Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG "Mirum" della Fattoria La Monacesca alla prova del tempo - Garantito IGP

Il tergicristallo della mia macchina sembra impazzito, è al massimo della velocità, maledetta pioggia non fermerai la mia voglia di girare per le campagne di Matelica con l'obiettivo di raggiungere Aldo Cifola che mi aspetta, ombrello munito, nei pressi di Contrada Monacesca, piccolo borgo lungo la statale per Fabriano che da enclave di un gruppo di monaci benedettini dell'ordine farfense in fuga dai longobardi è diventata oggi, dopo varie peripezie, sede di una delle più importante aziende vitivinicole italiane: La Monacesca.


Con Aldo, che fortunatamente ci viene a prendere con un paio di ombrelli, ripercorriamo subito la storia dell'azienda che nasce quando Casimiro Cifola, suo padre, alla fine degli anni '60 acquisì il podere cominciando a piantare le prime piante di verdicchio prese dai vari contadini locali e realizzando, nel contempo, la prima cantina di vinificazione. E' il 1973 quando sul mercato esce la prima bottiglia di Verdicchio di Matelica a marchio La Monacesca.


Il passato recente, invece, Aldo me lo racconta mentre ci dirigiamo verso la cantina osservando i vigneti, causa maltempo, solo da lontano: "Intorno agli anni '90 dopo essere entrato in azienda, fresco delle mie esperienze di studio, ho iniziato un lavoro di selezione massale sui cloni più importanti del vecchio vigneto selezionandone settanta dei quali una quindicina sono tuttora in produzione. Tutta roba nostra, non acquistiamo nulla dal vivaio! Magari ci teniamo piante con qualche virosi ma, alla fine, queste sono perfettamente acclimatate nel terroir di Matelica. Attualmente abbiamo 27 ettari di vigneto, di cui 17 a verdicchio, 8 a sangiovese grosso e merlot e 2 dedicati ad una piccola produzione di chardonnay che produciamo solo quando viene davvero bene. L'età media dei vigneti è di circa 15 anni, delle vigne di mio padre ormai non c'è più nulla visto che abbiamo cominciato a ripiantare tutto a fine anni '90".


Superata la porta di ingresso della cantina, anticipando le mie prossime domande, Cifola non perde tempo e mi spiega in breve la sua filosofia di vinificazione: "noi cerchiamo sempre di lavorare bene in vigneto visto che poi in cantina la lavorazione è molto banale visto che non usiamo pratiche particolari se non una leggera iperossidazione dei mosti a cui segue una chiarificazione per decantazione statica. Successivamente, durante la fermentazione, usiamo solo lieviti selezionati Bayanus, molto alcoligeni e abbastanza neutri, che hanno il pregio di farci mantenere la nostra identità evitando, per i vitigni a bacca bianca, di utilizzare il legno. Finita l'attività fermentativa si effettua il primo travaso lasciando il vino sulle "fecce nobili" fino finché non svolge naturalmente la malolattica per poi passare in bottiglia. 


L'affinamento ovviamente cambia in base alla tipologia di vino: il Verdicchio di Matelica DOC sta un anno in bottiglia, il Verdicchio di Matelica DOC "Terre di Mezzo" tre anni mentre la nostra Riserva, il Mirum, si fa diciotto mesi in acciaio e circa sei mesi in bottiglia prima di essere commercializzato. Sul rosso, invece, facciamo macerazioni in acciaio abbastanza lunghe e poi si lascia il vino in affinamento per 24 mesi circa in barrique, nuove per la metà e di primo passaggio per l'altra metà. Ulteriore affinamento in bottiglia per altri sei mesi. E' un progetto a cui tengo molto e per noi che siamo "famosi" per i vini bianchi è sempre difficile proporre il Camerte. I nuovi clienti spesso ci guardano spauriti ma, una volta degustato, devi vedere come cambiano atteggiamento...".


La giornata uggiosa non ci permette di stare molto di fuori per cui, velocemente, ci dirigiamo verso la sala degustazioni che trovo allestita con una interessante verticale di Mirum.
Mirum in latino significa meraviglia e Aldo Cifola ha voluto dedicare questo vino a suo padre Casimiro soprannominato Miro. Il vino nasce nel 1988 con una identità ben precisa: 14,5 gradi di alcol e un estratto impensabile per un Verdicchio di Matelica fino a quel momento ovvero 26,5 g/l. Nel 1991 la "rivoluzione" era compiuta grazie al primo Tre Bicchieri della sua fortunata storia che cercherò di raccontare nelle righe sottostanti.


La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2014: in una annata difficile come la 2014 fare un Mirum all'altezza significa rischiare fino all'ultimo in vigna. Cifola probabilmente ha scherzato col fuoco ma anche stavolta ce l'ha fatto donandoci un Verdicchio di Matelica Riserva forse leggermente più affilato e tagliente della media che sono convinto metterà sull'attenti anche quelli che non hanno mai amato la classica opulenza del Mirum.

La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2013: l'annata abbastanza equilibrata e a tarda maturazione rappresenta un partner perfetto per la filosofia di produzione di questo vino che è ancora talmente giovane e contratto che solo il tempo, tanto tempo, potrà indicare la sua esatta parabola qualitativa. Intendiamoci, ad oggi è comunque tanta roba ma la domanda che mi pongo e vi pongo è: meglio un uovo oggi o una gallina domani?


