Valle d'Aosta e Ticino - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

Valle d'Aosta

Solo negli ultimi anni la coltivazione della vite, con successiva vinificazione delle uve, e la vendita del prodotto finale in bottiglia permette a qualche viticoltore valdostano di vivere bene. Per molto tempo gli unici vini regionali reperibili nelle enoteche, anche in provincia di Aosta, provenivano da una delle numerose cantine cooperative o dall'Institut Agricole Régional, centro di sperimentazione viticolo e scuola dove sono stati formati numerosi produttori locali. A lungo la cooperazione è stata una necessità. In un territorio così difficile e impervio dove oggi lo spazio dedicato alla vite è di soli 400 ettari, la proprietà è stata storicamente molto frammentata, con susseguente difficoltà per le singole famiglie a trarre reddito dal vino. Ancora oggi molti vignaioli lo sono solo part-time e la dimensione delle cantine non supera le 30mila bottiglie all'anno, con molte realtà che non arrivano a 15mila unità. Numerose sono ancora le aziende che non sottopongono i loro vini al giudizio della critica, perché si trovano senza vino al momento delle degustazioni. Lo stesso Costantino Charrère, proprietario di Les Crêtes, la più grande azienda privata della Valle con una produzione odierna pari a 180mila pezzi, è stato a lungo insegnante. Eppure malgrado le dimensioni ridotte dei vigneti e delle cantine, la Valle d'Aosta produce vini sempre migliori, con punte che, nelle loro tipologie, rappresentano l'apice dell'enologia italiana. Dopo qualche anno di appannamento qualitativo i player più importanti dello scacchiere vinicolo della Valle hanno ripreso a lavorare con più convinzione e più continuità e quindi la qualità media dei vini regionali è cresciuta di colpo. Infatti la produzione delle cantine sociali regionali si attesta quasi sulla metà della produzione totale. Anche se a raggiungere il massimo dei nostri riconoscimenti è ancora una volta La Crotta di Vegneron, c'è stata una presenza importante delle cooperative nelle nostre finali per i Tre Bicchieri. Comunque a guidare la buona schiera degli ottimi vini valligiani troviamo ancora le solite cantine private. In questo panorama giocoforza ristretto è difficile scoprire e valorizzare nuove realtà. Tra i premiati di quest'anno ci sono nomi noti, ma con nuove etichette. Tra le novità, ad esempio, abbiamo assaggiato un grande Cornalin - vitigno autoctono ancora raro ma già ricco di promesse - prodotto dalla famiglia Rosset e soprattutto un Nebbiolo proposto per la prima volta da Costantino Charrère, che viene a ricordarci come il Sud della regione e in particolare la zona di Donnas possa dire la sua riguardo al nobile vitigno. 

I vini della Val d'Aosta premiati con Tre Bicchieri
Valle d'Aosta Chambave Moscato Passito Prieuré ’15 - La Crotta di Vegneron
Valle d'Aosta Chambave Muscat Flétri ’15 - La Vrille
Valle d'Aosta Cornalin ’16 - Rosset Terroir
Valle d'Aosta Nebbiolo Sommet ’15 - Les Crêtes
Valle d'Aosta Petite Arvine ’16 - Elio Ottin
Valle d'Aosta Pinot Gris ’16 - Lo Triolet

Ticino

Dopo alcuni anni torna il Ticino sulle pagine della nostra Guida. La contiguità territoriale e culturale con l'Italia è tale, e il livello della produzione così elevato, da rendere questo passo quasi obbligato. Scorrendo le pagine noterete che la gran parte dei vini recensiti sono a base di uva merlot, un'uva stata introdotta in Ticino circa 100 anni fa che si è acclimatata alla perfezione. Sebbene quindi qui si coltivi il vino da almeno 2000 anni, sappiamo poco del tipo di vitigni e dell'entità delle coltivazioni, quel che è certo è che prima della devastazione della filossera di fine ‘800 si coltivavano vari vitigni americani e ibridi nonché, nel Sopraceneri, l'interessante autoctono bondola. A partire dal 1907 il merlot fa il suo ingresso trionfale, e oggi è il vitigno principe del territorio ticinese che un tempo dava vita a vini piuttosto leggeri, solo successivamente si è affermato uno stile di Merlot più robusto, grazie alla limitazione delle rese, a tecniche di cantina più sofisticate e alle maturazioni in legni nuovi.
Il cantone vitivinicolo del Ticino si divide in due subregioni; Sopraceneri, a nord del passo del Monte Ceneri, ha terreni ricchi di granito e sabbia e comprende i distretti di Bellinzona, Blenio, Leventina, Locarno, Rivera e Vallemaggia. Soprattutto nelle vigne della valle Leventina e della valle Blenio, vicine alle Alpi, si produce un Merlot piuttosto leggero e finemente fruttato. Nel Sottoceneri, che comprende invece i distretti di Lugano e Mendrisio, si trovano suoli più pesanti, calcarei, con varie percentuali di argilla, qui maturano Merlot molto robusti e pieni. Il Merlot è interpretato in diversi stili: come vino estivo leggero e fruttato, ma anche in corpose selezioni maturate in barrique, dov'è pienamente concentrato e adatto per l'invecchiamento e anche vinificato in bianco può essere convincente. Ma il Ticino non vuole essere solo terra di Merlot, pian piano fanno capolino altri interessanti vitigni: chardonnay, pinot noir, gamaret, sauvignon blanc, syrah, cabernet sauvignon e franc e infine la bondola. Infine sono coltivate numerose altre uve, alcune in via sperimentale e altre già vinificate, che stanno dando risultati davvero molto interessanti. Quest'anno due vini del Ticino arrivano ai Tre Bicchieri: si tratta del Merlot Musa '14 di Fawino, dallo stile disteso, fruttato sapido e intrigante, e del Merlot Vinattieri '13 dei Vinattieri Ticinesi, che incarna l'anima più strutturata e profonda di questo vino. Bentornato Ticino.

