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Vino + cooperazione + buone pratiche = la ricetta per il successo?

Vi segnalo questo interessante workshop organizzato per sabato 29 giugno 2013 presso il Teatro Castagnoli di Scansano nell’ambito delle celebrazioni per i 40 anni della Cantina Vignaioli del Morellino di Scansano.

L’obiettivo di questo workshop sarà quello di sondare la ricetta del successo, raccogliendo testimonianze variegate e importanti, anche da fuori regione, su vino, cooperazione e buone pratiche, cercando di offrire spunti di riflessione utili in un’epoca di crisi. E se fosse infatti proprio la cooperazione, assieme alle buone pratiche e a un vino di qualità, vera ricetta vincente? Non a caso i due universi a confronto saranno quelli della Toscana, ovviamente, ma anche del Veneto, un’altra regione di fondamentale importanza nel panorama vitivinicolo e cooperativo italiano.

Nel corso della mattinata interverranno Flavio Tosi, sindaco di Verona, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, l’antropologa dell’alimentazione Lucia Galasso, Luigi Turco, presidente di Cantina Valpantena, Gianni Bruno, brand manager di Vinitaly e per finire Sergio Bucci, direttore della Cantina Cooperativa dei Vignaioli del Morellino di Scansano.
Saranno presenti anche Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto, Gianni Lamioni, presidente CCIAA di Grosseto, Sabrina Cavezzini, Sindaco di Scansano. A chiudere la mattinata, le conclusioni verranno tirate dal presidente della cantina dei Vignaioli del Morellino di Scansano, Benedetto Grechi.

Hashtag ufficiale per seguire il live-tweeting dell’evento: #coopevino


Slow Wine 2013 e il Chianti Classico

Le anticipazioni toscane si aprono con il Chianti Classico. Territorio vasto, complesso che abbiamo percorso in lungo e in largo per cercare di offrire a voi lettori e appassionati un quadro enologico più che esaustivo. Il risultato di tale lavoro è sintetizzato bene da un dato fortemente esplicativo: il Chianti Classico è il territorio che ha raccolto più riconoscimenti complessivi nella Guida Slow Wine 2013, se si considera il numero di cantine recensite.


Molteplici sono i motivi di questo dato che può sorprendere se pensiamo alla non facile situazione economica di questo territorio. E invece il valore economico sembra avere segno opposto a quello viticolo che ormai, dall'inizio della nostra avventura solista nella critica enologica, sembra vivere una splendida crescita.

Una delle cause della nostra inclinazione è sicuramente l'attenzione verso un approccio sostenibile alla viticoltura, favorita da un territorio fortemente vocato dove la biodiversità ha ancora un ruolo di primo piano.

Panzano in Chianti vede tutte le sue Chiocciole confermate. Castello dei Rampolla, Fontodi, Le Cinciole, Monte Bernardi: aziende che hanno fatto di Panzano, da noi promosso "comune" per merito della viticoltura chiantigiana, un'enclave di grande valore naturale ed enologico. Ma attenzione alle piccole realtà, segnalate come Monete, vale a dire Il Palagio e il Vallone di Cecione, da sempre radicate nella Conca d'Oro e testimoni del valore dell'agricoltura reale, oltre le mode e le tendenze. Ma la sensibilità ecologica non è solo una prerogativa "panzanese": anche Gaiole in Chianti, che vede un'altra Chiocciola aggiungersi a Riecine; è Badia a Coltibuono che da sempre unisce l'eccellenza dei suoi vini con il rispetto del territorio.

In termini di novità abbiamo voluto premiare con il nostro massimo riconoscimento anche Isole e Olena il cui fondatore Paolo de Marchi ha da sempre creduto nelle potenzialità di questo territorio. Ecco, infatti, un'altra motivazione alla nostra predilezione il Chianti Classico. La bontà dei vini prodotti. Come i vini di Montevertine, che, di consueto, ci hanno stupito per senso di appartenenza e assoluta finezza. È proprio Radda in Chianti uno dei territori che negli ultimi anni si sta affermando come splendido terroir. Accanto a Val delle Corti di Roberto Bianchi e Caparsa di Paolo Cianferoni, Chiocciole inossidabili, sottolineiamo la Bottiglia a Monteraponi del giovane Michele Braganti. Pur giovane, questa azienda si è resa protagonista di un'ascesa qualitativa senza precedenti e ogni vino prodotto rappresenta un sorso cristallino di territorio.

Paladine del territorio, esaltato attraverso l'approccio biologico condiviso, sono le altre due Chiocciole: la Fattoria di Rodàno, a Castellina in Chianti, Corzano e Paterno a San Casciano Val di Pesa e Fèlsina a Castelnuovo Berardenga.

