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Il corretto abbinamento del vino in Giappone?!?

 Notizia del giorno

Ha servito i suoi genitali in un banchetto 'esotico' organizzato a Tokyo, sfamando ben sei diversi gastronomi.
Il suo nome è Mao Sugiyama ed è un artista giapponese dalle idee sicuramente bizzarre.
"Offro i miei genitali maschili (pene, testicoli, scroto) come pasto per 100.000 yen. Li preparerò seguendo le preferenze del compratore" sono state le parole con cui lo chef ha presentato la sua offerta su Twitter.
Avrà un non so che di macabro, eppure sono stati in sei a presentarsi per consumare il singolare pasto.
Mao Sugiyama si descrive come "asessuato", visto che non si riconosce né con gli uomini né con le donne. Qualche giorno dopo il suo 22esimo compleanno, il ragazzo si è sottoposto a un'operazione per asportare i genitali. Poco dopo l'intervento, si è presentato al banchetto dove ha servito la sua cena.
Inevitabile è stato lo scoppiare della protesta. Pare che un portavoce della polizia si sia giustificato dicendo che gli agenti non sono potuti intervenire perché "il cannibalismo in Giappone non è illegale". 

DOMANDONA

 Il bravo sommelier che vino dovrebbe abbinarci? Io ho la risposta!!


P.S.: lo so, è il mio peggior post di sempre ma certe cose me le servono su un piatto d'argento...no, non quelle cose...

Jeannie Cho Lee tra vino e cibi asiatici


Interessante articolo tratto da Il Sole 24 Ore dove viene presentata Jeannie Cho Lee, Master of Wine di Hong Kong, grande esperta di abbinamenti tra cibo orientale e grandi vini. 
Un personaggio molto potente che, a detta del giornale economico, può influenzare il destino di  un marchio, soprattutto se si vuole sfondare nel mercato asiatico.
Leggiamo l'articolo insieme.


Se siete dei produttori di vino, date retta: mandate una cassa delle vostre bottiglie a Jeannie Cho Lee, la Master of Wine di Hong Kong che sta ridefinendo la cultura culinaria di tutta l'Asia. Come una sorta di San Pietro che decide a chi aprire le porte del paradisiaco, sterminato mercato orientale, questa sottile ed elegante signora di origini coreane è considerata la maggiore esperta di abbinamenti cibo-vino di tutta l'area e soprattutto la più influente sulle abitudini dei consumatori.
Quarantadue anni, quattro figli, quattro lingue parlate fluentemente, un curriculum in cui compaiono Oxford, Harvard e perfino Cordon Bleu, un sito e un blog, Jeannie è un'instancabile reporter (tra l'altro per Decanter e Wine Spectator). «Quando a 19 anni sono venuta a studiare in Europa ho preso il virus del vino: mi facevo mandare fondi di emergenza dai miei genitori che spendevo in ristoranti di lusso, ordinando bottiglie sempre diverse», ricorda. «In Asia si producono da sempre distillati e vini di cereali e frutta, ma sono relegati a occasioni rituali o a pulire il palato tra una portata e l'altra, e comunque sono piuttosto blandi nel gusto. Viaggiando tra Italia, Spagna e Francia ho invece scoperto il fascino delle differenze di stile, delle sottigliezze dei vari terroir. Il vino si è rivelato lo specchio del mio amore per il cibo, soprattutto per quello asiatico, altrettanto ricco di sfumature, spezie e ingredienti», racconta con l'entusiasmo della ragazzina che ha incontrato la sua rockstar preferita. 
Dopo anni di onorata professione come giornalista e consulente, continua a commuoversi e a sgranare gli occhi quando parla di una buona annata, senza alcuna parvenza di quelle arie un po' blasé che amano darsi molti dei suoi colleghi.


Eppure è a lei che si deve la prima e tuttora unica guida esaustiva sull'unione tra vino e cibo orientale: Asian Palate, un manuale che ha la chiarezza di quelli della serie "per negati" e l'aspetto del classico coffee-table book (a breve comparirà la versione iPad, molto più utile al ristorante o quando si fa la spesa). «La risposta del pubblico è stata incredibile», si stupisce l'autrice, che sottolinea di aver scritto il libro per sé - per fare ordine tra più di cinquanta quaderni di appunti - e per i consumatori asiatici. 
«In Europa e in America ogni chef ormai usa ingredienti orientali. Ma è al foodie di Mumbai, di Tokyo e di Seul che ho pensato scrivendo, per insegnargli delle linee guida di base: come accompagnare un piatto a seconda che il suo gusto predominante sia dolce, salato, amaro, acido o umami (miso, funghi, alghe ndr). I tannini esagerano i gusti forti e piccanti, ma molti rossi vanno bene con i cibi speziati, l'importante è che siano corposi».


