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La Borgogna e le annate 2009 e 2010

Borgogna 2009 o 2010? Giancarlo Marino, una grande guida per tutti gli appassionati, tempo fa all'interno dell'Accademia degli Alterati analizzava le annate e i possibili scenari futuri scrivendo le seguenti righe.

2009
Alcuni la considerano, generalizzando eccessivamente, una annata “calda”. In realtà le temperature furono solo di poco superiori alla media (nulla a che vedere con la 2003, per intendersi), mentre furono nettamente superiori alla media le ore di luce. Le uve, caratterizzate da diffuso millerandage, hanno raggiunto una perfetta maturità fenolica. Decisiva è stata la scelta della data di vendemmia: chi ha optato per una raccolta leggermente anticipata ha mantenuto un buon grado di acidità e di equilibrio, chi ha atteso troppo ha raccolto uva ai limiti, a volte oltre, della surmaturità, perdendo in primo luogo in freschezza e purezza. Il raccolto è stato abbondante, con il conseguente rischio di diluizione per chi non aveva lavorato con buon senso in vigna. Inferiore alla media il contenuto di acido malico, abbondante invece l’acido tartarico. La fermentazione malolattica è stata relativamente precoce e veloce, ma alla fine dell’affinamento il pH si è comunque mantenuto entro limiti più che sufficienti (3.4/3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la pratica dello zuccheraggio. I risultati, come era facile prevedere, sono stati piuttosto eterogenei.
Al meglio, i vini sono pieni di fascino, eleganti, raffinati, aperti, grandi seduttori, connotati da un centro bocca “pieno e voluttuoso”:  Al peggio, i vini sono diluiti o fin troppo maturi (nei miei appunti leggo più spesso del solito richiami alla confettura di frutta), mancanti di freschezza, con tannini non perfettamente levigati, in precario equilibrio. 

2010
Ad un inverno freddissimo, durante il quale alcune violente gelate hanno addirittura distrutto alcuni vigneti, si sono succedute una primavera e una estate con temperature nettamente inferiori alla media: in particolare, ad un agosto fresco, asciutto e luminoso è seguito un settembre più dolce ma anche più umido. Il tempo inclemente all’epoca della fioritura ha accentuato il fenomeno, già notato nel 2009, del millerandage. Alla vendemmia, particolarmente tardiva, è stata così raccolta poca uva, con tannini abbondanti ma finissimi, e alta acidità malica. La fermentazione malo-lattica è stata tardiva e molto lenta e ha consentito di riequilibrare e bilanciare l’acidità (pH finale compreso tra 3.5 e 3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la comune pratica dello zuccheraggio. Al termine dell’affinamento, i risultati hanno superato le più rosee previsioni, confermando il detto che nelle annate ad alta acidità malica è indispensabile attendere la conclusione della malo-lattica per emettere un giudizio minimamente affidabile.
Nel complesso, la produzione è stata più omogenea di quella delle annate precedenti, 2009 compresa. Non ricordo di aver assaggiato vini del 2010 davvero deludenti. In compenso ne ho assaggiati moltissimi di qualità eccelsa.
Al meglio i vini sono trasparenti, territoriali, equilibrati, di grande freschezza, energia e tensione, vibranti, con trama tannica di finezza superba. Al peggio si avverte una certa durezza e una maturità fenolica non perfetta (la imponente presenza tannica e l’abbondante acido malico richiedevano in vinificazione grande sensibilità e accuratezza)
La longevità è assicurata e molto probabilmente si avrà una fase di chiusura più o meno drastica, anche se il senso di grazia che traspare da molti vini fa pensare ad una bevibilità permanente nel tempo. Al contrario del 2009, nel 2010 la gerarchia è assolutamente rispettata, con questo confermando che trattasi di annata dove il terroir ha prevalso sulla componente varietale.
Dopo questa breve ma intensa lezione era abbastanza scontata la riprova nel bicchiere di quanto scritto da Marino. C'è sempre una buona scusa per bere Borgogna e, con alcuni amici, abbiamo aperto le seguenti bottiglie.
Bourgogne 2009 Mugneret-Gibourg: anche se fa parte della base della piramide qualitativa dell'AOC vins de Bourgogne, questo vino, distribuito in Italia in pochissimi esemplari, ha un naso di frutta leggermente più scura di quanto mi aspettassi e questi tratti, solari e profondi, li ritrovo anche al gusto che è leggermente inficiato da una nota alcolica non ben integrata. Finale lievemente austero.

Bourgogne 2010 Mugneret-Gibourg: già dal colore, rubino limpidissimo, si nota come cambia il tempo ed, infatti, odorare questo vino significa spalancare le finestre di casa e inebriarsi della primavera. Pinot Nero dalla frutta rossa croccante, balsamico, minerale con una bocca più classica, fresca, magari non complessa ma diretta e ficcante come una lama calda nel burro. 



Gevrey Chambertin 1er cru "Les Goulots" 2009 Fourrier: rispetto al precedente si respira (giustamente) una maggiore complessità formata stavolta da un cesto di frutta di rovo, succosa e croccante, mineralità scura e una sventagliata di fiori "cimiteriali" che rendono l'olfattiva molto sobria e solenne. Al sorso dominano struttura ed equilibrio che sfuma verso una rotondità che ben tipizza l'annata. Se vogliamo proprio trovare un difetto direi che manca il guizzo fresco finale ma il vino è comunque molto molto buono lo stesso.

Gevrey Chambertin 1er cru "Les Goulots" 2010 Fourrier: il vino sembra un quadro astratto dove prevalgono i colori rossi della frutta e blu dei fiori. C'è luce in questo vino e quando lo bevo sembra vibrare per la sferzante acidità che rappresenta la vera colonna vertebrale di questo Borgogna. Anche in questo caso, se bisogna trovare un difetto, ritengo il vino troppo verticale, dritto, manca di quella dose di panza che, come si dice, dà molta sostanza!



Vosne Romanée 1er Cru "Rouges du Dessus" 2009 Cecile Tremblay: odoro, bevo, e penso che sia un peccato. Già, il vino se scavi in profondità ha le classiche note femminile ed eteree di Tremblay ma ad oggi è un un pò troppo coperto dal legno che sembra usato in maniera poco coerente. 

Vosne Romanée 1er Cru "Rouges du Dessus" 2010 Cecile Tremblay: stessa questione precedente ovvero un cielo offuscato da smog che copre il sole e l'azzurro. 


Volnay 1er Cru Champans 2009 Voillot: Giancarlo Marino, che ci fornisce queste chicche, ama alla follia questo produttore e non possiamo non dargli torto visto che le bottiglie di Voillot rappresentano sempre una grande emozione. Questo Borgogna sembra uscire da una accademia di belle arti dove, per disegnare, è stata usato un pastello dal tratto scuro ma raffinato. Profondo, tridimensionale, complesso, conserva in sè tutto il terroir di Volnay. Andrà avanti per tanti anni.

