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Habemus di San Giovenale. Il Lazio ha il suo futuro?

"Blera fino ad ora è stata famosa per tre cose: il suo ottimo olio, gli allevamenti di animali, specialmente ovini, e i suoi tartufi. Il mio sogno è che un giorno diventi importante anche per il vino che produce. Io sto iniziando a perseguire l'obiettivo!!"

Queste sono le parole di Emanuele Pangrazi, giovane proprietario di San Giovenale, mentre con la sua Range Rover tutta ferro ci porta tra i vigneti della sua azienda. Prima di arrivare, tra una buca e l'altra, mi faccio spiegare perchè, lui che è un importante imprenditore del settore dei servizi aeroportuali, ha deciso di stravolgere quasi completamente la sua vita diventando un aspirante vignaiolo.

Aspetta a rispondermi finchè non arriviamo in cima alla collina da dove è possibile vedere gran parte dei suoi vigneti, panorama compreso.


"Vedi Andrea, quando tanti anni fa sono arrivato da queste parti ho capito subito che questo posto, come minimo, doveva accogliere la mia casa di campagna. Da qua lo sguardo spazia a 360° e, partendo dai Monti Cimini, Sabatini e della Tolfa, proseguendo per la Valle del Mignone, arriva fino al Mar Tirreno. La Natura da queste parti è ancora selvaggia e incontaminata, come facevo a non investire in questo posto? 
Dopo aver costruito la mia casa avevo deciso di produrre olio ma poi, visto che non c'erano le condizioni adatte a fare qualità e quantità, il mio agronomo mi ha confidato:"Secondo me su questo terreno ci verrebbe un gran vino". Quello è stato per me il momento del non ritorno. Da lì è partito tutto! Di vino non ne sapevo molto per cui ho cominciato a girare per capire come dovevo impostare il mio progetto, cercavo qualcuno che mi consigliasse la strada migliore senza però stravolgere ciò che avevo già in mente: puntare al massimo dando vita ad un grande vino. Ho contattato e parlato con molti consulenti, anche blasonati, ma nessuno mi ispirava fiducia finchè non ho incontrato Marco Casolanetti. Con lui è stato amore professionale a prima vista, l'unità di intenti era al massimo e così gli ho chiesto di passare a visitare questa collina".



Emanuele è un fiume in piena ma una domanda ancora non gli ho fatto: perchè la scelta di questi vigneti?

"Quando Marco è venuto a Blera ed ha camminato su queste colline meravigliose non ha avuto dubbi nel dirmi che ci rivedeva il Rodano visto che secondo lui le condizioni pedoclimatiche sono le stesse di quell'area. Siamo nel 2007, si parte, e decidiamo di impiantare grenache, syrah e carignan. Non pensare che siano uve totalmente alloctone da queste parti. Il carignan, ad esempio, è il nostro cannonau e questa è una zona dove ci sono molti pastori sardi che, già moltissimo tempo fa, avevo piantato e selezionato questa uva. Se fai un giro ne troverai molti di filari. Ovviamente, ma questo già lo sai perchè ne abbiamo parlato a Cerea, siamo certificati biologici e usiamo solo prodotti vegetali per le nostre viti, a volte anche propoli".




I terreni della zona, di impasto argilloso, hanno inizialmente visto la dimora di circa 4.5 ha di vigneti, disposti a circa 300/400 metri s.l.m., che poi col tempo sono arrivati agli attuali 10 ha (in produzione nel 2013 solo 7.5 ha) grazie anche all'introduzione di varietà come il cabernet franc (3 ha) e tempranillo (1.5 ha). Grenache, syrah e carignan, attualmente, si estendono rispettivamente per 2.5, 1.5 e 1.5 ha.

Con Emanuele entriamo a fare un giro nei vari vigneti aziendali, tutti  che sono stati concepiti ad altissima densità d'impianto, siamo a 11.000 piante per ettaro che producono rese "ridicole". E quando parlo di "ridicole" intendo uno o, al massimo, due grappolini di uva per pianta. Roba da estremisti del vino.





Emanuele, come facilmente si può pensare, vuole il massimo anche in cantina che è racchiusa in una bellissima struttura, di recente costruzione, che si avvale di tetti giardino, pareti e coperture ventilate e di un sistema di controllo della temperatura di tipo geotermico decisamente all'avanguardia ed a basse impatto ambientale. 

Entrando si nota un grande spazio con ai lati le vasche d'acciaio per la fermentazione del vino. Anche in questo caso Emanuele tende a precisare che:"....queste vasche rappresentano delle eccellenze tecnologiche. Qua il nostro Habemus, blend di grenache, syrah e carignan, fermenta per circa 15 giorni e poi, per caduta, viene messo in barrique. Scendiamo che ti faccio vedere....".




Poche scale in discesa ci portano in un altro locale della cantina, un altro grande spazio dove riposano le barrique che, attualmente, contengono quello che diventerà l'Habemus 2012. In tale ambito va sottolineato che San Giovenale vinifica tutti i vigneti separatamente per poi fare massa alla fine.

Se verrete a trovare Emanuele e girerete con lui per la barricaia non esitate, ad esempio, di chiedergli un assaggio della Grenache 2012, un vino mostruosamente buono che ai profumi mediterranei coniuga una freschezza di beva che definirei quasi alpina. Lo sa, gliel'ho detto, è un peccato avere un vino così e poi metterlo in blend. Se uscisse per conto suo ne vedremmo delle belle qua nel Lazio...



Continuiamo con gli assaggi e, dopo aver assaporato le speziature dei vari Syrah in affinamento e ascoltato la schiettezza delle varie anime del Carignan, è il momento di degustare l'Habemus 2011. Lo stile di Casolanetti, la sua mano, è inconfondibile anche in questo vino che si caratterizza per una struttura "monstre", quasi carnosa, cesellata da aromi di spezie scure mediterranee, frutta a bacca nera, cacao, liquirizia, pepe nero e moltissime altre cose. L'Habemus 2011, così come l'annata precedente, è un vino che punta tutto su razza, muscoli e spudorato estratto che, nonostante tutto, rimane mobile e fresco nell'esito. La chiusura è lunghissima, equilibrata, sensuale. Io, come Emanuele, siamo curiosi di capire come evolverà il vino nel tempo. 



Nel frattempo, nella sua testa e in quella di Casolanetti, stanno per partire altre idee. Che fare, ad esempio, del Cabernet Franc e del Tempranillo? Ai posteri l'ardua sentenza....