I vini del Ticino premiati con Tre Bicchieri
Ticino Merlot Musa ’14 - Fawino Vini & Distillati
Ticino Merlot Vinattieri ’13 - Vinattieri Ticinesi & Castello Luigi

Abruzzo e Molise - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

Abruzzo

Come sembrano lontani i tempi in cui la vitivinicoltura abruzzese veniva raccontata come una sorta di grande serbatoio indistinto alla mercé di operatori collocati altrove. Intendiamoci: gli sfusi imbottigliati fuori regione rappresentano ancora una quota rilevante della produzione, ma reputazione e identità del comparto si rafforzano anno dopo anno, lasciando intravedere un futuro perfino più roseo.
Per tanti operatori specializzati e bevitori consapevoli è ormai chiaro quanto ci si diverta da queste parti, oltretutto salvaguardando il portafogli. Non solo sui base, ma anche al cospetto di etichette che figurano regolarmente tra le migliori opzioni in assoluto per versatilità espressiva e vocazione gastronomica. Ce n'è davvero per ogni sensibilità stilistica: vini appenninici e mediterranei, tradizionali e moderni, lavorati con protocolli classici o rimodulazioni di tecniche ancestrali (fermentazioni spontanee, macerazioni sulle bucce anche per le uve bianche, maturazioni in cemento e terracotta), e tutto quanto sta in mezzo. Complessità interpretativa che fa il paio con quella aziendale: al vertice della piramide incontriamo cantine storiche ed emergenti, piccole imprese artigiane e marchi da milioni di bottiglie. Senza dimenticare il ruolo, sociale ancor prima che commerciale, delle numerose cooperative abruzzesi da tempo sulla cresta dell'onda per livello medio delle gamme e vette d'eccellenza. Oppure il rilevante gruppo di realtà che fanno propri i dettami del cosiddetto movimento "naturale", non solo sul piano strettamente viticolo (leggi risparmio energetico e progetti di sostenibilità ambientale). Polifonia filosofica peraltro restituita con forza dagli ultimi assaggi. Nella lista dei premiati, infatti, sono equamente rappresentate tutte le zone produttive della regione, complice una sequenza di vendemmie favorevoli per le principali tipologie. Come la fresca e luminosa 2013 per i Montepulciano da invecchiamento, dove debutta nel club dei Tre Bicchieri l'Ursonia del Feuduccio di Santa Maria d'Orni. O l'accoppiata 2015-2016 per i bianchi da Trebbiano e Pecorino, che vede esordire al nostro massimo riconoscimento lo spettacolare Casadonna '15 di Feudo Antico. Ma il vero exploit di questa edizione è senza dubbio quello dei Cerasuolo, forse mai così convincenti su larga scala. Il più rosso dei rosati, grazie al quale la famiglia Montori si aggiudica col Fonte Cupa '16 il primo alloro della sua gloriosa storia.
I vini dell'Abruzzo premiati con Tre Bicchieri
Cerasuolo d'Abruzzo Fonte Cupa ’16 - Camillo Montori
Cerasuolo d'Abruzzo Myosotis ’16 - Ciccio Zaccagnini
Cerasuolo d'Abruzzo Piè delle Vigne ’15 - Luigi Cataldi Madonna
Montepulciano d'Abruzzo Amorino ’13 - Castorani
Montepulciano d'Abruzzo Mo Ris. ’13 Cantina Tollo
Montepulciano d'Abruzzo Ursonia ’13 - Il Feuduccio di Santa Maria D'Orni
Pecorino ’16 - Tiberio
Pecorino Casadonna ’15 - Feudo Antico
Trebbiano d'Abruzzo ’13 - Valentini
Trebbiano d'Abruzzo Sup. Notàri ’15 - Fattoria Nicodemi
Trebbiano d'Abruzzo V. del Convento di Capestrano ’15 - Valle Reale 

