InvecchiatIGP : Rivera - Moscato di Trani DOC "Piani di Tufara" 2016


Di Luciano Pignataro

L’anno prossimo la DOC Moscato di Trani compirà mezzo secolo di storia. Si tratta dell’unico marchio europeo dedicato ad un vino dolce che declina l’uva italiana per eccellenza in Puglia, su un territorio che ha per epicentro la bellissima Trani ma che si estende a Nord sino a Cerignola, in Daunia, e a Sud sino a Bitonto, praticamente alle porte di Bari. Un vino che col il passare degli anni diventa affascinante e complesso perché la potenza del vitigno aromatico si dispiega al massimo sino a quando è retta dall’alcol e dall’acidità.


Piani di Tufara è una delle etichette storiche di Rivera, una delle aziende più importanti in Puglia. Avevo la 2016 da un bel po’ di tempo riposta dentro un armadio a riposare al buio e di fronte alla pastiera napoletana di Pasqua ho deciso che era arrivato il momento dello stappo, passati ormai sette anni.


Qualche nota tecnica: l’uva viene raccolta in surmaturazione in genere alla fine di settembre e un quinto prosegue l’appassimento in cassette. Dopo la vinificazione in acciaio, si procede con l’affinamento per circa 3 mesi in barrique di rovere francese di secondo passaggio, poi il vino sosta in una vasca di cemento e infine imbottigliato. Nasce da vigneti su suolo tufaceo che ha ispirato il nome alla etichetta e a bassa resa per ettaro, in genere mai più di 60 quintali.


Avevamo già provato qualche altra vota Piani di Tufara, si è confermato un sorso perfettamente nelle nostre corde a partire dal naso, fine, elegante, con note ancora floreali, cenni balsamici,  rimandi fumé che ritroviamo al palato dove il sorso si distingue per freschezza e leggerezza, non stanca e non è neanche stucchevole. Insomma un vino sicuramente moderno nella sua concezione, che non si lascia andare agli eccessi come spesso accade al Moscato nel Sud.


Questa di Rivera, a nostro giudizio, resta un delle migliori interpretazioni di una denominazione che meriterebbe miglior fortuna e più ampia notorietà vista la passione e la serietà con cui i produttori ci si impegnano. Purtroppo nel Sud il discorso è sempre lo stesso: grandi individualità, rete scarsa e reciproca fiducia quasi nulla e i tanti pensano ancora che basti un buon prodotto per affermarsi. Ma oggi non è il caso di disquisire, bensì di berci tranquilli il nostro Piani di Tufara in modo rilassante e appagante.

Borgo diVino in tour ritorna con la terza edizione

 

Una costante e inarrestabile crescita per Borgo diVino in tour, l’evento itinerante dedicato alla promozione turistica e alle degustazioni delle migliori etichette enologiche territoriali e nazionali nel circuito dei Borghi più belli d’Italia.


Dopo le 10 tappe del 2022, Borgo diVino torna con ben
15 appuntamenti da aprile a ottobre 2023 per una terza edizione ancora più ricca e affascinante, in un viaggio all’insegna del Gusto e della Bellezza tra i gioielli della cosiddetta “Italia nascosta”.

Il tour permetterà al pubblico dei wine lovers di conoscere vini e vitigni dei vari territori, le loro storie e caratteristiche dal racconto diretto dei produttori, in contesti di particolare suggestione che regaleranno   un’esperienza senza dubbio indimenticabile.

Numerose le cantine provenienti da tutta Italia, per una proposta che si preannuncia assai più ricca degli anni passati e che potrà contare su centinaia di etichette, dai vini tipici dei territori a produzioni di nicchia come vini in anfora, macerati e rifermentati, vera e propria tendenza enologica degli ultimi anni. 

Ad accompagnare le degustazioni, verrà allestita anche un’area gastronomica dove il pubblico potrà deliziarsi con piatti tipici locali e altre specialità dei Borghi più belli d’Italia.

L’iniziativa, promossa dall’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”, è organizzata da Valica, la prima tourist marketing company italiana, in collaborazione con il Consorzio Ecce Italia. Sponsor ufficiali del ciclo di eventi sono Enel e Poste Italiane. Il Regionale di Trenitalia è Official Green Carrier del tour.

Le date dell’edizione 2023

Dopo il successo dello scorso anno, con oltre 30.000 visitatori e più di 300 cantine provenienti da tutta Italia, Borgo diVino è pronto a raggiungere ben 15 Borghi in altrettante regioni italiane.

Si parte dal Friuli Venezia Giulia con Valvasone Arzene (Friuli-Venezia Giulia) che ospiterà la prima tappa di Borgo diVino dal 21 al 23 aprile; a seguire Egna (Alto Adige, 30 aprile e 1 maggio), Neive (Piemonte, 12-14 maggio), San Giorgio di Valpolicella (Veneto, 19-21 maggio), Città Sant’Angelo (Abruzzo, 2-4 giugno), Montaione (Toscana, dal 9-11 Giugno), Altomonte (Calabria, 23-25 Giugno), Cisternino (Puglia, 30 giugno - 2 luglio), Borgo Santa Caterina (Lombardia, 7- 9 luglio), Grottammare (Marche, 21-23 luglio), Albori-Vietri sul Mare (Campania, 28-30 luglio), Oratino (Molise, 1-3 settembre), Nemi (Lazio, 8-10 settembre), Brisighella (Emilia Romagna, 6-8 ottobre) e infine Spello (Umbria,  13-15 ottobre).

Gli eventi

Ogni evento si svolgerà dal venerdì alla domenica (ad eccezione di Egna, calendarizzato su due giorni) in orari variabili a seconda della stagione.

All’interno di ciascun borgo ospitante verrà tracciato un percorso di degustazione che toccherà i luoghi di maggiore interesse turistico, con stand dedicati alle cantine e un originale percorso formativo sul mondo del vino, raccontato in circa 20 pannelli espositivi.