Abbiamo parlato di approccio sostenibile ed eccellenza produttiva. Ma un altro motivo dell'amore che ci lega a questi luoghi è rappresentato dal fatto di trovare vini splendidi a prezzi giusti. Bandini Villa Pomona a Castellina in Chianti e Castello della Paneretta nel comune di Barberino Val d'Elsa sono, forse, i casi più lampanti. Provare per credere. A loro e ai già citati Il Palagio e Vallone di Cecione, si uniscono Bibbiano a Castellina in Chianti e I Fabbri, situata in quella splendida area che è Lamole, nel comune di Greve in Chianti.
Lamole è un territorio splendido e l'ingresso dell'azienda Castellinuzza, insieme a I Fabbri, alla Fattoria di Lamole e a Castellinuzza e Piuca, rappresenta il nostro omaggio a un territorio che vale la pena visitare non solo per i suoi vini, qui il Chianti Classico ha una delle sue culle, ma anche per un paesaggio senza uguali.

Tra i nuovi ingressi segnaliamo in quel di San Casciano, Montesecondo, che promette molto bene e la cui naturalezza espressiva dei vini sembra abbia trovato una correttezza formale adeguata.

Ecologia, qualità, prezzo e capacità di trasmettere l'essenza di un territorio sono state le nostre direttrici nella scelta delle aziende e dei vini da segnalare. Insomma una situazione di bellissima complessità difficilmente riassumibile in modo univoco che giustifica, se ancora una volta ce ne fosse bisogno, la nostra scelta di dare più chiavi di lettura al nostro pubblico.

Vini Slow

Chianti Classico 2010 - Badia a Coltibuono
Chianti Classico 2010 - Bibbiano

Chianti Classico 2010 - Buondonno
Chianti Classico 2010 - Vallone di Cecione
Chianti Classico 2010 - Villa Pomona
Chianti Classico 2009 - Le Cinciole
Chianti Classico 2009 - Riecine
Chianti Classico 2009 - Val delle Corti
Chianti Classico Il Campitello Ris. 2009 - Monteraponi
Chianti Classico Borro del Diavolo Ris. 2008 - Ormanni
Chianti Classico Caparsino Ris. 2008 - Caparsa
Montevertine 2009 - Montevertine
Terrine 2006 - Castello della Paneretta

Tanti "base" in questa lista, perché ci piace segnalare vini dal prezzo abbordabile, ma dalle qualità organolettiche eccelse. E secondo noi il Chianti Classico è proprio la denominazione che riesce a regalarci queste perle uniche. Vini che spesso e volentieri costano in enoteca meno di 20 euro, ma che in degustazione si comportano spesso e volentieri molto meglio di etichette ben più care. Sia Montevertine sia il Terrine sono due Supertuscan che contemplano la presenza di soli vitigni autoctoni e parlano il linguaggio di questa magnifica terra.

Vini Quotidiani

Chianti 2010 - Fattoria San Pancrazio
Chianti Classico Olinto 2010 - I Fabbri
Chianti Classico 2009 - Villa Montepaldi
Chianti Monrosso 2010 - Monsanto

Spendiamo volentieri una parola su Monsanto, che oltre a produrre grandi vini di fascia alta ci sa deliziare anche con un "base" di altisismo livello organolettico. Un plauso a Laura Bianchi che conduce, con il padre Fabrizio, questa splendica cantina, che quest'anno ha festeggiato anche i 50 anni di vendemmie.

Grandi Vini

Castello San Sano Borro al Fumo 2008 - Rocca di Castagnoli
Cepparello 2009 - Isole e Olena
Fontalloro 2009 - Fèlsina
Pergole Torte 2009 - Montevertine

Il Borro al Fumo è alla sua prima uscita: un vino realizzato seguendo la vecchia ricetta di Bettino Ricasoli, che contempla la presenza anche della malvasia bianca. Un vino strepitoso. Su livelli altissimi i "soliti" Cepparello e Fontalloro. Per chi ci chiederà come mai Pergole Torte è Grande Vino, ricordiamo che da quest'anno i Vini Slow devono rispondere anche a un criterio di rapporto tra la qualità e il prezzo ben preciso, che il Pergole Torte, pur non costando certo uno sproposito (tanti vini italiani sono più cari e molto meno buoni...) non può vantare.

Sorsi di Chianti Classico

L'AIS Roma ha riaperto l'anno accademico portando nella capitale una nutrita truppa di produttori chiantigiani che hanno presentato al fino troppo nutrito pubblico romano le ultime annate in commercio.