Volnay 1er Cru Champans 2010 Voillot: stile e raffinatezza, questo è quello che mi viene in mente dove aver odorato e bevuto questo vino che sembra prendere le sembianze di Mata Hari che, avvolta in un candido vestito bianco, danza suadente risvegliando tutti i sensi umani. Ancora giovanissimo può vantare un tannino ben calibrato ed una succosità davvero imponente. Difficile dice quanto potrà diventare grande ma, a mio giudizio, il miglior vino della serata assieme al suo fratellone 2009.


Entrata della cantina di Voillot. Foto: Andrea Federici

Domaine de la Romanee-Conti 2009 : i giudizi di Robert Parker


Vi copio ed incollo i giudizi di Robert Parker su DRC 2009. Sempre se avete voglia di tradurre il fatto che per bere certe bottiglie occorre fare un mutuo!!!

2009 Domaine de la Romanee-Conti Vosne-Romanée 1er Cru Duvault Blochet 90  

The Duvault-Blochet represents less that 5% of the crop in 2009. The paleness in colour belies what is a very fragrant, floral nose with scents of ripe strawberry, redcurrant and a touch of rose petal. It displays very fine delineation. There is a stemmy tincture that appears after leaving the wine for five minutes in the glass. The palate is medium-bodied with a pleasant rounded entry. It does not possess great weight and it is light on its feet, and where it drifts a little in the middle, it returns with a subtle sensual, soft red cherry and strawberry finish. Very fine, very 2009. Tasted February 2012. Price: £650/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Corton Grand Cru 92 

The debut vintage sourced from leased vineyard belonging to Domaine Prince Florent de Mérode, including 0.57 hectares of Clos du Roi, 1.2 hectares of Bressandes and 0.5 hectares from Renardes. Noticeably deeper in colour, the 2009 has a lifted, very seductive bouquet with intense aromas of wild strawberry and blueberry, polished with a patina of creamy new oak. It is very seductive, a bouquet that wants to make an impression. The palate is medium-bodied with firm, edgy tannins and a lovely citric edge that lends this freshness and vitality. With Aubert de Villaine’s touch, it is a less “chunky” Corton vis-a-vis other producers. There is fine weight and backbone towards the finish that demonstrates perfect dryness and reserve. This marks an excellent maiden Corton. Tasted February 2012. Price: £850/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Echezeaux Grand Cru 92 

The Echezeaux 2009 has a fragrant, tertiary bouquet with redcurrant, cranberry and notes of freshly tilled earth. Fine definition although it is a little reticent at the moment, even compared to the Duvault-Blochet. The palate is medium-bodied with crunchy cranberry and wild strawberry fruit, maintaining that earthy character with a “stemmy” note in the background. It is a harmonious Echezeaux but perhaps a little more masculine that I anticipated, suggesting that it my surprise by its longevity. It is very composed and gains a little weight with time in the glass. Tasted February 2012. Price: £1,150/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Grands Echezeaux Grand Cru 95 

Quantities of the Grands Echezeaux are down due to the domaine’s selected replanting program and the decision to sell off the fruit from younger vines to negociants. It has a very perfumed, more feminine bouquet than the Echezeaux 2009, greater delicacy and delineation with subtle notes of crushed strawberry, raspberry and crushed stone. The palate is medium-bodied with a very fine backbone and precision, a Grands Echezeaux with immense focus. The fruit profile is darker than the Echezeaux with more weight on the finish, offering subtle notes of strawberry, redcurrant and a touch of spice. The finish is crisp and dry, leaving the minerals to do the talking on the aftertaste. This is a superb wine that should flesh out nicely over the next decade. Tasted February 2012. Price: £1,780/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Richebourg Grand Cru 94 

The Richebourg was the first to be harvested by the domaine on 13th September. I have been rather tepid about the performance of the Richebourg in recent vintage and it is unsurprising that it is now served before that Romanee St. Vivant. Here, it has a very reserved, stalky bouquet with notes of limestone and sea salt, underbrush and woodland aromas developing with aeration. The fruit certainly stays in the background. The palate is medium-bodied with a lively entry, the fruit compensating for its bashfulness on the nose. It has good weight and is certainly more generous than the 2008, with dark cherry, cranberry and a hint of dried blood. It displays fine length and cohesion, finishing in typically introspective, broody style. Tasted February 2012. Price: £2,700/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Romanee St. Vivant Grand Cru 96+ 

Harvested after the Richebourg on the 15th and 16th September, the Romanee St Vivant has a quintessential, feminine, sensual bouquet of “restrained opulence”. Sweet ripe strawberry, maraschino and a hint of cassis marry beautifully and blossom from the glass. The palate is very harmonious with impressive weight that renders it more like a Richebourg in style. This has very fine backbone and real weight of fruit in the mouth, yet the finish has that irresistible fleshiness that leaves you totally smitten. There is even a cheeky saline tang lingering on the finish. Superb. Tasted February 2012. Price: £2,795/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti La Tâche Grand Cru 98
The La Tâche has a irrepressible bouquet that just soars from the glass. This is not one of those La Tâche wines that is deceptively taciturn, rather it immediately sets out to satisfy the olfactory senses with a heady perfume of incredibly well defined strawberry and redcurrant infused with crushed stone hints of smoke and autumnal woodland. The palate is medium-bodied with complete harmony and every flavour amazingly well defined, as if you could pick each one out, one by one. This is an irresistible La Tâche, a little fatter and more generous than previous vintages, with immense weight on the persistent finish that just seems to effortless glide to its conclusion. This is one of the finest La Tâche wines that I have encountered at this stage. Tasted February 2012. Price: £3,250/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Romanée-Conti Grand Cru 97+
Picked on 14th September, the 2009 Romanee-Conti has a very different aromatic profile to the La Tâche: much more broody and withdrawn with very precise brambly dark berry fruit, limestone, a touch of Lapsong Souchang. Leaving the wine in my glass for 5-7 minutes there is a touch of dried blood emerging and it some ways, it reminds me of the Grands Echezeaux. However, this is a bouquet lost in its own thoughts. The palate is medium-bodied with very fine tannins that offer it a deceivingly rigid structure ensuring that it will age for 20-30 years at least. There is a tightly coiled ball of crisp wild strawberry, redcurrant and briary fruit that fans out beautifully towards the finish once it has had time to rest in the glass. The finish is long and glorious, yet effortlessly controlled and refined. Whilst less expressive than the La Tâche at this early juncture, it should age in its own solipsistic manner. This is a cerebral Romanee Conti. Tasted February 2012. Price: £5,250/case of six IB.

Fonte: wineanorak.com

La Borgogna di Armand Rousseau: Charmes-Chambertin 2005


Parli di Armand Rousseau e ti viene in mente subito la Borgogna, la terra dei balocchi per ogni iniziato al grande vino.
Parli di Armand Rousseau  e, per chi c’è stato, ti vengono in mente i suoi 14 ettari di vecchie viti di pinot nero di cui 2 a Village, 3,5 a Premier Cru e 8,5 di pura essenza Grand Cru.


Un’elevata densità di impianto (11.000 ceppi per ettaro), basse rese (siamo a 30-40 ettolitri per ettaro), nessun uso di fertilizzanti e una vinificazione tradizionale sono i presupposti essenziali di una produzione media di 65.000 bottiglie, piccole perle enologiche che ogni anno deliziano i palati di quei fortunati che possono permettersi di bere queste rosse emozioni borgognone.


