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Sois Mignon di Oliver Lemasson ovvero un altro modo di chiamare il sauvignon naturale della Loira

Alcune bottiglie, a volte, hanno dietro una storia travolgente, fatta di passione e testardaggine. 

Oliver Lemasson è uno di noi. Ha iniziato a lavorare come sommelier all'interno dell'enoteca di Eric Macé a Rennes, una delle prime che in Francia si occupava di vini naturali (la Cave du Sommelier) . 
Oliver confessa che in quel periodo, parliamo di fine anni '90, assaggia tutto ciò che propone in vendita innamorandosi perdutamente di questa tipologia di vini tanto che, pochi anni dopo, chiede a Marcel Lapierre (uno che nel Beaujolais veniva chiamato il Papa dei vini naturali) di poterlo aiutare in vigna. Non c'è problema! Per quattro vendemmie Oliver si occupa dei vigneti aziendale mentre al quinto anno gestisce anche la cantina.

Oliver Lemasson. Foto: http://www.oenos.net

Lemasson capisce che è quella la sua strada per cui nel 2002, assieme ad  Hervé Villemade (vignaiolo di Cheverny - Loira), fonda Les Vins contés, un piccolo négoce che i due gestiscono assieme per quattro anni e che poi, per varie vicissitudini, passa definitivamente nella mani di Oliver che, ed arriviamo ad oggi, acquista uva da piccoli vignaioli naturali della zona di Touraine e Cheverny (7 ettari di vigneto in totale) a cui bisogna aggiungere una piccola porzione di vigna, circa tre ettari, che coltiva direttamente nei dintorni di Monthou sur Bièvre e nella valle del Cher.

La diversità dei vari terroir permette di creare ogni anno circa 12 cuvées, a volte anche 14, distinte tra bianchi, rosati e rossi. I primi vengono vinificati in botte grande senza aggiunta lieviti selezionati e zolfo per essere poi imbottigliati senza filtrazione. I rossi, invece, stante la scuola di Lapierre, sono vinificati tramite macerazione carbonica per un periodo che varia tra i 15 e i 30 giorni per essere poi affinati in botte.

Le botti per la macerazione carbonica. Fonte:http://www.wineterroirs.com

Il Sois Mignon 2012 me l'hanno presentato Stefano e Roberto di Remigio che, prima di aprirlo, mi hanno sottolineato ardentemente che si trattava di un vino base, quasi da tavola.
Il Sois Mignon è un sauvignon in purezza da viti di circa 70 anni di età piantate su suoli essenzialmente sabbiosi.
Il naso è quanto più lontano dallo stereotipo che spesso noi italiani abbiamo di questo vitigno: fresco, minerale, leggermente agrumato con tocchi balsamici. La "tipica" pipì di gatto tanto decantata è, fortunatamente, un lontano ricordo.
Sorso tonificante, pulito, cristallino e dotato di allungo sapido e fresco. 

Foto: http://www.amicalementvin.com

Lemasson ama dire che i suoi sono "vini di sete" adatti per essere "bevuti a secchi". Obiettivo raggiunto! Svuotate con grande godimento due bottiglie senza nemmeno rendermene conto. Il costo si aggira attorno ai 15 euro. Meditate cari produttori italiani, meditate....

La Vernaccia di San Gimignano ha una sua dignità. Sappiatelo!


Iniziamo da questa foto


E' con questo panorama che un piccolo gruppo di "talebani" del vino si sono riuniti pochi giorni fa per capire, scoprire e dare il giusto risalto ad uno dei vini bianchi storici italiani: la Vernaccia di San Gimignano, prima DOC italiana (1966)
Un primato ed un prestigio che oggi sembra non avere più senso visto che, soprattutto in Toscana, patria dei rossi, per la Vernaccia non sembra esserci molto spazio, soprattutto se non viene valorizzata e comunicata da chi di dovere (produttori e Consorzio).
Fortunatamente, qualcuno a tutto questo ha detto NO, sei aziende (Mattia Barzaghi, La Mormoraia, Cappella Sant'Andrea, Podere La Castellaccia, Signano e Il Colombaio di Santa Chiara) stanno reagendo a questa situazione di stallo cercando di gridare al mondo che ci sono, con tutta la bontà del loro vino.