Molise

Nessuna nuova, buona nuova: il vecchio adagio popolare sembra calzare a pennello per inquadrare lo scenario produttivo molisano alla luce degli ultimi assaggi. Le aziende di riferimento restano più o meno le solite che abbiamo imparato a conoscere da almeno un lustro a questa parte e la regione non è esattamente la riserva ideale di caccia per chi cerca esordienti da scoprire a ogni test. D'altro canto il limitato turnover di cantine può essere letto anche come segnale di consolidamento: le migliori cantine indicano la strada e alle loro spalle c'è in ogni caso una piccola squadra affidabile e competitiva, soprattutto sul fronte qualità prezzo. Nel primo gruppo di merito figurano autentici leader e ispiratori come la famiglia Di Majo Norante, ancora una volta unica rappresentante molisana nell'élite dei Tre Bicchieri col suo Aglianico Contado Riserva '14. Oppure realtà come Borgo di Colloredo, Claudio Cipressi o Tenimenti Grieco, che ci ricordano con le loro variopinte gamme la natura intrinsecamente di frontiera del comprensorio.
Al di là delle singole riuscite, infatti, i principali elementi di interesse si legano sempre all'incredibile mosaico di condizioni pedoclimatiche, giacimenti ampelografici, modelli interpretativi. Il grande fascino di un territorio che evidenza continui punti di contatto con le zone limitrofe (Abruzzo, Sannio Beneventano, Lazio interno, Foggiano), restando comunque un distretto a parte, difficile da incasellare. Italia centrale e meridionale che si incontrano nei rossi da montepulciano e aglianico, con la tintilia a rafforzare vendemmia dopo vendemmia il suo ruolo di autoctono originale e versatile. Ma anche le speculari espressività delle aree adriatiche e appenniniche tenute insieme nel laboratorio bianchista, dove trovano spazio varietà internazionali (sauvignon e chardonnay in primis) accanto a falanghina, greco, trebbiano e malvasia. Senza trascurare i rosati, probabilmente la tipologia maggiormente cresciuta nelle recenti stagioni: vini perfetti per la mescita e un vasto campionario di abbinamenti gastronomici. Non è poco, se teniamo conto della fisiologica ristrettezza di opzioni. Il Molise del vino esiste, eccome, e siamo ragionevolmente convinti che i tempi per un suo definitivo exploit siano ormai maturi.

I vini del Molise premiati con Tre Bicchieri

Molise Aglianico Contado Ris. ’14 - Di Majo Norante

Ridge Vineyards, al cuore della Sonoma Valley

La Sonoma Valley è un altro di quei luoghi che ho sempre desiderato scoprire visto che i suoi vini, rispetto a quelli della più blasonata Napa Valley, sono stati negli anni più vicini alle mie corde da degustatore.
E' il 19 Agosto,  lo ricordo bene perchè il giorno dovrò tornare in Italia, e i ragazzi della Ridge Vineyardsnonostante siano impegnati con l'inizio della vendemmia, mi aspettano nella loro bellissima tenuta di Lytton Springs.



Non ho scelto questa azienda a caso: la qualità costante dei suoi vini e, soprattutto, la sua storia, hanno fatto della Ridge Vineyards un punto di riferimento, non solo negli USA, già nel 1885 quando il medico italo-americano Osea Perrone, diventano membro di spicco della comunità italiana di San Francisco, acquistò i primi 180 acri di terreno nei dintorni di Monte Bello Ridge (la "cresta" di Montebello) producendo nel 1892 la sua prima annata con la denominazione Monte Bello Winery. 



Col tempo, la cantina passa di mano varie volte fino ad arrivare agli anni '60 quando venne acquistata da Dave Bennion che, con i suoi soci, "sfrutta" le potenzialità dei vitigni piantati dai precedenti proprietari producendo nel 1964 il primo Zinfandel della neonata Ridge Vineyards che, a partire dal 1968, vedrà l'inserimento in squadra dell'enologo Paul Draper il cui apporto porterà sostanziali miglioramenti qualitativi grazie anche ad un approccio molto naturale che parte dalla gestione dei vigneti, compresi quelli di Lytton Springs, acquistati dall'azienda nel 1991.



Assieme a James, il mio fido wine educator (in USA si chiamano così gli addetti alle pubbliche relazioni), facciamo subito un giro delle vigne e ciò che vedo a pochi metri da me mi manda letteralmente in estasi. 


Vecchie vigne nella Sonoma Valley? Yes, we can! 

La Ridge Vineyards, attualmente, gestisce circa 520 acri di vigneto (oltre 210 ettari) suddivisi nella proprietà storica di Monte Bello (Santa Cruz AVA) e nei territori a nord di San Francisco che fanno capo alla Sonoma Valley AVA, Russian River  Valley AVA, Dry Creek Valley AVA e Alexander Valley AVA. Piccole parcelle, inoltre, si trovano anche nei dintorni di Paso Robles, a metà strada tra San Francisco e Los Angeles.


I principali vitigni piantati sono zinfandel, cabernet sauvignon, merlot, petit sirah, cabernet franc, chardonnay anche se non mancano piante di petit verdot, viognier e grenache e carignane.

Davanti a me, come dicevo e come potete vedere dalla foto, ho una piccola parcella dove lo zinfandel, uva principale a Lyttons Springs e dintorni, proviene da vecchie vigne ad alberello di oltre 100 anni. 


Se andate sul sito dell'azienda troverete delle fantastiche mappe dinamiche di tutti i vigneti, parcella per parcella, dove si può evincere, oltre alla localizzazione degli stessi, anche tipologia del suolo ed età delle vigne (vedi foto sotto).


