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La Borgogna e le annate 2009 e 2010

Borgogna 2009 o 2010? Giancarlo Marino, una grande guida per tutti gli appassionati, tempo fa all'interno dell'Accademia degli Alterati analizzava le annate e i possibili scenari futuri scrivendo le seguenti righe.

2009
Alcuni la considerano, generalizzando eccessivamente, una annata “calda”. In realtà le temperature furono solo di poco superiori alla media (nulla a che vedere con la 2003, per intendersi), mentre furono nettamente superiori alla media le ore di luce. Le uve, caratterizzate da diffuso millerandage, hanno raggiunto una perfetta maturità fenolica. Decisiva è stata la scelta della data di vendemmia: chi ha optato per una raccolta leggermente anticipata ha mantenuto un buon grado di acidità e di equilibrio, chi ha atteso troppo ha raccolto uva ai limiti, a volte oltre, della surmaturità, perdendo in primo luogo in freschezza e purezza. Il raccolto è stato abbondante, con il conseguente rischio di diluizione per chi non aveva lavorato con buon senso in vigna. Inferiore alla media il contenuto di acido malico, abbondante invece l’acido tartarico. La fermentazione malolattica è stata relativamente precoce e veloce, ma alla fine dell’affinamento il pH si è comunque mantenuto entro limiti più che sufficienti (3.4/3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la pratica dello zuccheraggio. I risultati, come era facile prevedere, sono stati piuttosto eterogenei.
Al meglio, i vini sono pieni di fascino, eleganti, raffinati, aperti, grandi seduttori, connotati da un centro bocca “pieno e voluttuoso”:  Al peggio, i vini sono diluiti o fin troppo maturi (nei miei appunti leggo più spesso del solito richiami alla confettura di frutta), mancanti di freschezza, con tannini non perfettamente levigati, in precario equilibrio. 

2010
Ad un inverno freddissimo, durante il quale alcune violente gelate hanno addirittura distrutto alcuni vigneti, si sono succedute una primavera e una estate con temperature nettamente inferiori alla media: in particolare, ad un agosto fresco, asciutto e luminoso è seguito un settembre più dolce ma anche più umido. Il tempo inclemente all’epoca della fioritura ha accentuato il fenomeno, già notato nel 2009, del millerandage. Alla vendemmia, particolarmente tardiva, è stata così raccolta poca uva, con tannini abbondanti ma finissimi, e alta acidità malica. La fermentazione malo-lattica è stata tardiva e molto lenta e ha consentito di riequilibrare e bilanciare l’acidità (pH finale compreso tra 3.5 e 3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la comune pratica dello zuccheraggio. Al termine dell’affinamento, i risultati hanno superato le più rosee previsioni, confermando il detto che nelle annate ad alta acidità malica è indispensabile attendere la conclusione della malo-lattica per emettere un giudizio minimamente affidabile.
Nel complesso, la produzione è stata più omogenea di quella delle annate precedenti, 2009 compresa. Non ricordo di aver assaggiato vini del 2010 davvero deludenti. In compenso ne ho assaggiati moltissimi di qualità eccelsa.
Al meglio i vini sono trasparenti, territoriali, equilibrati, di grande freschezza, energia e tensione, vibranti, con trama tannica di finezza superba. Al peggio si avverte una certa durezza e una maturità fenolica non perfetta (la imponente presenza tannica e l’abbondante acido malico richiedevano in vinificazione grande sensibilità e accuratezza)
La longevità è assicurata e molto probabilmente si avrà una fase di chiusura più o meno drastica, anche se il senso di grazia che traspare da molti vini fa pensare ad una bevibilità permanente nel tempo. Al contrario del 2009, nel 2010 la gerarchia è assolutamente rispettata, con questo confermando che trattasi di annata dove il terroir ha prevalso sulla componente varietale.
Dopo questa breve ma intensa lezione era abbastanza scontata la riprova nel bicchiere di quanto scritto da Marino. C'è sempre una buona scusa per bere Borgogna e, con alcuni amici, abbiamo aperto le seguenti bottiglie.
Bourgogne 2009 Mugneret-Gibourg: anche se fa parte della base della piramide qualitativa dell'AOC vins de Bourgogne, questo vino, distribuito in Italia in pochissimi esemplari, ha un naso di frutta leggermente più scura di quanto mi aspettassi e questi tratti, solari e profondi, li ritrovo anche al gusto che è leggermente inficiato da una nota alcolica non ben integrata. Finale lievemente austero.

Bourgogne 2010 Mugneret-Gibourg: già dal colore, rubino limpidissimo, si nota come cambia il tempo ed, infatti, odorare questo vino significa spalancare le finestre di casa e inebriarsi della primavera. Pinot Nero dalla frutta rossa croccante, balsamico, minerale con una bocca più classica, fresca, magari non complessa ma diretta e ficcante come una lama calda nel burro. 



Gevrey Chambertin 1er cru "Les Goulots" 2009 Fourrier: rispetto al precedente si respira (giustamente) una maggiore complessità formata stavolta da un cesto di frutta di rovo, succosa e croccante, mineralità scura e una sventagliata di fiori "cimiteriali" che rendono l'olfattiva molto sobria e solenne. Al sorso dominano struttura ed equilibrio che sfuma verso una rotondità che ben tipizza l'annata. Se vogliamo proprio trovare un difetto direi che manca il guizzo fresco finale ma il vino è comunque molto molto buono lo stesso.

Gevrey Chambertin 1er cru "Les Goulots" 2010 Fourrier: il vino sembra un quadro astratto dove prevalgono i colori rossi della frutta e blu dei fiori. C'è luce in questo vino e quando lo bevo sembra vibrare per la sferzante acidità che rappresenta la vera colonna vertebrale di questo Borgogna. Anche in questo caso, se bisogna trovare un difetto, ritengo il vino troppo verticale, dritto, manca di quella dose di panza che, come si dice, dà molta sostanza!



Vosne Romanée 1er Cru "Rouges du Dessus" 2009 Cecile Tremblay: odoro, bevo, e penso che sia un peccato. Già, il vino se scavi in profondità ha le classiche note femminile ed eteree di Tremblay ma ad oggi è un un pò troppo coperto dal legno che sembra usato in maniera poco coerente. 

Vosne Romanée 1er Cru "Rouges du Dessus" 2010 Cecile Tremblay: stessa questione precedente ovvero un cielo offuscato da smog che copre il sole e l'azzurro. 


Volnay 1er Cru Champans 2009 Voillot: Giancarlo Marino, che ci fornisce queste chicche, ama alla follia questo produttore e non possiamo non dargli torto visto che le bottiglie di Voillot rappresentano sempre una grande emozione. Questo Borgogna sembra uscire da una accademia di belle arti dove, per disegnare, è stata usato un pastello dal tratto scuro ma raffinato. Profondo, tridimensionale, complesso, conserva in sè tutto il terroir di Volnay. Andrà avanti per tanti anni.

