Graham's, la leggenda del Porto

Vila Nova de Gaia, appena di fronte alla città di Porto, in inverno ha lo stesso fascino dimesso e un po’ retrò dei barcos rabelo (tipiche imbarcazioni con le quali in passato si trasportava il famoso vino locale) tirati in secca sulle sponde del Duoro. Percorrendo il fiume, una dopo l’altra, si incontrano cantine storiche come Cálem, Noval, Sandeman, Taylor’s, Offley, Ramos Pinto, Cockburn's e, in ultimo, Graham’s. È questa la nostra destinazione finale. Rispetto alle altre cantine si trova su un piccolo promontorio da cui si gode un panorama mozzafiato sul quartiere della Ribeira e sul ponte Dom Luis I, nonostante lo sciame di pullman carichi di enoturisti che girano come trottole tra i vari “Lodges” scaricando ogni anno circa 60.000 persone.

La cantina Graham’s
Graham’s nasce nel lontano 1820 quando i fratelli William e John Graham, scozzesi commercianti tessili, iniziano la produzione di vino nella Valle del Douro dopo esser stati pagati, per un debito insoluto, con 27 barili di Porto. La passione e la loro capacità manageriale fa che nel corso dei decenni e grazie a importanti acquisizioni come Quinta Dos Malvedos (1890), la Graham’s diventi un punto di riferimento assoluto. Al punto che Sir Winston Churchill diventa il loro cliente più affezionato. Dopo 150 anni, nel 1970, la società passa di mano e viene acquisita dalla Symington Family Estates; oggi è condotta da cinque cugini (Paul, Johnny, Rupert, Dominic e Charles) che oltre a Graham’s gestiscono altri marchi storici del Porto come Warre'sDow's,Cockburn's e Quinta do Vesuvio sviluppando, tra i primi, anche alcuni importanti marchi del Douro DOC in collaborazione con la famiglia Pratz di Bordeaux.

Le cantine e i loro tesori
Nonostante Graham’s Lodge, datato 1890, sia stato recentemente ristrutturato, varcare l’interno delle cantine, circondate da muri di granito da mezzo metro che garantiscono temperature costanti, è come calarsi in un universo spazio temporale che porta dietro nel tempo, ci si ritrova a passeggiare tra una quarantina di toneis (botti da 1000 litri) e balseiros (grandi tini di rovere che possono contenere fino a 10.000 di vino) e tra cataste di vecchie pipes(i barili da Porto, se ne contano fino a 2000) che ancora coccolano vini della fine del 19° secolo. La struttura offre una bella esperienza gastronomica con il Vinum, spettacolare ristorate nelle storiche cantine, visibili dietro il vetro. Una cucina studiata per valorizzare al massimo la cantina e forse la migliore vista sulla città.
Dopo essere passati attraverso le cantine private della famiglia Symington, si arriva nella piccola ma deliziosa sala di degustazione privata dove Emiliano Di Renzo, market manager della Graham’s, ci propone una imperdibile degustazione dei loro migliori Porto che per l’occasione ripercorreranno un arco temporale di decine di anni.




La degustazione

Se volete sapere tutto dei Porto degustati andate sul sito del Gambero Rosso e scoprite la bellezza che ci può essere in un bicchiere

Collio Studio di Bianco 2010 - Borgo del Tiglio: l’invenzione del cru - Il VINerdì di Garantito IGP

E’ così, lo dice Nicola Manferrari stesso, lo Studio di Bianco è un vino working progress, poco importa, la versione 2010 è semplicemente splendida, non le manca nulla, tre vitigni che hanno imparato ad amarsi e a dare il meglio, insieme, completandosi perfettamente. 



E poi dicono che in tre…

Pizza Mater, Irish Mater Pub e Fiano Romano fa un salto di qualità - Garantito IGP


Di Roberto Giuliani

Chiunque almeno una volta nella vita abbia percorso l'A1 per Milano partendo da Roma, sa perfettamente che il casello d'ingresso si chiama Roma Nord, che è anche lo svincolo per uscire a Fiano Romano, a soli 26 chilometri partendo dal GRA. Un grande vantaggio per chi ha scelto di comprare casa in questo Comune, che prima della crisi ha visto nascere in pochi anni interi quartieri di villette e piccole palazzine, tanto da arrivare quasi a raddoppiare la sua popolazione, che oggi supera i 15mila abitanti.

