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La Borgogna e le annate 2009 e 2010

Borgogna 2009 o 2010? Giancarlo Marino, una grande guida per tutti gli appassionati, tempo fa all'interno dell'Accademia degli Alterati analizzava le annate e i possibili scenari futuri scrivendo le seguenti righe.

2009
Alcuni la considerano, generalizzando eccessivamente, una annata “calda”. In realtà le temperature furono solo di poco superiori alla media (nulla a che vedere con la 2003, per intendersi), mentre furono nettamente superiori alla media le ore di luce. Le uve, caratterizzate da diffuso millerandage, hanno raggiunto una perfetta maturità fenolica. Decisiva è stata la scelta della data di vendemmia: chi ha optato per una raccolta leggermente anticipata ha mantenuto un buon grado di acidità e di equilibrio, chi ha atteso troppo ha raccolto uva ai limiti, a volte oltre, della surmaturità, perdendo in primo luogo in freschezza e purezza. Il raccolto è stato abbondante, con il conseguente rischio di diluizione per chi non aveva lavorato con buon senso in vigna. Inferiore alla media il contenuto di acido malico, abbondante invece l’acido tartarico. La fermentazione malolattica è stata relativamente precoce e veloce, ma alla fine dell’affinamento il pH si è comunque mantenuto entro limiti più che sufficienti (3.4/3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la pratica dello zuccheraggio. I risultati, come era facile prevedere, sono stati piuttosto eterogenei.
Al meglio, i vini sono pieni di fascino, eleganti, raffinati, aperti, grandi seduttori, connotati da un centro bocca “pieno e voluttuoso”:  Al peggio, i vini sono diluiti o fin troppo maturi (nei miei appunti leggo più spesso del solito richiami alla confettura di frutta), mancanti di freschezza, con tannini non perfettamente levigati, in precario equilibrio. 

2010
Ad un inverno freddissimo, durante il quale alcune violente gelate hanno addirittura distrutto alcuni vigneti, si sono succedute una primavera e una estate con temperature nettamente inferiori alla media: in particolare, ad un agosto fresco, asciutto e luminoso è seguito un settembre più dolce ma anche più umido. Il tempo inclemente all’epoca della fioritura ha accentuato il fenomeno, già notato nel 2009, del millerandage. Alla vendemmia, particolarmente tardiva, è stata così raccolta poca uva, con tannini abbondanti ma finissimi, e alta acidità malica. La fermentazione malo-lattica è stata tardiva e molto lenta e ha consentito di riequilibrare e bilanciare l’acidità (pH finale compreso tra 3.5 e 3.6). Il buon grado zuccherino ha consentito di evitare, o di contenere al massimo, la comune pratica dello zuccheraggio. Al termine dell’affinamento, i risultati hanno superato le più rosee previsioni, confermando il detto che nelle annate ad alta acidità malica è indispensabile attendere la conclusione della malo-lattica per emettere un giudizio minimamente affidabile.
Nel complesso, la produzione è stata più omogenea di quella delle annate precedenti, 2009 compresa. Non ricordo di aver assaggiato vini del 2010 davvero deludenti. In compenso ne ho assaggiati moltissimi di qualità eccelsa.
Al meglio i vini sono trasparenti, territoriali, equilibrati, di grande freschezza, energia e tensione, vibranti, con trama tannica di finezza superba. Al peggio si avverte una certa durezza e una maturità fenolica non perfetta (la imponente presenza tannica e l’abbondante acido malico richiedevano in vinificazione grande sensibilità e accuratezza)
La longevità è assicurata e molto probabilmente si avrà una fase di chiusura più o meno drastica, anche se il senso di grazia che traspare da molti vini fa pensare ad una bevibilità permanente nel tempo. Al contrario del 2009, nel 2010 la gerarchia è assolutamente rispettata, con questo confermando che trattasi di annata dove il terroir ha prevalso sulla componente varietale.
Dopo questa breve ma intensa lezione era abbastanza scontata la riprova nel bicchiere di quanto scritto da Marino. C'è sempre una buona scusa per bere Borgogna e, con alcuni amici, abbiamo aperto le seguenti bottiglie.
Bourgogne 2009 Mugneret-Gibourg: anche se fa parte della base della piramide qualitativa dell'AOC vins de Bourgogne, questo vino, distribuito in Italia in pochissimi esemplari, ha un naso di frutta leggermente più scura di quanto mi aspettassi e questi tratti, solari e profondi, li ritrovo anche al gusto che è leggermente inficiato da una nota alcolica non ben integrata. Finale lievemente austero.

Bourgogne 2010 Mugneret-Gibourg: già dal colore, rubino limpidissimo, si nota come cambia il tempo ed, infatti, odorare questo vino significa spalancare le finestre di casa e inebriarsi della primavera. Pinot Nero dalla frutta rossa croccante, balsamico, minerale con una bocca più classica, fresca, magari non complessa ma diretta e ficcante come una lama calda nel burro. 



Gevrey Chambertin 1er cru "Les Goulots" 2009 Fourrier: rispetto al precedente si respira (giustamente) una maggiore complessità formata stavolta da un cesto di frutta di rovo, succosa e croccante, mineralità scura e una sventagliata di fiori "cimiteriali" che rendono l'olfattiva molto sobria e solenne. Al sorso dominano struttura ed equilibrio che sfuma verso una rotondità che ben tipizza l'annata. Se vogliamo proprio trovare un difetto direi che manca il guizzo fresco finale ma il vino è comunque molto molto buono lo stesso.

Gevrey Chambertin 1er cru "Les Goulots" 2010 Fourrier: il vino sembra un quadro astratto dove prevalgono i colori rossi della frutta e blu dei fiori. C'è luce in questo vino e quando lo bevo sembra vibrare per la sferzante acidità che rappresenta la vera colonna vertebrale di questo Borgogna. Anche in questo caso, se bisogna trovare un difetto, ritengo il vino troppo verticale, dritto, manca di quella dose di panza che, come si dice, dà molta sostanza!



