Roberto Giacobbo e quel sogno chiamato Torreclava


“Torreclava” è il nome del vino realizzato da Roberto Giacobbo, giornalista, autore televisivo e scrittore, una delle figure più riconoscibili della televisione italiana grazie ai programmi dedicati ai segreti dell’archeologia, della scienza e delle civiltà antiche. Il grande successo televisivo arriva nei primi anni Duemila con il programma Voyager – Ai confini della conoscenza, trasmesso su Rai 2. Dopo molti anni trascorsi in Rai, nel 2018 decide di intraprendere una nuova esperienza professionale passando a Mediaset. Qui dà vita al programma Freedom – Oltre il confine, che prosegue il percorso di divulgazione iniziato con Voyager e continua a esplorare enigmi storici e scientifici. Curiosità innata e instancabile sete di conoscenza lo spingono a varcare le porte di un nuovo settore: quello enologico, realizzando così il suo sogno: produrre un vino buono.


Siamo nelle campagne di Orta Nova, nel cuore della pianura del Tavoliere. Qui la terra è generosa ma pretende rispetto, dedizione, pazienza. Lo sa bene la famiglia Faretra, che da anni porta avanti, con estrema dedizione, la coltivazione della terra seguendo una rigida lavorazione dei terreni in regime biologico. L’unione tra Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, figlia di Roberto, ha spinto l’azienda “Terre di Maria”, nome scelto in onore della mamma di Cataldo, Maria Pasquariello, a puntare non più solo sulla vendita delle uve, ma a imbottigliare il proprio vino.


C’è un momento preciso, nelle campagne della Capitanata, in cui il sole sembra fermarsi sui filari e il vento porta con sé il profumo della terra appena lavorata. È in quel silenzio, tra vigne che raccontano storie antiche, che prende forma il sogno di Roberto Giacobbo e del suo vino Torreclava. Tra le varietà coltivate in questo specifico angolo della Puglia e nelle “Terre di Maria” spiccano quelle che da sempre caratterizzano questa porzione di territorio: il Nero di Troia, fiero e intenso, e il Primitivo, caldo e avvolgente, il Susumaniello, raro e sorprendente. Uve che crescono sotto un sole forte, accarezzate dal vento che arriva dall’Adriatico.


Terre di Maria non nasce solo per produrre bottiglie. Nasce per custodire un’identità. E quando il primo vino esce dalla botte, il momento è quasi solenne. Il colore è profondo, il profumo racconta di frutta matura e terra calda. Nel bicchiere non c’è solo vino: c’è il lavoro di un anno intero, ma anche il coraggio di credere in qualcosa insieme. Due famiglie, una terra, un sogno condiviso.


Il sogno di Roberto Giacobbo oggi continua a crescere. Vendemmia dopo vendemmia, bottiglia dopo bottiglia. Con la stessa promessa che lo ha fatto nascere: fare un vino buono, vero, capace di emozionare chi lo beve. Perché alcuni vini non nascono soltanto dalla vite. Nascono dalle persone. Il vino Torreclava, un Primitivo al 100%, nasce dalla volontà di Roberto, il quale ha sfruttato la sua piccola anomalia nell’ipersensibilità genetica al gusto per realizzare un vino di grande qualità. Giacobbo dice del suo vino: “Lo bevo con immensa gioia, sapendo di avere un vino sano che la sera ti regala allegria e la mattina dopo lo ami”.


La terra pugliese ha completamente conquistato Roberto Giacobbo, che nonostante abbia girato tutto il mondo riconosce nella Puglia una grande garanzia nella qualità del suo cibo e dei suoi vini, la definisce “una terra magica”, spesso sfruttata e che invece deve essere sempre più rivalutata e valorizzata perché ha una grande storia di qualità.

InvecchiatIGP: Sankt Pauls - Südtiroler Weißburgunder Riserva DOC Sanctissimus 2015


Sankt Pauls è un mosaico di 190 famiglie che da oltre un secolo curano 185 ettari di vigneto nell’Oltradige, trasformando il lavoro cooperativo in una vera “grammatica del vino”. Nel borgo di San Paolo, dominato dalla cupola a cipolla del Duomo, la viticoltura non segue mode passeggere, ma le plasma con rigore e pazienza, facendo dialogare tradizione e visione contemporanea. I vigneti si arrampicano dai 300 ai 700 metri, dove l’aria sottile incontra i venti freddi della Mendola e le correnti calde che salgono dal Lago di Garda, mentre argille, porfidi vulcanici e depositi calcarei creano un terreno complesso e vibrante. Questo terroir verticale conferisce ai vini tensione, precisione e personalità, che oggi, sotto la guida di Philipp Zublasing, si esprimono in freschezza, pulizia e beva elegante, senza sacrificare struttura o identità.


