Fattoria Le Casalte - Vino Nobile di Montepulciano 2006


Il Nobile di Montepulciano è un vino che difficilmente è riuscito a piacermi, spesso, soprattutto nelle nuove annate, è troppo legnoso e, comunque, troppo internazionalmente pompato per poter piacere alle mie papille gustative.

Tutto questo fino a poco tempo fa, fino al giorno in cui
Armando Castagno mi fa fatto bere qualcosa di diverso, di sconosciuto, di nuovo, che ha generato in me un’esplosione sensoriale che richiede, per nutrirsi e per nutrirmi, altre dosi di quel prugnolo gentile. L’artefice inconsapevole di questa rinascita gustativa, oltre a Castagno, è stata l’azienda Le Casalte, piccola realtà agricola sita in località Sant’Albino, vicino Montepulciano, che col suo Vino Nobile base, millesimo 2006, mi ha permesso di capire quanto sbagliavo bollando come “non affine ai miei sensi” tutta una prestigiosa denominazione come quella del Vino Nobile di Montepulciano. La storia della Fattoria Le Casalte è un bellissimo racconto di famiglia. Tutto iniziò nel '75, quando Guido Barioffi e sua moglie Paola, decisero di acquistare un vecchio casale in rovina, sulle colline di Montepulciano. Ci volle tutta la caparbietà e la determinazione di Guido, che si mise a studiare enologia e agronomia non conoscendo nulla del settore, perchè in poco più di 30 anni di sacrifici, il sogno di una casa in campagna si trasformasse in una piccola azienda vinicola.



Per amore di un cavallo, dal '95 la figlia Chiara cominciò a passare i fine settimana a Montepulciano, cominciando a scoprire una realtà di vita ben diversa da quella cittadina di Roma. Sarà proprio lei ad affiancarsi successivamente al padre nella gestione dell'azienda. Oggi sono 13 gli ettari in produzione su questo altopiano a sud di Montepulciano posto a circa 400 metri s.l.m dove, con una media di 34 anni, possiamo trovare solo vigneti di Sangiovese, Canaiolo e Mammolo. Nulla di internazionale.

In cantina, grazie al lavoro di Paolo Salvi e, soprattutto, di Giulio Gambelli, tutto è perfettamente “tradizionale”: vinificazione in vasche di acciaio, spesso affiancate da tini tronco-conici e maturazione in botti grandi per circa due anni.

Nulla di pirotecnico, di gridato, così come il
Vino Nobile di Montepulciano 2006 che ora è nel mio bicchiere, una giusta combinazione di prugnolo gentile (80%), canaiolo (15%) e mammolo (5%) che creano una finezza aromatica e gustativa tutta da scoprire.
L’impatto olfattivo non è da vinone, anzi, tutto è sussurrato, le pennellate aromatiche sono lievi ma decise, ci sento il ferro, una bella nota minerale, cenni di spezie e di un frutto maturo che è lontano dall’essere stucchevole, sciropposo. In bocca si conferma ampio e vellutato, non invade la bocca come un barbaro, la vena acida è sorprendente come la bevibilità del vino che, per un Nobile di Montepulciano, non è cosa da poco.

Un vino certamente non facile, per chi cerca potenza e immediatezza consiglierei di virare verso altri prodotti. Se, invece, volete cercare, scavare tra le intime emozioni di ciò che bevete, questo è il mio e il vostro vino.

Investire sul vino? Arriva Noble Crus, il primo fondo sul vino

La diversificazione è uno dei primi obiettivi di ogni investitore, tuttavia il processo di globalizzazione ha portato ad una crescente correlazione tra i diversi mercati internazionali, mentre il fenomeno del leveraging ha comportato che asset class tradizionalmente slegate dal settore finanziario, come ad esempio le opere d’arte, siano in realtà fortemente influenzate dalle dinamiche degli indici azionari. Nel contesto attuale, a prescindere dal segmento dei fondi comuni total return, risulta praticamente impossibile trovare forme di investimento liquide, realmente decorrelate dai mercati, come riesce ad essere il Nobles Crus, il primo fondo che investe in vini d’annata.

