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Collestefano, il Verdicchio di Matelica alla prova del tempo

Una vecchia canzone di Niccolò Fabi e Max Gazzè più o meno diceva:"vento d'estate, io vado al mare voi che fate....."

Cari ragazzi, ma è ovvio, noi ci vediamo all'Osteria Monteverde e beviamo Verdicchio di Matelica, durante la stagione calda non può mancare soprattutto quando Alessandro ci porta buona parte della verticale storica del Collestefano, vino cult per molti, vino dal grandissimo rapporto q/p per tutti.

Il vino della famiglia Marchionni, proveniente da 15 ettari di vigneto certificato biologico e prodotto per la prima volta nel 1998 attraverso un blend delle varie parcelle aziendali, lo abbiamo declinato in otto annate (dal 2003 al 2012 escludendo 2004 e 2005) al fine di capire se e come può evolvere questo verdicchio che da sempre fa solo acciaio e che oggi viene prodotto in circa 80.000 unità.

Bevitori e ....timidoni..
Verdicchio di Matelica Collestefano 2012 da Magnumcapire come un terreno posto a 450 metri ricco di calcare e scheletro possa influenzare un vino è abbastanza semplice: provate questo vino da giovane! Il verdicchio di Fabio Marchionni in questa fase di gioventù è tagliente e affilato come la lama della spada di Goemon, è acido, vitreo, essenziale canterebbe Mengoni. L'annata calda non la sentiamo, ha solo tempo per migliorare e stemperare i vizi di gioventù.

Verdicchio di Matelica Collestefano 2011: Stanlio e Ollio, questi primi due verdicchio potrebbero tranquillamente andare a braccetto e formare, fisicamente, la famosa coppia di attori che in tanti abbiamo ammirato. Perchè? Se il 2012 prende la fisionomia di Stan Laurel (Stanlio) per il suo essere dritto e magro, la 2011 non può che avere le sembianze di Oliver Hardy per il suo essere più pacioccone e largo. Strana annata questa, il Collestefano sembra quasi non essere lui nonostante la sua fresca adolescenza. Minerale, fruttato, rivela col tempo delle note quasi tostate e speziate abbastanza inaspettate. Manca un pò di freschezza ma dalla sua ha corpo e carattere. Stapperò un'altra bottiglia tra un paio di anni per capire come intende evolvere.

Verdicchio di Matelica Collestefano 2010: si cambia registro, è lui, lo riconosco, è il mio Collestefano ed è tornato più in forma che mai. Se domando a me stesso le caratteristiche di un grande Verdicchio di tre anni non ho dubbi nella risposta: deve essere intenso, dotato di elegante espressione agrumata, vegetale (anice), minerale e floreale. A queste qualità, poi, si ha la necessità di aggiungere doti di freschezza, finezza, equilibrio e persistenza. Ecco, questo Collestefano ha tutti questi requisiti e mentre lo bevo mi ammalia per la sua chiusura sapida e succosa. Basta poco per finire da solo la bottiglia. Grande versione!

Qualcosa, col tempo, è cambiato....
Verdicchio di Matelica Collestefano 2009:  qualcuno mi ha detto che le annate dispari del Collestefano non sono le migliori. Sarà che il confronto con la precedente annata è davvero duro ed impietoso, ma questo Verdicchio al naso risulto abbastanza anonimo, forse è ancora chiuso, forse il marcato tratto minerale imprigiona (troppo) la carica fruttata e vegetale che sento solo in lontananza e che prende la forma dell'anice e del sambuco. Chissà... Fortunatamente i punti li riprende un pò alla gustativa che caratterizza un palato fresco, vibrante e dalla felice chiusura sapida. Mah, chissà se quel qualcuno ha ragione?!?

Verdicchio di Matelica Collestefano 2008: nonostante l'annata sia pari sembra che il dio del  tricloroanisolo, volgarmente del Tappo, abbia fatto visita a questa bottiglia che, dopo un breve combattimento, ha dovuto desistere e alzare bottiglia bianca alla TCA. Che ci siamo persi?

bevitori....schizzati.
Verdicchio di Matelica Collestefano 2007: l'annata calda carica il vino di una evoluzione che fino ad ora non avevo sentito così marcata. Al naso esce immediatamente il miele di castagno affiancato da sentori di frutta gialla matura, quasi esotica e sprazzi idrocarburici. In bocca avverto la stanchezza di questo Verdicchio che parte molle e sembra non avere la forza di ingranare la prima. Ancora una versione larga del Collestefano che si fa ricordare solo per la buona scia minerale nel finale. 