Le ragioni per cui vale la pena fare una gita fuori porta sono molte, il centro storico è decisamente caratteristico e piacevole da percorrere a piedi, vanta fra le sue bellezze architettoniche il Castello Ducale Orsini, le Chiese di Santo Stefano Nuovo e di Santa Maria ad Pontem con annesso monastero.

Qui la tradizione gastronomica è rimasta più o meno la stessa, la classica cucina casareccia con i piatti tipici del territorio, senza infamia e senza lode, mancava il locale che puntasse alla massima qualità delle materie prime, accettando anche il rischio di un non facile inserimento in un contesto dove il prezzo basso e la quantità nel piatto sono sempre stati prioritari.


Ci è riuscita Amalia Costantini, fianese doc che, pur provenendo da anni di lavoro in un'azienda tessile, ha sempre avuto il pallino per la buona cucina, una vera e propria passione "rubata" alla nonna paterna, di cui porta il nome, che fin dall'infanzia le preparava leccornie e manicaretti. Ovviamente nessuna improvvisazione, ma ha iniziato a frequentare corsi riconosciuti per diventare chef e pasticciera e, finalmente, grazie al sostegno e all'aiuto economico di sua cognata Michela, il 26 agosto 2015 ha realizzato il suo sogno con Pizza Mater, un locale dove nessuna parola è scritta per caso, ma esprime tutto il vissuto e l'amore di Amalia per la buona cucina, a partire dal nome.

Tutto inizia infatti dal lievito madre, che Amalia custodisce come un figlio, ottenuto semplicemente da tre ingredienti: mela, acqua e farina. Con questa madre ci fa tutto, dalle pizze ai diversi tipi di pane, fino ai cornetti mattinieri rigorosamente con burro (la margarina è bandita). Uno dei principi basilari della sua cucina è quello di sprecare il meno possibile, così con ciò che avanza dalle forme delle pizze si fanno altri prodotti da forno, anche perché fra lievito madre e farine altamente selezionate sarebbe un peccato mortale non farlo.


Pizza Mater è rigorosamente a gestione familiare: con Amalia c'è il marito che si occupa del vino, mentre in sala ci sono figlia e nipote, ma anche ragazzi ben preparati che sanno come far sentire la clientela a proprio agio, mentre in cucina c'è il fondamentale supporto di Ivano, insostituibile alter ego di Amalia. Il principio fondamentale su cui si basa il lavoro di Amalia è la ricerca delle migliori materie prime, a partire dalle farine semi integrali all'uso di olio extravergine di qualità proveniente da aziende della Sabina selezionate, le sue pizze contengono tutti prodotti eccellenti, molti dei quali sono anche presidi Slow Food: il fior di Agerola, il pomodoro Miracolo di San Gennaro, i pomodori Piennolo e di San Marzano, i capperi di Salina, le alici di Cetara, la cipolla di Montoro, il tonno di Locullo, il lardo di Patanegra affinato a Camaiore, le olive taggiasche, il parmigiano reggiano Vacche Rosse, il capocollo di Martina Franca e tante altre specialità.

Amalia sa bene che per fare delle pietanze di questo tipo mantenere i prezzi moderati non è facile, per questa ragione ha impostato il menu in modo da offrire un'ampia scelta con diverse fasce di prezzo. Ad esempio fra gli antipasti potrete scegliere i classici supplì (con ragù e fior di Agerola) a 1,5 euro, se salite a 2 euro potrete provare i supplì Mater, con gusti del tutto particolari a fantasia dello chef, io ho trovato fantastici quelli con ripieno di zucca e speck.

Ci sono anche chicche come la "Patatwister", ovvero uno spiedino con una patata fresca di Avezzano o di Leonessa tagliata a spirale sottile e delicatamente fritta, oppure il classico filetto di baccalà in pastella, le bruschette miste e gli affettati. Per le pizze si può spaziare dalla "Pizza Mater" (fatta con pomodoro San Marzano Dop, cipolla di Montoro e basilico fresco) a soli 5 euro, fino alla stupenda pizza gourmet "La Martina" (il nome è un omaggio all'ingrediente principale ma anche a sua figlia), composta da fior di Agerola, burrata pugliese, capocollo di Martina Franca e olive taggiasche a 17 euro, decisamente ben spesi ve lo assicuro.