La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2012: con una annata calda come questa ti aspetti un Mirum opulento e grasso e invece, grazie ad una acidità totale mostruosa pari a circa 6,2 g/l, ti arriva un Verdicchio talmente completo e goloso che "l'equilibrio sopra la follia" cantato da Vasco Rossi nella canzone "Sally" sembra trovare il suo paradigma enologico.

La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2011: l'annata partita in ritardo ma terminata con una maturazione precoce dell'uva regala un Mirum aromaticamente di grande temperamento e profondità caratterizzandosi per un corredo olfattivo dove ritrovo la ginestra, la camomilla secca, gli agrumi, il miele, l'anice stellato, gli idrocarburi e lo zenzero. Sorso come sempre giocato tra potenza, freschezza e sapidità che che donano al vino un naturale equilibrio giocato, comunque, su toni molti alti.


La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2010: l'annata, non giriamoci intorno, è stata davvero bella nell'areale del Verdicchio, sia Castelli di Jesi che Matelica, per cui una volta bevuto questo vino da brividi non ho fatto altro che contattare l'Unesco per candidare questo Mirum a patrimonio dell'umanità. Scherzando, rendo comunque idea?

La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2009: l'annata buona ma non ottima come la precedente potrebbe creare paragoni impietosi ma anche in questo caso il Mirum sembra cavarsela alla grande con un naso molto intenso dove anziché la frutta matura e le spezie gialle ti ritrovi una bordata aromatica di salgemma e idrocarburi che fa gridare la parola mare a tutti gli invitati. Il sorso è sapido, intenso ma non particolarmente lungo.


La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2008 Ed. Venti Anni: prodotto solo ed esclusivamente in questa annata per celebrare il suo ventennale, è una cuvée composta per l'85% da Mirum 2008 ed il restante 15% dalle annate 2000, 2001, 2002 e 2004. Questo piccolo "metodo soleras" marchigiano esplode al naso per i suoi richiami intensi ed opulenti che si rifanno alla frutta esotica, le erbe campestri, la mandorla tostata, il miele millefiori. Sorso pieno e saldamente strutturato, la grande morbidezza del vino è fortunatamente spalleggiata da una straordinaria acidità che fornisce equilibrio e grande allungo finale. Un vino da farci l'amore!

La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2007: millesimo regolare, senza eccessi, che si esprime nel bicchiere con note floreali di camomilla romana a cui seguono sensazioni evolute di miele, idrocarburo e nocciola tostata. Un vino non di grande complessità anche al sorso dove risulta molto preciso, diretto e dotato di grande bevibilità. Non ruba la scena come qualche suo predecessore ma a mio parere, ad oggi, il più versatile e gastronomico della batteria. E' non è poco!


La Monacesca - Verdicchio di Matelica "Mirum" 2002: quando un'azienda lavora bene non esistono piccole annate ma solo vini che si adatto ed interpretano al meglio il millesimo. Questo è quello che ho pensato io dopo aver bevuto questo Verdicchio di Matelica che alla cieca se la giocherebbe senza problema con i migliori Riesling della Mosella. Giovane, freschissimo, di fisicità nord europea più che mediterranea ma ad avercene di vini così!

La Liguria secondo Slow Wine 2018

Avanti Liguria! La lettura dell’andamento del settore vitivinicolo infonde fiducia, la spinta a far crescere i vini da vitigni autoctoni non si arresta, anzi fa proseliti, e il potenziale enologico della regione si fa strada dopo aver rinnovato la sua fisionomia, oggi affidabile e vitale: i vini, in particolare i bianchi, lontani dal cliché di prodotti pronti, di ruffiana morbidezza e facile beva, stanno vivendo un vero e proprio stato di grazia. Sia i Vermentini delle due Riviere sia i Cinque Terre si esprimono con una soggettività che rimanda all’identità del territorio e alla visione del vignaiolo, e così è anche per il Pigato, che per di più, in certe interpretazioni, si rivela vino longevo capace di sorprendere, mentre il Rossese di Dolceacqua sta vivendo una fase di pieno rinascimento. Oggi la situazione vitivinicola ligure è più matura e stabile: lasciata alle spalle una certa discontinuità produttiva, sempre più aziende si stanno conquistando un’ottima reputazione a prescindere dall’annata o dalla singola etichetta. Rimangono, con le debite eccezioni, la proverbiale, radicata individualità e lo scarso senso di appartenenza regionale, che non favorisce l’elaborazione di una visione comune. Positivo invece l’avviamento di un percorso verso una maggiore sostenibilità della viticoltura. A parte la diffusione, ancora contenuta, di metodi di coltivazione quali il regime biologico o biodinamico certificati, si segnala, da parte di numerose aziende, una maggiore attenzione verso gli equilibri presenti in natura, che si concretizza nel ricorso a inerbimenti e pacciamature, e nell’eliminazione o nella riduzione al minimo dell’uso dei prodotti sistemici. Al di là di questi importanti sviluppi, va considerata l’annata: il millesimo 2016 – il 2015 aveva già regalato grandi soddisfazioni – ricorda l’ottimo, indimenticato 1990. La stagione è stata caratterizzata dai mesi di maggio e giugno insolitamente piovosi, con temperature inferiori alla media, seguiti da un’estate, partita davvero solo nel mese di luglio, che è stata calda, asciutta, con isolate precipitazioni occasionali e un’utile escursione termica tra il giorno e la notte, che ha favorito lo sviluppo di una buona acidità. Se la brillante annata ha inciso sul pregio delle uve, meno ha fatto sul versante della quantità, che è rimasta stabile o in certi casi ha subito leggere flessioni. Avanti Liguria! La strada intrapresa è quella giusta.