Il simbolo indiscusso di questo territorio, ovviamente, è il Pinot Bianco, vitigno che in questa zona ha trovato una vera e propria terra promessa. Se il Kalkberg colpisce per la sua mineralità gessosa e per quella mela gialla croccante che invita al sorso continuo, è nel Sanctissimus Riserva – degustato nell’annata 2015 – che la visione dell’azienda raggiunge le sue vette più alte. Nato da viti centenarie che affondano le radici sotto la chiesa di Missiano — probabilmente il vigneto più antico della regione — e affinato con rara sensibilità tra anfore di argilla e grandi botti di rovere, questo vino si offre come un’esperienza quasi mistica.


Il naso è un racconto che si apre con lentezza e rispetto: inizialmente pietra focaia, terra bagnata, poi il frutto prende forma, con mele renette mature, pera Williams, scorza di agrume candito. Con l’ossigenazione emergono fiori secchi, camomilla, miele di montagna, una speziatura dolce appena accennata e un ricordo di nocciola tostata, chiara firma di un legno nobile, mai invasivo, perfettamente integrato. Il profilo aromatico è profondo, stratificato, privo di qualsiasi compiacimento.


In bocca il Sanctissimus mostra tutta la sua statura. L’attacco è ampio, sostenuto da una freschezza sorprendente per l’annata. La materia è piena, avvolgente, ma sempre guidata da una spina acida precisa, quasi scolpita, che dà ritmo e profondità al sorso. La sapida impronta minerale, cifra dei grandi bianchi altoatesini, accompagna il vino verso un finale lunghissimo, con un’eco salina e lievemente affumicata che resta impressa nella memoria.


Un Pinot Bianco che non cerca consenso immediato, ma ascolto. E lo ripaga, sorso dopo sorso.

Ventiventi – Lambrusco di Modena Doc La.Vie


Un sorso di La. Vie è un tuffo nella spensieratezza emiliana. Questo Lambrusco di Sorbara di Ventiventi danza nel calice con una spuma vivace e profumi di melagrana e pepe rosa. 


In bocca è un'esplosione di gioia, fresco e salino: la prova che l'eleganza può essere pop. Un vino che sa di vita e passione.

Sarà Syrah: il futuro di Cortona passa da qui


Ci sono territori che impiegano secoli per trovare il proprio vitigno simbolo e altri che, quasi per intuizione, riescono a costruire un’identità nel giro di pochi decenni. Cortona appartiene alla seconda categoria. Qui, tra le colline che guardano la Val di Chiana e le prime ondulazioni dell’Appennino, la Syrah ha rapidamente superato il ruolo di semplice varietà coltivata, diventando il linguaggio con cui il territorio racconta sé stesso: un legame così forte da rappresentare oggi la parte più significativa della produzione della denominazione Cortona DOC.


Un risultato tutt’altro che scontato se si pensa che fino alla seconda metà del Novecento la viticoltura locale era molto diversa: il paesaggio agricolo era dominato da colture miste e soprattutto da uve bianche, in particolare il Trebbiano, base dei vini quotidiani e del tradizionale Vin Santo. Storicamente la Syrah arriva a Cortona quasi in punta di piedi. Le origini della sua presenza non sono del tutto documentate, ma una delle ricostruzioni più accreditate racconta che il vitigno sia giunto in Toscana nei primi anni del Novecento grazie al conte di Montecarlo di Lucca, di ritorno da un viaggio in Francia. Da lì alcune barbatelle iniziarono a circolare in raccolte private e vigneti sperimentali, passando dal territorio aretino fino ad arrivare nel cortonese. Le prime testimonianze concrete della Syrah utilizzata per produrre vini di qualità risalgono però agli anni Sessanta, quando alcune aziende locali individuarono vecchi ceppi nei propri vigneti e decisero di studiarne il potenziale.