Con James andiamo in cantina anche se, come detto, i ragazzi hanno iniziato la vendemmia per cui un rapido giro è quello che ci vuole per non dare troppo fastidio.


Così come accadeva nei vigneti, gestiti e certificati BIO, anche in cantina si segue una filosofia "naturale" visto che la fermentazione viene effettuata con l'ausilio di lieviti autoctoni senza ausilio di enzimi commerciali e anche la malolattica, se richiesta, avviene spontaneamente. 
L'anidride solforosa viene aggiunta in misura minima solo quando l'uva viene pigiata e dopo la fermentazione malolattica. E' evitata ogni tipo di filtrazione sterile perchè, se occorre, viene usata albumina. 


Un corridoio pieno di barrique non tutte di primo passaggio e non tutte di legno francese, rappresenta l'ultima tappa del mio mini tour in cantina prima di giungere di nuovo in terrazza per la degustazione dei vini che inizia con una bella sorpresa, almeno per me.



No, il colpo di scena non riguarda la tavola imbandita con formaggi artigianali e pane locale, ma il fatto che James abbia accolto il mio desiderio, espresso nella mail con cui ho prenotato la visita, di poter degustare qualche vecchia annata. Richiesta forse scontata per noi europei ma negli USA, abituati a bere vini giovani intensamente fruttati, non è così facile trovare una azienda disposta a mettersi in gioco facendo degustare vecchi millesimi dallo spettro aromatico e gustativo dominato dagli aromi terziari.

Detto ciò, il primo vino che mi viene presentato è lo Chardonnay che viene declinato nelle annate 2007 e 2013.  
L'azienda, come riporta il sito internet, ha prodotto il suo primo Chardonnay nel 1962 da vitigni piantati su terreno calcareo nel 1940 a Monte Bello. Gli impianti, trenta anni dopo, sono stati ampliati con alcune parcelle che situate nella parte bassa della collina e che, al tempo, non erano ancora state inglobate all'interno della storica tenuta. Da qui l'esigenza, che potete leggere anche nell'etichetta, di differenziare lo Chardonnay che, in questo caso, provenendo da vigneti più giovani, ha preso il nome della tenuta di  "Santa Cruz Mountains"


Il Ridge "Santa Cruz Montains Estate" Chardonnay 2007 odora di miele e agrumi, frutta tropicale e fieno. In bocca ha grande struttura che, fortunatamente, è ancora bilanciata da una grande vena acida. Snello, nonostante tutto.



Il Ridge "Estate" Chardonnay 2013 è grasso, ricco, ma fortemente bilanciato al sorso da una sapidità che deriva dai terreni calcarei della tenuta di Monte Bello. Non è forse il mio prototipo di Chardonnay ma, come per la 2007, bere la bottiglia è stato molto più facile di quello che immaginavo. Nota tecnica: il vino è affinato 11 mese in barrique di vario passaggio (7% nuove, 14% di un anno, 12% di due anni, 57% di tre, quattro e cinque anni). Un ulteriore riposo in bottiglia di almeno quattro mesi completa il processo di affinamento.



Passiamo ai rossi e iniziamo la batteria con il mitico Geyserville anch'esso declinato nella annate 2007 e 2013. Il Cru, come possiamo vedere anche dalla foto sottostante, è situato nei pressi della tenuta di Lytton Springs e fin dal 1966 da queste vecchie vigne di zinfandel, proviene un vino unico che, nel blend, si arricchisce grazie all'aggiunta di piccole percentuali di carignane, petit sirah e mourvedre.



Il Ridge California "Geyserville" 2007 sorprende per nitidezza di frutto scuro, succoso, la cui carica aromatica, a tratti imponente, viene smussata e resa più virile da soffi di mineralità scura ed echi di tabacco da pipa. Alla gustativa è un tappeto rosso di velluto che ti accompagna nel viaggio sensoriale per molto tempo. Bellissimo. Nota tecnica: il vino affina per circa un anno in botti di rovere americano (20% nuove, 30% di uno e due anni, il 50% tre, quattro e cinque anni).


Il Ridge California "Geyserville" 2013 è un vino dalla straordinaria complessità dove le sensazioni di frutta nera, fiori rossi, erbe aromatiche, spezie e nera mineralità sono perfettamente stratificate e disegnate. Al sorso è un vino che gioca tutto sull'eleganza e sembra dire CIAO CIAO a chi ancora ha dei pregiudizi su questo territorio.

L'altra coppia di vini è rappresentata dal Lytton Springs che mi è stato servito nelle annate 2013 e 2005. Come mi spiega James, questo è il vino della "casa" visto che proviene dai vigneti davanti a noi. La prima annata prodotta è stata il 1972 e, così come il Geyserville, anche questo rosso californiano è un blend dove lo zinfandel da vecchie vigne viene corroborato da sirah, carignane e mourvedre. 


I vigneti di Lytton Springs a sx di Geyserville
Ridge California "Lytton Springs" 2005 ha uno spettro aromatico autunnale dove le foglie secche e i legni pregiati la fanno da padrone. Al gusto rispecchia molto l'olfatto anche se, fortunatamente, il vecchietto è molto arzillo e non ha per niente voglia di cedere il passo. Nota tecnica: il vino affina circa quattordici mesi di botte di rovere americana (20% nuove, 60% uno, due e tre anni, il 20% di quattro anni).