VINO SLOW
Riviera Ligure di Ponente Pigato 2016, Cascina delle Terre Rosse
Solarancio 2015, La Pietra del Focolare
Cinque Terre 2016, Luciano Capellini
Rossese di Dolceacqua Sup. Posaù 2015, Maccario Dringenberg
Riviera Ligure di Ponente Pigato 2016, Maria Donata Bianchi
Colli di Luni Vermentino Il Maggiore 2016, Ottaviano Lambruschi
Rossese di Dolceacqua 2016, Terre Bianche
Riviera Ligure di Ponente Pigato Sogno 2015, VisAmoris

GRANDE VINO
Riviera Ligure di Ponente Pigato U Baccan 2015, Bruna
Cinque Terre Pergole Sparse 2016, Cantina Cinque Terre
Rossese di Dolceacqua Galeae 2016, Kà Manciné
Cinque Terre Sciacchetrà Ris. 2012, Possa
Harmoge 2012, Walter De Battè

VINO QUOTIDIANO
Riviera Ligure di Ponente Pigato 2016, Deperi
Riviera Ligure di Ponente Pigato 2016, Du Nemu
Colli di Luni Vermentino Pianacce 2016, Giacomelli

Trentino - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

Le nostre degustazioni annuali ci danno una fotografia del Trentino del vino in buona salute. I vini premiati sono ben dodici, un record per la regione. Evidentemente qualcosa si muove in un panorama dalle grandi potenzialità che in passato abbiamo criticato per una certa inerzia e l'apparente staticità.

Conferme di livello arrivano dal comparto spumantistico, con il TrentoDoc che in questo momento rappresenta l'enologia trentina ai suoi massimi livelli. I premiati sono capitanati da una spettacolare versione '06 del Giulio Ferrari e dal Graal Riserva '10, anch'esso ormai un classico. Si confermano di livello Maso Martis, MezzaCorona, Letrari, Balter, e ritorna ai Tre Bicchieri Opera con un delizioso Nature '11. Bossi Fedrigotti dimostra di avere più frecce nel proprio arco, e quest'anno fa centro con un eccellente TrentoDoc Conte Federico Riserva '12.
La pattuglia dei rossi è guidata da un'ennesima ottima prova del San Leonardo, annata '13, che si conferma vino di caratura internazionale, e ci introduce al panorama della Piana Rotaliana, dove quest'anno spiccano gli eccellenti Teroldego Pini '13 di Zeni e il '15 di De Vescovi Ulzbach, punte di un terroir sempre più emergente come risulta dai nostri assaggi e dai riassaggi, dove aziende come Barone De Cles ed altre pongono serie candidature per il futuro prossimo. Chiude la rassegna un altro grande rosso, il Ritratto '13 della LaVis-Valle di Cembra, spunto per celebrare lo stato di grazia del mondo cooperativo trentino, sempre più capace di esprimere prodotti di alto profilo.
Soprattutto ci sembra che si stia ormai ricomponendo la dicotomia tra piccoli vignaioli e strutture sociali, che da piccoli vignaioli sono costituite: non più due mondi opposti che si guardano in tralice ma due facce della stessa medaglia... Chiudiamo infine ricordandovi che solo per motivi di spazio non siamo riusciti a recensire molte piccole e piccolissime aziende che meritano davvero attenzione.
I vini del Trentino premiati con Tre Bicchieri
Ritratto Rosso ’13 - La Vis - Valle di Cembra
San Leonardo ’13 - Tenuta San Leonardo
Teroldego Rotaliano ’15 - De Vescovi Ulzbach
Teroldego Rotaliano Pini ’13 - Roberto Zeni
Trento Brut Rotari Flavio Ris. ’09 - Mezzacorona
Trento Brut Altemasi Graal Ris. ’10 - Cavit
Trento Brut Conte Federico Ris. ’12 - Bossi Fedrigotti
Trento Brut Giulio Ferrari Riserva del Fondatore ’06 - Ferrari
Trento Brut Rosé +4 ’09 - Letrari
Trento Dosaggio Zero Ris. ’12 - Maso Martis
Trento Opera Nature ’11 - Opera
Trento Pas Dosé Balter Ris. ’11 – Nicola Balter

Il Lazio secondo Slow Wine 2018


Ondivago, il nostro Lazio: discontinuo, incerto sul da farsi, contraddittorio, in alcuni casi intelligente, in altri incapace di sfruttare le opportunità, talvolta dilettantesco, magari presuntuoso. Però in movimento, nonostante la fatica di un cammino sempre troppo lento rispetto alla velocità a cui potrebbe e dovrebbe andare. Ma segnali positivi ce ne sono, nonostante l’andamento “ballerino” delle ultime annate, che non sempre sono state foriere di grandi soddisfazioni. È interessante notare come molti passaggi generazionali siano ormai un dato di fatto, anche volendo riferirsi non soltanto a specifiche gestioni aziendali, quanto ad aggiornamenti sui diversi territori, dove spesso convivono numi tutelari della viticoltura locale e baldi giovanotti (anche al femminile!) che hanno ben saputo rimodellare il verbo dei loro predecessori, proponendo vini aggiornati ai tempi, puliti, nitidi, oltre che decisamente rispettosi dei diversi ambiti pedoclimatici.

