Castello La Leccia, tutto il bello del Chianti Classico!

Ci sono posti incantanti nel Chianti Classico, uno di questi è sicuramente il Castello La Leccia, un gioiello di rara eleganza e storicità (la costruzione risale al 1077) situato a Castellina in Chianti (Località La Leccia). 


Oltre ad essere un lussuoso agriturismo di charme, Castello La Leccia è anche una affermata azienda agricola che si estende per centosettanta ettari, dei quali: quindici ettari vitati e dieci ettari di olivete biologiche (dove si coltivano, secondo la tradizione toscana, piante di Leccino, Moraiolo e Correggiolo), tra boschi di lecci secolari.

Da un punto di vista prettamente vitivinicolo, all’interno dei vigneti aziendali, tutti esposti a sud e sud-ovest e gestiti secondo i principi dell’agricoltura biologica (certificazione 2013), si coltivano per ora solo ed esclusivamente uve a bacca rossa come sangiovese, malvasia nera e syrah la cui difesa fitosanitaria è ridotta al minimo attraverso il solo uso di rame e zolfo. Il giusto apporto di sostanze organiche al terreno è assicurato in modo naturale: tra i filari crescono orzo, trifoglio e senape, ed il compost è ricavato dalle vinacce e dai raspi.


In questa zona il suolo è povero, ricco di scheletro e costituito da roccia calcarea e galestro, uno scisto argilloso che si sfalda facilmente e che, in presenza di acqua, si scioglie cedendo al terreno microelementi particolarmente preziosi per la pianta. Questo tipo di roccia ha un’azione modulatrice sul grado di umidità, possiede caratteristiche drenanti, ma in momenti di stress idrico è in grado di trattenere un certo livello di umidità grazie alle sue inclusioni argillose.


Le uve vengono vendemmiate e vinificate separatamente selezionando con cura ogni parcella di ogni singolo vigneto. In cantina la fermentazione, avviata dai lieviti autoctoni, si svolge in vasche di acciaio a temperatura controllata. Dopo la svinatura, il vino prosegue la fermentazione malolattica nel cemento o nel legno, in base a un criterio che tiene conto esclusivamente della soluzione ideale.




Per l’affinamento, la scelta fra vasche di cemento, botti di rovere, tonneaux oppure barriques è dettata dalla considerazione di ogni singolo caso specifico.

Castello La Leccia produce quattro etichette: il “Vivaio del Cavaliere” (Toscana IGT), il Chianti Classico DOCG, il Chianti Classico Riserva “Giuliano” DOCG e il “Bruciagna”, il Chianti Classico Gran Selezione DOCG.

Durante la visita in cantina, supportati dal bravissimo direttore Guido Orzalesi, abbiamo degustato le seguenti annate:

Castello La Leccia – Vivaio del Cavaliere 2018 (75 % Sangiovese, 3 % Syrah, 22% Malvasia Nera): si dice sempre che il vino di entrata di una azienda vinicola sia un passaporto importante per capire la sua filosofia qualitativa. Le premesse, in questo caso, sono più che ottime visto che questo blend, vinificato in acciaio e affinato successivamente in cemento, è assolutamente centrato in succosità, complessità fruttata e progressione gustativa. Costa meno di 9 euro (!!!!) e potrebbe diventare benissimo il vino quotidiano di molte famiglie italiane.


Castello La Leccia – Chianti Classico 2017
(100% sangiovese): un vino che già avevo provato durante l’anteprima del Chianti Classico a Firenze e che avevo segnato tra gli assaggi più promettenti. Netti profumi di peonia, prugna, ciliegia e mineralità scura. Di buona beva, con tannini ancora evidenti sorretti da freschezza e sapidità importanti. Il vino viene vinificato in acciaio e affinato parte in legno e parte in vasche di cemento.


Castello La Leccia – Chianti Classico Riserva “Giuliano” 2015
(98% sangiovese, 2% malvasia nera): vini assolutamente profondo che al naso si esprime immediatamente e prepotentemente con sensazioni di confettura di ciliegie e frutti neri che si accompagnano ad una delicata speziatura e alla viola mammola tipica del Chianti Classico. Al gusto è potente, fresco, avvolgente e dal finale vibrante grazie ad un gradevole retrogusto fruttato. Il vino viene vinificato in acciaio e affinato parte in legno e parte in vasche di cemento.



Castello La Leccia – Chianti Classico Gran Selezione “Bruciagna” 2015 (100% sangiovese): per la questo vino vengono scelte esclusivamente le uve provenienti dal vigneto Bruciagna situato a 380 metri s.l.m, su un suolo in prevalenza argilloso-sabbioso. Ovviamente è il vino di punta dell’azienda ed indubbiamente ha una marcia in più rispetto ai precedenti grazie ad una complessità assolutamente intrigante incentrata su note aromatiche di ribes nero, mora di rovo, poi in successione note balsamiche, ferrose ed ematiche. Impatto gustativo dirompente, che gioca su una vena acido-sapida, contrassegnato da un tannino perfettamente fuso nella struttura importante del vino. Persistenza sublimi su sensazioni di ferro e spezie nere. Il vino viene vinificato in acciaio ed affina in legno per circa 30 mesi prima di passare in bottiglia dove rimane per ulteriori 9 mesi. Questo vino è stato imbottigliato a marzo 2019.



Abbiamo degustato in anteprima anche il Chianti Classico Riserva 2016 (sorprendente), il Chianti Classico 2018 (già da oggi buonissimo) e la Gran Selezione 2019 (in fase embrionale ma promettente).