Ridge "Lytton Springs" 2013: cosa cambia rispetto al fratellone Geyserville? Beh, se il primo è giocato tutto sull'eleganza, il Lytton Springs si caratterizza per una grande potenza. E' un vino di impatto e molto maschio. Vietato ai deboli di...palato.



L'ultimo vino in degustazione, come ovvio che sia, rappresenta la punta di diamante dell'azienda e non poteva che essere il Ridge Monte Bello presentato nelle annate 2012, 2011 e, rullo di tamburi, 1988. Ci troviamo sulle Santa Cruz Mountains dove, come già spiegato, nel 1886 è stata piantata la prima vigna di quella che negli anni '60, dopo varie vicissitudini, diventerà la moderna Ridge Vineyards. Il posto è magnifico: ci troviamo a circa 15 miglia dall'Oceano Pacifico ad una altitudine media di circa 500 metri con punte di oltre 800 metri s.l.m. 
Il terreno, anch'esso particolare, è formato da pietra calcarea ed argilla e le vigne piantate rappresentano per composizione il classico taglio bordolese dove, al prevalente cabernet sauvignon, si aggiungono merlot, cabernet franc e petit verdot.



Ridge "Santa Cruz Montains" Monte Bello 1988 ha una complessità ed una evoluzione da grande vino anche se l'annata di certo non l'ha aiutato. E' un taglio bordolese giocato sulle sfumature che a volte prendono la forma dello iodio, a volte dell'autunno, a volte dei legni orientali e delle spezie indiane. Ancora vibrante  e fresco in bocca, ha un tannino dalla trama vellutata ed una struttura ancora ben assestata. Chiusura persistente e dai toni iodati. Nota tecnica: il vino, mediamente, affina per circa 16 mesi in barrique di legno americano (98,5%) e rovere francese (1,5%).



Il Ridge Monte Bello 2012 è caratterizzato da un gradevole soffio balsamico che attraversa un bagaglio fruttato e floreale di notevole limpidezza. Bocca di agile freschezza e tannino di grana fine che ben si incastra in una struttura che sembra già aver raggiunto un lodevole equilibrio. Finale iodato, persistente. 



Il Ridge Monte Bello 2011 rispetto al precedente ha un naso più ricercato dove con dinamismo si mostrano le sensazioni di cassis, mora, ciliegia, torrefazione e spezie nere. In bocca sembra avere una veste meno rigida del precedente. L'annate più fresca dona al vino giovialità e spensieratezza tanto che, rispetto agli altri, è quello che vedo meglio a tavola come jolly. 

Grazie James e a presto, di nuovo, in Sonoma Valley!

Calabria e Basilicata - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

Calabria
Meglio nella viticultura calabrese non crediamo sia mai stata fatto prima. Ma i numeri non raccontano bene come sia velocemente aumentato anche il livello qualitativo dei vini di questa regione. Sono ben quattro quelli premiati quest'anno, mai erano stati tanti, ma avrebbero potuto essere ancor di più, visto che tanti altri hanno letteralmente sfiorato l'ambito traguardo. Da notare anche che aumentano le cantine che praticano o si stanno convertendo al biologico, e giovi sapere che tutte e quattro le aziende premiate quest'anno praticano un'agricoltura di tipo ecosostenibile, in un paio di casi certificata e nel caso di Ceraudo biodinamica. Due nuove cantine si aggiudicano per la prima volta i Tre Bicchieri, quella di Roberto e Maurizio Bisconte di Saracena, il loro Mastro Terenzio ‘14 è davvero un vino monumentale per complessità e armonia. Erano ben tre quelli di Saracena in finale e siamo sicuri che il professor Luigi Viola sarà contento tanto è stato il suo impegno negli ultimi vent'anni per valorizzare i prodotti e il territorio di Saracena. La seconda è Spiriti Ebbri. Un esordio col botto per Pierpaolo Greco, Damiano Mele e Michele Scrivano, i tre giovani protagonisti della cantina di Spezzano Piccolo, che col Pecorello Neostòs '16 hanno affascinato la commissione. Altre novità positive arrivano dal cosentino e persino dal reggino, mentre continua a rimanere preponderante il ruolo del comprensorio di Cirò da dove, grazie soprattutto al lavoro di Nicodemo Librandi, è partita la spinta propulsiva che ha messo in moto il circolo virtuoso che sta interessando la Calabria del vino negli ultimi dieci anni.
I vini della Calabria premiati con Tre Bicchieri:
Grisara ’16 - Roberto Ceraudo
Masino ’15 - iGreco
Neostòs Bianco ’16 - Spiriti Ebbri
Terre di Cosenza Pollino Moscato Passito Mastro Terenzio ’14 - Feudo dei Sanseverino