All’inizio degli anni Settanta, con il supporto del professor Attilio Scienza e dell’Università degli Studi di Milano, furono avviate ricerche sui suoli e sul clima della zona che portarono alla realizzazione di un vigneto sperimentale con diversi cloni del vitigno. Fu proprio in quegli anni che emerse la sorprendente affinità tra il clima delle colline cortonesi e quello della Valle del Rodano, patria storica di questa varietà. Da quelle intuizioni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, prese forma il percorso che avrebbe cambiato il destino enologico di Cortona. Tra i pionieri di questa nuova stagione c’è Tenimenti d'Alessandro, tra i primi a intuire il potenziale della Syrah in queste colline e a lavorarla con convinzione, dimostrando quanto il vitigno potesse esprimere qui un carattere originale. Nel giro di pochi anni altri produttori seguirono la stessa strada: realtà come La Braccesca, la tenuta cortonese dei Marchesi Antinori, insieme a vignaioli come Fabrizio Dionisio e, soprattutto, Stefano Amerighi, hanno contribuito a definire uno stile sempre più identitario, capace di unire maturità mediterranea, profondità aromatica ed eleganza tannica.


È proprio questo percorso ad aver plasmato la personalità contemporanea della Syrah di Cortona; un’identità che ho potuto approfondire pochi giorni fa a Sarà Syrah, l’anteprima ufficiale inserita nel contesto di Chianina e Syrah, l'evento ormai diventato un appuntamento fisso per operatori e stampa, ideale per tastare il polso alle nuove annate e alle diverse interpretazioni del territorio, arricchite per l'occasione da un proficuo confronto con espressioni della Syrah provenienti da altri areali, sia nazionali che internazionali.


Tra i vini che mi hanno colpito di più c’è il Cortona DOC Syrah Spazzanido 2025 prodotto da Baldetti. Un Syrah che gioca tutto sull’equilibrio e sulla bevibilità: profumi floreali nitidi, richiami di piccoli frutti rossi e una speziatura leggera che accompagna il sorso. Il risultato è un vino scorrevole e piacevole, di quelli che si finiscono quasi senza accorgersene, capace di raccontare il lato più immediato e conviviale del Syrah di Cortona.

Più scuro e introspettivo il Cortona DOC Syrah Klanis 2022 di Tenuta Montecchiesi, che gioca su registri più profondi e materici. Il profilo è segnato da note terrose e sanguigne, quasi ferrose, che richiamano la terra da cui proviene, mentre il frutto resta in sottofondo, compatto e maturo. Un Syrah che guarda alla struttura e alla personalità, capace di restare a lungo nel calice.

Sorprende per schiettezza il Cortona DOC Syrah Castore 2024 di Chiara Vinciarelli. È il tipo di vino che restituisce il lato più quotidiano e autentico del Syrah: diretto, gustoso, immediato, con un frutto croccante e una trama agile che invita subito al secondo sorso. Un rosso da tavola nel senso più nobile del termine, di quelli che accompagnano senza sforzo una cena tra amici.

Di tutt’altra caratura il Cortona DOC Syrah Castagnino 2025 di Fabrizio Dionisio, che si presenta con un profilo decisamente più ambizioso. Qui il Syrah mostra tutta la sua classe: profumi intensi di frutto scuro e spezie, una trama tannica fitta ma elegante e un sorso dinamico che si allunga con decisione nel finale. Coniuga potenza e precisione con estrema naturalezza.

Tra i campioni degustati, però, uno svetta per personalità: il Cortona DOC Syrah Apice 2022 di Stefano Amerighi. Un vero fuoriclasse della categoria, capace di coniugare profondità aromatica, energia e precisione. Il frutto è scuro e vibrante, la speziatura elegante, il sorso teso e stratificato. Un Syrah che racconta con grande intensità la vocazione di queste colline.

Colpisce anche il Cortona DOC Syrah Particella 134 2021 di Cantina Faralli, ultima annata attualmente in commercio. Nonostante i suoi cinque anni mostra ancora un’energia sorprendente: il vino è graffiante ma allo stesso tempo armonioso, con un frutto speziato ben definito e una progressione gustativa che resta viva e dinamica fino al finale.

