InvecchiatIGP: La sala del Torriano - Chianti Classico Gran Selezione DOCG "Il Torriano" 2015


di Stefano Tesi

Nel 2014, la modifica del disciplinare che introdusse la Gran Selezione al vertice della piramide qualitativa del Chianti Classico fu preceduta da discussioni piuttosto animate e da qualche malumore che perdura tutt’oggi. La G.S. individua infatti vini realizzati obbligatoriamente con uve di pertinenza aziendale (conduzione diretta, di proprietà o in affitto, ma non necessariamente da cru), commercializzati dopo non meno di 30 mesi di maturazione in cantina. Tra le molte cose che fecero discutere ci fu il diversissimo approccio con cui i produttori si avvicinarono al mercato: chi con grandi numeri e chi con pochissime bottiglie, chi con vini quasi sperimentali, chi con prodotti commercialmente già strutturati e chi, semplicemente (e furono molti), con il meglio che poteva. Poi tutto si è abbastanza livellato, con buoni risultati.


Non ho mai fatto mistero tuttavia del mio non grandissimo trasporto verso questa tipologia, alla quale non ho nulla da rimproverare se non uno stile tendenzialmente poco in linea coi miei gusti. Donde la picca – un po’ per ricredermi, un po’ per approfondire e un po’ per essere certo della mia obbiettività – di riassaggiare spesso le G.S., divertendomi a confrontare le note con quelle delle degustazioni precedenti.


Mi è così capitato di risentire per ben tre volte nell’arco di alcuni anni, sia alla cieca che in chiaro, questo “Il Torriano” 2015, la prima G.S. prodotta da La Sala del Torriano, bell’azienda di Montefiridolfi, a San Casciano, guidata dal titolare Francesco Rossi Ferrini e dall’enologo ed agronomo Ovidio Mugnaini (vincitore del Premio Gambelli 2024). Il vino proviene dall’omonima vigna a 310 metri di quota, su terreni ricchi di ferro e manganese, con rese di 45 q.li/ha. Fa fermentazione spontanea e affina in una sola botte da 38 hl di rovere francese.

L’ho ritrovato alla soglia fatidica dei dieci anni e, ammetto, non mi ha deluso.

In un VINerdì IGP del 2019 lo avevo descritto infatti come “una sorta di normotipo della categoria, quindi bene per chi la ama e meno per chi la odia: naso intensamente vellutato, bocca importante e solenne, senza spigoli. Un vinone ma, nel suo genere, assai godibile”. A questo giro, oltre sei anni dopo, il giudizio non muta ed anzi migliora: se il colore è un rubino piuttosto scarico, al naso le note terziare appena accennate di terra, cuoio e sottobosco soccombono presto di fronte a potenti sentori di amarena e di mora, con una coda balsamica che si prolunga in un sorso avvolgente, di bella struttura, maturo, ricco, con tannini gentili e una lunghezza dolce. Dunque un vino che si è ingentilito senza afflosciarsi e appare in ottima forma.

Francesco Rossi Ferrini

Divertente inoltre la storia dell’etichetta, opera singolare del famoso cartellonista cinematografico e amico di famiglia Nino Campeggi, quello dei manifesti di film-cult come “Il principe e La ballerina” e “Beh Hur”, per capirci: “Tutto nacque a tavola, dove per l’appunto si discuteva animatamente sulla nascita di questo nuovo vino, la Gran Selezione”, racconta Rossi Ferrini. “Lui si accalorò a tal punto sulla faccenda che non solo si impegnò a disegnare l’etichetta di suo pugno, ma la mattina dopo si presentò a colazione col bozzetto già realizzato: ci aveva lavorato tutta notte!”.

Annalisa Zorzettig - Friuli Colli Orientali DOC Schioppettino "MYÓ" 2020



di Stefano Tesi

A dispetto di un’uva difficile a maturare, ecco un vino solare fermentato in acciaio e affinato in legno, dal bel colore rubino e dagli aromi vivaci, pepati e fruttati insieme, che in bocca trova un’agilità rotonda e beverina, asciutta e lunga. 