Il vino del Lazio tra passato, presente e futuro. Seconda parte

Se vi siete persi la prima parte cliccate qua!

Non ci spostiamo di molto, sia temporalmente che geograficamente dal Torre Ercolana, quando davanti a tutti gli invitati viene versato un altro vino storico del territorio, il Cesanese del Piglio di Manfredi Berucci (Azienda Vitivinicola Emme) che durante l’incontro viene declinato in tre millesimi: 1987, 2001 e 2010. Il primo vino è un vero e proprio gesto di amore della famiglia Berucci nei confronti del cesanese, un vitigno e un vino che all’epoca era ampiamente sottovalutato e che solo pochi pionieri potevano guardare con ottimismo. Nel mio bicchiere ho un cesanese che, nonostante tutti i limiti tecnologici e strutturali che si porta dietro, è dotato di ottima materia e progressione. Con l’annata 2010, tralasciando il millesimo 2001 che attualmente pare interlocutorio, la famiglia Berucci sembra cambiare strada offrendo un cesanese molto pronto, fresco e beverino con evidenti note di frutta dolce in evidenza. Sarà cambiato lo stile ma la stoffa è sempre quella.


 

La carrellata sulla zona del Cesanese del Piglio termina con l’azienda Coletti Conti che propone in degustazione due millesimi del Romanico, l’annata 2007 e la 2010. La prima, oggi, sembra avere una marcia in più perché il vino è dotato di grande complessità e profondità con chiare e nitide note di marasca scura, china, noce di cola, liquirizia ed incenso. Al sorso offre grande personalità e poderosità, due marchi di fabbrica che ritrovo anche nel giovanissimo Romanico 2010 che, sicuramente, ha più materia del fratello maggiore anche se, come un puzzle in movimento, attendo che tutti gli elementi strutturali si incastrino per bene al fine di poterlo apprezzare al 100%.

I due Romanico

E’ ora dell’azienda Falesco che in degustazione ha offerto l’annata 2001 2009 del suo Montiano. I due vini, pur rispettando le differenze dell’annata, sono risultati come mi aspettavo: puliti, stilisticamente perfetti e con un equilibrio da giocoliere ma, e lo sottolineo, non mi hanno emozionato come il Torre Ercolana, il Cabernet di Atina o il Cesanese di Berucci che reputo vini fatti più con la pancia che con la testa.

Ci spostiamo nei pressi di Latina dove Antonio Santarelliproprietario di Casale del Giglio, ci ha presentato due annate del Mater Matuta, la 2006 e la 2009. Purtroppo la poca differenza di età tra i due non ci ha permesso di giudicare completamente l’evoluzione di questo vino che, per certi versi, ricalca sensorialmente le caratteristiche del Montiano, ovvero di un vino fatto per piacere e per piacersi. Il Mater Matura rimane comunque un vino mito per il territorio con il quale molti di noi sono cresciuti. Santarelli ci ha promesso per la prossima volta qualche annata storica del vino. Le sorprese potrebbero essere dietro l'angolo...


Il finale, dolce, prende la forma dello Stillato, la splendida malvasia passita di Principe Pallavicini che da anni rappresenta uno dei vini di punta del Lazio. Due annate in degustazione: 2006 2011. Il primo vino ha tutta la complessità di un grande vino dolce invecchiato, sa di miele, dattero, albicocca disidratata e fiori gialli appassiti. Il sorso è splendido, di grande equilibrio e persistenza. L’annata 2011, giovanissima, gioca le sue carte sulla vena fresca del vino che rimane al palato leggero come una piuma. Attenzione: beva compulsiva e appagante.


Chiudo questo lungo post esortando Ciminelli, che ringrazio ancora per l’invito, a riproporre l’evento anche in futuro perché la voglia di scoprire certe perle della nostra Regione è sempre alta e, come la nostra passione per il vino, non passerà mai. 



Il vino del Lazio tra passato, presente e futuro. Prima parte


Il vino del Lazio tra passato, presente e futuro. Così possiamo chiamare la bella iniziativa messa in piedi da Antonio Ciminelli, patron dell’Osteria FontanaCandida, che attorno ad un tavolo ha riunito alcuni produttori, da lui stesso selezionati, per cercare di capire se e come si sta evolvendo il vino della nostra Regione.

Parte della tavola riunita

L’incredibile macchina del tempo si è messa in funzione attorno ai bianchi dell’azienda Fontana Candida che per l’occasione ha voluto proporre due annate del suo Santa Teresa: 2001 e 2011. Dieci anni sono tanti e le differenze, ovviamente, notevoli. Il primo sa di frutta gialla matura e miele ed è dotato di un sorso rotondo anche se manca quella spina acida che potrebbe conferire maggiore persistenza e freschezza di beva. La 2011 è un po’ il contrario, il vino è fresco, dinamico, citrino, con una bocca snella alla quale però manca un po’ di “ciccia” per essere completa. Nonostante queste piccole “imperfezioni”, il Santa Teresa ci dimostra che il vino di Frascati c’è e vale la pena puntare su di esso.

"vecchi" Santa Teresa

Santa Teresa 2011

Il primo rosso che ci viene presentato è un tuffo al cuore, parliamo dell’Atina Cabernet delle Cantine Palombo, un vino importantissimo perché in tempi non sospetti, quasi inconsapevolmente, ha dato nuova luce ad un territorio che fino ad allora stava cercando la sua identità. L’annata 1997, presentata da Matteo Rugghia e dallo stesso Ciminelli, è un piccolo grande regalo per tutti noi, è un vino talmente virtuale ed introvabile che averlo davanti è un regalo commovente. Dal punto di vista organolettico appena versato il vino sembra contorcersi, vibrare come la corda di un violino, cerca di offrire tutto se stesso in pochi minuti, come un fuoco di artificio che, sparato in aria, crea immediatamente giochi di luce per poi esplodere e svanire subito dopo. Riesco a percepire note di peperone, pomodoro secco, frutta rossa appassita, finocchio, anice stellato, poi tutto muore in un lento ed inesorabile odore di dado da brodo. La bocca racconta la sua storia,  la sua passata grandezza. Peccato averlo bevuto con qualche anno di ritardo. L’annata 2001 è meno emozionante anche se di maggiore gioventù, soprattutto in bocca dove acidità e tannini ancora graffiano.