A chiudere la degustazione uno sguardo al futuro con l’IGT Toscana Be You 2024 di Cantina Canaio. Qui Syrah e Viognier convivono nello stesso vino dando vita ad un vino luminoso e freschissimo, un esperimento interessante che potrebbe indicare, e forse lo farà, una possibile evoluzione stilistica per la denominazione.

InvecchiatIGP: Piaggia - Carmignano DOCG "Il Sasso" 2008


di Lorenzo Colombo

Situata a Poggio a Caiano l’azienda Piaggia è stata fondata a metà degli anni Settanta da Mauro Vannucci che ha acquistato alcuni terreni in località Piaggia. Nel 1991 esce il primo Piaggia Carmignano Riserva e dopo aver coinvolto la figlia Silvia l’azienda si ingrandisce arrivando a gestire circa 25 ettari, 15 dei quali a vigneto suddivisi in diverse parcelle: Vigna Piaggia, Vigna Il Sasso, Vigna Viti dell’Erta, Vigna Poggio de’ Colli e Vigna Pietranera La produzione annuale s’aggira sulle 120.000 bottiglie, 45.000 delle quali sono di Carmignano Il Sasso.


Il disciplinare di produzione del Carmignano è piuttosto aperto in quanto a vitigni utilizzabili, posta l’obbligatorietà del Sangiovese per un minimo del 50% e dei Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, sia da soli che congiuntamente, per una percentuale variabile dal l0 al 20%, possono essere utilizzati molti altri vitigni in percentuali diverse, ovvero per un massimo del 20% per il Canaiolo nero, e per il 10% per quanto riguarda le uve a bacca bianca, Trebbiano toscano, Canaiolo bianco e Malvasia del Chianti, sia da sole che congiuntamente. Si possono inoltre utilizzare, per un massimo del 10%, altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nell’ambito della Regione Toscana. Va da sé che le caratteristiche dei vari vini possano cambiare anche in maniera abbastanza evidente.


Il Sasso Carmignano DOCG nasce da una selezione dell'omonimo vigneto, posto a S. Cristina a Mezzana, la sua composizione prevede i seguenti vitigni, senza che sulla scheda tecnica del vino vengano specificate le loro percentuali: Sangiovese 70%, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc 20%, Merlot 10%. Il vigneto è situato a 250 metri d’altitudine su suolo di medio impasto con presenza d’argilla e di galestro, l’esposizione è Sud-Ovest ed il sistema d’allevamento è a guyot con densità d’impianto di 6.250 ceppi/ettaro. Le diverse uve vengono vinificate in piccoli contenitori tramite l’utilizzo di lieviti indigeni con una macerazione di circa 20 giorni, il vino viene quindi traferito in barriques dove avviene la fermentazione malolattica e dove quindi s’affina per circa 12 mesi.


Il colore è granato di buona intensità con unghia che inizia a tendere all’aranciato. Intenso ed elegante al naso, pulito, ampio, con sentori di frutta a bacca scura matura ancora ben evidenti nonostante l’età del vino, leggere note tendono alla confettura di prugna, balsamico e mentolato, presenta note di spezie dolci, vaniglia, accenni di cuoio e d’olive in salamoia. Dotato di buona struttura, intenso, succoso, con tannino vellutato e bell’equilibrio complessivo, sentori di cioccolato amaro, chiude con lunghissima la persistenza su leggere e piacevoli accenni vegetali che gli donano freschezza. Un vino da considerarsi ai vertici, non solo della sua tipologia.

A Mano - Igt Susumaniello Rosato Salento “Imprint” 2024


di Lorenzo Colombo

Questo vino nasce da un incontro tra un winemaker californiano ed una friulana dopo una visita ai vigneti pugliesi nel 1998.


Il suo colore è rosa confetto, sia al naso che alla bocca emergono sentori di piccoli frutti di bosco e note d’agrumi

Calatroni Vini - Perorossino 2018


di Lorenzo Colombo

La Calatroni Vini è stata fondata nel 1964 ed è attualmente gestita dalla terza generazione, i fratelli Cristiano e Stefano Calatroni. Situata in Località Casa Grande, nel comune di Montecalvo Versiggia, l’azienda dispone di 28 ettari vitati per una produzione annuale che s’aggira sulle 180.000 bottiglie. Due le linee produttive, la Calatroni Metodo Classico, riservata per l’appunto alla produzione di Oltrepò Pavese Metodo Classico da Pinot nero, composta da cinque etichette per un totale di corca 100.000 bottiglie e la Mon Carul, composta da sette etichette.