Verdicchio di Matelica Collestefano 2006: forse non tutti sanno che Fabio Marchionni, prima di condurre con successo la sua azienda famigliare, ha preso la laurea in enologia e per fare esperienza è andato a lavorare in Germania in due piccole realtà vinicole della zona del Reno. Chissà come ha fatto Fabio a portare in bottiglia quei territori e quelle magie ma questo Collestefano sembra in tutto e per tutto un grande riesling e sono sicuro che, se messo alla cieca in un tavolo di vini della Mosella e del Reno, non sfigurerebbe affatto grazie alle sue doti mixate di agrumi e idrocarburi. Il vino preferito di tutta la verticale, una punto di arrivo che in realtà rappresenta un punto di partenza per l'azienda. 

Muffette...
Verdicchio di Matelica Collestefano 2003: quando penso di aver trovato una certezza nel Collestefano, e cioè che le annata calde (e dispari) non vanno a genio al vino, ecco arrivare questo Verdicchio a smentire tutto. Solo il colore giallo paglierino carico tradisce forse l'età non più candida visto che l'olfatto è ancora pimpante e giocato su sensazioni di granito, idrocarburi, camomilla per poi virare su inaspettate sensazioni mentolate e di erbe mediterranee. Bocca più orizzontale che verticale ma tutt'altro che grassa ed alcolica. Chiude , ricco e sinuoso, su note di buccia di arancia amara e mandorla. Vista l'annata e il suo stato di anzianità lo metto al secondo posto del podio a pari merito con la 2010.

La verticale completa
Chiudiamo la cena con il Rosa di Elena, il rosato di Collestefano prodotto da uve sangiovese. Che dire, non mi ha entusiasmato più di tanto, Fabio probabilmente è ancora alla ricerca della via maestra per questa tipologia di vino che mi è sembrato sì fresco e beverino ma anche abbastanza semplice. 


Roberto, lo chef dell'Osteria con la verticale di Collestefano







L'Osso San Grato Antoniolo e la sua verticale storica


Austero. Duro. Scontroso. Affascinante. Elegante. Sottile. Cervellotico. Mai urlato. Sinuoso e puttana quando vuole.

Parole, sensazioni che mi ruotavano in testa appena mi solo alzato dalla sedia per tornarmene a casa ancora carico di emozione per una verticale che difficilmente dimenticherò per il livello elevatissimo dei vari vini degustati che, tranne il tappo per il millesimo '83, hanno sfoggiato un carattere ed una qualità ai massimi livelli. Arduo, per chi ama i punteggi, trovare qualcosa al di sotto dei novanta punti.

La verticale completa
Altro pensiero che mi è venuto in mente durante la degustazione: nella annate fresche l'Osso San Grato, a mio parere, dà il meglio di sé coronandosi di un guscio granitico e di un basso profilo che rimandano alle prime parole di questo post. L'eleganza che ne scaturisce è unica ed inimitabile anche se, non so se è un limite, per percepirla devi entrare in sintonia col vino, amare le durezze, amare il nebbiolo nella sua espressione più gloriosa e sopraffina.

Nelle annate più calde, invece, il nebbiolo di casa Antoniolo diventa più accessibile, estroverso, ammiccante e popolare a causa di una immediatezza e di una espressività che rendono anche le vecchie annate, vedi 1997, ottime amanti per una notte spregiudicata.

Non ci resta che entrare nel dettaglio. 

Osso San Grato 1982 Antoniolo: questo millesimo, dopo la grande prova del Barolo di Borgogno degustato poco tempo fa, si conferma davvero grande anche in zona Gattinara. Il vino al naso si presenta di austera nobiltà, sa di cenere, ghisa, terra, cenni di vegetale e lieve salmastro. Bocca nebbiolesca di grande equilibrio, trama tannica fitta e vellutata, ancora fresco. Gli manca forse il guizzo del fuoriclasse ma è un nebbiolo chi si fa ricordare e che ricorderanno anche i miei nipoti. 


Osso San Grato 1983 Antoniolo: tappo. Sgrunt!

Osso San Grato 1989 Antoniolo: a due facce. Prima molto femminile, aperto e critallino con cenni di fiori rossi da diario, frutta disidratata, toni iodati. Poi, col tempo, si apre e diventa più maschile vestendosi di aromi di cenere, humus, grafite. Bocca di grandissimo equilibrio, snella, dritta e affilata. Ottimo!

Osso San Grato 1990 Antoniolo: forse un leggero sentore di tappo inficia l'olfattiva che si compone di caratteri cuoiosi e tabaccosi. Si sente sempre una nota fumè di fondo. In bocca invece è grintoso con un tannino che inizia a farsi grintoso. Bella struttura. Finale che sa di bosco e radici.


