pure gli internazionali riesling renano, riesling italico e pinot nero. Mon Carul è il nome dialettale di Montecalvo Versiggia ed è composto da due sinonimi: la parola romana mons (monte) e car (termine con cui gli antichi Liguri chiamavano il monte).


Per poter meglio spiegare questo vino diventa indispensabile richiamare quanto riportato sul sito aziendale: “Il Perorossino prende il nome dalle foglie del pero situato nel mezzo dell’appezzamento, che si tingono di rosso in tempo di vendemmia. Fu nonno Luigi a impiantare questo vigneto poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre era ancora mezzadro. Non potendo mettere a dimora varietà pregiate a causa delle ristrettezze economiche, il nonno scelse vitigni autoctoni all’epoca considerati di minor valore. Oggi quei vitigni, prodotti con rese bassissime da piante di 70 anni, arricchiscono l’uvaggio del Perorossino, dandogli un carattere unico”.


Il vigneto, che ha un’età media di 70 anni, è situato a 420 metri d’altitudine su suolo argilloso con esposizione Est, Sud-Est ed è condotto a Guyot con densità d’impianto di 4.000-4.500 ceppi/ettaro. Le uve vengono raccolte tra la fine di settembre e l’inizio d’ottobre, la fermentazione si svolge in vasche d’acciaio con una macerazione di circa tre settimane, sempre in acciaio il vino s’affina per oltre un anno.


Il suo colore è granato profondo con unghia che inizia a presentare leggeri riflessi aranciati. Intenso al naso, ampio ed elegante, dove oltre al frutto ancora ben presente, ovvero prugna secca e ciliegia matura, con accenni di confettura, vi si colgono sentori terziari che rimandano al sottobosco ed alle radici, leggeri accenni speziati di vaniglia e pepe rosa, nota alcolica leggermente in evidenza.
Dotato di buona struttura con tannino deciso ma vellutato, vi si ritrovano le note di prugna e ciliegia matura, sentori di liquirizia e cioccolato, lunghissima la sua persistenza. Un vino dalla notevole qualità.

InvecchiatIGP: Tenute Olbios - Vermentino di Gallura DOCG "In vino veritas" 2013


di Stefano Tesi

L’appuntamento annuale fiorentino di Proposta Vini è sempre un’ottima occasione per perdersi tra assaggi curiosi e fuori dall’ordinario. Tra i tanti dell’edizione 2026, questo è però uno dei più sorprendenti: un Vermentino di Gallura di tredici anni, frutto tuttavia non della proverbiale dimenticanza in cantina, ma scientemente fatto maturare dal produttore, parte in acciaio e parte in barrique, dai 7 ai 10 anni a contatto con i lieviti filmogeni e poi affinato almeno ulteriori 8 mesi in bottiglia prima dell’uscita in commercio a un prezzo sullo scaffale di circa 38 euro. Se ne fanno appena 6000 pezzi. L’uva, 100% Vermentino, viene coltivata a spalliera su terreni prevalentemente sabbiosi, con un leggero strato argilloso.


Il colore è in bilico tra il giallo molto carico e l’arancione, con una prevalenza del secondo. Al naso il vino è secco, marcatamente evoluto, con note macerate e una netta inflessione melange che poi vira con decisione verso gli idrocarburi ed una punta acuta. In bocca è aromatico, complesso, con una sorprendente vena acida e una lunga coda che si apre a ventaglio in variegate sensazioni oronasali di toffees, fichi secchi, mou, frutta asciugata al sole. Molto strutturato e concentrato, ha tuttavia una piacevolezza e un’asciuttezza del tutto imprevedibili.


Mi sono a lungo interrogato se In Vino Veritas avesse i connotati giusti per rientrare nella rubrica degli Invecchiati Igp, dove di norma si dà spazio a vini almeno in apparenza “fuori tempo” e non fatti uscire volutamente tardi sul mercato, ma ho concluso che, qualunque fosse la verità, non potevo omettervi di riferire di questa bottiglia davvero strana, intrigante e senza dubbio stagionata.