Una chiosa assolutamente importante: il Castello La Leccia, grazie al lavoro di Guido Orzalesi, sta cambiando notevolmente stile, i vini si stanno alleggerendo moltissimo e, al contempo, stanno diventando sempre più territoriali e sanguigni. Segnatevi sul taccuino questa azienda, ne riparleremo!

Monterotondo: Malvasia "Sassogrosso" 2019

di Roberto Giuliani

Era un bianco piacevole e profumato, nel 2019 è successo un imprevisto, le uve sono rimaste senza ghiaccio secco in cantina. 


Ne è nato un vino di rara intensità, profondo, complesso, strafruttato, lunghissimo, una delle malvasie più buone che abbia bevuto quest’anno. Via il ghiaccio secco Saverio!

Argiano: Brunello di Montacino Vigna del Suolo 2015

Un anno fa ho avuto modo di tornare a visitare una delle aziende storiche di Montalcino, Argiano, stimolato dal racconto dell’amico giornalista Dario Pettinelli sulle novità che stavano modificandone in modo sostanziale la filosofia e l’approccio sia in vigna che in cantina, ma non solo (se vi è sfuggito potete trovare l’articolo qui). 

L'azienda

Una vera rivoluzione, che ha trovato la spinta nel suo nuovo proprietario, il gruppo brasiliano Leblon Investment Fund Ltd, con a capo Andrè Santos Esteves, finanziere tra i più ricchi al mondo. Evidenziare la condizione di benessere economico di Esteves è necessario per capire come, per quanto Argiano sia una delle più importanti aziende di Montalcino, con 420 anni di storia sulle spalle, il nuovo proprietario non intendesse certo trarne ulteriore ricchezza. L’imprenditore si è prima di tutto innamorato del luogo, dell’arte che lo circonda, del fascino di quelle terre e di quelle vigne, e ha subito capito che l’azienda ilcinese poteva diventare un simbolo di prestigio, dare lustro all’immagine sua e del gruppo. Ma era necessario fare qualcosa di radicalmente nuovo, decidendo di ristrutturare i diversi ambienti seguendo le linee già definite secoli addietro dall’architetto Pecci, che aveva puntato a ottenere una perfetta simmetria di ogni edificio, locale, strada, nell’ottica “bifronte”. Infatti il nome dell’azienda deriva da Ara Jani, il tempio dedicato a Giano, il Dio bifronte, le cui due facce contrapposte rappresentano il legame con il passato e lo sguardo verso il futuro. Il risultato di questo lavoro è un “quartiere” moderno ed elegante, funzionale, ma allo stesso tempo antico e ricco di storia. 


Un altro passaggio fondamentale è rappresentato dalla volontà di Esteves di ottenere un’azienda fortemente rispettosa dell’ambiente, tanto da avere eliminato completamente l’uso della plastica in ogni contesto (ricordo che dispone anche di un agriturismo con numerosi appartamenti), prima azienda a Montalcino. E la conduzione del vigneto, a opera dell’agronomo Francesco Monari, utilizza una metodologia che è la conseguenza di un’approfondita esperienza sul campo, oltre le semplici regole del biologico, attingendo anche alla biodinamica e a tutte quelle cure che provengono da ciò che offre la natura stessa, senza più uso di pesticidi o antiparassitari, con l’obiettivo di ridurre sempre di più anche l’uso di rame e zolfo. In cantina c’è invece l’enologo Bernardino Sani, amministratore delegato, che a sua volta ha contribuito a dare una svolta ulteriore, introducendo ad esempio le botti in cemento Nomblot, caratterizzate dal fatto di essere monoblocco, frutto di una sola colata senza aggiunta di coadiuvanti o prodotti chimici, perfette per la conservazione del vino. 
Non mi dilungo oltre, potete trovare altri approfondimenti nell’articolo, ma ora desidero parlare del vino, quello che è diventato il fiore all’occhiello di Argiano, proveniente dalla Vigna del Suolo, con piante che superano i 50 anni di vita e forniscono una qualità di sangiovese davvero elevata, una varietà che gode di cloni selezionati e impiantati sulla base del rapporto con le diverse caratteristiche dei suoli. 


Il Vigna del Suolo 2015 è di fatto il primo cru di Argiano, questa è la prima annata prodotta, ha subito una fermentazione spontanea per due settimane in vasche di acciaio a temperatura controllata, mentre la malolattica si è svolta in cemento. La maturazione ha avuto un percorso di circa 30 mesi in botti da 15 Hl della Garbellotto, scelte appositamente per questo vino. Ad aprile è stato imbottigliato ed è rimasto ad affinare per 10 mesi.

La 2015 ha avuto un andamento decisamente buono, con un inverno mediamente freddo e asciutto, primavera con temperature moderate e giusto contributo di piogge, che sono andate aumentando a giugno, mese che ha fatto da apripista a un periodo estivo decisamente caldo; le riserve idriche accumulate in precedenza e la profondità delle radici delle viti hanno consentito di evitare stress. Con il mese di settembre si è tornati a un clima più temperato. Le uve portate sui carrelli per la cernita si sono mostrate ottime.