L’ideatore dell’iniziativa è Michel Tamisier, che dopo una lunga esperienza internazionale in Bnp Paribas, JP Morgan e Carmignac, ha deciso di sviluppare l’idea di investire in temi di passione, attraverso strumenti trasparenti e facili da capire, per sfuggire alla complessità attuale dei prodotti finanziari, in grado tuttavia di offrire performance e diversificazione; “tutto questo sembra molto ovvio oggi dopo la crisi, però il progetto risale al 2007. Investire in temi di passione deriva di una domanda semplice, cosa può volere un investitore benestante dopo avere comprato tutti i prodotti esistenti sul mercato ed avere partecipato a tutte le bolle speculative? La risposta è molto semplice, un prodotto che capisce e che possa piacere personalmente”, come spiega Tamisier.

Cosi è nato il concetto di Passion Investment e dopo il lancio del primo comparto Nobles Crus nel gennaio 2008, la Sicav Lussemburghese Elite’s Exclusive Collection, promossa da Elite Advisers, dovrebbe offrire dei fondi che investono in altri temi di passione quali arte, auto, diamanti, francobolli, gioielli e orologi da collezione, ma anche in altri temi ancora più di nicchia; “già nel corso del prossimo trimestre l’autorità lussemburghese dovrebbe autorizzare un nuovo comparto”.

Il Nobles Crus è un fondo aperto ed investe nei migliori vini del mondo e nelle migliore annate, secondo tre criteri; “una qualità estrema, perché solo tali vini vedono il loro prezzo salire anche in periodi di crisi; il potenziale d’invecchiamento, perché è il miglioramento del vino anno dopo anno che fa salire i prezzi; la notorietà, per motivi di liquidità i vini devono essere conosciuti in tutti i mercati compresi quelli emergenti”.

Il vino viene conservato nelle condizioni ottimali, all’interno del porto franco di Ginevra.
La gestione è propriamente attiva, attraverso la costante compravendita di vini, ed è affidata a Christian Roger, un gestore di grande esperienza e un appassionato della materia, che dopo un’esperienza ventennale nel settore bancario, ha deciso nel 1998 di dedicarsi esclusivamente alla sua passione per il vino. “Oggi Roger rappresenta uno dei maggiori esperti al mondo, vantando tra l’altro il titolo di Membro permanente del Gran Judy Europee di degustazione”.

Su questo mercato ancora poco standardizzato, è molto difficile trovare un parametro di riferimento, “seguiamo il Liv-ex 100 Index che tuttavia investe in prevalenza su Bordeaux di tutte le annate, in vini più recenti, ma anche di primo, secondo e terzo Crus. Nobles Crus invece, oltre ai Bordeaux, prende posizione su Borgogna e i vini esteri, privilegiando unicamente i premiers Crus su annate interessanti, ed infine i vini più vecchi”, un elemento che spiega l’extra rendimento del fondo rispetto al benchmark.

Passione, trasparenza, ma soprattutto diversificazione e performance; “dal 1950 non abbiamo mai visto i prezzi dei più grandi vini del mondo scendere, questi rimangono stabili durante le crisi per ripartire una volta superate. Nel 2008 il mercato dei vini d’eccellenza è andato bene, ed ha sentito l’impatto dell’attuale congiuntura soltanto all’inizio del 2009, quando il settore si è fermato per poi ripartire a settembre”.

Investendo in beni tangibili il Nobles Crus non è UCITS III, può tuttavia essere sottoscritto presso qualsiasi istituto in Italia, in modalità “Private Placement”, usando il codice ISIN del fondo (LU0332753077), come per qualsiasi altro strumento del risparmio gestito, sebbene spesso le banche stesse non conoscano questa modalità operativa.