A Cortona torna questo weekend Chianina & Syrah: oltre 50 cantine e 50 chef per celebrare il festival del buon vivere


Dal 6 al 9 marzo Cortona anticipa la primavera con la IX edizione di Chianina & Syrah, il festival del “buon vivere” che celebra l’incontro tra due simboli identitari della Valdichiana: la Chianina e il Syrah. Un appuntamento che negli anni si è affermato come modello di riferimento per le anteprime dei vini e come luogo privilegiato di dialogo tra alta cucina, produzione agricola e cultura del territorio.


Ideato e organizzato da Terretrusche Events, promosso dal Consorzio Vini di Cortona, sostenuto dal Comune e con la tutela del Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP, il festival punta a valorizzare le filiere d’eccellenza e a raccontare un’idea di Toscana fondata su qualità, sostenibilità e identità rurale. Tutta la carne proposta durante la manifestazione sarà certificata “Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP”, a garanzia di autenticità e rispetto del disciplinare.

I numeri dell’edizione 2026 confermano la crescita della kermesse: oltre 50 cantine italiane e, per la prima volta, una significativa apertura internazionale con produttori provenienti da Francia, Australia, Grecia, Albania, Svizzera e Sudafrica. In arrivo a Cortona anche 50 chef, di cui 10 stellati Michelin, insieme a pastry chef, maestri gelatieri, sommelier, artigiani e giornalisti di settore.

Ospite d’eccezione lo chef tre stelle Michelin Chicco Cerea, anima del ristorante Da Vittorio, icona dell’alta ristorazione internazionale. Le due cene di gala di venerdì 6 e sabato 7 marzo, in programma al Teatro Signorelli, sono già prossime al sold out e vedranno protagonista una brigata d’eccellenza guidata da Fausto Arrighi, già direttore della Guida Michelin.

Il cuore del weekend si sposterà poi al Centro Convegni Sant’Agostino con “Morsi e Sorsi”: degustazioni di Syrah e piatti a base di Chianina proposti da oltre 30 ristoranti del territorio insieme a chef dell’alta cucina italiana e internazionale. Tra le esperienze più attese, la “Chianina Experience”, con la grande griglia dedicata alle bistecche alla fiorentina, hamburger e preparazioni tradizionali, affiancata dalla partecipazione di macellai di fama nazionale e della Nazionale Italiana Macellai.

Spazio anche alla gelateria artigianale con i maestri premiati con i “Coni” e alla pasticceria d’autore, oltre a un ricco calendario di masterclass gratuite di cucina e laboratori sul vino guidati da professionisti del settore. Non mancherà un angolo dedicato al Sigaro Toscano in abbinamento agli spiriti del territorio.

Novità di quest’anno, la giornata di lunedì 9 marzo interamente dedicata agli operatori, a conferma della vocazione della manifestazione come piattaforma di sviluppo economico e promozione per l’intero comparto agroalimentare.

Chianina & Syrah si conferma così non solo festival gastronomico, ma progetto culturale che mette al centro il territorio, la qualità e una visione contemporanea del buon vivere toscano.

Podere Peroni - Chianti Rufina DOCG "Annata" 2024


di Stefano Tesi

Il fatto che il produttore, Marchino di’ Peroni, lo definisca “da mercoledì” la dice lunga e vera su questo vino realmente pulito, semplice e non banale. 


Prodotto da vecchie vigne terrazzate di Sangiovese e Trebbiano, imbottigliato in dame da 1,5 litri a rievocare un po’ la magnum e un po’ il bottiglione del nonno.

Poggio Severo 2021: abbiamo degustato il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini


di Stefano Tesi

Far parte del ristretto numero di famiglie che hanno fatto la storia di un vino e di un territorio comporta delle responsabilità e delle cautele. A maggior ragione se questo vino si chiama Brunello di Montalcino. Ci vogliono i piedi di piombo per compiere ogni passo, cercando di preservare lo stile che ti ha reso riconoscibile per generazioni. Ma al tempo stesso ci vuole il coraggio di fare delle scelte, perché questo è ciò che ci si aspetta da chi ha radici profonde e un lignaggio che te lo impone.