Il vino che andiamo ad assaggiare appartiene alla linea Mon Carul, marchio creato da Stefano Calatroni per identificare i vini prodotti dai vitigni autoctoni e alloctoni più diffusi in Oltrepò Pavese, vi troviamo infatti sia croatina, barbera, uva rara e moradella come pure gli internazionali riesling renano, riesling italico e pinot nero. Mon Carul è il nome dialettale di Montecalvo Versiggia ed è composto da due sinonimi: la parola romana mons (monte) e car (termine con cui gli antichi Liguri chiamavano il monte).


Per poter meglio spiegare questo vino diventa indispensabile richiamare quanto riportato sul sito aziendale: “Il Perorossino prende il nome dalle foglie del pero situato nel mezzo dell’appezzamento, che si tingono di rosso in tempo di vendemmia. Fu nonno Luigi a impiantare questo vigneto poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre era ancora mezzadro. Non potendo mettere a dimora varietà pregiate a causa delle ristrettezze economiche, il nonno scelse vitigni autoctoni all’epoca considerati di minor valore. Oggi quei vitigni, prodotti con rese bassissime da piante di 70 anni, arricchiscono l’uvaggio del Perorossino, dandogli un carattere unico”.


Il vigneto, che ha un’età media di 70 anni, è situato a 420 metri d’altitudine su suolo argilloso con esposizione Est, Sud-Est ed è condotto a Guyot con densità d’impianto di 4.000-4.500 ceppi/ettaro. Le uve vengono raccolte tra la fine di settembre e l’inizio d’ottobre, la fermentazione si svolge in vasche d’acciaio con una macerazione di circa tre settimane, sempre in acciaio il vino s’affina per oltre un anno.


Il suo colore è granato profondo con unghia che inizia a presentare leggeri riflessi aranciati. Intenso al naso, ampio ed elegante, dove oltre al frutto ancora ben presente, ovvero prugna secca e ciliegia matura, con accenni di confettura, vi si colgono sentori terziari che rimandano al sottobosco ed alle radici, leggeri accenni speziati di vaniglia e pepe rosa, nota alcolica leggermente in evidenza.
Dotato di buona struttura con tannino deciso ma vellutato, vi si ritrovano le note di prugna e ciliegia matura, sentori di liquirizia e cioccolato, lunghissima la sua persistenza. Un vino dalla notevole qualità.

InvecchiatIGP: Tenute Olbios - Vermentino di Gallura DOCG "In vino veritas" 2013


di Stefano Tesi

L’appuntamento annuale fiorentino di Proposta Vini è sempre un’ottima occasione per perdersi tra assaggi curiosi e fuori dall’ordinario. Tra i tanti dell’edizione 2026, questo è però uno dei più sorprendenti: un Vermentino di Gallura di tredici anni, frutto tuttavia non della proverbiale dimenticanza in cantina, ma scientemente fatto maturare dal produttore, parte in acciaio e parte in barrique, dai 7 ai 10 anni a contatto con i lieviti filmogeni e poi affinato almeno ulteriori 8 mesi in bottiglia prima dell’uscita in commercio a un prezzo sullo scaffale di circa 38 euro. Se ne fanno appena 6000 pezzi. L’uva, 100% Vermentino, viene coltivata a spalliera su terreni prevalentemente sabbiosi, con un leggero strato argilloso.


Il colore è in bilico tra il giallo molto carico e l’arancione, con una prevalenza del secondo. Al naso il vino è secco, marcatamente evoluto, con note macerate e una netta inflessione melange che poi vira con decisione verso gli idrocarburi ed una punta acuta. In bocca è aromatico, complesso, con una sorprendente vena acida e una lunga coda che si apre a ventaglio in variegate sensazioni oronasali di toffees, fichi secchi, mou, frutta asciugata al sole. Molto strutturato e concentrato, ha tuttavia una piacevolezza e un’asciuttezza del tutto imprevedibili.