Dei 30 ettari del vigneto Charmes-Chambertin, il più grande di Gevrey, il Domaine possiede solo un piccolissimo fazzoletto di terra di circa un ettaro e mezzo che ogni anno, per quella combinazione alchemica chiamata Terroir, dà vita a piccoli capolavori enologici, uno dei quali è arrivato su una tavola di Roma e regolarmente stappato.


Bere oggi un 2005, annata considerata “mitica” dagli esperti di Borgogna, potrebbe essere un’arma a doppio taglio perché potrebbe presentarsi l’incognita di aprire bottiglie che, nella loro fase di vita, sono in netta chiusura per poi tornare ad esprimersi ad alti livelli solo tra qualche anno, magari decenni.


Corriamo il (presunto) rischio e con grande gioia ogni paura viene spazzata via: il vino ha un naso profondo dove giocano intense sensazioni di frutta rossa, scorza di arancia, violetta, liquirizia, muschio e un lieve eco vegetale.

Al palato c’è tanta materia, grande profondità e, soprattutto, una purezza davvero emozionante. Non so come spiegarlo ma è come se un equalizzatore abbia filtrato tutti i segnali organolettici per compensare eventuali disuniformità e regalare al degustatore solo sensazioni nitide e sulla stessa lunghezza d’onda.

Bottiglia da 150 euro con cui si capisce decisamente perché Dio ha voluto il Pinot Nero.

Lo champagne firmato Vincent d’Astree


Vincent d’Astree è una cooperativa di piccoli produttori che opera da cinquanta anni nel territorio della Champagne nella zona di Pierry, sulla Côte d’Epernay nella Vallée de la Marne, in zona Premier Cru.
La realtà associativa vanta oggi 240 viticoltori conferitori, diretti dal vulcanico Patrick Boivin, che gestiscono con amore circa 85 ettari di vigneto piantato su terreni argilloso-calcarei e coltivato per il 55% a Pinot Meunier, 20% a Pinot Nero e 25% a Chardonnay.


I palati fini storceranno il naso per questo prodotto poco nobile, d’altro canto i pregiati Grand Cru sono là sullo scaffale a prezzi folli pronti per essere degustati da Paris Hilton e dalle sue amiche di Saint Tropez.
Oggi vorrei parlarvi di due champagne non gridati, umili, dopo averli bevuto mi sono venute in mente quelle persone che, apparentemente insignificanti fuori, nascondono dentro una grande anima e vorresti averli amici per sempre.


L’Empreinte du Temps Brut Millésimé 2000, 100% chardonnay, è l’anima sottile ed elegante di Vincent d’Astree. Con la sua rotondità si apre su note di mela cotogna e frutta secca per aprirsi poi su spezie gialle e pasticceria. Bocca coerente col naso e con l’eleganza dello champagne che regala finezza ma non struttura e possanza. Costo alla scaffale: 39 euro. Ottimo rapporto q/p e una valido inizio per chi si avvicina agli champagne invecchiati.


Brut « Coeur de Terroir » 2004: per una cooperativa che punta moltissimo sul Pinot Meunier questo dovrebbe essere il vino più rappresentativo. Elaborato da mono-vigneti appartenenti al comune di Pierry, questo è uno champagne che abbina la freschezza alla struttura dell’uva Meunier. A differenza del precedente, il naso sviluppa una complessità che fa riferimento a tutte le sfaccettature della frutta gialla e, alla gustativa, si presenta ampio, potente e dalla persistenza prolungata. Rispetto all’Empreinte du Temps Brut Millésimé 2000 questo champagne è più gridato, territoriale e maschio. Senza mezze misure. Costo alla scaffale: 33 euro. 


Bella scoperta vero?


Pommery lancia lo Champagne che tifa Italia!

Dopo la nuova Doc toscana "Grance Senesi", ecco un altra importante novità nel mondo del vino di cui avevamo un bisogno fottuto: Pommery lancia una bottiglia esclusiva dedicata alla Nazionale italiana di calcio.Avete pensato ad una Jéroboam come quelle che usato i piloti di formula una quando vincono?
A parte il fatto che l'Italia di questi tempi è grasso che cola se pareggia, Pommery ha lanciato questo "esclusivo" Champagne nel pratico e originale formato da 20cl, praticamente meno del contenuto di una lattina di birra Peroni versione muratore.Il comunicato stampa dell'azienda francese continua sottolineando il fatto che è stato creato questo (mini) Champagne, vestendolo con i colori dell'Italia, per accompagnare la nostra nazionale ai Mondiali di calcio 2010, dimostrando così un grande amore per il nostro paese. Ma questa bottiglia tanto particolare, non è solo un simbolo beneaugurante, ma anche un oggetto da collezione. È stato prodotto, infatti, in edizione limitata.
POP Italia, così si chiama la linea dello Champagne, nasce dalla migliore selezione di venti cru di Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay della Côte des Blancs e della Montagne de Reims.

Visti i risultati della nazionale di Lippi chiederei alla Pommery di farsi i cavoli suoi la prossima volta e di pensare, invece, al Brasile o alla Spagna che ne hanno tanto bisogno....

Ah, se proprio devo bermi un Pommery in versione "Prosecco Nano", allora tanto vale stapparmi un ottimo spumante italiano da 0.75, costa meno e godo di più!



Fonte: http://www.luxuryonline.it

Ca' Del Bosco - La Cuvèe Annamaria Clementi in una splendida verticale storica

Il Franciacorta Cuvée Annamaria Clementi di Cà del Bosco sicuramente è uno dei rari spumanti italiani che possono contrastare l’eleganza e la complessità degli champagne francesi. Durante l’ultimo Roma Vino Excellence Maurizio Zanella e Ian d’Agata hanno condotto una verticale storica di otto grandi annate di questo Franciacorta vinificato solo dai migliori cru di Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero e solo nelle grandi annate. L’Annamaria Clementi è il frutto dell’assemblaggio dei migliori vini base, di almeno 10 partite diverse, che danno vita ad una cuvée che rimane in affinamento sui lieviti per circa sette anni.

2001
: da un’annata importante in Franciacorta ne deriva un vino di grande eleganza e personalità che porge i suoi aromi in maniera delicata ma inesorabile. Bella la nota floreale e di frutta matura, non c’è alcuna sensazione di burro, vaniglia e crosta di pane. Bocca di grandissimo equilibrio e persistenza. Diventerà grande.

1998
: l’annata relativamente calda si sente già al naso con un sensazioni di confettura di frutta gialla (mela e pera), agrumi leggermente canditi, leggere note tostate. Sicuramente meno floreale e leggiadro del 2001 anche in bocca dopo c’è più struttura a scapito di una acidità un po’ latente nel finale.

1995
: il vino comincia a maturare, nette ora si fanno le sensazioni di fieno, spezie gialle orientali a corollario di una nota surmatura (c’è chi la chiamerebbe morbida) che lo rende meno elegante della precedente annata. Sento stranamente il legno. Fino ad ora l’annata meno convincente.