Uno spazio importante sarà riservato anche all’esperienza gastronomica, con proposte street food e piatti della tradizione locale. Un’area, in particolare, sarà dedicata alle produzioni tipiche del territorio con alcune delle specialità gastronomiche dei Borghi più belli d’Italia. L’iniziativa rientra nell’ambito del “MIB – Mercato Italiano dei Borghi”, progetto in cooperazione istituzionale tra l’Associazione “I Borghi più belli d’Italia” e “BMTI – Borsa Merci Telematica Italiana”, finalizzato alla valorizzazione delle produzioni tipiche e di qualità dei territori annessi all’Associazione.

Inoltre, ogni evento potrà proporre contenuti ad hoc per la promozione dell’offerta turistica del luogo ospitante. Obiettivo di Borgo diVino in tour, infatti, è sin dall’inizio quello di contribuire ad incentivare l’indotto economico dei territori ospitanti, “generando nuove opportunità per le destinazioni e diventando amplificatore di realtà belle da scoprire e buone da gustare”, come sottolinea Luca Cotichini di Valica.

Attraverso la degustazione di vini e di prodotti tipici particolari – dichiara Fiorello Primi, Presidente dell’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”Borgo diVino si propone di valorizzare i territori e il lavoro dei sapienti agricoltori e degli artigiani che sono una delle colonne portanti dell’economia nazionale. La Bellezza dei Borghi e la Bontà dei prodotti sono una grande opportunità che si offre ai viaggiatori interessati a scoprire tipicità e cultura in luoghi dove il fascino dell'antico si sposa perfettamente con la contemporaneità. Un’occasione unica nel suo genere, che vale la pena sfruttare per passare un fine settimana all'insegna del buon vivere, del buon bere e del buon mangiare”.

“L’obiettivo del tour – conclude Luca Cotichini, Marketing Manager di Valica e ideatore di Borgo diVino – vuole essere proprio la promozione turistica ed enogastronomica e il suo consolidamento.  Puntiamo a crescere e a far crescere gli splenditi territori, che sono poi i veri protagonisti di Borgo diVino in tour, trasformandoli in una sorta di polo fieristico diffuso. Nel 2022 abbiamo raddoppiato le tappe e quest’anno tocchiamo altre 5 regioni; per il 2024 ci proponiamo di coprire tutto il territorio nazionale da Nord a Sud”.

Ticket degustazione

Borgo diVino è un appuntamento aperto a tutti. 

Per la degustazione dei vini, è necessario acquistare alle casse un voucher del costo di €18 che dà diritto a 8 degustazioni a scelta. Assieme al voucher verrà consegnato un kit composto da sacchetta e calice degustazione. È possibile acquistare i kit degustazione online sul sito www.borgodivino.it (alla pagina-evento di ciascuna tappa) o direttamente in loco.

È possibile acquistare online oppure sul posto anche i Ticket Food e il biglietto d’ingresso per le Masterclass (ove previste).

I promotori

L’Associazione “I Borghi più belli d’Italia” è nata nel 2001 in seno alla Consulta del Turismo dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), con l’obiettivo di valorizzare il grande patrimonio di storia, arte, cultura, ambiente e tradizioni presente nei piccoli centri italiani che sono, per la grande parte, emarginati dai flussi del turismo di massa. Ne fanno parte ad oggi 348 Comuni, espressione dell’Italia più autentica in quanto custodi di atmosfere, profumi e sapori capaci di elevare “la tipicità” a un modello di vita da “gustare” con tutti i sensi.

Gli organizzatori

Valica è la prima società in Italia per “suggerimenti” turistici ed enogastronomici. Un vero Travel & Food data developer, con oltre 60 siti che compongono un network di 10 milioni di utenti unici, 25 milioni di pagine viste ogni mese, 4 milioni di follower sui social e 4,5 milioni di contatti diretti. Da 15 anni Valica è in continua espansione, in termini di business e di relazioni e si propone come “tourism market company” leader sul mercato italiano.

Ecce Italia nasce nel 2013 come Rete delle aziende operanti nel circuito dei Borghi più belli d’Italia per valorizzare il patrimonio produttivo ed enogastronomico di questi territori. Opera con il marchio I Borghi più belli d’Italia per la creazione di nuove opportunità commerciali e di visibilità a favore di piccole e medie aziende dei Borghi – le cui produzioni sono sinonimo di qualità, tradizione, sostenibilità ambientale e cultura dei territori – e in ambito enogastronomico per la promozione delle cucine tipiche dei Borghi.

Per informazioni e acquisto voucher, è possibile consultare il sito ufficiale https://www.borgodivino.it/ oppure rivolgersi ai seguenti contatti:

·       Valica: Alessandra Panza- alessandra.panza@valica.it – 349 597 1079

·       Ecce Italia: Anna Lisa Serafini - info@ecceitalia.com – 349 2851522

Tenuta Scuotto - Taurasi DOCG 2017


di Luciano Pignataro

Scuotto e Lapio sono famosi per il Fiano, ma il paese rientra nella DOCG Taurasi e questo del difficile 2017 è di una eleganza assoluta, fine, piacevole. 


La sua vera forza? Essere veramente gastronomico!

Luigi Moio e il suo Vigna Quintodecimo 2018


di Luciano Pignataro

Gli anniversari sono sempre un momento topico per i bilanci, soprattutto quando siamo in presenza di numeri tondi come il trentennale del Taurasi che coincide con il ventennale di Quintodecimo.
Siamo di fronte ad un vero e proprio gioiello vitivinicolo, con la cantina narrata millemila volte nei dettagli che ho visto nascere sia su carta, quando la disegnò un giovanissimo Luigi Moio in occasione della sua tesi di laurea, sia materialmente quando furono poste le prime pietre quando, assieme a mia moglie, visitai il sito durante una bellissima domenica pomeriggio di tanti anni fa.
Il bilancio di 30 anni è presto fatto, dopo Mastroberardino, intendo sia Antonio che Piero, Luigi Moio è il personaggio che più di tutti ha contribuito alla diffusione del Taurasi in Italia e nel Mondo.


Vigna Quintodecimo nasce proprio attorno alla cantina, è un cru a 450 metri di altezza. Questi i nudi dati tecnici spiegati da Luigi in persona:"il suolo è costituito da rocce argillose espandibili, molto ricche in calcare. la vigna, a 420 metri di altitudine con una pendenza del 25% ed esposizione nord/ovest, è coltivata a controspalliera con potatura a cordone speronato ed ha una densità di impianto di 5.000 ceppi per ettaro”.