Osso San Grato 1996 Antoniolo: di nuovo un vino di fine femminilità con un quadro olfattivo giocato su note di geranio, vi ola, rosa, fruttini rossi, a cui seguono i soliti tocchi empireumatici e minerali. Bocca intensa, dinamica, caffettosa e con  un tocco di mallo di noce che accompagna la beva nella sua bella persistenza.

Osso San Grato 1997 Antoniolo: olfattiva dove domina la prugna, la ciliegia scura, la grafite, il cuoio. In bocca è ampio, complesso, rispetto all'annata precedente è più prepotente, di impatto, forse manca la sfericità e il senso etereo delle migliori annate ma, ad oggi, è al suo massimo ed è da bere senza esitazioni.

Osso San Grato 1998 Antoniolo: austero fin dal naso che percepisce aromi di radice, fiori amari, ferro, sangue, note fumè. In bocca è roccioso, vibrante, fresco, e si caratterizza per un grande allungo finale. Piaciuto molto.

Osso San Grato 1999 Antoniolo: un nebbiolo che sembra uscire da "The Mentalist" per quanto può essere cervellotico ed understatement. Eppure l'ho amato al primo sorso perchè, a mio giudizio, rappresenta tutto ciò che deve essere un nebbiolo di una grande annata. Ha una limpidezza, una regalità, una temperanza che è un inno al grande Gattinara di Piemonte. In bocca è di perfetto equilibrio con un tannino che definirei bordolese. Finale lungo e gessoso. Il mio vino preferito.


Osso San Grato 2001 Antoniolo: un grandissimo vino mignotta, ha tutto per farti dire che l'Osso San Grato di questo millesimo sia il migliore di sempre. Complessità, intensità, armonia. Poteva esser il numero uno della serata ma mi ha portato a letto troppo presto.

Osso San Grato 2004 Antoniolo: un inno alla durezza e all'introversione. Al naso e in bocca tornano le note da camino accompagnate da cenni ferrosi e di cuoio. Speri che prima o poi si aprirà ma per questo ci rivedremo tra una decina di anni.

Osso San Grato 2005 Antoniolo: l'unico che, forse, non ha raggiunto la piena sufficienza. Complice l'annata non felice, questo Gattinara soffre il confronto con gli altri vini della batteria per via di una struttura un pò scarna e da un sorso poco appagante. Lo vorrei risentire in un altro contesto.


Osso San Grato 2006 Antoniolo: le nuove annate di Osso San Grato, nonostante la giovane età, si mantengono sempre di grande equilibrio ed eleganza, Prova ne è questa 2006 che si conferma fresca di viola, rosa e frutta croccante a cui si aggiungono intarsi minerali di grande eleganza. In bocca è un bimbo col guanto di velluto che scorre e non va più via. Grande prospettiva.

Osso San Grato 2007 Antoniolo: somiglia moltissimo, in giovane, alla 2001 visto che in fatto di florealità e suadenza non è secondo a nessuno. Se acquisterà complessità aristocratica, il futuro sarà suo!


Le foto come al solito sono di Andrea Federici!

Il Barolo di Borgogno tra passato, presente e futuro


PASSATO

Bartolomeo Borgogno ha creato la sua casa vinicola nel 1761 e già a quel tempo, nella notte dei tempi, l'obiettivo era quello di creare un grande vino. Prova ne è la scelta del Barolo, nel 1861, come bevanda per il pranzo celebrativo dell'Unità di Italia. Ma bisogna aspettare gli anni '20 del secolo scorso per avere la vera svolta grazie a quell'illuminato di Cesare Borgogno che fa conoscere il suo nebbiolo in tutta Europa spingendosi fino oltre oceano, Stati Uniti compresi. Alla morte di Cesare Borgogno la proprietà passa ai nipoti Ida e Franco Boschis e successivamente ai figli di questi, Cesare e Giorgio.

PRESENTE

Si chiama Oscar Farinetti che da qualche anno ha rilevato l'azienda con l'obiettivo dichiarato di non mutare ciò che Borgogno è stato nel tempo. Per cui, nonostante lo spirito imprenditoriale e moderno di Mr. Eataly, si va avanti con i lunghi affinamenti, le grandi botti di castagno e di rovere di Slavonia e con la centenaria consuetudine di mettere da parte consistenti quantitativi di Barolo delle annate più grandi, per un ulteriore affinamento la cui durata normalmente non è mai inferiore ai dieci anni. 
Il presente, il mio presente con Borgogno è rappresentato da quelle vecchie bottiglie e da Armando Castagno e Paolo Lauciani che ci hanno condotti per mano all'interno di una macchina del tempo chiamata Barolo Borgogno. La verticale storica prevedeva le seguenti annate: 1996, 1988, 1982, 1978, 1967 e 1961.