Basilicata
Le degustazioni di quest'anno ci restituiscono un'immagine sempre più a fuoco di una delle più belle regioni italiane, la Basilicata. Noi siamo da sempre innamorati dei suoi tesori d'arte, dei suoi paesaggi sconfinati e delle sue bellezze naturali, e da sempre coltiviamo un rapporto intenso e schietto con i vignaioli di questa regione. La Lucania è sempre stata una delle grandi promesse dell'enologia del Sud del nostro paese, e non parliamo solo del suo più celebre terroir, il Vulture. Questa terra è stata il terzo centro di domesticazione della vite più di 2500 anni fa, quando le ondate colonizzatrici greche vi arrivarono trovando già la coltura della vite, sulla quale innestarono il loro patrimonio di conoscenze e di varietà, che di qui si diffuse in seguito verso nord, via terra e via mare.
Finalmente oggi vediamo che quelle che fino a qualche anno fa erano promesse iniziano a tradursi in una nutrita pattuglia di vini d'eccellenza. Quest'anno, infatti, sono ben cinque le etichette da Tre Bicchieri, e soprattutto la nostra scelta è avvenuta da una rosa di ben quindici vini meritevoli di grande attenzione. Certo, il ruolo di primo attore è saldamente in mano all'Aglianico del Vulture, che sembra aver trovato in questi ultimi anni un nuovo slancio dalla Docg, ma non vanno trascurati i segnali incoraggianti che arrivano da Matera, prossima Capitale Europea della Cultura. Se a questi "fermenti" si sommasse uno spirito di maggior cooperazione tra aziende e denominazioni, cosa che la costituzione dell'Enoteca Regionale Lucana sta favorendo, si potrebbe puntare a traguardi sempre più ambiziosi. Ne sono coscienti i grandi gruppi enologici italiani, che sempre più frequentemente investono nella regione, a conferma del grande appeal dell'Aglianico del Vulture ma non solo. L'innesto di managerialità ormai sperimentate non può che giovare a questa piccola grande regione enologica, che deve parte del suo fascino proprio alla figura del vignaiolo artigiano. Ma è tempo di nuove sfide, e le aziende più strutturate e con esperienza dei mercati internazionali non potranno che riverberare nuova luce sulle realtà emergenti del territorio. Che non sono poche...

I vini della Basilicata premiati con Tre Bicchieri:
Aglianico del Vulture Don Anselmo ’13 - Paternoster
Aglianico del Vulture Il Repertorio ’15 - Cantine del Notaio
Aglianico del Vulture Sup. Cruà ’13 - Basilisco
Aglianico del Vulture Sup. Serpara ’12 - Re Manfredi - Cantina Terre degli Svevi
Aglianico del Vulture Titolo ’15 - Elena Fucci

Col di Bacche - Campo Amarene 2014 è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Stefano Tesi

Come di consueto qui, ecco un vino che in teoria non aveva nulla per piacermi ma che in pratica mi è piaciuto: legno e taglio un po’ esterofili (Sangiovese, Merlot, Syrah e Cabernet S.) per un “vinone” maremmano che poi però è meno “one” del previsto e sa contenersi senza però perdere di identità, mantenendosi piacevole anche quando fuori ci sono 40°.


Azienda Agricola Col di Bacche
Strada di Cupi, Montiano, Magliano in Toscana (GR)
tel. 0564 589538

La crema Gianduja che fa resuscitare gli accaldati - Garantito IGP

di Stefano Tesi

La foto che vedete qui sotto sono praticamente una confessione, anzi la prova del reato di resa ai languori feriali. 
Avete presenti certe notti insonni per il caldo, quando a causa del nervoso e del gironzolare per casa vi viene una sorta di fame isterica o una voglia ingiustificata di qualcosa?
Ecco, in questi casi di norma uno apre il proverbiale frigorifero e si scatena. Io invece, giorni fa, ho aperto uno sporto un po’ defilato della dispensa. Ove so che, peraltro vanamente, mia moglie nasconde certe cose per sottrarle alle mie incursioni lanzichenecche. Tra barattoli e barattolini ne ho scovato uno del tutto anonimo, chiuso con una fascetta che diceva semplicemente: “sigillo di garanzia”. Osservo perplesso. Colore marrone, consistenza del contenuto apparentemente cremosa. 


All’istinto della gola si sono subito sommati quello della curiosità e del giornalista e “plop”, col classico suono del tappo metallico che cede il barattolo si apre. “Poffarbacco!”, avrebbe esclamato il professor Occultis (espressione riservata al comprendonio dei lettori di Blek Macigno più che memori). Vengo subito investito infatti da un profumo suadente, anzi seducente, di cioccolata e nocciole. Nessuna acutezza, nessun sentore estraneo, nessun eccesso o nota caricaturale, neppure a inalazione ripetuta e prolungata. Seguono alluvione di acquolina in bocca e sollevamento del dito indice per l’opportuno intingimento. Ma per un attimo la mia pur minuscola parte gentilomesca ha il sopravvento. Così torno in cucina e mi armo di coltello. Poi ascolto la voce interiore del giornalista che mi suggerisce anche di predisporre pane e taralli. E’ però, appunto, solo un attimo: rapida occhiata in giro e la lama affonda prima nella crema e poi nella mia bocca.