Poggio Severo, il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini presentato qualche settimana fa a Firenze, nasce in questo contesto e rispecchia questa filosofia di rispetto della propria tradizione stilistica. I Lisini del resto sono a Montalcino e fanno vino da metà dell’800, quando la proprietà giunse in famiglia come dote di Francesca Clementi. Negli anni ’30 del secolo scorso Lodovico, nonno degli attuali gestori (Carlo Lisini Baldi, il fratello Lorenzo e i cugini Ludovica, Alessandro e Caterina Lisini), produceva già un rosso “secondo il metodo chiantigiano”. In azienda transitano poi Franco Bernabei e per un breve periodo anche Giulio Gambelli, maestro di Paolo Salvi, l’enologo che dal 2019, coadiuvato dal collega interno Alessandro Maggioni, segue la cantina. Ma la famiglia ha avuto un ruolo importante anche nella guida della denominazione: fu tra i fondatori del consorzio nel 1967 ed Elina, figlia di Ludovico, fu nel 1970 la prima donna a presiederlo.


Il Poggio Severo è insomma un vino la cui nascita è stata molto soppesata (“è la prima vera novità dagli anni ‘90”, spiega Carlo), ma che rappresenta anche una sorta di punto svolta, poiché va ad arricchire un catalogo che da tempo era volutamente calibrato su soli tre riconoscibilissimi vini: il Brunello annata, la Riserva e il celebrato cru Ugolaia, oltre ovviamente al Rosso e all’IGT San Biagio.


Il vino della nuova etichetta proviene da una vigna di due ettari messa a dimora nel 2010 su un solo arenario e argilloso ad oltre 500 metri di quota, esposto a sud-est, tra i boschi. “Qui l’altitudine pesa molto sul prodotto finale”, dice Paolo Salvi, “perché il microclima induce vendemmie tardive e dà al vino acidità e freschezza”.


E il Poggio Severo 2021 che abbiamo assaggiato, è in effetti un vino di forte personalità, ma coerente con lo stile tradizionale dei Lisini. Di colore rubino abbastanza intenso, al naso è fortemente varietale, pieno e diretto, molto fresco, e poi si screzia in un ventaglio di sentori che spaziano dalla polvere da sparo alla polpa di prugna, affinandosi e alleggerendosi via via che rimane nel bicchiere fino ad assumere una nota di impettita, frusciante eleganza. Al palato è corposo e quasi brusco, con ritorni di prugna e tannini vibranti, espressione di una gioventù che fa presumere prospettive di lunga vita.

Ne vengono fatte 2.666 bottiglie, l’equivalente di una botte da 50 ettolitri.

Ora aspettiamolo qualche anno.

VINI SELVAGGI 2026 TORNA A ROMA CON OLTRE 120 VIGNAIOLI


Roma si prepara ad accogliere la nuova edizione di Vini Selvaggi, la fiera indipendente dedicata ai vini naturali e all’agricoltura artigianale, in programma al San Paolo District dal 7 al 9 marzo 2026. Tra le novità in programma la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!”, in programma sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. L’ingresso è gratuito e le somministrazioni sono a pagamento.

Cos’è Vini Selvaggi

Nata come spazio di incontro tra vignaioli, operatori professionali e pubblico appassionato, Vini Selvaggi è diventata negli anni un punto di riferimento nazionale per chi ricerca nel vino autenticità, coerenza agricola e una visione culturale alternativa ai modelli industriali. “Una manifestazione che mette al centro il lavoro contadino, il rispetto dei territori e una cultura del bere consapevole, libera da mode e omologazioni” affermano gli organizzatori Lorenzo Macinanti (Solovino) e Giulia Arimattei (studio di comunicazione Fritz.Ico).


L’edizione 2026 riunirà oltre 120 vignaioli indipendenti provenienti dall’Italia ma anche da Francia, Spagna, Slovenia, Austria con numerose e interessanti novità. Come ogni anno, la ricerca è orientata verso nuove realtà, spesso poco conosciute anche al pubblico più appassionato. In degustazione vini identitari, spesso fuori dagli schemi convenzionali, ma profondamente legati ai territori di origine.

