Fattoria di Fèlsina Berardenga Chianti Classico Riserva Rancia 2001


La scorsa settimana assieme al solito gruppo di enostrippati romani abbiamo organizzato una serata a tema sangiovese. Tra i vari vini degustati, due o tre hanno meritato il podio del mio cuore. Uno di questi è stato il Chianti Classico Riserva Rancia 2001. Avevo già scritto degli anni '90 di questo vino che, come abbiamo tutti notato in occasione della verticale, invecchia talmente bene che il geriatra dovrebbero chiamarlo più per me che per lui che, man mano che passano gli anni, diventa sempre più elegante, complesso e vivo.

Foto: Andrea Federici
Questa premessa è d'obbligo per capire il motivo per cui, stappando la 2001 (bell'annata da quelle parti), ci siamo trovati di fronte ad un piccolo mostro con le sembianze di un lattante e l'anima di un uomo finemente emancipato.

Il naso è scuro, sfaccettato, cangiante di spunti minerali che ricordano la grafite e il quarzo nero per poi intersercarsi in sensazioni di frutti neri di bosco e fiori viola appassiti, terra bagnata. Col tempo, ossigenandosi, il bicchiere tira fuori anche delicato aroma di eucalipto e pepe nero.

Foto: http://attoadivenire.blogspot.com
In bocca mantiene una freschezza intatta, i tannini, finissimi, sono perfettamente integrati nella struttura che non eccede in pesantezze di nessun tipo ma, anzi, sfoggia una progressività ben definita ed una persistenza di classe su ritorni di frutta nera e minerali ferrosi. 

Un Chianti Classico per molti ma non per tutti che, a mio parere, avrà lo stesso grande destino del millesimo 1990. Basta aspettare... 

Ah, segnalo il prezzo di acquisto? 30 euro in enoteca. E ho detto tutto.

Saba gastronomic contest, pronti a partire?

 
Siamo arrivati a 20 Food Blogger, a breve un aggiornamento

Si è da poco concluso l'anniversario del 150° dell'Unità d'Italia: una ricorrenza storica importante, che è stata spunto di tante iniziative, ma se dovessimo dire quali sono i prodotti gastronomici che da nord a sud dello stivale possono unire le varie cucine regionali, voi quali individuereste?
Nella mia esperienza sul "campo" a stretto contatto con i consumatori, un'idea in tal senso me la sono fatta...

Uno degli scopi della gastronomia è quello di poter conservare prodotti stagionali altrimenti deperibili; fra questi c'è sicuramente il mosto dell'uva che se in passato non veniva trasformato in vino, non aveva alcuna possibilità di conservazione.
Fin dall'epoca rinascimentale è testimoniata la produzione di "mosto cotto", una sorta di sciroppo di colore bruno, a causa della percentuale di caramello che si forma durante la cottura, che di solito avveniva in paioli di rame e a fuoco diretto.
La produzione di "mosto cotto" è legata indissolubilmente alla tradizione popolare, dalla quale ha addirittura tratto storie e romanzi, come nel caso de "La neve nel bicchiere" di Nerino Rossi, reso celebre dall'omonimo film di Florestano Vancini. 

Chiamatelo "mosto cotto", "saba", "sapa", "vin cotto", ma sempre dello stesso prodotto stiamo parlando, e la sua produzione è ancora attiva in quasi tutte le regioni italiane, sebbene contestualizzata nell'ambito domestico e nel periodo invernale.
Per tradizione con questo sciroppo si producono dolci molto ghiotti, dai "sabadoni" emiliani, alle "cartellate" pugliesi, ai “mustaccioli” siciliani, ma ci siamo sempre chiesti se questo prodotto antico potesse essere utilizzato nella cucina di oggi in chiave moderna.
Essendo la nostra Azienda molto vicina ai prodotti della nostra terra, abbiamo quindi pensato di istituire il:

1° "Saba gastronomic contest"

Il concorso, riservato ai food blogger, è organizzato dall’Azienda Vitivinicola Mariotti in collaborazione con il Consorzio "Il Gusto di Ferrara"
Ecco il regolamento:
- Il concorso è riservato a 20 food blogger che riceveranno un campione di 100 ml di "La Saba", il mosto cotto dell'Azienda Vitivinicola Mariotti
- La partecipazione è gratuita; ai concorrenti si richiede di realizzare una ricetta che abbia fra gli ingredienti principali "La Saba". 

I partecipanti, che devono avere un blog aggiornato almeno settimanalmente, dovranno seguire la tempistica sotto elencata che prevede la realizzazione di un primo post in cui si testimonierà la propria partecipazione al concorso con esplicito riferimento al presente articolo (link a Percorsi Di Vino e Ma che ti sei Mangiato) e agli organizzatori (Azienda Vitivinicola Mariotti in collaborazione con il Consorzio "Il Gusto di Ferrara"). Successivamente è prevista la redazione di un post nel quale verrà presentata la ricetta, mediante tutti i contenuti multimediali che i concorrenti vorranno utilizzare. 

Lo svolgimento prevede la seguente tempistica:

Dal 6 al 19 febbraio: ricevimento iscrizioni e realizzazione del post di lancio da parte dei concorrenti. Per iscriversi mandare una mail a: info@percorsidivino.com con nome, cognome e Blog.

Dal 20 al 29 febbraio: invio dei campioni

Dal 1 al 31 marzo: realizzazione della ricetta e redazione del post di presentazione della stessa

Dal 1 al 15 aprile: valutazione dei post e riunione della Giuria la cui composizione verrà comunicata entro il 19 febbraio

Dal 16 al 30 aprile: comunicazione del vincitore e invio dei premi:
- Premi: è previsto un unico premio per il vincitore consistente in una cesta di prodotti tipici ferraresi offerta dal Consorzio "Il Gusto di Ferrara", partner dell'iniziativa, e materiale promozionale e turistico della Provincia di Ferrara.

Ai partecipanti, inoltre, verrà inviato un banner che testimonierà la loro partecipazione (di cui uno finale personalizzato per il vincitore) e che, a discrezione degli stessi, potrà essere pubblicato sul proprio blog.

Il materiale prodotto sarà a completa disposizione degli Organizzatori, che si riservano di poterlo utilizzare per altre iniziative future.

Il giudizio della Giuria è insindacabile.

I concorrenti, all'atto dell'iscrizione, accettano nella sua totalità il presente regolamento.

Il vino col nome strano si beve meglio?


Dopo aver letto i risultati della ricerca scentifica diretta dalla professoressa Antonia Mantonakis e presentata a "Cool Climate Oenology and Viticulture Institute" consiglierei ad Antinori di chiamarsi Antinorakikos o, che ne so, a Caprai di sostituire il suo nome in bottiglia con Kaprailokkos. Perchè dico questo? Perchè questa ricerca portata avanti dalla Brock University (Canada) ha svelato che il nome del vino può incidere sulla capacità di valutare il prodotto.
Come si è arrivati a tutto ciò?  Il team canadese ha lavorato con alcuni volontari che hanno bevuto lo stesso vino ma credendo di bere due etichette diverse. La prima volta, il vino gli è stato presentato come prodotto della cantina Titakis, nome facile da pronunciare. La seconda volta, la bevanda è arrivata dalla cantina Tselepou, nome greco di tre sillabe dalla pronuncia non facile.
Dopo la degustazione è stata chiesta una valutazione da uno a sette, e il punteggio maggiore è stato ottenuto dal secondo vino, nonostante fosse identico al primo.