Foto: Andrea Federici
Barolo Borgogno Riserva 1996: annata austera queesta che dà vita a Barolo molto classici e di grande equilibrio. Al naso si conferma introverso, timido, è un nebbiolo lento a concedersi e la complessità aromatica, indubbia, va lentamente stanata. Si odono echi di sottobosco, fruttini croccanti, tabacco, fungo. Lentamente, col tempo, esce una avvolgente e sinuosa balsamicità accanto ad accenni di cipria e sali da bagno. La bocca è ovviamente austera, aristocratica, la freschezza iniziale del vino lascia subito il passo ad una sensazione sapida, decisamente salmastra che il naso aveva celato. Chiude lunghissimo su toni di arancia amara.

Barolo Borgogno Riserva 1988: quest'annata calda ma equilibrata regala un Barolo dal colore ancora vivissimo che stenta ad aranciarsi anche sull'unghia. Al naso esplode una meravigliosa florealità dove la rosa in tutte le sfumature la fa da padrone accanto a sensazioni meno esplosive di melograno, mineralità, miele di castagno e cenere. E' un nebbiolo coeso e compatto anche in bocca dove non cede nulla nonostante l'età. L'annata, ovviamente, regala una sensazione complessiva più morbida del precedente soprattutto nel tannino anche se l'acidità, sorprendentemente, è ancora tagliente e accompagna tutto il finale di beva che gioca su ritorni gessosi e fumè. 

Barolo Borgogno Riserva 1982: grandissima annata, talmente felice che, secondo Castagno, è possibile trovare sorprese anche dalle bottiglie di aziende ignote lasciate sopra al camino della casa di campagna. Mettendo il naso nel bicchiere capisci subito che tal nebbiolo è di altra dimensione, difficile mettere in ordine tutti i descrittori che, come una sinfonia, suonano all'unisono ognuno il proprio strumento emozionale. Potrei dire che abbiam sentito tutti l'odore del sottobosco, del muschio, dei legni aromatici, della frutta rossa ancora integra, il tamarindo, la pesca, la cera, la rosa canina, la castagna e poi, e poi, e poi. 
In bocca è un monumento al nebbiolo, dovremmo fargi un piedistallo e metterlo in piazza assieme al busto di Cavour. E' setoso, vitale, ha di tutto di più per essere condirato un inno al Barolo!

Foto: Andrea Federici
Barolo Borgogno Riserva 1978: l'annata un filo troppo calda fa intravedere il lato maturo di questo Barolo che vanta un profilo abbondante ma per nulla decadente. Al naso esce il lato esotico del nebbiolo, si odono sensazioni di pesca, miele di castagno, frutta rossa dolce, felce, pepe. In bocca è "piacione", ha tratti di pasticceria ma la struttura è bella ferma e solida e vanta un tannino ancora vibrante. Grandissima bevibilità. Da bere ora che è al suo picco di maturità.

Barolo Borgogno Riserva 1967: l'annata calda ma sostanzialmente equilibrata regala un bicchiere dove iniziamo ad intravedere il lato terziario del grande nebbiolo. E' un Barolo più scuro degli altri, senz'altro minerale, ferroso, ematico, la frutta non è più fresca ma in gelatina, ribes e prugna in evidenza. Col tempo il ventaglio aromatico si amplia ulteriormente regalando profumi di incenso e mirra, cenere, spezie orientali, tè nero.  Al palato è ancora vivacissimo con un tannino serrato anche se meno muscolare del '78. Dotato di  una buona dotazione acida chiude lungo su note di tè Lapsang Souchong e arancia amara.

Foto: Andrea Federici
Barolo Borgogno Riserva 1961: l'età viene avvertita solo parzialmente perchè questo Barolo di cinquanta anni suonati non mostra nulla di clamorosamente terziario. Mettendo il naso nel bicchiere subito veniamo pervasi da una nota di menta bianca poi, col tempo, arriva il muschio, la violetta essiccata, la corteccia aromatica, la gelatina di frutta, la mandorla amara, il dattero, la lavanda e, infine, tocchi di cipria ed essenze da trucco. Al palato ci sorprendiamo per la tattilità del tannino, per l'abbraccio glicerico e per la persistenza mentosa con finale di arancia amara e frutta rossa da diario. Una grande bottiglia per una grande emozione finale.