Purtroppo questo tipo di degustazioni a banchi di assaggio, con tanto di folla sgomitante alla ricerca dell'aperitivo fighetto, non mi hanno permesso di avere una panoramica completa dell'offerta enologica della serata. Anzi, posso dire che mi è andata di culo se sono riuscito ad approfondire cinque/sei produttori sui cinquanta presenti per cui, di seguito, le note di degustazione sono estremamente parziali e riguardano solo la mia personale selezione chiantigiana.

Chianti Classico "Coltassala" 2008 - Castello di Volpaia (sangiovese e mammolo): da un solo vitigno posto a 450 metri s.l.m. nasce questo vino che sprigiona sentori di prugna, marasca, pepe nero. Bocca abbastanza fresca, sapida, con fitti tannini e chiusura speziata. Sarà apprezzato dagli amanti dei Chianti "pop". 


Chianti Classico Riserva "Rancia" 2009 - Felsina  (100% sangiovese): non c'è nulla da fare, questo Chianti rimane sempre buono e di grande bevibilità anche quando è giovane e scalpitante. Elegante, minerale, succoso, fresco, cosa chiedere di più ad un vino che è già leggenda?


I Sodi di S. Niccolò 2008 - Castellare di Castellina (sangioveto 85%-90% e malvasia nera 15-10%): non è un Chianti Classico ma, come per altri vini mito, rimane un sorso emozionante. Quest'annata, in particolare, genera un vino molto mediterraneo a cui si aggiungono tracce di sandalo e tabacco. In bocca è equilibrato, sapido, con tannini di buona fattura. Ancora giovane darà il meglio di sè tra qualche anno.

Chianti Classico Riserva "Borro del Diavolo" 2008 - Ormanni (100% sangiovese): anche con questo Chianti non si sbaglia (quasi) mai. Questa annata regala un vino profondo, minerale, con velati profumi di terra rossa, sottobosco, spezie e sprizzante balsamicità. In bocca è compatto, caldo, sontuoso. Ha tutto le caratteristiche per farci godere a  lungo.


Chianti Classico Riserva 2008 - Castello della Paneretta (90% sangiovese e 10% canaiolo): in molti di indicavano di passare al banco n°10 dove c'era un Chianti davvero interessante. Avevano ragione. Questa Riserva, affinata in botti grandi di 30 Hl, ha un naso fresco con ricordi di frutta di rovo, foglie di tabacco, corteccia di pino, violetta. Bocca elegante, equilibrata, scorrevole, con notevole nota sapida e freschezza in chiusura di sorso. L'Espresso lo scorso hanno gli ha dato 18.5. Bravi, piacevole sorpresa davvero!


Chianti Classico 2010 - Monteraponi  (90% sangiovese e 10% canaiolo): il vino del  Braganti è davvero buono, a partire da questo Chianti base che, sebbene in bottiglia da pochi mesi, è davvero buono e dotato di bevibilità sorprendente. Se tanto mi dà tanto, questa annata promette davvero bene. 

Chianti Classico Riserva “Il Campitello” 2008 – Monteraponi (90% sangiovese, 8% canaiolo, 2% colorino): è il vino che più mi è piaciuto tra quelli degustati durante la serata romana. Non c’è nulla da fare, il terroir di Monteraponi riesce a sfornare dei vini di rara eleganza e profondità. Tutto in questo vino è al punto giusto anche se non è certo un mostro di complessità come la Riserva “Baron Ugo” che a sto punto aspetto con grande ansia.  


Chianti Classico Riserva “Il Poggio” 1998 - Castello di Monsanto (90% sangiovese, 7% canaiolo, 3% colorino)  : appena l’ho visto ho gridato:”E’ mio!!!. Era, penso, l’unica vecchia annata presente in degustazione e, per chi come me ha partecipato alla verticale di un anno fa a Roma, questo vino rappresentava una perla di riprovare. Naso affascinante, ferroso, terroso, sembra di entrare in una vecchia cava abbandonata. Poi, col tempo, escono le note di fiori secchi e spezie nere. Bocca tradizionale, imponente, morbidezze e durezze del vino sono quasi perfettamente fuse per donare un sorso di grande eleganza e persistenza. E’ un vino mito e questo assaggio, per l’ennesima volta, lo ha dimostrato.

Il Morellino di Scansano, in tempo di crisi, diventa "social"

Bella iniziativa della Cantina del Morellino di Scansano che pochi giorni fa ha fatto apparire sul sul blog questo accorato appello:"Hai uve di qualità, provenienti da vigneti di Morellino di Scansano DOCG? Non svenderle!"

In tempo di crisi, infatti, è possibile che molti piccoli agricoltori impauriti possano essere presi per il collo da imbottigliatori senza scrupoli che se ne fregano del duro lavoro di campagna e della conseguente congrua remunerazione.
Al fine di evitare tutto questo la Cantina del Morellino di Scansano ha deciso di dare valore al lavoro dei vari produttori che operano nel territorio impegnandosi a  pagare l’uva 100 euro (più iva) contro una media di circa 70 euro/q.le dell’anno passato. 