L'Atina Cabernet Palombo
L'Atina Cabernet Palombo..di dietro

E’ l’ora di Armando di Mauro e del Vigna del Vassallo di Colle Picchioni, uno degli storici tagli bordolesi del Lazio di cui ricordo un 1985 da brividi. La prima annata che ci presenta è la 2000 che, inizialmente, gioca a chiudersi nel bicchiere per poi aprirsi su note scure, quasi terrose. Bocca dosata, di grande equilibrio, forse manca un filo di grip ma è comunque un sorso piacevole. La 2010 è l’ultima annata in commercio e il vino ovviamente è ancora in fase di evoluzione, ora è tutto un intreccio di frutta a bacca nera e spezie. La gioventù si sente maggiormente in bocca dove il tannino ruggisce prepotentemente. Da aspettare. 
Piccolo appunto: mi sarebbe piaciuto degustare il Vigna del Vassallo dell'era Giorgio Grai, ex enologo dell'azienda che ha passato la mano a Riccardo Cotarella. Forse tra i due vini ci sarebbe stato maggiore stacco stilistico.



Con Damiano Ciolli, giovane e bravo vignaiolo di Olevano Romano, entriamo in zona Cesanese. Due le annate di Cirsum presentate: 2005 e 2009. La prima ci offre un vino fantastico, la giusta evoluzione del cesanese di Olevano Romano crea un profilo olfattivo magnetico con un ventaglio di aromi che vanno dalla mineralità rossa al floreale viola fino ad arrivare alle erbe aromatiche. Bocca di grande espressione, sapida, intensa, persistente. Grande prova. L’annata 2009, invece, è forse più scontrosa nei profumi che si fanno leggermente più austeri visto che percepisco nettamente le note di rabarbaro, terra ed erbe selvatiche amare. Sorso elegante, irrompe al gusto la mineralità vulcanica del terreno. Finale iodato. Damiano, se continua così, avrà un grande futuro.



Paolo e Francesco Trimani ci presentano un reale ed autentico pezzo di storia dell’enologia del Lazio, il Torre Ercolana, mix di cesanese, cabernet e merlot, che ci viene proposto in due annate epiche: 1980 e 1990 (da magnum). 
Il primo millesimo, dove ancora il vino era prodotto da Colacicchi, è un colpo al cuore e all’anima di ogni appassionato. Il colore, come vedete dalla foto in basso (bicchiere sinistro), è baroleggiante, un granato affatto ossidato che dice molto sulla sensibilità di chi ha prodotto quel vino. Appena metto il naso nel bicchiere arriva la scossa, intensa e viscerale, davanti ai miei sensi ho un vino pazzesco, commovente, penso che no, non può essere vero, non nel Lazio. Eppure era là, davanti a me, un taglio bordolese "made in Anagni" di assoluta integrità che trasuda mineralità, che cresce nel bicchiere con avvincente progressione liberando sensazioni di viola, scorza di arancia, torrefazione, timo, terra. La bocca risponde in maniera armonica, è ancora proporzionato al sorso, ha un tannino fittissimo e una superba sapidità nel finale. Il Torre Ercolana 1980 è un vino che ti fa ripartire da capo, ti convince che forse nel Lazio si può giocare un’altra partita, magari erano altri tempi, un altro clima, ma si può tentare. 

Torre Ercolana. 1980 a sx e 1990 a dx

Con l’annata 1990 siamo già in un’altra epoca, Marco Trimani ha preso le redini dell’azienda e anche il vino, forse, è mutato. Il colore si fa notevolmente più scuro, intenso, anche il naso gioca in profondità con le sue note di caffè, cioccolato, prugna secca, castagnaccio. La bocca è equilibrata, di personalità, ma a mio avviso manca quel quid in più che trasformerebbe questo vino in un capolavoro senza tempo.


Torre Ercolana 1990 Magnum

Tra due giorni la seconda parte di questa fantastica degustazione

La Regione Lazio, per ora, non ci sarà al Vinitaly!!!

E poi mi dici che mi incazzo quando, all'Anteprima di Sense Of Wine 2013, il buon Maroni invita la classe politica e dirigente della Capitale.

Vorrei vederli in faccia quegli imcompetenti e sbattergli in faccia la notizia! 



Appena l'ho letta su Facebook mi è preso un colpo, pensavo ad uno scherzo o ad  una social-sparata, ma la serietà della cantina del Lazio che ha denunciato il fatto mi ha fatto ricredere subito. 

Per quale motivo?

Sempre secondo quanto riportato su Facebook il problema, anzi la colpa, sarebbe della nostra "amata" Regione Lazio che essendo in amministrazione provvisoria non puà impegnarsi e mettere altri soldi a budget. 

Scrive Conte Zandotti:"Hanno solo "700.000" euro! Ma per il loro modo di fare occorrono 2 milioni!!!! Allora dobbiamo mettere noi almeno 400.000 euro! Adesso gli abbiamo detto di fare un preventivo secondo quello c'è vogliamo noi aziende!"

Come andrà a finire? Miracolo all'italiana! La Regione metterà i soldi che ha e se i produttori avranno esigenze maggiori, leggi non vorranno fare la figura di quelli di serie B, dovranno pagare di tasca loro l'eventuale differenza che, a quanto mi riferiscono, è pari a 5000 euro per modulo base. Da contare poi il vitto, l'alloggio, le spese di viaggio, etc....



Mauro De Angelis, presidente del Consorzio Tutela Frascati, ieri ha commentato la vicenda in questo modo:"Le Aziende Vitivinicole sono state informate fuori tempo massimo che la Regione non farà il Vinitaly – afferma il presidente - se non con esborsi tutti da verificare e comunque esorbitanti per moltissimi. 

Le Aziende comparteciperanno comunque, ma ci è stato annunciato sarà un Vinitaly miserrimo". Il Vinitaly è una vetrina assolutamente rilevante per i territori ed affrontare questa questione – prosegue De Angelis - lasciando chi vuole partecipare all’ultimo momento con il sedere a terra, è un atto scellerato oltre che di  evidente protervia.
Molti non parteciperanno, altri si sistemeranno in qualche modo, resta l’assoluta gravità, un ennesimo colpo a chi faticosamente resiste in momenti così difficili.

Le ragioni economiche adombrate potevano e dovevano essere presentate e discusse per tempo.
Ci interroghiamo sulla qualità e necessità di apparati che poi portano a questi fallimenti.