Volnay 1er Cru Champans 2010 Voillot: stile e raffinatezza, questo è quello che mi viene in mente dove aver odorato e bevuto questo vino che sembra prendere le sembianze di Mata Hari che, avvolta in un candido vestito bianco, danza suadente risvegliando tutti i sensi umani. Ancora giovanissimo può vantare un tannino ben calibrato ed una succosità davvero imponente. Difficile dice quanto potrà diventare grande ma, a mio giudizio, il miglior vino della serata assieme al suo fratellone 2009.


Entrata della cantina di Voillot. Foto: Andrea Federici

Vino e Carne Umana per il sommelier zombie moderno....

Maynard James Keenan, leader e cantante dei Tool (vabbè non sono gli U2 come popolarità) è noto del mondo musicale metal per la sua passione per il vino tanto che ha prodotto un documentario intitolato "Blood into wine" interamente focalizzato sui vigneti che Keenan possiede in Arizona assieme al socio Eric Glomski col quale, dicono, sta cercando rivoluzionare l'industria della vinificazione negli Stati Uniti...


Nel frattempo, però, oltre che essere appassionato di vino, Keenan, visto anche il titolo del documentario, sembra essere un cultore del sangue e della carne umana visto che di recente ha rilasciato un'intervista all'interno della quale proponeva una serie di abbinamenti tra vino e....carne umana. 

Domanda: Che vino mi consiglia con il viso di una persona?
Keenan: Beh, per le guance, ovviamente, sarebbe meglio bere un pinot noir.

Domanda: E col naso?
Keenan: Questa è una zona piena di cartilagini per cui meglio una birra. Il gusto del naso è più simile ad un hotdog o ad un wurstel, e questo vale anche per le labbra..

Domanda: Con la lingua, invece, cosa consiglia?
Keenan: Se si vuole mangiare la lingua, che è carnosa, meglio scegliere uno shiraz con un pò di legno, ma anche il barolo andrebbe benissimo, se servita cruda. Sì, una lingua con l’olio di oliva ed erbe ha proprio bisogno di un bel barolo"




Superconduttori al vino rosso


Un bicchiere di "quello buono", si sa, aiuta a sciogliere i la lingua, ha effetti positivi sulla circolazione sanguigna e anche sul colesterolo. E secondo un team di ricercatori giapponesi può anche indurre la superconduttività nei materiali ferrosi.
La superconduttività è un fenomeno fisico per il quale alcuni materiali, in particolari circostanze e al di sotto di una certa temperatura, assumono resistenza nulla al passaggio di corrente elettrica. Si tratta di una proprietà importante sia dal punto di vista scientifico che industriale perchè permette, per esempio, il trasporto su cavo di corrente elettrica con dispersioni nulle o comunque molto basse.


Yoshihiko Takano e sui colleghi del National Institute for Materials Science di Tokyo hanno immerso per 24 ore delle barre metalliche in differenti bevande alcoliche riscaldate e hanno osservato un notevole aumento nei loro di livelli di superconduttività.
Il ferro solitamente diventa un superconduttore dopo diversi mesi di esposizione all’aria: la ricerca di Takano dimostrerebbe che questa proprietà può essere indotta in appena un giorno di trattamento.
L’esperimento è stato condotto utilizzando diversi tipi di alcolici riscaldati a 70°C: vino rosso e bianco, birra, sake, whisky e shochu, un distillato di orzo, patata o riso molto comune nel Sol Levante. Il miglior induttore di proprietà superconduttive si è dimostrato il vino rosso. Ma bevande diverse, pur con la stessa concentrazione alcolica, hanno dato risultati diversi: probabilmente non è l’alcol a modificare le proprietà del materiale, ma qualche altro elemento.

Quale sia il meccanismo che permette a Bonarda, Brunello e Grignolino di trasformare gli elementi ferrosi in superconduttori non è ancora chiaro, ma si tratta sicuramente di qualcosa che interferisce con l'ordine magnetico del metallo. Le molecole del ferro sono infatti disposte secondo uno schema rigidamente ordinato ma per raggiungere lo stato di superconduttività questo ordine deve essere rotto. Secondo i ricercatori gli alcolici potrebbero alterarlo favorendo l’inserimento di particelle cariche o di ossigeno tra gli strati che formano il materiale.

Fonte: Focus.it

NON POTEVA MANCARE IL VINO PER I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA


I 150 anni d'Italia in un vino: arriva il ''rosso tricolore'' dell'Unita' del Paese che racchiude in un'unica bottiglia l'Italia del vino, una selezione dei vini da vitigni autoctoni piu' rappresentativi - dal Sangiovese al Sagrantino, dalla Barbera al Nebbiolo, dalla Corvina al Montepulciano, passando per Aglianico, Primitivo e Nero d'Avola fino al Cannonau - dei territori di tutte le regioni italiane, dalla Val d'Aosta alla Sicilia. 

Roberto Cipresso, winemaker italiano di fama internazionale, lo ha creato per le Citta' del Vino, che presenteranno la bottiglia n. 0 de ''Il Taglio per l'Unita''' il 5 novembre al ''Merano International Wine Festival''. ''La speciale cuve'e sara' realizzata in 150 magnum, tante quanti gli anni della storica ricorrenza, che - sottolinea il presidente delle Citta' del Vino Giampaolo Pioli - saranno donate al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano come omaggio negli incontri ufficiali con i ''grandi'' della terra''.


E' inoltre il risultato di un raffinato assemblaggio eseguito personalmente da Roberto Cipresso che ha unito i vini prodotti esclusivamente con piu' di 20 vitigni autoctoni italiani messi a disposizione da oltre 30 aziende selezionate da lui stesso in rappresentanza di tutte le regioni italiane.

''Il risultato - aggiunge il presidente delle Citta' del Vino Giampaolo Pioli - e' un vino che esprime il concetto di unita' del Paese, intensamente desiderata nel momento in cui fu conseguita nonostante la condizione di frammentazione e la presenza di realta' complesse, differenti, che comunque riuscirono a sentirsi una cosa sola, forse proprio in virtu' di quelle differenze. Oggi c'e' bisogno di riscoprire quell'entusiasmo, e non esiste altro prodotto che sia il simbolo di tutta l'Italia come il vino''. 
Le diverse regioni d'Italia sono presenti all'iniziativa.

Fonte: Asca

Stregoneria enologica: la "chiave del vino"

Oggi mi sento un vero mago, no…no, non questo qua sotto


Sono venuto in possesso di una stregoneria che mi dirà tutto sul vino, soprattutto mi fornirà informazioni sul suo futuro. Iniziano i tarocchi enologici.
Le fasi sono queste. Fate come vi dico altrimenti lo spirito del Tavernello si impossesserà di voi.