Nel calice il colore è già testimone di una scelta ben precisa di ottenere un vino il più possibile naturale, il sangiovese deve emergere con le sue caratteristiche nel rispetto dell’annata, la tonalità è un bel granato con ricordi rubini, trasparente e dai toni caldi. 
La trama olfattiva è di notevole impatto, inizia con un bouquet floreale di rosa, viola, una punta di lavanda, poi subentrano le erbe aromatiche, la ciliegia, una nota piuttosto evidente di arancia, poi incenso, leggera cannella e liquirizia, tutto in grande equilibrio. 
Al gusto è ancora più evidente la classe di questo vino, che pur mostrando tannini orgogliosi e una materia non indifferente, è sorretto da una freschezza decisa e da una sapidità sottile ma costante, c’è armonia nei diversi elementi; anche l’alcol, pur nella sua prestanza, si integra perfettamente con un tessuto avvolgente e succoso, dove la nota agrumata torna netta anche nel lungo finale. Un grande Brunello con un lungo futuro davanti, la nuova Argiano è arrivata!

Radovic – Vitovska “Marmor” 2018

Peter Radovic, giovanissimo vignaiolo, produce questa splendida Vitovska, macerata in contenitori di pietra locale, che sa di mare e sogni e tanta voglia di gridare al mondo la sua territorialità. 


Peter sarà il futuro della sua Terra!

Il mio Rossese di Dolceacqua: focus sull'annata 2019

Non mettevo piede a Dolceaqua e dintorni da almeno 5 anni, tanto, troppo tempo anche se non ho mai smesso di bere Rossese. Ritornare in questi luoghi a me cari e sospesi tra cielo e mare mi riempie di entusiasmo soprattutto perché un full immersion di tre giorni tra vigne e cantine, coccolato dai principali vignaioli della denominazione,  mi ha permesso di capire come questo vino sia passato  in poco tempo, grazie al rilancio del grande Armando Castagno, dall’essere un vino di nicchia fino a diventare oggi una grande realtà del panorama enologico italiano grazie soprattutto al grande lavoro sulle Menzione Geografiche Aggiuntive (MGA) o nomeranze, così come si dice in Liguria, posto in essere da Alessandro Giacobbe e Filippo Rondelli, proprietario dell’azienda Terre Bianche, col contributo indispensabile di tutti i produttori del territorio.



Già, loro, i vignaioli del Rossese di Dolceacqua, un gruppo coeso e determinato le cui vigne si trovano sostanzialmente lungo due valli, la Val Nervia e la Val Verbone (ci troviamo in provincia di Imperia) che tagliano perpendicolarmente per 20 Km il versante di ponente della Liguria, a due passi con la Francia, creando un asse nord\sud, che racchiude quattordici comuni, che parte dalle Alpi Liguri fino ad arrivare al mare. 

Le valli del Rossese


Facile pensare, e da qua la sacrosanta esigenza delle MGA (leggasi introduzione dei Cru), che all’interno della denominazione vi siano tanti terroir differenti (qualcuno ne ha ho contati fino a cinque) dovuti sostanzialmente alla minore o maggiore vicinanza delle vigne al mare, alla loro esposizione, all’influenza dei venti e, soprattutto alla diversa matrice geologica del terreno che si divide in tre categorie:

-  Flysch di Ventimiglia, chiamato localmente “sgruttu”, che fa riferimento a marne e arenarie scistose di origine marina;

- Conglomerati di Monte Villa, ovvero ciottoli arrotondati più o meno cementati di matrice sabbio-marnosa;

- Argille di Ortovero, dette anche Marne Blu, caratterizzate da depositi sabbio-argillosi del pliocene ricche di conchiglie e depositi fossili.

Sgruttu


Tornare tra i produttori di Rossese di Dolceacqua mi ha portato anche a fare una valutazione dell’ultima annata in commercio, la 2019, che posso può essere ben descritta nelle parole di Filippo Rondelli: “al momento della vendemmia le uve erano sane, il raccolto poco abbondante e quindi la pianta si è trovata in una situazione di equilibrio che le ha permesso di portare a maturazione l’uva senza stress e quindi di produrre uva con ph molto bassi, acidità elevate e ottimo stato sanitario, ingredienti che sulla carta ti permettono di avere già un’idea su quello che saranno i vini, che in effetti hanno un buon grado di struttura, complessità e finezza. Direi che tutti a Dolceacqua siamo soddisfatti, soprattutto venendo da un’annata come la 2018 che a mio modo di vedere non ha dato picchi qualitativi altissimi, conferendo ai vini una fisionomia ‘piccola’ ed elegante, sì, ma a volte anche un po’ diafana e magra”.
Durante la cena di fine tour, organizzata presso il Ristorante Trattoria Terme di Pigna, regno di capra e fagioli, ho degustato i seguenti vini:

Ka Mancine – Rossese di Dolceacqua “Galeae” 2019: la vigna da cui proviene questo vino è uno dei due Cru di Maurizio Anfosso e dalla quale, spesso, si ottengono vini più pronti e rotondi. Ne è la prova questo Rossese di Dolceacqua che anche in questo millesimo non si smentisce regalando un rosso di grande succosità che regala una esplosione olfattiva di frutta rossa e sensazioni balsamiche. Al palato si rivela corposo e saporito, compatto e perfettamente equilibrato; il finale è lungo, appagante, ricco di richiami aromatici. Nota: il Beragna 2019, Cru aziendale ad esposizione nord che notoriamente fornisce sensazioni più cupe e marine del Galeae, è ancora in fase embrionale ed ha bisogno ancora di tempo per esprimere tutto il suo terroir di riferimento.