Ovvio che i produttori senz’anima siano ancora molti, tesi a scimmiottare il vino altrui, a cercare scorciatoie, a lavorare con lieviti selezionati marcanti e con legni che omologano. Però è pur vero che, analizzando più dettagliatamente le diverse realtà, almeno parzialmente ci si può sentire sollevati. Al di là dell’ambito reatino, dove i saliscendi qualitativi sono ancora all’ordine del giorno, i Castelli Romani (quante meraviglie si potrebbero cavare, da quel suolo impareggiabile…) riescono sempre a dire la loro, e in alcuni casi a porsi addirittura con autorità ai vertici regionali; per non dire della Ciociaria e del cesanese, probabilmente il fiore all’occhiello del Lazio per costanza, profondità d’intenti e lungimiranza, e senza voler nulla togliere ai meriti del nord della regione, dove quella indiretta sinergia fra timbri generazionali diversi, poc’anzi elogiata, si tocca decisamente con mano. L’alto Viterbese, di questo si parla, è un po’ un laboratorio a cielo aperto, per quanto concerne l’enologia laziale: sia per il recupero dei migliori vitigni autoctoni, sia per l’approccio collaudato alle varietà internazionali. Ancora, l’Agro Pontino, che dalle paludi della bonifica fascista, risalenti a un centinaio d’anni fa, è divenuto oggi una quinta teatrale fatta di entusiasmo, sperimentazione, orgoglio, coerenza e ottimistica testardaggine. Oltretutto è interessante notare come ci sia fermento anche nel cercare strade nuove: chi spumantizza, chi lascia appassire le uve, chi vinifica in bianco quelle rosse, chi vendemmia di notte, chi fa criomacerazione, chi fa maturare sulle fecce fini, chi non filtra, chi fa troppo e chi troppo poco.


Qualche fisiologico ricambio in guida, anche quest’anno: ma l’impianto consolidato è quello, i paletti sono ben fissati nel terreno, e la filosofia sposata da molti vignaioli si sta dimostrando quella giusta. Ne seguiremo gli sviluppi: con testa, narici e papille già tese all’edizione 2019.

VINO SLOW
Cesanese di Olevano Romano Sup. Silene 2015, Damiano Ciolli
Brut Kius 2014, Marco Carpineti
Latour a Civitella 2015, Sergio Mottura

VINO QUOTIDIANO

Olivella 2013, Casale della Ioria
Frascati Sup. 2016, Casale Marchese
Frascati 496 2016, De Sanctis
Propizio 2016, Donato Giangirolami
Cesanese del Piglio Velobra 2015, Giovanni Terenzi
Cesanese di Olevano Romano 2015, Proietti
Orvieto Miadimia 2016, Tenuta La Pazzaglia
Procanico 2016, Trappolini

Torna “Il Grande Verdicchio”, serie di approfondimenti dedicati al più importante dei vini bianchi dell’Italia Centrale

All’interno del ricco programma della 80esima edizione della Sagra dell’Uva, da venerdì 29 settembre a domenica 1 ottobre, anche tre appuntamenti per discutere delle peculiarità del Verdicchio dei Castelli di Jesi della zona di Cupramontana con i produttori del territorio e con alcuni dei più attenti giornalisti del vino italiani.


Un percorso fatto di storia e di diversi stili produttivi. È così che si potrebbero sintetizzare i tre appuntamenti che anche quest’anno caratterizzeranno “Il Grande Verdicchio”, approfondimento che dal 2011 accompagna la Sagra dell’Uva di Cupramontana. Una serie di incontri che ormai fanno parte della sua tradizione e che nel corso degli anni hanno permesso ai partecipanti di toccare con mano le peculiarità dei prodotti di un territorio unico nel panorama dei vini bianchi italiani. 

Giovedì 28 settembre, in un momento di anteprima, verrà presentata la Strada del Gusto di Cupramontana, l’associazione che vede raggruppate le aziende vitivinicole della zona. Un appuntamento per raccontare il lavoro portato avanti fino a oggi e durante il quale presentare alcune delle iniziative previste per il futuro. A seguire una degustazione dei vini del territorio cuprense in compagnia di Pierpaolo Rastelli del Gambero Rosso e Francesco Quercetti di Slow Wine. 

Venerdì 29 settembre il primo dei due laboratori previsti. Fabio Pracchia, redattore della guida Slow Wine, andrà alla scoperta di alcune vecchie bottiglie di Verdicchio di Cupramontana. Una degustazione pensata per approfondire non solo le potenzialità in termini evolutivi dei vini di una zona conosciuta come “Capitale del Verdicchio” fin dal 1939 ma anche per riflettere sull’espressività del territorio cuprense con il passare del tempo. 

Sabato 30 settembre Monica Coluccia e Alessio Pietrobattista, anche tra gli autori della guida “99 Maison di Champagne”, approfondiranno una delle tipologie meno conosciute ma più attuali della zona, quella degli spumanti. Un laboratorio dedicato al mondo dei metodo classico con particolare attenzione a quelli prodotti nella zona di Cupramontana in un interessante confronto con altri spumanti a base di verdicchio e non solo. 