 
È interessante come le persone percepiscano le cose - spiega Antonia Mantonakis, autrice dello studio - il suono di un nome sembra poter influenzare le percezioni”. 
E non sarebbe la prima volta che si nota un fenomeno simile, spiega l’esperta: studi precedenti ad esempio hanno dimostrato che più le montagne russe hanno un nome bizzarro e più vengono percepite come pericolose, e lo stesso avviene per gli additivi alimentari e persino per le società finanziarie.

Comunque, a me tutte ste ricerche scientifiche non convincono molto, soprattutto non mi convince la scelta del panel di degustazione.

FONTI: WineNews, NewsFood tramite "What's in a name? A lot when it comes to the wine industry", Brock News,

Sulla critica del vino e sulla "dittatura della democrazia virtuale".


Non si fa in tempo a commentare la triste vicenda che ha visto condannato Gaetano Manti, direttore responsabile delle riviste «Bere» e «Il mio vino», al pagamento di 15.000 euro nei confronti di Paolo Scavino per una "recensione" sopra le righe nei confronti del Barolo Rocche dell’Annunziata Riserva 1997, che Bibenda7 se ne esce stamani con un articolo dove riprende il pensiero di Denis Dubourdieu secondo cui per fare un grande vino c’è bisogno di quattro fattori: vignaioli all’altezza, commercianti capaci di vendere, consumatori che lo vogliano acquistare e critici del vino in grado di valutarlo.  

Il problema è che oggi, per Dubourdieu, tra blogger e social network, chiunque dà il proprio giudizio, anche senza averne la minima competenza, ed il giornalista del vino, complice la crisi della carta stampata, gioca un ruolo sempre più secondario, fin quasi a scomparire, lasciando “solo” il consumatore. 
La salvezza? Passa per una ridefinizione dell’arte della critica che “scongiuri la dittatura di una democrazia virtuale”

Dubourdieu. Fonte: Pignataro wine blog
Ovviamente Bibenda, che fa capo a Ricci, sposa la tesi di Dubourdieu, cioè i consumatori e gli appassionati di vino non hanno il diritto di parlare e, nel caso, di criticare il vino. Solo loro, i giornalisti della carta stampata, gli eletti, possono farlo.

Sapete cosa mi chiedo? Ma non è che vi sta rodendo il culo (scusate per il rodendo) perchè le vostre posizioni di privilegio, i vostri viaggi pagati, le vostre camere in alberghi di lusso, le vostre cene d'elite, si stanno dissolvendo come nebbia al mattino?

Ridicoli!!!

Questa, riporto sempre da Bibenda7, è la versione integrale del pensiero di Dubourdieu:

Pour qu’il y ait de grands vins, il faut, comme le dit si bien Denis Dubourdieu, des vignerons pour produire ces grands vins, des commerçants qui sachent les vendre, des consommateurs qui aient envie de les acheter, et quatrième condition des critiques du vin pour les évaluer, les noter: «Des bloggeurs et des journalistes». Ce n'est pas une fable mais un drame probable en 3 actes et raconté en 10 lignes:
1) D’abord l'apparition d'Internet, des bloggeurs, des réseaux sociaux (tout le monde peut donner son avis, avec ou sans talents, souvent sans expériences et sans expertises, et toujours pour faire son autopromotion!)
2) Puis crise de la presse et en particulier de la presse du vin (moins de 300 journalistes écrivent sur la vigne, sur le vin, sur la gastronomie, en France!) Pas d’argent, pas de moyens, pas d’indépendance, pas d’audace.
3) Et au 3ème et dernier acte, disparition de l’art de la critique du vin... Perdu par la multiplicité des références, des origines, des prix, le consommateur perd confiance et se protège en réduisant ses achats de vins!
Pour éviter le drame, journalistes et éditeurs, du papier ou du numérique, devraient se réunir pour redonner un sens au journalisme du vin, redéfinir l'art de la critique. Enfin, il faudra accepter une certification des acteurs de la critique, de la notation, par une Autorité, sinon les technologies du numérique pourraient imposer la dictature d'une démocratie virtuelle.

Fonte: Bibenda7

L'ES 2010 di Gianfranco Fino valeva l'entrata al SenseOfWine di Luca Maroni


Chi mi conosce sa che non sono un fan appassionato di Luca Maroni, è troppo turgido e linfatico per i miei gusti che, evolvendo, mi portano spesso e volentieri lontano da eventi stile SenseOfWine dove girano più fighetti e fighette in cerca di open bar che seri appassionati di vino. La riprova? Groupon ha messo in vendita centinaia di biglietti per la manifestazione a prezzi popolari per cui, come peraltro ho potuto notare nei bagni del Palazzo dei Congressi, via libera ad orge alcoliche di gruppo con tanto di ragazzine stese sui pavimenti in coma etilico. Ebbravi!


Tutto questo "casino" mondano passa in secondo piano quando arrivi al banco di Gianfranco e Simona Fino che proprio in questi giorni stanno presentando l'annata 2010 del loro ES.
La loro postazione era presa letteralmente d'assalto, i giusti riconoscimenti presi nell'ultimo anno stanno producendo favorevoli effetti anche nei confronti di chi sino ad ora confondeva il primitivo con l'uomo preistorico.
Ero molto curioso di degustare l'annata 2010 perchè, parlando tempo fa con i coniugi Fino, mi avevano anticipato che l'annata dalle loro parti era stata talmente promettente che l'uva che avevano portato in cantina era, a loro giudizio, la migliore di sempre. La curiosità, perciò, era talmente alta che appena noto la bottiglia di ES, facendomi largo tra la folla, chiedo alla gentile Simona di versarmene una bella dose.

Simona Fino
Il rosso rubino trasparente del primitivo è tanto intenso quanto lucente e, mettendo il naso nel bicchiere, capisci da subito che questo è un vino differente dagli altri. La versione 2010 dell'ES ci mostra un profilo olfattivo più austero e "secco" del solito, c'è una profondità diversa in questo millesimo, il punto di partenza dell'esperienza aromatica inizia tra la macchia mediterranea e le spezie orientali per poi portarti laggiù, dove l'orizzonte cromatico della frutta e dei fiori si tinge di rosso luminoso e cangiante come un tramonto d'estate.

Es e Jo
Anche al sorso, sopratutto, ci si rende conto che l'ES 2010 è un vino più maturo nel carattere, i tannini fittissimi e finissimi, la grande spina acida e la sapidità del vino ben equilibrano le morbidezze pronunciate del primitivo che, su uno sfondo di spezie e piante mediterranee, tende a persistere nel palato estatico per diversi minuti senza mai cedere in eccessi da vinone. Ecco, l'ES 2010, nonostante i 16,5% non è un monster wine ma, semplicemente, un grande vino da godersi oggi e nei prossimi venti anni. Non so se sarà la versione migliore di sempre ma, senza dubbio, è un vino che me piace tanto!