Una bella tagliata tartufata è proprio “la su’ morte”.

Oltre il pregiudizio: come l’Amarone e il Recioto di Tedeschi hanno vinto la sfida della contemporaneità


di Stefano Tesi

Mi sono di recente imbarcato, con alcuni cari amici, in una dissertazione filosofica di difficile soluzione: esiste il caso o esiste anche il Caso, insomma quella coincidenza che, spesso corroborata da altre coincidenze sospette, ti fa pensare che in ciò che accade non c’entri solo in caso, quello con la “c” minuscola? Il più cinico dei commensali ha liquidato la questione con un parolone: apofenia, ossia la sindrome che colpisce chi crede di vedere cose e segnali che non ci sono. Più possibilisti gli altri. Passa qualche giorno e, con altri amici, ci imbarchiamo in un’altra dissertazione, meno filosofica ma non meno insidiosa: i vini dolci e il loro mercato sono davvero in una crisi irreversibile? O, carsicamente, sono destinati a risorgere quando, per qualche motivo, il consumatore tornerà a chiedere certe bevute?


Le due dissertazioni, sempre per caso (o Caso?) hanno finito per convergere quando, per le recenti festività, a casa mi si è presentato un ulteriore amico, estraneo ai precedenti, con in mano un duplice omaggio: un Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva Capitel Monte Olmi 2018 e un Recioto della Valpolicella DOCG Classico Capitel Fontana 2021, ambedue di Tedeschi, nome storico della Valpolicella.


Combinazione (appunto!), erano vini che già conoscevo, per averli assaggiati e annotati appena qualche mese fa, in occasione di un pranzo istituzionale. Un segno del destino o un ulteriore, banale episodio di potenziale apofenia? Un po’ per non deludere l’ospite e, soprattutto, perché non mi sento affatto apofenico, ho optato per la prima ipotesi e ho allegramente stappati tutto, al cospetto di un ottimo rollè di maiale e di un bel vassoio di pecorino parecchio stagionato. 
Al termine, ho potuto così maturare una doppia sensazione: che da un lato, nell’aria c’è qualcosa che potrebbe far presagire un’inversione di tendenza riguardo al declino dei vini dolci e che, dall’altro, anche in me c’è la tendenza a rivalutare ciò pareva essere poco nelle mie corde.


Comincio dal secondo vino, che è quello che mi ha sorpreso di più o che forse rammentavo meno. Ricordavo un colore intenso e bouquet ricco, variamente screziato, ma delicato e pulito. Tale e quale l’ho ritrovato, ma con l’aggiunta di piacevoli note floreali, note fruttate pungenti, un accenno appena balsamico e un impatto olfattivo generale che, in bocca, si riflette in un sorso asciutto, compostissimo, di grande eleganza e di nessuna stucchevolezza, con buona pace dei quasi 73 grammi/litro segnati, ho verificato dopo, negli appunti. Insomma un gran bel vino che non solo mi ha riconciliato con la tipologia, ma - a riprova - è finito presto, al pari dell’impegnativo formaggio che avevo messo in abbinamento.


Avevo un bel ricordo anche dell’Amarone Capitel Monte Olmi, a dire la verità, ma lo rammentavo meglio del Recioto e quindi sono andato più sul sicuro. Anche in questo caso, belle conferme: ho ritrovato il vino pieno di nerbo che avevo già assaggiato, elegante e sostenuto da un frutto rosso dolce e rotondo, ma netto e preciso, con una struttura importante al palato, diretto e in qualche modo agile, dove lunghezza e profondità vanno di pari passo senza annoiare. Un vino di bella identità tipologica e tuttavia ricondotto sui binari di una contemporaneità (brutta parola, ma si fa per capirsi) destinata a piacere pure a me, che sull’Amarone sono sempre un po’ prevenuto.