Secondo Jeannie, Merlot e Shiraz fruttati e rotondi sono un ottimo accompagnamento per curry indiani o thailandesi. E piatti delicati come il sushi possono essere esaltati da grandi rossi maturi, come un Borgogna del 1997 o precedente. «Ma è soprattutto la versatilità di un vino che diventa fondamentale con un pasto orientale, sempre composto da un minimo di sei o sette piatti a loro volta accompagnati da una miriade di salse diverse. Con fritti, zuppe, stir-fry e condimenti a base di aceto consiglio Champagne, Sauvignon Blanc neozelandesi, giovani rossi del Nord Italia».
Asian Palate, che ha vinto il premio Gourmand 2010 come miglior libro sugli abbinamenti cibo-vino, fa molto affidamento sul carisma personale di Jeannie: in copertina, invece di una ciotola di ramen e un calice di Châteauneuf-du-Pape, c'è la bella Master of Wine in abito da sera con strascico rosso fuoco; all'interno foto che la mostrano annusare rossi e bianchi nonché paragrafi intitolati «I top 5 di Jeannie». Metterci la faccia evidentemente funziona.
A chi voglia fare breccia nel mercato asiatico l'esperta consiglia infatti di andare di persona a presentare le proprie cantine a mercanti, ristoratori e fiere, puntando su un prezzo abbordabile e sull'immagine del marchio. «È ancora presto per spingere sulle qualità intrinseche del vino, soprattutto in Cina, un mercato che ha ancora bisogno di essere educato. Pensi che alcuni produttori locali rifilano vino di seconda scelta ai consumatori meno consapevoli dell'area centrale, e vendono con la stessa etichetta quello migliore nella grandi città! Senza parlare delle contraffazioni, che prendono particolarmente di mira i rossi francesi e i bianchi australiani e neozelandesi di fascia medio-bassa».


Asia però non vuol dire solo Cina. «Lo scenario è molto variegato - spiega Jeannie -. Il mercato più maturo è quello giapponese, il maggior importatore sia per volume che per valore, e la seconda nazione al mondo per numero di sommelier dopo l'Italia. Seguono Singapore e Hong Kong, l'hub del vino per tutto il continente. In ogni caso è l'intera regione a crescere a gran velocità: la fortuna di Asian Palate, esaurito in pochi mesi, dipende dal fatto che è uscito nel momento giusto». Poi stempera tanta modestia sorridendo: «Comunque io amavo il vino prima che fosse di moda».

Voi abbinate il vino rosso col pesce?

Sarà che io un bel bicchiere di Chianti, servito non troppo caldo, a volte lo abbino con goduria alla zuppa di pesce, sarà che i giapponesi non sono cime in fatto di vino, sarà che mi sembra la solita notizia scientifica che poi verrà subito smentita, però leggiamo lo stesso quello che ci scrive il Corriere della Sera (e che molti blog hanno già ripreso):

I giapponesi non sono esattamente i più grandi estimatori del buon vino. Ma proprio dalla terra del sakè arriva la prova scientifica di quanto dalle nostre parti è considerato quasi l'ABC dell'abbinamento fra vino e portate: con la carne si beve il vino rosso, col pesce il bianco. FERRO – Il diktat, secondo i nipponici, sarebbe nato perché i vini rossi, in abbinata a orate e gamberi, lasciano in bocca un retrogusto spiacevole, «pescioso», per colpa del loro contenuto di ferro, mediamente maggiore rispetto a quello dei vini bianchi. I ricercatori, che hanno pubblicato i loro risultati sul Journal of Agricultural and Food Chemistry , hanno apparecchiato un pasto a base di frutti di mare ad alcuni volontari, tutti conoscitori dei vini (c'è da chiedersi dove li abbiano trovati in Giappone, ma questa è un'altra storia). Poi hanno servito loro 38 vini rossi e 26 bianchi (ma anche due tipi di sherry, un porto e un madeira), con un contenuto variabile di ferro che dipendeva dal Paese d'origine, dai vitigni presenti, dall'annata. Il verdetto è chiaro: quando il vino conteneva una maggior quantità di ferro (e questo accade soprattutto coi rossi) dopo il pasto restava in bocca più facilmente un sapore poco gradevole. Tanto che il problema scompariva se al vino «ferroso» si aggiungevano enzimi in grado di legare il ferro.