Da notare, e meriterebbere un post parte, la presenza al banco dello Jo 2010, negramaro un purezza da vigne ad alberello di oltre 40 anni situate di fronte al Mar Ionio (da qua il nome "Jo"). Questa versione mi è particolarmente piaciuta perchè ha dato vita ad un vino di grande solarità che riporta chi lo beve alla salinità del mare e alla frutta accarezzata dal sole. Palato caldo e morbido con finale di grande lunghezza e sapidità.

Banco di assaggio

Sangiovese Purosangue a Roma: la conferenza stampa tra video e lettere al pubblico


La conferenza stampa di Sangiovese Purosangue ha proposto molti spunti di riflessione. I video qua sotto riportano integralmente quella interessante mattinata romana.




Per chi si stufa a vedere tutti i video, riporto integralmente gli interventi di Stefano Cinelli Colombini e Gian Luca Mazzella.

Intervento di Stefano Cinelli Colombini

Montalcino e i suoi sangiovese rappresentano un caso davvero curioso, qui i miti sono così affascinanti che nessuno si cura davvero della storia e della realtà del territorio. Tutto questo potrebbe andare benissimo, perché le leggende fanno vendere il vino molto di più delle cifre, però c’è un problema; se ci si basa solo sui miti non si riesce a capire quello che accade, è accaduto e accadrà a Montalcino. Per questo penso sia utile dedicare questo intervento ad una breve analisi “multi disciplinare” su Montalcino, mettendo insieme dati noti su storia, economia e enologia. Tutto ciò che cito proviene da materiale ben noto, disponibile in libri e pubblicato varie volte, ma purtroppo in genere è ignorato dagli addetti ai lavori.
Quando e perché nascono le fortune dei vini di Montalcino? Tutto ha inizio dal medioevo e da una strada. Con i mari invasi dai pirati saraceni e le antiche vie romane degradate le alternative per i viaggiatori si erano ridotte a poca cosa; chi voleva andare a Roma doveva per forza usare la Francigena. E la Francigena passava da Montalcino. In più dal XIII° secolo il Comune aveva ottenuto il diritto di porto franco, divenendo così una specie di Duty Free del Medioevo. Ben presto Montalcino scoprì che i milioni di viaggiatori che transitavano sotto le sue mura gradivano molto i suoi vini, e iniziò a farne sempre di più. E con di più intendo davvero tanti, perché dai dati dei catasti e dei censimenti le vigne vanno da duemila ettari a quattromila e cinquecento; tanto per dare un’idea, oggi ce ne sono tremila seicento e produciamo circa venti milioni di bottiglie all’anno. La strada di Roma era la strada per il centro della cristianità, un luogo dove chiunque fosse qualcuno prima o poi doveva andare. Da Carlo Magno in poi ogni imperatore del Sacro Romano Impero ha mangiato nelle nostre taverne e re, nobili, papi, cardinali e personaggi di ogni tipo hanno camminato nelle nostre strade. È la richiesta che crea il prodotto e noi avevamo in casa la migliore clientela d’Europa, gente abituata ai vini più raffinati. Così nacque il Moscadello, che dal seicento verrà progressivamente sostituito da un grande sangiovese in purezza affinato per 4 o 5 anni in botte; il Brunello. Guglielmo III° d’Inghilterra ne importava ogni anno per la mensa reale, come risulta da una corrispondenza datata dal 1688 al 1710. Un libro di viaggi del Conte Pieri del 1790 ne descrive esattamente nome, composizione ampelografica e tempo di affinamento. Dai primi decenni dell’ottocento i Padelletti vendono Brunello con etichette stampate in tipografia, e nel 1875 la Commissione Ampelografica della Provincia di Siena redige la più antica analisi chimico degustativa ufficiale di un Brunello che ci sia pervenuta; si tratta di un Castelgiocondo del 1843, un vino di 32 anni dal colore rosso rubino con 14,2 di alcol, acidità totale 5,1 e estratti secchi di 23,28, dati del tutto in linea con i migliori Brunelli attuali. Nel 1869 Clemente Santi è premiato con medaglia d’argento al Comizio Agrario del Circondario di Montepulciano per un Brunello 1865, nel 1870 Tito Costanti partecipa all’Esposizione Provinciale del 1870 con un Brunello 1865 e nel 1874 la Fattoria dei Barbi ottiene una medaglia d’argento dal Ministero dell’Agricoltura, il primo premio nazionale per un vino di Montalcino. Negli anni tra il 1890 ed il 1910 Paccagnini vince 45 medaglie con i suoi Brunelli in tutta Europa. In questo periodo gli agronomi ilcinesi fanno ricerche fondamentali sul sangiovese, che vanno dalle selezioni clonali dei Biondi Santi al manuale di vinificazione del Brunello di Paccagnini alle ricerche sulle vigne di Anghirelli. Montalcino nel 1900 è la terza città del sud della Toscana dopo Siena ed Arezzo, è un centro vivace che ha nel Brunello la sua punta di diamante.
Ma è nella prima metà del novecento che Montalcino evolve ancora e diviene pioniere; pochi lo sanno, ma è qui che nascono tante idee che sono alla base della moderna commercializzazione e produzione del vino di qualità italiano. Nel 1931 Fattoria dei Barbi inizia a vendere il Brunello per corrispondenza, con una mailing a tutti gli avvocati e medici d’Italia. Negli stessi anni i Biondi Santi iniziano a spedire Brunello in USA ed in vari paesi esteri; interessante una foto del primo camion per gli USA, e la innovativa bottiglia da 0,100 Litri in confezione antiurto per l’invio dei campioni. Nel 1932 una dozzina di aziende di Montalcino partecipano alla prima Mostra Mercato del Vino Tipico d’Italia a Siena e dichiarano una produzione complessiva di 35.000 ettolitri, pari a 4,7 milioni di bottiglie. Nel 1937 il Podestà Giovanni Colombini inaugura la prima Enoteca Pubblica d’Italia nella restaurata Fortezza, e il regolamento obbliga alla vendita dei soli prodotti agricoli confezionati del territorio. Nel 1950 la Fattoria dei Barbi realizza la prima cantina d’Italia sempre aperta ed attrezzata per la degustazione e vendita al pubblico del vino in bottiglia; da quell’anno al 2011 la visitano tre milioni di enoturisti. Commercializzazione diretta e con i metodi più innovativi in Italia e nel mondo, alti prezzi, cura del prodotto e uso di territorio e cantine come veicolo di vendita e di promozione del vino; sono le regole che governano il mercato del vino di qualità, ma qui tutto questo è stato attuato oltre mezzo secolo prima che nel resto d’Italia. Il Brunello in quegli anni è così importante che il grande poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti gli dedica lo slogan della Prima Mostra Mercato dei Vini Tipici Italiani, che si tiene a Siena nel 1931; il Brunello è benzina, nel senso che è il carburante che muove il mondo.
