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I vini di Collecapretta firmati Vittorio Mattioli


Girare le cantine di tutta Italia permette di conoscere persone vere, sincere, legate indissolubilmente al loro territorio che, durante la tua visita, cercano di regalarti offrendoti un bicchiere di vino. II loro vino.
Vittorio Mattioli, dell'azienda umbra Collecapretta, è un'altra di quelle persone speciali per cui vale la pena fare il wine blogger o, comunque, essere appassionati di vino.

Vittorio in mescita
Con Jacopo, Sara, Riccardo e la mia Stefy, siamo andato a trovarlo di ritorno da Spello e, nonostante fosse domenica pomeriggio, ci ha aperto le porte di casa sua come se fossimo amici da sempre.  
Di Collecapretta avevo sentito spesso parlare anche se, ci racconta Vittorio, è solo da cinque anni che l'azienda imbottiglia. I 5 ettari di vigneto di proprietà sono una sorta di fotografia di quello che era piantato prima della seconda guerra mondiale. Pertanto, oltre ai vitigni locali come il Trebbiano Spoletino (età 60 anni) e il Sangiovese (vitigno principale dell'azienda), ci sono Malvasia, Barbera, il Merlot e il Greco

Vittorio è un "naturale", non usa perciò erbicidi, pesticidi e diserbi e in cantina si praticano fermentazioni spontanee a temperature libere e non si aggiunge solforosa in imbottigliamento. I contenitori sono il vetro cemento, vetro resina e acciaio  mentre il legno grande è ancora in fase di sperimentazione. I travasi si effettuano in base ai cicli lunari e l'illimpidimento dei vini è affidato al rigore dell'inverno.

Questa opportuna premessa ci fa capire che, bere un vino di Collecapretta, potrebbe essere un'esperienza molto, molto interessante. Assieme a Vittorio e sua moglie abbiamo degustato:

Buscaia 2010 (malvasia bianca e malvasia di candia): vino di sole e sassi, come dice anche Jacopo, dove la componente minerale è piuttosto prevalente e fa da sfondo ad una cornice di frutta a polpa bianca e fiori di campo. Bocca succosa e sapida, a tratti salata, corroborata da una bella vena acida. Vino forse poco varietale ma di forte carattere. 


Vigna Vecchia 2010 (trebbiano spoletino in purezza): siamo di fronte ad un piccolo capolavoro umbro, un vino camaleontico e territoriale dove, man mano nel bicchiere, si affacciano cenni di erbe officinali, malva, timo, camomilla, frutta esotica, minerali bianchi. In bocca è materico, sapido, succoso, coerente col naso e persistente. Questo è il Trebbiano che ci piace!

Terra dei Preti 2009 (trebbiano spoletino in purezza): rispetto al precedente questo trebbiano è vinificato come un rosso con una lunga macerazione sulle bucce. Il colore è dorato, intenso, ed il vino si apre al naso con cenni di tartufo bianco, albicocca, cera, curry, zafferano, macchia mediterranea. Bocca sapida, intensa, fresca, dinamica. Buona la persistenza finale su ritorni di pesca matura e spezie orientali. Il Terra dei Preti testimonia come il trebbiano spoletino possa dire la sua anche con fermentazioni prolungate. Ottimo.

Il Rosato di Casa Mattioli 2010 (ciliegiolo in purezza): rosato atipico per chi, generalemente, beve liquidi alimentari tinti di rosa spacciati per vini. Qua Vittorio, nonostante le apparenze, mette al ciliegiolo l'abito rosso e fa di questo vino un prodotto di carattere con tanto ferro e terra al naso. Bocca vigorosa, maschia, ampia, generosa. Altro che vino per donne. Davvero una bella scoperta!


Il Galantuomo 2010 (barbera in purezza): il vitigno, di circa 40 anni, è stato portato dal nonno di Vittorio dopo che è tornato dal Piemonte dove ha fatto il militare. Strano provare una versione umbra del barbera però, nonostante i puristi storcano il naso, il vino che ne esce è estremamente piacevole visto che conquista il naso e il palato con la tanta mineralità e tocchi di frutta di rovo. Bocca tipica, acidia, sapida, diretta con un finale di ciliegia nera che appaga le mie papille gustative. Da provare alla cieca assieme a qualche versione piemontese, potrebbe sorprendere...

"Asylon": il vino che finanzia la formazione per i rifugiati


E’ iniziata in queste settimane la commercializzazione del vino dall’esclusivo marchio Asylon. Prodotto dall’azienda agraria di 77 ettari dell’Istituto agrario di Todi, è un vino bianco, Grechetto di Todi doc, e i proventi della vendita serviranno a finanziare percorsi formativi per rifugiati nel territorio umbro di Todi. Il progetto per rifugiati Asylon, articolato in varie fasi, è stato appena presentato a Roma presso la libreria Fandango ed è sostenuto dall’associazione Libera e da Caritas Umbria e si avvale del patrocinio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). 