ECCEZIONI – Takayuki Tamura, che ha coordinato gli esperimenti e lavora per un'azienda giapponese produttrice di vini, sottolinea come il ferro sia il fattore-chiave nella scelta del vino da abbinare al pesce: «Fino a oggi era impossibile prevedere «a scatola chiusa» se una bottiglia potesse essere più o meno adatta a un pranzo a base di pesce, perché non sapevamo quali elementi contribuivano a lasciare un sapore sgradevole dopo il pasto. Ora sappiamo che bisogna guardare il contenuto di ferro». Ciò non significa che tutti i rossi siano da evitare, come si affretta a specificare Tamura: «I rossi poco “ferrosi” possono costituire un ottimo abbinamento». Il giapponese così si salva in corner: le eccezioni alla regola infatti non mancano, e da qualche tempo pare quasi chic scegliere un bel rosso per accompagnare un branzino. «Con il pesce si può tranquillamente bere anche un vino rosso o rosato – spiega Terenzio Medri, presidente dell'Associazione Italiana Sommelier –. L'importante è che si rispetti l'unica regola aurea degli abbinamenti fra vino e cibo: nessuno dei due sapori deve sovrastare l'altro, come in un matrimonio perfetto. La nostra associazione già da anni sperimenta in questo senso, nella ricerca dell'equilibrio fra il gusto della pietanza e quello del vino: se uno dei due elementi prevale sull'altro, l'abbinamento è sbagliato». Come si riconoscono le “accoppiate” giuste? Con l'allenamento del palato, secondo Medri: «Studiando e provando, diventa del tutto naturale capire quando si raggiunge l'equilibrio perfetto».

Fonte: Corriere.it

A Natale se ne vedono di tutte, anche l'abbinamento tra Franciacorta e cioccolato

Girovagando per la rete (http://www.alimentapress.it/dblog/articolo.asp?articolo=2898) mi sono imbattuto in questo articolo. All'inizio non volevo credere ai miei occhi, però poi leggendo bene l'incubo si è trasformato in realtà: stanno davvero abbinando lo spumante, Franciacorta che sia, al cioccolato, alimento che, data la sua grassezza lo vedo abbinanato solo ad un ottimo distillato, ad esempio un rum agricolo. E questi invece che fanno? Sfruttando l'ignoranza delle persone, enologicamente parlando, ci stanno facendo credere che possa reggere questo tipo di abbinamento. Provare per credere? No grazie! A voi il giudizio dell'articolo:

Quando due piaceri s’incontrano nasce un abbinamento sublime e insolito. Questo il pensiero alla base della proposta che, per la prima volta, fa incontrare il Franciacorta Rosè e il cioccolato goloso.
Una proposta unica di Bersi Serlini, cantina in Franciacorta dal 1886, e di T’a - sentimento Italiano, il nuovo Brand di Tancredi e Alberto Alemagna. Una Magnum Rosé (Chardonnay 70% and Pinot Noir 30% ) e 15 cioccolatini (latte 40% con aggiunta di Gianduia) sono racchiusi in una seducente confezione che comunica attraverso un contrasto di colori che esaltano le caratteristiche dei due prodotti: un caldo e voluttuoso marrone cacao con inserti di un acceso e dirompente rosa fucsia. L’effetto del Franciacorta Bersi Serlini Rosè su questo cioccolato, a lungo studiato dai maestri cioccolatieri di T’a – sentimento italiano, è sorprendente: morbido cioccolato, solleticato da delicate bollicine che liberano un piacere profondo.
Un regalo originale che parla di piacere e di gusto a chi durante le feste vuole per sé e per i propri cari un momento unico, nella migliore tradizione delle famiglie Bersi Serlini e Alemagna. Cioccolato&Rosè è distribuito in scatole limited edition nelle migliori enoteche, gastronomie e boutique del cibo goloso.
Bersi Serlini, in Franciacorta dal 1886, è una storica azienda che si contraddistingue per la forte vocazione alle bollicine DOCG e produce vini con immutata passione da tre generazioni. Otto i Franciacorta prodotti, otto le tipologie di questo straordinario vino che raccontano l’unicità e l’originalità di un’azienda che ha saputo coniugare tradizione e modernità, territorio e innovazione, passione e cultura. Arricchiscono e completano la gamma dei prodotti le piccole produzioni di Curtefranca DOC, bianco e rosso, e quella delle grappe. Le bollicine Bersi Serlini sono quasi interamente prodotte con uve Chardonnay, il vitigno per eccellenza, che dona eleganza e finezza, finissimo perlage e profumi floreali nel bicchiere. Energia elegante, bollicine finissime, danza nel bicchiere, piaceri intimi ed eleganti nel palato. Energia pronta a festeggiare. I vigneti, 35 ettari interamente di proprietà dell’azienda, sono coltivati applicando i principi della Coltura Ecoambientale, con un ridotto utilizzo di trattamenti e quindi un maggiore rispetto per l'ambiente. T’a - Sentimento Italiano è un brand nuovo e giovane che combina tradizione e creatività. Il cioccolato T’a – Sentimento Italiano, fatto a regola d’arte, nato dal desiderio di Tancredi e Alberto Alemagna, giovanissimi e appassionati, di raccogliere un’eredità familiare votata alla qualità e all’innovazione, è proposto come lusso goloso da concedersi soli o da condividere in ogni occasione.