1993
: grandissima annata in Franciacorta. Naso caleidoscopico dove giocano le note agrumate, di fiori gialli, mango, litchi, miele, un insieme di aromi che sembrano tradire il lungo affinamento (5 anni e 6 mesi). Bocca di grande eleganza, piacevole grazie all’equilibrio tra le note sapido-fresche del vino e le note morbide tipiche del Franciacorta invecchiato. Da bere e ribere senza soluzione di continuità.

1990
: ancora un’annata calda e ancora un vino dai toni aromatici morbidi, al naso si avverte una note di caramella al miele Ambrosoli davvero intensa, poi arriva la frutta matura e una avvolgente nota tostata. Bocca molto armonica, calda, persistente, un Franciacorta che gioca tutte le sue carte sulla morbidezza.

1988
: questa annata, così come le successive, sono state sboccate apposta per questa verticale. Naso fine, elegante, per nulla gridato, la frutta matura è declinata in tutte le sue più eleganti versioni e trovo, finalmente, una nota minerale che aggiunge complessità al quadro olfattivo. In bocca trovo corpo, equilibrio, struttura senza che nulla venga ceduto ad una possibile ossidazione. Piacevolissimo.

1984
: sarò stato sfigato io ma ho beccato tre bottiglie, e dico tre, tappate. Ce ne era una quarta che non mi è arrivata che mi dicono di ottima fattura. Sì, vabbè, però…..

1979
: seconda grande annata dopo la mitica ’78. Naso di grande complessità, si percepiscono nette le note di mela renetta, miele di castagno, frutta secca, spezie e un eco minerale di grande eleganza. In bocca grande sapidità, avvolgenza, persistenza. Con un guizzo di freschezza in più avrei gridato al miracolo gettandomi ai piedi di Zanella. Rimane, comunque, un grandissimo Franciacorta, il migliore della batteria se paragonato alla sua età. Lo Champagne è avvisato!

Voglia di bollicine,? Abate Nero!

Con questo caldo non avete voglia di bere un bellissimo spumante, magari un TrentoDoc?
La scelta di Percorsi di Vino, questa settimana, è andata ad una piccola cantina trentina, Abate Nero che, nel suo nome, evoca la figura dell’abate francese ritenuto il “papà” dello Champagne. Ma qua non siamo in Francia, ci troviamo in Italia, nello splendido Trentino, e la sfida ai cugini d’oltralpe è partita tempo fa dall’impegno di un gruppo d’amici, tutti legati al comparto agronomico e del vino, decisi ad elaborare delle “bollicine” di ottima qualità ma di grande originalità, indiscutibili esempi del TrentoDoc. La prima “cuvèe” viene assemblata quasi per gioco, per provare l’ebbrezza di far rivivere un vino in bottiglia. Il risultato? Un successo tanto che la sfida s’è trasformata in una gioiosa impresa produttiva.
Il carattere originario però è rimasto identico: produzione artigianale, rispettosa dei dettami della spumantistica classica, massima cura di ogni fase, a partire dalla cernita delle uve destinate ai “mosti base”, quelli che consentiranno al vino di rifermentare lentissimamente in bottiglia. E trasformarsi in Abate Nero. La pazienza qui è di casa. Il vino riposa sui lieviti “per la presa di spuma” molto più a lungo del solito. Non stupitevi, dunque, se in etichetta trovate date che risalgono a vendemmie di qualche lustro addietro. Ogni fase è manuale, per un controllo diretto di ogni singola bottiglia. Solo in questo modo l’Abate Nero raggiunge il suo fascino, uno charme che soprattutto il TrentoDoc Brut Riserva Cuvée dell’Abate pare avere incastonato nel suo DNA visto che, tutte le volte che l’ho degustato, mi ha davvero incantato.
Il millesimo 2003 non tradisce le aspettative, già appena si versa nel bicchiere si può subito notare l’eleganza della spuma e la finezza del perlage. Al naso è molto fresco, intenso, si percepiscono note di frutta bianca e un bouquet di fiori di montagna che ci rimanda con la testa alle rigogliose valli trentine dove lo Chardonnay, il Pinot Nero e il Pinot Bianco vengono piantati per dare origine a questa cuvée. Qualche sbuffo minerale esce alla distanza man mano che la temperatura del vino aumenta.
In bocca lo spumante mostra tutta la sua stoffa e la sua eleganza con una bocca di grande spessore, profondità ed eleganza. Ottima la scia finale che ancora una volta richiama i fiori bianchi, specialmente il giglio e la margherita, e una garbata mineralità.