Come raggiungere l'obiettivo prefissato? Semplice, fare organizzare tutto a Davide Bonucci, Simone Morosi e Mattia Barzaghi, scegliere un posto bellissimo come l'agriturismo Mormoraia, chiamare un manipolo di appassionati, giornalisti, wine blogger ed opinion leader e il gioco è fatto. 
Già, il gioco, perchè all'inizio si è davvero bevuto "giocando" con l'ausilio dei bicchieri neri da degustazione. Lo scopo era quello di "trovare", tra i vari vini versati, le Vernacce di San Gimignano, un modo come un altro per capire se il loro profilo aromatico e gustativo poteva essere ben definito all'interno di una batteria con alcuni mostri sacri come il Fiano di Picariello 2010, lo Sterpi 2009 di Walter Massa o il Rossese di Giovanna Maccario (unico grande rosso tra i bianchi).

Il "Black Wine Tasting"
Gente all'opera....

All'interno di questo blind test, due le Vernacce che sono state infilate, una in versione "base" ed una in versione Riserva. La prima era la Vernaccia di San Gimignano 2011 "Zeta" di Mattia Barzaghi, un vino fresco dotato di un'anima fruttata e minerale molto lieve ed elegante. Bocca tesa, agrumata, dotata di buona armonia e coerenza col naso.

Il secondo vino era l'Albereta Riserva 2009 de Il Colombaio di Santachiara, un vino dal potente soffio minerale e terziario che, dopo 8 mesi di barrique, forse risente un pò troppo del legno assorbito che, a mio giudizio, un pò comprime il vino che potrebbe esprimere ben altre potenzialità e complessità. Con qualche orpello in meno sarebbe davvero interessante.

La batteria dei vini della degustazione in nero

L'altra degustazione programmata era più classica, con bicchieri trasparenti anche se rigorosamente alla cieca come quella precedente. Dieci bicchieri per dieci vini di varie tipologie ed un unico quesito: capire anche stavolta se era possibile "isolare" la Vernaccia di San Gimignano che, ad una attenta analisi organolettica, difficilmente sbagliavi ad inviduare visti alcuni denominatori comuni compreso il leggero ammandorlato nel finale di bocca che ben inquadra una tipologia di vini mai strabordandi che giocano molto su un equilibrio ricamato tra frutta, fiori e minerali.

Tra i vari campioni degustati hanno lasciato una traccia in me: Vernaccia di San Gimignano "Ciprea" 2011 di Podere La Castellaccia che presentava un connubio aromatico tra frutta e fiori di bella piacevolezza e una bocca fresca e leggiadra.
Altro vino interessante della batteria era la Vernaccia di San Gimignano 2011 di Signano, azienda che ho anche avuto il piacere di visitare. Il vino è molto lineare, senza effetti speciali, dinamico, diretto e floreale quanto basta per berti una bottiglia anche da solo.
Ottima performance anche per la Vernaccia di San Gimignano "Selvabianca" 2011 de Il Colombaio di Santachiara che con i suoi aromi di fieno, erbe aromatiche e spiccata mineralità aveva un naso davvero emozionante. Bocca ampia, progressiva, persistente. Davvero una sorpresa.
La Vernaccia di San Gimignano 2011 La Mormoraia è più piena, densa, solare delle precedenti, si esalta in questi casi la componente fruttata del vino che alla gustativa non cede il passo e diventa di grande persistenza.

Le 10 bottiglie. Foto di Stefania Pianigiani

Tra aperitivi vari e altre piccoli degustazioni improvvisate durante la cena e il pranzo del giorno dopo, ho potuto apprezzare un'altra Vernaccia di carattere: il Rialto 2009 di Cappella Sant'Andrea, un vino di estrema complessità con note fumè, fiori gialli appassiti e di mandorla amara. In bocca è ampio, deciso, strutturato ma di grande equilibrio.  