Maccario-Dringenberg - Rossese di Dolceaqua 2019: proveniente da sei appezzamenti nel Comune di San Biagio alla Cima, è l’unico Rossese di Giovanna Maccario non proveniente da singolo Cru. Didatticamente ineccepibile per iniziare ad approcciarsi con questo vitigno, questo vino da sempre si caratterizza per corpo leggiadro e sinuoso a cui segue un naso avvolgente e ricco di erbe riferibili alla macchia mediterranea come lentisco, timo, mirto a cui associo sempre un pizzico di pepe bianco. In bocca questo Rossese accarezza il palato con freschezza e disinvoltura e si fa ricordare grazie ad un finale di poderosa sapidità. P.s.: Giovanna sta imbottigliando ora tutti i suoi Cru 2019, ne vedremo delle belle….



Terre Bianche – Rossese di Dolceacqua 2019: Filippo Rondelli è il “secchione” tra tutti i produttori di Rossese e la sua eleganza quasi british l’ho sempre ritrovata nei suoi vini. Ne è una prova, l’ennesima, questo Rossese 2019 che ha un imprinting olfattivo di grande classe: fragoline, violetta, agrumi, selce, interludi di erbe aromatiche essiccate. Al sorso incanta per l’intensità sapida e la freschezza tattile. Non è un mostro di complessità come il suo fratellone maggiore Bricco Arcagna ma si lascia bere che è una meraviglia. Da provare, come ho fatto anche io, sul coniglio porchettato. Sublime abbinamento.



Vignaioli Nino ed Erica Perrino - Rossese di Dolceacqua 2019: zio e nipote rappresentano passato, presente e futuro della denominazione, e questo Rossese di Dolceacqua è la dimostrazione che l’amore per il territorio e il suo vino non ha età e annulla ogni tipo di differenza generazionale. Questo vino, vinificato naturalmente anche con la presenza di raspi, è una chiara rappresentanza del millesimo: è generoso, vivo, compatto nella espressione fruttata e floreale del naso mentre al gusto è di pari spessore e ricchezza: pieno, saporito, armonioso e di buona persistenza sapida. Rossese di Dolceacqua assolutamente didascalico e tenace come le vigne, anche centenarie, da cui proviene!



E Prie - Rossese di Dolceacqua 2019: Lorenzo, poco più che ventenne, è il figlio di Alessandro Anfosso (Tenuta Anfosso) e da lui e suo nonno ha rubato alla grande tutti i segreti del mestiere. Questo Rossese nasce da terreni coltivati in due Cru specifici, in Fulavin e ai Pini entrambi a Soldano, e fin da subito si fa apprezzare per il suo carattere e la sua sua precisione stilistica. Al naso incanta per ricchezza aromatica giocata su tocchi di marasca, mora di gelso, violetta a cui seguono leggeri ma variegati toni di pepe e spezie orientali. Al sorso è piacevole, ricco ma al tempo stesso ben bilanciato da una corroborante dotazione acido-sapida. Il tempo non potrà che migliorarlo. Il sorpasso al papà è già in vista, vero Lorenzo?!



Maixei - Rossese di Dolceacqua 2019: vino della storica cooperativa agricola del ponente ligure il cui nome dialettale maixei fa riferimento ai muretti a secco che sostengono le fasce di terra destinate alla coltivazione del rossese. Il vino è assolutamente gradevole e soddisfacente nella sua semplicità, ha sentori nitidi di ribes rosso, mora ed erba medica. Al palato è succoso, rustico, privo di orpelli e proprio per questo assolutamente franco nella sua dimensione territoriale e, perché no, sociale.



BONUS TRACK

Tenuta Anfosso – Rossese di Dolceacqua “Novanta” 2016: lo so non è un 2019, l’azienda ad oggi ha in commercio ancora la 2018  ma questo vino ho voluto recensirlo per la sua storia in quanto è il Rossese che Alessandro ha voluto produrre per il novanta anni di suo papà Luciano, un faro sia nella vita che nel lavoro. Era tutto pronto, tutto già imbottigliato, ma il destino a volte fa scherzi meschini e papà Luciano se ne è andato qualche giorno prima del suo compleanno per cui non ha mai visto e degustato questo vino che sa di amore e passione, sogni e incazzature ma, soprattutto, sa di famiglia e principi morali ben solidi. Grazie Alessandro per averlo condiviso con tutti noi!



Forlini Cappellini – Cinqueterre Doc 2018

di Lorenzo Colombo

Bosco, Albarola e Vermentino allevati a Manarola, nel Parco delle Cinque Terre, ad altitudini dai 180 ai 350 metri slm, alcuni ceppi risalgono ancora al 1945, anno dei primi impianti. 



E’ sufficiente guardare questi vigneti per innamorarsi dei vini che vi si ricavano. Vi si ritrovano tutti i profumi dei luoghi, il mare, la macchia mediterranea

In Val D'orcia alla scoperta dei vini dell'azienda La Canonica!

di Lorenzo Colombo

Conosciamo Donella Vannetti, proprietaria con la sorella Serenella dell’Azienda Agrituristica La Canonica, situata a San Giovanni d’Asso, in località La Canonica, da almeno una dozzina d’anni. L’avevamo conosciuta in occasione di Divin Orcia, nel 2007 - se ben ricordiamo- quando era la presidente del Consorzio del Vino Orcia. Abbiamo partecipato in tre o quattro occasioni a questo evento, gentilmente invitati dall’allora PR del Consorzio, Valentina Niccolai e nel 2010, in occasione del decimo anniversario della fondazione del Consorzio, avevamo anche condotto una lezione/degustazione dal titolo “L’anima forte del Sangiovese Orcia”.  Di seguito i resoconti delle nostre precedenti visite in zona: 

https://www.ioeilvino.it/divin-orcia-2009/

https://www.ioeilvino.it/divin-orcia/


Ebbene era da quasi una decina d’anni che non venivamo in questo territorio Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 2004. L’opportunità s’è presentata l’ultima settimana d’agosto in occasione del compleanno d’un amico, residente non molto lontano. Abbiamo così approfittato per visitare e degustare i vini di due aziende, quelli dell’amica Donella e quelli dell’attuale presidente del Consorzio del Vino Orcia, Donatella Cinelli Colombini, della quale scriveremo a breve. 