Fonte: http://www.bluerating.com/


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La Famiglia Zonin e il Feudo Principi di Butera: il primo vino “open source”

Il progetto

Il progetto My Feudo nasce dalla tenuta Feudo Principi di Butera allo scopo di coinvolgere alcuni
esperti del mondo del vino nell’esperienza creativa di un vino tutto loro. Come? Mettendo a loro disposizione le stesse basi che Franco Giacosa, enologo e winemaker di Casa Vinicola Zonin, ha utilizzato per elaborare il nuovo blend che verrà presentato al Vinitaly del 2010.
Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot: una volta ricevuti i campioni d
i vino a casa, i partecipanti dovranno combinare in diverse percentuali gli uvaggi per arrivare, dopo tutti gli esperimenti necessari, al perfetto assemblaggio che verrà imbottigliato in una dozzina di esemplari e degustato in una tavola rotonda tra azienda e partecipanti al Vinitaly (purtroppo non beneficerà dell’affinamento in bottiglia).
Saranno i partecipanti, a descrivere, degustare e valu
tare alla cieca al Vinitaly 2010 i diversi blend insieme a Francesco Zonin, Franco Giacosa – direttore tecnico di Casa Vinicola Zonin, e Antonio Cufari - direttore della tenuta. Una concezione del vino “open source” aperto all’interattività e alle idee del suo pubblico, che svela passo passo i progressi dei partecipanti e del processo di creazione del blend sul blog.

Il progetto potrà essere seguito quotidianamente sul blog dedicato (www.myfeudo.it)


L’idea


Il primo progetto di vino open source, frutto della filosofia con cui Casa Vin
icola Zonin combina la tradizione del vino di alta qualità e l’eccellenza versatile del territorio con l’innovativa volontà di aprire nuove strade di comunicazione e interazione con il suo pubblico: ecco Myfeudo, un progetto che nei primi mesi del 2010 coinvolgerà attivamente blogger, ristoratori ed esperti del settore.

Molto spesso l’interazione tra produttore e consumatore avviene dopo la creazione di un vino, e si chiede agli appassionati un giudizio ed eventuali commenti. Con il progetto Myfeudo si cerca di portare questa interazione in cantina, si cerca di far calzare agli appassionati le scarpe dell’enologo con tutti i du
bbi che questi ha nel momento più critico del suo lavoro, nell’assemblare il vino proveniente da diverse vigne dopo un anno di lavoro. Per il primo anno “di rodaggio” il progetto riguarda la creazione di un taglio bordolese tra le varietà Petit Verdot, Merlot e Cabernet Sauvignon prodotte da cru all’interno della Tenuta Feudo Principi di Butera. In futuro a questi vini si potranno affiancare anche il Syrah ed il Nero d’Avola se il gruppo di lavoro lo riterrà interessante. Ai partecipanti quindi verrà chiesto di creare un blend personale che sarà degustato insieme al blend creato da Franco Giacosa per cominciare la discussione su cosa ci si aspetti da un taglio bordolese made in Sicily. Ogni proposta verrà imbottigliata e degustata durante un incontro al Vinitaly 2010, in un confronto costruttivo e divertente fra le proposte del produttore e i gusti del suo pubblico che ne determineranno le scelte e gli orientamenti futuri.

Feudo Principi di Butera è la tenuta siciliana della famiglia Zonin che ha dato vita e sostanza al progetto, fornendo la prestigiosa materia prima.

Il sondaggio


Ma il coinvolgimento del pubblico non finisce qui: a battezzare il nuovo vino di Franco Giacosa saranno i lettori del blog MyFeudo www.myfeudo.it., che avranno la possibilità di scegliere il nome del nuovo vino attraverso un sondaggio aperto e articolato in tre opzioni. Le proposte saranno rese pubbliche all’inizio di febbraio.