Fonte: Vignaioli Morellino di Scansano

Si è posta, giustamente, una sola condizione: il viticoltore che decida di aderire a questo progetto si deve impegnare a coltivare secondo le indicazioni date dall'agronomo aziendale al fine di mantenere la qualità pari a quella dei soci della cantina
Ad oggi quindici aziende hanno aderito ma, sono sicuro, che il passaparola farà sì che altri piccoli vignaioli aderiscano a questo importante progetto di valenza sociale.

Nel mio piccolo non posso che fare a tutti i miei più sinceri complimenti.

Il Chianti Classico verso un riassetto della denominazione. Vi piace la nuova idea?

Giornata storica per il Gallo Nero: l’Assemblea dei soci riunitasi oggi presso la nuova sede del Consorzio a Tavarnelle approva a larga maggioranza le misure proposte dal Consiglio di Amministrazione del Consorzio per un riassetto della Denominazione che prevede la valorizzazione della Riserva attraverso nuove regole di produzione, la nascita di una nuova categoria di Chianti Classico che si posizionerà al vertice della piramide qualitativa ed il Gallo Nero che, dopo uno straordinario restyling, uscirà dalla fascetta di Stato per accresce la propria visibilità. 
Importanti novità anche per la movimentazione del vino sfuso. Il presidente Pallanti: “chiudo la mia Presidenza con un grande risultato. Un riassetto mirato al rilancio di questa prestigiosa denominazione con una virata decisa verso l’innalzamento della qualità”.
 
In un’Assemblea Generale che ha visto la maggiore partecipazione della base sociale degli ultimi 30 anni, i soci del Consorzio Vino Chianti Classico hanno approvato questa mattina una serie di misure che segnano una svolta storica nella Docg del Gallo Nero. Il pacchetto di modifiche del disciplinare è stato proposto all’Assemblea dopo un lavoro di oltre due anni portato avanti dal Cda del Consorzio, avvalendosi anche della collaborazione di esperti del settore esterni, e discusso con la base sociale in una serie di incontri e assemblee preparatorie negli ultimi mesi. 


Le modifiche al disciplinare del Chianti Classico approvate oggi interessano le diverse fasi della filiera produttiva, dalla produzione alla comunicazione del marchio e in particolare:
 
Piramide Qualitativa: è stata approvata la proposta di creare un vertice della piramide qualitativa del Chianti Classico che al momento esce sul mercato in due diverse tipologie: “Annata” e “Riserva”. Questa nuova tipologia di Chianti Classico, il cui nome sarà definito nei prossimi mesi dall’Assemblea, ha la particolarità di comprendere esclusivamente quei Chianti Classico che provengono da uve di esclusiva pertinenza dell’azienda. In questa nuova tipologia rientreranno solo i vini integralmente prodotti in azienda che quindi non si avvarranno in nessuna percentuale di uve o vini prodotti da altre cantine. Anche per quanto riguarda il periodo di invecchiamento le regole previste per questa tipologia mirano all’eccellenza qualitativa del prodotto: questa nuova categoria di Chianti Classico potrà infatti essere immessa sul mercato solo dopo 30 mesi successivi alla vendemmia, di cui tre di affinamento in bottiglia come per la “Riserva” il cui periodo di invecchiamento però rimane di due anni (12 mesi per l’annata).
 
Nuova “Riserva”: anche la Riserva, che rappresenta il 30% della quantità prodotta e il 40% del valore della denominazione, è stata interessata dal nuovo assetto. Se il periodo di invecchiamento rimane invariato la vera novità è rappresentata dal fatto che il produttore dovrà dichiarare la destinazione del prodotto (Annata; Riserva; nuova categoria) al momento della richiesta di idoneità. Il produttore dovrà in questo modo attuare una scelta più consapevole, decidendo già in fase di produzione delle uve quale prodotto dovrà essere destinato per le varie tipologie.
 
Restyling Gallo Nero: il marchio che dal 2005 rappresenta l’intera denominazione e che da allora è presente nella Fascetta di Stato per tutti i produttori di Chianti Classico (soci o non soci del Consorzio), sarà interessato da una rivisitazione grafica tesa a renderlo ancora più protagonista in ogni bottiglia di Chianti Classico. Proprio in questo senso si inserisce anche il nuovo posizionamento del marchio previsto dal riassetto: il Gallo Nero uscirà dalla Fascetta di Stato per essere posto sul collo della bottiglia.