Comune autonomo sino alla fine del 2016, San Giovanni d’Asso, sede dell’Azienda Agrituristica La Canonica, è d’allora in poi diventato una frazione di Montalcino, per questo motivo alcune aziende nutrono la (non tanto segreta) speranza di poter un giorno potere etichettare i loro vini con la Docg Brunello di Montalcino - ovviamente servirebbe un cambio di disciplinare con relativo ampliamento della zona di produzione -. La Doc Orcia, come più volte scritto, è infatti incastonata tra due famose e scomode denominazioni – le Docg Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino - e questo le causa a volte un complesso d’inferiorità, dato anche dal fatto che in maggior parte le aziende sono di piccole dimensioni e non vivono unicamente di vino. Spesso però i vini che vi si producono, soprattutto quelli della tipologia Orcia Sangiovese, dove questo vitigno dev’essere utilizzato per almeno il 90% non hanno nulla d’invidiare ai più famosi vicini.

Azienda e vini

La Canonica è situata in un vecchio casolare che risale al XVII secolo, il nome deriva dal fatto che è stata, tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800, sede di religiose dell'ordine di San Bernardino. Acquistata nel 1958 da Orfeo Vannetti e dalla moglie Diana è ora gestita dalle loro figlie Donella e Serenella. Si tratta di un’azienda dove vino, olio e turismo procedono appaiati, anche se la produzione di vino è piuttosto limitata a causa dei poco più di due ettari a vigneto; sono infatti quattro le etichette prodotte: un rosato e tre rossi, per un totale di 5.000/6.000 bottiglie anno. 



Le vigne si trovano a San Giovanni d’Asso, a 350 metri d’altitudine e sono allevate a Cordone speronato. Tre di questi vini li abbiamo assaggiati, facendo anche una miniverticale di tre annate del Dongiovanni, eccovi le nostre impressioni:

Vino Rosso “Orfeo” (L’annata non è dichiarata in etichetta, comunque il vino è frutto della vendemmia 2015) 

Blend di Sangiovese, Malvasia nera e Merlot. Malvasia nera e Merlot vengono lavorate in uvaggio, mentre il Sangiovese fermenta a parte, dopo l’assemblaggio sosta in affinamento per 20 mesi in barriques. Vino dedicato al padre, ne vengono prodotte annualmente circa 1.000 le bottiglie, vendute in azienda a 11 euro. Il colore è granato di buona profondità. Intenso al naso, dove presenta note surmature, prugna secca e frutta nera in confettura, la nota alcolica è percepibile. Strutturato, alcolico, oltre al frutto si colgono note piccanti  che rimandano al pepe, lunga la sua persistenza. 



Orcia Doc “Terre Dell'Asso” 2018 

80% sangiovese 20% cabernet sauvignon, maturazione in cemento ed acciaio. Circa 2.000 le bottiglie prodotte, vendute in cantina ad euro 8,50. Granato di media intensità. Al naso presenta sentori di sottobosco, spezie e ciliegia surmatura. Succoso, con bella trama tannica e buona persistenza, vi ritroviamo il frutto rosso speziato.



Orcia Doc Sangiovese Riserva “Don Giovanni”

Di questo vino, prodotto con 90% Sangiovese e 10% tra Colorino e Malvasia nera, abbiamo assaggiato tre diverse annate. Dopo la fermentazione, che si svolge in vasche d’acciaio, il vino s’affina per 24 mesi in tonneaux di media tostatura, la massa poi torna per altri sei mesi in vasche d’acciaio per finire il suo affinamento in bottiglia per un ulteriore periodo di sei mesi.mLe bottiglie prodotte annualmente sono circa 2.300, vendute in azienda a 15 euro. 

2015 

Il colore è granato mediamente intenso. Dotato di buona complessità e di media intensità olfattiva, il vino presenta note balsamiche e speziate, frutto scuro ed accenni di legno. Strutturato, succoso, di buona complessità, con tannino deciso ed ancora graffiante è dotato di una lunga persistenza con fin di bocca che rimanda alla liquirizia. 

2016

Color granato-rubino di buona profondità. Intenso al naso, balsamico/mentolato, con sentori d’erbe officinali, elegante. Fresco e sapido, meno potente del precedente ma più giocato sull’eleganza, succoso, asciutto, con una bella trama tannica ed una lunga persistenza. Un vino notevole.

2017 (da poco imbottigliato, verrà messo in commercio a partire dal mese di giugno 2021)

Color granato di discreta profondità, con ricordi color rubino. Pulito al naso, mediamente intenso, con un bel frutto rosso (ciliegia) venato da note speziate, balsamico. Succoso, con un bel frutto, speziato, quasi piccantino, sentori di liquirizia su lunga persistenza. Un vino che promette bene. 



Viene prodotto anche un quarto vino che però non abbiamo assaggiato, si tratta del Vino Rosato “Diana”, da uve Sangiovese, vinificato tramite la tecnica del salasso, fermentazione ed affinamento si svolgono in vasche d’acciaio. Viene venduto in cantina a 7 euro.