Vini Selvaggi, giunta alla sesta edizione, si conferma anche come luogo di confronto tra produttori, ristoratori, distributori, giornalisti e appassionati, favorendo relazioni dirette e promuovendo una filiera corta e consapevole. Accanto alla parte espositiva, il programma prevede momenti di approfondimento culturale dedicati ai temi dell’agricoltura sostenibile, del vino naturale e delle trasformazioni del mondo rurale contemporaneo.

Non solo vino

L’Area Food – Artigiani del Gusto affianca la proposta vitivinicola con una selezione di realtà di qualità: La Polpetteria, Stracotteria, Spaccio, ReCUP e Twist & Chips proporranno un’offerta che coniuga valorizzazione delle materie prime e recupero creativo, contribuendo a definire uno spazio conviviale dove fare una sosta golosa.

La proposta dedicata al caffè vedrà la partecipazione di PicaPau e Origine, progetti specialty orientati alla qualità della filiera, alla selezione consapevole delle materie prime e allo sviluppo di una cultura del caffè.

Il Corner Distillati & Birre Artigianali, con DrinkIt, Distillerie Capitoline, L’Ardente, Liquorificio 4.0 e Birrificio Freelions, amplia il percorso espositivo attraverso una selezione di produzioni indipendenti che interpretano la fermentazione e la distillazione in chiave artigianale, con attenzione alla ricerca, all’identità territoriale e alla qualità produttiva.

Nella giornata di domenica sarà, inoltre, attivo uno Spazio Bambini, a cura di Io Gioco Ovunque, con giochi in legno e attività libere, al fine di favorire una fruizione più inclusiva e accessibile dell’evento, rafforzandone la dimensione familiare e comunitaria.

La novità 2026: “Naturalmente Selvaggi!”, la festa inaugurale

Novità assoluta dell’edizione 2026 sarà la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!” prevista per sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. Cuore dell’iniziativa sarà la Grande Enoteca dei Vini Selvaggi, articolata in area mercato e mescite, pensata per favorire la conoscenza diretta tra produttori e pubblico, nonché l’acquisto consapevole delle etichette presenti.

L’evento “Naturalmente Selvaggi” vedrà protagonisti gruppi di vignaioli – alcuni non presenti nelle giornate ufficiali della fiera – con degustazioni a consumo e focus su specifiche aree e collettivi territoriali, tra cui i produttori dell’Associazione Vignaioli Vulcani Laziali, Ciociaria Naturale e il gruppo Senza Meja tra Collio e Carso italiano e sloveno, con aziende come Radikon, Nikolas Juretic e Paraschos.

Ad animare la giornata ci saranno StappaLa e Frisson che con interventi musicali e momenti di mescita, rafforzeranno la dimensione conviviale dell’evento. Inoltre, la giornata del 7 marzo sarà arricchita anche dalla presenza di Terres des Hommes (ONLUS), Pica Pau specialty coffee, Api di Gea (produttori di miele), Divinamente Lab e Gemma Verde (artigianato). Spazio anche ai liquorifici con Distillerie Capitolone, Distilleria Eterea, L’Ardente e Liquorificio 4.0; da non perdere i cocktail e le birre a cura di DrinkIt.

Naturalmente Selvaggi è appuntamento che unisce vino, artigianato, musica e cultura gastronomica in un’unica grande festa di apertura. Ingresso gratuito aperto al pubblico e somministrazioni a pagamento.

Il costo del biglietto giornaliero per Vini Selvaggi, comprensivo di tutte le degustazioni presso i tavoli degli espositori, è di 30 euro. È previsto un accredito riservato agli operatori del settore horeca al costo ridotto di 15 euro. I pass d'ingresso sono acquistabili sul sito ufficiale: www.viniselvaggi.com

ORARI E COSTI

NATURALMENTE SELVAGGI

Sabato 7 marzo 2026 dalle 16.00 alle 22.00

San Paolo District

Ingresso al pubblico: gratuito e somministrazioni a pagamento

VINI SELVAGGI

Domenica 8 marzo 2026 e Lunedì 9 marzo 2026

dalle ore 12.00 alle ore 20.00

San Paolo District, Via Alessandro Severo 48

Ingresso al pubblico: costo 30 euro

Ingresso operatori horeca: 15 euro

InvecchiatIGP: Fontanavecchia - Aglianico del Taburno "Grave Mora" 2012


di Luciano Pignataro

Il Grave Mora nasce nel 2003 e segna l’evoluzione del pensiero enologico dell’epoca, in cui molti produttori di rossi puntavano a una leggera (o pesante) surmaturazione delle uve e all’affinamento in barrique. La tensione era rivolta a creare vini potenti, muscolosi, "masticabili", come si diceva all’epoca.