Riempite un calice da 10 cl di vino rosso (anche bianco o rosato va bene).
Degustate rigorosamente con mignolo dritto (anche no..).



Memorizzate le sensazioni
.

Prendete la stregoneria in mano e immergetela con cautela nel bicchiere per un secondo (o anche due…poi vi dico).

Assaggiare nuovamente anche se vi ha fatto schifo cosa avete immerso.

E’ cambiato qualcosa? Sì? No? Forse? Vi sembra invecchiato? Sì? No? Forse?

Bene, vi svelo l’arcano segreto.

Quello che avete immerso altro non è che un aggeggio che modifica gradualmente, in modo controllato, le qualità organolettiche (gusto, odore, sapori e bouquet) del vino.
Praticamente è un catalizzatore che scatena e accelera un fenomeno del tutto naturale, qual'è l’ossidazione del vino. Una sorta di invecchiatore precoce del vino.


Le istruzioni, rigorosamente formato IKEA, mi dicono che basta immergere la stregoneria per 1 secondo in un calice contenente 10 cl (o in una bottiglia di 75 cl se si usa il modello specifico) per ‘fare evolvere’ il vino stesso di un anno; due secondi, due anni; tre secondi, tre anni…
In altre parole si potrà capire se il vino che abbiamo nel calice evolverà correttamente o migliorerà col tempo oppure se la sua dinamica temporale sarà tale da consigliare una rapida bevuta visto che col tempo, magari, prenderà odore di topo o pollo morto.


Vi dico anche il nome di questa stregoneria: si chiama Clef du Vin, la chiave del vino, è l’ha inventata più di 10 anni fa da Lorenzo Zanon, chimico ed enologo, professore di chimica e di biologia, al vertice oggi di un’importante azienda di Champagne, in collaborazione con il sommelier Franck Thomas (miglior Sommelier di Francia e d’Europa nel 2000) e consulente internazionale.


Leggendo ciò che si dice della chiave, mi sono fatto un po’ di risate esaminando i possibili vantaggi: fare le scelte giuste nelle fiere e in enoteca, testare le bottiglie della propria cantina per sapere quali consumare rapidamente e qual
i invece lasciare invecchiare, oppure apprezzare un vino senza aspettare, perché la Clef accelera lo sviluppo aromatico del vino e ne ammorbidisce la struttura.

Già immagino l’appassionato di vino che, durante le visite in cantina o le fiere, “puccia” la chiave in ogni dove per verificare se effettivamente il vino evolverà bene. Caro Antinori mi faccia vedere se sto Solaia 2007 sarà un grande vino. Evvai, giù di chiave!! Caro Soldera vediamo se questa annata è migliore della precendete. Ciaf Ciaf, intingiamo la Clef per due secondi….

Sai i vaff………..!!

Quel (vino) rosso di D'Alema!

L’idea c’era da tempo. I dettagli sono stati messi a punto qualche tempo fa nel corso di una cena che non è sbagliato definire di «vertice», anche se atipica. Al tavolo c’erano, il líder máximo Massimo D’Alema, l’allora governatrice dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti e il «re» degli enologi Riccardo Cotarella. Tre personaggi di spicco a discutere, non di guerra tra le fondazioni democratiche e nemmeno dei riflessi occupazionali della crisi del comparto lusso o di disoccupazione umbra, ma di technicality; dettagli burocratici e produttivi relativi alla prossima impresa dalemiana: una tenuta di viti per produrre un vino. Rosso e di lusso, si intende.

La notizia l’ha data ieri il Giornale dell’Umbria che ha individuato in Montecastrilli, tra Todi e Terni, l’area scelta da D’Alema per il suo esordio tra i produttori di vini. Ma in ballo ci sarebbe anche un’altra proprietà, dalle parti di Otricoli, al confine con il Lazio. Alla fine entrambi i vigneti potrebbero finire tra le proprietà di D’Alema.
Nessuno nel Ternano si è sorpreso della scelta di Massimo D’Alema. Sono ormai storia le sue incursioni culinarie che hanno contribuito a lanciare il cuoco Gianfranco Vissani. Ed è noto che D’Alema apprezzi questa zona, che si trova a pochi chilometri dalla Capitale, ma dentro la macro regione rossa composta da Emilia-Romagna, Toscana e Umbria.
I dettagli sono ancora da definire. Il riserbo sull’operazione è totale. Il nome dell’ex premier non risulterebbe nemmeno tra i proprietari del vigneto che dovrebbe essere intestato a uno studio legale romano per essere poi gestito dai figli del presidente del Copasir. Si sa che il terreno non supererà i 4-5 ettari perché l’obiettivo non è tanto fare produzione di massa, magari da regalare alle feste del Pd, quanto portare poche bottiglie sulle tavole che contano.
I tempi comunque non saranno brevissimi e non per colpa della politica. Per maggio è in programma l’impianto delle viti. Questo significa che prima di avere bottiglie della premiata ditta D’Alema, bisognerà aspettare almeno cinque anni. Prima di allora, sarà costruita la cantina, dove si imbottiglierà il rosso.

Ancora non è stato deciso il nome. Scelta importante, con possibili ricadute anche politiche. Ogni riferimento al rosso, tanto per dirne una, finirebbe per assumere connotati politici e rischierebbe di imbarbarire un’operazione che invece punta tutto sul livello alto.
L’obiettivo di collocare il vino tra quelli di lusso è dimostrato anche dalla scelta dell’enologo, che sarà quasi sicuramente Riccardo Cotarella, orvietano che si è imposto nel mondo ed è diventato il tecnico di fiducia di personaggi del calibro di George Clooney, Roman Abramovich e anche di Silvio Berlusconi.
E questo è l’altro dato sensibile, che potrebbe rendere più amaro il vino dalemiano. Cotarella è un enologo di fama mondiale e non bada di certo all’appartenenza politica dei clienti e tantomeno dei vip che si affidano ai suoi consigli. Ma i tempi sono quelli che sono, e c’è da scommettere che, quando la cosa diventerà ufficiale, qualcuno griderà al complotto, applicando la proprietà transitiva al terzetto D’Alema-Cotarella-Berlusconi.
Due politici, un premier e un ex premier; il leader del centrodestra e uno degli azionisti di maggioranza del Pd; con lo stesso enologo. Roba da scatenare retroscena su un nuovo «dalemone», ma in versione country chic. Un inciucio innaffiato da un vino rosso umbro. Costosissimo però.