La Lupinella - Trebbiano Toscano IGT 2018

L'estate sta finendo e bisogna cogliere l'attimo con questo Trebbiano bio da vecchie vigne, fatto in terracotta. Bel colore paglierino, naso vibrante, varietale, pieno di screziature e di richiami al fieno, all'insilato, al prato estivo. Tutte sensazioni che tornano a lungo in bocca, con una sapidità perfetta per la malinconia di fine stagione.




Al Nuovo Arrosto Girato, a Pontassieve, c'è la rosticceria che tutti vorrebbero sotto casa!

di Stefano Tesi


Sarà anche una questione anagrafica, ma adoro quei posti – nel senso di bar, trattorie, ristoranti – rimasti come negli anni ’70 o quasi. Quei posti di periferia o di provincia che, anche quando ebbero la velleità di rimodernare la vetusta osteria fondata dal nonno, rinacquero comunque demodè, perché ispirati a stili “moderni” già un po’ al tramonto. E lo hanno mantenuto in certe tinte improbabili, in certe ceramiche da film poliziottesco, in tendaggi dilavati da miliardi di raggi solari. Naturalmente, in questi locali, l’atmosfera è una cosa e la qualità del cibo un’altra. Di solito si va per estremi, in stretta connessione con l’estetica: o la gente è così soddisfatta da non badare all’apparenza o la cucina è così mediocre che nessun abbellimento potrebbe risollevare l’umore degli avventori.

 


Il “Nuovo Arrosto Girato” delle Sieci, popolare frazione sulla via Aretina, lungo l’Arno tra Firenze e Pontassieve, appartiene alla prima categoria: classica rosticceria da asporto con tavoli al piano superiore (e un assai piacevole quanto fresco dehor sulla piazzetta del paese, almeno finchè le norme anticovid lo consentiranno), atmosfera assolutamente informale, clientela tutta locale o quasi, modi sbrigativi che oscillano tra una giovialità contagiosa e una scontrosità rumorosa (guai ad esempio a non rispettare gli orari o a fare richieste gastronomicamente “strane”: la risposta sarà brusca). 



Le specialità, ovvio, quelle “indispensabili” di una rosticceria toscana, coi suoi alti e bassi: crostini, primi al sugo, carne alla griglia e allo spiedo, rosticciana. Ottima new entry, frutto delle “innovazioni” apportate dalla nuova gestione, i ravioli burro e salvia, una piacevole sorpresa. 



Ma sono almeno due le ragioni profonde per venire qui apposta: i ricchi, saporiti, opulenti, inconfondibili spiedini che escono dal coreografico megagirarrosto piazzato proprio all’ingresso e soprattutto il pollo alla piastra, senza timore di smentite il migliore che io abbia mai mangiato. Cottura perfetta, sapidità ricca, tenero ma consistente, giustamente profumato delle spezie con cui è lardellato. Un piatto da consumare voracemente per il suo retrogusto domestico, che non tradisce le aspettative ma addirittura le arricchisce di boccone in boccone. 



Non ho indagato sulla provenienza degli animali, sui segreti della preparazione o su altre amenità da critico: mi sono lasciato andare a una bella strafogata dell’irresistibile portata, riordinandola più volte e fregandomene pure del vino visto che (anche se siamo in zona Chianti Rufina), me lo sono pappato con un bianchetto senza pretese, frizzante e dissetante.  Conto: primo, doppio secondo e frizzantino a 25 euro. Non so se mi spiego.


Nuovo Arrosto Girato

Via Aretina 178,

Le Sieci, Pontassieve (FI)

Tel 055/ 8309138

Pommery - Champagne Cuvée Luise Brut Nature 2004



Non sono un fanatico del dosaggio zero, ma devo ammettere che questo classicone ti travolge per la incredibile freschezza sin dal primo naso, agrumato e balsamico. Una promessa mantenuta al palato, teso e dinamico. 65 e 35 Chardonnay e Pinot Noir, bevuto su una sfrontata cucina napoletana di mare è stato perfetto

Ferragosto con Cupano e il suo Brunello di Montalcino 2007

Pranzo di Ferragosto, di quelli seri e belli, in famiglia, lontano dalla spiaggia e immerso nella campagna cilentana ai piedi del monte Gelbison. Il capretto locale con le patate è d'obbligo, ma con cosa abbinarlo?



Gira e rigira tra le bottiglie, questa no, è troppo giovane, questa no perché è troppo fine, questa no perché estrema...ecco, questa magnum 2007 di Brunello di Montalcino di Cupano che giace da tempo ormai immemorabile nella vecchia cantina di casa potrebbe andare. Daje!


Ornella e Lionel - Foto: montalcino news


La storia di Cupano nasce negli anni '70 quando Lionel, allora direttore della fotografia di film francesi, e sua moglie  Ornella visitano le terre di Montalcino grazie alla presenza del loro amico pittore Yoran Cazac che li farà innamorare del territorio tanto che, nel 1996, circa venti anni più tardi, la coppia acquisterà la loro tenuta. La proprietà è di 34 ettari con un casale, all'epoca era ancora possibile fare questi acquisti, a 200 metri di altezza con sguardo sul fiume Ombrone in direzione mare. Ma non è solo la storia di Lionel e Ornella ad essere interessante: anche la filosofia di approccio alla produzione è stata pionieristica visto che i circa sette ettari di vigneto, già nel 1998, fanno riferimento alla filosofia biodinamica di François Bouchet In cantina, poi, fin dall'inizio si è fatto uso di lieviti non selezionati e delle barrique di media tostatura che mostrano immediata simpatia per il sangiovese allevato in queste specifiche condizioni pedoclimatiche su suolo argilloso e in parte ciottolato.


