Vaticano e vino: storia di un amore solo apparente?

Il Vaticano conquista un nuovo record, anche se molto particolare, e forse in maniera inconsapevole: secondo uno studio del California Wine Institute, nel 2012 è stato il paese dove si è bevuto più vino a testa, con un consumo incredibile di 74 litri a persona, molto di più delle nazioni dove tradizionalmente il mercato enologico è forte, come Francia, Italia, Usa, Germania, Cina, Spagna, Gran Bretagna. Certo, spiega il sito winenews.it che ha riportato lo studio, le funzioni religiose avranno avuto una discreta rilevanza, specie in uno Stato in cui vivono solamente 836 persone, ma il gap con Andorra, al secondo posto, è enorme: gli 85.000 abitanti del Paese sui Pirenei, infatti, hanno bevuto nello stesso anno 46 litri di vino a testa, seguiti, al terzo posto, dall'unico grande Stato sul podio, la Francia, con 44 litri.


Il "trucco", spiegano gli esperti di "vino vaticano", sta forse nell'analisi dei dati fatti dall'istituto californiano, che non tiene conto del fattore "tasse": il vino, e i liquori, venduti nel supermercato vaticano, il cosiddetto "spaccio dell'Annona" usufruiscono di una tassazione speciale, molto più bassa di quella praticata in Italia.

Tasse che sul costo finale dei prodotti alcolici influiscono molto, specie in questo periodo. Va considerato, inoltre, che l'offerta dei vini proposti negli scaffali del supermercato vaticano è spesso particolarmente accattivante, con prodotti di tutti i prezzi e con cantine anche importanti. Tutti elementi che evidentemente invogliano i consumatori con diritto di accesso all'Annona (tramite tessera personale con tanto di fotografia) a riempire i loro carrelli con le bottiglie di vino che, presumibilmente, non verranno tutte bevute Oltretevere. 

Fuori dal podio dello studio californiano, un altro "piccolo stato", St. Pierre et Miquelon, territorio francese sula costa est del Canada, dove si consumano 43,5 litri di vino pro capite, quindi la Slovenia, a quota 43 litri, la Croazia, a 42 litri, la Macedonia, a 41,5 litri, il Portogallo, a 41 litri, la Svizzera a 38 e, a chiudere la top 10, le Norfolk Island, con 37 litri. E gli altri? Tutti dietro, compresa l'Italia che, nel 2011, era, con 37,6 litri di vino consumati a testa, alla posizione numero nove. Ma il dato italiano, forse, dovrebbe tenere conto anche del "vino vaticano".

Fonte: Ansa

Vignaioli Naturali a Roma 2014

Manca davvero poco! Il 22 e il 23 febbraio avrà luogo la sesta edizione di Vignaioli Naturali a Roma, la manifestazione organizzata da Tiziana Gallo, che riscuote ogni anno sempre maggior successo e ormai è diventata un appuntamento imprescindibile per tutti gli appassionati di vino.
Come ogni anno, l’evento romano richiamerà centinaia di ristoratori, enotecari, intenditori e appassionati che avranno la possibilità di incontrare i più importanti produttori naturali, di farsi raccontare la loro storia e di assaggiare le migliori bottiglie.


Con due novità, come ci comunica la stessa Tiziana Gallo: “La prima riguarda la scelta dei produttori. Oltre ad aziende che avete già avuto modo di conoscere nelle precedenti edizioni, quest’anno saranno presenti dei vignaioli italiani e francesi che non hanno mai presentato i loro vini a Roma; dal francese Jacques Beaufort, famoso per il suo Champagne, alla piccola azienda campana I Cacciagalli che produce in biodinamica. E ancora altri produttori, poco conosciuti al vasto pubblico dei consumatori, con le loro storie di vita, di terra e di vino.

Inoltre ho compreso il desiderio di alcuni di voi di acquistare le bottiglie del vino appena degustato e che, per motivi organizzativi, non ho finora potuto esaudire. Quest’anno, quattro enoteche di Roma, Beccaria, Bulzoni, Les Vignerons e  Wine Concept Bibenda per tutta la settimana successiva all’evento venderanno i vini di alcuni produttori partecipanti, scontati del 5% rispetto al prezzo di scaffale.”.

Il pubblico della manifestazione avrà la possibilità di degustare vini di un numero elevatissimo di produttori: in tutto ai banchi d’assaggio saranno presenti 97 cantine, 3 birrifici e 3 aziende alimentari.  Inoltre, grazie all'accordo tra Vignaioli Naturali e Servabo, laico di parte, i possessori del biglietto di ingresso alla manifestazione potranno acquistare a 12 euro, invece che 18, il libro Vini 'naturali'. I numeri, gli intenti e altri racconti.

Rispetto alle scorse edizioni cambierà anche la location: l’appuntamento è presso il prestigioso The Westin Excelsior Rome, nella suggestiva cornice di Via Veneto e gli orari saranno sabato 22  febbraio dalle 14 alle 20 e domenica 23 febbraio dalle 12 alle 20.
Anche quest’anno, come nelle cinque edizioni precedenti, Vignaioli Naturali a Roma sarà un evento unico, a cui nessun amante del vino potrà mancare!