Vosne Romanée 1er Cru "Rouges du Dessus" 2009 Cecile Tremblay: odoro, bevo, e penso che sia un peccato. Già, il vino se scavi in profondità ha le classiche note femminile ed eteree di Tremblay ma ad oggi è un un pò troppo coperto dal legno che sembra usato in maniera poco coerente. 

Vosne Romanée 1er Cru "Rouges du Dessus" 2010 Cecile Tremblay: stessa questione precedente ovvero un cielo offuscato da smog che copre il sole e l'azzurro. 


Volnay 1er Cru Champans 2009 Voillot: Giancarlo Marino, che ci fornisce queste chicche, ama alla follia questo produttore e non possiamo non dargli torto visto che le bottiglie di Voillot rappresentano sempre una grande emozione. Questo Borgogna sembra uscire da una accademia di belle arti dove, per disegnare, è stata usato un pastello dal tratto scuro ma raffinato. Profondo, tridimensionale, complesso, conserva in sè tutto il terroir di Volnay. Andrà avanti per tanti anni.

Volnay 1er Cru Champans 2010 Voillot: stile e raffinatezza, questo è quello che mi viene in mente dove aver odorato e bevuto questo vino che sembra prendere le sembianze di Mata Hari che, avvolta in un candido vestito bianco, danza suadente risvegliando tutti i sensi umani. Ancora giovanissimo può vantare un tannino ben calibrato ed una succosità davvero imponente. Difficile dice quanto potrà diventare grande ma, a mio giudizio, il miglior vino della serata assieme al suo fratellone 2009.


Entrata della cantina di Voillot. Foto: Andrea Federici

Domaine Joseph Voillot - Volnay 1er Cru les Caillerets 2008

Premessa: questo post è dedicato ad alcune persone che, proprio in questo momento, sono in Borgogna a "testare" qualche "vinello rosso francese" alla faccia mia e di qualche altro che è rimasto al caldo di Roma. Beh, proprio ad uno di questi amici in trasferta devo la conoscenza di questo produttore. Grazie Magister.

L'aria condizionata fatica ad arrivare al nostro tavolo, è una caldissima serata estiva romana, una delle tante accompagnate da quattro amici che hanno voglia di bere buon vinp nonostante l'afa richiami bicchieroni di Peroni ghiacciata con rutto libero finale. Fantozzi docet.

Alice in the Wonderland, di fianco a me, probabilmente ha ricevuto l'influsso del Magister perchè senza esitazioni tira fuori una bottiglia alloctona di "poco dubbia" provenienza. In molti, eruditi, la riconosciamo. Voillot!!

Fonte: Viandante Bevitore

Sarà un Pommard o un Volnay? Cerchiamo di coprire l'etichetta per giocare un pò a mosca cieca ma la Borgogna, si sa, è roba da grandi, per cui è difficile capire per me, eno-infante, le differenze tra le due zone soprattutto se penso che Voillot ha diverse vigne classificate Premier Cru sparse tra Volnay (Les Brouillards, Les Caillerets, Les Champans, Les Fremiets) e Pommard (Les Epenots, Clos Micault, Les Pezerolles, Les Rugiens). Forse in Italia conosco solo un moschettiere che potrebbe illuminarci al buio.

Stiamo comunque al gioco. Al naso il vino è è inconfondibilmente Borgogna, almeno su questo ci gioco casa, gatto incluso. Non è ampio dal punto di vista aromatico ma, cosa rara, il ventaglio aromatico è talmente ben definito che riesci a fornire la carta di identità per ogni aroma presente. 
Ha un non so che di selvatico, non parlo di puzze e odori animaleschi, ma odorare questo pinot nero significa entrare in bosco autunnale dove le bacche rosse te le trovi dovunque. Sa anche di erbe officinali, rabarbaro, austera mineralità. Non è certo un vino estivo. Mi fa ripensare alla Borgogna che ho visitato tanto tempo fa a Novembre, maliconica e severa.

Al palato il vino è equlibrato, maturo, avvolgente, il tannino è didattico, l'acidità richiama il territorio. Profondità e lunghezza completano il quadro caratteriale di un pinot nero che sembra avere la classe di altri tempi.

Abbiamo bevuto un



Chi glielo dice a Jonathan Nossiter che il Domaine de Montille non è più quello di Mondovino?

Il tempo fugge e certe convinzioni, certe promesse, magari oggi si dimenticano o, semplicemente, vengono ridimensionate.

Il Domaine de Montille, sì proprio quello che Nossiter aveva inserito nel suo bel fil Mondovino come bandiera dei piccoli vignaioli tutto vino e terroir, cambia pelle e si espande diventando, forse, ciò a cui era contrapposto nel documentario del regista americano: una grande azienda.



Secondo Wine Spectator, Etienne De Montille, co-titolare del Domaine de Montille, ha acquistato lo scorso Giugno Château de Puligny-Montrachet, dove era stato amministratore delegato dal 2002, per oltre 20 milioni dollari acquisendo quasi 50 ettari di vigneti selezionati, tra cui parcelle di Chevalier-Montrachet, Bâtard-Montrachet e di Montrachet, il castello e alcuni stock di vino.

In una recente intervista Etienne ha spiegato che: "dopo la ristrutturazione, il Domaine de Montille avrà in dote oltre 86 ettari di vigneto di cui quasi 50 ettari sono Premier e Grands Crus. Questo farà diventare il Domaine de Montille una proprietà significative nella Côte de Beaune. Insieme con Alix, mia sorella, che si prenderà cura dei vini bianchi, vogliamo modificare e ridimensionare non solo il numero di etichette che si producono, ma anche il numero di bottiglie in modo che possiamo davvero concentrarsi sulla qualità".