Tutta la Franciacorta di Ricci Curbastro

Ospite all’AIS di Roma qualche settimana fa, questa storica Azienda Agricola della Franciacorta, con sede a Capriolo (BS) e capitanata oggi da Riccardo Ricci Curbastro, è oggi una importante realtà vitivinicola che, con i suoi 26 ettari vitati, produce circa 200.000 bottiglia l’anno.
Interessantissimi i vini proposti in degustazione, una vera sorpresa Ricci Curbastro che ha incantato la folla presente proponendo una piccola verticale sia del suo Franciacorta Satén Brut (annate 2002, 2003, 2004, 2005), sia dell’Extra Brut (annate 2000, 2002, 2003, 2004) per poi terminare con il Franciacorta Rosè Brut e il Franciacorta non dosato “Gualberto”. Il Franciacorta Satén Brut (100% Chardonnay), a prescindere dai millesimi che analizzeremo successivamente, si è mostrato un vino estremamente elegante e sempre contraddistinto da un bel connubio tra note agrumate e minerali, caratteri tutti che ritroveremo all’interno dei vari bicchieri degustati anche se le singole annate influenzeranno non poco la percezione della loro complessità/intensità.
Iniziamo la verticale con il Franciacorta Satén Brut 2002, fresco, delicato, che al naso si caratterizza per eleganti sentori di
agrumi canditi, frutta tropicale, pera, mela e una grande mineralità che contribuisce a fornire profondità al quadro aromatico globale. Bocca che, nonostante gli anni, è ancora dotata di grande acidità e sapidità. Chiude lungo e piacevole su una bella scia minerale. Fermenta in legno per otto mesi prima del tiraggio in bottiglia.
Il Franciacorta Satén Brut 2003, figlio di un’annata calda, riprende tutti i caratteri del millesimo ed in bocca è più rotondo del precedente, la frutta è ancora più candita e più “cotta”, ritorna il minerale, troviamo una interessante nota fumè seguita da sensazioni di mandorla amara. Alla gustativa ritroviamo le stesse sensazioni olfattive anche se, rispetto l’annata precedente, la freschezza tende un minimo ad essere sovrastata dalla sensazione pseudo calorica portata dall’annata. Ottimo se abbinato a piatti con tendenza acida che, in questo caso, viene bilanciata dalla morbidezza del vino.
Con il Franciacorta Satén Brut 2004 il naso presenta una intensa dolcezza sfaccettata con note floreali ancora vive di biancospino, muschio, sambuco, agrumi, erbe aromatiche e la “classica”nota minerale di sottofondo. Bocca dove tornano tutte le componenti olfattive. Buon equilibrio tra acidità e morbidezza e grande persistenza.
Il Franciacorta Satén Brut 2005 è ancora un bimbo in fasce, non troviamo più le note dorate del colore, i riflessi tendono ancora al verdolino così come poco maturo ci appare il quadro aromatico dove troviamo l’erba limoncella, la pesca bianca, la mela golden, il mandarino, mentre una lieve nota burrosa tradisce un legno non ancora totalmente assorbito dal vino. Al palato il Franciacorta è gradevolmente fresco, intenso, morbido con una suadente scia sapida a chiudere la deglutizione. Di grande avvenire.
Passiamo ora al Franciacorta Extra
Brut (50% Chardonnay e 50% Pinot Nero), un vino per palati raffinati, un vino da prendere o lasciare che fa 48 mesi sui lieviti ed un vino che Ricci Curbastro fa uscire sempre millesimato. In tal caso, a differenza degli Champagne, le uve sono provenienti sempre tutte dalla stessa annata a prescindere dalla sua “grandezza”.
Il primo Franciacorta Extra Brut presentato è del 2000. Di uno splendido colore oro rosso al naso si apre con una iniziale note salina che poi viene seguita da
sapori di cotogna, miele, ciliegia (durone di vignola), agrumi canditi, susina, pera, pan grillè, nocciola e un intenso soffio minerale. Che naso fantastico! Bocca più minerale che fresca che chiude con un leggero amaricante finale che ci invita a berne un altro sorso. Peccato sia finito anche in azienda.
L’annata 2002 porta al naso un ventata di freschezza con i suoi intensi effluvi di pompelmo, camomilla, acacia, susina, nocciola e una lieve nota di pasticceria da forno. Gran millesimo questo 2002 anche in bocca dove il Franciacorta è ricco, intenso, minerale lasciando una bocca fresca delicatamente agrumata. E poi dicono che i vini di quest’anno son da buttare….
Il 2003 si conferma come il Brut, intenso al naso dove lime, pompelmo, mandarino, pesca matura e frutta tropicale candita dipingono un quadro aromatico mediterraneo. Bocca importante e voluminosa, l'aspetto fruttato dolce e maturo, causa annata calda, non è accompagnato da un'acidità fervida che potrebbe bilanciare a dovere il palato. Sicuramente un vino più di potenza che di finezza.
Il 2004, ancora una volta, lascia intravedere la sua bella gioventù con sensazioni agrumate, di pan grillè e mela golden. In bocca è molto fresco, frutto sottile accarezzato da un'acidità molto ben bilanciata. Bella la persistenza. Chiude su note di crosta di pane e frutta. Attendiamo una maggiore complessità dal vino.
Chiusura della degustazione con due interessanti Franciacorta: il Brut Rosè e il “Gualberto” Pas Dosè 2003. Il primo, di uno splendido colore corallo, al naso è molto immediato aprendosi su note intense e pulite di lampone, ciliegia, ribes, rosa, caramella all’amarena ed erbe di campo. In bocca una garbata astringenza e una delicata effervescenza lo rende di grande beva ed abbinabile anche ad una bella tagliata al rosmarino.
Il “Gualberto” Pas Dosè 2003 presenta un uvaggio insolito (Pinot Nero 70% e Chardonnay 30%) per un Franciacorta e matura in bottiglia almeno 60 mesi. Vino di grande morbidezza nonostante l’assenza di zuccheri, si caratterizza per una fusione di aromi agrumati, minerali e floreali. La bocca è rotonda e asciutta, tornano le note olfattive ben amalgamate con l'acidità che rinfresca un corpo importante ma non ingombrante. Buona persistenza.

Romanée Conti: il Domaine si ingrandisce!

Udite udite, il più famoso Domaine del mondo si ingrandisce! Davvero? Eh sì, infatti la Romanée Conti da qualche mese fa ha rilevato la gestione di tre grand cru situati sulle colline di Corton ed appartenenti agli eredi del principe Florent de Mérode. Fonti ufficiali parlano di un contratto di affitto in base al quale il Domaine ha acquisito circa 1,2 ettari di Corton Bressandes, 0,57 ettari di Clos du Roi e 0,51 ettari di Rénardes, parcelle dalle quali il Domaine produrrà altrettanti grand cru da pinot nero. Questi vini saranno i primi rossi che DRC produrrà in Côte de Beaune, attività, questa, che all'interno dello stesso territorio si affiancherà alla già affermata produzione di chardonnay dalla piccolissima parcella posseduta a Montrachet.
"Dopo che il principe e la principessa de Mérode morirono sei mesi fa, fummo contattati dai loro figli che ci offrirono la possibilità di prendere in locazione questi tre grandi cru situati a Corton" ha spiegato Aubert de Villaine, condirettore del Domaine, durante la conferenza stampa di presentazione. "Questi vigneti sono situati nel cuore storico della denominazione e sono costituiti da una buona percentuale di vecchi vitigni, due fattori che ci fanno ben sperare nella futura produzione di grandissimi vini".
Prodotti a partire dalla vendemmia 2009, i tre rossi saranno commercializzati, come al solito in poche unità, solo a partire dal 2012.
La Côte de Beaune sarà la nuova terra di conquista de La Romanée Conti? Chissà, nel frattempo possiamo solo sperare che le nostre tasche ci possano permettere di acquistare questi nuovi tre grandi vini. Appuntamento tra tre anni!!!!

Sergio Mottura - Magone 2006: un Pinot nero che mi piace!!

Ho avuto il piacere e l'onore di ospitare Giuseppe Mottura in una delle tante cene col produttore che il mio Enoclub Roma organizza mensilmente al fine di cercare di ridurre le distanze tra chi produce e chi beve il vino. Tra i tanti vini presentati durante la serata, oltre ai sempre ottimi Latour a Civitella e Muffo, quello che mi ha colpito di più è stato il loro pinot nero, il Magone 2006. Strano a dirsi visto che reputo questa uva degna di esser coltivata solo in Borgogna, ma questo pinot, soprattutto rispetto a quello bevuto recentemente di Fontodi, l'ho trovato molto elegante, pulito, con una sua precisa personalità che, a mio giudizio, cerca di evitare inutili scimmiottamenti con "cugini" francesi.
Il vino si presenta con un bel rosso rubino trasparente (finalmente un colore adeguato al pinot....) e al naso esprime in maniera netta e decisa tutte le caratteristiche varietali dell'uva con bei ricordi di ribes, lampone, mirtillo, viola, chiodi di garofano e leggera cannella. In bocca la peculiarità principale del vino è il suo estremo equilibrio, l'alcol (siamo sui 13,5%) è controbilanciato adeguatamente dall'acidità e il tannino, grazie al magistrale lavoro di affinamento svolto sia dal legno, mai invadente, sia dalla bottiglia, è perfettamente integrato. Discreta la persistenza finale su ritorni di frutta rossa di bosco e spezie. Concludendo, siamo di fronte ad un bel pinot nero, elegante e deciso al tempo stesso, per nulla banale, che si beve facilmente a tavola e trova un perfetta armonia su una millefoglie di manzo in crosta di patate.