Per informazioni:
Tiziana Gallo – 338/8549619
tizianagallo@libero.it

Pietracupa e quel Greco prodotto da Sabino Loffredo

Fino ad un mese fa, e lo dico con grande sincerità, pensavo che Pietracupa facesse rima solo ed esclusivamente con Fiano di Avellino, un vino amo visceralmente fin dalle prime annate e che, come tutti i grandi bianchi, offre il suo meglio solo dopo qualche anno. 
Il Greco di Sabino Loffredo, invece, l'ho sempre inspiegabilmente evitato vuoi perchè al mondo ci sono più "fianisti", vuoi perchè il Greco per certi versi beneficia di un impatto mediatico inferiore rispetto al suo "collega" Fiano che in questi ultimi anni è in piena rinascita qualitativa grazie a vignaioli come Picariello, Gaita, Troisi e lo stesso Loffredo (ovviamente ne mancano tanti altri che mi scuseranno se non li cito). 

Fatto sta che dovevo aspettare Alessio Pietrobattista e la degustazione TDC (non vi dico che significa) per capire quanto fino ad ora mi ero perso pur immaginandolo.

Sabino Loffredo - Fonte:www.chevsky.com

Prima di entrare nel dettaglio della verticale comprensiva delle annate 2003, 2006, 2008 e 2010, qualche dettaglio tecnico: il vino viene prodotto a partire da uve provenienti in maggior misura dal terroir di S. Paolina a cui Sabino aggiunge qualcosa proveniente dall'areale di Prata. In cantina pochi fronzoli: solo acciaio e il vino, generalmente, esce un anno dopo la vendemmia. Prevista, in ultimo, anche una selezione speciale di questo bianco, il Greco "G" che Sabino Loffredo fa uscire solo nelle annate considerate particolarmente favorevoli.

Pietracupa - Greco di Tufo 2003: sono sempre convinto che il "manico" del produttore si veda soprattutto nelle annate estreme come è stata questa vista che il caldo da quelle parti non ha dato molta tregua. Al naso il vino si presenta con la giusta morbidezza, con pennellate di miele e frutta gialla, a cui seguono sensazioni di curry e note minerali che virano verso la polvere pirica. E' al sorso, sopratutto, che il vino entusiasma per via della sua rotondità che mai inverte la rotta scontrandosi contro gli scogli della grassezza e della pesantezza. Tutto ancora è perfettamente integrato e il Greco, navigando sempre più veloce, prosegue la sua strada con un persistenza davvero avvincente. Loffredo con questo vino ha interpretato al meglio l'annata, che altro chiedere?

Pietracupa - Greco di Tufo 2006: prendete la precedente annata, spogliatela delle forme sferiche celate da abiti piuttosto larghi, rivestitela con gusto sartoriale di squisita raffinatezza e avrete il Greco di Tufo 2006 di Sabino Loffredo. La frutta gialla matura e il miele in questo vino si trasformano in un vaso di ginestre accarezzato da polline e pappa reale. Tutto è misurato, più femminile, come la bocca che ritrova il carattere minerale, quasi sapido, che accompagna tutta la beva senza mai stancare un minuto. Per chi ama le emozioni delle basse frequenze.

Foto: larcante.com

Pietracupa - Greco di Tufo 2008: c'è il Greco esuberante (2003), quello raffinato (2006) e poi, come in questa annata, esce fuori un'altra personalità del vino di Loffredo, quella ribelle e spiazzante che o la ami o la odi con tutte le tue viscere. La 2008, infatti, è un concentrato di idrocarburi e fervida mineralità che, se non stai ben attento, potrebbe portarti verso lidi ben più a nord di Montefredane. La durezza del naso, la sua aromaticità che col tempo si dispone verso toni anche torbati, al gusto viene solo leggermente scalfita da una iniziale nota di frutta secca perfettamente inglobata in una struttura dove tutto è in perfetto equilibrio e la scia salina finale, a tratti grafitica, non fa altro che donare ulteriore carattere ad un Greco che a mio modo di pensare potrà evolvere ancora per molto anni togliendosi da dosso questa corazza da guerriero e mostrando, se ce l'ha, la sua anima più "pacioccona". Chissà...

Foto:www.cellartracker.com

Pietracupa - Greco di Tufo 2010: c'è il figlio esuberante, il raffinato, il ribelle ma una famiglia come si deve, per poter trovare il suo equilibrio, deve dotarsi anche di un discendente che metta d'accordo tutti con il suo carattere stabile, armonioso e simmetrico. Se un figlio così metterebbe d'accordo tutti come può un vino con queste caratteristiche non esaltare anche il più diffidente dei degustatori? L'equilibrio lo si avverte fin dal naso dove ogni minimo sentore sembra cesellato da un fine artigiano che gioca a mettere in fila bouquet dai timbri ora minerali, ora agrumati fino ad arrivare al floreale di margherita e biancospino. Al gusto la struttura assorbe in maniera calibrata la veemente acidità, la sapidità e la rotondità del Greco che conclude su irrefrenabili rimandi quasi salmastri. La 2010 sarà anche l'annata del Greco "G" di cui si dice davvero un gran bene. In Campania, attualmente, tra Fiano e Greco ho comprato quasi di tutto. Voi non aspettate che questi vini finiscano, capito?