Esattamente l’opposto del gusto odierno, che volge alla leggerezza senza più dare troppa importanza all’eccesso di colore. Quando però una cosa è ben fatta resiste alle mode, magari con qualche piccolo accorgimento. Il pregio del Grave Mora, pensato all’epoca da Angelo Pizzi (uno dei padri della Falanghina nel Sannio), è quello di aver regalato molta eleganza all’Aglianico del Taburno proprio attraverso questo protocollo. Sicuramente resta una delle etichette più longeve di questo areale sannita, in perenne (e nobile) confronto con il Vulture e con il Taurasi. Da qualche tempo in azienda è entrato Emiliano Falsini, la cui mano — lo confessiamo — ci piace assai, soprattutto sui rossi a cui riesce sempre a dare grande slancio e personalità. Ma la 2012 di cui parliamo oggi porta ancora la firma di Pizzi; l'abbiamo bevuta in una riunione fra amici al ristorante L’Agape di Sant’Agata dei Goti, portata proprio da Libero Rillo.


La bevuta comparata è forse il miglior modo per imparare, perché riesce a dare — a parità di situazione emotiva e psicologica — il senso della misura attraverso il confronto. In questo caso lo scarto è stato evidente: la beva dell’Aglianico di questa annata, decisamente favorevole ai rossi un po’ in tutta Italia, è risultata al tempo stesso potente ma molto elegante grazie a un'acidità ancora prorogante e giovanile. Colore rosso rubino compatto, tannini ficcanti ma ottimamente risolti, freschezza e un naso composto da frutta fresca, rimandi di tabacco e caffè con lieve tostatura. La beva è veloce, equilibrata; il sorso occupa immediatamente tutto il palato e termina con un finale pulito, molto preciso, lungo e austero.


Nonostante l’alto grado alcolico, la sensazione complessiva è di freschezza, a dimostrazione che la "fissa" attuale di abbassare il grado alcolico di per sé non è una soluzione, se non quella di assecondare la narrazione commerciale che il mercato vuole ascoltare in questo momento. A nostro giudizio, il tema di un grande vino resta l’equilibrio tra le diverse componenti; più che abbassare l’alcol a prescindere, la sfida è non cercare il "vinone" a tutti i costi, preservando la fragranza del frutto al palato.


Il Grave Mora di Fontanavecchia (azienda di Torrecuso che ha iniziato a etichettare nel 1990) mantiene questi presupposti. Si è presentato a questo appuntamento nel migliore dei modi e, per questo, lo consegniamo alla memoria scritta in questa era di apprendimento digitale e visivo.

Aia dei Colombi - Sannio Barbera doc 2024


di Luciano Pignataro

Si chiama Barbera ma è diverso, più simile a un Pelaverga per capirci. Presto lo conosceremo come Camaiola: si produce nel Sannio, è freschissimo, profumato di ciliegia, morbido e un po’ dolce al palato. 


Da bere a secchi con gli amici subito senza aspettare, il sorso della gioia contadina.

L’Irpinia "in bianco" secondo Piero Mastroberardino: l’evoluzione di un’icona tra svecchiamento e rigore


di Luciano Pignataro

Si possono avere tutti i gusti e tutte le opinioni sul vino, ma è lapalissiano occuparsi delle aziende leader dei territori per capire lo stato delle cose e l’aria che tira. In Campania il riferimento è, senza ombra di dubbio, Piero Mastroberardino, che ha festeggiato un ciclo di massimi riconoscimenti per i suoi Taurasi dalla critica americana e, sul piano personale, la nomina a Cavaliere del Lavoro, oltre alla conferma alla guida di Grandi Marchi e come responsabile del gruppo di lavoro istituito dal governo per cercare di dare risposta ai problemi che attraversa il mondo del vino italiano.