A richiesta si fanno anche le pizze con farina integrale (io ne ho provata una pochi giorni fa e l'ho trovata strepitosa), oppure senza glutine.

E ancora: a 6,5 euro si può mangiare la pizza fritta con verdure di stagione o un bel calzone ripieno di cicoria, broccoli, bieta, scarola o quant'altro offre il periodo. Ci sono anche le alternative per vegetariani e vegani: insalatine di stagione con pomodorini, seitan alla piastra scaloppato, mais e noci.

Non vi va la pizza e non siete vegetariani? Nessun problema, arrivano gli hamburger di carne fresca selezionata, oppure il "Patalocco", wurstel di puro suino con patate fritte, altrimenti potete puntare sulla costata o sull'entrecôte. Non manca lo spazio per i dolci, dai tiramisù a vari gusti, alla zuppa inglese e agli straccetti fritti con nutella. Ah, le pizze sono fatte nello stile napoletano, ovvero con il bordo grosso. E da bere? Potete scegliere se puntare alle birre alla spina (spalter pils e winkler) o a qualche buona bottiglia di vino.


E se una sera avete voglia di fare qualcosa di diverso, a fianco c'è l'Irish Mater Pub, ambiente classico e accogliente, dove ovviamente il repertorio di birre si allarga e potrete gustare hamburger e panini vari, sempre preparati con lo stesso lievito madre delle pizze.

Ah! Cosa tutt'altro che secondaria: quando arrivano le opportune ricorrenze, Amalia e Ivano preparano eccellenti colombe pasquali e panettoni, anche in questo caso ho avuto modo di fare una prova con la colomba che vedete in foto, semplicemente superba, con mandorle e canditi di ottima qualità. Fra l'altro all'ingresso trovate il bar con saletta per le colazioni mattutine (provate il loro cornetto integrale, è una bomba!), mentre il pomeriggio potrete sorseggiare tè, tisane o cioccolate calde, accompagnati a biscotti, crostate e dolci tutti fatti in casa; ma un semplice e buon caffè non lo si nega mai!


Per me che ormai a Fiano ci vivo da ben 13 anni, Pizza Mater è stata una felice scoperta, un punto di riferimento anche per i romani che hanno voglia di fare una breve gita fuori porta per mangiare bene in un ambiente confortevole e allegro.
 
Pizza Mater


Via Pier Paolo Pasolini 1 - Fiano Romano (RM)
Tel. 0765-480785
Aperto tutte le sere fino a mezzanotte.
info@pizzamater.it
www.materpizza.it

Sauternes: è vera crisi?

Cosa sta succedendo attorno ai grandi Sauternes?

Foto: www.leaandsandeman.co.uk
Me lo sono chiesto poco tempo fa quando, esaminando i vari annunci di vino in vendita all'interno di un noto forum enogastronomico, ho notato che, rispetto a dieci anni fa, i grandi Sauternes francesi non solo avevano una quotazione quasi dimezzata rispetto al passato ma, soprattutto, anche a quei prezzi fanno fatica ad essere venduti. 

Possibile che un grande Chateau d'Yquem di annata eccezionale non abbia più appeal nel mercato collezionistico italiano? Vabbè, ho pensato, sarà una questione relativa a quel forum dove, rispetto agli anni precedente, girano meno acquirenti collezionisti che probabilmente hanno oggi altri canali di rifornimento. 

Placo la mia curiosità per qualche giorno fino a quando, quasi per caso, imbatto in questo articolo su Wine Searcher il cui titolo è un fortissimo grido d'allarme che rende reali tutte le mie paure: Sauternes – Next Stop, Disaster?

Allora è vero, quanto notato non era un piccolo segnale circoscritto ma una vera e propria tendenza a livello mondiale i cui motivi sono stati scandagliati da James Lawrence, l'autore dell'articolo, che li ha così sintetizzati e che troverete a questo link che vi riporta al mio articolo su Vinix Digest

Colle Santa Mustiola – Poggio ai Chiari 2007 per il VINerdì di Garantito IGP

Si può bere un grandissimo sangiovese anche al di fuori delle zone universalmente considerate vocate? La risposta è sì!