Che Civitella d'Agliano sia un pezzetto di Borgogna? Ai sommeliers l'ardua sentenza...

A Natale se ne vedono di tutte, anche l'abbinamento tra Franciacorta e cioccolato

Girovagando per la rete (http://www.alimentapress.it/dblog/articolo.asp?articolo=2898) mi sono imbattuto in questo articolo. All'inizio non volevo credere ai miei occhi, però poi leggendo bene l'incubo si è trasformato in realtà: stanno davvero abbinando lo spumante, Franciacorta che sia, al cioccolato, alimento che, data la sua grassezza lo vedo abbinanato solo ad un ottimo distillato, ad esempio un rum agricolo. E questi invece che fanno? Sfruttando l'ignoranza delle persone, enologicamente parlando, ci stanno facendo credere che possa reggere questo tipo di abbinamento. Provare per credere? No grazie! A voi il giudizio dell'articolo:

Quando due piaceri s’incontrano nasce un abbinamento sublime e insolito. Questo il pensiero alla base della proposta che, per la prima volta, fa incontrare il Franciacorta Rosè e il cioccolato goloso.
Una proposta unica di Bersi Serlini, cantina in Franciacorta dal 1886, e di T’a - sentimento Italiano, il nuovo Brand di Tancredi e Alberto Alemagna. Una Magnum Rosé (Chardonnay 70% and Pinot Noir 30% ) e 15 cioccolatini (latte 40% con aggiunta di Gianduia) sono racchiusi in una seducente confezione che comunica attraverso un contrasto di colori che esaltano le caratteristiche dei due prodotti: un caldo e voluttuoso marrone cacao con inserti di un acceso e dirompente rosa fucsia. L’effetto del Franciacorta Bersi Serlini Rosè su questo cioccolato, a lungo studiato dai maestri cioccolatieri di T’a – sentimento italiano, è sorprendente: morbido cioccolato, solleticato da delicate bollicine che liberano un piacere profondo.
Un regalo originale che parla di piacere e di gusto a chi durante le feste vuole per sé e per i propri cari un momento unico, nella migliore tradizione delle famiglie Bersi Serlini e Alemagna. Cioccolato&Rosè è distribuito in scatole limited edition nelle migliori enoteche, gastronomie e boutique del cibo goloso.
Bersi Serlini, in Franciacorta dal 1886, è una storica azienda che si contraddistingue per la forte vocazione alle bollicine DOCG e produce vini con immutata passione da tre generazioni. Otto i Franciacorta prodotti, otto le tipologie di questo straordinario vino che raccontano l’unicità e l’originalità di un’azienda che ha saputo coniugare tradizione e modernità, territorio e innovazione, passione e cultura. Arricchiscono e completano la gamma dei prodotti le piccole produzioni di Curtefranca DOC, bianco e rosso, e quella delle grappe. Le bollicine Bersi Serlini sono quasi interamente prodotte con uve Chardonnay, il vitigno per eccellenza, che dona eleganza e finezza, finissimo perlage e profumi floreali nel bicchiere. Energia elegante, bollicine finissime, danza nel bicchiere, piaceri intimi ed eleganti nel palato. Energia pronta a festeggiare. I vigneti, 35 ettari interamente di proprietà dell’azienda, sono coltivati applicando i principi della Coltura Ecoambientale, con un ridotto utilizzo di trattamenti e quindi un maggiore rispetto per l'ambiente. T’a - Sentimento Italiano è un brand nuovo e giovane che combina tradizione e creatività. Il cioccolato T’a – Sentimento Italiano, fatto a regola d’arte, nato dal desiderio di Tancredi e Alberto Alemagna, giovanissimi e appassionati, di raccogliere un’eredità familiare votata alla qualità e all’innovazione, è proposto come lusso goloso da concedersi soli o da condividere in ogni occasione.

Fontodi Pinot Nero "Case Via" 2006: perchè?

Ammetto che sono di parte, io AMO alla follia il Pinot Nero della Borgogna, AMO la sua eleganza, il suo fascino, la sua potenza sempre misurata e mai eccessiva. Certo, per bere bene in Borgogna bisogna spendere qualche decina di euro, però superata quella soglia avremo sempre di fronta grandissime bottiglie di Pinot Nero, uva che considero personalmente Autoctona della zona. Pertanto, ogni tentativo di vinificazione in altre aree significa adattare il pinot e non farlo esprimere come dovrebbe e meriterebbe. Quanto detto assume rilevanza e significato quando ci si trova, e spiegherò il motivo, davanti ad una bottiglia di Pinot Nero "Case Via" 2006, vino prodotto da Fontodi, storica azienda del chiantigiano che produce, tra i suoi vini, il Flaccianello della Pieve, uno dei primi grandi supertuscan prodotti unicamente con uve Sangiovese.
Il "Case Via", degustato insieme ad altri sommelier, già al colore non lo riconoscerei come pinot nero in quanto cromaticamente si presenta rosso rubino di buona intensità e non quasi trasparente come dovrebbe. Al naso presenta principalmente sentori selvatici, di humus, cuoio. Solo dopo, timidamente, cominciano a uscire i frutti rossi e un lieve floreale. Se all'olfattiva il vino può anche passare, e alla gustativa che perde, e non pochi, colpi. L'ingresso in bocca è caldo ma subito si avverte l'irruenza del tannino così straripante, polveroso, che rende il vino abbastanza scomposto. Cavolo ma stiamo bevendo un Pinot Nero o un Chianti Classico? Finale di media persistenza su ricordi di ciliegia matura e sottobosco.
Conclusioni: un vino che sembra quasi un Chianti, forse si dovrebbe migliorare l'uso del legno oppure ritardare l'uscita del vino aumentando il periodo di affinamento in bottiglia che ora è di almeno sei mesi. Ma non si accorgono in azienda che il vino così commercializzato li penalizza? Se dovessi essere un neofita che assaggia per la prima volta un pinot nero, dopo questa esperienza sensoriale, cambierei tipologia di vino. E non dimentichiamoci che costa oltre venti euro sullo scaffale.....

Cà del Bosco - Cuvée Annamaria Clementi Franciacorta DOCG 2001

Bevuto ieri sera durante una serata passata all'AIS di Roma, questo spumante metodo classico o, meglio, questo Franciacorta come amano chiamarlo i produttori della zona, viene prodotto dal 1979 unicamente con le migliori uve (60% Chardonnay, 20% Pinot Bianco e 20% Pinot Nero), rigorosamente selezionate. Leggendo la scheda tecnica si scopre che il mosto, dopo aver iniziato la fermentazione alcolica in vasche d'acciaio termocondizionate, viene travasato in piccole botti di rovere, dove termina la fermentazione alcolica e si svolge anche la fermentazione malolattica. Segue la maturazione in piccole botti di rovere per un periodo di 7 mesi nelle cantine interrate alla temperatura costante di 12°C. L'azienda informa inoltre che lo sciroppo di dosaggio è composto unicamente da vini bianchi maturati in piccole botti di rovere e da una minima quantità di zucchero e che la permanenza sui lieviti è di circa 5 anni e mezzo.