Rassegna stampa: il vino segreto del governo inglese

Londra. Il governo inglese è carico di debiti al punto da arrivare ad affittare le sale di Westminster. Ma sotto Lancaster House, nel cuore di Londra, c’è un vero e proprio tesoro: è la cantina del governo, amministrata dal Foreign Office e usata per conservare vini pregiatissimi da servire nelle cene con dignitari da tutto il mondo.

L’Independent on Sunday è riuscito a carpire una serie di segreti di questo patrimonio di oltre 36 mila bottiglie, che oltre al vino contengono anche pregiatissimo champagne e cognac: valore totale, 3,2 milioni di sterline (3,8 milioni di euro).

Foto: Decanter.com

Il domenicale ha visto le note di degustazione, quelle che i sommelier ufficiali - che formano il Wine Committee del governo - hanno scritto negli anni per indicare quale vini servire e in quali occasioni.

Ad esempio il Corton del 1961, vino francese quotato intorno alle 500 sterline a bottiglia, viene definito come un “tesoro nazionale”», da riservare quindi ai vertici più importanti. Al contrario la nota del Meursault Charmes, che costa `solo´ 40 sterline, è lapidaria: “da non usare”.

Le etichette francesi fanno la parte del leone anche se il 17% dei vini serviti l’anno scorso erano inglesi. Nonostante sia una cantina molto ben assortita non è esente dall’austerità voluta dal premier David Cameron. Nel 2010 è stato deciso che deve autofinanziarsi vendendo i suoi `pezzi´ pregiati e comprandone di nuovi.

Foto: Decanter.com
L’anno scorso 54 bottiglie hanno portato nelle casse dello Stato ben 63 mila sterline. Di queste ne sono state usate 49 mila per nuovi acquisti, che verranno bevuti nel corso di feste e ricevimenti.

Il Soave "Contrada Salvarenza" di Gini

Sandro Gini da Monforte d'Alpone l'ho conosciuto la stessa sera in cui alcuni illuminati produttori della DOC Orvieto avevano organizzato un'interessante wine tasting presso la Rimessa Roscioli.
Era l'ospite più silenzioso della serata e, da persona modesta e schiva qual'è, ha lasciato che il suo Soave fosse degustato per ultimo, tanto per non interferire col tema principale della serata.

Sandro Gini e suo fratello, ultimi discendenti di una famiglia di vignaioli presenti nel territorio fin dal 1600, iniziano ad occuparsi personalmente dell'azienda di famiglia attorno agli anni '80 e oggi gestiscono circa 25 ettari di vigneto, con piante anche centenarie, piantato su terreni sia a matrice vulcanica sia a matrice calcarea.


Foto: http://www.online-wine.it/

I Gini potrebbero definirsi vignaioli naturali, più di altri, prima di altri, ma non lo fanno perchè certe scelte, semplici quanto sincere, non vanno di certo sbandierate anche se oggi il consumatore attento sarebbe molto contento di sapere che nei loro vigneti non si usa chimica così come non si usa anidride solforosa in vinificazione dove, tra l'altro, vengono utilizzati sono lieviti propri della cantina.

L'azienda produce due Cru di Soave: il Froscà e il Salvarenza. Entrambe appartengono allo stesso versante collinare (per un’estensione totale di circa 12 ettari), nel cuore della zona classica di Monteforte: nonostante l’uno sia il naturale prolungamento dell’altro, generando oltretutto due distinte etichette, esistono tra le due parti sensibili variazioni pedo-climatiche. La Froscà occupa infatti la parte più alta della collinetta (sommità più versante), a un’altitudine di circa 150 metri, con pendenza del 20/30%, esposizione sud/sud-est, impianto a pergola veronese e terreno formato prevalentemente da tufo vulcanico. 
Il Salvarenza, invece, si estende nella parte più bassa del vigneto, verso il piede del versante, dove il terreno è più calcareo, la temperatura più fresca (correnti di aria fredda attraversano tutto l’appezzamento, proteggendolo dagli eventuali stress climatici dell’estate e favorendo la formazione di profumi spiccati) e le viti decisamente più vecchie, alcune delle quali addirittura franche di piede e dunque quasi centenarie (l’età media si situa invece tra i 50 e gli 80 anni). 

La famiglia Gini. Foto: http://www.soavecru.it

Il Contrada Salvarenza - il cui nome pare debba imputarsi alla leggenda della giovane Renza che fu tratta in salvo da una banda di briganti grazie all’intervento di un nobile cavaliere - effettua invece fermentazione ed elevazione in legno: nove mesi in pièces da 228 litri a contatto con i propri lieviti naturali.

Durante la serata abbiamo degustato:

Gini - Soave "Contrada Salvarenza" 2010: nonostante quattro anni di età il vino si presenta con un corredo aromatico giovanissimo visto che il calice sprigiona aromi di erbe aromatiche e vivida mineralità tufacea. Col tempo, aprendosi, il ventaglio odoroso si arricchisce di note di biancospino, pompelmo, pesca bianca, pera kaieser. Al sorso è tutto un gioco di sapidità e freschezza abilmente regolate in modo tale che il Soave possa "martellare" per un tempo quasi infinito regalando equilibrio e finezza davvero sorprendenti.