Gli interrogativi legati ad una partecipazione squalificante ci preoccupano ancora di più, il danno sarebbe evidente anche per chi deciderà di non andare.
Noi facciamo politica economica, i nostri colori sono quelli dei nostri vini, a chi aspira al difficile compito di governare lasciamo la risposta di questi e tanti altri interrogativi che potrebbero sorgere. Rimaniamo in attesa mentre la casa brucia.”

Quindi, se da Maroni vedete i nostri politici regionali, fategli presente che il loro lusso è diventato la nostra miseria. Tutti saremo più poveri se il Lazio non parteciperà unito al Vinitaly. Grazie per queste figure di merda.

 

Rosso Cesanese 2012: è tempo di cambiare!


Scrivere o non scrivere, questo è il problema. Lo scorso anno mi sono preso tutte le ingiurie dei produttori perchè avevo, secondo loro, mal interpretato il loro vino. Quest'anno, che la situazione è stata peggiore, mi domando: scrivere o non scrivere. Dirlo o non dirlo. La tensione, fortunatamente, un pò me l'ha stemperata il mio amico Fabio Cagnetti su Intravino che, senza giri di parole, ha scritto alla sua maniera quello che tutti abbiamo pensato ad Anagni.


E' stato cattivo ed offensivo? No, assolutamente, perchè gli offesi stavolta siamo noi che su oltre trenta vini ne abbiamo salvati cinque o sei mentre gli altri, e penso di parlare anche per le persone che mi erano accanto, erano senza anima o, peggio, difettati. In quest'ultimo caso non mi si venga a dire che c'erano molti campioni di botte perchè la scusa non regge. 

Cari produttori, proprio voi che nonostante tutto avete fornito il vostro vino al giudizio della stampa, perchè non vi fate un giro all'Anteprima del Chianti per verificare di persona come vanno le cose da quelle parti, soprattutto come sono i grandi vini spillati da botte. 

Abbiate coraggio e cambiate le vostre abitudini di cantina, parlate col vostro enologo (se lo avete) e mandatelo in giro per l'Italia a confrontarsi con realtà più dinamiche e qualitativamente migliori del Cesanese. Purtroppo, ad oggi, ce ne sono tante! Imparate dagli altri e dagli errori degli altri!


Uscite dal paesello, dalla logica del "chissenefrega tanto il vino lo vendo", cominciate ad amare il bello, l'estetica, perchè un produttore senza quel tipo di concezione non potrà mai fare un vino decente, nemmeno in una granda annata come la 2010 che, teoricamente ottima, siete riusciti a mal interpretare.

Insomma, datevi da fare perchè il prossimo anno non vogliamo più bere vini così, perchè il vostro "tirare a campare" pregiudica anche il lavoro di quei pochi produttori (peccato mancassero i Macciocca) che lavorano bene. Anche loro, mi chiedo, come fanno a crescere se devono confrontarsi con realtà del genere? Che senso ha dire che il loro vino è il migliore quando gli "sfidanti" non sono all'altezza di gareggiare?

In tutto questo bailamme, come ha scritto Macchi, salvo un paio Cesanese base 2010 come il Colleticchio di Corte dei Papi, molto fresco ed agrumato, e il Campo Novo di Casale della Ioria che rappresentano un punto iniziale discreto per approcciarsi al Cesanese di qualità.


Tra le DOCG 2010 Superiore, tra i tanti, troppi vini di scarso appeal, ho trovato più che discreti il Massitium di Pileum, Casale della Ioria e i due vini di Coletti Conti, Romanico ed Hernicus, con una leggere preferenza per quest'ultimo che risulta ad oggi davvero ben espresso e un vino dall'ottimo rapporto q\p.


Tra i DOCG 2009 Riserva, tra vini amaroneggianti e rifermentati, ho trovato un porto sicuro solo nel Torre del Piano di Casale della Ioria, davvero complesso e profondo, e nel Vajoscuro di Giovanni Terenzi che, rispetto alle annate precedenti, ho trovato felicemente ingetilito e smussato dei suoi angoli.


Abbiamo degustato in totale 31 campioni e me ne sono piaciuti circa un terzo. Questo fornisce la visione di insieme di una situazione da ribaltare. Subito.

Vinitaly 2012: il vino del Lazio andrebbe trattato meglio


MODALITA' INCAZZAMENTO ON

Lo dico senza vergogna ma con tanta amarezza in corpo: dopo aver visitato il Vinitaly posso urlare a tutto il mondo che il padiglione del Lazio è il più brutto in assoluto!!!
Eppure le premesse sembravano ottime: banner sui vari siti/blog enogastronomici, un padiglione di 2400mq, un programma fitto con 50 incontri con 20 buyers internazionali provenienti da 15 paesi europei ed extraeuropei, tante parolone sulla qualità del vino del Lazio, tante speranze per il futuro.


La realtà, invece, è stata ben diversa. E' vero, il padiglione è grande e  ben visibile dall'esterno ma, nei fatti, internamente risulta povero, anonimo, privo di stand accoglienti ma "ricco" di box o recinti stile ikea con la targhetta sopra e, udite udite, equipaggiati con tanto di bicchieri ISO 9000. Questo nella foto!!!


Mi rivolgo a chi ha organizzato tutto questo, cioè all’assessorato regionale alle Politiche Agricole, alla presidente della Regione Renata Polverini e all’assessore regionale all’Agricoltura Angela Birindelli: cari organizzatori, forse non lo sapete perchè siete politici e fate un altro lavoro, ma un bicchierino del genere svilisce TUTTO il vino del Lazio che, tra le varie cose, non gode nemmeno di ottima salute e reputazione.

Non sapete, cari organizzatori, che tristezza mi è venuta quando ho visto i vostri e i nostri produttori che, disperati, arrabbiati, con la paura di fare figuracce con i tanto sbandierati buyer esteri, andavano in giro per la fiera ad elemosinare o, peggio, ad acquistare sottobanco i normali calici da degustazione. Cari organizzatori, in un mercato globale e concorrenziale come questo avete messo i vignaioli del Lazio in una situazione di Serie B mentre tutti gli altri espositori, potenziali concorrenti, si giocano tranquillamente l'accesso alla Champions League. 

Se ripenso alle Marche, ad esempio, vedo il faccione di Dustin Hoffman come testimonial ed una grande e splendida terrazza dove, coccolati da una bravissima pianista, si potevano degustare non stop più di 200 vini.