Foto: 67 Pall Mall


La 2007 è ufficialmente annata a cinque stelle per il Brunello di Montalcino. Pur non volendo dare un credito definitivo a questa classificazione (ma a quale altra se no?) sappiamo tutti che per gli enologi è stata una vendemmia di incorniciare, estate particolarmente calda, la più calda dopo la 2003 e prima della 2011, che ha portato a piena maturazione le uve. Caldi, ma anche le giuste piogge, con frutta sana in cantina quasi ovunque. Le annate calde non sono di per se una tragedia se si impara a difendere l'uva, anzi sono spesso un trampolino di lancio per chi ha saputo fare bene il lavoro in vigna come dimostrano ancora oggi tanti rossi (ma anche bianchi) del 2003.



In questo caso Cupano ci è apparso un vino connotato da due elementi immediati: la grande bevibilità e la perfetta integrazione tra il frutto e il legno. Al naso ancora note di ciliegia matura, ma anche di tabacco, rimandi balsamici e spezie dolci a contorno di un naso dominato dalla percezione gradevole fruttata. Al palato è morbido, i tannini sono presenti ma perfettamente risolti e levigati dal buon uso del legno e dallo scorrere del tempo. La frutta scorre su una rinfrancante sensazione di freschezza, il vino è tonico, non ha segni di cedimento e vanta un finale piacevole, lungo, pulito. 


Un difetto, se tale vogliamo considerarlo, è la presenza di un po' di residui, ma la vecchia regola di tenere la bottiglia vecchia in orizzontale dal giorno prima ha funzionato bene. Insomma, che dire, un vino di stampo tradizionale, senza colpi di scena olfattivi, ma vero, assolutamente efficace sul capretto al forno. 

Domaine Béatrice et Pascal Lambert - Chinon Les Puys 2015

di Carlo Macchi

Questo grande vino zittisce chi sostiene che il cabernet franc sia un vitigno “freddo”. Biodinamico nel midollo mette d’accordo sostenitori e detrattori. 



Ribes, cassis e mora misti a liquirizia e tabacco al naso: profondo, pieno con un tannino dolcissimo in bocca. Uno spettacolo di-vino!


Focus sul vini della Riviera di Ponente. La Liguria che non ti aspetti!

di Carlo Macchi

La Panda sembra un velocissimo serpentello che scivola tra muretti a secco, vigneti e pezzi di bosco, seguendo sentieri in discesa che fanno sembrare i caruggi liguri delle autostrade. Alla guida un rilassato (lui!) Bruno Pollero di Tenuta Maffone, ci presenta al volo i piccoli vigneti che compongono la proprietà come se fossero familiari a cui dover stringere la mano, pardon, il grappolo. Siamo a Acquetico, frazione di Pieve di Teco, in Alta Valle Arroscia, una delle mete del tour nella Riviera di Ponente, grazie a Vite in Riviera. 


Vite in Riviera è un associazione nata tra una trentina di produttori di vino (due solo di olio per la precisione) che sta cercando di togliere la fitta coltre nebbiosa di conoscenza che stagna sul Ponente Ligure enoico, in quel lungo tratto di costa a ridosso dei monti (o di monti a ridosso del mare, fate voi) che parte quasi da Genova e arriva fino all’oramai conosciutissima e apprezzata Dolceacqua. 
In effetti dal punto di vista della stampa enoica sembra che tra Genova e Dolceacqua sia crollato un gigantesco ponte Morandi e con esso la voglia di conoscere queste terre, che vedono piccoli e piccolissimi produttori lavorare diversi fazzoletti di terra spesso strappati al bosco. Bisogna anche dire che fino a 5-10 anni fa la situazione non era interessantissima, fossilizzata tra nomi storici e un modo di fare vino che serviva giusto per smerciarlo sulla costa durante l’estate. Poi, come mi ha detto una produttrice “Le cose sono cambiate grazie anche a dei giovani meno legati alle convenzioni e più aperti al confronto e alla conoscenza: hanno investito e oggi tira un’aria nuova.” 


Un’aria che, dal punto di vista viticolo punta su pigato e vermentino tra i bianchi e granaccia, rossese e ormeasco tra i rossi. Il nostro tour mi ha visto, assieme a Gianpaolo Giacomelli e Fosca Tortotrelli, impegnato sia sul fronte della degustazione bendata (con quasi cinquanta vini in degustazione) che su quello delle visite in cantina. La degustazione bendata, i suoi risultati e i commenti troveranno spazio sulla nostra guida. In queste righe invece parlerò degli incontri e delle impressioni che ne ho tratto. 

Prima però vorrei fare un salto nel passato e ricordare che il grande Luigi Veronelli amava molto i vini di queste terre come (cit.) “la Granaccia di Quiliano, il Pigato di Albenga, il Rossese di Campochiesa, il Vermentino del Savonese e di Imperia.” 