Nel 1964 due eventi traumatici distrussero quasi tutto quanto era stato faticosamente creato. Il primo fu nazionale; venne abolita la mezzadria e le aziende non trovarono le risorse economiche per riconvertirsi a lavorazioni meccanizzate. Il secondo fu locale, ma per noi devastante; venne aperta l’Autostrada del Sole, e all’improvviso da Montalcino non passò più nessuno. Il paese perse improvvisamente quei milioni di transiti all’anno su cui viveva, ed è come se una città portuale si trovasse senza il mare. Basta un dato per dare l’idea della crisi; in dieci anni il Comune perse il 70% della popolazione. Delle Fattorie che avevano fatto la storia del Brunello ne sopravvissero cinque o sei, e a loro si aggiunse qualche decina della neonate aziende a conduzione diretta. Quello è il periodo in cui nasce la stampa del vino in Italia, e chi arrivava qui in quel periodo poteva legittimamente pensare di essere finito in un deserto; fu per questo che molti si si fecero un’idea del tutto falsa del nostro vino, e da qui sono nate molte delle leggende assurde che ora passano per storia. La realtà è che il Brunello ed il Montalcino di oggi nascono da una grande storia, da grandi famiglie e da grandi aziende avevano costruito nei secoli, ma uno tsunami imprevisto ha spazzato via quasi tutto. I fortunati ed i capaci che sono sopravvissuti si sono trovati davanti un’opportunità unica; avevano un grande prodotto già perfettamente evoluto e tanto spazio per crescere.
Servirono dieci anni per riorganizzare il sistema produttivo, ma poi la ripresa fu rapidissima e realizzata con mezzi del tutto inusuali. La prima straordinaria innovazione fu l’integrazione tra produttori, società civile ed istituzioni; senza distinzione di partito, origine sociale e ideali tutti si dettero da fare per il rilancio della comunità. Non c’erano più i viaggiatori verso Roma e così nel 1964, per richiamare gente e consumi, la popolazione si inventò due “Sagra in costume medioevale” con sfilate, gare e soprattutto mangiate e bevute di prodotti tipici; erano le prime del loro genere in Italia, poi moltissimi le copiarono. I sindaci Raffaelli e Bindi si fecero “ambasciatori” del Brunello incoraggiando imprenditori di ogni luogo a venire a Montalcino; nel pieno dei conflitti del sessantotto qui si fecero realizzare senza problemi tutte le cantine, opifici e strutture che servivano, aiutando le imprese in ogni modo possibile. Ma rispettando sempre qualità edilizia e territorio. I viticoltori unirono i loro sforzi sotto l’egida del Consorzio del Brunello, con enormi economie e vantaggi; questo Consorzio è l’unico in Italia da aver rappresentato sempre oltre il 90% della produzione. Negli anni ’70 ed ’80, quelli in cui si è creato il mercato ed il mito mondiale del Brunello, Montalcino è stato un esempio di collaborazione di un intero territorio nello sviluppo. A conferma di un successo ormai consolidato nel 1981 Biondi Santi e Fattoria dei Barbi furono incluse da Wine Spectator tra le 100 aziende più prestigiose del mondo nella prima New York Wine Experience. Due entro le prime 100 del mondo intero!
Altri fattori di successo furono quelli classici, ma qui applicati fino alle ultime conseguenza; l’innovazione di prodotto e di processo. Le innovazioni di prodotto di Montalcino sono state solo due, ma enormi; sono i nostri vini, il Brunello ed il Rosso di Montalcino. In che senso il Brunello è stato un’innovazione di prodotto? Perché è stato il primo vino rosso italiano di alta qualità venduto a milioni di bottiglie su tutti i mercati del mondo, un prodotto che ha creato un segmento di mercato che prima non esisteva. Del Rosso di Montalcino vi parlerà di più e meglio il dott. Tiezzi, che né praticamente il padre, io mi limito a indicare una peculiarità; è stata la prima DOC nata specificamente per drenare gli eccessi di produzione di un altro vino, funzione che ha svolto egregiamente per un quarto di secolo. Le innovazioni di processo a Montalcino sono state innumerevoli, causate da una fertilità imprenditoriale senza pari; dal 1975 al 2000 sono nate da cinque a dieci nuove cantine all’anno, molte delle quali realizzate con la tecnologia più innovativa. Ogni nuova struttura spostava l’asticella della qualità un pochino più in alto. Tutti i migliori enologi d’Italia hanno lavorato qui, e anche questo ha innescato competizione ed interesse nei media. Non possiamo negarci che la continua competizione per la qualità ha portato anche ad eccessi, e che questi eccessi ci sono costati molto cari. Però la salute intrinseca del sistema è stata così forte da permetterci di usare la malattia per crescere; sono salite alla ribalta nuove aziende, altre si sono confermate nella qualità e altre hanno avuto qualche battuta di arresto, ma Montalcino nel suo complesso è sempre e comunque ai vertici dell’enologia italiana. La rinascita dopo la crisi mondiale e Brunellopoli si spiega proprio con la natura peculiare di Montalcino, che ho cercato di far capire in queste poche righe; qui non siamo di fronte ad un qualcosa creato da un singolo genio, che sarebbe morto con lui, né alle iniziative straordinarie di un’azienda leader di mercato, perché qui leader di mercato non ci sono mai stati dato che nessuno in tempi recenti ha mai raggiunto il dieci per cento del venduto totale. Solo noi della Fattoria dei Barbi abbiamo superato questo limite, ma più di quarant’anni fa. Montalcino ed i suoi sangiovesi sono il frutto del lavoro secolare di una collettività che è partita da poche famiglie locali ed ha saputo arricchirsi accogliendo tanti nuovi contributi. Montalcino ha certamente dei grandi protagonisti, ma ne ha così tanti e sempre nuovi che sono un coro. Ed un coro non muore mai.
Per chiudere alcuni dati sul sangiovese a Montalcino. Il Comune ha 3.600 ettari di vigna, di cui sono certamente di sangiovese i circa 2.100 iscritti a Brunello più i 550 iscritti a Rosso di Montalcino. Dei restanti 950 ettari circa 300 sono dichiaratamente sangiovese, che così raggiunge la quota dell’82% dei vigneti di Montalcino. È divertente anche notare un’ulteriore elaborazione del dato; se escludiamo i vigneti delle cinque aziende con più vitigni “non indigeni” la percentuale del sangiovese sale al 97% di media; basta questo dato a spiegare perché il taglio nei DO di Montalcino viene sempre respinto con percentuali bulgare. E questo dato racconta anche con i fatti, e non con le parole, che chi è venuto o ha sempre fatto vigna a Montalcino la ha fatto perché crede nel sangiovese. I rivendicatori delle DO di Montalcino sono 309, di cui 235 iscritti al Consorzio; occorre però tenere conto che quei 235 rappresentano oltre il 95% del Brunello imbottigliato. Come tutte le realtà anche quella di Montalcino presenta mille sfaccettature, io vi ho dato una prospettiva che non pretende di essere la verità ma è un’analisi basata su dati verificati fatta da chi ha vissuto direttamente o tramite i ricordi di famiglia tutta l’avventura del Brunello. La Storia con la S maiuscola è ben altro, ma spero che questa fonte vi possa essere utile.
 