FUTURO

Fonte: arcante.wordpress.com
Questo è Andrea Farinetti, figlio di Oscar, appena 22 anni. Da poco è diventato l'enologo di Borgogno, la sua azienda di famiglia. A lui il compito di preservare la tradizione.


Il Merlot di Bele Casel dal 2002 al 2006


Fare riferimento a Bele Casel e parlare del loro Merlot e non del Prosecco a molte persone potrà suonare stonato ma vi posso assicurare che Luca Ferraro e la sua famiglia hanno puntato molto su questo vitigno che, come scritto sul sito internet, rappresenta una vera e propria sfida per tutti loro.

Noi abbiamo fatto una pazzia, abbiamo piantato merlot , vitigno tipico delle nostre zone, ma sempre maltrattato, facendo produrre alle vigne quantità d’uva assurde. Beh noi volevamo risollevare il nome di quest’uva. Impianti molto stretti, diradamenti spinti, vendemmia di uve ben mature e l’acquisto di botti grandi per non alterare la tipicità del nostro merlot.

Durante le ultime feste, approfittando della compagnia di un nutrito gruppo di amici appassionati, sono finalmente riuscito a degustare tutta la verticale del Merlot Bele Casel che da tanto, troppo tempo avevo in cantina. Cinque annate, dalla 2002 alla 2006, che fanno capire che da quelle parti si fa veramente sul serio anche con i rossi. 

Prima di iniziare, però, qualche dettaglio tecnico: le vigne sono state piantate a circa 200 metri s.l.m in zona Cornuda su terreni rossi, ricchi di ferro e tendenzialmente argillosi. Impianti fitti (2.5x1 metro) a cordone speronato. Resa max 40 q.li ettaro. Vendemmia manuale. In cantina tutta la fermentazione avviene a contatto con le bucce con un primo travaso in botte e poi battonage per i primi 4 o 5 mesi. Rimane in in botte grande per almeno 24 mesi, niente filtrazioni e solo una piccola aggiunta di solforosa prima dell'imbottigliamento. Affinamento di almeno un anno in bottiglia.

La bella foto di Rossella di Ma che ti sei mangiato?

Merlot 2002: il millesimo di per sè non aiuta certo il giovane vignaiolo che per la prima volta cerca di vinificare il suo merlot. Nonostante tutte le difficoltà del caso, esperienza in primis, nel bicchiere il vino, inizialmente chiuso, esce fuori abbastanza bene con sentori terziari di cuoio, fiori secchi, humus e un tratto ferroso che, come vedremo, rappresenterà una caratteristica che ci accompagnerà lungo tutta le degustazione. In bocca è esile, l'anna fredda si sente, cede un pò a centro bocca ma si riprende bene alla fine con una persistenza inaspettata.

Merlot 2003: da un'annata fredda ad una siccitosa, il caldo non dà tregua nemmeno da queste parti. A differenza del precedente bicchiere, in questo si sente una maggiore rotondità ed morbidezza, anche le sensazioni olfattive tendono più al fruttato (amarena) anche se, col tempo, la mineralità rossa fa di nuovo capolino. Bocca morbida, forse un filo di alcol in eccesso, ma sicuramente più ampia e meno cadente.


Merlot 2004: l'annata equilibrata (finalmente) si rispecchia nel vino che, in assenza di picchi, va dritto per la sua strada senza troppi fronzoli e, per la prima volta, si scopre elegante nelle sue note di spezie, frutta rossa a grappolo e sapida mineralità. In bocca è fine, fresco, piacevolmente sapido e fruttato e, nonostante ceda un pò nel finale, va giù che è un piacere.

Merlot 2005: rispetto al precedente è più scarico nel colore e presenta riflessi granato come se, rispetto al precedente, fosse più vecchio. Anche al naso la terziarizzazione degli elementi olfattivi è più netta visto che si percepiscono nette le note di fiori rossi da diario, frutta rossa essiccata, humus e un tocco di mineralità più nera che rossa. Bocca bilanciata, ampia, elegantemente austera. Piaciuto molto anche se avrà forse vita breve.

Merlot 2006: scarico nel colore (cambio vinificazione?) si presenta con caratteristiche molto simili al precedente anche se, rispetto alla 2005, trovo un tocco di ciccia in più rappresentato da note cioccolatose, macis e radici. In bocca è sempre lui, minerale, sapido, abbastanza equilibrato, dritto e teso con un finale che, se fosse più grintoso, darebbe al vino quel qualcosa in più da portarlo nell'olimpo dei migliori merlot italiani. 