Fonte: Il giornale

Le migliori degustazioni a "Rosso Cesanese"

Tra i migliori assaggi a Rosso Cesanese posso annoverare:

Casale della Ioria – Torre del Piano Docg 2008: Paolo Perinelli è uno dei quelli su cui puntare per il presente e il futuro ed il suo Torre del Piano, con il frack per la nuova Docg, rappresenta un ottimo punto di partenza per coloro che vogliono capire le potenzialità del Cesanese. Nette e molto intense le note di visciola matura, viola e spezie dolci. In bocca è carnoso, polposo, anche se, come tutti i 2008 del resto, manca quel tocco in più di affinamento che renderà il vino armonioso in bocca. Da aspettare e stappare in futuro con grande goduria
Casale Verde Luna – Civitella Pure 2008: l’azienda nasce nel 2000 in località Civitella, vicino Piglio, dove da sempre oliveti e vigneti di Cesanese hanno trovato il loro habitat ideale. Seppur conosciuta maggiormente per la sua attività agrituristica, la produzione di Casale Verde Luna mi ha piacevolmente sorpreso per i due Cesanese presentati durante la manifestazione: il Civitella Cru e, soprattutto, il Civitella Pure. Il primo, più tradizionale, è vinificato totalmente in acciaio e si presenta con note aromatiche di frutta rossa sottospirito e anice stellato. Il secondo, vinificato in acciaio e affinato in botte per almeno 12 mesi, è più intenso, morbido, vellutato nelle sue sensazioni di frutti di bosco e rosa canina. Bella scoperta!
Cantina Martini - Santa Felicita 2006: guidata dal giovane Andrea Antonio, è ubicata presso il Podere Santa Felicita, un’antica residenza della tenuta della famiglia Massimi. Sita su un poggio, nel cuore dell’areale del Piglio, Andrea Antonio basa la sua produzione di Cesanese su uno dei vigneti più belli e antichi della zona, una vigna di oltre sessantenni da cui deriva il Santa Felicita che, col millesimo 2006, raggiunge livelli qualitativi fino ad ora mai visti per questo vino. C’è la potenza, l’espressione territoriale, la progressione gustativa e, soprattutto, tutta la complessità che solo le vigne vecchie sanno offrire al vino. Cercatelo.
La Visciola - Priore 2008: condotta da Piero Macciocca e Rosa Alessandri è l’unica azienda biodinamica della denominazione. I pochi ettari gestiti naturalmente danno vita ad un solo rosso aziendale, il Priore che in tutto e per tutto si distacca dagli altri Cesanese visti fin d’ora: di un rosso rubino scarico, ha uno spettro olfattivo non giocato sul frutto ma sulle sensazioni minerali, terrose e vegetali anche se, aprendosi, si riesce ad intravedere un frutto rosso mai maturo. Bocca caratterizzata da acidità elevata e da una componente minerale e floreale molto presente. Con i suoi 13,5% rappresenta una sorta di corpo estraneo alle altre produzioni.
Terre del Cesanese – Colle Vignali 2008: è il vino di Pierluca Proietti, presidente della Strada del Vino Cesanese, un prodotto che negli ultimi tempi mi sta piacendo parecchio anche se, potenzialmente, potrebbe dare ancora di più visto che Pierluca non sfrutta totalmente tutta la sua bravura e passione. Questa annata fornisce un vino ampio, armonico, di buon equilibrio anche se, subito dopo la deglutizione, esce una nota amarognola che inficia leggermente la degustazione. Un vino che dovrà affinare ancora molto ma che, se queste sono le premesse, promette di essere davvero interessante.
Petrucca e Vela – Tellures 2007: ho degustato anche l’ultima annata ma, tra le due, preferisco questa in quanto ho trovato il vino molto più pronto e di facile beva. Tiziana e Fabrizio conducono dal 2000 il vigneto della tenuta, disposto, in un unico corpo di 5 ettari, in posizione collinare ad un altitudine compresa tra i 450 e i 500 metri sopra il livello del mare. Il Tellures, attenti a non chiamarlo Tellus, è un vinone dal grande estratto e dalla grande potenza mediata da una buona freschezza. Cosa non mi ha convinto? Che sembra il fratello piccolo del Romanico non raggiungendo, però, la classe e la complessità del vino di Coletti Conti.
Antiche Cantine Mario Terenzi – Casal San Marco 2006: l’ultima annata non ce l’avevano al banco di assaggio, mi hanno offerto solo questo 2006 che ho trovato molto caldo, intenso, e dal quadro aromatico giocato su note di erbe medicinali, rabarbaro, humus e frutta nera. Bocca in linea col naso e chiusura amarognola in stile amaro del frate. Non mi ha convinto fino in fondo e vorrei riprovarlo anche in altre annate.
Giovanni Terenzi – Colle Forma 2008: altra azienda storica del territorio, è dagli anni ’50 che la famiglia Terenzi, con nonno Giuseppe Mario, produce del Cesanese di buona struttura e media qualità. Il Colle Forma che ho degustato non mi ha entusiasmato, troppo giovane per valutarlo appieno, molto meglio il loro Cesanese base che, con tutti i limiti del caso, era dotato di grandissima bevibilità.
Marcella Giuliani – Dives 2008: per carità i suoi vini sono sempre tecnicamente ben fatti, Cotarella per questo è davvero un gran maestro però, più li bevo, più penso che pecchino un po’ di territorialità. Alla perfezione preferisco di gran lunga una “sana” mancanza se questa è fatta per troppo amore.
Coletti Conti – Romanico 2008: lo sa benissimo Antonello che deve essere lui l’elemento trainante di tutto il comparto, lui che è un tribicchiereto, un pentagrappolato e chissà cosa altro di bello. Ho lasciato i suoi vini per ultimi perché sapevo che dopo di loro ci sarebbe stato il nulla e così è stato. Il suo Romanico 2008 è da cappottamento e triplo salto mortale all’indietro, ha la classe cristallina di Lionel Messi e la potenza distruttiva di Batistuta, una sorta di limbo edonistico da cui è difficile uscire. Se lo scorso anno col 2007 è stato il produttore laziale più premiato, non so cosa può succedere con un questo Cesanese che promette faville.
Mettiamo i 4 bicchieri?

Sulle traccie del "Rosso Cesanese". Piccoli appunti di discussione per il primo vino Docg del Lazio

E’ il primo e unico vino Docg della mia Regione e questo fine settimana è stato giustamente festeggiato con la prima edizione di “Rosso Cesanese”, evento svolto nel bellissimo centro storico di Anagni dove tutti i produttori di “Cesanese del Piglio” hanno presentato in anteprima alla stampa, agli operatori di settore italiani ed internazionali e agli appassionati l’annata 2008, la prima con la “famosa” fascetta viola.

Prima di entrare nel particolare dei vini, dal giro che mi sono fatto tra i vari produttori sono emersi due fattori principali. Il primo: la qualità media dei vini, rispetto a qualche anno fa, si è notevolmente alzata e questo soprattutto dopo che la stampa nazionale ha iniziato (giustamente) a premiare la tipologia.