InvecchiatIGP: Marchesi Antinori - Solaia 1998 (magnum)


di Luciano Pignataro

Alcuni vini hanno lo stesso destino del Colosseo e degli scavi di Pompei: sono così famosi nel mondo e sempre davanti agli occhi di chi abita vicino da rientrare nella normalità, se non nella banalità. Così, quando ho bevuto il Solaia 1998 grazie alla generosità di un amico a Capodanno, ho pensato: "Cacchio, ma mica una cosa del genere può passare in cavalleria!", e ho dunque deciso di approfittare del mio turno al Garantito IGP per lasciarne almeno una traccia scritta. 


Il Solaia non ha certo bisogno di presentazioni: nato da una costola del Tignanello nell’ormai lontano 1978, ossia nella preistoria della moderna viticoltura italiana, ha assunto una propria personalità con il passare del tempo, anticipando i tempi sia nella scelta dei vitigni sia nel successivo "aggiustamento" con l’affiancamento del Sangiovese al Cabernet Franc e al Cabernet Sauvignon. Emblema della rivoluzione nel cuore del Chianti Classico avviata da Piero Antinori qualche anno prima, si è posizionato subito tra i leader del vino italiano moderno. Come tutte le cose di successo in Italia ha molti estimatori; diciamo che quello che si definisce mainstream italiano e americano non ha mai smesso di premiarlo e di metterlo nelle prime posizioni, al di là delle mode che hanno attraversato il mondo del vino negli ultimi quarant'anni. In questo blend è ovviamente il Cabernet Sauvignon a "tirare la carretta" e a caratterizzare il vino sia sotto l’aspetto materico sia sotto quello olfattivo, ma se cercate il famoso peperone potreste restare delusi, perché uno dei punti di forza di questo rosso è sicuramente quello di avere una personalità ben definita che magari ha fatto scuola, ma che non è facilmente replicabile. Prima di lasciarvi con le mie impressioni, voglio soffermarmi un attimo sull’annata 1998.
 

I più anziani o i giovani studiosi ricorderanno sicuramente che il biennio 1997-1998 è stato quello della "bolla" del vino italiano. Ci si era lasciati alle spalle la raccolta del primo con la definizione giornalistica di "vendemmia del secolo": lo dissero a Bordeaux e lo ripeterono a Montalcino e, alla prova degli anni, i fatti non hanno dato torto a chi si sbilanciò con entusiasmo, dato che i rossi 1997 sono ancora straordinari. Il discorso è un po’ meno ecumenico per il 1998: i commerciali non esitarono a parlare nuovamente di vendemmia del secolo — allora non c’erano i social, ma qualcuno riuscì comunque a ironizzare sulla successione di due vendemmie del secolo (del resto anche la 1999 fu buona, pure per i bianchi) — e ancora ricordo le perplessità di Gino Veronelli che invitava alla prudenza. 


Alla luce delle evoluzioni, la 1998 è stata sicuramente una buona annata, ma inferiore alla precedente, soprattutto rispetto al gusto attuale, poiché pecca spesso di un’eccessiva concentrazione che all’epoca era molto di moda; allora il massimo complimento che si potesse fare a un rosso era definirlo "marmellata". 


Il Solaia 1998, invece, non è stato affatto una marmellata. Oltre ai sentori di frutta viva, al rapporto equilibrato con il legno e ai tannini morbidi, setosi e completamente risolti, al palato ha rivelato un’energia inaspettata: una beva tonica, vivace, scattante e ampia, con una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva e una chiusura lunga e precisa che invitava a ripetere il sorso. Bevuto su un arrosto di carne, ci ha lasciato decisamente soddisfatti. Sicuramente il formato Magnum, che ritengo perfetto per la lunga conservazione, ha favorito questo risultato: un vino che non ha mostrato il minimo segno di stanchezza né cedimenti visivi o palatali. Ed è stata proprio questa sensazione positiva a spingermi a lasciarne traccia nel mare del web.

Castello di Meleto - Chianti Classico Gran Selezione "Vina Poggioarso" 2020


di Luciano Pignataro

Un Chianti Classico sta sempre bene nei pranzi natalizi. Ero curioso di assaggiare questa annata "ecumenica" che ha fatto incetta di premi della critica.