Intervento di Gian Luca Mazzella

Il ruolo Montalcino nell’Italia della denominazione di origine tradita
Seguo il vino da oltre 20 anni, Montalcino da oltre 15 (da quando feci i primi corsi Ais e poi quello di Bordeaux), meno tempo di voi (non tutti diciamo la verità), ma mi sento particolarmente legato ai vostri vini, allo splendido borgo medievale e soprattutto al Sangiovese: che potrei bere ogni giorno, e sottolineo bere non degustare, al contrario di un Nebbiolo non maturo.
Con l’entrata in vigore della nuova legge europea che regolamenta il settore vinicolo, nell’ambito d’una Organizzazione Comune del Mercato (la cosiddetta Ocm), per quasi due anni la Gazzetta Ufficiale ha riportato modifiche di disciplinari, richieste di nuove Docg, o perfino di nuove Doc per intere produzioni regionali. Le richieste di modifica o di riconoscimento sono avvenute appena in tempo per avere l’approvazione d’un semplice comitato nazionale, e non europeo. Rallegriamoci! Abbiamo battuto la Francia per numero di riconoscimenti, oltre 500 (fra Docg Doc e Igt), ma non per la loro riconoscibilità. Giacché in Francia non ammettono il Sangiovese (vitigno italiano più piantano al mondo) nella AOC del Bordeaux o del Borgogna, ma nemmeno delle appellazioni meno note. Ma noi siamo così, ci piacciono i primati di quantità non di qualità vedi i totali della produzione vinicola nazionale e i costi bassi dei vini che esportiamo (rispetto ai Francesi). In questa prospettiva assume un valore rilevante il ruolo di Montalcino come denominazione di origine.
Difatti, la maggior parte delle nostre denominazioni di origine (concetto ormai quasi anacronistico e paradossale) ha ampliato la griglia dei vitigni autorizzati o perfino raccomandati, che era già ampia: ammettendo ovunque vitigni francesi e internazionali. Non parliamo poi delle pratiche enologiche che negli ultimi 20 anni si sono omologate come mai prima nella storia, tanto che nei diversi continenti è possibile ormai riscontrare i medesimi procedimenti coi medesimi vitigni. Ossia medesimi vini. E poi ci mettiamo a disquisire di terroir… ma ormai solo i prezzi e le etichette sono diverse! Non vorrei però generalizzare troppo.
Dunque concentriamoci su un dato: in Italia i vini da monovitigno rappresentano circa il 4% della produzione nazionale: quindi un gruppo che (almeno per ragioni numeriche) deve stare al vertice delle qualità e deve guidare l’eccellenza, specie se annovera vini quali il Barolo o il Brunello. Dato che il Taurasi ha ormai un disciplinare “misto”.
Ebbene negli ultimissimi anni, anziché a un affinamento del vertice della qualità, si è assistito al contrario: non è soltanto la vigna a degradare dalla collina alla pianura… ma anche i disciplinari. Sicché ad esempio nel 2010 si è tentato di cambiare il disciplinare del Barolo, ammettendo vigne con la speciale vocazione di essere esposte a nord. E solo grazie alla tenace opposizione di un singolo produttore e a una sentenza del Tar Lazio, come ho riportato sul quotidiano, oltre a un cambiamento del CDA del consorzio, il Barolo ha mantenuto l’attuale foggia del disciplinare quasi per intero (si è comunque oscuramente ridotta l’acidità minima in un vino fatto con un cultivar che non difetta di acidità).
Tralasciamo poi di riferire tutto quello che è avvenuto a Montalcino, e che continua ad accadere, considerando le ultime dichiarazioni di Antinori e di Cernilli a proposito di un auspicabile cambiamento dei disciplinari (e uso volutamente il plurale disciplinari): e dunque un apertura degli stessi alle altre varietà. Ecco, io sono stato io coinvolto nella vicenda quasi a forza anni fa, dal momento che volevo astenermi da parlare di una frode meramente commerciale (giacché continuavo a scrivere da anni in Europa solo di vini che ritenevo autentici). Però ricevendo alcune interviste in Germani e in Austria, dalle televisioni nazionali, mi accorsi di quanto si ignorasse il Brunello e quanto il vino italiano fosse frainteso: oltre che accusato di essere nocivo alla salute. Allora ero in contatto con uno dei tre più noti quotidiani nazionali che però voleva solo cinque righe a settimana di giallo paglierino con riflessi dorati, e non voleva affatto inchiesta, anche per non spaventare le inserzioni pubblicitarie. Dunque rifiutai la collaborazione e di occuparmi di approfondire una indagine in cui la Procura non voleva dare notizie nemmeno al New York Times.
Ma dopo un anno e mezzo che assistetti a un circo di dichiarazioni false, ben riportate da pubblicazioni di tutto il mondo come Decanter che non ha mai smentito, o pennaioli (ululanti come sirene) prestatisi a confronti da ring in ambiti universitari, senza aver fatto informazione (alcuni hanno poi esaltato i vini che avevano ghigliottinato dopo aver letto il nome sulla Nazione), ebbi lo stimolo di fare chiarezza. La denominazione pareva come abbandonata a è stessa. Allora nasceva il quotidiano per cui lavoro oggi in Italia, e mi chiesero di occuparmi dei due aspetti dell’agroalimentare: il racconto della qualità ma anche quello della froda. Così ho riportato tutti i fatti e nomi e patteggiamenti, e siamo stati l’unico quotidiano o pubblicazione a farlo (e soltanto dopo i patteggiamenti, dunque in controtendenza al giustizialismo becero), peraltro senza prendere querele o denunce, ma anche senza che nessuno dei cosiddetti siti internet o blogger di si azzardasse a riprendere le notizie per timore di fare informazione ed essere querelato.
Ecco tutto questo circo mediatico è segno di una denominazione troppo importante per essere adolescente.
Una denominazione che ha bisogno di uno gruppo unito di produttori con le idee chiare, che non banalizzino concetti e contenuti, che non parlino male l’uno dell’altro, che progettino il futuro della denominazione d’origine del vino italiano più famoso al mondo.
L’inchiesta sul Brunello è stata un forte momento di delusione personale.
Vorrei chiarire il perché con una recente notizia che è passata inosservata, la pubblicazione sull’American Journal of Enology, delle ricerche del prof. Vicenzini, microbiologo dell’Università di Firenze: il Sangiovese di Montalcino è stato finalmente profilato sotto un punto di vista degli antociani, dopo 6 anni di studi fatti con vari metodi di vinificazioni, annate, condizioni e terroir dell’intera Toscana. Si è dimostrato quello che sappiamo tutti, e che si era già dimostrato in occasione delle indagini della Procura di Siena per separare una partita dall’altra di quelle sequestrate: ossia che l’aggiunta di Merlot o Cabernet, anche se minima, altera in maniera evidente il profilo antocianinico del vino. Aggiunge un particolare tipo di antociani che non sono altrimenti presenti in quantità rilevanti nel Sangiovese. Ebbene gli studi del prof. Vicenzini sono oggi scienza, a differenza di quanto è stato affermato e riaffermato fino a qualche mese fa da alcuni produttori, avvocati, da ex direttori del vino di storiche riviste del settore o da altri frequentatori di chiacchiere.
Ecco, appunto qui sta la mia delusione: dapprima mi sento deluso da una comunicazione giullaresca dell’accaduto, poi da buona parte della critica che per due decenni anni ha esaltato Brunelli e Rossi che si è scoperto essere fatti in blend col Merlot dal 1985 (come attestano le schede di massa scoperte dalla Procura di Siena), e non ha saputo non dico fare giornalismo ché quello è un altro mestiere, ma nemmeno ha saputo fare autocritica, scusandosi di non aver capito il Sangiovese e i vini di Montalcino. E anzi in occasione d’un possibile cambiamento del disciplinare del Rosso, ha fatto un bel trenino e si è schierata contro il cambiamento perché faceva salvator patriae, con lo strombettio acritico dei siti internet, senza precisare che per anni è stata lei stessa, critica internazionale più nota, a favorire i vini più colorati e grossi premiandoli col massimo dei riconoscimenti: dunque le frodi e i possibili cambiamenti di disciplinare.
Di conseguenza sono stato un poco deluso anche dai produttori che hanno permesso e favorito questa tipo di comunicazione ipocrita o prezzolata, vantandosi in pubblico (ma lamentandosi in privato) che i loro vini finissero sulle pagine dei periodici accanto a quelli fatti con Lambrusco e Lancellotta (con cui si blenda il Sangiovese in Romagna e del resto anche la selezione clonale del Sangiovese fatta nei decenni precedenti ha portato ad avere cloni di Romagna perfino a Montalcino). Questo è anche un modo di tradire la denominazione. Alimentare un meccanismo perverso che premia la quantità e non la qualità, che favorisce professioni ambigue e stipendia la comunicazione.
Uno dei pochi che allora, in pubblico, ha invocato coerenza e onestà è stato Soldera. Che avrà pure tutti i difetti del mondo, ma di coerenza non manca, anzi ne ha pure troppa essendo caparbio: immaginate che è riuscito far servire nei suoi bicchieri (sapete che Soldera ha concepito dei bicchieri adatti ai suoi vini) i vini di Biondi Santi, tre giorni fa in occasione di una celebrazione tardiva del compleanno deui novant’anni di Franco. Ebbene è paradossale che ad invocare onestà e coerenza sia un produttore parvenu di Treviso che non è spaventato dalle guide o dalla critica, e che arriva ad amare Montalcino e i suoi vini soltanto dopo aver bevuto i grandi vini del mondo . A differenza di molti altri che hanno investito a Montalcino e sono divenuti vittime di taluni enologi. Ma in fondo forse vittime sono anche gli enologi che mancavano di una guida aziendale.
Ecco, per non tradire la denominazione di origine bisogna conoscere anche i grandi vini degli altri, per comprendere meglio le peculiarità dei propri. I vini di Montalcino sono vostri, il disciplinare è vostro, non dei critici o del Consorzio o degli enologi. La denominazione, la terra, i vini sono vostri, come avete saputo dimostrare con rifiuto a un cambiamento del disciplinare: appare comunque assurdo, a un occhio esterno, che ci siano produttori che debbano lottare contro i loro rappresentanti in Consorzio.
Non sono i giornalisti che vi devono aiutare mostrando o celando le magagne, siete voli che dovete evitarle e fare il cosiddetto sistema: solo unendovi strettamente potrete programmare un futuro di qualità, una strategia che permetta un catasto serio, una zonazione conseguente, e un albo dei vigneti che non accetti o induca migrazioni di ettari da territori di diversa vocazione come San’antimo, per poi dover cambiare il disciplinare per giustificarli.
Insomma la strada è ancora lunga, ma è la vostra, ed è comprensibile come il vino italiano più famoso al mondo, il Brunello, rappresenti tutta l’Italia nelle sue eccellenze gastronomiche: l’unicità dell’Italia. Il monovarietale è unico al mondo, un genius loci che racconta e induce a scoprire l’Italia. Sicché temo che dovrete dimostrate ancora di essere in tanti a puntare sul futuro del monovarietale. Occorre frenare le maldicenze fra produttori, che sono di moda in questo paese, e anzi bisogna promuovere meglio tutti assieme i vostri vini persuadendosi che siano fra i più buoni al mondo: questo evento è un buon segno. Ce ne potranno essere molti altri, ognuno di voi ne è responsabile: pensate solo a come sono stati celebrati i quarant’anni del Consorzio, cioè con una degustazione improvvisata e non comunicata. Bastano poche persone, e non servono miliardi, per fare un evento di qualità eccelsa cui si parli nei migliori periodici al mondo, non dimentichiamolo.
È tempo di fare chiarezza, con pubblicazioni e divulgazioni serie (e ricerche), sul vitigno Sangiovese, sui vigneti più vocati che ne permettono la massima espressione e sulle differenze fra di essi, sulla storia di un vino che sin dal Settecento è uno degli unici monovarietali d’Europa (anche se mai del tutto) assieme al Riesling: insomma non fu solo il Principe Abate di Fulda a decidere di piantare un unico cultivàr nel suo vigneto sotto un castello lungo le sponde del Reno.... E se consideriamo che si sente ancora (l’Ais insegna) parlare erroneamente di Sangiovese Grosso…
Bisogna smettere di agire come negli anni 90 quando si è fatto e venduto qualunque cosa. Occorre una pianificazione. Si pensi al Rosso di Montalcino, un vino dalle incredibili potenzialità a un costo contenuto, eppure dai natali infausti:

- Biondi Santi non menzionato tra i soci fondatori del Consorzio in quanto non entrò a far parte del il nascente Consorzio proprio per una disputa sul primo nome del Rosso (Rosso da Vigneti di Brunello), sull’etichetta e sul prezzo che dovevano essere uguali per tutti. Il padre putativo del Brunello rientra solo una decina di anni fa nel Consorzio. E perfino Fattoria dei Barbi, che alla nascita del Consorzio produceva oltre la metà del Brunello totale, non entrò a far parte del Consorzio.
- Soldera, uno degli interpreti più autorevoli di Montalcino, oltre che ricercatore indefesso (sta per piantare anche lui alberello) smise di fare il Rosso nel 1986 in quanto inflazionato e svilito dalle grandi case…
Ecco mi piacerebbe che questo passato ci insegnasse qualcosa, e la denominazione diventasse adulta e consapevole. Insomma un tutt’uno. Voglio concludere con una frase di un noto teologo (mi spiace ma quelli sono i miei studi e vecchio lavoro): in paradiso si va soltanto tutti assieme, all’inferno ognuno ci va per conto suo. Grazie.

Siamo tutti "Mercanti di Vino"


Degustare il vino rigorosamente alla cieca, valutarlo in base al proprio gusto e, subito dopo, fissare il relativo prezzo di acquisto personale. 
Tutto questo e molto di più è "Mercanti di Vino", il wine game ideato da Luca Missori che, attraverso semplici meccanismi, mostra a tutti i partecipanti come la soggettività di un giudizio non influenzato possa (spesso) contrastare con le reali quotazioni di mercato di una data etichetta, magari quella da noi preferita.