Il tema è un altro: il Taurasi di Luigi è in perfetta controtendenza rispetto alla maggioranza delle etichette in circolazione, va in direzione della bevibilità, il tannino setoso e piacevole, lunghissimo al palato. Il suo Taurasi, e anche quello del 2008 di Antoine Gaita, mi hanno letteralmente illuminato da un lato perché sono sulla scia delle etichette di Madtroberardino che non ha mai ceduto alla moda della surmaturazione, della concentrazione e dell’uso smodato del legno.


No, il Vigna Quintodecimo ha come elemento centrale il frutto, il chicco dell’Aglianico, lavorato singolarmente con una pignoleria maniacale in cantina lungo la pista rossa distinta da quella dei bianchi anche sul piano visivo. Ecco, dunque, che Vigna Quintodecimo 2018 è sicuramente un vino che può vivere decine di anni ma che, al tempo stesso, è anche buono da bere subito grazie alla perfetta maturazione dei grappoli. La vera ossessione di Luigi che inizia il suo progetto di vino sempre dalla terra, non appartiene alla schiera degli enologi che correggono i danni fatti in campagna ma che li esaltano. Perfetta maturazione significa nè troppo e né poco, ma, appunto, perfetta. Come un uomo al massimo della sua espressione vitale, anche tenendo conto che ogni età ha il suo fascino. Così è anche per l’uva, dipende sempre cosa si vuole.


Lo scopo di Luigi Moio è stato quello di avere un Taurasi leggibile anche da chi beve Bordeaux, chiaro e cristallino nella sua pulizia, ampio nella sua profondità, lungo e in piena capacità evolutiva nel corso del tempo. Ricordo le stupide polemiche sollevate dai neopauperisti sul prezzo che non tenevano conto che era in realtà il prezzo di un Aoc di Borgogna che pagavano senza fiatare, meno di un Sassicaia che per quanto buonissimo, non ha la storia secolare del Taurasi ma solo un moderno ed efficace storytelling.

A tutto dire, il rapporto qualità prezzo è tutto a favore, ancora oggi, di chi compra e non di chi vende.

A me dispiace sempre aprirne una bottiglia perché sono un po’ tirchio su questo versante, penso sempre che si sia un momento migliore. Ma una comitiva di amici raccolta a Pasquetta a casa, una meravigliosa genovese napoletana (che non è pasta e cipolle), la competenza di chi poteva apprezzarla mi ha spinto allo stappo.
In questo trentennale mi auguro che il Taurasi sia la festa di tutti e questo calice fatto da un amico a cui mi lega un profondo sentimento di stima, non può che esserne l’augurio migliore.

InvecchiatIGP: Le Berne - Vino Nobile di Montepulciano 2001


di Carlo Macchi

Egisto Natalini, che fondò l’azienda Le Berne nei lontani anni ’60 assieme al figlio Giuliano, era ormai anziano e camminava lungo la strada di Cervognano un po’ ingobbito dagli anni e dai lavori agricoli. Si ferma accanto a lui una autovettura. Era guidata dall’allora titolare di una cantina a Montepulciano, famoso per essere anche proprietario di un gruppo alimentare molto importante e di una squadra di calcio di Serie A. Si era perso e così apre il finestrino e chiede a Egisto “Scusi, qual è la strada per Corte alla Flora. Sa, mi sbaglio sempre.” Egisto lo guarda e gli dice “Se l’avesse zappate tutte queste colline, la strada la saprebbe!”


Andrea mi raccontò questa storiella ridacchiando ma sotto sotto era orgoglioso del nonno, che assieme al padre Giuliano gli hanno tramandato la rustica e semplice filosofia del bravo vignaiolo, che Andrea porta avanti con vini concreti, schietti, che poco concedono alle mode.


Questo Nobile di Montepulciano 2001 si era perso nella mia cantina in una zona piuttosto umida e l’etichetta lo dimostra. Avevo quasi paura ad aprirlo e infatti il tappo si è spezzato a metà e ho dovuto fare varie operazioni per toglierlo senza sbriciolarlo. Non vi nascondo che con un’etichetta e un tappo del genere ero titubante a versare il vino nel bicchiere. Lo verso e il colore, ambrato con unghia aranciata, mi sembra il terzo indizio che fa una prova. Poi però penso che il colore in un sangiovese di 22 anni dovrebbe essere più o meno quello e così metto il bicchiere sotto il naso e le cose cambiano, non di poco.


All’inizio è cupo, concentrato, con china, liquirizia, noci, carrube e sentore balsamico di sottofondo. Poi esce una nota di erbe officinali, buon legno e poi il motore del maturo sangiovese di razza entra in moto, con note di fiori secchi, timo, maggiorana. Montano sempre più le sensazioni balsamiche ma comunque su note austere, come l’annata importante prescrive. Dopo un’ora che è nel bicchiere la nota balsamica è affiancata da una sensazione di frutta matura che rende il tutto ancora più complesso, piacevole ma con un sottofondo di freschezza ancor più accentuata. Altro che vino vecchio!


In bocca freschezza, tannicità ancora viva e un po’ rustica ti accompagnano con equilibrata armonia al lungo finale, che lascia la bocca pulita con un tono sapido, aumentando così la soddisfazione del sorso. Sinceramente, con questa pienezza, freschezza e importanza non si pensa ad un vino base ma ad una Riserva. Questo è il bello dei piccoli-grandi vini: se fatti bene hanno l’equilibrio per dare grandi soddisfazioni nel tempo, che spesso quelli più concentrati e impegnativi promettono ma non portano a compimento.  Un vino figlio dell’annata e di un modo classico di fare Nobile di Montepulciano che dovrebbe avere più seguaci. Un grazie ad Andrea per aver prodotto un “vino base” che potrà dire la sua per altri anni e un grazie anche alla vendemmia 2001, sicuramente se non la prima, la seconda grande annata del nuovo secolo.