L'obiettivo, dichiarato da Etienne, sarà quello di tagliare il numero di etichette di circa il 20 per cento, con una produzione totale che diminuisce da 20.800 casse a meno di 16.666 casse. Ci sono, attualmente, 60 diverse etichette tra le Domaine de Montille, Chateau de Puligny-Montrachet e l'etichetta négociant Deux Montille Soeur-Frère.

Il caro Hubert de Montille, star del film cult di Nossiter, cosa penserà di tutto questo? I suoi figli hanno davvero stravolto l'anima di quello che una volta era un "piccolo" Domaine della Borgogna? Oppure, sotto sotto....

Mah, intanto guardiamoci questo video di Francesca Ciancio e riflettiamo...
 

Da Christie’s Hong Kong la collezione Henri Jayer vale 8,5 milioni di dollari


L'Asia rimane il paradiso per chi vuole vendere grandi bottiglie di Bordeaux e Borgogna. L'ennesima prova riguarda la collezione privata di Henri Jayer, leggenda della Borgogna, che è stata venduta da Christie’s Hong Kong ad oltre 8,5 milioni di dollari, con il 100% di bottiglie vendute.
Il miglior risultato? 12 bottiglie di Vosne-Romanée Premier Cru “Cros Parantoux” 1985, venduto a 365.147 dollari...


Domaine de la Romanee-Conti 2009 : i giudizi di Robert Parker


Vi copio ed incollo i giudizi di Robert Parker su DRC 2009. Sempre se avete voglia di tradurre il fatto che per bere certe bottiglie occorre fare un mutuo!!!

2009 Domaine de la Romanee-Conti Vosne-Romanée 1er Cru Duvault Blochet 90  

The Duvault-Blochet represents less that 5% of the crop in 2009. The paleness in colour belies what is a very fragrant, floral nose with scents of ripe strawberry, redcurrant and a touch of rose petal. It displays very fine delineation. There is a stemmy tincture that appears after leaving the wine for five minutes in the glass. The palate is medium-bodied with a pleasant rounded entry. It does not possess great weight and it is light on its feet, and where it drifts a little in the middle, it returns with a subtle sensual, soft red cherry and strawberry finish. Very fine, very 2009. Tasted February 2012. Price: £650/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Corton Grand Cru 92 

The debut vintage sourced from leased vineyard belonging to Domaine Prince Florent de Mérode, including 0.57 hectares of Clos du Roi, 1.2 hectares of Bressandes and 0.5 hectares from Renardes. Noticeably deeper in colour, the 2009 has a lifted, very seductive bouquet with intense aromas of wild strawberry and blueberry, polished with a patina of creamy new oak. It is very seductive, a bouquet that wants to make an impression. The palate is medium-bodied with firm, edgy tannins and a lovely citric edge that lends this freshness and vitality. With Aubert de Villaine’s touch, it is a less “chunky” Corton vis-a-vis other producers. There is fine weight and backbone towards the finish that demonstrates perfect dryness and reserve. This marks an excellent maiden Corton. Tasted February 2012. Price: £850/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Echezeaux Grand Cru 92 

The Echezeaux 2009 has a fragrant, tertiary bouquet with redcurrant, cranberry and notes of freshly tilled earth. Fine definition although it is a little reticent at the moment, even compared to the Duvault-Blochet. The palate is medium-bodied with crunchy cranberry and wild strawberry fruit, maintaining that earthy character with a “stemmy” note in the background. It is a harmonious Echezeaux but perhaps a little more masculine that I anticipated, suggesting that it my surprise by its longevity. It is very composed and gains a little weight with time in the glass. Tasted February 2012. Price: £1,150/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Grands Echezeaux Grand Cru 95 

Quantities of the Grands Echezeaux are down due to the domaine’s selected replanting program and the decision to sell off the fruit from younger vines to negociants. It has a very perfumed, more feminine bouquet than the Echezeaux 2009, greater delicacy and delineation with subtle notes of crushed strawberry, raspberry and crushed stone. The palate is medium-bodied with a very fine backbone and precision, a Grands Echezeaux with immense focus. The fruit profile is darker than the Echezeaux with more weight on the finish, offering subtle notes of strawberry, redcurrant and a touch of spice. The finish is crisp and dry, leaving the minerals to do the talking on the aftertaste. This is a superb wine that should flesh out nicely over the next decade. Tasted February 2012. Price: £1,780/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Richebourg Grand Cru 94 

The Richebourg was the first to be harvested by the domaine on 13th September. I have been rather tepid about the performance of the Richebourg in recent vintage and it is unsurprising that it is now served before that Romanee St. Vivant. Here, it has a very reserved, stalky bouquet with notes of limestone and sea salt, underbrush and woodland aromas developing with aeration. The fruit certainly stays in the background. The palate is medium-bodied with a lively entry, the fruit compensating for its bashfulness on the nose. It has good weight and is certainly more generous than the 2008, with dark cherry, cranberry and a hint of dried blood. It displays fine length and cohesion, finishing in typically introspective, broody style. Tasted February 2012. Price: £2,700/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Romanee St. Vivant Grand Cru 96+ 

Harvested after the Richebourg on the 15th and 16th September, the Romanee St Vivant has a quintessential, feminine, sensual bouquet of “restrained opulence”. Sweet ripe strawberry, maraschino and a hint of cassis marry beautifully and blossom from the glass. The palate is very harmonious with impressive weight that renders it more like a Richebourg in style. This has very fine backbone and real weight of fruit in the mouth, yet the finish has that irresistible fleshiness that leaves you totally smitten. There is even a cheeky saline tang lingering on the finish. Superb. Tasted February 2012. Price: £2,795/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti La Tâche Grand Cru 98
The La Tâche has a irrepressible bouquet that just soars from the glass. This is not one of those La Tâche wines that is deceptively taciturn, rather it immediately sets out to satisfy the olfactory senses with a heady perfume of incredibly well defined strawberry and redcurrant infused with crushed stone hints of smoke and autumnal woodland. The palate is medium-bodied with complete harmony and every flavour amazingly well defined, as if you could pick each one out, one by one. This is an irresistible La Tâche, a little fatter and more generous than previous vintages, with immense weight on the persistent finish that just seems to effortless glide to its conclusion. This is one of the finest La Tâche wines that I have encountered at this stage. Tasted February 2012. Price: £3,250/case of six IB.