Il funzionamento del gioco è abbastanza semplice e si compone delle seguenti fasi:
  • Degustazione alla cieca di ogni bottiglia di vino. In degustazione ce ne erano sei la scorsa volta;
  • Valutazione soggettiva del gradimento e "assoluta" (cioè riferita ai vini degustati in tutta la vita e senza "concorrenza" dei vini tra loro) durante la degustazione;
  • Valutazione soggettiva del gradimento relativo (ovvero dei soli vini degustati quella sera ed in concorrenza tra loro, visto che solo uno può arrivare primo, solo uno secondo, etc.)
  • Valutazione ad asta coperta: i gradimenti dei giocatori vengono da loro tradotti in offerte di prezzo massimo, in busta chiusa (i giocatori non sanno quali bottiglie sono effettivamente in asta e perciò devono fare offerte su tutte quante);
  • Assegnazione di alcune bottiglie ad asta mediante le offerte di cui sopra: dopo l'apertura delle buste, le bottiglie effettivamente in asta, vengono assegnate al miglior offerente;
  • Calcolo dei punteggi e confronto: i risultati raggiunti dai vini nelle tre schede vengono calcolati, confrontati tra loro, e comunicati ai partecipanti. Ovviamente si confronta anche la media delle offerte per ciascun vino con il suo reale prezzo di mercato. 
Le bottiglie portate in degustazione erano le seguenti:
  1. Pinot Noir Bourgogne Rouge Domaine Faively – 2008
  2. Barbaresco “Cascinotta” Angelo Negro – 2007
  3. Syrah “Costa Marina” La Rasenna– 2010
  4. Salice Salentino Riserva Leone De Castris – 2006
  5. Sagrantino di Montefalco “25 anni” Caprai – 2007
  6. Brunello di Montalcino “La Fuga” Tenute Folonari – 2005 
Tovaglietta
    Tra i vari vini in degustazione ho preferito senza dubbio il Barbaresco Negro (esempio tipico di un grande nebbiolo), seguito a grande distanza dal Brunello "La Fuga" (semplice nella sua espressione sangiovesista), dal Sagrantino Caprai 25 Anni (un pupo con evidente nota di legno e smalto di troppo), dal Salice Salentino De Castris (un buon vino quotidiano) mentre il Syrah La Rasenna (corto e senza l'anima che mi aspetto del vitigno) e il Pinot Nero della Borgogna (spremuta di limone in rosso) non mi sono affatto piaciuti. 
    In generale, tra i 21 partecipanti al gioco, questa prima fase ha visto “vincitore” il Brunello di Montalcino che, scrive Luca nel suo sito, ha raccolto un gradimento complessivo superiore al 53%. Seguono poi altri tre vini (Barbaresco “Cascinotta”, Salice Salentino e Sagrantino di Montefalco) con un gradimento molto vicino al primo, tra il 48% ed il 45%, mentre gli ultimi due (Syrah “La Rasenna” ed il Pinot di Faively ) restano molto staccati avendo raccolto, rispettivamente, il 30% ed il 16% delle preferenze.

    La scheda (artigianale) di valutazione
    Nella fase di valutazione relativa, pertanto, le mie preferenze sono state:
    1. Barbaresco "Cascinotta"
    2. Brunello di Montalcino La Fuga
    3. Sagrantino Caprai 25 anni
    4. Salice Salentino De Castris
    5. Pinot Nero Domaine Faively
    6. Syrah La Rasenna
    In generale, i dati ufficiali non hanno mostrato grandi stravolgimenti. I quattro vini di testa rimangono gli stessi, anche se si evidenzia il sorpasso del Barbaresco sul Brunello, mentre in coda il Pinot stenta a raggiungere il quinto posto del Syrah laziale.

    La parte più divertente ed educativa del gioco è stata sicuramente l'asta, ovvero applicare un ipotetico prezzo di acquisto del vino date le valutazioni fatte in precedenza. Io, tirchio come pochi, ho applicato i seguenti importi:
    1. Barbaresco "Cascinotta" Euro 10
    2. Brunello di Montalcino "La Fuga" Euro 6
    3. Sagrantino Caprai "25 anni" Euro 8
    4. Salice Salentino De Castris Euro 5
    5. Syrah La Rasenna Euro 1
    6. Pinot Nero Domaine Faively Euro 5 
    Luca, a livello globale, riporta che in questa fase i vini più prestigiosi (e costosi) sembrano riprendere il comando della classifica: il primo in classifica, infatti, è il Brunello “La Fuga” con un monte offerte pari a 241€; seguito dal Sagrantino di Montefalco “25 anni” a 237€; solo terzo il Barbaresco “Cascinotta”, 218€ e quarto il Salice Salentino di De Castris a 199€. Gli ultimi due rimangono gli stessi di sempre, col Pinot Noir che raccoglie soli 91€ tra 21 offerenti. Apparentemente una sconfitta senza se e senza ma per la Borgogna. Apparentemente....
      Eccomi!
      Le sorprese che il gioco riserva, infatti, non finiscono mai e così capita che l'individualità di ognuno di noi, leggi capacità di spesa e contestualizzazione del vino, è stata talmente influente da stravolgere la classifica.
      Luca, infatti, riferisce che l’offerta più alta pagata, 30€, è stata quella per il Sagrantino di Montefalco “25 anni” di Caprai: chi se l’è aggiudicato, visto il prezzo a scaffale di oltre 60€, ha così “risparmiato” più della metà.

      Segue poi il Barbaresco “Cascinotta” di Negro, per il quale sono stati pagati 20€ (prezzo di mercato 22€) e il Salice Salentino di De Castris aggiudicato ugualmente a 20€ ma con un prezzo a scaffale pari allà metà.
      Il Syrah La Rasenna (che non è stato effettivamente aggiudicato a nessuno) ha realizzato la migliore performance di apprezzamento ottenendo tre offerte di 20, 14 e 10 euro: quadruplo, triplo e doppio del prezzo di mercato pari a 5€.
      Penultimo, per offerta singola, il Brunello di Montalcino “La Fuga” (non aggiudicato a nessuno anch’esso) che ottiene tre offerte massime da 18€, la metà del prezzo in enoteca.

      Le bottiglie in degustazione
      Infine la sorpresa: uno dei giocatori offre e si aggiudica per 16€ il bistrattato Pinot Noir di Borgogna, e questo è all’incirca il suo prezzo di mercato!

      Quindi, ricapitolando, la classifica di “apprezzamentoè guidata dal Syrah La Rasenna (+15€ del prezzo di mercato), seguito dal Salice Salentino (+9€), dal Pinot Noir valutato alla pari (0€) e poi in negativo tutti gli altri: Barbaresco (-2€), Brunello (-18€), Sagrantino (-33€).

      Qua, in sintesi, trovate tutti i risultati della serata.

      Che ne pensate del meccanismo di gioco? Io lo trovo molto utile e didattico, valutare per me il Sagrantino di Caprai come un vino da 8 euro non ha prezzo, per tutto il resto c'è.....Mercanti di Vino.

      Luca Missori

      Fonte: Winemining
      Foto: Davide Tanganelli

      Sangiovese Purosangue a Roma - Secondo giorno


      In attesa del primo seminario di Armando Castagno.

      Ieri sera prima di uscire ho potuto apprezzare il Rosso di Montalcino 2008 di San Lorenzo. Me lo ricordavo già dall'anno scorso come un grande sangiovese e confermo che è un Rosso di razza, galoppante, fresco e progressivo. Bono davvero.

      Stiamo per iniziare il seminario dove, alla cieca, verrà fatto un confronto tra sangiovese e pinot nero.

      Armando ricorda Gambelli leggendo un passo del libro di Carlo Macchi.

      Forte compressiome aromatica, colori simili, buoni tannini, sono i punti di contatto tra i due vitigni.

      In degustazione ci sono due Village e un Grand Cru.

      Piccola grande lezione sulle denominazioni di Borgogna e sulle mancanze nel territorio di Montalcino.