L’effetto è dirompente: crema di gianduja, buonissima, gusto in equilibrio perfetto, sapore nettissimo di nocciola che si fonde in lenta progressione da manuale con quello del cacao, nessuna stucchevolezza, nessun retrogusto oleoso, nessuna appiccicatura, dopo il primo assaggio il palato resta libero e fresco, il che provoca l’immediato riassaggio.
Dimentico il caldo e passo alla prova pane: spalmabilità ineccepibile nonostante l’alta temperatura, niente effetto squacquerone insomma. La crema si distribuisce morbidamente sulla fetta di pane assumendo un aspetto soffice e mantenendo la compattezza mimima necessaria. La fragranza del pane di grani antichi e della crema mi invadono le narici, in men che non si dica la fetta sparisce nelle mie fauci.

Resisto alla tentazione del bis e passo alla prova successiva, quella del tarallo intuffato direttamente nel barattolo, una mia pratica perversa ma godereccia, abituale in occasione degli attacchi di fame domestica fuori orario. Il risultato è quello sperato: il tarallo “succhia” la crema, la quale è ben lieta di farsi risucchiare ma rimane aderente, senza sgocciolare, pur continuando a mostrarsi in tutta la sua piacevole viscosità. L’effetto organolettico della sbriciolosità del tarallo con la cremosità del companatico risulta dirompente. 


La notte prosegue con l’inevitabile svuotamento del barattolo e con il ritorno a letto.
La mattina dopo scatta l’indagine. L’interrogatorio della consorte rivela che l’oggetto arrivava dal Piemonte e che in casa (evviva!) ce n’è anche un altro esemplare. Rapida ricerca e individuazione del meritorio conferitore. Segue reperimento delle decisive informazioni, che avrebbero potuto facilmente essere lette sull’etichetta legata al collo del barattolo se prima di riporlo qualcuno non l’avesse rimossa.

A investigazione conclusa, l’esito è il seguente:

Produttore: Cascina Masueria di Claudio e Diego Masante, fraz. Bruni 18, Murazzano (CN),www.cascinamasueria.it
Nome del prodotto: Crema Gianduja.
Ingredienti: Nocciola del Piemonte IGP (50%), zucchero di canna, cacao magro in polvere.
Reperibilità: direttamente in azienda o tramite spedizione diretta con corriere.

Disclaimer in autotutela: l’estensore del presente articolo declina qualunque responsabilità in caso di consumo con sovradosaggio, visto che oltre che nel taglio normale da 280 e 380 grammi la crema è venduta anche in confezioni da 5 kg. 

Alto Adige - Tre Bicchieri 2018 Gambero Rosso

Nel panorama viticolo italiano l'Alto Adige rappresenta una delle punte di diamante, una zona in cui il legame fra viticoltore, territorio e vitigno è espresso da una gamma di vini di altissimo livello che spazia dalla freschezza acida della Valle Isarco all'opulenza della piana di Bolzano, dal carattere dei Pinot Nero di Mazzon alla fragrante leggerezza del Lago di Caldaro. In un territorio così variegato operano realtà profondamente differenti tra loro, i viticoltori che vinificano le uve provenienti dai pochi ettari di proprietà, le grandi strutture cooperative, le storiche aziende della provincia che alla loro opera affiancano quella di piccole aziende che conferiscono le uve in cantina. Ciò che non cambia mai è però la cura con cui vengono gestiti i vigneti e l'attenzione posta a tutte le operazioni di cantina, volte alla produzione di vini che esprimono la luminosità di questo territorio.


Importanti conferme giungono dalle cooperative che, a seconda della zona in cui operano, producono alcuni dei vini più rappresentativi delle rispettive aree, i Lagrein della cantina di Bolzano e Muri Gries, il Sylvaner della cantina della Valle Isarco, i Gewürztraminer di Tramin e Cortaccia. In altre zone invece non esiste un unico vitigno a interpretare il territorio, ecco quindi che Pinot Bianco, Sauvignon o Chardonnay si ergono a emblema di una viticoltura di alto profilo. Importanti novità giungono da aziende che ottengono per la prima volta il massimo riconoscimento, come l'azienda di Peter Zemmer che sfodera una sontuosa Riserva di Pinot Grigio Giatl, che esprime potenza e armonia, o il grande impegno profuso dalla Cantina Kettmeir nella spumantistica che fiorisce con la prima Riserva di casa, l'Extra Brut 1919. Parlando invece di vendemmie segnaliamo come l'ultima sia stata di grande soddisfazione per la schiava, con numerosi vini giunti alle nostre finali e che vede ben tre vini premiati nelle zone di Santa Maddalena e Lago di Caldaro. La Valle Isarco è la consueta fucina di vini di grande carattere, cui fanno eco i grintosi e speziati Riesling della Val Venosta. Il vitigno più rappresentativo della regione rimane però il pinot bianco che, a dispetto dei soli tre vini premiati, ha espresso un po' in tutte le cantine carattere e una splendida aderenza all'andamento climatico delle annate, risultando un vino che ha nella profondità e nella finezza i suoi tratti distintivi.