L’obiettivo dell’iniziativa – spiegano i promotori - è di attivare percorsi formativi per le persone che chiedono asilo, durante il loro periodo di permanenza in accoglienza. “Ogni anno migliaia di persone chiedono asilo al nostro Paese. Nell’attesa che gli organismi competenti si pronuncino, i richiedenti vengono inseriti in un progetto di accoglienza. La Caritas di Todi è da anni impegnata in questo progetto, nell’ambito del sistema Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati) e accoglie ogni anno decine di persone”. 
Fino al 31 marzo 2010 il progetto di accoglienza Caritas ha ospitato complessivamente 103 uomini fra richiedenti asilo, rifugiati e persone con permesso per motivi umanitari, di cui molti si sono stabilmente integrati nel territorio tuderte e comuni limitrofi, avendo trovato impiego nel settore edile, nella piccola industria, nel comparto alberghiero e come collaboratori domestici. E per il futuro si pensa di aumentare il numero degli ospiti accolti da 15 a 20, includendo donne sole con bambini piccoli, prevedendo la presenza di più mediatori culturali, secondo la provenienza dei beneficiari, e programmando un più incisivo piano di inserimento lavorativo.
In questo contesto si inserisce l’iniziativa Asylon che coinvolge anche gli studenti dell’istituto agrario. I destinatati sono persone, anche minori, selezionate in accordo con il progetto Sprar. I percorsi formativi saranno attivati presso l’Istituto tecnico agrario “Augusto Ciuffelli” di Todi, la più antica scuola agricoltura d’Italia. Nei terreni aziendali, oltre alla rotazione dei seminativi, si trovano 4 ettari di vigneti doc, oliveti, frutteti, un orto botanico, un’aula verde e un parco didattico. Presenti anche allevamenti, serre, un caseificio, una cantina, un centro culturale-ambientale. L’azienda si connota come fattoria didattica e sociale, con una conduzione imprenditoriale finalizzata a valorizzare, in chiave professionalizzante, tutte le sue strutture di produzione, trasformazione e commercializzazione e a sostenere progetti didattici ed etici, nei quali viene reinvestito il ricavato delle attività.
Fonte: mondodelgusto.it
I percorsi formativi di Asylon punteranno, a seconda dei singoli casi, all’acquisizione di specifiche competenze attraverso corsi di formazione e di qualificazione professionale e al compimento di un percorso di studio quinquennale che sfocerà nel diploma di scuola media superiore, in regime di convitto per tutto il periodo scolastico e di accoglienza extrascolastica per i periodi di chiusura della scuola, in collaborazione con la Caritas tuderte. I percorsi formativi prenderanno il via a gennaio 2012: sarà coinvolto nella prima fase un gruppo di 8 persone, in una attività formativa-professionalizzante per la gestione del verde.

Hispellum: Percorsi di Olio per wine & food blogger


Ammetto la mia poca conoscenza sull'olio, so riconoscere quello buono da quello "industriale" ma, a parte questo, non avevo mai visto dal vivo come si produce e, soprattutto, non avevo mai partecipato alla raccolta delle olive. 
Finalmente, la scorsa settimana, grazie ad Hispellum ho colmato la lacuna e sono diventato un (indegno) produttore di olio, assieme ad altri wine & food blogger, per un giorno!!
L'azienda, di proprietà della famiglia Ciampetti, coltiva sulle colline di spello circa 50 ettari di oliveti secondo i principi della biodinamica per cui, come potete vedere anche dalle foto sottostanti, chi calpesta quei suoli sentirà la terra viva e rigenerata.

Mario Ciampetti
I bellissimi olivi
Ma come si fa l'olio? La risposta l'abbiamo avuta "lavorando" di persona alla produzione dell'olio del blogger. Anzittuto, ed è la parte più pesante, si devono raccogliere le olive. Hispellum usa sia metodi "meccanici" che manuali.



Questo sopra non è un black bloc ma sono io la mattina presto, con freddo e vento, alla prese con una sorta di rastrello elettronico.

Stefania col rastrello manuale
Jacopo Cossater alla prese con la raccolta
Le olive!


Una volta raccolte le olive queste vengono immediatamente portate al frantoio dove vengono pesate e poi pulite da ogni possibile elemento esterno (terra, rami, foglie, etc.)

Si scarica!
I blogger alla pesa!
Il video di sotto spiega al meglio come l'oliva viene pulita e mandata al frantoio


Il video seguente, invece, mostra l'attività di frangitura e gramolatura delle olive.


La frangitura costituisce la fase di estrazione vera e propria e ha lo scopo di arrivare a determinare la pasta d'olio, una massa semifluida composta da una frazione solida (frammenti di noccioli, bucce e polpa) e una liquida (emulsione di acqua e olio).
La gramolatura ha lo scopo di rompere l'emulsione fra acqua e olio e far confluire le micelle d'olio in gocce più grandi che tendono a separarsi spontaneamente dall'acqua. Si effettua in macchine dette gramole o gramolatrici.