Questo breve viaggio si svilupperà quindi tra questi vini (e non solo) per provare a ricongiungere il filo che si è spezzato tra il passato e il presente. 
E proprio dalla Granaccia che Lorenzo Turco produce a Quiliano iniziano il viaggio e le mie sensazioni. Lorenzo, nel ristorante annesso alla cantina propone prima la “base” 2018 e poi la selezione Cappuccini.La prima è un’esplosione di frutto e di piacevolezza, con un equilibrio al palato che tiene perfettamente conto della scarna presenza tannica, tipica del vitigno. Qui siamo di fronte a cloni di granaccia (chiamatela pure garnacha o grenache) spagnoli e lo si capisce (ci dicono) dal colore rubino molto tenue. I Cappuccini sono la selezione e, pur apprezzando il vino, lo trovo un po’ ingessato dal pur poco legno usato in affinamento. 
Questo dell’uso del legno e della voglia di fare il “grande vino” è uno dei punti deboli che ho riscontrato in diverse cantine (non solo nel Ponente Ligure, in verità!). In effetti sia che si parli di Granaccia che di Pigato o Vermentino quasi sempre le cantine, dalla Cooperativa Viticultori Ingauni, a Ortovero alle piccolissime realtà come la Vecchia Cantina a Albenga e A Maccia a Ranzo, in modo più o meno marcato puntano su un prodotto passato in legno che spesso porta solo a perdere le già lievi note varietali dei vitigni sostituendole con universali sentori più o meno vanigliati. Per fortuna si tratta sempre di poche bottiglie per azienda ma quella che va cambiata è l’idea che scambia il “grosso vino” per un grande vino, cioè che privilegia l’estrazione all’eleganza, all’equilibrio e alla freschezza. 


A proposito di equilibrio: a giustificare il viaggio sarebbe bastata la certezza che il pigato non è assolutamente più quel vitigno che produce vini da bersi nell’arco di un’estate, anzi. Il suo equilibrio lo raggiunge come minimo dopo 12 mesi, prova ne sia che tutti i Pigato 2018 degustati erano nettamente meglio dei fratelli 2019. 
Purtroppo il mercato richiede il vino giovane ma la strada di far maturare il Pigato “base” o magari una selezione di vigneto per almeno due-tre anni (non in legno!) è quella da intraprendere per far capire le possibilità di questo vitigno. 


Vitigno che si presta bene anche alla produzione di metodo classico, anche se la strada della spumantizzazione intrapresa, per esempio, dalla Vecchia Cantina, è sicuramente difficile e tortuosa per chi produce vini fermi. Stranamente si trasforma bene in bollicine metodo classico anche l’Ormeasco, come ho scoperto da Tenuta Maffone. Del resto delle uve che crescono in vigneti tra i 450 e i 650 metri d’altezza, circondate da boschi e dai contrafforti del Colle di Nava, non possono che avere le caratteristiche di acidità e pH adatte.  Ma, bollicine a parte, forse la sorpresa maggiore di questo viaggio è l’Ormeasco di Pornassio. In realtà si tratterebbe di Dolcetto ma lo ricorda alla lontana perché ha caratteristiche di finezza, freschezza e complessità completamente diverse. Me ne sono reso conto sia da Tenuta Maffone che da Cascina Nirasca grazie a vini che si declinano con una buona potenza e profondità gustativa attraverso gamme aromatiche più fini e meno intense rispetto al Dolcetto di Langa e dove il legno (quando c’è) riesce a dare il giusto tocco senza eccedere. 
Sul Vermentino sospendo il giudizio, anche perché mi sembra un vino “sopportato più che supportato” dai produttori, quello che comunque va prodotto perché c’è da sempre, ma purtroppo oramai quando si parla di Vermentino si pensa ad altre zone e il confronto con Gallura, Colli di Luni e altre zone viene vissuto in negativo. 

Viti ormeasco e pigato


Al contrario il Pigato è il vino che unisce il territorio, che lo fa marciare assieme e gli conferisce identità; un po’ come il Rossese a Dolceacqua che, oltre ad essere indiscutibilmente il vino top del territorio è riuscito a rendere praticamente invisibili i pur buonissimi Rossese di Albenga e Rossese di Campochiesa (Veronelli docet). 
Questi due vini rispetto ai Dolceacqua hanno una leggerezza aromatica solare, una piacevolezza disincantata alla beva, ma quasi non vengano presentati per “vergogna” di avere un prodotto “troppo” semplice e dal colore troppo scarico. Invece dovrebbero essere proprio questi vini rossi da bere freschi, assieme alla Granaccia, il modo per distinguersi: l’Alto Adige con le sue incredibili Schiava dovrebbe insegnare a tutti. 
Mentre Gianni, il mentore factotum che ci ha accompagnato a destra e a manca nel nostro bel peregrinare, ci portava verso la stazione di Albenga passando accanto a distese di basilico e di erbe aromatiche, mi è venuto da pensare a un profumo del giorno precedente, che mi aveva lasciato a bocca (e naso) aperta. Era un misto tra la macchia mediterranea scaldata dal sole e l’odore della terra, dei pini e degli abeti di montagna, il tutto ammantato da un silenzio che, avrebbe detto Paolo Conte, descriverti non saprei. 
Quel profumo, o meglio quei profumi, che ho ritrovato più nei rossi (eh sì, mi hanno proprio colpito) che nei bianchi della Riviera di Ponente li porto con me e vi consiglio di andare a cercarli in una terra enoica oramai “uscita dalla nebbia”.

Fonterenza - Pettirosso 2017


di Roberto Giuliani


Chi le conosce sa che le sorelle Padovani sono qualcosa a parte nell’emisfero di Montalcino, il Pettirosso ne rappresenta l’essenza, un sangiovese nato per essere goduto, ogni giorno, immediato e gustosissimo, con un frutto generoso e una bevibilità trascinante, da farne scorta senza esitazione.