Sono contento di aver portato a termine il mio mandato di presidente con questo importante risultato”, afferma Marco Pallanti, presidente del Consorzio. “Da tempo insieme al cda lavoravamo a questo riassetto per trovare la più alta condivisione in seno al corpo sociale. Un lavoro teso a far percepire al consumatore quell’innalzamento qualitativo conseguito dai nostri vini negli ultimi anni e che ci permetta di affrontare le nuove sfide del futuro con una serie di regole capaci di rendere il Chianti Classico più forte davanti alla crescente concorrenza internazionale. Anche le determinazioni dell’Assemblea relativamente al vino sfuso, che da oggi dovrà essere certificato prima di essere commercializzato, sono da interpretarsi in questo senso. Ringrazio il Cda per avermi aiutato in questi anni nel difficile compito di presidente di uno dei Consorzi di tutela più importanti del mondo. Ringrazio tutti i soci per averci sostenuto e aver compreso il grande sforzo di tutto il cda in questo progetto di riassetto”. 

Il 4 giugno l’Assemblea dei soci eleggerà il nuovo Consiglio di Amministrazione del Consorzio del Chianti Classico. 

La Vernaccia di San Gimignano ha una sua dignità. Sappiatelo!


Iniziamo da questa foto


E' con questo panorama che un piccolo gruppo di "talebani" del vino si sono riuniti pochi giorni fa per capire, scoprire e dare il giusto risalto ad uno dei vini bianchi storici italiani: la Vernaccia di San Gimignano, prima DOC italiana (1966)
Un primato ed un prestigio che oggi sembra non avere più senso visto che, soprattutto in Toscana, patria dei rossi, per la Vernaccia non sembra esserci molto spazio, soprattutto se non viene valorizzata e comunicata da chi di dovere (produttori e Consorzio).
Fortunatamente, qualcuno a tutto questo ha detto NO, sei aziende (Mattia Barzaghi, La Mormoraia, Cappella Sant'Andrea, Podere La Castellaccia, Signano e Il Colombaio di Santa Chiara) stanno reagendo a questa situazione di stallo cercando di gridare al mondo che ci sono, con tutta la bontà del loro vino.

Come raggiungere l'obiettivo prefissato? Semplice, fare organizzare tutto a Davide Bonucci, Simone Morosi e Mattia Barzaghi, scegliere un posto bellissimo come l'agriturismo Mormoraia, chiamare un manipolo di appassionati, giornalisti, wine blogger ed opinion leader e il gioco è fatto. 
Già, il gioco, perchè all'inizio si è davvero bevuto "giocando" con l'ausilio dei bicchieri neri da degustazione. Lo scopo era quello di "trovare", tra i vari vini versati, le Vernacce di San Gimignano, un modo come un altro per capire se il loro profilo aromatico e gustativo poteva essere ben definito all'interno di una batteria con alcuni mostri sacri come il Fiano di Picariello 2010, lo Sterpi 2009 di Walter Massa o il Rossese di Giovanna Maccario (unico grande rosso tra i bianchi).

Il "Black Wine Tasting"
Gente all'opera....

All'interno di questo blind test, due le Vernacce che sono state infilate, una in versione "base" ed una in versione Riserva. La prima era la Vernaccia di San Gimignano 2011 "Zeta" di Mattia Barzaghi, un vino fresco dotato di un'anima fruttata e minerale molto lieve ed elegante. Bocca tesa, agrumata, dotata di buona armonia e coerenza col naso.

Il secondo vino era l'Albereta Riserva 2009 de Il Colombaio di Santachiara, un vino dal potente soffio minerale e terziario che, dopo 8 mesi di barrique, forse risente un pò troppo del legno assorbito che, a mio giudizio, un pò comprime il vino che potrebbe esprimere ben altre potenzialità e complessità. Con qualche orpello in meno sarebbe davvero interessante.

La batteria dei vini della degustazione in nero

L'altra degustazione programmata era più classica, con bicchieri trasparenti anche se rigorosamente alla cieca come quella precedente. Dieci bicchieri per dieci vini di varie tipologie ed un unico quesito: capire anche stavolta se era possibile "isolare" la Vernaccia di San Gimignano che, ad una attenta analisi organolettica, difficilmente sbagliavi ad inviduare visti alcuni denominatori comuni compreso il leggero ammandorlato nel finale di bocca che ben inquadra una tipologia di vini mai strabordandi che giocano molto su un equilibrio ricamato tra frutta, fiori e minerali.