 
Pasta d'olio in rimescolamento all'interno di una gramola
Arriva poi la fase di estrazione vera e propria che, ad Hispellum, avviene per centrifugazione che ha lo scopo di separare tre frazioni: 
  • le sanse;
  • il mosto d'olio, contenente una piccola quantità d'acqua;
  • l'acqua di vegetazione, contenente una piccola quantità d'olio.
Finalmente l'olio!!



Inutile stare qua a dirvi che il Terre Rosse di Hispellum, un extra vergine di oliva da cultivar moraiolo, è strepitoso e con un contenuto di polifenoli di 675.90. Provate a confrontarlo con quelli del supermercato e scoprirete la vera differenza. A questo punto non resta che ringraziare Mario Ciampetti, Jacopo Cossater e tutti i blogger partecipanti tra cui: Slawka, Sara, Judith e Jeff, Laura

Quanto siamo belli!!!

Tre Bicchieri Gambero Rosso 2012 Umbria


Cervaro della Sala 2009 – Antinori
Montefalco Rosso Ris. 2008 – Fattoria Colle Allodole
Montefalco Sagrantino Campo alla Cerqua 2007 – Tabarrini
Montefalco Sagrantino Col Cimino 2008 – Villa Mongalli
Montefalco Sagrantino 2007 – Còlpetrone
Montefalco Sagrantino Collepiano 2008 - Caprai
Orvieto Cl. Sup. Il Bianco 2010 – Decugnano dei Barbi
Orvieto Cl. Sup. Campo del Guardiano ’09 - Palazzone
Torgiano Rosso Vigna Monticchio Ris. 2006 – Lungarotti

Tendenze 2011: le "Eno-Nozze"


Leggendo il sito WineNews ho scoperto che quest'anno la tendenza per gli enosnob sarà il matrimonio in cantina.
Barrique come tavoli, bottiglie vuote come porta-candele, tappi di sughero come segnaposto. E vini pregiati come bomboniere. 
Le nozze in cantina, tendenza tutta californiana,  sbarcano in Europa, per un connubio tra uno dei momenti più importanti della vita ed il nettare di Bacco, tra simbolismo religioso e simbolismo di gioia e di festa.


Perché celebrare il “rito laico”, quello del ricevimento, pranzo o cena che sia, nel “classico” ristorante, quando si può scegliere una location più “d’atmosfera”, come appunto una cantina, e personalizzare al massimo l’esperienza, magari con l’aiuto di sommelier o vignerons? 
Da Sonoma e Napa Valley allo Château La Font du Broc (Francia), con il suo chiostro con colonne di marmo di Carrara e la sontuosa cantina. O all’Adega Regional de Colares (Portogallo), dalla sala pavimentata in pietra circondata da enormi botti di rovere. 


“Last, but not the least”, l’Italia: qui è l’Umbria a farla da padrona, con la cantina Caprai, la sua splendida location ed il suo Sagrantino di Montefalco. Decisamente un matrimonio “diverso” che non rinuncia alla sacralità del momento, tra i luoghi sacri di Assisi ed i “luoghi sacri” del vino ...


Fonte: WineNews.it

Pochi Grilli per la testa a La Palazzola


Vascigliano di Stroncone, in provincia di Terni, rappresenta il piccolo regno di Stefano Grilli, il deus ex machina de “La Palazzola”, un baluardo enologico che si inspira ad una ricerca continua di qualità, alla curiosità di sperimentare nuove tecniche ormai dimenticate, alla capacità di saper “raccontare” i suoi vini come qualcosa di animato, qualcosa che fa ricordare di se. 

L'azienda
Venticinque ettari vitati situati su una collina molto dolce con terreni ricchi d’argilla a tessitura compatta con esposizione a sud – sud ovest,  più di venti tipologie di vino diverse, anche questo è un merito di Grilli che definisce la situazione attuale "work in progress", ogni anno sapori nuovi, nuove sperimentazioni, nuovi vini e uve locali da valorizzare.
La Palazzola, così come specificato nel sito internet aziendale, ha un indirizzo prevalentemente rossista anche se, e qui arriviamo al cuore della degustazione effettuata, non disdegna di “creare” vini passiti e, soprattutto, grandissimi spumanti metodo classico.
La caratteristica più curiosa è quella di utilizzare un antico metodo chiamato “metodo ancestrale” consistente nel bloccare la fermentazione alcolica tramite uno scambiatore a freddo per far sì che la presa di spuma sia ottenuta dai zuccheri provenienti dall’uva di partenza.