Concludendo, visti i vari assaggi di Vernacce con qualche anno sulle spalle, posso tranquillamente affermare che questo è un vitigno che sopporta egregiamente l'invecchiamento. Anzi, direi che se affinate ad hoc, le Vernacce di San Gimignano risultano essere estremamente interessanti e con un bagaglio di complessità e piacevolezza degno dei grandi vini bianchi italiani come, ad esempio, Verdicchio e Soave. L'ho già detto, ancora non mi convincono al 100% le Riserve (la barrique segna troppo il vino nel breve periodo), mentre a mio modo di vedere le Selezioni, rappresentando veri e propri Cru, potrebbero rappresentare la strada maestra per i vignaioli di eccellenza di San Gimignano se, e solo se, si dà a questi vini il giusto tempo di affinamento in bottiglia.

Perchè, allora, non fare come fece Massa col Timorasso e uscire in commercio solo dopo almeno un paio di anni dalla vendemmia lasciando ai "base" il compito di calmare per un pò la richiesta di mercato? 

Domande alle quali, spero, avremo una pronta risposta da chi vuole, deve, valorizzare questo grande vitigno italiano.

Tenute Dettori - Renosu Bianco


 Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi
le tue calzette rosse
e l'innocenza sulle gote tue
due arance ancor piu' rosse
e la cantina buia dove noi
respiravamo piano
e le tue corse, l'eco dei tuoi no,(oh no)
mi stai facendo paura
Dove sei stata cosa hai fatto mai?
Una donna, donna, dimmi
cosa vuol dir sono una donna ormai....

Esiste la Canzone del Sole ed esistono anche i vini del sole. Uno di questi, a mio parere, è il Renosu Bianco (taglio di vermentino e moscato delle annate dal 2003 al 2007) prodotto da Tenute Dettori, azienda sarda gestita egregiamente da Alessandro che, da piccolo artigiano vignaiolo, porta avanti con grande orgoglio, nelle terre di Badde Nigolosu, la sua tradizionale filosofia produttiva priva di ogni condizionamento chimico e meccanico.

Alessandro Dettori Fonte:Cosaspreziosas.com
Il Renosu Bianco, già dal suo colore dorato intenso, ti riporta con la mente alla luce dell'alba d'Agosto mentre l'olfatto, con la sua complessità ed intensità, ti precipita dritto dentro un cesto di frutta gialla matura, un campo di fieno estivo, la macchia mediterranea, mentre le sensazioni di miele d'acacia mi ricordano le colazioni da bambino prima di andare al mare.

Anche in bocca, al sorso, il vino come una supernova esplode in tutta la sua carica aromatica (grazie alle caratteristiche del moscato) avvolgendo tutto ciò che incontra terminando la sua corsa, da cavallo di razza, solo dopo molti minuti la deglutizione. Non c'è pesantezza però in questo vino, credetemi, ma solo tanto equilibrio che, ovviamente, è giocato su toni molto alti.
Il prezzo del Renosu è davvero commovente per cui, se potete, cercatelo e fatemi sapere se diventerà anche il vostro vino del sole.

Il buon vino quotidiano: la Pampanella della Masseria Vigne Vecchie


Dovrei parlare molto più spesso di vino quotidiano soprattutto quando quello che ho bevuto proviene da una piccola realtà cooperativa biologica di Solopaca.
La “Masseria Vigne Vecchie” è stata costituita pochi anni fa da alcuni agricoltori locali decisi a non essere solo meri conferitori ma, piuttosto, ad essere artefici del loro destino trasformando personalmente le loro uve in vino che provvederanno loro stessi a commercializzare. Un passo importante e coraggioso per una zona che sta vivendo una crisi profonda e che avrebbe bisogno di dieci, cento, mille progetti del genere.

Vigneti
L’azienda si estende per circa 20 ettari e i vigneti piantati, principalmente aglianico e falanghina, sono coltivati biologicamente secondo certificazione Icea (Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale) e vengono trattati con stallatico.
Contro la peronospora vengono utilizzati anticrittogamici a base di rame e contro l'oidio lo zolfo, così come facevano i vecchi contadini della zona 50 anni fa.
Masseria Vigne Vecchie produce diversi tipologie di vino a base di falanghina: Armonia, Meteora e Pampanella.
Quest’ultimo vino l’ho acquistato la scorsa estate tornando da Castelvenere
La sera era afosa e non c’era miglior rimedio che stappare una bottiglia di bianco fresco e senza troppe pretese. 
Al naso mi ha colpito per la sua leggiadria e i profumi piacevolissimi di pesca, succo di mela, camomilla, tiglio. 
Al sorso la falanghina è caratterizzata da un corpo snello e da una spiccata sponda acido/sapida. Finale non troppo lungo fruttato.