Tra i vari campioni degustati hanno lasciato una traccia in me: Vernaccia di San Gimignano "Ciprea" 2011 di Podere La Castellaccia che presentava un connubio aromatico tra frutta e fiori di bella piacevolezza e una bocca fresca e leggiadra.
Altro vino interessante della batteria era la Vernaccia di San Gimignano 2011 di Signano, azienda che ho anche avuto il piacere di visitare. Il vino è molto lineare, senza effetti speciali, dinamico, diretto e floreale quanto basta per berti una bottiglia anche da solo.
Ottima performance anche per la Vernaccia di San Gimignano "Selvabianca" 2011 de Il Colombaio di Santachiara che con i suoi aromi di fieno, erbe aromatiche e spiccata mineralità aveva un naso davvero emozionante. Bocca ampia, progressiva, persistente. Davvero una sorpresa.
La Vernaccia di San Gimignano 2011 La Mormoraia è più piena, densa, solare delle precedenti, si esalta in questi casi la componente fruttata del vino che alla gustativa non cede il passo e diventa di grande persistenza.

Le 10 bottiglie. Foto di Stefania Pianigiani

Tra aperitivi vari e altre piccoli degustazioni improvvisate durante la cena e il pranzo del giorno dopo, ho potuto apprezzare un'altra Vernaccia di carattere: il Rialto 2009 di Cappella Sant'Andrea, un vino di estrema complessità con note fumè, fiori gialli appassiti e di mandorla amara. In bocca è ampio, deciso, strutturato ma di grande equilibrio.  

Concludendo, visti i vari assaggi di Vernacce con qualche anno sulle spalle, posso tranquillamente affermare che questo è un vitigno che sopporta egregiamente l'invecchiamento. Anzi, direi che se affinate ad hoc, le Vernacce di San Gimignano risultano essere estremamente interessanti e con un bagaglio di complessità e piacevolezza degno dei grandi vini bianchi italiani come, ad esempio, Verdicchio e Soave. L'ho già detto, ancora non mi convincono al 100% le Riserve (la barrique segna troppo il vino nel breve periodo), mentre a mio modo di vedere le Selezioni, rappresentando veri e propri Cru, potrebbero rappresentare la strada maestra per i vignaioli di eccellenza di San Gimignano se, e solo se, si dà a questi vini il giusto tempo di affinamento in bottiglia.

Perchè, allora, non fare come fece Massa col Timorasso e uscire in commercio solo dopo almeno un paio di anni dalla vendemmia lasciando ai "base" il compito di calmare per un pò la richiesta di mercato? 

Domande alle quali, spero, avremo una pronta risposta da chi vuole, deve, valorizzare questo grande vitigno italiano.

Le stelle, il Brunello Montalcino, l'Espresso e l'onestà intellettuale

Tempo fa leggevo sul bellissimo blog dell'Espresso quanto segue:"secondo giorno di degustazioni a Montalcino, anche oggi dedicato ai Brunello 2007. Di solito non trascriviamo note di assaggio in questa fase. Prima vogliamo provare, riprovare, ririprovare i campioni: dalla stessa bottiglia a distanza di uno, due e anche tre giorni dalla stappatura; da una seconda bottiglia, nei casi interpretativamente dubbi; da una terza bottiglia fino a una centotrentaduesima bottiglia diversa, nei casi più aggrovigliati.

Le prime impressioni confermano tuttavia la sensazione avuta nel corso degli assaggi di Benvenuto Brunello, che si tratti di un’annata molto pronta. I vini sono in media caldi, percettivamente molto alcolici, a “maglie larghe”, piuttosto lenti nel percorrere l’arco gustativo.
Molto significativa, in questo senso, la riprova delle bottiglie a distanza di un giorno. Non pochi Brunello vivi, armoniosi, equilibrati appena aperti, si rivelano opachi, scomposti, slabbrati dopo ventiquattro ore di contatto con l’aria. La lotta – in certi casi accanita – dei produttori per dare freschezza e spina dorsale ai vini con ringiovanimenti assortiti (del tutto legali e spesso anzi utili, ricordiamolo) sortisce esiti alterni. In certi casi il vino regge la prova, in altri si sfilaccia, si scinde nelle componenti di partenza: da un lato la base 2007, statica e di forte spinta alcolica, dall’altro le voci più giovani, fresche e fruttate.
La generosa terra di Montalcino non tradirà comunque le attese dei suoi appassionati. I migliori vini sanno e sapranno farsi ben valere, come sempre.
E, a giudicare dai nostri risultati parziali, le sorprese in guida non mancheranno".

Rizzari e Gentili. Fonte: Pignataro wine Blog

Se andiamo sul sito del Consorzio all'annata 2007 sono state affibiate ben cinque stelle, la massima valutazione. I motivi che portano i geni del Consorzio ad attribuire certe valutazioni sono facilmente comprensibili

Al fine di evitare che il consumatore appassionato venga preso per il culo per i prossimi anni, volevo chiedere ufficialmente a Rivella se poteva ingaggiare Rizzari o Gentili come consulenti unici per la mappatura stellare del Brunello di Montalcino. Non sono proprio economicissimi però fanno evitare tante figura di merda e, di questi tempi, è una grande virtù.