La Cantina
Il Sangiovese Brut Rosè 2006 de “La Palazzola” rappresenta, insieme al loro Riesling Brut, il punto più alto della loro produzione spumantistica e si presenta nel bicchiere di color rame, brillante ed elegante col suo olfatto giocato su toni di confetto, violetta, ribes, melograno, petali di rosa e melone bianco.
Bocca fresca, sapida, molto pulita ed in armonia col il naso. Uno spumante da tutto pasto che qualcuno ha indicato come perfetto alleato per una carbonara da sballo. Costo allo scaffale circa 15 euro. In futuro spero di provare tutta la produzione di Stefano Grilli, penso mi aspettino molte sorprese…

Sangiovese Brut Rosè

Pensieri di Agosto: Marco Caprai e la crisi del Sagrantino di Montefalco


Marco Caprai
Marco Caprai usa l'ironia per spiegare la crisi profonda del settore vitivinicolo umbro. L'inventore del Sagrantino usa una frase cara a Tomasi di Lampedusa, principe di Salina per fotografare il momento:
"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi."

Ma che c'azzecca il Gattopardo col vino umbro?

"Qui da noi in questi anni tutti hanno pensato che solo cambiando i presidenti di vari consorzi presenti sul territorio si potesse reggere l'urto della crisi e ridare fiato ad un settore che continua a vivere un momento difficile. Ho usato l'ironia per spiegare la crisi che questo settore così importante per l'Umbria sta vivendo. Il territorio non attrae più perché in questi anni la politica non è riuscita a vendere il prodotto "vino umbro". Non c'è stato un progetto unico, non c'è stata una campagna pubblicitaria in grado di vendere il sistema Umbria nel suo insieme. I singoli produttori sono stati lasciati soli a vendere il loro prodotto, in una guerra tra poveri che non ha portato da nessuna parte."

Marco Caprai è duro:

"i presidenti dei consorzi cadono come birilli, qualche consorziato esce e la macchina va avanti convinta che i problemi non ci sono o se ci sono basta un cambio di presidenza per risolverli."

Ma allora che fare? Qual è la via maestra per promuovere il vino umbro?

"La via maestra è promuovere il vino umbro, appunto. Non il singolo vino. Per esempio Sagrantino, Grechetto o Orvieto. É qui che la politica ha fallito. L'America investe sul vino californiano, la Francia sul Bourdeaux. Territori vastissimi che presentano una serie di vini pregiati promossi all'interno di un progetto unico complessivo. Noi invece ci presentiamo alle fiere nazionali e internazionali con singole etichette che se riescono a far colpo è solo per una botta di fortuna, non per un progetto alle spalle. É la guerra dei poveri insomma."

Caprai entra poi nello specifico.

"a Montefalco, la metto sul paradosso, la piglio a ridere per non piangere: siamo in mano a una politica gattopardesca che spera attraverso l'erga omnes, cioè l'imposizione a tutti i produttori delle regole e dei controlli indipendentemente che siano o meno soci del consorzio - di tappare i buchi di bilancio e di evitare di dare troppe spiegazioni."

Ma così, sottolinea Caprai, non si può andare avanti.

"Serve un colpo di reni, serve un azzeramento della situazione, ma se a Montefalco "governano" i Gattopardi il cambiamento non ci sarà e la crisi diverrà irreversibile. Le responsabilità ricadranno sugli autori di questo disastro dal quale né le istanze di governo locale né la Regione Umbria possono chiamarsi fuori, ma i danni li pagheremo tutti. 
É auspicabile arrivare a una politica seria del settore in grado di vendere e promuovere l'Umbria come sistema complessivo. In questi anni la Regione ha speso sul vino tanti soldi ma senza criterio, senza una strategia. Serve una logica d'impresa, diminuire per esempio le produzioni e le rese, dare garanzie di restare sul mercato a chi ha investito, puntare sulla qualità. 
Spendere meno ma su progetti precisi, misurati. Gli operatori non possono essere lasciati soli, serve una politica seria, vera di supporto. Ai consorzi in questi anni è stato detto "armatevi e partite", ma divisi non si fa sistema. 
Faccio un esempio di come la politica abbia fallito. Ultimamente un milione e 800mila euro di fondi "ocm" riservati al vino sono ritornati indietro perché è stata sbagliata la programmazione"


Quel (vino) rosso di D'Alema!

L’idea c’era da tempo. I dettagli sono stati messi a punto qualche tempo fa nel corso di una cena che non è sbagliato definire di «vertice», anche se atipica. Al tavolo c’erano, il líder máximo Massimo D’Alema, l’allora governatrice dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti e il «re» degli enologi Riccardo Cotarella. Tre personaggi di spicco a discutere, non di guerra tra le fondazioni democratiche e nemmeno dei riflessi occupazionali della crisi del comparto lusso o di disoccupazione umbra, ma di technicality; dettagli burocratici e produttivi relativi alla prossima impresa dalemiana: una tenuta di viti per produrre un vino. Rosso e di lusso, si intende.