2009 Domaine de la Romanee-Conti Romanée-Conti Grand Cru 97+
Picked on 14th September, the 2009 Romanee-Conti has a very different aromatic profile to the La Tâche: much more broody and withdrawn with very precise brambly dark berry fruit, limestone, a touch of Lapsong Souchang. Leaving the wine in my glass for 5-7 minutes there is a touch of dried blood emerging and it some ways, it reminds me of the Grands Echezeaux. However, this is a bouquet lost in its own thoughts. The palate is medium-bodied with very fine tannins that offer it a deceivingly rigid structure ensuring that it will age for 20-30 years at least. There is a tightly coiled ball of crisp wild strawberry, redcurrant and briary fruit that fans out beautifully towards the finish once it has had time to rest in the glass. The finish is long and glorious, yet effortlessly controlled and refined. Whilst less expressive than the La Tâche at this early juncture, it should age in its own solipsistic manner. This is a cerebral Romanee Conti. Tasted February 2012. Price: £5,250/case of six IB.

Fonte: wineanorak.com

Sangiovese Purosangue: questo sabato e domenica a Roma c'è un grande evento sul Sangiovese di Montalcino


Davide Bonucci, mente ed anima dell'Enoclub Siena, è riuscito in un sogno: portare a Roma tutti i principali produttori di sangiovese di Montalcino, tra cui il grande Biondi Santi, per rivendicare pubblicamente la grandezza del Rosso di Montalcino, un vino che, nonostante qualche scettico, deve rimanere 100% sangiovese per continuare a rimanere grande ed appetibile dal mercato. 

Quasi 50 sono i produttori invitati che, durante la due giorni, presenteranno vecchie e nuove annate di Rosso di Montalcino, dimostrando la grandezza e la capacità di invecchiamento di un vino finora ingiustamente poco considerato e mal comunicato. 

Durante i due giorni della rassegna ospitata a Villa Aldobrandeschi saranno poi proposti anche dei seminari di approfondimento e altri eventi speciali:

Nella mattinata di venerdì 27 gennaio ci sarà l'attesa conferenza stampa con i seguenti relatori:

Davide Bonucci, presidente Enoclub Siena - Perché il Rosso. Perché adesso. Perché a Roma;
Stefano Cinelli Colombini, produttore della Fattoria dei Barbi - Il Sangiovese di Montalcino;
Enzo Tiezzi, agronomo, enologo, produttore dell'azienda Tiezzi - Storia del Rosso di Montalcino;


Altri interventi di produttori: Marino Colleoni (Sante Marie), Filippo Frediani (Marchesato degli Aleramici), Alessandro Mori (Il Marroneto), etc.
Gian Luca Mazzella, giornalista de Il Fatto Quotidiano - Il ruolo di Montalcino nell'Italia della denominazione d'origine tradita
Maurizio Castelli, enologo - Quarant'anni di esperienza a Montalcino
Domande e repliche. Seguirà degustazione riservata alla stampa e buffet


Nel pomeriggio di venerdì 27 gennaio, il primo seminario proporrà una degustazione verticale di introvabili Rosso di Montalcino prodotti negli anni '80 da Gianfranco Soldera, uno dei più prestigiosi e ricercati produttori di Montalcino; seguirà un secondo seminario con la degustazione comparativa di vini a base Sangiovese dalle principali zone vocate della Toscana. Al termine della giornata di assaggi è prevista una cena-incontro con i produttori, la stampa e gli appassionati.

Sabato 28 gennaio si terranno due seminari curati da Armando Castagno, critico di vino, cultore del Sangiovese, esperto di Montalcino e autorevole firma della rivista Bibenda. Alla mattina, una degustazione alla cieca di confronto tra Rosso di Montalcino e Village Bourgogne. Al pomeriggio, un approfondimento-degustazione attorno al concetto di zonazione, dei diversi terreni e quadranti presenti a Montalcino.

L'ingresso di 15,00 euro garantisce sia l'accesso ai tavoli di assaggio che ad un light buffet di accompagnamento. La partecipazione ai seminari e alla cena, è possibile solo su prenotazione.

Percorsi di Vino sarà il blog ufficiale della manifestazione e seguirò in diretta tutti gli eventi con interviste esclusive. Previste polemiche....

Quando: 27 e 28 gennaio 2012 

Dove: Villa Aldobrandeschi, Via Aldobrandeschi 14/16

Info e prenotazioni: Davide Bonucci 331 10.78.464, info@sangiovesepurosangue.it

Orari: Venerdì 27 Gennaio 2012: 13.00 - 19.30 Sabato 28 Gennaio 2012: 10.00 - 19.00. Dedicato agli operatori: 27 Gennaio ore 10.30 - 13.00



Sangiovese Purosangue a Roma: due giorni per rivendicare l'orgoglio autoctono del Rosso di Montalcino


Davide Bonucci, mente ed anima dell'Enoclub Siena, è riuscito in un sogno: portare a Roma tutti i principali produttori di sangiovese di Montalcino, tra cui il grande Biondi Santi, per rivendicare pubblicamente la grandezza del Rosso di Montalcino, un vino che, nonostante qualche scettico, deve rimanere 100% sangiovese per continuare a rimanere grande ed appetibile dal mercato. 

Quasi 50 sono i produttori invitati che, durante la due giorni, presenteranno vecchie e nuove annate di Rosso di Montalcino, dimostrando la grandezza e la capacità di invecchiamento di un vino finora ingiustamente poco considerato e mal comunicato. 