Gini - Soave "Contrada Salvarenza" 2006 : il naso nel bicchiere, gli occhi chiusi, e la netta sensazione che accanto a te ci sia un mercato dove più venditori ambulanti offrono ai bambini torroncino, cioccolato bianco, croccante di nocciole, marroni, frutta secca. Un Soave godurioso con tratti autunnali a cui non  mancano le importanti e fervide sensazioni calcaree. Al sorso è ancora vivo e vegeto, sapido, a tratti salmastro, e con una progressione prorompente che termina con note quasi fumè. Soave di grande personalità!

Gini - SoaveSoave "Contrada Salvarenza" 2004 : rispetto alle precedenti annate il vino vira decisamente verso note fumè che mi fanno ricordare alcuni vecchi Silex di Dagueneau. Non solo. La lieve ossidazione del vino sprigiona ricordi di spezie orientali, foglie secche, mou, mela cotogna. Bocca vibrantissima, tridimensionali, ritornano le eleganti note affumicate assieme ad una spinta acida prorompente che rappresenta il vero timbro di fabbrica di questo Soave. Chiusura lunga, finissima, leggiadra, un cavallo bianco che corre.

Romagna Sangiovese: breve panoramica e spunti di riflessione

Degustare e testare più di venti Sangiovese di Romagna non è cosa facile soprattutto quando il 20 gennaio, giorno X per la tavola rotonda, viene etichettato come "blue monday" cioè come il giorno più triste dell'anno.
Per tirarci un pò su di morale e, soprattutto, per cercare di capire un pò di più sul territorio (i vini erano divisi per zone di produzione) eravamo tutti muniti dell'indispensabile articolo a firma Francesco Falcone pubblicato su Enogea - II serie - n°37 dal quale estrapolerò alcune parti per contestualizzare la degustazione anche su Percorsi di Vino (se violo qualche copyright me ne scuso e sono pronto ad eliminare tutto).

Scrive Falcone:"La zona di produzione del Sangiovese di Romagna (denominazione d'origine controllata a partire dal 1967) interessa una vasta area collinare che si sviluppa a sud della via Emilia toccando (da nord-ovest a sud-est) una cinquantina di comuni delle province di Bologna (l'Imolese), Ravenna (Il Faentino), Forlì-Cesena (Il Forlivese e Il Cesenate) e Rimini (Il Riminese). Il disciplinare di produzione prevede come vitigno principale il sangiovese, la cui percentuale minima nel vino non deve essere inferiore all'85%. Sempre più spesso viene vinificato in purezza, ma non mancano bottiglie che dichiarano l'aggiunta di altre uve complementari. E se in passato era l'ancellotta la varietà più utilizzata, in epoca più recente è stata affiancata e in molti casi sostituita da merlot, cabernet sauvignon e syrah. L'età media dei vigneti è di poco superiore ai 20 anni e la forma di allevamento più utilizzata è il cordone speronato basso. Non di rado, però, compare l'alberello, reintrodotto negli ultimi due decenni sulla scorta di una tradizione viticola precedente agli anni '50. Assai più raro è invece il Guyot, così come marginali sono i pochi impianti di vecchia concezione (GDC, capovolto e cordone libero). Si può affermare che la fetta più significativa della viticoltura si sviluppa su colline di matrice sedimentario-argillosa, mai troppo elevate, la cui quota altimetrica oscilla tra i 150 e 300 metri s.l.m. Anche se una larga parte dei vigneti si sviluppa a non grande distanza dall'Adriatico (mare troppo ristretto per influire significativamente sulle condizioni termiche della regione), il clima è prevalentemente continentale, con estati molto calde e afose, e inverni freddi e prolungati (rappresentano due eccezioni alla regola il Riminese e alcune zone del Cesenate, dove l'influsso delle brezze è più netto). Le precipitazioni sono in genere contenute nelle prime due fasce collinari del territorio viticolo (circa 700 mm in media per anno), mentre via via che si passa nelle zone più alte i valori aumentano rapidamente fino a superare i 900 mm nelle località prossime all'Appennino. Poco più di 7000 sono gli ettari vitati rivendicati dalla doc, sedici milioni le bottiglie che ogni anno sono immesse sul mercato e tre le principali tipologie prodotte. La versione d'annata (con o senza la dicitura “Superiore”), fruttata, polputa e godibile da bere in gioventù, maturata sempre in vasche di cemento e/o di acciaio e posta in commercio la primavera successiva alla vendemmia. La “selezione” (quasi sempre commercializzata come “Superiore”), di maggiore struttura, intensità e vigore, di tanto in tanto elevata per qualche mese in barrique o tonneaux (più rara è invece la presenza della botte grande) e venduta dopo un breve periodo di affinamento in bottiglia. E infine la Riserva: un vino più potente e profondo, in genere austero nei primi anni di vita ma dotato di buona propensione all'invecchiamento (tra i 10 e i 15 anni)".