Degustando il Franciacorta possiamo subito notare che ci troviamo di fronte ad un prodotto di grande eleganza in quanto nel bicchiere il perlage si presenta molto fine e persistente. Il naso è abbastanza complesso e di grande pulizia aromatica, dove si percepiscono nettamente note di frutta secca, in particolare nocciola tostata, lievito, burro, cedro candito, scorza di arancia, mela.
In bocca lo spumante si presenta molto fresco, ricco, di grande struttura anche se non ancora perfettamente equilibrato visto che, data la giovinezza, la componente acida è ancora prevalente sulle altre. Finale decisamente lungo su ritorni di frutta secca e agrumi.
Un grande spumante italiano che cerca di togliere quote di mercato allo Champagne francese anche se, secondo me, non è così concorrenziale dato che allo scaffale costa più di 60 euro. Sapete a quel prezzo quanti Champagne di grande eleganza si possono acquistare? Tantissimi. E secondo voi tra uno Champagne e un Franciacorta, a parità di prezzo, il consumatore medio cosa preferirà?

E' giusto affrontare con spavalderia la corazzata francese, però ci vorrebbe un minimo attenzione commerciale da parte dei produttori spumantistici italiani, franciacortini e non, perchè altrimenti rischiamo di farci male perchè, ancora oggi, la storia e il fascino risiede ancora sotto la bandiera dei nostri cugini d'oltralpe.

Georges Roumier - Chambolle-Musigny Les Cras 2001

Nel 1924 George Roumier si stabilisce a Chambolle-Musigny per rilevare la direzione dell’azienda di famiglia della moglie. All’epoca l’essenziale della produzione era venduta alle case commerciali locali. Dal 1945 ogni sforzo si concentra sullo sviluppo dell’imbottigliamento e della relativa commercializzazione dei vini. È il figlio Jean-Marie, tra gli anni ’60 e ’70, ad ampliare il patrimonio viticolo acquisendo parcelle nelle denominazioni di Corton-Charlemagne e Musigny. Nel 1982 suo figlio Christophe lo affianca nella gestione dell’azienda che oggi lavora quasi 12 ettari ripartite in 9 denominazioni. “Il nostro obiettivo è di tradurre, nel rispetto delle annate, il carattere di ciascun territorio. Queste finalità impongono dei principi rigorosi nella condotta delle vigne, nella vinificazione e nella maturazione dei vini. La cultura della vigna è basata su pratiche rispettose dell’ambiente cioè senza l’ausilio di fertilizzanti ed erbicidi. Le raccolte sono manuali, le selezioni rigorose, a cui fa seguito una diraspatura parziale. La macerazione prefermentativa a temperatura ambiente permette la moltiplicazione dei lieviti indigeni che daranno inizio a una fermentazione di 18-23 giorni in fusti aperti. Il controllo della temperatura con rimontagli e pigiature permettono di dare una maggiora estrazione ai vini. La maturazione avviene in piccole botti di rovere per un periodo compreso tra i 15 e i 18 mesi. La porosità del legno permetterà la lenta micro-ossigenazione del vino, ammorbidendo i tannini e amplificandone le complessità. L’importanza del dosaggio è fondamentale, infatti la percentuale di botti nuove varia a seconda della loro origine, tostatura e in base alla struttura dei vini. I vini di Chambolle-Musigny sono fini ed eleganti, la nota boisé dovrà rispettare la loro natura. A seconda del carattere dell’annata stimo che una percentuale di legno nuovo del 15-25% si adatta alle denominazioni comunali in modo di non alterare la loro finezza. La percentuale salirà progressivamente per le denominazioni Premiers Crus (25-40%) e per quelle Grands Crus (40-50%)”.

La produzione si basa su alcune tra le più prestigiose denominazioni della Côte de Nuits tra cui spiccano per rinomanza quelle Grands Crus di Bonnes Mares, Musigny, Clos Vougeot e quella Premier Cru di Chambolle-Musigny Les Amoureuses.

Bonnes Mares è un vino frutto di un assemblaggio di 2 parcelle (1.45 ha) con caratteristiche geologiche diverse, il vino è profondo e vigoroso dove dominano i frutti rossi.

Il Musigny è prodotto da vigne molto vecchie, è di una complessità e personalità uniche. La piccola parcella di vecchie vigne (0.32 ha) situata nel Clos de Vougeot da un vino potente, talvolta duro in gioventù, dove l’invecchiamento svliluppa un magnifico bouquet.

Les Amoureuses è considerato, ufficiosamente, il terzo Grand Cru di Chambolle-Musygny, la piccola parcella (0.39 ha) da un vino di incomparabile delicatezza”.

Appellations" prodotte:

Grands Crus: Bonnes-Mares – Corton-Charlemagne - Clos de Vougeot – Musigny;

Premiers Crus: Chambolle-Musigny Les Amoureuses, Chambolle-Musigny les Cras, Chambolle-Musigny Clos Brussière;

Villages: Chambolle-Musigny.

Lo Chambolle-Musigny Les Cras 2001 è un bellissimo premier cru figlio di una annata di grande aderenza territoriale e che ha prodotto vini che stanno maturando rapidamente.
Il pinot noir da me degustato si caratterizza inizialmente per delle note minerali (zolfo) che ben presto spariscono e lasciano spazio a sentori di fruttini neri di bosco, caffè, rabarbaro. Bella anche la nota floreale di petali appassiti che lascia spazio ad una carezzevole nota verde di erba tagliata.
Al palato il vino si caratterizza per l'eleganza del tannino e per una bella freschezza dovuta ad una gradevole vena acida. Finale di media lunghezza giocato su note fruttate.
Un vino godibilissimo ora e che troverà la sua massima espressione in tre-quattro anni.