I partecipanti


I tredici partecipanti al progetto MyFeudo appartengono al mondo del vino a 360º gradi: si tratta di blogger, giornalisti specializzati, proprietari di enoteche e ristoratori.


Verranno presentati sul sito di My Feudo giorno dopo giorno e condivideranno le loro riflessioni, le loro prove e i loro esperimenti online.


(fonte: http://www.socialmedianews.it/myfeudo)

Piccoli vini del Lazio crescono: Donato Giangirolami - Peschio 2005

Ho comprato questa bottiglia diverso tempo fa presso la Città dell’Altra Economia di Roma con la convinzione che, prima o poi, riesca a bere un vino biologico laziale di una certa qualità.
Mi avevano parlato bene di Donato Giangirolami, piccolo vignaiolo laziale che da un po’ di tempo si è convertito ai metodi di produzione naturali.
L’azienda si compone di quattro corpi di cui due ricadenti nell’area dei Castelli Romani Doc, una ricadente nella zona Doc di Aprilia e l’ultima é iscritta all’albo dei vigneti I.G.T. Lazio.
Giangirolami, come detto, pratica l’agricoltura biologica, la sua uva è prodotta senza l’ausilio di prodotti chimici di sintesi, sia per i trattamenti che per la concimazione. In alternativa viene usato rame (max 5kg per ettaro all’anno) e zolfo, nonchè il bacillus thuringensis contro la tignoletta, in caso di necessitá, dopo aver verificato l’effettiva presenza delle uova del parassita sui grappoli.
Il vigneto é allevato a spalliera con potatura tipo guyot o cordone speronato.
La densitá di impianto é di 4.000 piante per ettaro. I vitigni sono Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Petit Verdot, Sauvignon, Malvasia Puntinata, Pignoletto, Vermentino, Grechetto di Orvieto, Chardonnay, Viognier, Falanghina, tutti con portinnesto SO4 per complessivi ha 38.
Non viene praticata l’irrigazione se non quella di soccorso.
La resa produttiva per ettaro é contenuta grazie alla mancanza di qualsiasi tipo di forzatura.
Il Peschio è uno dei suoi tre vini rossi (produce anche un syrah in purezza e un blend di petit verdot e syrah) dell’azienda agricola, figlio dell’unione di Cabernet Sauvignon (50%) Merlot (25%) e Syrah (25%) prodotti in località Le Ferriere (LT), zona particolarmente vocata nel Lazio visto che da quelle parti, nel 1968, piantò i suoi vigneti anche Bernardino Santarelli di Casale del Giglio.
Il millesimo 2005 che ho nel mio bicchiere ha un naso dolce, poco dinamico, composto da frutta rossa matura, mirtillo e ribes su tutti, poi cioccolato al latte, vaniglia, qualche tocco di pepe e una nota artificiale di gomma pane che un pò disturba il quadro olfattivo.
Va meglio in bocca dove pensavo fosse più stucchevole data le dolcezza del naso, invece le cose cambiano, migliorano leggermente in quanto il vino risulta equilibrato e le varie componenti sono ben fuse. Sicuramente un vino semplice, con una persistenza abbastanza limitata che comunque non va ad inficiare la bevibilità del Peschio che si mantiene di buon livello. Sarei curioso di provarlo con meno anni sulle spalle, forse ne gioverebbe la parte olfattiva che, dopo quasi quattro anni, segna decisamente il passo.
Per quasi 6 euro di costo allo scaffale è un vino da preferire a tanti altri prodotti da supermercato.