Romagna Sangiovese Doc - Fonte: Lavinium

Il nuovo disciplinare, in vigore dal 2011, ha introdotto due novità importanti: la prima è che dovremmo chiamarlo non più Sangiovese di Romagna ma Romagna Sangiovese. L'altro cambiamento sostanziale riguarda l'istituzione delle sottozone (menzioni geografiche aggiuntive) che sono: Bertinoro, Brisighella, Castrocaro-Terra del Sole, Cesena, Longiano, Meldola, Modigliana, Marzeno, Oriolo, Predappio, San Vicinio, Serra. La sottozona Bertinoro è utilizzabile solo ed esclusivamente per il “Romagna Sangiovese riserva”. Sono escluse da tutto ciò le zone del Riminese e dell'Imolese che hanno una loro Doc provinciale: Colli d'Imola e Colli Riminesi.
Rimane invariata, invece, la possibilità che all'85% di sangiovese possano concorrere fino ad un massimo del 15% altri vitigni a bacca nera idonei alla coltivazione per la Regione Emilia Romagna.

Dodici le aziende in degustazione in rappresentanza delle varie sottozone indicate nel disciplinare (unica eccezione il Cesenate di cui non ci sono stati forniti i vini):

Azienda Agricola Stefano Berti
Sangiovese di Romagna 2011 “Bartimeo”
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Calisto”
Sangiovese di Romagna sup. 2010 “Ravaudo”

Azienda Agricola Marta Valpiani
Sangiovese di Romagna sup. 2010 “Castrum Castrocari”
Sangiovese di Forlì 2011
Sangiovese di Forlì 2009 vendemmia tardiva “Castrum Castrocari”

Azienda Agricola Villa Papiano
Sangiovese di Romagna sup. 2011 “Le Papesse di Papiano”
Sangiovese di Romagna 2010 riserva “I Probi di Papiano”

Azienda Agricola Costa Archi
Sangiovese di Romagna 2011 “Assiolo”
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Monte Brullo”

Azienda Agricola Gabellini
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “P. Onorii”
Sangiovese di Romagna sup. 2011 “Il Colombarone”

Azienda Agricola Giovanna Madonia
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Ombroso”
Sangiovese di Romagna sup. 2011 “Fermavento”

Azienda Agricola Cà di Sopra
Sangiovese di Romagna sup. 2010 riserva “Cadisopra”
Sangiovese di Romagna sup. 2011 riserva “Crepe”

Azienda Agricola Casetto dei Mandorli
Sangiovese di Romagna 2010 riserva “Vigna del Generale”

Azienda Agricola Drei Donà Tenuta La Palazza
Sangiovese di Romagna sup. 2008 riserva “Pruno”

Tenimenti S. Martino
Sangiovese di Romagna 2010 riserva “Torre – Vigna 1922”

Azienda Agricola Tre Monti
Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Thea”

Azienda Agricola Vigne dei Boschi
VDT “Poggio Tura”

La degustazione, devo essere onesto, è stata lunga e certamente non facile visto che, tirando le somme e con le dovute cautele, ho apprezzato solo cinque vini su ventuno e, di questi, solo uno ha preso un punteggio di 86/100. Gli altri, purtroppo, sono dietro, oppure quel giorno non li ho capiti io.
Le cause sono tante ma, in generale, ho notato che molti Romagna Sangiovese peccano di abbondanza di alcol, scarsa acidità (vabbè questo magari è il territorio) e un uso non proprio felice del legno piccolo che spesso dona al vino un eccesso di amaro abbastanza sgradevole al palato. Poi, in ultimo, ci sono i vini della serie "ma che li fai uscire a fare" ma quello è un discorso a parte...



Nella Top 5 di Percorsi di Vino metterei:

Azienda Agricola Stefano Berti - Sangiovese di Romagna sup. 2009 riserva “Calisto”: gli altri due vini in degustazione non mi hanno particolarmente colpito ma questo Romagna Sangiovese Riserva (90% sangiovese e 10% cabernet sauvignon) si fa apprezzare per un frutto deciso seguito da toni speziati e da una bocca abbastanza equilibrata che forse paga pegno in un finale caldo, deciso ma un pò troppo amarognolo. La materia c'è eccome, bisogna cercare di esaltarla al meglio.


Azienda Agricola Marta Valpiani - Sangiovese di Romagna sup. 2010 “Castrum Castrocari”: ho conosciuto i loro vini due anni fa durante un curioso tasting panel e, devo dire, che i suoi vini, prodotti assieme ad Elisa Mazzavillani, stanno assumendo uno stile ben definito caratterizzato da sentori di frutta rossa croccante, fiori rossi, terra e cola. La bocca è estremamente equilibrata e ben disegnata. Chiusura sapida, calda. 

Azienda Agricola Costa Archi Sangiovese di Romagna 2011 “Assiolo”: il fratellino "piccolo" del "Monte Brullo" riesce ad incantare (quasi) tutti per una maggiore complessità olfattiva giocata su richiami di ciliegia, rosa canina, pizzico di china in una cornice balsamica e minerale. Bocca intrigante, tesa, convince il tannino e la progressione. Persistenza lunga e sapida. Il Monte Brullo 2009 è più profondo e austero ma avrà bisogno di bottiglia per sprigionare tutto il suo valore.



Azienda Agricola Drei Donà Tenuta La Palazza - Sangiovese di Romagna sup. 2008 riserva “Pruno”: il sangiovese più blasonato di Romagna fa la sua sporca figura e si fa apprezzare per una sensazioni scure, profonde, di prugna secca, humus, dattero, viola macerata. Bocca di impatto, progressiva, di sostanza. Bernabei marca bene il vino.