Mi sono a lungo interrogato se In Vino Veritas avesse i connotati giusti per rientrare nella rubrica degli Invecchiati Igp, dove di norma si dà spazio a vini almeno in apparenza “fuori tempo” e non fatti uscire volutamente tardi sul mercato, ma ho concluso che, qualunque fosse la verità, non potevo omettervi di riferire di questa bottiglia davvero strana, intrigante e senza dubbio stagionata.

A Cortona torna questo weekend Chianina & Syrah: oltre 50 cantine e 50 chef per celebrare il festival del buon vivere


Dal 6 al 9 marzo Cortona anticipa la primavera con la IX edizione di Chianina & Syrah, il festival del “buon vivere” che celebra l’incontro tra due simboli identitari della Valdichiana: la Chianina e il Syrah. Un appuntamento che negli anni si è affermato come modello di riferimento per le anteprime dei vini e come luogo privilegiato di dialogo tra alta cucina, produzione agricola e cultura del territorio.


Ideato e organizzato da Terretrusche Events, promosso dal Consorzio Vini di Cortona, sostenuto dal Comune e con la tutela del Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP, il festival punta a valorizzare le filiere d’eccellenza e a raccontare un’idea di Toscana fondata su qualità, sostenibilità e identità rurale. Tutta la carne proposta durante la manifestazione sarà certificata “Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP”, a garanzia di autenticità e rispetto del disciplinare.

I numeri dell’edizione 2026 confermano la crescita della kermesse: oltre 50 cantine italiane e, per la prima volta, una significativa apertura internazionale con produttori provenienti da Francia, Australia, Grecia, Albania, Svizzera e Sudafrica. In arrivo a Cortona anche 50 chef, di cui 10 stellati Michelin, insieme a pastry chef, maestri gelatieri, sommelier, artigiani e giornalisti di settore.

Ospite d’eccezione lo chef tre stelle Michelin Chicco Cerea, anima del ristorante Da Vittorio, icona dell’alta ristorazione internazionale. Le due cene di gala di venerdì 6 e sabato 7 marzo, in programma al Teatro Signorelli, sono già prossime al sold out e vedranno protagonista una brigata d’eccellenza guidata da Fausto Arrighi, già direttore della Guida Michelin.

Il cuore del weekend si sposterà poi al Centro Convegni Sant’Agostino con “Morsi e Sorsi”: degustazioni di Syrah e piatti a base di Chianina proposti da oltre 30 ristoranti del territorio insieme a chef dell’alta cucina italiana e internazionale. Tra le esperienze più attese, la “Chianina Experience”, con la grande griglia dedicata alle bistecche alla fiorentina, hamburger e preparazioni tradizionali, affiancata dalla partecipazione di macellai di fama nazionale e della Nazionale Italiana Macellai.

Spazio anche alla gelateria artigianale con i maestri premiati con i “Coni” e alla pasticceria d’autore, oltre a un ricco calendario di masterclass gratuite di cucina e laboratori sul vino guidati da professionisti del settore. Non mancherà un angolo dedicato al Sigaro Toscano in abbinamento agli spiriti del territorio.

Novità di quest’anno, la giornata di lunedì 9 marzo interamente dedicata agli operatori, a conferma della vocazione della manifestazione come piattaforma di sviluppo economico e promozione per l’intero comparto agroalimentare.

Chianina & Syrah si conferma così non solo festival gastronomico, ma progetto culturale che mette al centro il territorio, la qualità e una visione contemporanea del buon vivere toscano.

Podere Peroni - Chianti Rufina DOCG "Annata" 2024


di Stefano Tesi

Il fatto che il produttore, Marchino di’ Peroni, lo definisca “da mercoledì” la dice lunga e vera su questo vino realmente pulito, semplice e non banale. 


Prodotto da vecchie vigne terrazzate di Sangiovese e Trebbiano, imbottigliato in dame da 1,5 litri a rievocare un po’ la magnum e un po’ il bottiglione del nonno.

Poggio Severo 2021: abbiamo degustato il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini


di Stefano Tesi

Far parte del ristretto numero di famiglie che hanno fatto la storia di un vino e di un territorio comporta delle responsabilità e delle cautele. A maggior ragione se questo vino si chiama Brunello di Montalcino. Ci vogliono i piedi di piombo per compiere ogni passo, cercando di preservare lo stile che ti ha reso riconoscibile per generazioni. Ma al tempo stesso ci vuole il coraggio di fare delle scelte, perché questo è ciò che ci si aspetta da chi ha radici profonde e un lignaggio che te lo impone.