Si tratta di un Cru di Sangiovese a bassa resa, maturato in botti grandi, che si presenta in perfetta forma: note di frutta ben bilanciate dall'uso sapiente del legno, un palato fresco, tannini risolti e una chiusura lunga e piacevole.

Un grande bianco, una grande tavola: il Fiano di Villa Diamante tra memoria e futuro


di Luciano Pignataro

Bevo questo straordinario bianco nell’ultima cena dell’anno da Mimmo De Gregorio, allo Stuzzichino di Sant’Agata sui Due Golfi, insieme a una bella compagnia. Mimmo è uno di quei ristoratori che si è "alfabetizzato" sul vino a partire dagli anni ’90, non appena la trattoria di famiglia venne aperta dai genitori.


Allora entrare in questo mondo significava fare scoperte e, soprattutto, riuscire a guardarsi attorno alla ricerca dei prodotti; questa dote, unita a un’empatia che non esita a manifestare anche sui social, ha fatto fare il salto di qualità a questo luogo dove si mangia la cucina di papà Paolo, arzillo ultraottantenne. Insomma, un posto che è piaciuto a Stefano Tesi ma che sicuramente piacerebbe a tutti i Giovani Promettenti per la sua autenticità. Mimmo ha curato i vini, creato una buona cantina e da lui si trovano etichette sempre interessanti. Su una cernia cotta semplicemente al sale, il mio dito punta alla bottiglia di Villa Diamante. Un’etichetta da vigne vecchie — in realtà di poco superiori ai quarant’anni — che ci emoziona perché sappiamo che sono state piantate e curate da Antoine Gaita. Antoine è stato un uomo che ci ha regalato, prima di andarsene troppo presto, alcuni dei bianchi italiani più straordinari, giocando sul Fiano e sulla sua memoria olfattiva di figlio di emigranti nel Belgio francofono.


Quando diciamo che qualcuno è andato via "troppo presto", vogliamo essere precisi e non nasconderci dietro una frase di rito in omaggio a chi ci ha lasciato. Ad occhio e croce, Antoine avrebbe avuto almeno le dieci vendemmie che ci separano dalla sua scomparsa e, statisticamente parlando, almeno le prossime dieci a dir poco, dato che è morto a soli 60 anni. Sicuramente ci avrebbe regalato altri capolavori e, un po’ come Luigi Tecce, avrebbe attraversato le "mode da reel" che oggi imperversano con la tipica cocciutaggine dei vigneron di montagna, senza farsi condizionare da nessuno e trovandosi, così, sempre davanti agli altri.


Rimangono memorabili i suoi capolavori, ancora integri, come la 1998 (sua seconda vendemmia etichettata), la stratosferica 2005, la 2008 e ancora la 2012, perfetta oggi come allora. Senza dimenticare le tre annate di Taurasi e un Greco. I vini di Antoine parlavano di autenticità e di carattere: sono sicuramente suoi i migliori Fiano usciti dal difficile areale di Montefredane. Ecco, il complimento che mi sento di fare alla figlia Serena e alla mamma Diamante è che questo Fiano sembra fatto da lui. A partire dal fatto che non è DOCG, tanto per citare la polemica da cui nacque il Clos d’Haut, che ha anticipato il gusto dei vini naturali degli ultimi anni senza mai tradire la purezza del vitigno.


Così è questo Vigne Vecchie La Congregazione, che nasce da una particella del primo vigneto dell’azienda fondata nel 1996 e che quest’anno festeggia i primi trent’anni. Un vino che gioca sulla freschezza olfattiva fatta di agrumi, macchia mediterranea, brevi note di frutta esotica e un principio di nota fumé, a cui fa da contraltare una bella cremosità palatale e una spinta eccezionale che si conclude con un sorso pulito, preciso, amarognolo. Non vi è dubbio che questa bottiglia potrà viaggiare nel tempo: ha tutte le carte in regola per allearsi con gli anni che passano e sfruttarli per aumentare la propria complessità. Che l’opera di Antoine continui con Serena, che nel frattempo ha studiato Enologia, è la prova che forse non tutto è perduto. Il costo sul web oscilla fra i 70 e gli 80 euro e li vale tutti. Direi addirittura che è un vino da investimento: affettivo prima ancora che economico e, per questo, decisamente più prezioso e longevo.