Durante i due giorni della rassegna ospitata a Villa Aldobrandeschi saranno poi proposti anche dei seminari di approfondimento e altri eventi speciali:

Nel pomeriggio di venerdì 27 gennaio, il primo seminario proporrà una degustazione verticale di introvabili Rosso di Montalcino prodotti negli anni '80 da Gianfranco Soldera, uno dei più prestigiosi e ricercati produttori di Montalcino; seguirà un secondo seminario con la degustazione comparativa di vini a base Sangiovese dalle principali zone vocate della Toscana. Al termine della giornata di assaggi è prevista una cena-incontro con i produttori, la stampa e gli appassionati.

Sabato 28 gennaio si terranno due seminari curati da Armando Castagno, critico di vino, cultore del Sangiovese, esperto di Montalcino e autorevole firma della rivista Bibenda. Alla mattina, una degustazione alla cieca di confronto tra Rosso di Montalcino e Village Bourgogne. Al pomeriggio, un approfondimento-degustazione attorno al concetto di zonazione, dei diversi terreni e quadranti presenti a Montalcino.

L'ingresso di 15,00 euro e garantisce sia l'accesso ai tavoli di assaggio che ad un light buffet di accompagnamento. La partecipazione ai seminari e alla cena, è possibile solo su prenotazione.

Percorsi di Vino sarà il blog ufficiale della manifestazione e seguirò in diretta tutti gli eventi con interviste esclusive. Previste polemiche....

Quando: 27 e 28 gennaio 2012 

Dove: Villa Aldobrandeschi, Via Aldobrandeschi 14/16

Info e prenotazioni: Davide Bonucci 331 10.78.464, info@sangiovesepurosangue.it

Orari: Venerdì 27 Gennaio 2012: 13.00 - 19.30 Sabato 28 Gennaio 2012: 10.00 - 19.00. Dedicato agli operatori: 27 Gennaio ore 10.30 - 13.00



Alle Galeries Lafayette di Parigi c'è la mia enoteca ideale


Se siete a Parigi e siete fanatici del vino non potete perdere uno dei posti più belli che un appassionato possa visitare: l'enoteca delle Galeries Lafayette
Fondate nel 1893, questi grandi magazzini sono la risposta francese ad Harrods soprattutto in termini di beni di lusso che, all'interno dei vari reparti disposti su sette piani, rappresentano spesso un mero sogno per un semplice turista come me. Soprattutto in fatto di vino.
Il reparto è diviso in due stanzone: la "Bibliotheque Des Vins" e, seguire, la "BordeauxThèque".
La prima sala non è altro che una "semplice" enoteca dove, tra i vari scaffali, possiamo trovare bottiglie di media qualità delle varie regioni vinicole francesi, dall'Alsazia alla Borgogna passando per la Provenza. Tante offerte, tanti libri e accessori sul vino e poco altro. All'inizio ero molto sconcertato, mi aspettavo di meglio, ma sapevo che da qualche parte si nascondeva la sorpresa. 
Infatti, in un angolino della prima sala, si nascondeva una parete tutta a frigo cantina contenente i (primi) tesori dell'enoteca: Romanée-Conti e Henri Jayer.





Due passi più là, un pò nascosta, c'è la "BordeauxThèque", una sorta di porta del paradiso per appassionati di taglio bordolese.
Ai quattro lati della sala i principali Premier Cru (Margaux, Lafite, Mouton Rothshild, Latour, Haut-Brion) francesi più Petrus e Chateau d'Yquem che si prende, con la sua "ruota" la parte centrale della stanza. 
Tutto qua? Già sarebbe molto ma la parte straordinaria è che ogni Chateaux è declinato nel tempo attraverso verticali storiche da brividi. Un esempio? Chateau d'Yquem prevede come prima bottiglia della verticale il millesimo 1899! La prima annate di Lafite disponibile è la 1938. E via così.....

La sala buia dove dormono i vecchi Bordeaux
La verticale di Lafite
La verticale di Petrus
La parte più bella è coreografica della sala, per me, è rappresentata dalla "ruota" del Sauternes dove, a partire dal 1899, Chateau d'Yquem si può ammirare in tutti i suoi colori...e sapori.



Come è logico pensare, i prezzi delle bottiglie sono un pò fuori mercato per i miei gusti visto che il Lafite 2000, venduto a 5000 euro a bottiglia, lo trovo a molto meno in giro per l'Europa. Ma, si sa, alle Galeries Lafayette si va per sognare e non per comprare....

James Suckling e la nuova Romanée-Conti siciliana


Qualche giorno fa su Twitter il signor James “Giacomino” Suckling ha scritto la seguente frase:


Le “soffiate” indicano Cornelissen come il possibile destinatario delle mire espansionistiche dell’ex collaboratore di Robert Parker. C’è chi parla invece di Franchetti come nuovo re della Borgogna siciliana.
Io sono un po’ allarmato da tutto questo perché non vorrei che Suckling produca “danni” anche in Sicilia, una terra enologicamente parlando ancora abbastanza pura e lontano da certa mondanità toscana. I prezzi poi, mediamente, sono ancora umani per cui l’americanizzazione del nerello abbinata a una certa spocchia borgognona potrebbe creare disastri anche per noi consumatori.

La corsa all’oro siculo è iniziata?

Arte e vino a Roma: I vini dell’Imperatrice. La cantina di Joséphine alla Malmaison


Ancora arte abbinata al vino. Questa volta vi propongo una interessante mostra al Museo Napoleonico di Roma dove tra preziosi calici per lo champagne, bicchieri per acqua e vino, caraffe, rinfrescatoi, etichette e bottiglie sono in mostra “I vini dell’Imperatrice. La cantina di Joséphine alla Malmaison (1800– 1814)” che, dopo la tappa parigina e quella svizzera, é stata presentata stamattina al Museo Napoleonico di Roma.


L’esposizione promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione – Sovraintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale – Museo Napoleonico, realizzata in collaborazione con la Réunion des musées nationaux, il Musée national des Châteaux de Malmaison et Bois – Préau e il Musée Napoléon Thurgovie, château et parc d’Arenenberg, è a cura di Maria Elisa Tittoni e Giulia Gorgone, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura. 