Tutti gli appuntamenti si terranno presso Enocupra, spazio all’interno del MIG - Musei in Grotta di Cupramontana. Un’area ricavata nelle Grotte del Convento di Santa Caterina oggi gestita proprio da La Strada del Gusto di Cupramontana e nata per valorizzare le produzioni vitivinicole del territorio, oggi attrezzata per accogliere i visitatori di Cupramontana e per far assaggiare loro un grande numero di vini in un affascinante e completo percorso di degustazione. 

La partecipazione alla presentazione del giovedì è gratuita fino a esaurimento dei posti disponibili. I laboratori del venerdì e del sabato sono a numero chiuso con prenotazione da effettuarsi entro mercoledì 27 settembre. Il loro costo è di 10 euro (oltre al biglietto d’ingresso alla Sagra dell’uva), da versare all’inizio di ogni serata. 

Per informazioni e prenotazioni: jacopocossater@gmail.com.

Lazio - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

Un proverbio di origine latina recita "nessuna nuova, buona nuova". Forse non sempre è così. Prendiamo la situazione della produzione vinicola del Lazio. Da un paio d'anni non individuiamo delle vere novità di qualità. Sicuramente sarà colpa nostra, che non riusciamo a scovare le pepite ancora nascoste, ma forse il problema è anche della produzione vitivinicola regionale, che non sembra riuscire a trovare nuovo slancio.
In questo contesto è interessante vedere in che direzione si muove il movimento bianchista, circa i due terzi della produzione regionale. La zona numericamente più importante è quella dei Castelli Romani e soprattutto del Frascati, dove nonostante la volontà dichiarata di migliorare la qualità, i risultati sono per ora poco significativi. Torna a conquistare i Tre Bicchieri l'Eremo Tuscolano di Mario Masini, che ci sembra stia mantenendo la promessa di diventare un riferimento stilistico per la denominazione; per il resto non solo non abbiamo visto nuovi Frascati di alto livello, ma anche aziende importanti e conosciute non sono riuscite a dare la dovuta continuità qualitativa alle loro etichette. Nel Sud della regione torna in primo piano l'isola di Ponza con la sua Biancolella, ormai una presenza fissa alle nostre finali con i vini delle aziende Migliaccio e Casale del Giglio, che torna ai Tre Bicchieri con il suo Faro della Guardia, mentre, anche senza ottenere allori, i vini da bellone stanno confermando un notevole potenziale. Al nord è sempre più protagonista il Grechetto: nonostante non siano arrivati altri riconoscimenti oltre a quello assegnato al Poggio della Costa di Sergio Mottura - un'azienda che costituisce il vero esempio da seguire per far crescere il distretto vinicolo della Tuscia - sempre più cantine fanno sentire la loro voce, proponendo dei Grechetto di grande qualità e riconoscibilità territoriale.

Sul fronte dei rossi, continuiamo ad attendere la sperata esplosione del Cesanese, che sia del Piglio, di Affile o di Olevano Romano. Quest'anno nessun Tre Bicchieri per questo vitigno e per i suoi territori, i cui produttori di qualità restano quelli di qualche anno fa con, almeno apparentemente, gli stessi problemi: la difficoltà di trovare la quadra tra autenticità e piacevolezza, quella di dare lustro a una reputazione ancora poco brillante e la produzione limitata di alcune interessanti etichette. Vedremo la strada che prenderanno queste denominazioni nei prossimi anni. Una strada originale e per ora solitaria la sta invece tracciando Emanuele Pangrazi con i suoi Habemus, Tre Bicchieri confermati per l'Etichetta Bianca, tra le poche graditissime novità di questi ultimi anni. Per chiudere con i premiati, le aziende che anno dopo anno si confermano ai vertici: la Falesco, che oggi divenuta Falesco - Famiglia Cotarella, con il sempiterno Montiano, Poggio Le Volpi, quest'anno con il Baccarossa, e la Tenuta di Fiorano, che conferma la qualità assoluta del Fiorano Rosso.

Baccarossa 2015 - Poggio Le Volpi
Biancolella Faro della Guardia 2016 - Casale del Giglio
Fiorano Rosso 2012 - Tenuta di Fiorano
Frascati Sup. Eremo Tuscolano 2016 - Valle Vermiglia 
Habemus 2015 San Giovenale 
Montiano 2015 Falesco - Famiglia Cotarella
Poggio della Costa 2016 - Sergio Mottura

Il Friuli Venezia Giulia secondo Slow Wine 2018

Le visite alle aziende e le degustazioni condotte in regione – intendendo con ciò non solo il Friuli Venezia Giulia ma anche la Primoska, ovvero il territorio sloveno confinante composto dai quattro distretti vitivinicoli: Brda, Vipavska Dolina, Kras e Slovenska Istra – ci hanno dato parecchi spunti di riflessione.