Riserva Ducale Oro, lo storico Chianti Classico di Ruffino compie 60 anni

I puristi dopo aver letto il titolo del post avranno storto il naso perchè Ruffino, ormai diventata di proprietà della multinazionale americana Costellation Brands, non dovrebbe rappresentare il target di riferimento di questo piccolo blog artigianale sempre pronto a dar spazio alle storie dei piccoli vignaioli.  
Forse, però, si dimentica che Ruffino e il suo Chianti Classico più prestigioso, la Riserva Ducale Oro, hanno fatto la storia del vino non solo in Toscana ma in tutta Italia. 
Perchè allora non festeggiare i 60 anni di un'etichetta che ha rappresentato un fulgido passato (italiano) che, speriamo tutti, tracci la via maestra (americana) anche per il futuro?


Un millesimo: 1947. Primo Levi pubblica "Se questo è un uomo", giura il quarto governo De Gasperi, la Spagna diventa stato monarchico, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite vota la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei, nasce la CIA e la Polaroid inventa la fotografia istantanea.  

In Toscana, invece, Ruffino creava la Riserva Ducale Oro come evoluzione del Chianti Classico "Riserva Ducale" in produzione sin dal 1927.

Sono gli anni in cui il Chianti si faceva con uve a bacca nera e bacca bianca, pigiandolo coi piedi e infiascandolo in generosi recipienti avvolti nella paglia, per berlo giovane e trarne energia spesso necessaria ad affrontare una sudata giornata di lavoro nei campi.
Però, già ai tempi, era costume serbarne un poco - il migliore - per le occasioni speciali: la nascita di un maschietto, un compleanno, la visita di un parente da lontano, il Natale. 
Questa partita doveva anche migliorare con gli anni, grazie al lento riposo nelle umide e buie cantine delle case di una volta, per diventare ancor più buono e rendere così ancora più unico il solenne momento della decantazione. Vino come bene edonistico, non più solo prettamente alimentare: un concetto antesignano per una nuova idea di vino che ancora aveva da compiersi e che in Toscana, e in Italia, era ancora poco diffusa ma a cui Ruffino credeva moltissimo. 


E' da questo vissuto che era nato un Chianti Classico Riserva che negli anni è cresciuto a fianco delle grandi storie d’Italia, dal progresso della giovane Repubblica, all’alluvione di Firenze, dagli anni difficili del vino Italiano nella metà degli anni Ottanta fino alla grande rinascita che senza sosta ha attraversato tutto il territorio del Chianti Classico e la nostra migliore enologia. 

Qualche giorno fa, a Roma, Ruffino ha voluto festeggiare il sessantesimo anniversario del suo vino più importante attraverso una mini degustazione verticale di tre annate di Riserva Ducale Oro: 2007 (edizione speciale 60 anni), 2001 e 1990.

Il Chianti Riserva Ducale Oro 2007 (sangiovese 80% minimo più cabernet sauvignon e merlot) è ancora giovane, inquieto, ma ha profumi di grande eleganza dove prevale il lato fruttato composto da marasca e lampone. Seguono poi echi di tabacco conciato, essenza di violetta e cannella. Gusto segnato da una gradevole vena acida, da ritorni di frutta rossa croccante e tannini molto fini.
 

Il Chianti Riserva Ducale Oro 2001 (85% sangiovese, 15% vitigni complementari come da disciplinare di produzione), versato da magnum, si conferma figlio di una bella annata in Toscana dove la frutta rossa, ancora una volta, gioca un ruolo importante nel profilo olfattivo del vino anche se, rispetto alla 2007, si affacciano intriganti note di spezie orientali, cioccolato e soffi balsamici. In bocca è di grande equilibrio e morbidezza. Un grande classico. 

Il Chianti Riserva Ducale Oro 1990 rappresenta un punto di riferimento inequivocabile per Ruffino e per il Chianti Classico in generale. E' un vino vecchio stile che non passa mai di moda e che grazie al piccolo apporto di uve bianche (all'epoca si poteva) garantisce quel guizzo di freschezza e tradizionalità che ogni prodotto storico dovrebbe conservare nel suo DNA. 
All'olfatto è un mosaico di colori, un tavolozza dove si riconosce ancora il rosso del frutto, il marrone del legno di ebanisteria, il giallo del sottobosco autunnale e il nero delle spezie. Al gusto è sapido, ampio, lunghissimo, strepitoso. Gran vino, un monumento.
 


Il Chianti è Rock, il Barolo è lento?