Panizzi - San Gimignano Pinot Nero 2020


di Carlo Macchi

Si Vabbè, Pinot Nero a San Gimignano.” L’ho pensato io e lo penseranno tutti, tutti quelli che non hanno assaggiato il 2020 di Panizzi, che profuma di frutta di bosco e in bocca ha il giusto tannino accennato del vitigno. 


Non siamo in Borgogna ma su un pinot nero elegante, gastronomico, sorprendente!

Col Fondo Agricolo, un modo antico ma moderno per bere Prosecco


di Carlo Macchi

Quando iniziai a sentir parlare di ColFondo Agricolo (https://colfondoagricolo.it/) la cosa mi fece quasi sorridere e nello stesso tempo mi riportò indietro nel tempo. Il sorriso era per il termine “agricolo” che sembrava quasi velleitario in un mondo dove milioni e milioni di bottiglie di prosecco, in diversi casi prodotte con costi agricoli e tempi enologici molto ristretti, dettano legge. 


Il ricordo era quello di mio suocero che imbottigliava la sua poca glera dalle colline di Tarzo, sopra a Conegliano, ottenendo bottiglie col fondo una diversa dall’altra ma quasi tutte molto buone. Per lui, nato a Conegliano e diplomato alla diplomato alla Scuola Enologica, fare il Rifermentato in bottiglia (non lo chiamava ColFondo) era una tradizione. E come lui la pensavano e la pensano in tanti, anche adesso che il termine prosecco è conosciuto dal Tibet alla Terra del Fuoco.


Naturalmente la pensano così anche i giovani produttori del trevigiano che nel 2016 iniziano a dar forma all’idea per dare importanza ad un vino che non è certamente al primo posto tra gli scopi dei tre grandi consorzi di tutela che regolano il nome Prosecco. Così viene creata un’associazione e registrato un marchio e piano piano prende piede un disciplinare interno in dieci punti a cui tutti gli aderenti devono attenersi.


Ma che tipo di vino è il ColFondo Agricolo? Da un punto di vista tecnico è un vino frizzante, cioè sotto alle 2.5 atmosfere, prodotto con Glera e altre uve autoctone del trevigiano (Perera, Verdiso, Bianchetta, Boschera, Rabbiosa) fino a un massimo del 30%. Forse la cosa più importante è che, al contrario del Prosecco, non ha praticamente zuccheri residui, perché la fermentazione in bottiglia li azzera.
In epoca di vini cosiddetti naturali vedere un ColFondo Agricolo servito torbido può far pensare a vini imperfetti tecnicamente, ma le sospensioni sono solo il logico risultato della fermentazione in bottiglia. Invece è proprio l’opposto: una delle regole base è infatti che i vini devono essere in primo luogo netti, ben fatti e solo dopo si passa alle caratteristiche: più o meno eleganti, freschi o strutturati ma comunque ognuno VERAMENTE diverso dall’altro.


Altra regola importante è che sono vini non da bersi subito. Non per niente il loro disciplinare recita “Imbottiglia da marzo a giugno dell’anno successivo alla vendemmia e mettilo nel mercato l’anno successivo all’imbottigliamento.”. Considerate che i vini che ci hanno dato per la degustazione per la nostra guida, che pubblicheremo tra qualche giorno, sono del 2021, 2020 e 2019. Come capite sono tutte regole che nel mondo del moderno Prosecco DOC o DOCG sono spiazzanti ma in realtà mostrano un grande coraggio e una voglia di distinguersi. La dimostrazione che sono ragazzi coraggiosi è che per fare il Col fondo Agricolo devono declassare uve atte a vini DOC o DOCG a Colli Trevigiani IGT.
Ultime regole importanti sono l’uso del tappo corona e una fascetta sopra il tappo che cambia d colore ogni anno, con su scritta l’annata


Insomma come si poteva resistere al richiamo di un vino così particolare, antico ma moderno, che gira le spalle alla DOCG e si incammina verso una strada seguita nel passato ma oggi da riaprire? Così ho concordato una visita in zona e due degustazioni, una per capire realmente la tipologia e una per valutarli e confrontarli uno per uno, in degustazione bendata. Ho potuto così incontrare una parte dei giovani produttori del ColFondo Agricolo (tutti FIVI) e capire che la loro non è una voglia di distinguersi dal punto di vista commerciale (tutti producono altri vini del territorio come Prosecco DOCG, Asolo o Conegliano Valdobbiadene) ma il modo per dare una valenza alla glera che si stava stemperando e perdendo. C’è rispetto del passato e voglia di un futuro diverso per questo territorio nelle bottiglie di Col fondo Agricolo.


Vi faccio un esempio terra terra, girando per i locali del trevigiano ho visto che le persone anziane non bevono Prosecco ma vini frizzanti, magari ColFondo, perché la minor pressione del vino lo rende più digeribile. Questo è solo un esempio per far capire quanto questa tipologia di vino sia radicata in questo territorio. Un territorio che, specie sulle colline di Valdobbiadene ti lascia a bocca aperta.


Ma adesso la bocca la devo chiudere perché si entra in degustazione: ne ho degustati 17 dell’ultima annata in commercio, la 2021, ma se volete nomi e cognomi ve li farò dopo l’assaggio più completo di quasi 40 etichette spalmate su tre anni. Per adesso posso dirvi che sono vini molto diversi tra loro, un range di degustazione complesso e profondo che varia in verticale e in orizzontale, nel senso che varia per zona, annata, azienda. Al naso si passa dai classici aromi di frutta bianca ai fiori, a note più profonde e terrose, fino ai lieviti e alla crosta di pane, classica degli champenois maturi, per arrivare anche a note che ricordano le birre weiss. In bocca c’è freschezza accompagnata in molti vini da sapidità e anche da un lunghezza e grassezza importante.


Il fatto che siano secchi non li rende scomposti e solo in pochissimi casi ho trovato qualche durezza o spigolo . la media qualitativa è comunque alta ma le quantità prodotte sono indubbiamente basse e non potranno che crescere: con 17 produttori di Col fondo Agricolo non arriviamo nemmeno a 200.000 bottiglie totali. Se fossi in voi una di queste 200.000 l’assaggerei. Ci risentiamo comunque tra qualche giorno per le valutazioni dei singoli vini.