Un vino discreto, da bere nel quotidiano, che non ha nessuno scopo recondito se non quello di ridare dignità agricola a questo vitigno e a questa zona.
Se non ricordo male la Pampanella 2009 l’ho pagata circa sette euro. Che volete di più?

I Superwhites 2011 ancora non sono finiti su Percorsi Di Vino!


Superwhites 2011 non mi ha, ovviamente, fatto scoprire solo il genio e la sregolatezza di Fulvio L. Bressan visto che, girando e selezionando, molto di buono i bianchi friulani hanno saputo donarmi. 

Damijan Podversic è un produttore biodinamico del Collio Goriziano che ha un protocollo di vinificazione molto semplice e in linea con la sua filosofia: fermentazione sulle bucce in tini di rovere per 60-90 giorni senza aggiunta né di lieviti selezionati né controllo delle temperature. Invecchiamento  in botti da 20 e 30 HL per 23 mesi e ulteriore affinamento in bottiglia. Durante il Superwhites mi ha colpito il suo Kaplja 2007, uvaggio di chardonnay (40%) friulano (30%) e malvasia istriana (30%) che tra sentori di mimosa, pesca, albicocca e pietra bianca, si conferma un vino di grande complessità. Sorso ampio, avvolgente, fresco e persistente. Davvero ben fatto. Da provare anche la sua Malvasia, un vino di grande carica aromatica che reputo ancora troppo giovane.


Edi Kante è una bandiera delle viticoltura del Carso e la sua Vitovska 2008 è una sorta di manifesto territoriale per quanta mineralità ci ho sentito. Come scrive la mia amica Rossella, forse a Roma dovremmo imparare più da questo vitigno.

Edi Kante
Marco Cecchini, promettente vignaiolo di Faedis (UD) ha stupito un po’ tutti col suo Riesling 2007 dalle note agrumate e minerali che, pur non raggiungendo le vette della Mosella, ha fatto capire che in Italia ci sono zone vocate per questo tipo di vitigno.

La sfida del picolit per me è stata vinta da La Sclusa che rispetto ai suoi “rivali” di Ermacora ha proposto un vino più aperto, emozionante, dove gli agrumi uscivano a profusione dal bicchiere insieme a pappa reale, pesche sciroppate e iodio. Bocca tenuta in grande equilibrio grazie ad una acidità sferzante. Finale dolce, interminabile.


Altre note sulla giornata le trovate su Ma che ti sei mangiato.

Superwhites 2011 a Roma. Io ci sarò!

 

SuperWhites a Roma
una domenica con i grandi vini friulani
Domenica 13 marzo 2011
St. Regis Roma Hotel

Siamo alla undicesima edizione di SuperWhites, l'evento che consente di conoscere i grandi vini bianchi del Friuli Venezia Giulia.
Frutto di una selezione accurata fra i vini bianchi di un territorio noto agli intenditori del mondo per la produzione vitivinicola di alta qualità, i Superbianchi friulani possono essere degustati e apprezzati in questo appuntamento organizzato nelle meravigliose sale dell'Hotel St. Regis Grand d i Roma da Slow Food Lazio, Slow Food Roma e Slow Food Friuli Venezia Giulia, grazie al supporto dell'ERSA della Regione Friuli Venezia Giulia.