Bele Casel è solo all'inizio della sua storia in rosso per cui non ho dubbi che Luca Ferraro possa migliorare ulteriormente questo merlot che, col tempo, l'esperienza e la passione di tutta la famiglia, arriverà a contendersi lo scettro di miglior vino dell'azienda assieme al loro ottimo Prosecco.

Luca Ferraro Fonte: madeinkitchen.tv

Verticale storica di Chianti Rufina Riserva Vigneto Bucerchiale della Fattoria Selvapiana


800 Km non sono nulla se, quando arrivi a Faenza per Enologica 2011, Armando Castagno tira fuori dal cilindro 12 annate di Chianti Rufina Riserva Vigneto Bucerchiale della Fattoria Selvapiana, praticamente una carrellata di sangiovese (e non solo) che, partendo dai giorni nostri, arriva fino agli albori della viticoltura in Toscana.
L’azienda, le cui origini storiche si fanno risalire al Medioevo, oggi è passata sotto la responsabilità di Silvia e Federico Giuntini Masseti che, impegnandosi nel solco tracciato da Francesco Giuntini Antinori, lavorano a stretto contatto con Franco Bernabei, consulente enologo di Selvapiana a partire dal 1978.
La produzione si articola su tre rossi dotati di grande struttura e longevità. Al Chianti Rufina annata si affiancano due cru di particolare pregio: il Chianti Rufina Riserva Fornace e, soprattutto, il Chianti Rufina Riserva Bucerchiale, sangiovese in purezza prodotto per la prima volta nel 1979.

Fonte: Andrea Gori

La verticale prevedeva le seguenti annate: 

2009 (anteprima): un pupo che esprime al naso sensazioni “dolciastre” a metà tra la frutta e il sangue. Legno ancora in evidenza con leggeri tocchi minerali. In bocca è duro, inquieto, profondo, come tutti i Chianti Rufina si fa apprezzare per il suo carattere che non cerca compromessi. Territoriale.

2007: naso ancora in via di definizione dove, accanto ad accenni di legno, fanno capolino sbuffi di ruggine, grafite, pepe bianco e tocchi balsamici. In bocca è ematico, minerale, la frutta è un po’ nascosta questa volta e ciò fa da divenire questo Chianti ancora più severo del normale. Tannino cazzuto come si dice presso l’Accademia della Crusca. Da attendere.

La verticale completa
1999: il registro olfattivo cambia nettamente e si fa più complesso e meno monastico. Il ventaglio aromatico è disegnato su profumi di sottobosco, felce, eucalipto e accenni di minerale nero e sangue. Bocca gentile, sapida, succosa, con una bella persistenza che chiude su cenni di liquirizia e terra.

1995: l’annata abbastanza calda fornisce un Chianti con profumi di cioccolato amaro, torrefazione, carote bollite e tocchi di minerale rosso e sottobosco. La bocca rimane severa ma, nonostante tutto, dotata di una freschezza imprevista e pulizia. Un Chianti che si fa amare al sorso.

1985: una delle annate storiche del vino non può che regalare un grandissimo Chianti che ha una declinazione olfattiva netta, base di erbe aromatiche su cui si elevano le note di liquirizia, pomodoro, spezie, tutte racchiuse all’interno di una lastra minerale che racchiude tutto in un inesorabile abbraccio. Al gusto il vino è rigoroso, pulito, integro, sprizza classe da ogni molecola e si dissolve lentamente con candore gessoso per nulla liquefatto.

1981: rispetto all’annata precedente sembra più vecchio di oltre 10 anni con le sue note evolute, a tratti anche poco eleganti, di cola, crosta di formaggio, fungo, frutta rossa disidratata. In bocca è comunque piacevole, setoso, con tannino ancora galoppante e finale rugginoso.

1979: la prima bottiglia “creata” grazie alla consulenza di Bernabei. Apre una ventata di sensazioni di humus, castagne, brodo vegetale, poi arriva il classico minerale che si pone a metà strada tra il rame e la grafite. La bocca è precisa, ferrea, sa di arancia amara, ruggine, alla cieca si potrebbe scambiare per un grandissimo vino di Valtellina per la sua matura purezza. Nobile come pochi.

La storia
1968: da questo momento in poi tutte le annate che degusteremo non saranno solo sangiovese 100% ma conterranno anche altre uve che il disciplinare dell’epoca permetteva di inserire (vitigni a bacca bianca compresi). Il Chianti Rufina si presenta con note evolute abbastanza chiare dove predomina una sensazione di affumicatura a cui seguono nette note di tisana alle erbe, porcino, metallo. La bocca è un po’ troppo scissa, si scorge sempre un vivo tannino ma l’acidità, fervida da uve bianche secondo me, è slegata e corre su binari alternativi.

