di Luciano Pignataro
Credo ci siano pochi bianchi in Italia la cui percezione si sia radicalmente modificata nel corso degli anni come la Falanghina. Presente in tutte e cinque le province campane, richiede però una precisazione ancora sconosciuta ai più: la Falanghina dei Campi Flegrei non ha nulla in comune con quella del Sannio; si tratta, in pratica, di due uve diverse che condividono lo stesso nome.
La prima è diffusa soprattutto tra Napoli e Pozzuoli: da giovane è fresca e profumata, ma alcune interpretazioni di giovani produttori hanno dimostrato che può evolvere nel tempo in maniera molto interessante. L’altro biotipo ha origine a Bonea, un paesino in provincia di Benevento. Qui, alcuni appassionati guidati dall’ingegner Leonardo Mustilli — seguendo le tracce dell’agronomo ottocentesco Frojo — ne prelevarono le marze e la vinificarono in purezza, imbottigliandola per la prima volta nel 1979.
Questo secondo biotipo (sarebbe più corretto usare il termine vitigno) si è poi diffuso per vicinanza territoriale: a nord verso il Molise, dove è diventato il bianco principale; a ovest verso la Daunia e la Capitanata in Puglia; e infine nelle vicine province di Caserta e Avellino. Solo la provincia di Salerno è rimasta quasi estranea a questa diffusione. Numerose etichette hanno confermato la poliedricità di questo vitigno: d'annata, spumantizzato (sia Martinotti che Metodo Classico) o passito. La sua arma vincente è la freschezza. Molti produttori hanno iniziato ad allungare i tempi dell'uscita commerciale con risultati molto interessanti, ricalcando quanto già avvenuto per gli altri due pilastri del "tridente bianco" campano: il Fiano e il Greco.
Questa premessa è necessaria per spiegare cosa mi abbia spinto a parlare del Caulino 2018 di Alois. Siamo nell'Alto Casertano, terra a vocazione "rossista" (Casavecchia e Pallagrello Nero) dove, tra i bianchi, regna solitamente il Pallagrello Bianco. Mai pensata per essere consumata dopo otto anni, abbiamo ritrovato questa Falanghina in una splendida occasione conviviale: i festeggiamenti per i 90 anni di Michele Alois, fondatore dell’azienda ed erede di una storica famiglia di imprenditori della seta a San Leucio, che nel 1999 produsse le prime etichette. Oggi in azienda lavorano i figli Massimo e Gianfranco con il nipote Michele, mentre in cantina operano i giovani enologi Giovanni Piccirillo e Alessandro Fiorillo, formatisi in Francia.
Il Caulino 2018 è stato servito come aperitivo durante la festa organizzata da Mimmo De Gregorio, patròn dello Stuzzichino a Sant’Agata sui Due Golfi, alla presenza di molti protagonisti della ristorazione della Penisola Sorrentina. Lavorato in acciaio, come la maggior parte dei bianchi campani, e messo in commercio l’anno successivo alla vendemmia, il Caulino si è presentato a questo appuntamento con una freschezza olfattiva e palatale disarmante. Mostra ancora sentori agrumati nitidi con uno sbuffo di note fumé; un naso complesso e cangiante, mentre il sorso conquista immediatamente la bocca grazie a una vivacità incredibile. È un vino ancora energico, vivo, sapido e freschissimo, dal finale lungo e preciso.
Insomma, un vino importante che dimostra, ancora una volta, sia le potenzialità di questo territorio purissimo, sia quelle del vitigno bianco principe della Campania. Un risultato su cui si può lavorare per ottenere traguardi straordinari, anche commerciali: basta crederci.
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