L’idea della mostra nasce dalla lettura dell’inventario, redatto nel 1814 dopo la morte dell’imperatrice Joséphine – prima moglie di Napoleone – nel quale è descritto il contenuto della cantina della Malmaison, dove erano custodite oltre 13.000 bottiglie. La lista dei vini offerti agli ospiti in visita al castello comprendeva un’incredibile quantità di diversa provenienza geografica. I migliori vini di Bordeaux, di Borgogna e di Champagne trovavano posto accanto ai vini del Languedoc-Roussillon, della penisola iberica, a vini italiani come il Picolit , il vermouth e il rosolio. La presenza del rhum e di “liquori delle isole” rimanda alle origini creole di Joséphine. 


La mostra vuole anche analizzare l’evoluzione, in epoca imperiale, della produzione vinicola e della sua commercializzazione grazie ai progressi dell’industria vetraria che incidono soprattutto sul perfezionamento della forma delle bottiglie.


Varie tipologie di bicchieri e di calici, esposti accanto a secchielli da ghiaccio, rinfrescatoi, coppe per il punch in cristallo e in argento, esaltano, grazie alla loro eleganza, la raffinata arte del ricevere e testimoniano i progressi tecnici della cristalleria francese facendo conoscere altresì l’evoluzione delle abitudini a tavola all’indomani dell’epoca rivoluzionaria. Una serie di oggetti posteriori all’Impero mostra le trasformazioni cui andarono incontro le produzioni di cristalleria, le tecniche di imbottigliamento e di etichettatura durante la prima metà del XIX secolo e fino all’alba del Secondo Impero.

Saranno esposti 148 oggetti legati alla cultura del bere e documenti provenienti dalle collezioni della Malmaison, di Fontainebleau, di Compiègne, dal Musée Louis-Philippe d’Eu, dal Musée Carnavalet, dal Musée des Arts Décoratifs, dal Musée National de Céramique di Sèvres, dalla Fondation Napoléon, dal Musée Napoléon Thurgovie, château et parc d’Arenenberg e dal Museo Napoleonico di Roma. In mostra anche materiali provenienti da collezioni private e dagli archivi di famose case di produzione vinicola come la Moët et Chandon.

Museo Napoleonico
 
Piazza di Ponte Umberto I, 1

Orari: martedì – domenica; ore 9-19. La biglietteria chiude 30 minuti prima; chiuso il lunedì.

Biglietto intero € 7 ridotto € 6: cittadini della comunità Europea di età compresa tra i 6 e i 25 anni e superiore ai 65 anni; cittadini residenti a Roma tra i 18 e i 25 anni; per le categorie previste dalla tariffazione vigente. 
Gratuito: sotto i 6 anni di età; cittadini residenti a Roma di età inferiore ai 18 e superiore ai 65 anni; per le categorie previste dalla tariffazione vigente

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Fonte: http://museiincomuneroma.wordpress.com

La Borgogna di Armand Rousseau: Charmes-Chambertin 2005


Parli di Armand Rousseau e ti viene in mente subito la Borgogna, la terra dei balocchi per ogni iniziato al grande vino.
Parli di Armand Rousseau  e, per chi c’è stato, ti vengono in mente i suoi 14 ettari di vecchie viti di pinot nero di cui 2 a Village, 3,5 a Premier Cru e 8,5 di pura essenza Grand Cru.


Un’elevata densità di impianto (11.000 ceppi per ettaro), basse rese (siamo a 30-40 ettolitri per ettaro), nessun uso di fertilizzanti e una vinificazione tradizionale sono i presupposti essenziali di una produzione media di 65.000 bottiglie, piccole perle enologiche che ogni anno deliziano i palati di quei fortunati che possono permettersi di bere queste rosse emozioni borgognone.


Dei 30 ettari del vigneto Charmes-Chambertin, il più grande di Gevrey, il Domaine possiede solo un piccolissimo fazzoletto di terra di circa un ettaro e mezzo che ogni anno, per quella combinazione alchemica chiamata Terroir, dà vita a piccoli capolavori enologici, uno dei quali è arrivato su una tavola di Roma e regolarmente stappato.


Bere oggi un 2005, annata considerata “mitica” dagli esperti di Borgogna, potrebbe essere un’arma a doppio taglio perché potrebbe presentarsi l’incognita di aprire bottiglie che, nella loro fase di vita, sono in netta chiusura per poi tornare ad esprimersi ad alti livelli solo tra qualche anno, magari decenni.


Corriamo il (presunto) rischio e con grande gioia ogni paura viene spazzata via: il vino ha un naso profondo dove giocano intense sensazioni di frutta rossa, scorza di arancia, violetta, liquirizia, muschio e un lieve eco vegetale.

Al palato c’è tanta materia, grande profondità e, soprattutto, una purezza davvero emozionante. Non so come spiegarlo ma è come se un equalizzatore abbia filtrato tutti i segnali organolettici per compensare eventuali disuniformità e regalare al degustatore solo sensazioni nitide e sulla stessa lunghezza d’onda.

Bottiglia da 150 euro con cui si capisce decisamente perché Dio ha voluto il Pinot Nero.

Parliamo di pesticidi nel vino?

Appassionato:”Utilizzate prodotti di sintesi in vigna?”
Produttore:”Assolutamente no, pur non essendo un’azienda certificata Bio in vigna usiamo solo rame e zolfo e, in generale, solo prodotti organici. Ripeto, solo se c’è necessità, altrimenti non diamo nulla”.

Quante volte, durante le mie visite in cantina, ho sentito questo ritornello dalla maggior parte dei produttori che, in maniera più o meno convinta, non avevano timore a bollare come diaboliche tutte le pratiche volte ad usare pesticidi all’interno del loro vigneto.


Sono stato sempre fortunato oppure sono state tante le volte che sono stato preso in giro
?