Il primo è la semplice constatazione della qualità complessiva dei vini dell’annata 2016, in cui non è possibile fare generalizzazioni vista la difformità di comportamento delle principali varietà coltivate: in generale si è comportato bene il friulano, non così invece sauvignon e chardonnay.
L’altra riflessione è più complessa, e necessariamente ne introduce altre ancora: ci siamo accorti di quanto stia cambiando, negli ultimi tempi, il colore dei vini friulani.
Non ne facciamo una questione cromatico-enologica – prima andavano i famosi “bianchi carta” oggi invece si privilegiano tinte più gialle e dorate; prima i vini rossi erano scuri e neri ora invece si va più cauti nell’estrazione delle sostanze coloranti – ma piuttosto una considerazione su come sta mutando la mappa enografica della regione, che ha conosciuto negli ultimi due decenni un cambiamento che sorprende per dinamica e velocità: aldilà dell’immagine storica “Friuli = terra di vini bianchi”, la realtà oggi dice che ormai più dell’80% della superficie vitata regionale è dedicata alle uve a bacca bianca, mentre le rosse sono diventate residuali.
Una situazione sorprendente se si considera che solo 15 anni fa in Friuli c’era un sostanziale equilibrio tra uve bianche e rosse; e andando ancora più indietro nel tempo – negli anni Ottanta e Novanta – si registrava in regione addirittura una prevalenza delle uve a bacca scura e conseguentemente dei vini rossi.
Ad articolare ancora di più il quadro cromatico sono poi arrivati, già da qualche tempo, gli orange wines (che noi però preferiamo chiamare vini macerati, in quanto prodotti con macerazioni più o meno lunghe delle uve bianche) che nei numeri tra poco contenderanno ai rossi il posto di seconda tipologia assaggiata: su questi c’è da annotare che mai come quest’anno abbiamo rilevato una crescita decisa di qualità, con vini impeccabili esenti da tante imperfezioni del passato, segno che la non facile tecnica della macerazione sulle bucce sta maturando positivamente nel dna di molti vignaioli friulani e sloveni.
Ma in fondo la trasformazione più profonda del tessuto produttivo regionale (in questo caso i territori sloveni sono quasi esenti) è generata dalla distesa di glera – atta a diventare Prosecco – che ha invaso, e continua in maniera inarrestabile a invadere, le campagne del Basso Friuli. Questo ha comportato un altro sensibile cambiamento delle tipologie dei vini friulani: se solo 10 anni fa si contavano sulle dita di una mano le etichette di buone “bollicine” prodotte in regione – la storica Ribolla Gialla di Collavini, il Brut di Dorigo e le prime etichette di Pittaro – oggi invece almeno il 25% del vino prodotto in Friuli è frizzante o spumante.
Una cosa che non si era mai vista, una rivoluzione che sovverte ogni tradizione vinicola, che cambia sostanzialmente l’immagine e la realtà della regione: siamo dubbiosi verso quale direzione…
E ora le etichette segnalate con un riconoscimento in Slow Wine 2018.

VINO SLOW
Brda Malvazija 2012, Klinec
Brda Rebula 2013, Kabaj
Collio Bianco 2016, Edi Keber
Collio Friulano 2012, La Castellada
Collio Friulano Clivi Brazan 2015, I Clivi
FCO Bianco Sacrisassi 2015, Le Due Terre
FCO Chardonnay 2015, Meroi
FCO Chardonnay Ronco Pitotti 2015, Vignai da Duline
FCO Friulano Ris. 2015, Ronco Severo
FCO Riesling AT 2014, Aquila del Torre
FCO Sauvignon Peri 2016, Ronco del Gnemiz
Gredič 2016, Movia
Kai 2013, Evangelos Paraschos
Ograde 2015, Skerk
Reddo 2015, Burja
Ri-né Blanc 2015, Simon di Brazzan
Ribolla 2009, Gravner
Ribolla Gialla 2013, Damijan Podversic
Teran 2015, Marko Fon
Vipavska Dolina Rebula 2015, Guerila
Vis Uvae 2013, Il Carpino
Vitovska 2014, Skerlj
Vitovska 2015, Stemberger
Vitovska Kamen 2015, Zidarich

GRANDE VINO
Bianco Bezga Lune 2015, Milič
Brežanka 2013, Rado Kocjančič
Carso Malvasia Dileo 2016, Castelvecchio
Collio Bianco 2016, Colle Duga
Collio Friulano 2016, Franco Toros
Collio Friulano Rolat 2016, Dario Raccaro
Collio Sauvignon Selezione 2015, Ronchi Rò
Dut´Un 2014, Vie di Romans
FCO Chardonnay S. Elena 2015, Petrussa
FCO Friulano 2016, Pizzulin
FCO Friulano Vigne Cinquant’anni 2015, Le Vigne di Zamò
FCO Sauvignon Zuc di Volpe 2016, Volpe Pasini
Pinot Noir Opoka 2013, Marjan Simčič
Vintage Tunina 2015, Jermann
Vipavska Dolina Bela Planta 2015, Štokelj

VINO QUOTIDIANO
FCO Cabernet Franc 2016, Flavio Pontoni
FCO Friulano 2016, Marinig
FCO Friulano 2016, Visintini
FCO Friulano 2016, Zorzettig
Friuli Annia Friulano 2016, Bortolusso
Friuli Aquileia Malvasia 2016, Mulino delle Tolle
Friuli Aquileia Pinot Bianco Poc ma Bon 2016, Tarlao
Friuli Friulano Toh! 2016, Di Lenardo
Friuli Grave Sauvignon 2016, Vistorta
Friuli Isonzo Friulano Corte Marie 2016, Thomas Kitzmüller

L'Icewine del Canada: istruzioni per l'uso

Il mio ultimo viaggio in Canada mi ha permesso di imparare moltissimo sul vino di questa splendida nazione che, a livello enologico, può vantare un prodotto di assoluta eccellenza: l'Icewine.