STILTON E PORTO: ABBINAMENTO VINCENTE

Lo Stilton è ancora prodotto come quando Daniel Defoe, nel 1727, all'interno del suo “Viaggio attraverso Inghilterra e Galles”, scriveva che egli “passava attraverso Stilton, la città famosa per il formaggio”. Oggi, come ieri, il latte fresco appena pastorizzato viene versato in una vasca aperta in cui vengono aggiunti alcuni batteri specifici e la ”penicillina roqueforti”. Una volta che i cagli di latte si sono formati, il siero rimanente viene rimosso e questi vengono lasciati asciugare tutta la notte. Il mattino seguente, i cagli vengono tagliati in blocchi per permettere un ulteriore drenaggio prima di essere macinati e salati. Ogni formaggio richiede circa 11 kg di cagli salati che vengono messi dentro ad una forma cilindrica. Le forme, dopo essere state riposte, vengono girate ogni giorno per permettere un ulteriore naturale drenaggio di 5 o 6 giorni. Questo assicura la regolare distribuzione del morbido contenuto e fa si che, senza che il formaggio venga mai pressato, si formi la tipica “pasta sbriciolata”, requisito importante per la fondamentale fase di “imbluimento”. Dopo 5 o 6 giorni, i cilindri vengono rimossi e l’involucro di ogni formaggio viene sigillato mediante levigatura o avvolgimento in modo da prevenire che l'aria possa entrare nel formaggio. I formaggi vengono poi trasferiti in speciale ambienti per la maturazione dove la temperatura e il livello di umidità sono attentamente controllati. Inoltre, durante tutto il periodo di riposo, ogni formaggio viene regolarmente girato.. Dopo circa 6 settimane, il formaggio ha formato la caratteristica crosta dello Stilton ed è pronto per essere bucato con speciali puntine di acciaio inossidabile. Questo procedimento permette all’aria di penetrare all’interno del formaggio e questo determina la creazione delle magiche venature blu associate allo Stilton. Dopo 9 settimane di maturazione, ogni formaggio pesa circa 8 kg ed è pronto per essere venduto. Ma prima che questo accada, ogni formaggio viene testato con uno speciale “ferro” per il formaggio. Il ferro viene utilizzato per sondare il formaggio ed estrarne un campione. Dall’ispezione visiva e olfattiva, il controllore è in grado di determinare se il formaggio è pronto per essere marcato e venduto come Stilton.

L'abbinamento tradizionale dello Stilton è con il Porto, binomio che la storia ci insegna è stato posto in essere più per necessità che per golosità. Non essendoci infatti, in passato, la possibilità di conservarlo al meglio per lungo tempo, gli insetti proliferavano al fondo dei contenitori di porcellana in cui veniva tenuto. Il Porto, in questo ambito, veniva versato periodicamente per annegare le simpatiche bestiole e, in generale, per preservarlo da agenti patogeni. Qualcuno poi ha scoperto che dava anche molto gusto al formaggio. Il modo più caratteristico oggi di degustare Stilton e Porto è prendere una forma di Stilton, togliere la crosta e scavare un buco a forma conica per 3/4 della profondità, versare il Porto e lasciare macerare per qualche giorno sino a completo assorbimento del vino da parte del formaggio. Da consumare con crostini caldi e un bel bicchiere dello stesso Porto versato nello Stilton.

Quale Porto utilizzerei? Un Porto Vintage 1997 di Quinta do Tedo dai bei profumi di rosa canina, frutta secca, prugna, chiodi di garofano, cioccolato e tabacco da pipa. Grande vino per un grande formaggio.