Miele e Vino: un legame storico riportato alla luce da Apicoltura Pacienza


Da ben tre generazioni la Famiglia Pacienza si occupa con successo di apicoltura. Ad oggi sono i fratelli Luciano e Angelo, papà Michele e prima di lui suo padre. Una storia di famiglia che proprio quest’anno compie 20 anni dall’apertura, in pianta stabile, dell’azienda ad Altomonte, in provincia di Cosenza, nel Parco Nazionale del Pollino ed è proprio nella zona circostante che avviene la produzione di miele con una tecnica di apicoltura nomade:

Le api vengono spostate fisicamente su un particolare tipo di fioritura” spiega Luciano

Il miele è sempre stato il loro unico mondo fino a quando non hanno pensato ad un modo divertente per far conoscere i loro prodotti alle fiere e alle degustazioni, coinvolgendo attivamente i clienti: realizzare una bevanda a base di vino e miele. L’idea è nata traendo ispirazione da tradizioni antichissime risalenti all’epoca greco-romana. All’epoca, infatti, il miele veniva abbinato al vino dando vita ad una bevanda unica nel suo genere (Ippocrasso, noto anche come Mulsum). Nel 2006 arriva così il loro primissimo e personale esperimento, un approccio moderno ad una tecnica antica che inizia a riscuotere un enorme successo tra i tanti clienti che alle degustazioni si apprestavano a sorseggiare questa bevanda. Se inizialmente la degustazione era finalizzata ad apprezzare più che altro i frutti dell’apicoltura firmata Pacienza, qualcosa nel tempo è cambiato, fino a maturare l’idea di imbottigliare questa nuova bevanda e metterla in vendita. Il punto di partenza è stato l’Elysium: un vino rosso con marcati sentori di cannella. Un sapore forte e speziato grazie alle note del miele di castagno. Un vino pieno, corposo e audace. È stata però Diana, compagna di Luciano, a pensare al mondo femminile e ai suoi gusti. Nasce così, poco dopo, l’Elixir, un vino bianco con miele di acacia, una texture delicata e sentori floreali e freschi.

I fratelli Pacienza

Se il vino utilizzato per l’Elysium è Calabrese, Magliocco e Castiglione, per l’Elixir è 100% Malvasia bianca. Tutte uve calabresi e interamente biologiche che danno vita ad un vino corposo e morbido poiché non sottoposto alla seconda fermentazione. Ideale sia in purezza che in abbinamento a formaggi per esaltarne il gusto. Interessante anche la sua versatilità che lo rende bevibile in ogni circostanza, anche da cocktail. Il suo gusto dolce, infatti, lo rende un validissimo sostituto del Vermouth e quindi protagonista principale anche del mondo della mixology.


L’impiego delle bevande di Apicoltura Pacienza apre un ampio ventaglio di possibilità all'uso di questi prodotti nella mixology attuale. I vantaggi sono molteplici, la parte zuccherina data dal miele ha un’influenza diversa sul palato ed è capace di toccare percezioni gustative differenti rispetto alla normale gamma. Con l’utilizzo di Elixir, che ha una dolcezza più accentuata e una freschezza data dall'uso di vino bianco, è possibile "giocare" con i sapori. 


Abbinare la bevanda ad altri prodotti liquorosi come un amaro o un digestivo permette al palato di chi beve di sperimentare un ottimo contrasto creato dalle varie erbe degli amari insieme alla dolcezza del miele d'acacia, ricordando il procedimento già collaudato in cocktail come il celebre Hanky Panky.

Drink ideato con la bevanda Elysium - Bee Honest

Bartender Luis Enrique, bar manager di Quartino Enoteca a Roma

Ingredienti

60 ml Whiskey Scotch Blend

15 ml Campari

30 ml Elysium

15 ml Succo di Lime

10 ml sciroppo di zucchero

Tecnica: Stir & strain

Bicchiere: coppa Martini o Coppetta Nick & Nora

Garnish: una scorza di arancia e scorza di limone.


Bee Honest tocca queste note gustative apparentemente divergenti, l'amaro e l'erbaceo del Campari insieme alla dolcezza del miele e alla freschezza del vino lasciano sul palato un contrasto particolare che normalmente si cercherebbe con infusioni o preparazioni più complesse, lasciando quindi più spazio ad altri ingredienti per esaltare e stupire il palato di appassionati e neofiti, con sensazioni e sapori capaci di risvegliare sensi in maniera del tutto inaspettata.


L’utilizzo di Elixir ed Elysium nella mixology contemporanea è un nuovo ed ulteriore modo per conoscere questi prodotti, andando ad incuriosire e coinvolgere palati curiosi ed interessati alla degustazione. E’ possibile acquistare i prodotti Pacienza con un solo click tramite lo shop online sul loro sito internet o degustarli direttamente tramite i vari eventi di incontro con il produttore che avverranno a Roma in diverse enoteche della città.

Enoteca Astemio

Grazie della Famiglia Wu, proprietaria di Astemio, che ha ospitato la presentazione stampa, abbiamo potuto far conoscere le nuove bevande in una cornice che dal 2016 rappresenta, nel quartiere Monti, una realtà di ricerca enologica senza uguali. Nato anche dalla sinergia dello Chef Donato De Palma, la Wine Expert Jacqueline Margaret Capuzzi e Giorgia Onofrei, Astemio è un ambiente intimo che punta da sempre alla ricerca, nel vino e nel cibo. Accoglie una clientela internazionale, ma soprattutto curiosa, appassionata ed esperta. Questo progetto ha dato vita all’Enoteca Quartino, l’altro locale della famiglia Wu, che risponde ad esigenze di un target più giovane, sempre con la cura e l’attenzione che contraddistingue la filosofia enogastronomica dei proprietari.