Fabio Cenni produce a Chiusi. Avete capito bene, non Montalcino o Montepulciano ma Chiusi e, per dirla tutta, questo 2007, ultima annata in commercio, certi Brunello proprio non li vede. Ecco, l’ho detto!

Le Macioche e il suo Brunello di Montalcino tra passato, presente e futuro

I momenti più interessanti di Benvenuto Brunello sono sicuramente gli eventi paralleli alla manifestazione che, in genere, si concretizzano in esclusive visite in cantina oppure importanti verticali organizzate ad hoc per alcuni giornalisti. 

Spesso le due attività vanno di pari passo così come è capitato a me quando, assieme alla Stefy, siamo stati invitati presso Le Macioche per scoprire la nuova vita di questa importante aziende ilcinese che è stata acquisita a settembre 2014 da tre giovani imprenditori veronesi, Stefano Brunetto - direttamente coinvolto nella gestione - Massimo Bronzato e Riccardo Caliari


La tenuta vitivinicola, situata nei pressi dalla millenaria Abbazia Romanica di Sant’Antimo, si estende per circa sei ettari - di cui tre a vigneto classificato Brunello - disposti a una quota media di 420 metri s.l.m. orientati a sud-sud/est, per una produzione totale media di 18.000 bottiglie di vino e di 300/500 litri di olio. Importante sottolineare che, dal punto di vista agricolo, Le Macioche è in conversione e dal 2018 sarà bio-certificata.

Incontriamo Stefano e Riccardo in azienda e con loro, prima del classico giro in cantina, ripercorriamo la storia della tenuta che inizia negli anni Ottanta grazie a Matilde Zecca e Achille Mazzocchi, una coppia piena di passione per la terra e per il vino, che nel tempo riesce a creare un prodotto di altissima qualità tanto da farsi subito conoscere da critici e consumatori in tutto il mondo. Condurre una azienda di vino a Montalcino può essere un lavoro faticoso per cui, come già detto, due anni fa si arriva al passaggio di proprietà che ha fornito nuovo impulso imprenditoriale attraverso un re-branding il cui unico obiettivo era non stravolgere quanto di buono è stato fatto fino ad ora dai vecchi proprietari che avevano puntato tutto su tradizione e qualità senza compromessi.


Stefano Brunetto - Foto tratta da Twitter

In tale ottica tutte le persone che già lavorano per la vecchia proprietà, sia in vigna che in cantina, sono state mantenute così e in tale ambito, nel suo ruolo di enologo, è stato riconfermato Maurizio Castelli che dal 1997 collabora proficuamente con Le Macioche garantendo esperienza e rispetto del territorio.

Mentre parliamo continuiamo il giro ed entriamo nella piccola cantina, ancora a livelli artigianali, dove vengono prodotti per ora solo il Rosso di Montalcino, vinificato in tini di acciaio, e il Brunello di Montalcino che, a differenza del precedente, viene vinificato in tini di legno troncoconici. La fermentazione, per tutti, avviene grazie all'uso esclusivo di lieviti indigeni.


Terminata la fermentazione malolattica, il Rosso di Montalcino riposa per circa dieci mesi in tonneaux da 5 Hl, mentre il vino destinato a divenire Brunello è trasferito in botti ovali di rovere francese da 30 Hl dove rimane ad affinare per quaranta mesi, mentre nel caso della Riserva il periodo di  affinamento  arriva  a  cinquanta mesi.  Proprio le botti rappresentano un importante elemento di rinnovamento in cantina: quasi tutte le vecchie botti sono state sostituite dall’eccellente rovere francese di Marc Grenier, di produzione artigianale e su misura.


Ci dirigiamo verso la saletta di degustazione dove Stefano, Massimo e Riccardo ci hanno organizzato una piccola verticale di Brunello di Montalcino partendo dall'annata 1997 fino ad arrivare alle 2009. 

"Questa è la preziosa eredità che ci hanno lasciato Achille e Matilde, vini di grande carattere e sinceri le cui caratteristiche non saranno tradite dal nuovo corso". Stefano, pronunciando queste parole, dà il via alla degustazione che, come vedrete, riserverà tante conferme e qualche sorpresa.