Domenica 13 marzo, dalle 14,30 alle 19,30, nelle affascinanti sale Ritz e Danieli del St. Regis Roma si tiene la manifestazione: una grande degustazione collettiva, alla presenza dei produttori, per conoscere i vini bianchi di eccellenza del Friuli.
L'evento offre un'occasione unica per confrontare le caratteristiche dei vini bianchi, che costituiscono il 55% della produzione enologica regionale, a partire dal Friulano, la varietà che è presente su quasi ogni banco, in purezza o in assembaggio, proseguendo con altre varietà autoctone - ribolla gialla, malvasia, vitovska, verduzzo friulano, ramandolo, picolit - fino ai vitigni internazionali, come pinot grigio, pinot bianco, chardonnay e sauvignon. In particolare i visitatori potranno confrontarsi quasi sempre direttamente con i produttori, sentire dalle loro parole la genesi di questi piccoli capolavori. 45 sono le cantine presenti con oltre 130 vini.

In abbinamento ai SuperWhites il pubblico può assaggiare alcune eccellenze gastronomiche della regione: prosciutto crudo del Consorzio di San Daniele, salame del Collio friulano e prosciutto Praga con osso di Morgante e il formaggio Montasio del Consorzio che ne tutela la tipicità.
Sull'evento sovraintende l'Ente Regionale per lo Sviluppo Rurale, ERSA, che ha voluto fortemente l'evento all'interno della campagna di valorizzazione del Friulano.

SuperWhites, nato dalla collaborazione tra produttori friulani di qualità e Slow Food Friuli Venezia Giulia, ha l'obiettivo di promuovere nel mondo l'immagine dei vini locali, testimoni di un territorio particolarmente vocato alla produzione enologica di altissimo livello, cui si affiancano specialità alimentari di pari valore.
A ogni manifestazione partecipano le cantine annualmente selezionate da Slow Food fra quelle presenti nella nuova guida Slow Wine per rappresentare il vino bianco friulano, secondo criteri legati alla qualità del prodotto enologico.

Orario: dalle 14.30 alle 19.30; (dalle 14.30 alle 15.30 orario riservato agli operatori).
L'ingresso ha un costo di 15 Euro per i soci Slow Food e 20 Euro per i non soci.

Aziende Partecipanti:

Borgo delle Oche
Bressan
Casa Zuliani
Castello di Buttrio
Castello di Spessa
Castelvecchio
Cecchini Marco
Collavini Eugenio
Colle Duga
Coos
Di Lenardo
Drius Mauro
Ermacora Dario e Luciano
Gigante Adriano
Gradis'ciutta
Jermann
Kante  Edi
Keber Edi
La Sclusa
La Tunella
Le Vigne di Zamò
Lis Neris
Livon
Muzic
Petrucco
Podversic Damijan
Polencic Isidoro
Primosic
Raccaro Dario
Rocca Bernarda
Rodaro  Paolo
Russiz Superiore - Marco Felluga
Schiopetto
Sgubin Renzo
Skok Edi
Specogna
Subida di Monte
Tenuta di Angoris
Teresa Raiz
Toros  Franco
Torre Rosazza - Poggiobello
Venica & Venica
Vie di Romans
Villa Russiz
Zuani

Per informazioni:

- Slow Food Friuli Venezia Giulia - Tel e Fax 0432.523523 - 333.2392392 - info@slowfoodfvg.it

- Slow Food Lazio - Matteo Rugghia - ruma48@libero.it

- Slow Food Roma - Franco Fancoli - fiduciario@slowfoodroma.it

Andiamo tutti in bianco con i Superwhites friulani

Ottimamente organizzata da Slow Food, questa domenica si è replicato l’evento Superwithes, gran galà del vino bianco friulano che ogni anno a Roma fornisce un importante spaccato del livello qualitativo medio di questo gruppo di vignaioli col Tocai, cioè….Friulano, nel cuore.

Pr
ima di entrare nel particolare, vorrei sottolineare due cose. La prima: trovo scorretto inserire nel sito internet il nome di Josko Gravner tra i papabili partecipanti quando si sa benissimo che non sarebbe mai venuto. Trovo tutto questo una piccola trappola per i tanti appassionati che, pur di parlare col loro produttore mito, si fanno inutili chilometri con la speranza nel cuore.