Tignanello 2001: pura emozione nel bicchiere

La Famiglia Antinori si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni per cui non è certamente un caso se Piero Antinori, intorno alla fine degli anni ’60, sull’onda del buon successo della commercializzazione del primo Sassicaia, decide di cambiare le cose nella zona del chiantigiano, un’area in crisi profonda sia dal punto di vista enologico che commerciale per gli stessi Antinori che non si rispecchiano nel vino che si produce in questa zona.
All’epoca si produceva un Chianti rosso estremamente blando, composto da una percentuale intorno al 20% di uva bianca che rendeva il prodotto finale estremamente facile e di scarsa qualità.
Bisognava cambiare, creare qualcosa di rivoluzionario e l’uomo giusto per raggiungere questo obiettivo era Giacomo Tachis che, va ricordato, a quel tempo lavorava con la famiglia Incisa, cugini degli Antinori, alla produzione del Sassicaia.
Antinori e Tachis, un connubio di menti lungimiranti che diedero vita ad un “Nuovo Chianti” abbandonando anzitutto l’ottocentesca pratica di utilizzare anche le uve bianche , retaggio di antiche necessità, riconducibili alla ricetta dettata dall’allora ministro dell’agricoltura Bettino Ricasoli.
Successivamente, si modificò la pratica di vinificazione, approfondendo l'allora semisconosciuta fermentazione malo lattica. Poi si cambiò anche la metodologia della maturazione e dell'invecchiamento che dovrà avvenire esclusivamente nelle barriques di allier, nuove, e non più nelle capienti, vetuste e storiche botti padronali. La maturazione, inoltre, non più di molti mesi ma verrà accorciata a circa 18 mesi con un successivo affinamento in bottiglia per altri dodici mesi, consentendo così un'evoluzione lenta e costante delle caratteristiche organolettiche del vino.
E’ il 1970, un anno di prove tecniche generali quando nasce il Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello" vinificato per la prima volta da un unico cru, sposando Sangiovese con Canaiolo, Trebbiano e Malvasia.
Con l'annata 1971 nasce il primo vero Tignanello, non più un vino Doc ma un “semplice” vino da tavola che aprirà la strada al filone dei Super Tuscans.
Con l'annata 1975 le uve bianche sono state totalmente eliminate e sostituite da piccole percentuali di cabernet sauvignon e cabernet franc.
Dal 1982 la composizione del vino rimane invariata e rispecchia l’attuale con un 80% Sangiovese, un 15% Cabernet Sauvignon e un restante 5% di Cabernet Franc.
Oggi il vigneto Tignanello si trova su un terreno di 47 ettari esposto a sud-ovest, di origine calcarea con elementi tufacei, ad un'altezza tra i 350 e i 400 metri s.l.m. presso la Tenuta di Tignanello.
La vigna è tra le ultime a essere vendemmiate: i cabernet intorno al 20 di settembre e il sangiovese circa una settimana dopo. Le uve sono vinificate separatamente, la macerazione viene svolta in recipienti aperti in legno da 50 hl, con periodiche sommersioni del cappello. Durante questo periodo (circa 15 giorni per il sangiovese e 20 per i cabernet), si completa la fermentazione alcolica a una temperatura che non supera mai i 30°C. Il vino viene poi trasferito in barrique da 225 litri (nuove e di primo passaggio, Tronçais e Alliers), dove la fermentazione malolattica termina entro la fine dell’anno. I vini vengono poi travasati, assemblati e rimessi in barrique per un periodo che parte da 12 e arriva anche a 24 mesi, per poi essere imbottigliato e affinato per ulteriori 12 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.
Ogni volta che bevo questo vino, tranne in rare eccezioni, sono letteralmente sommerso di emozioni, le stesse sensazioni vibranti che hanno accompagnato la degustazione dell’annata 2001 che giudico una delle migliori di sempre di questo vino e che, senza ombra di smentita, elevano il Tignanello nell’olimpo dei migliori vini al mondo.
Il naso è qualcosa di abissale profondità, raffinatezza allo stato puro che, minuto dopo minuto, si concede regalando aromi di frutti di bosco, caffè, cacao amaro, liquirizia, cola, tamarindo, essenze vegetali ed una esplosività balsamica che si fondono tutte insieme attraverso una reazione alchemica di difficile comprensione per noi umani.
Alla gustativa conferma la sua magia, corpo, equilibrio e persistenza da applausi sono tutte note dello stesso spartito gustativo, unico e irripetibile come una sonata di Mozart.
330.000 bottiglie, è questo che meravigliosamente spaventa, una qualità diffusa che andrebbe assaporata fino all’ultima goccia.