Fonte: http://vinidiborgogna.wordpress.com/ per le info sul produttore

Domaine Jacques Frédéric Mugnier: piccola verticale di Musigny

Dal 1863 questa proprietà famigliare ha sede presso Château de Chambolle-Musigny, dove occupava, fino al 2004, una superficie a vigneto di soli 4 ettari. Dapprima specialista di piattaforme petrolifere poi pilota di linea Frédéric Mugnier si è convertito da qualche anno alla viticoltura rilevando la direzione dell’azienda. Possiede delle vigne nel cuore di Chambolle-Musigny nelle migliori denominazioni del comune: Musigny, Bennes Mares, Les Amoureuses e Les Fuées. I suoi vini sono un modello di classicità, privilegiano la finezza e l’eleganza tradizionale dei vini di Chambolle. “Un grande vino è prima di tutto l’espressione di un vigneto; il territorio deve essere accompagnato e protetto dal vignaiolo nel pieno rispetto dell’equilibrio naturale. Per ottenere questo è nostro impegno praticare una viticoltura rispettosa dell’ambiente, cioè senza l’utilizzo di fertilizzanti industriali, diserbanti e insetticidi. L’uso di una coltura biologica o biodinamica prevede la convinzione che esistano dei prodotti buoni o cattivi. La nostra convinzione invece è che non esistano dei buoni prodotti, per questo è fondamentale limitarne l’uso al minimo vitale. Bisogna talvolta convivere con la presenza di malattie e parassiti per permettere il giusto equilibrio naturale. Anche in cantina evitiamo il più possibile gli interventi come estrazioni eccessive e la standardizazione creata dall’utilizzo del legno nuovo. L’obiettivo da raggiungere è quello di ottenere vini che siano l’espressione del territorio, dell’annata e soprattutto sinceri”.
Salendo la gerarchia delle denominazioni queste sono completate da una maggiore struttura, profondità e da un adattamento all’invecchiamento superiore. Les Fuées e Bonnes Mares, situate a nord del villaggio hanno uno stile più maschile con un attacco più potente e austero in gioventù e con una spiccata mineralità. Les Amoureuses e Musigny, situati a sud, sono più sottili e floreali con una lunga persistenza gustativa. Bonnes Mares è frutto di una striscia di 35 acri, le vigne più vecchie furono piantate nel 1961 metre il rimanente negli anni ’80. Racchiude le caratteristiche dei due comuni che si dividono questo Grand Cru: la solidità di Morey-St. Denis dove sviluppa aromi di frutti rossi a cui si miscelano le sfumature minerali e di sottobosco caratteristiche di Chambolle. Gli è necessario un invecchiamento minimo di 8-10 per potere esprimere tutto il suo potenziale; la produzione annuale varia dalle 900 alle 1′500 unità. Les Amoureuses è senza dubbio il più prestigioso Premier Cru di Chambolle-Musigny, in grado di rivaleggiare con i Grands Crus della Côte d’Or. La nostra parcella occupa 53 acri, dove i ceppi più vecchi hanno più di 60 anni. Il suo suolo è costituito da uno strato argilloso di 30-50 centimetri di spessore che ricopre delle rocce calcaree nelle quali le radici penetrano in profondità. Il vino presenta un perfetto equilibrio tra la ricchezza (intensità aromatica, struttura e persistenza gustativa) una grande delicatezza. È necessario concedergli almeno 7-8 anni di affinamento, ma se avete pazienza il potenziale d’invecchiamento supera certamente i 40-50 anni. La produzione annuale varia dalle 1′000 alle 2′500 annue.

Musigny è considerato come uno dei maggiori vini rossi della Borgogna, la parcella di proprietà è di 1.14 ettari interamente situata nella frazione detta Grand Musigny. Tutte le vigne furono piantate tra il 1947 e il 1962, il suolo varia a seconda dell’altezza della collina. La parte bassa è del tutto simile a quella di Les Amoureuses con una roccia che permette un veloce drenaggio. La parte più alta è formata da detriti calcarei che assicurano una buona riserva idrica rendendo questa parcella poco sensibile alla siccità estive garantendo ogni anno una maturazione completa e regolare. La cuvée prodotta evoca grande eleganza, profondità, intensità e una persistenza ineguagliabile. Questo grande vino si sviluppa lentamente, almeno 10 anni sono necessari per affinarsi; il suo potenziale d’invecchiamento nelle migliori annate è pressoché senza limiti. La produzione annua varia dalle 2′000 alle 5′000 bottiglie.

Di seguito trovate alcune note di una piccola grande degustazione effettuata col mio club:

2005 - Rosso rubino brillante. Naso incredibile caratterizzato da aromi di frutta rossa selvatica, violetta, roccia rossa, spezie esotiche, cioccolato amaro, caffè e sottobosco, in un avvolgente sensazione complessiva. Grande maestosità al palato, ricco, profondo e setoso. Esprime una progressione gustativa impressionante con un tannino non ancora perfettamente equilibrato e sorretto da una spina acida che, per quanto non immediatamente avvertibile, c’è, e permette al vino di distendersi in un finale lungo e avvolgente che ritorna su toni minerali e fruttati. Che dire? Forse oggi è ancora giovane, gli farà bene un ulteriore affinamento di 10 anni e, quando sarà adulto, rappresenterà un vero e proprio monumenti dell’enologia mondiale.

2004 – Rosso rubino intenso. All’olfattiva il vino esprime sensazioni di ribes, mora, ciliegia, caffè e sottobosco. In bocca è ampio, morbido, carezzevole con una rapporto tra parti dure e parti morbide in perfetto equilibrio. Finale interminabile che gioca sui toni fruttati e coccolatosi. Un vino anche questo da aspettare se si vuole dargli maggior eleganza, ma da bere con grande goduria anche oggi. Uno schiaffo a chi pensa che in vini del 2004 in Borgogna sono figli di un’annata minore. Solo chi sa ben lavorare in vigna sa produrre certi capolavori. Sempre.

2003 – Rosso rubino carico. Al naso si distinguono aromi maturi di frutti di bosco, cioccolato amaro e catrame. Qualche cenno balsamico. Da media a piena concentrazione all’attacco sul palato, acidità leggera, tannino ben modellato. Finale lunghissimo con retrogusto di carrube e fiori rossi passiti. Un vino da intense passioni.

Grazie a Stefano e Giorgio per il contributo sul Domaine (http://vinidiborgogna.wordpress.com)

Chateau De La Tour Vieilles Vignes 2001: un grande pinot nero

Château de la Tour appartiene alla famiglia Labet dalla sua nascita, fu infatti costruito per ospitare le raccolte delle vendemmie nel 1890 dagli antenati delle famiglie Labet e Déchelette. Si erige nella parte nord circondato dai muri del Clos de Vougeot poco lontano dal maniero Cistercense oggi di proprietà dei Chevaliers du Tastevin. I 5.5 ettari posseduti fanno di François Labet il maggiore proprietario del Clos, l’unico a vinificare e a imbottigliare i vini all’interno delle mura di cinta. Il 15% di queste terre consistono in vigne centenarie lavorate con rendimenti naturali estremamente bassi (9 hl. per ettaro). Da questi vecchi ceppi Château de la Tour, considerato uno dei massimi esponenti di questa denominazione, elabora una cuvée denominata “Vieilles Vignes”, rare bottiglie considerate come un vino fuori classe. La versione classica invece consiste in un assemblaggio dei vini delle varie parcelle (età media 45 anni), vinificate separatamente. Anche in questo caso le basse rese, di gran lunga inferiore a quanto richiesto dalla legislazione della denominazione Grand Cru, generano un vino di grande eleganza e personalità.

La degustazione:

Di un bellissimo rosso rubino, al naso nuance di cacao si compongono con i toni mentolati in una gradevole sensazione di after-eight. Esce poi il bouquet floreale di violetta e iris seguito da sfuggenti note di tamarindo, carruba e liquerizia. In bocca il vino entra in bocca morbido con tannini che devo ancora ingentilirsi, il buon equilibrio tra la struttura alcolica e la spalla acida lascia spazio per una buona evoluzione. Una buona persistenza retrolfattiva si chiude con toni floreali di viola e gradevole nota balsamica di eucalipto. Strepitoso ora, non immagino cosa sarà tra qualche anno!

(per le note aziendali fonte http://vinidiborgogna.wordpress.com/ )