La notizia l’ha data ieri il Giornale dell’Umbria che ha individuato in Montecastrilli, tra Todi e Terni, l’area scelta da D’Alema per il suo esordio tra i produttori di vini. Ma in ballo ci sarebbe anche un’altra proprietà, dalle parti di Otricoli, al confine con il Lazio. Alla fine entrambi i vigneti potrebbero finire tra le proprietà di D’Alema.
Nessuno nel Ternano si è sorpreso della scelta di Massimo D’Alema. Sono ormai storia le sue incursioni culinarie che hanno contribuito a lanciare il cuoco Gianfranco Vissani. Ed è noto che D’Alema apprezzi questa zona, che si trova a pochi chilometri dalla Capitale, ma dentro la macro regione rossa composta da Emilia-Romagna, Toscana e Umbria.
I dettagli sono ancora da definire. Il riserbo sull’operazione è totale. Il nome dell’ex premier non risulterebbe nemmeno tra i proprietari del vigneto che dovrebbe essere intestato a uno studio legale romano per essere poi gestito dai figli del presidente del Copasir. Si sa che il terreno non supererà i 4-5 ettari perché l’obiettivo non è tanto fare produzione di massa, magari da regalare alle feste del Pd, quanto portare poche bottiglie sulle tavole che contano.
I tempi comunque non saranno brevissimi e non per colpa della politica. Per maggio è in programma l’impianto delle viti. Questo significa che prima di avere bottiglie della premiata ditta D’Alema, bisognerà aspettare almeno cinque anni. Prima di allora, sarà costruita la cantina, dove si imbottiglierà il rosso.

Ancora non è stato deciso il nome. Scelta importante, con possibili ricadute anche politiche. Ogni riferimento al rosso, tanto per dirne una, finirebbe per assumere connotati politici e rischierebbe di imbarbarire un’operazione che invece punta tutto sul livello alto.
L’obiettivo di collocare il vino tra quelli di lusso è dimostrato anche dalla scelta dell’enologo, che sarà quasi sicuramente Riccardo Cotarella, orvietano che si è imposto nel mondo ed è diventato il tecnico di fiducia di personaggi del calibro di George Clooney, Roman Abramovich e anche di Silvio Berlusconi.
E questo è l’altro dato sensibile, che potrebbe rendere più amaro il vino dalemiano. Cotarella è un enologo di fama mondiale e non bada di certo all’appartenenza politica dei clienti e tantomeno dei vip che si affidano ai suoi consigli. Ma i tempi sono quelli che sono, e c’è da scommettere che, quando la cosa diventerà ufficiale, qualcuno griderà al complotto, applicando la proprietà transitiva al terzetto D’Alema-Cotarella-Berlusconi.
Due politici, un premier e un ex premier; il leader del centrodestra e uno degli azionisti di maggioranza del Pd; con lo stesso enologo. Roba da scatenare retroscena su un nuovo «dalemone», ma in versione country chic. Un inciucio innaffiato da un vino rosso umbro. Costosissimo però.

Fonte: Il giornale

Jacopo Cossater organizza il Vinix Live di Perugia

Sabato 6 marzo, all'interno di ExEliografica, a Perugia, si terrà un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di vino.

Vinix Live!, evento itinerante e momento di incontro tra appassionati e produttori nato in rete sul social network dedicato al vino Vinix, farà infatti tappa a Perugia e vedrà protagoniste alcune delle più rappresentative cantine della regione.

Un banco d'assaggio quindi, durante il quale oltre a conoscere i produttori presenti ed assaggiare il loro vini sarà possibile - in via eccezionale e per il solo giorno dell'evento - acquistare le bottiglie ad un prezzo vicino al sorgente, il prezzo cioè normalmente riservato agli operatori.

Tra le cantine presenti Paolo Bea, Milziade Antano, Antonelli da Montefalco, Collecapretta dallo spoletini, Palazzone da Orvieto, Roccafiore da Todi, Lungarotti da Torgiano e la Cantina La Spina dalla zona dei Colli Perugini. Ospite gastronomico il Frantoio Trampetti, da Trevi.

Tutti i dettagli della manifestazione, il programma ed i produttori presenti sulla pagina di Vinix dedicata all'evento.

Falesco Montiano: una imperdibile verticale di un grande rosso laziale. 2^ parte

Continuiamo con la descrizione della splendida verticale di Montiano andando a scoprire gli anni 2000.

2000: l’anno della svolta, entra in produzione la nuova vigna con un clone di merlot che si caratterizza per l’elevata resistenza alle stagioni siccitose. Cotarella si è reso conto che il clima sta cambiando. Dinamico dinamico al naso, manifesta toni di radice di liquirizia, rosa rossa, ciliegia, cassis, caffè. Si nota la gioventù delle nuove vigne in quanto manca di adeguata profondità e di quella nota mentolata che, complice l’annata calda, non esce come nei precedenti millesimi. Anche la bocca è giovane, pimpante, calda, caratterizzata da intense sensazioni fruttate e un tannino vibrante che copre un po’ la parte morbida del vino e lascia anche poco spazio alla sapidità finale del vino.