InvecchiatIGP: Bruno Bulgarini - Lugana DOC 2010


di Carlo Macchi

Si parla di un vino fatto da uve Turbiana (un clone di trebbiano? Un cugino del verdicchio o del friulano?) ben 16 anni fa, quando il Lugana era già di moda ma la sua cavalcata era agli inizi. Sono andato a riguardare cosa scrissi sulla vendemmia 2010, non certo tra le migliori di quegli anni, e ho trovato un giudizio generale positivo. Accanto a nasi ancora un po’ chiusi per i troppo recenti imbottigliamenti, dicevo: "Una buona freschezza si associa spessissimo a potenza e bella grassezza, con una conduzione di bocca che ti fa entrare fin da subito in confidenza con questi vini. A dare una mano talvolta ci sono alcuni grammi di zucchero residuo, ma neanche più di tanto".


Con questo bagaglio alle spalle stappo questo Lugana base (quello del 2024 costa poco più di 10 euro) e subito noto un tappo praticamente perfetto. Il colore è un giallo dorato brillante e vivace, per niente intenso, e anche questo depone a favore della condizione del vino che, ricordo, si proponeva per essere consumato (come quasi tutti i Lugana) nell’arco dell’anno successivo alla vendemmia.


Il naso non è certamente chiuso come nei giovani Lugana assaggiati nel 2011, anzi: le note di idrocarburo sono immediate e importanti, associate anche a lievi sentori agrumati e speziati. Inoltre, non ci sono segnali maturi ma solo una logica evoluzione. Se ci penso bene, non credo di aver mai assaggiato un Lugana di 16 anni e quindi il suo naso è una vera e propria scoperta: mi ricorda alcuni importanti Verdicchio dei Castelli di Jesi e dei "giovani-ma-non-troppo" Timorasso. Ricordi a parte, è una vera e positiva sorpresa.


Anche in bocca il vino è giovanissimo e unisce quella freschezza e grassezza di cui parlavo 15 anni fa. Indubbiamente qualche grammo di zucchero residuo c’è, ma la chiusura non è morbida, bensì ancora nervosa ed estremamente piacevole. Non mi aspettavo certamente che fosse in questa splendida forma e mi fa pensare che forse l’attuale posizionamento del Lugana potrebbe anche essere rivisitato, magari non proponendo Riserve dove il legno marca forse per sempre, ma semplicemente con vini ben fatti che, come questo di Bulgarini, hanno visto solo acciaio. I grammi di zucchero residuo sono indubbiamente un vantaggio, ma se il vino non avesse avuto una sua struttura adesso sarebbe semplicemente dolcino e moscio, mentre invece è fresco e vibrante. Questo depone a favore sia della bravura del produttore che delle caratteristiche di invecchiamento, oggi poco considerate, della Turbiana. Ultima cosa: sin da allora il Lugana si propone con bottiglie spesso inutilmente pesanti e la nostra lotta contro questo modo poco intelligente di inquinare vede questa denominazione tra quelle più "inquisite". Per questo ci fa piacere dire che la bottiglia del Lugana 2010 di Bruno Bulgarini pesa esattamente 550 grammi, cioè rientra nei nostri parametri per una bottiglia leggera.


Insomma, assaggiando questo Lugana 2010 mi è sembrato di rifare velocemente la storia degli ultimi 15 anni di questo vino e di capire che la sua attuale fortuna potrebbe anche crescere se gli si lasciasse il tempo di esprimersi. Magari non 16 anni come questo, ma ci sono aziende importanti in zona che propongono lo stesso vino messo in commercio dopo 5 anni di bottiglia: la strada sembrerebbe già tracciata. Ultimissima nota: una frase strausata è "grande successo di critica e di pubblico", ma in questo caso è verissima perché la bottiglia, dopo l’assaggio, l’ho portata in tavola e mia moglie e mio figlio (con il mio aiuto, naturalmente) l’hanno finita in un battibaleno.