Poggio Severo, il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini presentato qualche settimana fa a Firenze, nasce in questo contesto e rispecchia questa filosofia di rispetto della propria tradizione stilistica. I Lisini del resto sono a Montalcino e fanno vino da metà dell’800, quando la proprietà giunse in famiglia come dote di Francesca Clementi. Negli anni ’30 del secolo scorso Lodovico, nonno degli attuali gestori (Carlo Lisini Baldi, il fratello Lorenzo e i cugini Ludovica, Alessandro e Caterina Lisini), produceva già un rosso “secondo il metodo chiantigiano”. In azienda transitano poi Franco Bernabei e per un breve periodo anche Giulio Gambelli, maestro di Paolo Salvi, l’enologo che dal 2019, coadiuvato dal collega interno Alessandro Maggioni, segue la cantina. Ma la famiglia ha avuto un ruolo importante anche nella guida della denominazione: fu tra i fondatori del consorzio nel 1967 ed Elina, figlia di Ludovico, fu nel 1970 la prima donna a presiederlo.


Il Poggio Severo è insomma un vino la cui nascita è stata molto soppesata (“è la prima vera novità dagli anni ‘90”, spiega Carlo), ma che rappresenta anche una sorta di punto svolta, poiché va ad arricchire un catalogo che da tempo era volutamente calibrato su soli tre riconoscibilissimi vini: il Brunello annata, la Riserva e il celebrato cru Ugolaia, oltre ovviamente al Rosso e all’IGT San Biagio.


Il vino della nuova etichetta proviene da una vigna di due ettari messa a dimora nel 2010 su un solo arenario e argilloso ad oltre 500 metri di quota, esposto a sud-est, tra i boschi. “Qui l’altitudine pesa molto sul prodotto finale”, dice Paolo Salvi, “perché il microclima induce vendemmie tardive e dà al vino acidità e freschezza”.


E il Poggio Severo 2021 che abbiamo assaggiato, è in effetti un vino di forte personalità, ma coerente con lo stile tradizionale dei Lisini. Di colore rubino abbastanza intenso, al naso è fortemente varietale, pieno e diretto, molto fresco, e poi si screzia in un ventaglio di sentori che spaziano dalla polvere da sparo alla polpa di prugna, affinandosi e alleggerendosi via via che rimane nel bicchiere fino ad assumere una nota di impettita, frusciante eleganza. Al palato è corposo e quasi brusco, con ritorni di prugna e tannini vibranti, espressione di una gioventù che fa presumere prospettive di lunga vita.

Ne vengono fatte 2.666 bottiglie, l’equivalente di una botte da 50 ettolitri.

Ora aspettiamolo qualche anno.

VINI SELVAGGI 2026 TORNA A ROMA CON OLTRE 120 VIGNAIOLI


Roma si prepara ad accogliere la nuova edizione di Vini Selvaggi, la fiera indipendente dedicata ai vini naturali e all’agricoltura artigianale, in programma al San Paolo District dal 7 al 9 marzo 2026. Tra le novità in programma la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!”, in programma sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. L’ingresso è gratuito e le somministrazioni sono a pagamento.

Cos’è Vini Selvaggi

Nata come spazio di incontro tra vignaioli, operatori professionali e pubblico appassionato, Vini Selvaggi è diventata negli anni un punto di riferimento nazionale per chi ricerca nel vino autenticità, coerenza agricola e una visione culturale alternativa ai modelli industriali. “Una manifestazione che mette al centro il lavoro contadino, il rispetto dei territori e una cultura del bere consapevole, libera da mode e omologazioni” affermano gli organizzatori Lorenzo Macinanti (Solovino) e Giulia Arimattei (studio di comunicazione Fritz.Ico).


L’edizione 2026 riunirà oltre 120 vignaioli indipendenti provenienti dall’Italia ma anche da Francia, Spagna, Slovenia, Austria con numerose e interessanti novità. Come ogni anno, la ricerca è orientata verso nuove realtà, spesso poco conosciute anche al pubblico più appassionato. In degustazione vini identitari, spesso fuori dagli schemi convenzionali, ma profondamente legati ai territori di origine.