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Sardegna - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

È doveroso segnalare prima di tutto che quest'anno siamo arrivati a un numero record di aziende assaggiate (intorno a un centinaio) per circa 600 vini. È il risultato di un fenomeno regionale iniziato qualche anno fa. Molti giovani decidono di intraprendere la strada dell'agricoltura e della vitivinicoltura (e questo è un dato molto positivo), allo stesso modo alcuni vignaioli conferitori delle cantine sociali decidono di mettersi in proprio e iniziano a produrre le prime etichette. In tutto ciò entra in scena l'aspetto qualitativo. Sì, perché la strada intrapresa dalle nuove realtà è quella di produrre vini molto territoriali, rispettosi delle varietà tradizionali e ottenuti con procedure moderne, ma per nulla invasive e che dunque non vanno a scapito della tipicità.
Il risultato è chiaro se si osservano i numerosi vini che entrano in Guida, a prescindere dal punteggio ottenuto, a testimoniare le diverse etichette assolutamente consigliabili. Aggiungiamo inoltre che le ultime annate sono state calde ma non eccessivamente e la qualità delle uve in tante zone dell'Isola è stata ottimale. I territori sotto osservazione sono diversi e le soddisfazioni arrivano dalla Gallura per i rossi (i bianchi si sono affermati da tempo), da Usini, grande zona per Vermentino e Cagnulari, passando per il centro Sardegna con Oristano, Mandrolisai, Barbagia e Ogliastra (queste ultime grandi zone per il cannonau). Al Sud Serdiana si rivela un grande paese del vino con ben quattro aziende presenti in Guida, mentre il Sulcis è sempre una garanzia. Salgono sul gradino più alto del podio quattro Vermentino e quattro Cannonau, a confermare il prestigio delle due varietà più presenti nell'Isola: Il Tuvaoes di Cherchi e il Costarenas di Masone Mannu sono vere e proprie novità, ottime performance anche per Siddura e Pala.

Tra i bianchi non ottenuti da vermentino, la particolare Cuvée di Torbato firmata Sella & Mosca è tra i vini che hanno convinto di più. I Cannonau premiati arrivano da diverse zone, a partire da Mamoiada (grande territorio per l'uva rossa) passando per la Gallura e Serdiana, al Sud. Cantina Giba è, invece, nuovamente protagonista col rosso sulcitano ottenuto da uve carignano. Concludiamo con due vini da meditazione premiati, diversissimi tra loro per varietà, territorio da cui nascono e vinificazione, ma accomunati da assoluta bontà: sia il Latinia di Santadi sia la Vernaccia di Oristano Jughissa sono tra le migliori versioni di sempre.


I vini della Sardegna premiati con Tre Bicchieri

Alghero Torbato Terre Bianche Cuvée 161 ’16 - Tenute Sella & Mosca
Cannonau di Sardegna Barrosu Franzisca Ris. ’14- Giovanni Montisci
Cannonau di Sardegna Mamuthone ’15 - Giuseppe Sedilesu
Cannonau di Sardegna Senes Ris. ’13 - Argiolas
Cannonau di Sardegna Sincaru Ris.’ 14 - Vigne Surrau
Carignano del Sulcis 6Mura ’12 - Cantina Giba
Latinia ’11 - Cantina di Santadi
Vermentino di Gallura Sup. Costarenas ’16 - Masone Mannu
Vermentino di Gallura Sup. Maìa’ 15 - Siddùra
Vermentino di Sardegna Stellato ’16 - Pala
Vermentino di Sardegna Tuvaoes ’16 - Giovanni Maria Cherchi
Vernaccia di Oristano Sup. Jughissa ’08 - Cantina Sociale della Vernaccia

L'Emilia Romagna secondo Slow Wine 2018

Una media annua di quasi 9 milioni di ettolitri di vino prodotti da oltre 22.000 aziende viticole (dati Coldiretti): sono questi i numeri di una regione decisamente “generosa”, che ci piace pensare suddivisa in quattro aree vitivinicole: i colli piacentini, le terre dei Lambruschi, i colli bolognesi e la Romagna. Ogni zona è caratterizzata dalla prevalenza di vitigni autoctoni diversi, che danno origine a differenti tipologie di vino.