Azienda Agricola Vigne dei Boschi VDT “Poggio Tura”: l'ultimo vino in batteria, da agricoltura biodinamica, è prodotto da Paolo Babini nella zona di Brisighella. Nonostante sia un vino da tavola molti sono rimasti entusiasti di questo Sangiovese che, rispetto alla media generale, è risultato dotato di grande freschezza (le vigne sono a 450 metri s.l.m.), solare, dinamico con un palato la cui struttura, per una volta, ben sostenuta da acidità e sapidità. Ha ancora un tannino ruvido ma se il tempo farà la sua parte avremo in futuro un bel cavallo di razza. Produttore da segnare in agenda.




Gianfranco Fino e il Rosé Pas Dosé "Simona Natale" 2009

La presentazione ufficiale è stata fatta poco tempo fa durante lo scorso Sangiovese Purosangue ma chi li conosce bene sa che da anni i coniugi fino avevano in mente di produrre un grande Metodo Classico pugliese. 
Loro, amanti sfegatati dello Champagne francese, stavano solo aspettando l'occasione giusta per dar vita al progetto che, come mi spiega la stessa Simona Natale, ha preso il via nel 2009, anno poco fortunato per il loro negroamaro:"in vasca lo Jo 2009 non aveva le caratteristiche necessarie per diventare grande come ce lo aspettiamo ma, sicuramente, aveva tutte le qualità in termini di struttura, colore e acidità per diventare un grande rosato. L'idea, come ti ho detto, era già nell'aria da tempo per cui, aggiungendo un pizzico di follia e con il conforto di Alessio Dorigo che ci ha spronati e consigliati, abbiamo realizzato con lo Jo 2009 non prodotto la nostra base spumante".

I Fino hanno fatto tutto in casa anche grazie alle conoscenze enologiche di Gianfranco che, fin dai tempi della scuola di agraria, è un grande studioso del mondo della spumantistica mondiale.

Il vino base, tecnicamente un  Rosé de Saigné, si ottiene con la macerazione e il contatto delle bucce da 36 a 48 ore prima della fermentazione. L dopo aver fatto fermentazione e malolattica in barrique usate, ha passato 44 mesi sui lieviti ed è stato sboccato a Settembre 2013.

Simona, porgendomi il calice, un pò emozionata, mi sussurra che questa è la sua pazzia e il suo sogno. Conoscendola non posso non crederle.

Il bellissimo colore dello spumante con Simona sullo...sfondo

Come possiamo vedere dalla foto il "Simona Natale" 2009 ha un colore davvero bello, un buccia di cipolla brillante con riflessi corallo che difficilmente ho potuto riscontrare in altri prodotti simili.

Il naso non tradisce l'anima del negroamaro di Manduria coltivato a poche centinaia di metri dal mare donando un naso mediterraneo incastonato all'interno di una cornice di pura mineralità. Gli aromi, infatti, evocano fragranze di corbezzolo, rosa canina, pompelmo rosa, succo di pomodoro, ginepro che, col passare del tempo, si aprono ad ulteriori sentori di polvere pirica, iodio e paprika.


All'assaggio rimango subito colpito per il finissimo perlage che rende il sorso fin da subito elegante e dalla grande cremosità. Tutto è in assoluto controllo, il contributo del legno è già perfettamente assimilato e le impressioni olfattive ritornano elegantemente anche se con meno intensità e vigore. Finissimo e quasi sussurrato è lo scatto finale, mantenuto teso grazie alla sapidità del vino che lascia impressa nel palato una scia di seta rosa intrisa di aria di mare. 

Ho la netta sensazione che questo spumante, così come accade per tutti i vini di Fino, debba ancora crescere, maturare col tempo. La strada è tracciata, il loro obiettivo è competere con i grandi Rosè della Champagne e non ho dubbi che, anche grazie all'esperienza di questo primo spumante, il  loro numero zero, l'obiettivo sarà perseguito in brevissimo tempo.

Non gli diciamo che già questo è un grande spumante italiano, altrimenti si montano la testa!

L'Orvieto DOC, un vino buono da scoprire. Certo, se fatto bene!

Orvieto, chi non la conosce? Le sue imponenti rupi di tufo, il magnifico Duomo, il Pozzo di San Patrizio, i colombari, l'Umbria Jazz Festival sono tutte parti di un mosaico a cui, spesso e volentieri, manca il tassello "vino di qualità" per essere veramente completo.
Infatti, l'immagine dell'Orvieto Doc è colpevolmente legata a vini di quantità, che definisco "da battaglia", che spesso e volentieri varcano i confini nazionali per invadere i mercati esteri che richiedono l'equazione errata grandi numeri=vino di territorio.
C'è un modo, invece, per comunicare che esiste una piccola percentuale di Orvieto Doc di grande qualità che nulla deve invidiare agli altri grandi bianchi italiani? Certo, mettere assieme Sergio Mottura, PalazzoneDecugnano dei Barbi, Barberani, Le Velette, senza dubbio i migliori produttori della denominazione, e creare una piccola verticale dei loro vini.