Seconda cosa: ho fatto numerosi assaggi di molti produttore e devo dire che il livello qualitativo medio l’ho trovato molto alto ma…molto uguale. I vini erano tutti impeccabilmente e tecnicamente perfetti, di grande mineralità, sapidità, territorialità se vogliamo, col loro finale d
elicatamente amarognolo e di buona persistenza. Ok, direbbe qualcuno, ma allora di che ti lamenti? La mia unica recriminazione riguarda proprio questo, ripeto, tutti sono algidamente ineccepibili, tutti usano la stessa ricetta con vinificazioni in acciaio o cemento con, al massimo, un lievissimo passaggio in legno (20% del totale). Sauvignon, Friulano, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Chardonnay sono le principali uve utilizzate da questi vignaioli che, ed è questa la mia critica, producono vini che hanno le movenze di bellissime e sensuali modelle che, scavando scavando, trovi un po’ senza anima e che alla fine potresti lasciare per un…bianco più naturale.

I migliori assaggi sono stati:


Lis Neris – Picol 2001
: se c’è un grande pregio dei grandi vini bianchi, non s
olo friulani, è quello di evolvere magnificamente nel tempo, come questo sauvignon in purezza che mantiene l’intensa aromaticità dei suoi “primi anni”. Il vegetale si rispecchia nella foglia di pomodoro, il terroir nella roccia bianca di fiume, il fruttato è vortice di frutta bianca ancora croccante. Al palato è una lama di acidità e sapidità, lungo e infinito il finale. Da bere oggi con gaudio e per i prossimi venti anni. Miglior vino in assoluto della giornata.

Zuani – Zuani Vigne 2008
: l’azienda è di proprietà di Patrizia Felluga che, oltre a questo vino, ha presentato anche un interessante “Zuani Zuani”, vino da vendemmia tardiva invecchiato in barrique francesi ed americane che, per il mio gusto, rappresen
ta una scelta troppo internazionale. Tornando al Zuani Vigne 2008, blend di Friulano, Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio, con viti di oltre 20 anni di media, ho trovato il vino di ottima aromonia gusto-olfattiva, profondamente minerale, equilibrato e di notevole ricchezza fruttata nel persistente finale. Da risentire tra qualche anno per una valutazione qualitativa complessiva.

Adriano Gigante – Storico 2008:
100% Friulano, è un vino che ho voluto segnalare perché proviene da un vigneto del 1940, per cui siamo di fronte ad un Tocai molto saggio, più ampio e complesso rispetto ad altri vini simili. Mi viene in mente di aver nel bicchiere un bambino (visto l’ultima annata) con il cervello di un adulto. Bella la tipica nota
ammandorlata finale che fornisce un leggero amarognolo senza essere troppo invasiva.

Ma alla fine, sto vino fa bene o male ai denti?

Prima di immergermi totalmente su Eat-Alia 2009, oggi vorrei fare qualche piccola considerazione su un tema di scottante attualità, direi quasi fondamentale per la sopravvivenza della Repubblica Italiana e cioè: ma il vino fa bene o male ai nostri denti?????
La domanda è fondamentale perchè leggendo quello che scrivono i giornali non ci sto capendo più nulla e questa cosa sta disturbando notevolmente il mio sonno. Voglio sapere, sapere subito, altrimenti divento come il signor Livore!! Tutto parte da una notizia letta sul Corriere della Sera del 21 ottobre 2009 che sostanzialmente afferma l'opportunità preferire vini a pH elevato (minore acidità) se non si vuole che lo smalto dei denti venga intaccato inesorabilmente e diventi pieno di chiazze bruttissime. Quindi, se proprio dobbiamo bere vino, se proprio vogliamo farci del male, che almeno questo sia rosso visto che i bianchi sono inevitabilente più acidi. Prima mazzata per i bianchisti.

Oggi, a distanza di quasi due mesi, esce quest'altra
notizia: noooooooooooo il vino non fa male ai denti, anzi bevetene tanto visto che recenti studi medici rilevano che un calice di vino rosso al giorno leva il dentista di torno. In pratica i ricercatori dell'Università di Pavia hanno scoperto che alcune sostanze contenute nella bevanda sono in grado di neutralizzate l'attacco allo smalto dei denti da parte di batteri come il famigerato Streptococcus mutans, ritenuto responsabile dei danni a incisivi, molari e compagnia bella. I batteri si "nutrono" dei residui di cibo, degli zuccheri e intaccano lo smalto dei denti favorendo la carie. Le sostanze contenute nel vino rosso invece creano una specie dei pellicola protettiva attorno ai denti che impedisce ai batteri di attaccarvisi e compiere la loro opera di devastazione.