La risposta me la do ogni volta che leggo i risultati delle indagini tese a scoprire cosa mettiamo nel nostro organismo ogni volta che mangiamo e, in questo caso, beviamo un vino.


Il tema non è nuovo. Già nel 2008 se ne occupò la trasmissione Report all’interno della quale Francois Veilleret, esponente di
Pesticides Action Network Europa, attaccò senza mezzi termini la grande produzione francese dichiarando testualmente:Con i nostri colleghi europei abbiamo analizzato qualche decina di bottiglie di vino rosso e abbiamo mostrato che il 100% dei vini che deriva da viticoltura intensiva conteneva residui di pesticidi. In questo vino di Borgogna abbiamo trovato 5 differenti pesticidi. Questi, per esempio, sono possibili cancerogeni, ma anche questo, questo è tossico per la riproduzione e lo sviluppo del feto e questo interferisce con gli ormoni.Questo per la Borgogna. Per il Bordeaux abbiamo trovato una bottiglia contaminata con …uno, due, tre, quattro …9 residui differenti, un cocktail tossico. A livelli a volte molto alti come per questo Bordeaux di alta qualità, c’era un livello di Pirimetanil di 233,8 microgrammi per litro che è 2 mila 333 volte il limite ammesso nell’acqua, nell’acqua da bere, di rubinetto. Più di 2 mila 300 volte, inaccettabile per una sostanza classificata possibile cancerogena
Dopo due anni le cose non sono migliorate, anzi.


L’ultima ricerca pubblicata su Repubblica svela che, per quanto riguarda i prodotti derivati come il vino, su un totale di 1435 campioni, il 2,7% risulta irregolare (era pari a zero lo scorso anno) e ben il 9,3% (+2,8% rispetto al 2008) presenta più residui. In particolare vino e pane sono i prodotti che presentano le principali irregolarità: rispettivamente dell'1,9% e dell'8,8%. Invece, miele e vino presentano il maggior numero di residui.

Tutto qua? No. L’indagine svela che in Friuli Venezia Giulia tre campioni di vino sono risultati contaminati da Procimidone, un fungicida considerato potenzialmente cancerogeno secondo l'Epa, l'agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti, ma non nell'Unione Europea.

Da segnalare, poi, che fino al 30 aprile 2011 alcuni prodotti a base di Rotenone, un insetticida bandito dall'Ue, sono consentiti per l'impiego sulle colture di mela, pera, pesca, ciliegia, vite e patata.

A tutto questo schifo aggiungo una provocazione per i produttori Bio: siete sicuri che il vostro vicino che bombarda il vigneto con tutti i pesticidi del mondo non stia contaminando anche voi?
Purtroppo contro il vento che porta certe sostanze c’è poco da fare. O no?


Ah, dopo tutto questo, la risposta alla prima domanda mi è più chiara!!

I terroristi del vino in Borgogna

Non c’è molto da scherzare perché di matti nel mondo ce ne sono tanti e la storia seguente ne è la riprova.

Un uomo, ex detenuto che aveva lavorato nei vigneti della Borgogna, ha inviato una serie di lettere minatorie al Domaine de la Romanée-Conti minacciando loro di avvelenare tutti i vigneti se non avessero pagato un milione di euro.
Secondo quando trapelato dalle agenzie di stampa la stessa tipologia di lettera è stata inviata anche al Domaine Comte Georges de Vogue che ha subito la stessa minaccia per il suo vigneto di Musigny.

Per dimostrar loro la determinazione, il ricattatore aveva scritto nella lettera di aver già avvelenato due vitigni particolari che, per precauzione, sono stati immediatamente estirpati e consegnati alle autorità dalla stessa proprietà. Stessa sorte è accaduta per due vitigni del Grand Cru Romanée-Conti che sono stati fatti analizzare per precauzione.
Fortunatamente, promettendogli un falso riscatto da versare presso il cimitero di Chambolle-Musigny, l’estortore è stato arrestato anche se la paura per Aubert de Villaine, condirettore del DRC, è ancora viva visto che questa sorta di terrorismo enologico può essere esteso a tutti i più grandi vigneti al mondo.


Foto tratta da Il Giornale del Vino

Esistono vini sopravvalutati?

Avete mai pensato, dopo aver aperto la bottiglia dei vostri sogni, di aver buttato i vostri soldi? A me, ad esempio, è capitato moltissime volte e non solo in riferimento a vini costosissimi. Mi succede spesso quando degusto molti supertuscan da 30/40 euro che tutto mi danno tranne che emozioni.
Ma quand’è che un vino è sopravvalutato? Seguirei in questo caso due strade: vini che presentano un rapporto qualità\prezzo pessimo e vini che hanno ricevuto voti strabilianti e che al bicchiere mostrano tutta la loro debolezza.
E’ chiaro che in entrambe i casi stiamo di fronte a valutazione puramente soggettive visto che per il russo coi soldi spendere 500 euro per un Masseto potrebbe costituire un affare mentre per altri, invece, potrebbe essere un furto.
In termini di qualità prezzo la cosa migliore sarebbe quella di degustare vini della stessa tipologia alla cieca, dare loro un punteggio, e solo dopo scoprire quanto costa quello che si è bevuto.
In tal senso, e mi espongo, ritengo il Masseto un’etichetta sopravvalutata come rapporto q/p di fascia alta. Mi spiego meglio: è sicuramente un bel merlot, ottimo in certe annate come la 2001, però mai e poi mai spenderei certe cifre per comprare un vino che, in media, non regge un lungo invecchiamento (le annate ’90 sono per me tutte in fase di decadenza spinta). A questo punto, con la stessa spesa, mi compro qualche Bordeaux serio oppure viro la mia scelta su altri merlot come il Messorio che, nonostante tutto, ha un costo minore di almeno un terzo. Per non parlare del Montiano che, seppur piacione e costruito come molti dicono, nelle grandi annate come 1997 e 2001 potrebbe dare i resti a molti compagni blasonati con una spesa che non supera mai i 30 euro al ristorante.
Butto là un’altra provocazione. Romanée Conti per me è un vino sopravvalutato, parliamo sicuramente di una bevuta assimilabile ad un’esperienza mistica, però spendere 10.000 euro per un vino, seppur immenso e mitico, è troppo. Alla cieca un La Tache, tanto per rimanere in famiglia, potrebbe schiantarlo con un risparmio notevole sul portafoglio.
E i vini premiati dalle guide e, soprattutto, da Parker dove li mettiamo? 100/100 possono cambiare la vita del produttore e far schizzare in alto il prezzo di bottiglie che solo il critico americano ha giudicato di grande qualità e futuro. L’esempio classico italiano? Il Solaia 1997, miglior vino al mondo secondo Wine Spectator, che dopo aver ricevuto il premio è passato in enoteca dalle 80 mila lire alle 400 mila lire (oggi si vende a circa 250 euro di media). Bene, se lo aprite non troverete un cattivo vino, anzi, ma un prodotto che non vale quel prezzo, tanto meglio aprire un Solaia 1994 che costa meno della metà ed è un ancora emozionante. Finchè parliamo di Solaia, comunque, rimaniamo nella sfera dei prodotti premiati, sopravvalutati ma, nonostante tutto, buoni. Vi è mai capitato invece di aprire una bottiglia premiata e di “lavandinare” subito il contenuto perché inacettabile?