Le Macioche - Brunello di Montalcino 2009: da questa annata a mio giudizio sottovalutata nasce un sangiovese gagliardo e dai tratti aromatici contraddistinti da frutta rossa croccante ed erbe officinali. Sorso dotato di tannino finissimo e splendida sapidità che accompagna il finale di bocca.


Le Macioche - Brunello di Montalcino 2008: l'annata è stata senza dubbio problematica e in linea generale a Montalcino ha fornito vini freschi, schietta e di ottima beva. Non fa eccezione questo Brunello dove dinamicità e snellezza la fanno da padrone. Sorso equilibratissimo. Ottimo compagno di tavole imbandite.


Le Macioche - Brunello di Montalcino Riserva 2006: altra annata sottovalutata che, invece, ha fornito grandi risultati sopratutto se, come fatto dalla precedente proprietà, si dà vita ad un Riserva davvero degna del suo valore. Ampio il naso dove ritrovo la ciliegia, la viola, una leggera speziatura, tocchi di resina e lievi note di tabacco e sottobosco. Sorso ancora generoso, ha grande forza gustativa ma, al tempo stesso, un corpo proporzionato segnato da decisa freschezza e tannino levigato. 


Le Macioche - Brunello di Montalcino Riserva 2004: da una annata a cinque stalle nasce questo sangiovese in purezza che presenta un naso espressivo dotato di intensi profumi floreali e una straordinaria freschezza che solo col tempo, grazie all'ossigenazione del vino, si amplia e si rafforza grazie ad estroverse sensazioni di tabacco biondo, cola ed erbe aromatiche. Fine ed equilibrato in bocca, ha ancora tantissimo tempo davanti a sé. 


Le Macioche - Brunello di Montalcino 1999: austero, tradizionale, ha tutti i crismi per essere considerato come quei film in bianco e nero che, con la loro eleganza e quel po' di understatement, non passeranno mai di moda emozionando generazioni di appassionati. 


Le Macioche - Brunello di Montalcino 1997: da un millesimo esaltato in passo che oggi invece sta dando risultati deludenti in termini di tenuta, nasce questo vino che rappresenta nel panorama di Montalcino una piacevole eccezione per integrità, succosità ed equilibrio perfetto. Così dovrebbe essere un grande Brunello di quasi venti anni. Piccola curiosità: questo è stato il primo anno di Castelli in azienda. La strada è stata tracciata, spetta ora a Stefano, Massimo e Riccardo percorrerla nel migliori dei modi.


Prima di concludere il post un'altra piccola curiosità riguardante la nuova etichetta dove, in bella mostra, si nota una radice. Ebbene, non parliamo di vite bensì della radice del corbezzolo, che nel dialetto di Montalcino si chiama appunto “macioca” da cui Le Macioche.



Michel Rolland: la mia intervista per Vinix Digest

Per chi si fosse perso l'articolo su Vinix Digest riporto qualche breve stralcio dell'intervista con Michel Rolland.


Lei nel 1976 con sua moglie ha dato vita a Libourne al suo laboratorio di enologia. Come è cambiato il suo modo di lavorare in questi 40 anni? E’ cambiata molto l’enologia?
Certamente, il progresso scientifico si è fatto sentire anche in questo mondo e se quaranta anni fa si riuscivano a bere mediamente dei buoni vini, ottimi solo in alcune parti del mondo, oggi il livello qualitativo dei vini si è alzato di moltissimo e anche all’interno di terroir meno vocati attualmente si può riuscire a bere cose decenti.

Mi sta dicendo che si può produrre ottimo vino dovunque? 
No, assolutamente. Spesso ci si confonde tra buono e ottimo che sono due aggettivi estremamente diversi. Ovunque cresca una vigna, tranne quindi in alcune aree del mondo come la penisola Antartica, si può produrre del buon vino. Il grande vino, invece, si può produrre solo in pochissime zone del mondo e la sfida in questo senso è capire quale varietà d’uva è in grado di adattarsi ed esprimersi nel miglior modo possibile in quel terroir. Il pinot nero in borgogna, il riesling per la Mosella, il cabernet sauvignon in Napa Valley, o il sangiovese in Toscana sono ottimi esempi.

Vino varietale o vino di territorio?