Quindi usiamo il vino rosso come colluttorio al posto del Listerine? Seconda mazzata per i bianchisti.


Ora, dopo aver letto questi articoli, mi rispondete alla domanda? Fa bene o male sto vino?
Pure i ricercatori, un pò di coerenza no?

Bordeaux 2007: poche luci e molte ombre - Il mio focus sulla denominazione Pessac-Léognan

Non mi aspettavo di meglio dalla degustazione dei Bordeaux 2007 che si è tenuta a Roma qualche giorno fa. L’annata, anche se generalizzare è sempre sbagliato, non è stata delle migliori soprattutto per i rossi mentre, come vedremo, risulta più che soddisfacente, con punte di grande qualità, per i vini bianchi e per quelli dolci.
Leggendo i vari articoli dei maggiori esperti mondiali di Bordeaux non si può pensare ad un’annata eccezionale (alla faccia di chi in Italia scrive sempre di millesimi memorabili) e questo per due ordini di problemi: il primo, in questa area il clima irregolare ha determinato notevoli problemi sia in fase di fioritura che in fase di germogliamento, creando notevoli problemi alla maturazione dell’uva. Secondo, il cattivo tempo di Giugno, Luglio, Agosto, con il suo grigio e le sue pioggerelle ha creato notevoli problemi di muffa che sono stati in parte tamponati con un incremento notevole dei trattamenti chimici. In particolare ad Agosto, quando le pioggia non cessava mai, si è pensato al vero disastro e solo un bel Settembre e un Ottobre molto caldi e secchi hanno evitato una vendemmia apocalittica. Il risultato di tutto questo? Non è tutto da buttare, soprattutto per i vini bianchi secchi di Pessac-Léognan le cui uve sono state raccolte in buone condizioni ai primi di Settembre e, in secondo luogo, per i vini di Sauternes e Barsac la cui vendemmia ha portato a vini eleganti, pieni anche se la botrytis, all’assaggio, non era evidente per tutte le tipologie. E i rossi? Come detto in precedenza i danni sono stati ridotti e questo grazie ad un grandissimo lavoro in vigna che ha modificato un po’ la visione di questi vigneron che prima del 2007 erano più concentrati sulle pratiche di cantina. Una nuova strada che, fortunatamente, ha permesso di salvare il salvabile e di porre in essere una qualità decente con picchi di eccellenza distribuiti qua e là.

Pessac-Léognan 2007: Note di degustazione


I vini bianchi secchi di questa regione vitivinicola sono tra le note più positive della giornata romana. L’annata relativamente fresca ha prodotto sicuramente vini molto vivaci, di buona spina acida, sicuramente meno pesanti rispetto al 2006 e di maggiore vivacità e freschezza se paragonati a quelli usciti nel caldo millesimo 2005.


Chateau Bouscaut Blanc 2007
: inizialmente molto minerale al naso, poi esce la susina e la mela cotta. Al palato è caldo, avvolgente, un po’ grasso, con adeguata spalla acida a sostenere una gradevole sapidità. Grande futuro sicuramente.

Chateau Carbonnieux Blanc 2007
: al naso è molto fresco, delicato, con un quadro aromatico fatto di fiori e piccoli frutti poco maturi. Bocca inaspettatamente strutturata, calda, morbida che svela un vino molto succoso che perde forse un po’ di brio nel finale grazie forse ad una acidità che non cambia marcia.

Domaine de Chevalier Blanc 2007
: naso molto elegante, fine, che si apre con note di frutta in macedonia e fiori bianchi di campo. Un soffuso minerale, che esce col passare del tempo, fornisce profondità e maggiore complessità. In bocca è fine, equilibrato, con buona corrispondenza al naso. Il finale, come per il precedente vino, non è così lungo ed appagante anche se torna una bellissima nota di fiori di pesco.