Coletti Conti, il più premiato tra i produttori di
Cesanese, per molti non dovrebbe rappresentare un punto di arrivo ma di partenza, dovrebbe essere lo stimolo per guardare avanti con coraggio e scrollarsi di dosso quella inerzia che spesso ha costituito il principale limite allo sviluppo qualitativo del Cesanese. Le potenzialità ci sono tutte per far bene: vigne spesso ultradecennali, bellissime esposizioni e, in un caso, pratiche agronomiche del tutto naturali possono dar vita ad una grandissima materia prima che aspetta solo di esser valorizzata e, in alcuni casi, non traumatizzata. Il territorio c’è e il Cesanese può e deve essere la sua naturale derivazione.

L’altro aspetto che ho notato, in questo caso poco positivo, è che
molte produzioni sono ancora troppo artigianali e legate al passato. Mi spiego meglio. Trovo ancora arretrata la mentalità di certi vignaioli che, accanto al vino di punta dell’azienda, magari di buona fattura, producono tutta una serie di prodotti base di livello certamente non eccelso. Va bene, per me, creare una suddivisione qualitativa del vino ma, se la produzione di basso livello debba poi coincidere con quella più importante, anche dal punto di vista economico, allora non ci siamo, non farà mai nessuno sforzo per crescere ed andare oltre il concetto di vino sfuso o, al massimo, utile per le osterie del luogo.

Altra cosa che trovo limitante è che ci sono molti
produttori di vino “part-time”, nel senso che spesso hanno un altro lavoro (quello che “li fa campare”) e quello del vignaiolo è solo un duro passatempo del week end che, nonostante tutto, sta fornendo loro grandissime soddisfazioni. Signori, e questo ve lo dico col cuore, la vigna e tutto ciò che ne discende è un qualcosa che va curato ogni giorno, costantemente, perché ogni piccolo errore o semplice ritardo nel processo produttivo lo pagherete nel bicchiere. Le puzzette che ho sentito in qualche vino degustato certamente non vengono dal cielo ma, magari, da un ritardo nel rimontaggio o nel travaso del vino. No, quindi, al vignaiolo per hobby e assolutamente no al vignaiolo che produce per una clientela di bassa cultura enologica.

Domani pubblico qualche nota di degustazione. Prosit!

Tignanello 2001: pura emozione nel bicchiere

La Famiglia Antinori si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni per cui non è certamente un caso se Piero Antinori, intorno alla fine degli anni ’60, sull’onda del buon successo della commercializzazione del primo Sassicaia, decide di cambiare le cose nella zona del chiantigiano, un’area in crisi profonda sia dal punto di vista enologico che commerciale per gli stessi Antinori che non si rispecchiano nel vino che si produce in questa zona.
All’epoca si produceva un Chianti rosso estremamente blando, composto da una percentuale intorno al 20% di uva bianca che rendeva il prodotto finale estremamente facile e di scarsa qualità.
Bisognava cambiare, creare qualcosa di rivoluzionario e l’uomo giusto per raggiungere questo obiettivo era Giacomo Tachis che, va ricordato, a quel tempo lavorava con la famiglia Incisa, cugini degli Antinori, alla produzione del Sassicaia.
Antinori e Tachis, un connubio di menti lungimiranti che diedero vita ad un “Nuovo Chianti” abbandonando anzitutto l’ottocentesca pratica di utilizzare anche le uve bianche , retaggio di antiche necessità, riconducibili alla ricetta dettata dall’allora ministro dell’agricoltura Bettino Ricasoli.
Successivamente, si modificò la pratica di vinificazione, approfondendo l'allora semisconosciuta fermentazione malo lattica. Poi si cambiò anche la metodologia della maturazione e dell'invecchiamento che dovrà avvenire esclusivamente nelle barriques di allier, nuove, e non più nelle capienti, vetuste e storiche botti padronali. La maturazione, inoltre, non più di molti mesi ma verrà accorciata a circa 18 mesi con un successivo affinamento in bottiglia per altri dodici mesi, consentendo così un'evoluzione lenta e costante delle caratteristiche organolettiche del vino.
E’ il 1970, un anno di prove tecniche generali quando nasce il Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello" vinificato per la prima volta da un unico cru, sposando Sangiovese con Canaiolo, Trebbiano e Malvasia.
Con l'annata 1971 nasce il primo vero Tignanello, non più un vino Doc ma un “semplice” vino da tavola che aprirà la strada al filone dei Super Tuscans.
Con l'annata 1975 le uve bianche sono state totalmente eliminate e sostituite da piccole percentuali di cabernet sauvignon e cabernet franc.
Dal 1982 la composizione del vino rimane invariata e rispecchia l’attuale con un 80% Sangiovese, un 15% Cabernet Sauvignon e un restante 5% di Cabernet Franc.
Oggi il vigneto Tignanello si trova su un terreno di 47 ettari esposto a sud-ovest, di origine calcarea con elementi tufacei, ad un'altezza tra i 350 e i 400 metri s.l.m. presso la Tenuta di Tignanello.
La vigna è tra le ultime a essere vendemmiate: i cabernet intorno al 20 di settembre e il sangiovese circa una settimana dopo. Le uve sono vinificate separatamente, la macerazione viene svolta in recipienti aperti in legno da 50 hl, con periodiche sommersioni del cappello. Durante questo periodo (circa 15 giorni per il sangiovese e 20 per i cabernet), si completa la fermentazione alcolica a una temperatura che non supera mai i 30°C. Il vino viene poi trasferito in barrique da 225 litri (nuove e di primo passaggio, Tronçais e Alliers), dove la fermentazione malolattica termina entro la fine dell’anno. I vini vengono poi travasati, assemblati e rimessi in barrique per un periodo che parte da 12 e arriva anche a 24 mesi, per poi essere imbottigliato e affinato per ulteriori 12 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.
Ogni volta che bevo questo vino, tranne in rare eccezioni, sono letteralmente sommerso di emozioni, le stesse sensazioni vibranti che hanno accompagnato la degustazione dell’annata 2001 che giudico una delle migliori di sempre di questo vino e che, senza ombra di smentita, elevano il Tignanello nell’olimpo dei migliori vini al mondo.
Il naso è qualcosa di abissale profondità, raffinatezza allo stato puro che, minuto dopo minuto, si concede regalando aromi di frutti di bosco, caffè, cacao amaro, liquirizia, cola, tamarindo, essenze vegetali ed una esplosività balsamica che si fondono tutte insieme attraverso una reazione alchemica di difficile comprensione per noi umani.
Alla gustativa conferma la sua magia, corpo, equilibrio e persistenza da applausi sono tutte note dello stesso spartito gustativo, unico e irripetibile come una sonata di Mozart.
330.000 bottiglie, è questo che meravigliosamente spaventa, una qualità diffusa che andrebbe assaporata fino all’ultima goccia.