Nessuno dei due può prescindere dall’altro. La mia filosofia è cercare sempre di produrre il miglior vino possibile e, in questo, non si può trascurare il concetto di bevibilità e piacere. Non sarei così manicheo come alcuni personaggi che ho incontrato, mio malgrado, nella vita.

IL RESTO DELL'INTERVISTA LA POTETE TROVARE CLICCANDO QUA

Winesurf si rinnova e hai bisogno di te!

Mi fa piacere dare evidenza a questa campagna di raccolta fondi per Winesurf visto che il mio amico Carlo Macchi e tutto il loro staff sono stati, e lo sono tutt'ora, un punto di riferimento per me e tutti gli appassionati di vino italiani.

Scrive Macchi:" Dieci anni, per un giornale online sono un’ eternità e così abbiamo deciso di rinnovare tutto. Per prima cosa il progetto grafico, che qualche amico benevolo definisce vintage ma in realtà è veramente vecchio: per trovare un articolo bisogna fare i salti mortali, per consultare una degustazione idem.


Forse potevamo rinnovarci prima, ma per farlo ci volevano e ci vogliono diversi euro e noi, come ben sapete, siamo un giornale gratuito che vive del volontariato di tutti i collaboratori.
  
Così abbiamo pensato al Crowdfunding.  Oramai finanziare progetti grazie alla rete è diventato abbastanza comune anche in Italia, ma Winesurf sarà il primo giornale enogastronomico online a farlo e anche questo è un piccolo traguardo
  
Per farlo ci siamo affidati a Produzioni dal basso, la prima piattaforma di Crowfunding nata in Italia.
  
Ma cosa vogliamo fare?  Con la completa ristrutturazione del sito web, ci poniamo tanti nuovi obiettivi: 
  • articoli più ricchi e interattivi con possibilità di inserire foto e video dove vogliamo
  • ci daremo una nuova veste grafica che non rinnegherà il passato ma sarà fruibile in maniera semplice e immediata
  • inseriremo nuove rubriche
  • diventeremo leggibili in maniera chiara anche da smartphone e tablet
  • faciliteremo anche  la consultazione delle decine di migliaia di degustazioni presenti, la ricerca e la classificazione delle schede dei vini. 
  • Creeremo un sistema innovativo per effettuare, presentare e classificare tutte le degustazioni anche il lingua inglese. 


Supporta la campagna, dona subito! Per farlo clicca su questo link bit.ly/winesurf

Champagne Brut Premier Cru Rosé de Saignée 2011 Geoffroy - Il VINerdì di Garantito IGP

Di Angelo Peretti


Vi piace il kir royal, l'aperitivo fatto con Champagne e cassis?

Ecco, sappiate che lo Champagne rosé di Geoffroy sa di kir royal.

È un rosé de saignée, fatto per salasso dal pinot nero.

Ha il ribes nero, i fiori, la bolla cremosa e morbida (10 grammi di zuccheri residui).

Perfetto per la primavera e l'estate.

Champagne Brut Premier Cru Rosé de Saignée 2011 Geoffroy

Il miracolo del vin jaune - Garantito IGP



Di Angelo Peretti

Oh, il vin jaune! Adoro questo complesso, complicato vino del Jura francese. Fatto in maniera arcaica, quasi seguendo un rito. Difficile da bere, per chi non ci è abituato. Poi se ci entri in sintonia non te ne stacchi più. Si fa solo con l'uva della varietà del savagnin. Viene messo in botticelle da 288 litri, e deve starci almeno sei anni e tre mesi. Niente ricolmature, e dunque man mano che il legno si beve parte del vino, l’aria si fa spazio. Sopra al vino si forma un velo di lieviti, che proteggono il liquido dall’ossigeno.
Posso dire che si tratta di un'ossidazione controllata? Boh, proviamo a buttarla lì. In ogni caso, poi hai le note ossidative che contrastano con un’acidità sferzante, montanara, e il vino è secchissimo, e quasi, per certi versi, ricorda un distillato, o anche uno sherry, ma qui non c'è aggiunta alcuna di alcol, nessuna fortificazione. Straordinario e unico. C'è poi che è un vino pressoché eterno, e anzi da quelle parti, nel Jura, consigliano di berlo molto avanti nel tempo, quando la complessità è divenuta estrema. Ricordo un ristorante stellato ad Arbois con una profondità straordinaria di etichette di vin jaune. Incredibile.
Qualche tempo fa, con un gruppo di amici, ho organizzato una degustazione di vin jaune. Il più giovane un 2007, il più vecchio un 1989. Più in là negli anni non ero in grado di andare, ma assaggiando ci siamo accorti che ne varrebbe la pena: più si avanzava nelle annate e più il vino diventava fascinoso. Occorrerà attrezzarsi per tastare roba più vecchia, prima o poi.