Io la risposta ce l’ho, tutti i vini valutati da Maroni con un IP sopra 90…..

Lo spumante metodo classico di Sergio Mottura

Il tempo è di quelli infami, non ho ancora fatto il cambio di stagione e la mia macchina pompa calore a più non posso. E’ Maggio, siamo al 15 Maggio e in Italia non smette di piovere e far freddo, le campagne attorno a Civitella d’Agliano e la Valle del Tevere sono ancora strette ad un letargo invernale che non sembra finire mai.
Nonostante questo, nonostante la stagione viticola sia già in parte compromessa, Giuseppe Mottura ci accoglie con un sorriso grande come la Tana dell’Istrice, un’antica residenza del ‘500 che ora ospita il suo agriturismo e la sua bellissima cantina.
E’ la più bella che sin d’ora ho visto nel Lazio, sicuramente una delle più suggestive in Italia, un dedalo di cunicolo scavati nel tufo vivo dove tutto è storia, tradizione, lavoro, fatica e….vino.
Negli angoli semi bui della cantina si scorgono le barrique, nuove e usate, che Mottura utilizza per l’affinamento dei suoi vini, tra le tante scorgo anche quelle “mitiche” acquistate da Luis Latour, negociant della Borgogna a cui deve il nome uno dei vini di punta dell’azienda: il Latour a Civitella.
Sergio Mottura non è solo grechetto ma, ve lo anticipo, anche grande spumante metodo classico i cui segreti sono gelosamente contenuti nei meandri oscuri della sua cantina, tra pupitre piene zeppe di bottiglie in attesa della loro dose quotidiana di remuage manuale e bottiglie impolverate dal tempo che aspettano il momento giusto per essere golosamente bevute.
Lo ammetto, in quel momento, tra quei vicoli nel tufo, non ero a Civitella d’Agliano, a pochi passi da casa mia, ma ero proiettato virtualmente Francia., tra la muffa dei muri respiravo a pieni polmoni tocchi di Bordeaux, Borgogna e Champagne.
Saliamo i gradini con un po’ di nostalgia e ci introduciamo nella bella sala di degustazione dove ci aspettano i trepidanti bicchieri. Hanno sete anche loro.
In controtendenza con la maggior parte degli articoli apparsi su internet e carta stampata, sul mio blog, per questa volta, non parlerò del loro splendido grechetto, tanto lo sappiamo tutti quanto è buono il Poggio alla Costa o il Latour a Civitella.
Le seguenti righe le vorrei dedicare ad un altro pezzo di storia dei Mottura, quello spumante metodo classico che ho visto produrre con i miei occhi, la cui idea in azienda ha preso forma nei primi anni ’80 contro la volontà di tutto e tutti, anni difficili, anni in cui era più facile fare il “frascatello” color carta da dare in pasto agli osti di tutta Roma.
Lo spumante Mottura è 100% chardonnay proveniente dal vigneto “S.Martino”, un impianto datato 1979 la cui coltivazione, come tutte le altre del resto, segue le regole biologiche: solo concimi organici e prevenzione delle malattie crittogamiche con rame e zolfo. Nessun insetticida. Cinque anni sui lieviti e, dopo la sboccatura, due mesi di bottiglia danno vita ad un prodotto davvero unico nel Lazio, un metodo classico che nulla deve invidiare alle bollicine trentine e della Franciacorta.

Il millesimo 2005, l’ultimo nato, ha un perlage finissimo, persistente, l’olfatto ricorda la scorza di agrume, la mela cotogna, la pesca, il pane della Tuscia Viterbese. Stessa rispondenza al sorso, ampio, profondo e per nulla banale.
Giuseppe sparisce un attimo e torna con un’altra bottiglia di spumante, non mi fa vedere l’annata, è una sorpresa e, comunque, potrei scoprirla da solo (dice lui). Il tappo all’apertura tradisce i suoi anni, non pare più un fungo ma un proiettile conficcato nel collo della bottiglia. Il perlage è ancora fine, di buona persistenza.
Metto il naso, sono consapevole che sto odorando un pezzo di storia, riconosco facilmente l’agrume candito, la cotognata, il sapido minerale, poi escono le arachidi, tocchi di camomilla. Non ha grandissima complessità olfattiva, non lo paragonerei ad uno champagne di pari annata ma è ugualmente emozionante.
In bocca non tradisce, direi che migliora decisamente con una spina acida davvero importante che tiene su tutta la struttura del vino che al palato sa tanto di sassi e frutta gialla matura. Bella progressione finale.
E’ un 1992. Una delle poche perle laziali nascoste. Chapeau!