Nel Lazio, senza offesa, abbiamo Alex Britti e Vincent Candela (ex giocatore della Roma e ora presunto vignaiolo) come ospiti d'onore.
Vogliamo poi parlare delle degustazioni organizzate? Mentre in Campania si parla di confronto tra i vari terroir del Fiano, dalle nostre parti organizziamo "Il Bordeaux nel Lazio". Senza parole.


MODALITA' INCAZZAMENTO OFF

P.S: mentre scrivo leggo su Il Messaggero e su altri giornali che l'assessore Birindelli risulta sfiduciata da più parti politiche perchè le modalità di affidamento all'Ente Fiera di Verona delle attività di allestimento e organizzazione del padiglione della Regione Lazio al Vinitaly risultano poco chiare.
Secondo Giuseppe Parroncini, consigliere regionale PD, una scelta molto discutibile perchè fatta senza gara e per un importo vicino ai due milioni di euro.

Doppia figura di merda.


Casale del Giglio contro Jonathan Nossiter. Botta e risposta su Dissapore in merito all'articolo apparso su GQ.

Sul Dissapore non si è fatta attendere la risposta di Casale del Giglio, nota azienda vitivinicola del Lazio, che risponde le rime a Jonathan Nossiter in merito alle sue accuse, che potete leggere qui, di essere industriali del vino non ecocompatibili.

LETTERA APERTA A JONATHAN NOSSITER

Caro Jonathan,


sono Antonio Santarelli, titolare della Casale del Giglio (non Casal). Con il mio enologo, Paolo Tiefenthaler, abbiamo letto il tuo assai infelice articolo dal titolo “Attenti al Vino”, apparso sul mensile GQ di Gennaio 2012 a pagina 30.
Rispettiamo il tuo approccio “NO-GLOBAL” (meno la tua competenza tecnica), ma non possiamo restare indifferenti alle pesanti e ingiuste accuse verso la nostra azienda, le altre aziende vinicole citate e verso gli stimati amici ristoratori romani.
Fai bene ad esaltare lo sforzo di quei viticultori che producono vini naturali e che riducono l’uso di prodotti di sintesi, ma questo vale anche per aziende come la nostra, che segue realmente da molti anni un protocollo “ecocompatibile”. Questo protocollo prevede l’assoluto non utilizzo di gran parte degli anticrittogamici in commercio, facendo uso di rame e zolfo secondo il protocollo applicato in Trentino e seguito da uno dei piu’ prestigiosi istituti di ricerca: Istituto agrario di San Michele all’Adige. Le analisi di controllo sulle uve dimostrano gia’ da molti anni l’assoluta assenza di qualsiasi residuo al momento della raccolta, cosi’ da allinearsi ai livelli della certificazione biologica, che potremmo facilmente richiedere e sfruttare a livello commerciale, ma che applichiamo silenziosamente come stile di lavoro. Dunque l’accusa di utilizzare “sostanze chimiche, “tossiche per qualsiasi cosa vivente” e’ veramente da dilettanti alla ricerca di effimera visibilita’.
Il tuo attacco alla Casale del Giglio e’ tuttavia ben congegniato e si ripete piu’ volte nel corso dell’articolo, anche per bocca del commesso di enoteca di primo pelo, tal Francesco Romanozzi (che lavora nell’affermata enoteca Bulzoni di Roma), che confonde l’antipatia personale con valutazioni oggettive, tenuto conto che il livello di apprezzamento dei vini della Casale del Giglio da parte del pubblico, romano e non, non crediamo si possa basare sull’indolenza del consumatore.
Questo giovane presuntuoso ha poi utilizzato termini confusi e generici,di cui non comprende forse neppure il significato e la giusta attribuzione.
Forse, caro Jonathan, hai voluto perfidamente sfruttare la sua incauta vanita’?
Ti facciamo osservare che,disponendo di una congrua estensione di vigneti propri, con annessa cantina vinicola, siamo tecnicamente considerati una azienda agricola vitivinicola e dunque non industriale.
Quando invece si parla di “tradimento”, rispetto a cosa lo si intende? Al fatto di aver ottenuto un’alta qualita’ e non alte rese? Al fatto di aver costruito una buona immagine rispetto alla bassa considerazione che il nostro territorio aveva in passato? Al fatto di essere orgogliosamente diventati una cantina di riferimento sul proprio mercato di appartenenza(Roma e Lazio), riuscendo a contrastare, battendosi ad armi pari, l’invasione dei vini nazionali che la facevano da padroni?
Al fatto di essere riusciti (insieme ad altre cantine laziali) a rappresentare la produzione regionale a livello nazionale con una capillare presenza nelle carte dei vini dei ristoranti d’Italia? Al fatto di aver creato una struttura di accoglienza altamente dignitosa, con uno staff professionale, rispetto alla riottosita’ e all’ignoranza verso l’ospite di certe cantine laziali del passato? Se cosi’ fosse, allora ci dichiariamo sicuramente dei “super traditori”!!!
Quanto all’abuso del termine “commerciale”, anche questo e’ un “non sense”, in quanto assecondare la spontanea richiesta del mercato e’ un fatto assolutamente “naturale” (ti disturba questo termine?).

Se fossi l’amico Alessandro Bulzoni, titolare dell’omonima enoteca, non mi terrei in azienda un imberbe khomeinista come Francesco Romanozzi, che divide le aziende fra “buone” e “cattive”, creando perplessita’ nei suoi clienti…
Quanto al termine “tossico”,poi, ti informiamo ulteriormente che anche la nostra cantina lavora,in parte, uve biologiche. Aggiungiamo inoltre che la nostra azienda e’ da anni coinvolta in attivita’ di ricerca anche tramite convenzioni universitarie e attraverso progetti di studio come “MAGIS” e “TERGEO”.
Abbiamo di recente sottoscritto un accordo di collaborazione con la Provincia di Latina nell’ambito del progetto europeo ”LIFE”, per il risparmio delle risorse idriche in agricoltura.
Nel 2010 l’azienda ha realizzato un impianto fotovoltaico da 200KW, sulla copertura della propria cantina, rendendosi cosi’ quasi totalmente indipendente a livello energetico.Evidentemente non documentarsi e’ ormai diventata la caratteristica di giornalisti sensazionalisti che non meritano di appartenere alla categoria.
Quanto alla strenua difesa degli autoctoni, che condividiamo, va detto che non si puo’ generalizzare in quanto nella storia c’ e’ sempre stata una “prima volta”, quando una nuova varieta’ approdava in un territorio. Quasi tutte le varieta’ viticole provengono dall’Asia Minore, per fare un esempio. In Friuli ci sono molti vitigni di origine francese o slava, oggi considerati “assolutamente” autoctoni. Nell’Agro Pontino (da noi) vi erano le paludi pontine,poi bonificate, dove non si potevano rintracciare vitigni storici, per cui e’ pienamente legittimo aver piantato, dopo anni di studi, le varieta’ che meglio si adattavano senza alcun pregiudizio alla Jonathan!
Piu’ a Nord, in Toscana, sempre sulla costa, c’e’ la Maremma (molto simile al nostro Agro Pontino), anch’essa un tempo paludosa. Vai a vedere, caro Jonathan, che razza di territorio vocato (lo ricordiamo anche al buon Romanozzi) ne e’ venuto fuori e che varieta’vitigni hanno piantato!!