Ma alla fine, sto vino fa bene o male ai denti?

Prima di immergermi totalmente su Eat-Alia 2009, oggi vorrei fare qualche piccola considerazione su un tema di scottante attualità, direi quasi fondamentale per la sopravvivenza della Repubblica Italiana e cioè: ma il vino fa bene o male ai nostri denti?????
La domanda è fondamentale perchè leggendo quello che scrivono i giornali non ci sto capendo più nulla e questa cosa sta disturbando notevolmente il mio sonno. Voglio sapere, sapere subito, altrimenti divento come il signor Livore!! Tutto parte da una notizia letta sul Corriere della Sera del 21 ottobre 2009 che sostanzialmente afferma l'opportunità preferire vini a pH elevato (minore acidità) se non si vuole che lo smalto dei denti venga intaccato inesorabilmente e diventi pieno di chiazze bruttissime. Quindi, se proprio dobbiamo bere vino, se proprio vogliamo farci del male, che almeno questo sia rosso visto che i bianchi sono inevitabilente più acidi. Prima mazzata per i bianchisti.

Oggi, a distanza di quasi due mesi, esce quest'altra
notizia: noooooooooooo il vino non fa male ai denti, anzi bevetene tanto visto che recenti studi medici rilevano che un calice di vino rosso al giorno leva il dentista di torno. In pratica i ricercatori dell'Università di Pavia hanno scoperto che alcune sostanze contenute nella bevanda sono in grado di neutralizzate l'attacco allo smalto dei denti da parte di batteri come il famigerato Streptococcus mutans, ritenuto responsabile dei danni a incisivi, molari e compagnia bella. I batteri si "nutrono" dei residui di cibo, degli zuccheri e intaccano lo smalto dei denti favorendo la carie. Le sostanze contenute nel vino rosso invece creano una specie dei pellicola protettiva attorno ai denti che impedisce ai batteri di attaccarvisi e compiere la loro opera di devastazione.

Quindi usiamo il vino rosso come colluttorio al posto del Listerine? Seconda mazzata per i bianchisti.


Ora, dopo aver letto questi articoli, mi rispondete alla domanda? Fa bene o male sto vino?
Pure i ricercatori, un pò di coerenza no?

Influenza A/H1N1 e vino rosso: e se fosse vero?

Una dose quotidiana di vino rosso come profilassi contro l'influenza, e' l'insolita prescrizione per le scimmie dello zoo di Krasnoiarsk, in Siberia. Lo scrive oggi il quotidiano russo Komsomolskaia Pravda.
'L'influenza suina, come noto, si diffonde ovunque. Anche le scimmie se la possono prendere data la loro somiglianza del loro organismo a quello umano', spiega il veterinario dello zoo. 'E cinquanta grammi di vino al giorno e' tutto quello che a loro abbisogna per la prevenzione', aggiunge convinto lo specialista.
Secondo quanto riporta il giornale, 'le scimmie bevono il vino con piacere, tanto che finito il bicchiere fanno anche schioccare la lingua'. 'Da parte loro, i veterinari vigilano attentamente che la dose quotidiana non sia superata, perche' le scimmie mostrano di voler impadronirsi della bottiglia intera', aggiunge la gazzetta.

Ragazzi se fosse vero prenoto un bancale di Ornellaia, se non servisse per l'influenza almeno, dando retta a Paris Hilton, servirà per altre cose....

Voi abbinate il vino rosso col pesce?

Sarà che io un bel bicchiere di Chianti, servito non troppo caldo, a volte lo abbino con goduria alla zuppa di pesce, sarà che i giapponesi non sono cime in fatto di vino, sarà che mi sembra la solita notizia scientifica che poi verrà subito smentita, però leggiamo lo stesso quello che ci scrive il Corriere della Sera (e che molti blog hanno già ripreso):

I giapponesi non sono esattamente i più grandi estimatori del buon vino. Ma proprio dalla terra del sakè arriva la prova scientifica di quanto dalle nostre parti è considerato quasi l'ABC dell'abbinamento fra vino e portate: con la carne si beve il vino rosso, col pesce il bianco. FERRO – Il diktat, secondo i nipponici, sarebbe nato perché i vini rossi, in abbinata a orate e gamberi, lasciano in bocca un retrogusto spiacevole, «pescioso», per colpa del loro contenuto di ferro, mediamente maggiore rispetto a quello dei vini bianchi. I ricercatori, che hanno pubblicato i loro risultati sul Journal of Agricultural and Food Chemistry , hanno apparecchiato un pasto a base di frutti di mare ad alcuni volontari, tutti conoscitori dei vini (c'è da chiedersi dove li abbiano trovati in Giappone, ma questa è un'altra storia). Poi hanno servito loro 38 vini rossi e 26 bianchi (ma anche due tipi di sherry, un porto e un madeira), con un contenuto variabile di ferro che dipendeva dal Paese d'origine, dai vitigni presenti, dall'annata. Il verdetto è chiaro: quando il vino conteneva una maggior quantità di ferro (e questo accade soprattutto coi rossi) dopo il pasto restava in bocca più facilmente un sapore poco gradevole. Tanto che il problema scompariva se al vino «ferroso» si aggiungevano enzimi in grado di legare il ferro.

ECCEZIONI – Takayuki Tamura, che ha coordinato gli esperimenti e lavora per un'azienda giapponese produttrice di vini, sottolinea come il ferro sia il fattore-chiave nella scelta del vino da abbinare al pesce: «Fino a oggi era impossibile prevedere «a scatola chiusa» se una bottiglia potesse essere più o meno adatta a un pranzo a base di pesce, perché non sapevamo quali elementi contribuivano a lasciare un sapore sgradevole dopo il pasto. Ora sappiamo che bisogna guardare il contenuto di ferro». Ciò non significa che tutti i rossi siano da evitare, come si affretta a specificare Tamura: «I rossi poco “ferrosi” possono costituire un ottimo abbinamento». Il giapponese così si salva in corner: le eccezioni alla regola infatti non mancano, e da qualche tempo pare quasi chic scegliere un bel rosso per accompagnare un branzino. «Con il pesce si può tranquillamente bere anche un vino rosso o rosato – spiega Terenzio Medri, presidente dell'Associazione Italiana Sommelier –. L'importante è che si rispetti l'unica regola aurea degli abbinamenti fra vino e cibo: nessuno dei due sapori deve sovrastare l'altro, come in un matrimonio perfetto. La nostra associazione già da anni sperimenta in questo senso, nella ricerca dell'equilibrio fra il gusto della pietanza e quello del vino: se uno dei due elementi prevale sull'altro, l'abbinamento è sbagliato». Come si riconoscono le “accoppiate” giuste? Con l'allenamento del palato, secondo Medri: «Studiando e provando, diventa del tutto naturale capire quando si raggiunge l'equilibrio perfetto».