L’ingente produzione di vini frizzanti è un’antica tradizione emiliana, nata probabilmente per compensare una cucina consistente e grassa. Il dato che ci pare interessante rilevare riguarda il costante aumento di produttori che abbandonano la presa di spuma in autoclave (metodo Charmat) per privilegiare la rifermentazione in bottiglia, metodo artigianale del passato: questa tendenza ha portato a un progressivo incremento di vini con un buon timbro territoriale, molto differenziati tra loro a seconda della zona di produzione.
Sui colli piacentini annotiamo con piacere la comparsa di tanti buoni Gutturnio, freschi e croccanti, che rendono piacevolissima la beva, accompagnati da straordinarie interpretazioni della Malvasia di Candia, ritrovabili anche nelle vicine provincie di Parma e Reggio Emilia.
Il Lambrusco si fa chiamare non solo indistintamente per nome ma sempre più spesso obbligatoriamente associando il cognome, facendo conoscere al plurale la sua vera identità: il (Lambrusco di) Sorbara, il Salamino, il Grasparossa, il Maestri… Dopo la decisiva affermazione, iniziata più di 10 anni fa, delle grandi cantine private, oggi sono sempre di più i piccoli produttori a stupire, mostrandosi capaci di compiere vinificazioni meno legate ad abitudini o personalismi ma rispecchiando alti canoni qualitativi.
La Romagna persegue con sempre maggiore determinazione la valorizzazione delle specificità delle singole sottozone del Sangiovese: la drastica riduzione delle concentrazioni e degli eccessivi affinamenti in barrique ci riporta finalmente sulle tavole dei Romagna Sangiovese – Superiori o Riserve – da bere e non da contemplare, ricchi di piacevolezza e di quella schietta immediatezza che rispecchia il carattere dei romagnoli.
Dopo 31 anni dall’istituzione della Docg Albana di Romagna – primo vino bianco in Italia ad avvalersene – la Romagna ha finalmente smesso di mascherare le singolari caratteristiche del vitigno, anche grazie a tecniche inusuali di vinificazione (macerazione con le bucce, vinificazioni in anfore di terracotta, ecc.): è cresciuto così imperiosamente, di anno in anno, il numero di vini veramente buoni che ricevono i nostri riconoscimenti.
Il prossimo passo che stanno affrontando alcuni (per la verità ancora pochi) viticoltori è il processo di definizione del Trebbiano di Romagna, lavorando in maniera intelligente su un vitigno mai realmente preso in considerazione se non per le enormi produzioni di uva.
Infine un aspetto molto importante, che ci teniamo a sottolineare, e che caratterizza l’intera regione concerne la crescente attenzione all’ambiente, alla conservazione del suolo e al rispetto dell’equilibrio delle piante in vigna. La progressiva diminuzione dell’uso di prodotti sistemici e di diserbanti e l’adozione del regime di agricoltura biologica e biodinamica, pratiche assai diffuse tra i piccoli produttori ma non solo, sono la cifra di percorsi consapevoli e virtuosi verso la sostenibilità ambientale, come testimonia la nuova Chiocciola nel Reggiano conferita a Denny Bini, piccolo produttore dotato di talento, sensibilità e coraggio.

VINO SLOW
Bersot 1933 2015, Gradizzolo – Ognibene
Il Mio Ribelle 2016, Camillo Donati
Lambrusco di Sorbara Radice 2016, Gianfranco Paltrinieri
Lambrusco Fontana dei Boschi 2016, Vittorio Graziano
Malvasia Frizzante Emiliana 2016, Lusenti
Malvasia Levante 90 2016, Denny Bini – Podere Cipolla
MonteRè 2014, Vigne dei Boschi
Pignoletto Frizzante Sui Lieviti 2015, Orsi – Vigneto San Vito
Romagna Albana Fiorile 2016, Fondo San Giuseppe
Romagna Albana Vigna Rocca 2016, Tre Monti
Romagna Sangiovese Longiano Sup. Primo Segno 2015, Villa Venti
Romagna Sangiovese Modigliana I Probi di Papiano Ris. 2014, Villa Papiano
Romagna Sangiovese Sup. Carbognano 2016, Tenuta Carbognano
SabbiaGialla 2016, Cantina San Biagio Vecchio
Sangiovese di Romagna Le Iadi Ris. 2013, Paolo Francesconi

GRANDE VINO
C.P. Vin Santo di Vigoleno  2007, Lusignani
L’Alba e la Pietra 2012, Il Poggiarello
Lambrusco di Modena M. Cl. Rosé 2013, Cantina della Volta
Romagna Albana Codronchio 2015, Fattoria Monticino Rosso
Romagna Sangiovese Bertinoro Ombroso Ris. 2013, Giovanna Madonia

VINO QUOTIDIANO
Gutturnio Frizzante 2016, Marengoni
Gutturnio Frizzante Il Garitto 2016, Casa Benna
Gutturnio Frizzante Rì More 2016, Baraccone
Gutturnio Frizzante Terrafiaba 2016, La Tosa
Gutturnio Sup. Otto 2015, Gualdora
Lambrusco di Sorbara Etichetta Bianca 2016, Zucchi
Lambrusco di Sorbara Falistra 2016, Podere Il Saliceto
Lambrusco di Sorbara Selezione 2016, Francesco Vezzelli
Lambrusco di Sorbara Vecchia Modena Premium M.H. 2016, Cleto Chiarli
Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Canova 2016, Fattoria Moretto
Lambrusco Rosso Viola 2016, Luciano Saetti
Lubigo 2015, Croci Tenuta Vitivinicola
Moscato Dolce 2016, Lamoretti
Reggiano Rosso Pozzoferrato 2016, Storchi
Romagna Sangiovese Predappio Ravaldo 2015, Stefano Berti
Romagna Sangiovese Sup. 2015, Marta Valpiani
Romagna Sangiovese Sup. Colombarone 2015, Tenuta La Viola
Znèstra 2016, Crocizia

Château de Fieuzal - Pessac-Léognan 2012 è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Angelo Peretti

Mi piacciono i Bordeaux e in genere li preferisco con un bel po’ di anni sulle spalle. Però non ho saputo resistere a questo Pessac-Léognan del 2012 di cui avevo letto che non ha pienezze esagerate. 


Il frutto – il cabernet sauvignon si avverte – è davvero nitido, avvincente. Bel vino. Peccato costi un po’, sui 35 euro.