Partecipiamo poi a progetti di valorizzazione del territorio, come gli scavi archeologici dell’antica citta’ di Satricum(documentati caro Jonathan!!!) e piste ciclabili (da noi promosse in una collaborazione bipartisan fra PDL e PD).
Infine disponiamo di una piccola oasi naturale che comprende un lago con pesci “viventi”che viene di frequente utilizzato dalla avifauna di passaggio, in particolare da aironi.
Pensa, caro Jonathan, in azienda ci sono anche numerosi conigli selvatici che negli ultimi anni si sono spontaneamente moltiplicati; forse saranno resistenti alle sostanze tossiche da te malevolmente immaginate. C’e’ tanto ancora, ma forse e’ giusto fermarsi qui. Chi ha potuto farci visita conosce la nostra passione, il nostro rigore e la nostra serieta’, qualita’ che non sembrano appartenerti. Tuttavia vogliamo augurarci che tutto cio’ non sia farina del tuo sacco ma che concorrenti sleali, che a fatica digeriscono il lavoro da noi fatto, ti abbiano facilmente manipolato…
In ogni caso ci riserviamo di tutelare la reputazione della nostra azienda nelle opportune sedi giudiziarie.

Distinti saluti


La risposta di Nossiter non si è fatta attendere e, devo dire, merita un plauso per pacatezza ed intelligenza. Magari a pensarci prima...

Egregio Sig. Santarelli,

Mi dispiace che il tono del mio articolo abbia provocato da parte sua una lettera talmente sarcastica. Ho ovviamente instaurato un dialogo incivile e questa non era la mia intenzione.
La verità è che lei non è il bersaglio del mio articolo. Sono preoccupato invece della speculazione – intesa come il contrario della produzione – che sta, nei miei occhi, distruggendo l’economia e la società occidentale. In linea di principio anche lei dovrebbe sentirsi scandalizzato, dato che vende i suoi vini a 5 euro e li trova rivenduti a 25. A lei sembra giusto? Non vorrebbe controllare un po’ la speculazione dei ristoratori che guadagnano sul vostro lavoro? E fra l’altro non ho la minima intenzione di mettere in discussione la vostra buona fede nell’elaborazione dei vostri prodotti. Volevo solo mettere in discussione il tipo di prodotto come espressione di un territorio e il fatto che una sola azienda domini il mercato locale di una grande città.
Ma leggendo la sua lettera mi chiedo anche perché un’azienda talmente forte, grande, riuscitissima – nel senso commerciale e critico – perda tempo con una piccola e singola voce critica in una rivista fuori settore e dopo tanti anni di ammirazione generalizzata? Mi dispiace soprattutto la reazione all’opinione di un giovane come Francesco Romanazzi. E’ una democrazia, il luogo in cui si può ancora esprimere un giudizio, no? E infatti l’ho citato perché mi sembra uno dei giovani appassionati più informati e impegnati nella ricerca etica della cultura del vino che abbia conosciuto: nonostante la sua età ha già lavorato in alcuni dei posti più impegnati nel vino a Roma, come Roscioli, Settembrini e Bulzoni.
Non siamo liberi, tutti e due, di dire che i vostri vini non ci piacciono? O che consideriamo il successo di marketing delle uve internazionali, sull’onda di ciò che si vende più facilmente dall’Australia alla Maremma fino all’Argentina, il contrario di un impegno necessario per salvare le tante bellissime uve autoctone laziali in pericolo? Ovviamente, come scrive lei, una tradizione comincia a volte con un gesto innovatore. Ma non può pretendere che mettendo sul mercato 1.2 millioni di bottliglie di Syrah, Merlot, Cabernet, Chardonnay, Sauvignon e gli altri “best seller” internazionali che tutti stanno impiantando in tutte le regioni del mondo, lei stia facendo un gesto di avanguardia! Lei ha assolutamente il diritto – per carità – di fare il tipo di prodotto che vuole, dove e quando lo vuole, ma la prego, lasci ai pochi che non sono convinti di questa scelta la possibilità di esprimere la propria opinione.
Per quanto riguarda poi la discussione sul biologico-non biologico, non ho capito bene. Siete in agricoltura biologica o no? Lei mi ha scritto una mail affermando chiaramente che non siete in agricoltura biologica. Praticamente vuol dire che utilizzate sostanze chimiche. Per via di questa sua affermazione, oltre che per quello che trovo scritto ad esempio nella guida Slow Wine (“Casale del Giglio: diserbo chimico/meccanico”), capisco che utilizzate prodotti di sintesi. Oppure vuol dirmi che nelle vigne e in cantina, non lasciate che una sola gocciolina di sostanze chimiche tocchi le uve e il vino? Perché tecnicamente, come lo sa molto meglio di me (io sono un regista di cinema che ama il vino e ne parlo come un laico ad un altro laico), il momento in cui qualsiasi sostanza chimica entra nella terra, nella pianta o nell’uva, il vino che ne risulta contiene almeno tracce di “tossicità”, perfettamente riscontrabili tramite analisi chimiche.
Forse la mia terminologia non è sempre preciso in Italiano: sto ancora imparando a maneggiare la vostra bellissima lingua. Ma ci tengo davvero a sottolineare che non era la mia intenzione di identificare l’azienda come eccezione.
Anzi, bisogna dire che 99% dei vini del mondo sono fatti così (anche molti che dichiarono uve biologiche dopo fanno tante cose in cantina che non si può sapere la “naturalità” di quello che si beve). Come la maggioranza delle cose che mangiamo. E so bene che anche molte stimabili persone che seguono il movimento del vino naturale con simpatia non sono d’accordo sull’idea della “tossicità” (sostenendo per esempio che l’alcool in sé sia già tossico…oppure altri che dicono che lo zolfo in sè è tossico, cose tecnicamente giuste*).