Fonte: Corriere.it

Falesco Montiano: una imperdibile verticale di un grande rosso laziale. 2^ parte

Continuiamo con la descrizione della splendida verticale di Montiano andando a scoprire gli anni 2000.

2000: l’anno della svolta, entra in produzione la nuova vigna con un clone di merlot che si caratterizza per l’elevata resistenza alle stagioni siccitose. Cotarella si è reso conto che il clima sta cambiando. Dinamico dinamico al naso, manifesta toni di radice di liquirizia, rosa rossa, ciliegia, cassis, caffè. Si nota la gioventù delle nuove vigne in quanto manca di adeguata profondità e di quella nota mentolata che, complice l’annata calda, non esce come nei precedenti millesimi. Anche la bocca è giovane, pimpante, calda, caratterizzata da intense sensazioni fruttate e un tannino vibrante che copre un po’ la parte morbida del vino e lascia anche poco spazio alla sapidità finale del vino.

2001
: siamo di fronte ad una grande annata e ad un piccolo capolavoro enologico. Già il naso ci emoziona, ci stordisce con la sua intensità e i suoi caratteri aromatici che sono un tutt’uno col territorio. Sensazioni di menta, scorsa di arancio, violetta, ciliegia matura, ribes, mora, ferro, tabacco, spezie impreziosite da nobili ricordi di humus e gratife. Al palato è seta, tutto viene avvolto in una trama di grandissima eleganza, con un tannino “bordolese” e una lunga, lunghissima scia finale che si dipana tra ricordi di frutta, liquirizia e tocchi minerali. Un monumento e il miglior vino della verticale.

2003
: nonostante l’annata calda, Cotarella tira fuori un vino per nulla banale che si caratterizza per un interessante olfatto di ribes, ciliegia, macis, amarena, arricchiti da una lieve scia balsamica. In bocca è coerentemente potente, polposo, quasi masticabile e denuncia tutta la sua gioventù con un tannino scalpitante anche se rotondo e mai troppo asciugante. Arriverà a raggiungere un perfetto equilibrio col tempo. Torna la scia sapida finale.

2004: naso prepotente, caleidoscopico, il cui ventaglio olfattivo spazia tra le note di rosa rossa, viola mammola, ciliegia, mora, note balsamiche e un tocco di grafite. In bocca è ricco, pieno, deciso e lascia il palato con ottimi ricordi di frutta rossa, fiori, grafite e una lunga scia finale di pura sapidità. Non è ancora espresso in tutte le sue potenzialità, sembra ancora compresso, una materia che sta esplodendo. Ha tutte le potenzialità per diventare un grande vino.

2005
: annata anche questa sfigata dove temperature alte e pioggia in vendemmia non hanno creato le condizioni per un’uva perfetta. Naso chiuso, timido, che col tempo tira fuori qualche cenno di fiori rossi, frutta e un lievissimo balsamico. Tutt’altro che dinamico. Anche alla gustativa questo Montiano non eccelle, poca polpa e una struttura esile e poco amalgamata non invitano al prossimo sorso. Insieme all’annata ’96 è il peggiore della serata.

2006: uno dei miei preferiti, anche se giovanissimo promette di diventare, a mio parere, la 2001 del futuro. Lo si può notare subito mettendo il naso nel bicchiere: pieno, complesso, caratterizzato da intensissimi i profumi di frutta croccante, ciliegia e lamponi su tutti, poi si incuneano sensazioni di viola, rosa, ginepro, timo, chiodi di garofano, cannella, vaniglia. Al sorso c’è grande morbidezza, un velluto che accarezza il palato con gli intensi ricordi floreali e balsamici, poi escono le note più dure, un tannino evidente ma polposo, la grande freschezza e una avvolgente sapidità. Grandissimo già da ora ma, se lo aspettiamo, avremo di fronte un altro monumento enologico.

2007
: annata che abbiamo degustato in anteprima assoluta. Un bimbo in fasce con un naso più timido della precedente annata, meno verticale e maggiormente ricco di aromaticità scure, speziate, quasi fosse già leggermente evoluto. Ritorna al palato la caratteristica nota balsamica anche se, sempre rispetto alla 2006, la nota morbida è meno evidente a dispetto di una trama tannica virile accompagnata da degna sapidità. Un vino che sposa potenza giovanile ed accennata eleganza anche se, dal mio punto di vista, non arriverà mai a picchi di qualità estrema. Un vorrei ma non posso.

Falesco Montiano: una imperdibile verticale di un grande rosso laziale. 1^ parte

Il Montiano è un vino del Lazio e ne sono orgoglioso, soprattutto dopo la grandissima degustazione che si è tenuta all’AIS di Roma alla presenza di Riccardo Cotarella. Una verticale di tutte le annate in commercio (compresa la 2007 in anteprima) che ci ha confermato la grandezza di un vino fatto con passione ed orgoglio all’interno di un territorio, Montefiascone, che, a quei tempi, certo non brillava per qualità enologica.
Il Montiano si concretizza nella mente di Riccardo Cotarella nel 1987 durante una tour che l’enologo fece nelle zone di Saint-Émilion e Pomerol, territori particolarmente vocati per il merlot di cui Cotarella si innamora talmente tanto da volerlo piantare a cavallo tra Lazio e Umbria estirpando, non senza problemi con la popolazione, due vitigni classici della zona: Trebbiano e Malvasia. La sfida è iniziata: nel 1993, grazie all’impianto di vecchie marze di merlot provenienti da Château Cheval Blanc, viene prodotta la prima annata di Montiano, mille bottiglia circa, un vino destinato a fare la storia enologica italiana.

Andiamo a scoprire le varie annate presenti in degustazione:

1994: di un colore granato molto brillante, ha un naso senza cedimenti, balsamico, le cui caratteristiche vanno ad alleggerire un quadro generale fatto di sensazione scure, di humus, terra, prugna matura, cardamomo e ferro (ricordo che le viti sono piantate su un terreno prettamente vulcanico). Anche la bocca non cede nulla, perfetta l’amalgama tra componenti dure e morbide. Esaltante il tannino che, ancora in piedi, ci lascia presagire ulteriori evoluzioni del vino. Chiude sapido su sensazioni ferrose.

1995: rispetto al precedente, si notano in questo vino cenni olfattivi di grafite e macchia mediterranea che, col tempo, si arricchisce di una leggera nota di sottobosco, liquirizia e caffè. Sicuramente meno un quadro olfattivo meno scuro del precedente. Al palato il vino è di notevole avvolgenza, soprattutto si nota un tannino e una vena acida di grande carattere, di maggiore qualità rispetto al ’94. Chiusura sapida su toni minerali.