Le Contrade dell’Etna 2023: 100 aziende e 4 grandi Masterclass


L’appuntamento con “Le Contrade dell’Etna” ha fatto segnare un bel “goal da cento”. Il ricco contenitore di opportunità per discutere, promuovere e rilanciare i vini vulcanici ha sancito, ad oggi, la storica partecipazione di cento cantine tipiche di quest’area, un risultato che si proietta al di là delle aspettative dell’organizzazione cucita su misura dalla società Crew. Una 14esima Edizione che sta richiamando su di sé molta attenzione per la vasta compagine di aziende messe a disposizione su un unico piedistallo da sabato 15 a lunedì 17 aprile nel “Picciolo Etna Golf Resort”, in uno dei borghi più belli d’Italia Castiglione di Sicilia per un indotto variegato di competenze mirate, giornalisti e critici del campo enogastronomico e del turistico, influencer, importatori stranieri, aziende enoiche e la macchina operativa del campo Horeca. La risposta immediata di un parterre incisivo della stampa specializzata che rappresenta tutta Europa e parte del mondo sta impennando la carica di stimoli positivi, l’entusiasmo e le vibrazioni per descrivere la bellezza di questo patrimonio vitivinicolo attraverso le degustazioni analitiche e tecniche ma anche attraverso la narrazione di storie ed aneddoti delle realtà produttive. Da rimarcare il fatto che tante cantine giovani, quindi sorte e insediatesi da un paio d’anni nelle zone etnee, hanno voglia di dare il proprio contributo in questa manifestazione in modo cospicuo, affacciandosi da una finestra che ha un panorama di riferimento globale. In linea con il percorso di divulgazione battuto dall’inventore di “Contrade” Andrea Franchetti, il focus delle masterclass sarà sempre più scandagliato sulla scorta della localizzazione dei vitigni e di tutti i fattori che ne condizionano l’espansione e la produzione.


Grande appuntamento nella giornata di apertura del 15 aprile nei locali del “Picciolo Etna Golf Resort”, con quattro fasi di masterclass riservate a giornalisti, esperti, agenti e importatori del settore: si inizia alle ore 12 con il Versante Est, a seguire, ore 14, i tre Versanti Meridionali (Sud – Est e Sud – Ovest), alle ore 16 il Versante Nord e alle ore 18 si chiude con un Approfondimento del Versante Nord.

A coordinare questa sezione sarà il giornalista e wine writer di “Cronache di Gusto” Federico Latteri, oltre che curatore della nuova “Guida ai Vini dell’Etna” 2023, edita da “Cronache di Gusto”. L’adesione alle masterclass deve svolgersi tramite prenotazione ed accredito (comunicando con i canali dell’Ufficio Stampa e in concomitanza della disponibilità dei posti).

Si prega di notare che dalle ore 10 sempre di sabato 15 ci sarà il lancio di una ricerca sviluppata dall’Ateneo di Palermo (con il mandato di Crew) sulla stima commerciale dei vini del vulcano, che verrà argomentata dal professore Sebastiano Torcivia - una istituzione nel ramo Economia Aziendale.

Domenica 16 aprile, la kermesse si articolerà con una prima tappa dedicata ai “Vini En Primeur” che sarà seguita sempre dalle figure professionali ad hoc ed una seconda tappa che aprirà ai degustatori e al flusso degli avventori appassionati dalle ore 12 alle ore 19. Chi vorrà tuffarsi in questa unica chance di assaggio con un centinaio di cantine di qualità potrà acquistare online i biglietti connettendosi al sito www.lecontradedelletna.com oppure mediante la piattaforma web TicketOne.

Per l’ultima giornata di lunedì 17 aprile, la platea garantita nella tabella di marcia, come da consuetudine, è quella della sezione Horeca e di chi afferisce a questa branca. La Società “Crew”, con il suo team (Sergio Cimmino, Massimo Nicotra e Raffaella Schirò), ringrazia in primis i gruppi imprenditoriali che individuano ne “Le Contrade dell’Etna” un palcoscenico illustre per relazionarsi con una cerchia di professionisti che si mobilitano solo per eventi di pregio e che fungono da cassa di risonanza. I contenuti della manifestazione verranno scanditi dai mezzi media curati dallo staff Crew tramite i social e il sito ufficiale di Contrade www.lecontradedelletna.com.

N.B. Per richiesta di accrediti stampa e altre informazioni potete rivolgervi anche all’indirizzo e-mail della rassegna: press@lecontradedelletna.com. Attivi il sito web www.lecontradedelletna.com e le relative pagine social.  

InvecchiatIGP: Vigneti Massa - Colli Tortonesi Monleale "Bigolla" 2005


di Roberto Giuliani

Vado su per Derthona 2.0, a Tortona, e lui mi dice che avrebbe piacere andassi a trovarlo in cantina, che poi è anche la sua casa, in quel di Monleale. Sto parlando, ma lo avete già capito, di Walter Massa, vignaiolo anarchico e ribelle, che mal sopporta confini e limitazioni; quando è in vena sciorina con grande enfasi i suoi punti di vista e le contraddizioni del mondo del vino. Scherzando, ma non troppo, proprio nei giorni di Derthona 2.0, l’evento dedicato al Timorasso, vitigno a bacca bianca che sta dilagando in mezzo Piemonte, una sera a cena con produttori e giornalisti dichiara “I nostri vini non sono naturali, mettiamo le cose in chiaro, qui nessuno fa vini naturali, noi facciamo vini soprannaturali!”.


Insomma, la mattina prima di ripartire vado a trovarlo in azienda, mi mostra i vigneti che la circondano, mi racconta le novità, poi una visita in cantina e, dulcis in fundo, ci riuniamo a tavola con Valerio Bergamini e Othmar Kiem (Falstaff) per una comparativa tra sughero e tappo a vite. Sì, stesso vino tappato in tre versioni: sughero classico e due diversi tappi a vite, uno a tenuta ermetica (Onyx) e uno con membrana che permette una micro-ossigenazione (Ivory). Il vino era un Derthona classe 2016, quindi sei anni pieni che hanno messo in mostra nel calice tre vini diversi: quello chiuso con il sughero aveva colore oro tendente all’ambra e chiari segni evolutivi e ossidativi, quello con l’Onyx era perfetto, integro, giovanissimo, praticamente con tutti i tratti tipici del timorasso, il vino tappato con l’Ivory aveva mantenuto le espressioni del timorasso ma si presentava più pronto e godibile. In parole povere, se si vuole un lungo invecchiamento bisogna puntare all’Onyx, se si vuole un vino godibile ma con buona capacità evolutiva si deve tappare con Ivory; il sughero rimane un terno al lotto, difficile dopo qualche anno trovare due bottiglie identiche, e questo è un problema.