Accetto volentieri che non siamo tutti d’accordo su cosa sia un vino chimico, industriale o tossico. Però, visto quello che è successo per decenni nei campi (e nelle cantine) in Italia, in Francia, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, io personalmente sento il bisogno di reagire. Per la salute delle persone e dell’ambiente. Da qui nasce la mia ammirazione per l’impegno, coraggioso e innovatore, dei vignaioli naturali, da Elena Pantaleoni a Aubert de Villaine e Dominique Lafon (che non toglie il fatto che posso anche stimare chi non ha (ancora?) scelta questa strada).
Bisogna anche dire che negli ultimi anni, grazie al sorprendente successo di mercato della viticoltura biologica, biodinamica e naturale, sono state elaborate molte strategie aziendali per suggerire al consumatore che sta mangiando o bevendo cose sane – cosa spesso non vera – con frasi di marketing come “lutte raisonnée”. Mi perdoni se lo dico, ma mi sembra che “ecocompatibile” sia un’altra frase che rischia di confondere il consumatore. Inutile dire che se lei può affermare e provare che non c’è un gocciolino di sostanza chimica che entra nel suolo o nel suo vino, sarò il primo a scrivere una ritrattazione e chiederle scusa.
Anzi, se vuole, perché non facciamo un lavoro insieme? Chiediamo ad un agronomo ed un chimico di studiare durante l’anno tutte le vostre pratiche, nelle vigne e in cantina, e dopo facciamo un’analisi dei risultati da condividere a più voci (dagli specialisti, dal suo enologo, da lei, da un nutrizionista, da me, da un giornalista indipendente). Io conosco un bravissimo agronomo, Stefano Pescarmona, specialista in biodinamica, che insegna in vari posti in Italia, fra l’altro in un centro di ex tossicodipendenti ed anche all’Università di Slow Food a Bra. Potrei chiamarlo, magari insieme a Claude e Lydia Bourguignon, grandissimi biologi francesi, specialisti della vita del suolo. Qualsiasi sia il risultato (o i risultati), avremmo senz’altro molto da imparare, noi tutti.
Infine, lei sostiene che sono stato manipolato dai vignaioli naturali per motivi di concorrenza sleale. Lei mi lusinga. Invece credo che i produttori di vini naturali che conosco abbiano troppo lavoro nelle vigne per perdere tempo con un cineasta appassionato di vino.

Invece, vista l’ubiquità del suo vino nei ristoranti e nelle enoteche romani (ripeto, sono stupito del fatto che molti ristoratori lascino ad enoteche e altri “middlemen” la possibilità di costruire le loro carte dei vini), non credo che lei debba avere paura che anche qualche piccolo produttore di territorio possa trovare uno spazio accanto a voi. Non c’è nessuna minaccia per il vostro ampio dominio del mercato locale.
Ma se vuole, facciamo insieme anche uno studio economico-commerciale durante un anno per vedere da vicino le pratiche di distribuzione tra i ristoratori e enotecari di Roma. Con questo studio approfondito e dettagliato, potremmo imparare molto sulle strategie commerciali e di marketing che fanno la differenza nel mercato libero. Sarà senz’altro un insegnamento democratico per noi tutti.
Non sono contro di voi (e mi dispiace di offendere qualsiasi essere umano), nel modo più assoluto, anche se non amo i vostri vini (il che non è nulla più di un giudizio personale). Noto solo che in questo mondo il più grande e il più forte prende sempre più spazio – che lo voglia o no – lasciando al cittadino (di qualsiasi paese, in qualsiasi posto) meno scelta. Io, modestamente, vorrei difendere chi non riesce a trovare neanche un piccolo posto alla grande tavola della cultura e del piacere del vino. Non posso (e neanche vorrei) minacciarvi.
Vi auguro un successo democratico con la vostra visione, e auguro anche lo stesso agli altri con visioni diverse.

Cordiali saluti

Jonathan Nossiter


Se il Cannellino di Frascati e il Frascati Superiore diventano DOCG.............


Arrivano tre nuove denominazioni per il Lazio del vino: sono stati pubblicati oggi in Gazzetta Ufficiale i decreti di riconoscimento delle Denominazioni di Origine Controllata e Garantita per il Frascati Superiore ed il Cannellino di Frascati, e quello di riconoscimento dell’Indicazione Geografica Tipica per la Costa Etrusco Romana.
In un momento particolarmente delicato per il settore vitivinicolo laziale - sottolinea il presidente di Coldiretti Lazio, Massimo Gargano - poter contare su queste nuove denominazioni permette un nuovo passo nella direzione della riconoscibilità e della competitività del prodotto di qualità legato al territorio”.
Il Lazio - aggiunge il direttore regionale di Coldiretti Aldo Mattia - rappresenta una zona con una lunga tradizione vinicola. Oggi si registra un’attenzione crescente sulla qualità e quindi aver aggiunto ulteriori vitigni alle denominazioni riconosciute, che oggi sono in tutto 36 (con 3 Docg, 6 Igt e 27 Doc), è un segnale importante in quel percorso da noi indicato che deve necessariamente mirare ad uno sforzo simultaneo e coordinato di imprese, consorzi e soggetti istituzionali”. 

Beh, volete sapere qualche info sul disciplinare di produzione? Per il Frascati Cannellino e il Frascati Superiore, ad esempio, la produzione massima di uva non deve eccedere le 11 t per ettaro di vigneto in coltura specializzata. In annate eccezionalmente favorevoli, la produzione dovra' essere riportata ai limiti di cui sopra, purche' quella globale del vigneto non superi del 20% il limite medesimo. Le uve destinate alla produzione del vino a denominazione di origine controllata e garantita «Frascati Superiore», anche nella versione Riserva, devono assicurare un titolo alcolometrico volumico naturale minimo di 11,50% vol. 

Il vermentino di Gallura, ad esempio, ha una resa di 9 tonnellate per ettaro. E questa è la qualità del Lazio?

A me viene solo da piangere....... 