2001
: siamo di fronte ad una grande annata e ad un piccolo capolavoro enologico. Già il naso ci emoziona, ci stordisce con la sua intensità e i suoi caratteri aromatici che sono un tutt’uno col territorio. Sensazioni di menta, scorsa di arancio, violetta, ciliegia matura, ribes, mora, ferro, tabacco, spezie impreziosite da nobili ricordi di humus e gratife. Al palato è seta, tutto viene avvolto in una trama di grandissima eleganza, con un tannino “bordolese” e una lunga, lunghissima scia finale che si dipana tra ricordi di frutta, liquirizia e tocchi minerali. Un monumento e il miglior vino della verticale.

2003
: nonostante l’annata calda, Cotarella tira fuori un vino per nulla banale che si caratterizza per un interessante olfatto di ribes, ciliegia, macis, amarena, arricchiti da una lieve scia balsamica. In bocca è coerentemente potente, polposo, quasi masticabile e denuncia tutta la sua gioventù con un tannino scalpitante anche se rotondo e mai troppo asciugante. Arriverà a raggiungere un perfetto equilibrio col tempo. Torna la scia sapida finale.

2004: naso prepotente, caleidoscopico, il cui ventaglio olfattivo spazia tra le note di rosa rossa, viola mammola, ciliegia, mora, note balsamiche e un tocco di grafite. In bocca è ricco, pieno, deciso e lascia il palato con ottimi ricordi di frutta rossa, fiori, grafite e una lunga scia finale di pura sapidità. Non è ancora espresso in tutte le sue potenzialità, sembra ancora compresso, una materia che sta esplodendo. Ha tutte le potenzialità per diventare un grande vino.

2005
: annata anche questa sfigata dove temperature alte e pioggia in vendemmia non hanno creato le condizioni per un’uva perfetta. Naso chiuso, timido, che col tempo tira fuori qualche cenno di fiori rossi, frutta e un lievissimo balsamico. Tutt’altro che dinamico. Anche alla gustativa questo Montiano non eccelle, poca polpa e una struttura esile e poco amalgamata non invitano al prossimo sorso. Insieme all’annata ’96 è il peggiore della serata.

2006: uno dei miei preferiti, anche se giovanissimo promette di diventare, a mio parere, la 2001 del futuro. Lo si può notare subito mettendo il naso nel bicchiere: pieno, complesso, caratterizzato da intensissimi i profumi di frutta croccante, ciliegia e lamponi su tutti, poi si incuneano sensazioni di viola, rosa, ginepro, timo, chiodi di garofano, cannella, vaniglia. Al sorso c’è grande morbidezza, un velluto che accarezza il palato con gli intensi ricordi floreali e balsamici, poi escono le note più dure, un tannino evidente ma polposo, la grande freschezza e una avvolgente sapidità. Grandissimo già da ora ma, se lo aspettiamo, avremo di fronte un altro monumento enologico.

2007
: annata che abbiamo degustato in anteprima assoluta. Un bimbo in fasce con un naso più timido della precedente annata, meno verticale e maggiormente ricco di aromaticità scure, speziate, quasi fosse già leggermente evoluto. Ritorna al palato la caratteristica nota balsamica anche se, sempre rispetto alla 2006, la nota morbida è meno evidente a dispetto di una trama tannica virile accompagnata da degna sapidità. Un vino che sposa potenza giovanile ed accennata eleganza anche se, dal mio punto di vista, non arriverà mai a picchi di qualità estrema. Un vorrei ma non posso.

Falesco Montiano: una imperdibile verticale di un grande rosso laziale. 1^ parte

Il Montiano è un vino del Lazio e ne sono orgoglioso, soprattutto dopo la grandissima degustazione che si è tenuta all’AIS di Roma alla presenza di Riccardo Cotarella. Una verticale di tutte le annate in commercio (compresa la 2007 in anteprima) che ci ha confermato la grandezza di un vino fatto con passione ed orgoglio all’interno di un territorio, Montefiascone, che, a quei tempi, certo non brillava per qualità enologica.
Il Montiano si concretizza nella mente di Riccardo Cotarella nel 1987 durante una tour che l’enologo fece nelle zone di Saint-Émilion e Pomerol, territori particolarmente vocati per il merlot di cui Cotarella si innamora talmente tanto da volerlo piantare a cavallo tra Lazio e Umbria estirpando, non senza problemi con la popolazione, due vitigni classici della zona: Trebbiano e Malvasia. La sfida è iniziata: nel 1993, grazie all’impianto di vecchie marze di merlot provenienti da Château Cheval Blanc, viene prodotta la prima annata di Montiano, mille bottiglia circa, un vino destinato a fare la storia enologica italiana.