Gli Svitati!

Così, se da una parte si fa ancora molta resistenza al cambiamento, dall’altra ecco che sbucano “Gli Svitati”, ovvero quel quintetto di storici produttori quali Walter Massa, Franz Haas, Graziano Prà, Silvio Jermann e Mario Pojer (Pojer e Sandri), che seguono la loro strada diritti e cercano di trascinare anche i diffidenti.

Credit: slow food

Prima di partire, Walter mi vuole dare qualche bottiglia dalla cantina, insiste, e io cedo facilmente, soprattutto quando vedo che mi dà anche qualche vecchia annata, come questa 2005 del Bigolla, ovvero Barbera 100%, 35 mesi in barrique. Si parte male, il tappo sembra letteralmente incollato alla bottiglia, corro a prendere il cavatappi in lame d’acciaio e riesco piano piano ad estrarlo. Per fortuna non ha odori sospetti, la parte umida è omogenea e occupa circa 1 cm.


Versato nel calice mostra un colore granato profondo con ricordi rubini, una buona ossigenazione lo ripulisce di una leggera riduzione; accostato al naso non sembra manifestare ossidazioni né evoluzioni spinte, presenta ancora un bel frutto vivo sebbene maturo, si avvertono note terziarie che richiamano il tabacco, la felce, leggerissimo cuoio, accenno a funghi e sottobosco, ma nel complesso non sembra una Barbera di quasi vent’anni. L’assaggio conferma le mie impressioni, c’è ancora una buona vena acida e una materia equilibrata e matura ma viva, non stanca. Il passare dei minuti non fa che ribadire una Barbera profonda, intensa e non all’ultimo stadio della sua evoluzione. Se dovessi darle un’età, direi che non supera i 10 anni. Come sarebbe stata con il tappo a vite?

La Mirandola - Toscana Bianco IGT "Mirandolino" 2022


di Roberto Giuliani

Il bianco de La Mirandolina in quel di Castellina, di cui ho già apprezzato il Chianti Classico, fa la sua figura evidenziando spiccati profumi floreali, di arancia gialla e ciliegia bianca.


Il sorso è intenso e succoso, freschissimo, sapido e dall’indole non solo beverina ma anche mediterranea.

Podere Le Ripi e il Brunello di Montalcino Lupi e Sirene Riserva 2016


di Roberto Giuliani

La storia di Podere Le Ripi è indubbiamente particolare, basti pensare che fino al 1998 quel luogo che domina sul fiume Orcia era composto da 60 ettari di foreste, vigneti e ulivi, ci abitava un pastore, punto.


Un giorno, un fotografo naturalista, che già dal 1984 si era fortemente appassionato del territorio montalcinese, decide che non gli basta più fare il fotografo, vuole fare vino! E lo vuole fare proprio a Podere Le Ripi, a modo suo, secondo la sua visione. Sto parlando di Francesco Illy, che con il suo occhio esperto si è reso conto di avere trovato un territorio incontaminato, con ulivi secolari e fiori e frutti dimenticati, un trionfo di vita di cui la natura si era riappropriata con vigore.


E in un luogo del genere ci volveva rispetto, bisognava garantirne la purezza, il fascino, così da subito si è operato in biologico e biodinamico, tutto è stato fatto tenendo ben presente il minor impatto ambientale possibile; la cantina è stata concepita dopo un attento studio rivolto al passato e costruita con mattoni di argilla e malta di calce, senza uso di cemento, seguendo la sezione aurea e rifacendosi a opere come Stonhenge nello Wiltshire in Inghilterra, il Partenone di Atene e il Palazzo del Segretariato delle Nazioni Unite a New York. Ci ha pensato il figlio Ernesto a progettarla, sette anni di lavoro finito nel 2015, che ha comportato l’utilizzo di 750mila mattoni d’argilla e la sola malta di calce per fissarli, tutti rigorosamente a mano. Solo le fondamenta sono di cemento, imposto dalla legge, ma tutte i fili in ferro sono stati opportunamente isolati, per evitare qualsiasi rischio di campo magnetico. All’interno un’area circolare con una pendenza studiata nei minimi dettagli, in modo da favorire il processo produttivo dall’alto verso il basso. La fermentazione in alto, l’affinamento in basso, per fare in modo che i travasi avvenissero per gravità.


I vigneti sono frutto di sperimentazioni continue, fino all’incredibile Bonsai, il più fitto del mondo con i suoi 62500 ceppi per ettaro, praticamente piante affiancate in continua competizione (solo 40 cm. una dall’altra); lo scopo non era certo quello di ottenere il guinness dei primati, ma spingere le piante a radicarsi in profondità in tempi brevi, invece di dover aspettare decenni, con un’incidenza di mortalità che non ha superato l’8%.


Il parco vigneti occupa 34 a Castelnuovo dell’Abate, dove risiede la cantina, ma ripartito fra il versante sud-est (che è quello storico) e il versante ovest. Il sangiovese si prende oltre 30 ettari, la restante parte è ripartita fra syrah (1 ettaro), trebbiano e malvasia (3 ettari).


Oggi l’azienda è affidata a un team di giovani, molti dei quali lavorano a Podere Le Ripi già da anni: Sebastian Nasello (capo enologo e amministratore delegato), Alessandro Riccò (agronomo), Giulia Barcucci e Chiara Uliano (ospitalità e accoglienza), Felicia Carrara (contabilità), Martina Di Paola (rapporti con i clienti), Matteo Mitch Melfi (esperto di vigna, in particolare del Bonsai), Gabriele Grazi (sales manager), più un’altra decina di ragazzi tutti assolutamente indispensabili.