1964: nonostante il suo colore mattone trasparente il vino è dotato di grandissima freschezza e tutti i profumi che vanno dall’arancia al mandarino fino al caffè sono lo specchio di una floridezza e di un vigore inaspettato. L’invecchiamento in botti di castagno, altra peculiarità di queste vecchie annate, fornisce al gusto una nota resinosa che accompagna un finale citrico di bergamotto.

1958: l’annata di grande livello dopo 53 anni non scalfisce minimamente il vino che, come immerso nella vasca di Coccon, rimane integro, preciso e dotato di un ventaglio olfattivo ricco di soffi empireumatici e minerali a cui si aggiungono tratti di caramello e carne cruda. Al sorso è un flusso intatto che porta con se tutta la gloria di una passato che non vuole cedere nulla. Persistenza ottima su ritorni di sottobosco e cenere.

Bicchieri ancora pieni
1956: rispetto al precedente sembra più magro e con qualche capello bianco in più. Il naso sa di tisana della nonna, caramello fuso, speck. Non ampia e complessa nemmeno la fase gustativa che non si fa ricordare per pulizia e compostezza. Tra i vecchi Chianti Rufina è sicuramente quello più deludente.

1948: devo ammettere che approcciarsi a bere un vino di 63 anni è davvero emozionante tanto più se scopri che in quel bicchiere c’è un vino fatto chissà come che la vita non riesce ad ossidare per quanti sforzi possa fare. Se chiudi gli occhi, anche a distanza, l’intensità del Chianti Rufina ti inebria per una repentina salinità che prendi i tratti dello iodio e del metallo fuso. Poi, ossigenandosi, il ventaglio olfattivo si arricchisce di sensazioni di dattero, fungo, agrume. In bocca è magnifico, giovane, solenne, rimane dopo tutti questi anni ancora “grasso” perché  il sole di quell’annata questo vino ancora se la porta dentro e sembra non volerne farne a meno. Vino eccezionale.

1958-1956-1948
La 1948 nel mio bicchiere
E voi, non fareste 800 Km per una verticale così?

Stella di Campalto e la verticale del suo Rosso di Montalcino


Da tanto tempo sento dire che Stella di Campalto produce un Rosso di Montalcino eccezionale, un grande sangiovese che, al cospetto dei grandi Brunelli, non ha nulla da invidare.
Io, che sono come San Tommaso, ho voluto capire di persona se tutte queste chiacchere, alla fine, abbiano  un fondo di verità. 
Stella ci aspetta presso la sala di degustazione "vista paradiso" per una verticale da sogno.

La vista dalla sala degustazione
Rosso di Montalcino 2001: la prima annata di un sangiovese in purezza che emoziona oggi come allora. Fresco come il vento autunnale che spira nel bicchiere, al palato risulta ampio, equilibrato, di grande succosità e tensione. Alla cieca darebbe la paga a molti. Bottiglie prodotte: 1.200. Permanenza in legno 22 mesi. Affinamento in bottiglia 8 mesi.

Rosso di Montalcino 2002: al naso risulta scuro, torrefatto, con note di rabarbaro e cardamomo. In bocca si rispetta il millesimo che non regala potenza ma una struttura agile senza troppi fronzoli. Annata così così che Stela interpreta nel migliore dei modi possibili. Bottiglie prodotte: 5.200. Permanenza in legno 23 mesi. Affinamento in bottiglia 5 mesi.

Il Vigneto. Foto: Andrea Federici Degustazioni a Grappoli
Rosso di Montalcino 2003: naso intenso ma non surmaturo, nel bicchiere escono tutti gli aromi "più eleganti" di un’annata calda. Col tempo si percepisce una netta ed intensa nota di tintura di iodio. Bocca ampia, intensa, netta, un cesto di frutta rossa che regala persistenza e una giusta freschezza. Bottiglie prodotte: 4.700. Permanenza in legno 22 mesi. Affinamento in bottiglia 6 mesi. 

Rosso di Montalcino 2004: l’annata promettente regala un vino di grande progressione fruttata e con cenni di una florealità che, col tempo, ritroveremo nel Rosso in maniera sempre più preminente. Bocca scintillante, fresca, equilibrata, di grande allungo. Bottiglie prodotte: 4.300. Permanenza in legno 22 mesi. Affinamento in bottiglia 7 mesi.