      Iniziamo col primo bicchiere. Al naso bella apertura aromatica, grande respiro, una vocazione aerea molto interessante. Balsamico, sa di felce, piccole bacche di bosco, canfora. In bocca è puro, equilibrato, fresco, proporzionato, elegante. Finale sassoso. Per me un Rosso. Infatti è un Rosso di Montalcino 2009 Le Ragnaie. Grande Riccardo!!


      Secondo vino. Nota leggerissima di ridotto che fa incupire il vino. Richiami di buccia di uva nera, primordiale, poi diventa floreale, minerale, tocchi liquirizia. Bocca dove l'acidità ti attacca subito e non lascia molto spazio al resto. Acidità frena un pò l'apertura e lo sviluppo del vino. Finale abbagliante e "vinaccioloso". Per me Borgogna Village. Infatti è un Gevrey Chambertin V.V. Fourrier 2008.

      Terzo vino. Naso esile,  felce, pietra bagnata, florealità esibita di rose. Bocca sodica, tannino vivo, progressivo. Per me Rosso ma non sicuro.. E' un Borgogna però. Givry Village 2008 Domaine Ragot.

      Quarto vino. Naso che prende il meglio da entrambe i territori. Naso che ti investe di profumi, dalla liquirizia alla menta, incenso pazzesco, terra, viola, iris, glicine. Bocca con una coerenza straordinaria dove l'acidità non è scoperta come il numero 2 ma è perfettamente inserita nella struttura e nella massa aromatica. Per me Grand Cru... Infatti ho preso una fregatura.. E' un Rosso di Montalcino San Giuseppe (Stella di Campalto) 2008. Assaggiato ieri, ottimo, ma non aveva raggiunto ste performace.

      Quinto vino. Naso tridimensionale, intenso, da essenze farmaceutiche, fiori azzurri, incenso, oli essenziali. Sorso di eleganza e di ciccia, lunghissima persistenza rugginosa di grande classe con tutto il resto a fare da contorno. Indecifrabile. A bottiglia scoperta è un Corton Bressandes 2008 Grand Cru Chandon De Briailles. 

      Sesto vino. Coerenza olfattiva che colpisce, naturale, spontaneo, austero. Vino che sembra provenire per una diversa cilindrata da vecchie vigne di sangiovese. E' Rosso di Montalcino 2008 Biondi Santi. Beccato come sangiovese. Le vigne hanno 10 anni.


      Pausa Pranzo in attesa del seminario sulla zonazione a Montalcino.

      Rosso di Montalcino 2002 Cupano: bel sangiovese, le vigne a Sud hanno tenuto meglio l'annata restituendo un Rosso elegante, fine, non di struttura ma assolutamente godibile e bevibile. 

      Rosso di Montalcino 1986 Mastrojanni: sangiovese che si esprime su toni caffettosi, di cacao, terra, arancia amara. In bocca grande vitalità, struttura, è un bell'atleta di 26 anni, nel pieno delle sue performane. Altra grande "vecchia" bottiglia.

      Rosso di Montalcino 1995 Marchesato degli Aleramici: rispetto ai precedenti, vista l'annata, è un pochino esile e magro. Piacevolmente sapido il finale di bocca. 

      Rosso di Montalcino 2009 Il Marroneto: da vigne di Brunello che è stato declassato, rappresenta un esempio di sangiovese austero dal roseo futuro visto il tannino vivo e galoppante. Forse è il primo vino della manifestazione che berrei tra qualche anno. Costo circa 15 euro a scaffale. Ottimo investimento. 

      Manca pochissimo al secondo seminario di Castagno. Otto vini in degustazione espressioni di otto territori diversi della zona di Montalcino.

      Si inizia!

      L'idea è altamente auspicabile è doverosa per una denominazione chiave del nostro sistema vinicolo. Viene presentato Francesco Leanza di Podere Salicutti e Jan Hendrik Erbach di Pian dell'Orino.

      Viene presentato l'areale di Montalcino da un punto di vista geologico. La zonazione non può prescindere dall'altrimetria e dai giochi di vento. A Montalcino esiste, ad esempio, una dorsale che tocca punte di oltre 600 metri (Passo del Lume Spento). 

      Nella parte Nord di Montalcino possiamo trovare molte differenze di altitudine, si passa dai 505 metri di Nacciarello per arrivare ai 138 metri di Vadossi.

      La zona centrale presenta una situazione altimetrica che tende a degradare man mano che ci si avvicina al fiume Ombrone (Pian delle Vigne è a 195 metri). Da notare, in zona centrale, Le Ragnaie di Riccardo Campinoti che ha vigne a 607 metri.

      La parte sud ha le quote più basse della denominazione con quasi 70 metri s.l.m. della zona di S.Angelo Scalo. Ottime aziende nella parte orientale con Poggio di Sotto e Stella di Campalto.
      Questa parte sud è costituita prevalentemente da argille sabbiose.

      Spostandoci verso la parte centrale troviamo matrici di galestri e palomini e arenarie quarzose mentre nella parte nord-orientale, ritroviamo le argille sabbiose.

      Inizia la degustazione. 
      Rosso di Montalcino 2010 Piancornello: vino potente che grida il suo territorio di appartenenza nella sua solarità. Naso di irruenza alcolica giovanile, ricco, materico con tanta frutta sotto spirito e nota di corteccia e spezie. Bocca morbida, potente, c'è tanto di tutto..
      Rosso di Montalcino 2009 Marchesato degli Aleramici: rarefazione aromatica in evidenza figlia di un territorio ben irradiato dal sole. Bocca più a fuoco del naso che mantiene caratteri leggermente empireumaitici. L'acidità tiene su la beva. 
      Rosso di Montalcino 2009 Baricci: vino fedele alla tradizione agricola dell'areale. Toni minerali ed eleganti. Bocca austera, tannino galoppante, molto schietto ma di grande fascino.
      Rosso di Montalcino 2009 Le Potazzine: molto equilibrato, buona serenità espressiva, non ha nulla di sparato, tutto è ben amalgamato. Succoso, proporzionato in bocca, grande classico. 
      Rosso di Montalcino 2009 Salvioni: ha il suo punto di forza nella delicatezza tattile e nell'equilibrio. PAI di grande personalità supportata da grande acidità. Vino senza spigoli molto simile al suo Brunello 
      Rosso di Montalcino 2009 Lisini: gioca su elementi di durezza, terrosità e mineralità che conferma il suo carattere austero e "campagnolo", totalmente diverso alla sfericità di Salvioni. Gran bel vino.

      Rosso di Montalcino 2008 Poggio di Sotto: naso splendido, di fiori anche azzurri, ginger, incenso, cera, nota rugginosa e balsamica. Bocca coerente col naso, lineare, equilibrata, lunghissima.  
      Rosso di Montalcino 2009 Podere Salicutti Vigna della Sorgente: da cru dedicato esclusivamente al Rosso di Montalcino. Naso complesso e originale custodito da un filo di riduzione da cui filtra la dotazione minerale di ferro. La potenza alcolica trasfigura il frutto che diventa sotto spirito. Poi terra e fiori amari. Bocca con allungo micidiale, una vera grancassa che spinge da tutte le parti. Persistenza sassosa