Foto: Lavinium

Prima di entrare nei particolari è opportuno capire come viene fatto l'Orvieto Doc. Il disciplinare di produzione, sottoposto negli anni a varie modifiche, ha riformato profondamente l'uvaggio tradizionale che vedeva il Procanico prevalente (dal 50% al 65%) con la presenza di Verdello (dal 15 al 25%), Grechetto, Drupeggio, Malvasia (dal 20 al 30%, di cui la Malvasia toscana non più del 20%). Oggi, infatti, i vini a denominazione di origine controllata “Orvieto” devono essere ottenuti da Trebbiano Toscano (Procanico) e Grechetto (minimo 60%) con un 40% massimo di altri vitigni di colore analogo.

L'area DOC dell'Orvieto è dunque suddivisa in Orvieto Classico, che copre la zona intorno alla Rupe e al suo circondario, e in Orvieto, che la completa a nord e a sud. Dalla vendemmia del 1997 è possibile produrre un Orvieto e un Orvieto Classico con la qualificazione "Superiore". Questo vino, che si ottiene grazie a una drastica diminuzione della produzione per ettaro (da 11 a 8 tonnellate) e a un contenuto alcolico minimo di 12% vol., può essere messo in commercio solo dopo il primo marzo dell'anno successivo alla vendemmia.

Le tipologie della DOC Orvieto, inclusa la sottozona Orvieto Classico sono: secco, abboccato, amabile, dolce, superiore e vendemmia tardiva.

Il wine tasting, organizzato presso la Rimessa Roscioli, prevedeva le degustazione di ben Orvieto Doc di varie annate, partendo dalla 2011 fino ad arrivare alla 2008.



Orvieto Classico Superiore "Lunato" 2011 - Tenuta Le Velette (Procanico 20%, Grechetto 40%, Malvasia 20, Verdello 15%, Drupeggio 5%): l'azienda storica della famiglia bottai ha vigneti che si estendono su terreni vulcanici per oltre 100 ettari sulla collina di fronte ad Orvieto. Il Lunato proviene da una porzione di 45 ettari chiamata Podere Belvedere dove sono presenti i vitigni più vecchi. Il vino è intensamente minerale, sapido e la sua durezza è corroborata solo in parte da una bella vena di frutta gialla croccante.. Sorso misurato, sottile, fresco e dalla persistenza calcarea. Vinificazione ed affinamento in acciaio.

Orvieto Tragugnano 2011 - Sergio Mottura (Procanico 50%, Verdello 25% e Grechetto 25%): questa azienda che si estende ai confini del Lazio non ha bisogno di molte presentazioni visto che il suo Grechetto in purezza che prende la forma del Poggio della Costa e del Latour a Civitella rappresenta il meglio della produzione nazionale. Il loro Tragugnano, selezione delle migliore proveniente dai loro vigneti nell'areale dell'Orvieto Doc, è un vino che rispetto al precedente ha un naso più complesso ed intenso dove spiccano le note di calcare, glicine, frutta bianca ed erbe di campo. Sorso ampio che riempie il palato di note minerali chiudendo lunghissimo su toni ammandorlati. Vinificazione ed affinamento in acciaio.



Orvieto Classico Superiore "Campo del Guardiano" 2011 - Palazzone (Procanico 50% Grechetto 30%,Verdello, Drupeggio e Malvasia il restante 20%): l'azienda della famiglia Dubini si estende per circa 25 ettari piantati su terreni collinari di origine sedimentaria e argillosa di Rocca Ripesena, con una vista emozionante sulla rupe di Orvieto. Il Campo del Guardiano rappresenta un vero e proprio Cru per l'azienda e, rispetto ai precedenti due vini, si presenta con un naso meno duro dove spiccano le note di fieno, agrumi, pesca, pera a cui solo in parte seguono note salmastre e di iodio. Bocca freschissima, diretta, avvolgente e di ottima persistenza sapida dove ritornano le note di gesso ed erbe di campo. Vinificazione in acciaio ed affinamento per 24 mesi in bottiglia.

Orvieto Classico Superiore "Il Bianco" 2011 - Decugnano dei Barbi (Grechetto 50%, Vermentino 20%, Procanico 20% e Chardonnay 10%) : appartenente alla famiglia Barbi, l'azienda si estende sui colli che dominano il Lago di Corbara per circa 32 ettari. Le vigne sono piantate su terreni di origine marina, ricchissimi di fossili. Questo vino, prodotto grazie all'ausilio di Cotarella,  ha un disegno olfattivo ancora giovane dove i ritorni iodati e salmastri sono ben evidenti assieme a sentori di frutta bianca, anice e biancospino. Sorso morbido, sinuoso, di grande avvolgenza ed equilibrio. Chiusura salata.  Vinificazione ed affinamento in acciaio.

Veniamo alla batteria dei 2010!