Nel corso della degustazione annuale in questa sede, ho deciso di presentarvi i suoi nuovi vini bianchi in uscita tra marzo e aprile.

Vibra 2024 Irpinia Bianco DOC

Questa è un’assoluta novità nella proposta dell’azienda di Atripalda. Si tratta infatti di un bianco ottenuto da uve fiano, greco e falanghina a bassa gradazione alcolica: siamo a quota dieci gradi. Per noi, abituati a qualche gradino superiore, fa uno strano effetto, ma dobbiamo ammettere che si tratta di un bicchiere al passo con i tempi: profumi dolci, esuberanti, di frutta bianca e fiori precedono il sorso leggero, scorrevole, quasi dissetante, decisamente morbido e freschissimo al palato con una chiusura netta e decisa. Si tratta di un vino dall’etichetta vivace che ammicca al mondo giovanile; un aperitivo, insomma, qualcosa di non impegnativo che accompagni il piacere di fare due chiacchiere. Un’operazione coraggiosa e spiazzante: sono davvero curioso di vedere come sarà recepito dal mercato. Sicuramente è un’immagine di svecchiamento aziendale, così come lo sono i due nuovi metodo classico (Ripe d’Altura e Ell'e Noir) usciti prima di Natale. Prezzo al pubblico: 10 euro circa.


Neroametà 2022 Irpinia Bianco DOC

Si tratta di un aglianico vinificato in bianco che ha visto la luce per la prima volta nel 2013, quando Piero decise di riprendere un vecchio progetto aziendale del papà Antonio degli anni ’80, che aveva lanciato il Plinius. Da allora è uscito ogni anno, creandosi un proprio pubblico perché particolarmente adatto alla cucina di mare così come ai piatti di carne. Lavorato solo in acciaio da uve aglianico coltivate a Mirabella Eclano a 400 metri di altezza, è la versione "ferma" del metodo classico blanc de noir Ell'e Noir cui facevamo cenno prima. Il naso ha sentori fumé e note balsamiche; al palato è ancora fresco, pieno di carattere, con un finale lunghissimo. Saltata la 2021, l’annata 2022 è messa in commercio proprio in questi giorni. Prezzo: si aggira poco sopra i 17 euro.


Stilema Greco di Tufo 2020 DOCG Riserva

Stilema torna al vecchio concetto di vinificazione da cui si era partiti: mettere insieme le migliori uve dei diversi areali con metodi che puntano all'essenzialità del gusto, senza concentrazioni e surmaturazioni, ovvero senza effetti speciali. Il riferimento è allo stile dei vini prodotti dal padre Antonio, che puntavano all'esaltazione del varietale. Il primo Stilema è stato un Fiano del 2015 che convinse subito tutti. Ottenuto dai vigneti di Montefusco, Petruro Irpino e Tufo, questo bianco è sicuramente uno dei migliori Greco in circolazione. Lavorato in acciaio e in barrique di secondo passaggio, presenta le classiche note sulfuree del vitigno ingentilite da note floreali e fruttate. Al palato c’è tutto il carattere del Greco di Tufo: una beva ben caratterizzata, senza concessioni "piacione", impeccabile su tutti gli abbinamenti possibili (ad eccezione dei piatti con troppo pomodoro). Finale amaro e lunghissimo. Facile prevedere almeno dieci anni di grandi bevute con questa annata. Prezzo: sui 40 euro.


More Maiorum 2019 Irpinia Bianco DOC

Chiudiamo questa rassegna con il quarto vino di prossima uscita per il Vinitaly. Parlo del More Maiorum, un’etichetta che vide la luce per la prima volta nel 1995. Si tratta di un blend di Greco e Fiano che fermenta e sosta in barrique per un anno e mezzo prima di affinarsi in bottiglia. Un vino che ho sempre adorato perché rientra perfettamente nei miei gusti. Al naso parla il Fiano, al palato lavora il Greco. Il risultato è un vino complesso, con legno e frutto ben integrati; la freschezza è ben preservata e il sorso è corposo e avvolgente. Nel corso degli anni il protocollo ha accentuato la freschezza di questi due vitigni e il legno è sempre dosato in maniera più sapiente e accorta. Prezzo: circa 35 euro.