A. A. Chardonnay Lafóa 2015 - Cantina Colterenzio
A. A. Gewürztraminer Auratus Crescendo 2016 - Tenuta Ritterhof
A. A. Gewürztraminer Brenntal Ris. 2015 - Cantina Cortaccia
A. A. Gewürztraminer Nussbaumer 2015 - Cantina Tramin
A. A. Lago di Caldaro Cl. Sup. Pfarrhof 2016 - Cantina di Caldaro
A. A. Lagrein Abtei Muri Ris. 2014 - Cantina Convento Muri Gries
A. A. Lagrein Staves Ris. 2014 - Tenuta Kornell
A. A. Lagrein Taber Ris. 2015 - Cantina Bolzano
A. A. Müller Thurgau Feldmarschall von Fenner 2015 - Tiefenbrunner
A. A. Pinot Bianco Sanct Valentin 2015 - Cantina Produttori San Michele Appiano
A. A. Pinot Bianco Sirmian 2016 - Cantina Nals Margreid
A. A. Pinot Bianco Tyrol 2015 - Cantina Meran
A. A. Pinot Grigio Giatl Ris. 2015 - Peter Zemmer
A. A. Pinot Nero Schweizer 2013 - Franz Haas
A. A. Pinot Nero Trattmann Mazon Ris. 2014 - Cantina Girlan
A. A. Santa Maddalena Cl. Antheos 2016 - Tenuta Waldgries
A. A. Santa Maddalena Cl. Rondell 2016 - Glögglhof - Franz Gojer
A. A. Sauvignon Renaissance 2014 - Gumphof - Markus Prackwieser
A. A. Spumante Extra Brut 1919 M. Cl. Ris. 2011 - Kettmeir
A. A. Terlano Sauvignon Quarz 2015 - Cantina Terlano
A. A. Val Venosta Riesling 2015 - Falkenstein Franz Pratzner
A. A. Val Venosta Riesling Windbichel 2015 - Tenuta Unterortl - Castel Juval
A. A. Valle Isarco Grüner Veltliner 2016 - Pacherhof - Andreas Huber
A. A. Valle Isarco Riesling Kaiton 2016 - Kuenhof - Peter Pliger
A. A. Valle Isarco Sylvaner 2016 - Köfererhof - Günther Kerschbaumer
A. A. Valle Isarco Sylvaner 2015 - Garlider - Christian Kerschbaumer
A. A. Valle Isarco Sylvaner Aristos 2016 - Cantina Produttori Valle Isarco

Vino, Osservatorio Paesi Terzi: cresce ancora la domanda mondiale di vino nel primo semestre (+8,8%). Import cinese supera per la prima volta quello tedesco

Continua a crescere la domanda mondiale di vino con i 7 principali Paesi esportatori (che rappresentano oltre l’80% del mercato) che traguardano il primo semestre 2017 con un valore complessivo delle esportazioni pari a quasi 11 miliardi di euro, in aumento dell’8,8% sullo stesso periodo 2016. E soprattutto grazie all’exploit della Francia (+13,3%) il blocco europeo dei produttori storici mantiene i tre quarti delle vendite globali. L’Italia vince sul 2016 (+6,8%, stima Nomisma) ma la sua crescita è inferiore alla media degli altri Paesi (+8,8%) e in questo contesto il sorpasso senza precedenti della domanda cinese su quella tedesca la dice lunga su dove dovrebbero essere rivolti i nostri obiettivi di mercato”. Lo ha detto ieri Silvana Ballotta, ceo di Business Strategies, relativamente agli ultimi aggiornamenti sull’export del vino italiano, il primo prodotto del food&beverage made in Italy con un saldo commerciale attivo di circa 5,3 miliardi di euro l’anno.

Credit: Beverfood
Le ultime rilevazioni dell’Osservatorio Paesi terzi a cura di Business Strategies comparano poi le performance dei 7 top exporter mondiali nei top 8 mercati di importazione (Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Germania, Canada, Giappone, Svizzera e Russia). Ciò che emerge è la vivacità della domanda, non solo di quella orientale – che ha registrato quest’anno l’aggancio e il sorpasso cinese sui consumatori tedeschi (1,149 miliardi di euro nel semestre, contro 1,137 miliardi di euro di acquisti tedeschi) – ma anche degli Stati Uniti, primo importatore mondiale con una crescita del 10,2% a/a. In stagnazione invece le importazioni dai principali buyer europei (Germania -2,3%; Regno Unito -1%).

E proprio gli Stati Uniti rappresentano più degli altri le gioie e i dolori del prodotto enologico italiano, che si conferma in testa alle vendite ma che segna una crescita dimezzata (+5,4%) rispetto al trend import degli Usa (+10,2%). In particolare nei primi sei mesi in esame la Francia (che viaggia a velocità quadrupla rispetto al Belpaese) ha recuperato all’Italia quote per un valore di oltre 105 milioni di euro e ora tallona l’Italia a 36 milioni di euro di distanza (828,3 milioni di euro il risultato italiano tra gennaio e giugno, 792,2 quello francese). Sul fronte orientale, fa ben sperare il dato in Cina (+21%, contro una media del +7,9%) e Russia (+35,3%), mentre calano le vendite in Giappone (-5,3%) in attesa degli sviluppi dell’accordo commerciale con l’Ue. 

Fonti: Eurostat e dogane ed ufficio stampa Business Strategies