Vini Selvaggi, giunta alla sesta edizione, si conferma anche come luogo di confronto tra produttori, ristoratori, distributori, giornalisti e appassionati, favorendo relazioni dirette e promuovendo una filiera corta e consapevole. Accanto alla parte espositiva, il programma prevede momenti di approfondimento culturale dedicati ai temi dell’agricoltura sostenibile, del vino naturale e delle trasformazioni del mondo rurale contemporaneo.

Non solo vino

L’Area Food – Artigiani del Gusto affianca la proposta vitivinicola con una selezione di realtà di qualità: La Polpetteria, Stracotteria, Spaccio, ReCUP e Twist & Chips proporranno un’offerta che coniuga valorizzazione delle materie prime e recupero creativo, contribuendo a definire uno spazio conviviale dove fare una sosta golosa.

La proposta dedicata al caffè vedrà la partecipazione di PicaPau e Origine, progetti specialty orientati alla qualità della filiera, alla selezione consapevole delle materie prime e allo sviluppo di una cultura del caffè.

Il Corner Distillati & Birre Artigianali, con DrinkIt, Distillerie Capitoline, L’Ardente, Liquorificio 4.0 e Birrificio Freelions, amplia il percorso espositivo attraverso una selezione di produzioni indipendenti che interpretano la fermentazione e la distillazione in chiave artigianale, con attenzione alla ricerca, all’identità territoriale e alla qualità produttiva.

Nella giornata di domenica sarà, inoltre, attivo uno Spazio Bambini, a cura di Io Gioco Ovunque, con giochi in legno e attività libere, al fine di favorire una fruizione più inclusiva e accessibile dell’evento, rafforzandone la dimensione familiare e comunitaria.

La novità 2026: “Naturalmente Selvaggi!”, la festa inaugurale

Novità assoluta dell’edizione 2026 sarà la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!” prevista per sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. Cuore dell’iniziativa sarà la Grande Enoteca dei Vini Selvaggi, articolata in area mercato e mescite, pensata per favorire la conoscenza diretta tra produttori e pubblico, nonché l’acquisto consapevole delle etichette presenti.

L’evento “Naturalmente Selvaggi” vedrà protagonisti gruppi di vignaioli – alcuni non presenti nelle giornate ufficiali della fiera – con degustazioni a consumo e focus su specifiche aree e collettivi territoriali, tra cui i produttori dell’Associazione Vignaioli Vulcani Laziali, Ciociaria Naturale e il gruppo Senza Meja tra Collio e Carso italiano e sloveno, con aziende come Radikon, Nikolas Juretic e Paraschos.

Ad animare la giornata ci saranno StappaLa e Frisson che con interventi musicali e momenti di mescita, rafforzeranno la dimensione conviviale dell’evento. Inoltre, la giornata del 7 marzo sarà arricchita anche dalla presenza di Terres des Hommes (ONLUS), Pica Pau specialty coffee, Api di Gea (produttori di miele), Divinamente Lab e Gemma Verde (artigianato). Spazio anche ai liquorifici con Distillerie Capitolone, Distilleria Eterea, L’Ardente e Liquorificio 4.0; da non perdere i cocktail e le birre a cura di DrinkIt.

Naturalmente Selvaggi è appuntamento che unisce vino, artigianato, musica e cultura gastronomica in un’unica grande festa di apertura. Ingresso gratuito aperto al pubblico e somministrazioni a pagamento.

Il costo del biglietto giornaliero per Vini Selvaggi, comprensivo di tutte le degustazioni presso i tavoli degli espositori, è di 30 euro. È previsto un accredito riservato agli operatori del settore horeca al costo ridotto di 15 euro. I pass d'ingresso sono acquistabili sul sito ufficiale: www.viniselvaggi.com

ORARI E COSTI

NATURALMENTE SELVAGGI

Sabato 7 marzo 2026 dalle 16.00 alle 22.00

San Paolo District

Ingresso al pubblico: gratuito e somministrazioni a pagamento

VINI SELVAGGI

Domenica 8 marzo 2026 e Lunedì 9 marzo 2026

dalle ore 12.00 alle ore 20.00

San Paolo District, Via Alessandro Severo 48

Ingresso al pubblico: costo 30 euro

Ingresso operatori horeca: 15 euro