La Riserva Lupi e Sirene 2016 nasce dal vigneto omonimo, che ha raggiunto i 25 anni di età, allevato ad alberello con una densità di 11000 piante per ettaro, su suolo composto da marna bruna, leggermente alcalina con scheletro granitico. La raccolta è stata effettuata a fine settembre, la fermentazione è spontanea con lieviti indigeni (non potrebbe essere altrimenti!), con la macerazione arriva a 50 giorni in tini di legno aperti. Nella fase iniziale l’80% della fermentazione è accompagnata da rimontaggi aperti, mentre negli ultimi giorni si passa al cappello sommerso.


Il vino matura 36 mesi in botti grandi di rovere e 1 anno in cemento, infine affina in bottiglia per 16 mesi. Dalla 2016 sono state ottenute 15.290 bottiglie di questo cavallo di razza che mi ha fortemente impressionato durante una degustazione in azienda effettuata nel novembre scorso, al punto di convincermi ad acquistarne un esemplare.


Una Riserva davvero superba, figlia di un’annata fra le migliori degli ultimi vent’anni, dal colore rubino luminoso con riflessi granati, di giusta trasparenza; bouquet subito generoso e intenso, dall’impatto boschivo, di macchia mediterranea, che si fonde a una ciliegia di cui sembra già percepibile la succosità, accompagnata da effluvi di timo, arancia rossa, venature ematiche e ferrose, richiami al corbezzolo e alla susina rossa, a tratti anche terroso.


Al gusto ha già un equilibrio invidiabile, un tannino setoso e perfettamente integrato, quella succosità immaginata all’olfatto emerge con prepotenza affiancata da spezie finissime, con delicati accenti pepati e di liquirizia, in un incedere lungo e complesso. Inutile dire che avrà lunga vita, ma quella in mio possesso non credo che arriverà a domani…

InvecchiatIGP: Ferraris “Opera Prima” Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG 2010


Con la mia passione, fortunatamente, ho la possibilità di bere tanti vini che avrebbero diritto ad essere presenti all’interno di questa rubrica per cui, ogni volta, è sempre difficilissimo scegliere quale vino inserire su InvecchiatIGP.


Questa settimana, però, ho avuto nessun dubbio a scrivere di questo Ruchè 2010, sia perché, ammettiamolo, è un vino che trova poco spazio nelle carte di wine bar e ristoranti (almeno a Roma e dintorni), sia perché non mi sarei mai aspettato di trovare un Ruchè di oltre 10 anni in una forma così ancora smagliante.

Luca Ferraris

La colpa, per così dire, è di Luca Ferraris, un vignaiolo del Monferrato a guida dell’azienda di famiglia costruita e fatta crescere con determinazione nel nome della sua grande passione per il Ruchè. Oggi l’azienda si estende per 34 ettari di vigneti di proprietà il cui nucleo originario nasce nel comune di Castagnole Monferrato per poi ampliarsi con altre tre importanti acquisizioni: Vigna del Parroco, Cà Mongròss a Montegrosso d’Asti e Tenuta Santa Chiara a Monastero Bormida.


Opera Prima, il vino oggetto di questo post, nasce da un vigneto a corpo unico chiamato Bricco della Gioia. Situato nel versante sud della dorsale collinare che da Castagnole corre verso Asti, è tra i maggiori dell’intera area di produzione e si caratterizza per un terreno sciolto, ricco di calcare e molto povero così da non portare troppo vigore alle piante di Ruchè.


Storicamente, il primo a credere nelle potenzialità di questa uva fu un parroco di campagna. Il suo nome è, a ragion veduta, entrato nella storia: Don Giacomo Cauda. Classe 1927, arriva a Castagnole Monferrato come parroco nel 1964. All’epoca non conosceva il Ruchè ma venne subito colpito da quell’uva dal sapore gradevole e raffinato, tanto che prova a vinificarla in purezza ed il suo primo esperimento produce ben 28 bottiglioni! Comincia così la sua lunga avventura di prete vignaiolo che regalerà al territorio fama e fortuna tanto che il Ruchè otterrà nel 1987 la DOC. Nel 1993, ormai anziano, cede la proprietà del vigneto ad un suo parrocchiano: Francesco Borgognone che accompagna il Ruchè ad ottenere, nel 2010, la DOCG. Nel 2016 Borgognone divenuto anch’egli anziano, vende la vigna, oggi unico CRU del Ruchè riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura, a Luca Ferraris e, così, il cerchio si chiude.


Se nota è la paternità resta invece avvolta dal mistero la sua origine, come quella del nome. Alcuni ipotizzano una genesi del nome dovuta alla vicinanza dei vigneti ad un convento benedettino dedicato a San Rocco, oggi scomparso, che si doveva trovare nei pressi di Portacomaro o Castagnole Monferrato. Altra ipotesi vede l’arrivo del vitigno, importato durante il XII secolo da monaci cistercensi provenienti dalla Borgogna anche se pare essere tesi smentita da uno studio del 2016 sul DNA del Ruchè che lo apparenta strettamente a due vitigni tipici del nord Italia, la Croatina e la Malvasia aromatica di Parma.


Tornando al vino in questione, Opera Prima è un Ruchè che, come abbiamo detto, nasce dalla vigna Bricco della Gioia la cui annata, 2010, si caratterizza per un buon equilibrio generale senza quei picchi di caldo che contrassegnano questi ultimi anni.


Questo Ruchè, progettato per essere una sintesi tra struttura e piacevolezza, ha ancora un colore ancora rosso rubino, intenso, e nonostante un grado alcolico non certo di poco conto, siamo attorno ai 15 gradi, il quadro olfattivo ha personalità, rigore ma non risente di eccessi o sovrastrutture barocche. Anzi, il naso è finemente speziato di bacche e liquirizia, alloro, erbe medicinali. Poi si arricchisce di sensazioni floreali di viole appassite infine more, confetture e ciliegie. Anche la bocca eccelle: in precisione, equilibrio, armonia e sapore, con fusione tannica e lunghezza di gran valore.


Nota tecnica: la fermentazione avviene in rotofermentatori in acciaio a temperatura controllata per 20-25 giorni, successivamente rimane a contatto con le bucce per altri 20-25 gg secondo la tecnica del “cappello sommerso”. Invecchiamento: 36 mesi in tonneaux di rovere francese da 500 più altri 12 mesi di bottiglia.