Andiamo a scoprire le varie annate presenti in degustazione:

1994: di un colore granato molto brillante, ha un naso senza cedimenti, balsamico, le cui caratteristiche vanno ad alleggerire un quadro generale fatto di sensazione scure, di humus, terra, prugna matura, cardamomo e ferro (ricordo che le viti sono piantate su un terreno prettamente vulcanico). Anche la bocca non cede nulla, perfetta l’amalgama tra componenti dure e morbide. Esaltante il tannino che, ancora in piedi, ci lascia presagire ulteriori evoluzioni del vino. Chiude sapido su sensazioni ferrose.

1995: rispetto al precedente, si notano in questo vino cenni olfattivi di grafite e macchia mediterranea che, col tempo, si arricchisce di una leggera nota di sottobosco, liquirizia e caffè. Sicuramente meno un quadro olfattivo meno scuro del precedente. Al palato il vino è di notevole avvolgenza, soprattutto si nota un tannino e una vena acida di grande carattere, di maggiore qualità rispetto al ’94. Chiusura sapida su toni minerali.

1996: un vino figlio di un’annata scarsa e questo lo riconosce lo stesso Cotarella. Naso ritroso, si percepiscono piccoli sbuffi minerali e tabaccosi. Null’altro. In bocca la fusione di elementi che abbiam trovato nelle precendenti annate non c’è, c’è una netta scissione tra le varie componenti. Esile di corpo ha un finale che non entusiasma per persistenza e profondità.

1997: si cambia nettamente marcia, di fronte abbiamo un vini figlio, stavolta, di una grande annata, sicuramente calda visto che per la prima volta il Montiano supera i 13%. Profilo aromatico intrigante giocato su note di eucalipto, violetta, prugna, sottobosco che, col tempo, vira ad un intenso minerale che sfuma su richiami di cuoio, tabacco e una leggera nota smaltata. In bocca ha lo stesso corpo e la stessa complessità dell’olfatto, tutto è fuso in maniera suprema, polpa, sapidità e freschezza sono equalmente distribuite. Finale grandioso che non cede nulla al tempo e che incanta con una chiusura fruttata e minerale. Da berne a secchiate!

1998: sembra una via di mezzo tra la ’96 e la ’97. Mineralità e un frutta nera caratterizzano il naso, poi sensazioni speziate di rabarbaro, cardamomo, humus, ferro. Non si percepisce la nota mentolata che caratterizzata alcuni millesimi precedenti. E’ un vino che ha un colore aromatico marrone. Bocca più severa del ’97, alla gustativa il vino rispetta pienamente il naso, è un Montiano maschio anche se forse cede qualcosa in sapidità e persistenza finale. Ancora da decifrare totalmente.

1999: naso molto espressivo e tenebroso che riporta a note di ciliegia matura, prugna appassita, tabacco scuro, grafite, tocco di goudron e lieve balsamicità. Il sorso conferma che siamo di fronte ad un vino più evoluto rispetto agli altri millesimi, torna il tabacco, il catrame, tutto è fermo sulla nota scura. Poco dinamico, cede qualcosa anche in freschezza e sapidità. Non penso abbia davanti molti anni.

Per gli anni 2000 dovrete attendere mercoledì....