Beata Eno-Ignoranza!!


Il post non brillerà certo di originalità visto che la foto sopra ormai è stata già pubblicata da molti siti e forum enogastronomici però io ancora sto ridendo e, per questo, vorrei condividere tutto questo con voi.

Anzi, dopo essermi fatto un giro su internet e dopo una chiacchierata con alcuni amici enotecari e sommelier sul tema, aggiungo all’argomento altri strafalcioni che queste persone, durante il loro lavoro, hanno sentito e dovuto gestire:

Mi può versare un spumnate metodo champignon?”

Mi può dare uno Champagne proveniente da Cramant?”. Risposta:” Questo non e' uno champagne vero, e' un Cramant". Si era confuso con il Cremant (ndr).

Coppietta all'aperitivo:"Ci porti per favore due greci? Volevano indicare due bicchieri di vino greco di tufo.

Un sommelier durante una degustazione:” Vi porto questo vino piemontese sconosciuto, la lacrima di Morro d'Alba.."


Si si allarga il discorso all'enogastronomia in generale le cose si fanno ancora più tristi visto che, un recente sondaggio, ha messo in luce alcune (gravi) mancanze dell'italiano medio in cucina.

La dieta mediterranea? Un'alimentazione ipocalorica a base di pesce. Il capocollo? Un formaggio stagionato. La tinca? Un vino. La parmigiana? Un piatto tipico a base di formaggio.

A questo punto mi sorge un dubbio. Non è che tutte queste persone hanno incontrato lui??

Un grande pinot grigio alsaziano: Domaine Ernest Burn - Pinot Gris Sélection de grains nobles 2000

Ho visitato questo piccolo Domaine alsaziano lo scorso anno durante il mio viaggio(gelido) in terra francese grazie ai preziosi consigli di Wineduck, un utente del forum del Gambero Rosso.
Non starò qua a descrivervi di nuovo la grandezza di questo piccolo produttore alsaziano che penso di aver ampiamente descritto qua, oggi, infatti, mi vorrei soffermare più specificatamente su uno dei grandi vini dolci che ho avuto la fortuna di bere durante le ultime feste di Natale: il Pinot Gris Sélection de Grains Nobles 2000.
Come scritto precedentemente le mie feste, dal punto di vista enologico, sono state all’insegna del buon vino quotidiano con l’unica eccezione del vino dolce che, da amante del genere, ricerco sempre nelle sue massime espressioni.
La bottiglia di pinot grigio Ernest Burn era da tempo che volevo aprirla per cui non ho avuto esitazioni al momento della scelta. E che scelta.
Un nettare che scende nel bicchiere nella sua veste ambra, senza densità eccessive e che avvolge il bicchiere con lente lacrime discensionali che si immergono in un bicchiere che, rotazione dopo rotazione, libera nella stanza aromi di cera d’api, legni nobili, frutta secca, miele di castagno, mela cotogna, caramello e zenzero.
Assaggiandolo non possiamo che rimanere ammirati e piacevolmente sconvolti per l’assoluta integrità, equilibrio ed eleganza del vino, davvero uno schiaffo per tutti coloro che pensano al pinot grigio come ad un vitigno di seconda fascia. Imparate dagli alsaziani e lavorate sodo.
Da lacrime la persistenza finale su ricordi di frutta secca e caramello.
Il Pinot Gris Sélection de Grains Nobles 2000 costa 55 euro e si può comprare anche on line sul sito del Domaine.
E per chi ci crede ha avuto anche 98+\100 da Parker.