Tre Bicchieri Gambero Rosso 2012 Lazio e Sardegna


LAZIO

Frascati Superiore Epos 2010 di Poggio Le Volpi
Clemens 2009 di Casale Marchese
Montiano 2009 di Falesco
Grechetto Poggio della Costa 2010 di Sergio Mottura

SARDEGNA

Alghero Marchese di Villamarina 2006 – Tenute Sella & Mosca
Cannonau di Sardegna Dule Ris. 2008 – Gabbas
Carignano del Sulcis Sup. Terre Brune 2007 – Cantina di Santadi
Carignano del Sulcis Sup. Arruga 2007 – Sardus Pater
Cannonau di Sardegna Keramos Ris. 2007 – Tenuta Soletta
Malvasia di Bosa Vigna Badde Nuraghe 2006 – Emidio Oggianu
Norace 2008 – Feudi della Medusa
Perda Pintà 2009 – Sedilesu
Turriga 2007 – Argiolas
Vermentino di Gallura Sup. Thilibas 2010 – Pedres
Vermentino di Gallura Sup. Monteoro 2010 – Sella e Mosca
Vermentino di Galluta Vigna’ngena 2010 – Capichera
Vermentino di Gallura Sup. Genesi 2010 – Cantina di Gallura

La Visciola: la biodinamica nel Cesanese fa tendenza


Non sono un fan sfegatato del biologico anche se, devo ammettere, che una ventata di novità e coraggio nel mondo del vino la stanno portando quasi esclusivamente i produttori di quello che viene definito “vino naturale”.
Nel Lazio, in particolare, c’è una persona di nome Piero Macciocca che da un po’ di tempo sta cercando di rompere gli schemi di un vino che, troppo spesso, viene vinificato in maniera pesante ed opulenta: il Cesanese del Piglio.

I vini de La Visciola, piccola cantina biodinamica gestita egregiamente da Piero e sua moglie Rosa, nel panorama del Cesanese di oggi sono unici ed individuabili anche per un neofita alla cieca perché, contrariamente alla moda imperante nella zona, sono leggiadri e di femminile eleganza.
Con Piero ci incontriamo ad Anagni e da là iniziamo il tour presso i suoi tre Cru: Ju Quartu, Vignali e Mozzatta.

Jù Quarto è, secondo Macciocca, il vigneto da cui esce la sua versione “base” del cesanese, un fazzoletto di vigne degli anni ’60 in conversione biologica dal 2009. Rispetto al Vignali e al Mozzatta, la vigna presenta un clone di cesanese dal chicco più piccolo ed è allevata ad un’altezza media superiore. Ad oggi, come vedete dalle foto, tutto sembra andare per il meglio.



Il Vignali, invece, è il secondo Cru acquistato da Piero e Rosa ed è anche il vigneto dove, oltre al cesanese, troviamo anche la passerina che andrà nel loro Donna Rosa. Rispetto a Ju Quartu, il Vignali è in regime biodinamico da due anni e ha un clone di cesanese col chicco più grande del primo Cru. 


Da notare il terreno del vigneto che dopo due anni di regime biodinamico appare di grande fertilità!


Piero tra i filari usa la tecnica del sovescio che, come possiamo vedere dalle foto sottostanti, ha risultati sorprendenti. 
Notare la differenza tra la flora del suo vigneto e quello che un vigneto distante dal suo circa due metri...

Vigneto La Visciola

Altro vigneto...
Nel primo caso, oltre ai fiori, c'è la sola presenza di piante utili al vigneto. Nel secondo caso c'è il caos più totale di erbe infestanti...

Il vigneto Mozzatta, da sempre di proprietà della famiglia, è sempre stato condotto in maniera naturale fin dalle sue origini (anni '60) ed è il Cru più importante per La Visciola. Rispetto ai precedenti ha un clone di cesanese dal chicco grosso, il migliore secondo Piero, presenta una leggera pendenza ed ha una maggiore altitudine (circa 350 metri s.l.m.).
Basta fare un giro lungo il crinale per capire la magia di questo impianto dove talmente tutto è immacolato da trovarci anche le fragoline. Ho detto tutto...


La cantina è piccola e artigianale, trovano posto un paio di tini in acciaio e tre vasche di cemento. Un paio di barrique e tre botti più gradi (max 500 litri) completano la zona affinamento.

Cemento..

La Visciola vinifica solo uve passerina e cesanese che vengono fermentate tramite lieviti autoctoni e con l'unico controllo della temperatura dato dal condizionatore posto in cantina...
Due linee di produzione: la linea base è rappresentata dal quotidiano Cupella (bianco e rosso) che per entrambe le versioni risulta fresco e di grande bevibilità.

Il Donna Rosa, invece, è il vino proveniente dalle migliori viti di passerina del Vignali. Io ho degustato sia l'annata 2009, attualmente in commercio, che la 2010 da botte. Tra le due preferisco senza dubbio l'ultima annata perchè, vuoi per la maggiore esperienza di Piero, vuoi per il millesimo particolarmente favorevole, il Donna Rosa 2010 risulta profondo, intenso e intimamente bucolico con i suoi profumi vegetali e la fragrante frutta gialla. In bocca poi è ampio e deciso.


Per i rossi vale quanto scritto su Rosso Cesanese.  

Jù quartu 2009 rappresenta la frutta di bosco più croccante, la semplice definizione di un terroir che sta evolvendo verso l'eccellenza. Da tenere d'occhio il millesimo 2010 perchè, come ho scritto per il Donna Rosa, via via che passa il tempo vigna e vignaiolo diventano sempre più efficaci ed efficienti.

Col Vignali 2009 si cresce di complessità e profondità, il vino comincia a diventare bidimensionale visto che al cesto di fragole e ribes si aggiunge una verve terrosa molto seducente. Bocca dinamica e di buona struttura. La persistenza comincia a farsi sentire.

Il Mozzatta, a prescindere dall'annata, è sempre un vino emozionante perchè è un compendio di fiori e frutta rossa che fanno da contorno a sensazioni viscerali di radici e terra bagnata. In bocca si propone in tutta la sua scorrevole struttura. Ha tanta ciccia ma la nasconde bene sotto un abito di velluto. Ancora una volta il millesimo 2010 mi sembra molto meglio del già ottimo 2009. 

La Visciola rappresenta oggi uno dei fari della nuova Docg laziale anche se il suo stile, così fresco e "leggero", porta attualmente Macciocca ad essere un uomo solo al comando. 

E se fosse il suo cesanese il vero pinot nero del Lazio?