Negli assaggi che ho proposto, abbiamo aperto bottiglie di tre delle quattro appellation del Jura che prevedono la tipologia del vin jaune: Cotes du Jura, Château-Chalon e Arbois, mentre non avevo bocce di vin jaune de L'Etoile. A proposito di bottiglie: sono le clavelin da 0,62. Una misura simbolica e unica al mondo (ovunque impera la 0,75), per significare la parte di vino che è stata "bevuta" dal legno durante i sei anni e passa di affinamento.
Ecco cosa abbiamo bevuto.


Cotes du Jura Vin Jaune 2007 Domaine Labet Un bebè. Il naso, certo, ha la traccia ossidativa inconfondibile del vin jaune, ma la bocca è acidissima, secondo lo stile dei Labet. Ovvio che tanta freschezza giovanile aggiunge in beva e toglie in complessità.


Cotes du Jura Vin Jaune 2004 Benoit Badoz Ossidazione più acidità più sale. Si apre con lentezza, e con incedere pigro vira verso la frutta candita, verso ricordi di panettone, direi. Succoso di frutti tropicali, ma tutto sommato un po' monocorde.


Château-Chalon 2004 Domaine Macle Troppo, troppo giovane. Però di già impressiona il contrasto fra le memorie di distillato colte all'olfatto e l'enorme spettro aromatico del palato. Grandissimo ora, chissà cos'avrebbe potuto essere più in là.


Château-Chalon 1998 Stéphane Tissot La Cave de la Reine Jeanne Wow! Tartufo, funghi, spezie, frutta secca, erbe officinali, menta, e poi un'incredibile beva salata, e che uno vino così reclami il secondo o il terzo calice ha dell'incredibile, del magico. Clamorosamente buono.


Arbois Vin Jaune 2002 Rolet Père et Fils Be', l'esordio non è granché, con quegli odori riduttivi che ricordano la gomma bruciata. Poi lo porti alla bocca e "pam!", esplode in un tripudio di frutti tropicali, di rosmarino, di timo. Che giovinezza!


Arbois Vin Jaune 2003 Domaine de la Tournelle E ancora mi tocca dire: troppo giovane! Spettacolare la freschezza scattante di questo vino. Timo, tracce officinali, frutta gialla, tanta, e tropicale. Una finezza che ti lascia a bocca aperta. Splendido.


Arbois Vin Jaune 1991 Fruitière Vinicole d'Arbois Altra sorpresa, e qui l'età comincia a giocare un ruolo importante. Succoso di agrumi, di kumquat e arancia, freschissimo e quasi tagliente e insieme ruvido di petrolio, e anche iodato, marino.


Vin Jaune d'Arbois 1989 Jacques Tissot Lo metti nel bicchiere e avverti, netta, l'affumicatura. Ne prendi un sorso e ti si apre un mondo di erbe alpestri, di macchia mediterranea, di profumi officinali, e poi di legno di bosco, di resina. Sbalorditivo.


Portare la storia e la civiltà del vino nelle scuole. Il Senatore Stefàno ci prova!

"Non esiste pezzo di storia del nostro Paese che non incroci vicende legate all'uva e al vino. Dobbiamo iniziare a raccontare l'Italia anche attraverso le peculiarità identitarie che hanno accompagnato tutti i passaggi della storia più importanti. E' venuto il momento che l'Italia introduca come disciplina obbligatoria, e quindi a pieno titolo, "Storia e la Civiltà del Vino" nel patrimonio di conoscenze basilari dei nostri ragazzi".  Sono le parole del senatore Dario Stefàno, componente della Commissione Agricoltura del Senato, che ha presentato questa mattina, in conferenza stampa a Palazzo Madama il suo disegno di legge per introdurre l'insegnamento obbligatorio di "Storia e Civiltà" del vino nelle scuole primarie e secondarie, di primo e secondo grado. 