Dopo il vino rosso targato Motorhead che avrebbe venduto in Svezia circa 250.000 bottiglie, arriva dall'Italia un altro vino per uomini duri e cazzuti: il Chianti Rock!


L’idea è di Domenico Tancredi, direttore tecnico/cantiniere della Fattoria di Faltognano che, direttamente dalla Colline di Leonardo Da Vinci, ha realizzato il sogno di "mettere in comunicazione uno dei marchi del Made in Italy più famosi al mondo con il genere musicale che è sinonimo di libertà ed energia per eccellenza". "Questa - scrive testuale Tancredi - è l’idea alla base del Chianti Rock, che vuol essere un prodotto intorno al quale gli appassionati di musica e rock and roll si radunano e condividono eventi, passioni ed emozioni pure".


Il Chianti Rock è 100% sangiovese vinificato in bottiglia ed affinato in legno di rovere francese. Sempre sul sito si legge che "il Chianti Rock è un prodotto che si sviluppa sopratutto intorno al mondo musica, abbinato a meeting artistici, conferenze stampa informali o eventi ufficiali di promozione, personalizzando cosi ogni iniziativa.Si sviluppa ottimamente anche insieme ad eventi privati, mostre forografiche, presentazioni di libri e cortometraggi e tutto quello che è in effetti cultura. 

Domenico Tancredi può garantire la personalizzazione delle bottiglie trasformando un progetto personale in un progetto e un idea per tutti. Applicando infatti bollini sulle bottiglie, personalizzabili sia per dimensioni che per forme, potete rendere il vostro evento unico e senza dubbio originale".

Ora, a prescindere dal (più che lecito) progetto di Tancredi e da questo vino che non conosco ma che non dubito sia buono, mi chiedo perchè altre grandi denominazioni italiane, leggi Barolo, non adottino questo tipo di marketing. Sono meno avanzati commercialmente oppure da quelle parti cercano in ogni modo di tutelare il nome di una grande denominazione?  
Basta veramente avere una vigna nell'areale del Chianti e rispettare il disciplinare di produzione per poi fare come si vuole e trasformare, che ne so, un sangiovese in purezza nel vino ufficiale dei petomani toscani?

Buon rock a tutti!



 

La Maremma di Quercia dell'Aquilaia


Un gelso e una quercia nel loro destino, Roma e la Toscana nel loro cuore. Oggi vorrei parlarvi di nuovo di Marco e Mapi Caldani che, dopo Gelso dellaValchetta, proseguono il loro sogno enologico puntano dritto verso la Maremma, all’interno della splendida tenuta di Quercia dell'Aquilaia che si affaccia su ben tre Comune confinanti tra loro: Scansano, Montemerano e Saturnia.
In questo piccolo angolo di paradiso, a pochi passi dall’azienda agricola I Botri di Ghiaccioforte, nel 2004 i coniugi Caldani hanno piantato, con la consueta supervisione dell’enologa Graziana Grassini, i primi cinque ettari di sangiovese, chardonnay e vermentino a cui, col tempo, si sono aggiunti ciliegiolo e mammolo andando a definire, a fine 2010, un vigneto complessivo di circa 20 ettari coltivato secondo metodi tradizionali.


Tre i vini attualmente in produzione: il Palombella Rosso (sangiovese in purezza), Palombella Bianco (chardonnay all’80 % e vermentino al 20%) e il Ciliegiolo (ciliegiolo 100%).

Tra i rossi spicca sicuramente il Palombella 2007, prima annata prodotta, che al naso sembra esprimere tutte le nuances del sangiovese di maremma creando un ventaglio di sensazioni che vanno dal frutto più croccante a quello più scuro e profondo. Col tempo arrivano anche fresche sensazioni balsamiche e lievi tocchi di spezie dolci.
In bocca il vino si mantiene di viva freschezza, balsamico, con un tannino di buona finezza e discreta persistenza su ritorni di frutta.


Il Ciliegiolo, annata 2009, probabilmente paga il dazio di una vinificazione ancora sperimentale per questo vitigno che, lo dico subito, in purezza non mi ha mai convinto molto.
Il ciliegiolo di Quercia dell’Aquilaia al naso parte subito con note smaltate che, solo col tempo, diventano meno marcate e prevaricanti rispetto ad una trama olfattiva che sa di mediterraneo tra cenni di mirto ed erbe aromatiche. Alla gustativa il vino denuncia un equilibrio tutt’altro che raggiunto, il tannino, la vena acida e soprattutto l’alcol sembrano prendere strade diverse che mai si intersecano tra di loro. Peccato anche per un finale lievemente amarognolo e di non grande persistenza.
Fase sfigata del vino oppure partenza sbagliata? Da riprovare, soprattutto la promettente annata 2010.