Orvieto Classico Superiore "Luigi e Giovanna" 2010 - Barberani (Grechetto, Trebbiano Procanico e Chardonnay): la famiglia Barberani da decenni ha impiantato vigneti sulle colline che dominano il lago di Corbara. Attualmente si estende per circa 100 ettari, di cui 55 a vigneto specializzato, su terreni vulcanici, sedimentari e calcareo-argillosi. Il vino, nato nel 2011 per celebrare il 50° anniversario dell'azienda, presenta all'interno dell'uvaggio una piccola percentuale di muffa nobile che inesorabilmente crea un profilo gusto-olfattivo di grande morbidezza e suadenza con ritorni di frutta matura ed erbe secche. La mineralità stavolta è più nascosta. Persistenza davvero impressionante.

Orvieto Tragugnano 2010 - Sergio Mottura (Procanico 50%, Verdello 25% e Grechetto 25%): rispetto al 2010, complice l'annata che dalle parti di Orvieto è stata meno equilibrata che in altre zone di Italia, è un vino più pronto, morbido, con frutta gialla in evidenza e mineralità rarefatta. Bocca di polpa e consistenza. Ottima la persistenza.

Orvieto Classico Superiore "Campo del Guardiano" 2010 -Palazzone (Procanico 50% Grechetto 30%, Verdello, Drupeggio e Malvasia il restante 20%): anche in questo caso il naso è un cesto di frutta gialla ed erbe aromatiche con sottofondo salmastro. Bocca che gode della solita grande sapidità e progressione da urlo.


Orvieto Classico Superiore "Il Bianco" 2010 - Decugnano dei Barbi (Grechetto 50%, Vermentino 20%, Procanico 20% e Chardonnay 10%) : naso che si fa più tenebroso del 2010, con aromi quasi di porto e frutta secca. Bocca di grande impatto, salata, iodata, dotata di tanta polpa e dinamicità. Deve ancora aprirsi, forse troppo giovane!



Veniamo alla batteria dei 2009!

Orvieto Classico Superiore "Luigi e Giovanna" 2009 - Barberani (Grechetto, Trebbiano Procanico e Chardonnay): l'ottima annata per tutta la denominazione si fa sentire immediatamente nel vino che diventa nobile, austero e dotate di grandissimo equilibrio ed intensità. La parte morbida data dalla botrite è totalmente integrata. Un sorso che in bocca spinge come un toro. Grande versione.

Orvieto Tragugnano 2009 - Sergio Mottura (Procanico 50%, Verdello 25% e Grechetto 25%): il naso del Tragugnano cangia e diventa floreale, l'Orvieto inizialmente odora di camomilla e glicine all'interno di un quadro dove la mineralità si fa più setosa e meno irruenta rispetto alla precedenti annate. Al sorso si conferma la grande eleganza e l'equilibrio del millesimo che chiude intenso, persistente su ritorni di erge e gesso. Grande bicchiere!

Orvieto Classico Superiore "Campo del Guardiano" 2009 -Palazzone (Procanico 50% Grechetto 30%, Verdello, Drupeggio e Malvasia il restante 20%): una versione granitica e solenne di questo Orvieto Doc Superiore che sembra irrorato di iodio e fa della durezza e della escalation gustativa il suo punto di forza. Ficcante come una lama nel burro, alla cieca potresti portarlo dalla parti di Vouvray!

Giovanni Dubini - Palazzone

Orvieto Classico Superiore "Il Bianco" 2009 - Decugnano dei Barbi (Grechetto 50%, Vermentino 20%, Procanico 20% e Chardonnay 10%): piccolo accenno di terziarizzazione nel vino che prende aromi quasi autunnali di nocciola, foglie secche, mela golden, fieno bagnato. Rispetto a tutti gli altri vini esce una inedita nota fumè. Bocca tridimensionale che riempi il palato e non lo lascia più. Persistenza record su ricordi di frutta secca e mineralità scura.

La batteria dei 2008 ha previsto solo due vini.

Orvieto Classico Superiore "Lunato" 2008- Tenuta Le Velette (Procanico 20%, Grechetto 40%, Malvasia 20, Verdello 15%, Drupeggio 5%): per la prima volta percepisco abbastanza bene note di evoluzione che vanno dal tostato al miele di castagno fino ad arrivare alla mela cotogna. Al sorso il vino spinge fino ad arrivare al centro bocca poi un pò si perde ma, nonostante tutto, chiude su una bella scia sapida.

Orvieto Classico Superiore "Luigi e Giovanna" 2008 - Barberani (Grechetto, Trebbiano Procanico e Chardonnay): la lieve punta di muffa nobile in questa versione è ben evidenziata e, assieme ad una struttura di tutto rispetto, dà vita ad un vino di grande morbidezza e sensualità dove spiccano anche cenni aromatici di curcuma e zafferano avvolti in una cornice di odori di affumicatura. Bocca da vecchio Silex, molto più dritta e verticale rispetto al naso. Ha ancora tanto da dire questo vino. Da tenere e servire tra cinque anni almeno!



Chiudo questo post ringraziando i produttori che mi hanno invitato a questo interessantissimo wine tasting che pone in risalto una denominazione da scoprire se il prodotto viene da vignaiolo che hanno a cuore il territorio e le sue potenzialità. L'Orvieto DOC è un vino con una sua anima, di grande freschezza in alcuni casi, sapida in altri, che ad oggi può tranquillamente inserirsi nella short list dei grandi vini bianchi italiani, anche da invecchiamento. L'importante è crederci e rimanere uniti come adesso. 

Line Up orvietana