Chateau de France Blanc 2007
: rispetto ai precedenti il quadro olfattivo di questo vino è più opulento, i profumi richiamano la frutta gialla matura, il miele e le spezie orientali. Bocca che delude, non risponde al naso essendo la struttura molto esile, snella anche se di buona progressione. Poco armonico.

Chateau La Louvière Blanc 2007
: naso molto profondo, compatto, che si apre con note di polvere da sparo, pirite, poi esce la frutta, la mela golden, gli agrumi. Al palato offre buona struttura e sapidità e si caratterizza per una bella scia finale delicatamente agrumata. Uno dei migliori della batteria.

Chateau Latour-Martillac Blanc 2007: Si caratterizza per un percorso odoroso di grande stoffa, con sensazioni intense di litchi, pesca gialla, susina, fiori di acacia e un tocco di zenzero. In bocca è di grande freschezza, molto agrumato, solo il tempo equilibrerà le durezze espresse ora. Di grande beva per chi ama questa tipologia di vino. Ottimo futuro.

Chateau Smith-Haut-Lafitte Blanc 2007: molto diretto al naso, simile al precedente per le note citrine, mela verde e di frutto della passione. Bocca molto fresca e sapida ed un intenso finale aromatico sono le caratteristiche di questo vino che, come il precedente, promette di dare grandi emozioni nel futuro. I rossi? Nulla di emozionante da segnalare, qualcosa di meglio lo troviamo a Saint Emilion e Pomerol. Il tempo di scrivere le note di degustazione e pubblico tutto!!

Tre bicchieri, cinque grappoli? No il Lazio è la patria dello stereotipo

Prosegue, insieme ad altri blogger del Lazio (in questo caso Veronica dell'azienda Donnardea), la mia battaglia per la valorizzazione dei vini della mia Regione. Purtroppo mi hanno segnalato questo orribile articolo del sito winecountry.it (http://winecountry.it/regions/lazio/index.html) dove gli stereotipi la fanno da padrone: Lazio = rovine romane, monumenti e una bella caraffa di buon vini dei Castelli Romani. Evviva!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ecco in particolare cosa è scritto:


"Notwithstanding the sexy pleasure derived by sitting at a Roman trattoria on some narrow Trastevere lane or one of the many evocative Roman squares twirling spaghetti alla puttanesca or toying with ossobuco alla romana, washing it down with white Castelli Romani (Roman Castles) wine typically served in caraffa (carafe), we must say that there’s more to the scenery than the wine itself. Unlike most wines in Italy, the quality of wine in Latium appears to have somewhat declined, the reason being that Rome itself represents a huge market that require low-cost wine. That said, we still advise our readers to sit down at any of those trattorie, soak in the sun while drinking chilled Frascati or whatever the house wine will be. In this case, the scene abundantly complements the food and wine and your memory of it will be a pleasant and long-lasting one."

Tradotto:
"...annaffiandolo con un vino Castelli Romani , tipicamente servito in caraffa, dobbiamo dire che molto meglio lo scenario (di Roma) che il vino in se stesso. A differenza di molte regioni italiane, la qualità dei vini del Lazio appare in declino , la ragione è che Roma in se stessa rappresenta un mercato immenso che richiede vini a basso costo."

Alla grande, viva l'Italia pizza, mandolino e spaghetti.

Sia ben chiaro, come ho anche scritto sul forum del Gambero Rosso, non sto dicendo che il Lazio è la patria della nuova rivoluzione enologica italiana, o che il nostro frascati bianco sia paragonabile ad un Batard Montrachet borgognone. Sto soltando cercando, insieme a tante altre persone, produttori e blogger vari, di far comprendere a chi redige le guide oppure a chi fa siti come questo, che nel Lazio ci trovano dei vini di grande piacevolezza e complessità il tutto, e ciò non guasta, ad un rapporto q/p eccezionale. Perchè si premiano sempre i soliti e non si guarda avanti? Siamo sicuri che il redattore di questo sito abbia mai bevuto un vino laziale? Prima di scrivere delle stronzate certa gente dovrebbe documentarsi perchè così rischia di mandare in fumo anni di lavoro di tanti produttori volenterosi che credono nella ricerca della qualità. La strada è lunga, c'è un gap storico da colmare, ma la fine del tunnel non è così vicina.