Piccoli appunti sulla verticale di Sagrantino di Montefalco Scacciadiavoli

La settimana enologica di Montefalco svoltasi la scorsa settimana prevedeva numerosi eventi tra cui visite in cantina e numerose degustazioni, tra cui questa mini verticale di Sagrantino Scacciadiavoli che prevedeva l’analisi delle annate 2006, 2005, 2004 e la 1998.
L’azienda Scacciadiavoli è una delle più antiche del territorio di Montefalco. Il nome Scacciadiavoli deriva dal nome di un antico borgo, che sorge in prossimità dell’azienda, in cui viveva un esorcista (scacciadiavoli). La cantina, costruita nella seconda metà dell’Ottocento e di recente restaurata, è razionale e dotata di moderni impianti. La dimensione aziendale è di 136 ettari, dei quali 28 ettari a vigneto in parte di nuovo impianto. I terreni, posti in comune di Montefalco ad una quota compresa tra i 300 ed i 350 metri, sono prevalentemente argilloso-sabbiosi, con una buona capacità di drenaggio. Il 50% della superficie vitata è piantata con il vitigno Sagrantino; il restante 50% è rappresentato da Sangiovese, Merlot e Cabernet.
La cantina di vinificazione e di stoccaggio , ricostruita recentemente, è stata costruita alla metà del 1800 su progetto francese del principe Ugo Boncompagni. La famiglia Pambuffetti ne ha acquisito la proprietà nel 1954; le monumentali dimensioni, quattro piani di cui uno completamente interrato, hanno dato il nome “Cantinone” alla località.
Fatta questa opportuna premessa, e tornando quindi alla verticale, abbiamo iniziato questa interessante degustazione con l’ultima annata in commercio, la 2006: le promesse e le potenzialità ci sono tutte ma non capisco però come si faccia ad uscire con un vino così ancora (troppo) giovane e scomposto, caratterizzato da una ingombrante presenza di legno ed alcol e con un tannino ancora troppo aggressivo. Le potenzialità (cercando bene) sono rappresentate da una grandissima struttura e un ventaglio aromatico giocato su note mentolate e di frutta sotto spirito. Si farà col tempo.
Il 2005, che ricordo esser considerata grande come annata a Montefalco, è più equilibrato, aggraziato, al naso la frutta rossa in confettura lascia quasi subito il posto ad un delicato floreale. Quadro aromatico più dolce, quasi femminile. In bocca però ecco uscire un omone che tira fuori tannini aggressivi ed un’acidità da misurare, forse il legno è maggiormente integrato ma anche questo Sagrantino è rimandato a data da destinarsi. Poco armonico.
Il 2004 è figlio dell’annata non certo calda a Montefalco, le abbondanti piogge che ci sono state e questo lo si intuisce già all’olfattiva dove c’è freschezza, non c’è molta frutta ed esce il lato erbaceo e floreale del vino, ci sento un pout pourri di fiori, il timo, l’alloro e un tocco di melograno. Bevendo sembra di esser di fronte ad un altro vino rispetto ai precedenti, è tutto più “soft”, struttura, tannini e acidità sono meno irruenti, possenti, complice l’annata che rende tutto più bevibile anche se c’è da aspettarsi che questo Sagrantino non viva ancora per moltissimo tempo.
Il 1998 per Scacciadiavoli è stato un anno di transizione, il vino viene ancora affinato in botte grande, solo dopo arriveranno in cantina di barriques e tonneaux. La differenza stilistica con le altre annate si sente, non tanto al naso dove escono belle note terziarie di ruggine, cuoio, goudron, prugna secca, ma soprattutto in bocca dove il vino si mantiene austero e, forse, un po’ slegato nella sua struttura visto che le parti dure e morbide del vino non erano perfettamente fuse. Nonostante ciò, con tutti i suoi piccoli difetti, rimane un vino piacevole, di grande beva e persistenza che si caratterizza per ritorni di cacao, frutta nera matura e spezie. Il miglior vino della batteria sicuramente.

IL MAGICO CONNUBIO TRA TARTUFO SENESE E SIRAH ROSSO IGT LAZIO DONNARDEA

E' un sirah rosso Igt Lazio l'abbinamento vinicolo ideale del 2008 per il tartufo bianco delle Crete senesi. E' quanto ha stabilito la giuria del concorso culinario bandito durante la 23/ma Mostra di San Giovanni d'Asso, conclusasi domenica. Dopo la 'prima' dello scorso anno, si e' infatti rinnovato il connubio tra il Comune di San Giovanni e l'Associazione nazionale 'Donne del vino', presenti in questa occasione con una rappresentanza del Lazio e dell'Umbria. Otto le proposte vinicole in lizza per la qualifica di miglior abbinamento con dei medaglioni di chianina farciti con pecorino e tartufo. La giuria composta da giornalisti del settore enogastronomico ha indicato nel Sirah rosso Igt Lazio 'Donnardea', presentato da Veronica Trasmondi, l'accostamento ideale. Un giudizio ufficializzato dal sindaco di San Giovanni d'Asso, Michele Boscagli, presente la Vicepresidente della Camera dei Deputati Rosi Bindi. ''Per il secondo anno l'Associazione Donne del Vino ha voluto 'sposare' il tartufo bianco delle Crete senesi, e questo ci onora doppiamente'' ha affermato Michele Boscagli, sindaco di San Giovanni d'Asso, assicurando un impegno sempre piu' orientato alla valorizzazione delle nostre tipicita' aperto a tutte le possibili occasioni di approfondimento della cultura agroalimentare. ''A fine mese - ha annunciato Boscagli - parteciperemo all'asta mondiale del tartufo di Roma, ed in dicembre renderemo visita ai cittadini di Hautvilliers, la localita'-patria dello champagne con cui il tartufo delle Crete ha avuto un connubio due anni fa''. La presidente regionale per il Lazio dell'associazione Donne del Vino Patrizia Patini ha sottolineato come ''questo connubio con le Crete senesi, dopo due anni, si stia gia' rivelando ricco di soddisfazioni''. E a nome della presidente nazionale Pia Maria Berlucchi ha anticipato la volonta' di proseguire questa sperimentazione negli accostamenti tra i vini delle aziende vitivinicole a conduzione femminile e l'eccellente bianco delle Crete. Al concorso 2008 avevano preso parte anche l'Igt Lazio Le Vignole Colle Picchioni, presentato da Paola di Mauro; l'Atina Doc Cabernet Cominum di Maria Pinto; l'Igt rosso Lazio Castello di Torre in Pietra, di Elisabetta Angiuli; L'igt rosso Umbria Castello di Montoro Marchese Patrizi di Flaminia Marinaro; l'Igt Lazio MIsa Casale Mattia di Lucia De Sanctis; L'Aglianico Villa Sasso di Marisa Taffuri; l'Igt Lazio rosato Villa Santa di Pina Terenzi.

fonte ansa