Rosso di Montalcino 2005: questo è l’anno in cui la biodinamica entra a pieno regime in azienda concludendo un passaggio iniziato nel 2002. Il risultato, come conferma la stessa produttrice, è abbastanza evidente, lo stacco stilistico è abbastanza netto, sia al naso che in bocca dove il vino prende forma tridimensionale. In particolare questo millesimo regala aromi più eleganti, fini, c’è tanta florealità e mineralità, la carica fruttata degli anni scorsi è meno invasiva, più nascosta. Anche la bocca è più ricercata con un timbro più austero e meno "popolano". Chiude con una grande scia sapida. Bottiglie prodotte: 7.700. Permanenza in legno 21 mesi. Affinamento in bottiglia 6 mesi.

La cantina
Rosso di Montalcino 2006: aumenta la complessità del vino che risulta ampio al naso con note di ferro, quasi ematico, poi esce la grande florealità e una nota di ciliegia croccante. Bocca fine, sapida, fresca, un Rosso di grande avvolgenza e bevibilità. Bottiglie prodotte: 7.700. Permanenza in legno 22 mesi. Affinamento in bottiglia 7 mesi.

Rosso di Montalcino 2007: naso inizialmente timido, poi escono le classiche note di fiori rossi, roccia, frutto rosso croccante, spezie orientali. In bocca è scalpitante, fervido, sapido nella sua mineralità, rotondo nella sua essenza di frutta e fiori. Perde forse un po’ in lunghezza. Bottiglie prodotte: 6.700. Permanenza in legno 22 mesi. Affinamento in bottiglia 8 mesi.

La verticale completa. Foto: Andrea Federici Degustazioni a Grappoli
Rosso di Montalcino 2008: naso giovanile dove trovo netta la violetta, la pietra bianca, la speziatura dolce ed essenze di erbe aromatiche, anice su tutte. Bocca che, senza esitazioni, mostra grande equilibrio e un tannino perfettamente integrato. Buona la scia fresca ed appagante in termini di persistenza. In divenire. Bottiglie prodotte: 12.537. Permanenza in legno 21 mesi. Affinamento in bottiglia 7 mesi.


Una verticale di Château d'Yquem grande come una casa



La foto forse non rende l'idea della grandezza ma, in tutti i modi, siamo di fronte ad un pezzo di storia del vino mondiale. Se avete già un vostro appartamento e non sapete come spendere i prossimi 700.000 euro ecco un'idea per farvi un regalo costoso come una casa: una verticale storica di Château d'Yquem. Io, ovviamente, faccio da intermediario, sarò il vostro agente di fiducia a provvigione low cost. 
Avanti, cosa aspettate, la vostra cantina sarà talmente invidiabile che potreste avere a cena anche Paris Hilton... 

Ah, il dettaglio dell'offerta speciale....

Chateau d'Yquem Vintages Bottles Chateau d'Yquem Vintages Bottles Chateau d'Yquem Vintages Bottles
1890 1 1931 1 1970 1
1891 1 1932 1 1971 1
1892 1 1933 1 1972 WINE NOT PRODUCED
1893 1 1934 1 1973 1
1895 1 1935 1 1974 WINE NOT PRODUCED
1896 1 1936 1 1975 1
1898 1 1937 1 1976 1
1899 1 1938 1 1977 1
1900 1 1939 1 1978 1
1901 1 1940 1 1979 1
1902 1 1941 1 1980 1
1903 1 1942 1 1981 1
1904 1 1943 1 1982 1
1905 1 1944 1 1983 1
1906 1 1945 1 1984 1
1907 1 1946 1 1985 1
1908 1 1947 1 1986 1
1909 1 1948 1 1987 1
1910 WINE NOT PRODUCED 1949 1 1988 1
1911 1 1950 1 1989 1
1912 1 1951 WINE NOT PRODUCED 1990 1
1913 1 1952 WINE NOT PRODUCED 1991 1
1914 1 1953 1 1992 WINE NOT PRODUCED
1915 WINE NOT PRODUCED 1954 1 1993 1
1916 1 1955 1 1994 1
1917 1 1956 1 1995 1
1918 1 1957 1 1996 1
1919 1 1958 1 1997 1
1920 1 1959 1 1998 1
1921 1 1960 1 1999 1
1922 1 1961 1 2000 1
1923 1 1962 1 2001 1
1924 1 1963 1 2002 1
1925 1 1964 WINE NOT PRODUCED 2003 1
1926 1 1965 1 2004 1
1927 1 1966 1 2005 1
1928 1 1967 1 2006 1
1929 1 1968 1 2007 1
1930 WINE NOT PRODUCED 1969 1 Total Bottles: 107
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£600,000 / HKD$7,710,000 / €696,000 / $990,000