1996: un vino figlio di un’annata scarsa e questo lo riconosce lo stesso Cotarella. Naso ritroso, si percepiscono piccoli sbuffi minerali e tabaccosi. Null’altro. In bocca la fusione di elementi che abbiam trovato nelle precendenti annate non c’è, c’è una netta scissione tra le varie componenti. Esile di corpo ha un finale che non entusiasma per persistenza e profondità.

1997: si cambia nettamente marcia, di fronte abbiamo un vini figlio, stavolta, di una grande annata, sicuramente calda visto che per la prima volta il Montiano supera i 13%. Profilo aromatico intrigante giocato su note di eucalipto, violetta, prugna, sottobosco che, col tempo, vira ad un intenso minerale che sfuma su richiami di cuoio, tabacco e una leggera nota smaltata. In bocca ha lo stesso corpo e la stessa complessità dell’olfatto, tutto è fuso in maniera suprema, polpa, sapidità e freschezza sono equalmente distribuite. Finale grandioso che non cede nulla al tempo e che incanta con una chiusura fruttata e minerale. Da berne a secchiate!

1998: sembra una via di mezzo tra la ’96 e la ’97. Mineralità e un frutta nera caratterizzano il naso, poi sensazioni speziate di rabarbaro, cardamomo, humus, ferro. Non si percepisce la nota mentolata che caratterizzata alcuni millesimi precedenti. E’ un vino che ha un colore aromatico marrone. Bocca più severa del ’97, alla gustativa il vino rispetta pienamente il naso, è un Montiano maschio anche se forse cede qualcosa in sapidità e persistenza finale. Ancora da decifrare totalmente.

1999: naso molto espressivo e tenebroso che riporta a note di ciliegia matura, prugna appassita, tabacco scuro, grafite, tocco di goudron e lieve balsamicità. Il sorso conferma che siamo di fronte ad un vino più evoluto rispetto agli altri millesimi, torna il tabacco, il catrame, tutto è fermo sulla nota scura. Poco dinamico, cede qualcosa anche in freschezza e sapidità. Non penso abbia davanti molti anni.

Per gli anni 2000 dovrete attendere mercoledì....

Vino rosso, resveratrolo e salute: chi ha ragione??

Leggendo qualche articolo su vino e salute mi sono imbattuto in teorie che vedono il vino rosso come amico/nemico della nostra salute. La comunità scientifica sembra molto divisa sulla questione e tutto ciò certo non aumenta nè le nostre certezze nè la nostra fiducia verso questi ricercatori. Di che si tratta? Ecco a voi la spiegazione delle mie titubanze.
Le azioni terapeutiche del vino sono note dalla notte dei tempi, sia nella cultura asiatica che europea. In questi ultimi tempi le ricerche su base biochimica e molecolare hanno consentito di individuare il meccanismo d'azione delle sostanze contenute nel vino favorevolmente attive come antiossidanti. Tra i componenti del vino, il Resveratrolo è il fenolo più noto dal punto di vista terapeutico, tanto che la ricerca chimica sta individuando degli analoghi ai fini della commercializzazione. L'interesse in epoca moderna sui fenoli contenuti nel vino inizia con il rilievo del cosiddetto paradosso francese: la minore incidenza di malattie cardiovascolari nella popolazione del sud della Francia che consuma vino rosso, rispetto a popolazioni con dieta simile, ma priva di vino. Dopo alcune diatribe sull'efficacia del vino attribuita da alcuni alla componente alcolica, una serie di ricerche cliniche ha dimostrato maggiore efficacia del vino rispetto ad altri alcolici (birra,whisky), nella protezione dalle malattie cardiovascolari. Nel 1997, ricercatori statunitensi pubblicano sulla rivista " Science " una ricerca che dimostra l'arresto di crescita di cellule neoplastiche umane in coltura, aggiungendo Resveratrolo. Le ricerche iniziate in vitro sono continuate su molti tumori umani, e attualmente studi clinici valutano il ruolo del Resveratrolo nella prevenzione dei tumori. Tutto chiaro? Lo sapevamo tutti che il vino rosso allungava la vita no? E invece no!!!!!!!!!!!!! Tutte le mie certezze crollano quando leggo, lo scorso 26 febbraio, che bere anche un solo bicchiere di vino o di birra al giorno puo' aumentare il rischio di sviluppare un tumore, soprattutto nelle donne. L'allarmante notizia arriva da uno studio di un gruppo di ricercatori del britannico Centro di ricerche sul cancro, che si e' basato su una ricerca effettuata su oltre un milione di donne. Secondo gli scienziati, l'alcool e' responsabile, nel complesso, di circa il 13% dei tumori a seno, fegato, retto, bocca e gola. Per uno degli autori dello studio, Naomi Allen, "circa il 5% di tutti i tumori in Gran Bretagna sono dovuti al bere il 'bicchierino' di fine giornata". Durante i sette anni dello studio, pubblicato sul 'Journal of national Cancer Institute' un quarto del 1.300.000 donne esaminate ha riferito di non bere alcol. La maggior parte delle 'bevitrici' ha raccontato di consumare una media giornaliera di un bicchiere di vino o una birra media. Quasi 70.000 donne hanno sviluppato il cancro e gli scienziati hanno potuto ricavare un modello sul consumo di alcolici. Il risultato: l'abitudine di un bicchiere al giorno ha aumentato il rischio di sviluppare tumori nel 6% delle donne con meno di 75 anni. I ricercatori britannici hanno anche elaborato dati a seconda del tipo di cancro: un bicchiere al giorno aumenta del 12% il rischio di quello al seno, del 10 al retto, del 22% all'esofago, del 24 alla bocca e del 44% alla gola.

E ora chi ha ragione? Per fortuna che due giorni fa è uscito un altro articolo che spiega che un gruppo di ricercatori ha studiato un campione di 789 donne tra i 18 e 50 anni residenti nel Chianti, alle quali è stato sottoposto il questionario FSFI (Female Sexual Function Index) che valuta la funzionalità sessuale femminile attraverso 19 domande su diversi aspetti della sfera intima, dal desiderio all’interesse, dall’orgasmo alla soddisfazione. Dai risultati è emerso che le donne che bevono 1-2 bicchieri di nettare di Bacco al giorno (l’11%) hanno una sensualità migliore rispetto alle astemie (il 35%) o anche solo a quelle che bevono occasionalmente. Il merito della soddisfazione sessuale femminile? I polifenoli contenuti nel vino rosso, in particolar modo il resveratrolo.

MA ALLORA FA BENE O MALE IL VINO??????????????
(fonti: http://www.blogscienze.com, http://www.scienzaonline.com)