L’Italia, dopo lo storico sorpasso sulla Francia, è oggi il primo produttore al mondo ed è tempo che recuperi anche il gap culturale, formando i propri ragazzi attraverso uno dei suoi principali tratti identitari. 

"Non si tratta – ha sottolineato il senatore - di irrobustire la formazione tecnica nelle scuole professionali, che pure è necessario fare e con tempestività, ma di contribuire a formare il patrimonio di cultura generale e del sapere delle nuove generazioni, attraverso il racconto del ruolo del vino e dell'uva nelle pagine di storia del nostro Paese. Elementi che oggi sono senza dubbio ambasciatori della nostra cultura nel mondo. Mi auguro che già dal prossimo anno si possano avviare dei progetti pilota coinvolgendo due o tre regioni in Italia, penso ad esempio anche alla Puglia".

La consapevolezza nasce dalla conoscenza, dal sapere che – ha proseguito Stefàno – si apprende già da piccoli. L’Italia vitivinicola è un giacimento inestimabile, a livello ampelografico e paesaggistico, così come culturale e di tradizioni popolari, da conoscere e imparare a difendere e valorizzare, sin da bambini. Centinaia di differenti vitigni autoctoni, vigneti storici, veri monumenti naturali e culturali, costituiscono il cuore di una biodiversità unica al mondo, di un patrimonio che è fonte di lavoro, occupazione e reddito che si presta in modo mirabile all’innovazione, ad essere potente fonte di investimento per le giovani generazioni”.

Alla conferenza stampa, nella Sala Nassyria di Palazzo Madama, con il senatore sono intervenuti Attilio Scienza, professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, Paolo Castelletti, segretario generale Unione Italiana Vini e Isabella Marinucci, responsabile Area Vini di Federvini.


"Si è persa l'abitudine - ha detto Scienza - di consumare vino in famiglia, i ragazzi attorno ai 15 anni consumano alcol almeno 1 volta a settimana, ma fuori casa. E lo fanno con la logica dello sballo. Riportiamo il vino nelle case, nelle scuole, nell'alveo della cultura mediterranea perché il vino non si beve per ubriacarsi, è origine dell'identità e dell'appartenenza. Facciamolo ritornare ad essere una bevanda popolare. Oltre a raccontare il vino come elemento pregnante della nostra storia, dobbiamo comunicare l’idea che il vino è un elemento fondamentale dei popoli mediterranei. Bere non deve essere una gratificazione fisica, ma culturale e quindi occorre scoprire la storia che c’è dietro al vino.  Questo abbiamo smesso di trasmetterlo ai giovani, tornare a farlo a scuola è una prima tappa di un processo che deve essere sviluppato".

"Il vino italiano rappresenta, come nessun altro prodotto, il nostro Paese nel mondo - ha sottolineato Cotarella -. In Italia ci sono più vini che campanili, è una ricchezza tipicamente italiana, una trasversalità territoriale e varietale unica al mondo. Attualmente si riscontra un aumento del livello culturale di chi si avvicina al vino. Il vino si approccia prima con la mente e poi con i sensi. Occorre bere con intelligenza, nonché sapere del vino. E' il mezzo attraverso il quale si soddisfano, con la cultura, i sensi e la mente. Insegnare il vino nelle scuole significa anche insegnare il valore di bere con intelligenza e moderazione”.


"E' una iniziativa - è intervenuta Marinucci - che già da queste primissime battute ha raccolto il plauso del mondo dei produttori e un sostegno totale e trasversale, perché consentirà di trasmettere ai più giovani il valore del consumo culturale del vino. Bene la sperimentazione di progetti pilota, utile anche perché propedeutica a un eventuale adattamento dei programmi nazionali”.

"Questo disegno di legge - ha detto Castelletti - è un testo importate dalla doppia valenza. Alla promozione del patrimonio storico e sociale associa una possibile rilevante azione. Come riportato nella relazione sui problemi collegati all'alcol, predisposta dal Ministero della Salute, l'età del primo "sballo" è vertiginosamente scesa a 12/13 anni e questo disegno di legge può contribuire in modo significativo a contrastare e ridurre fenomeni distorsivi già in atto".