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Symposio 2007 - Feudo Principi di Butera


Leggi Symposio e subito ti viene in mente il Vinitaly dello scorso anno dove Zonin, con un’abile e innovativa operazione di marketing, ha chiamato 13 wine-blogger, ristoratori, giornalisti ed esperti per dar vita al progetto Myfeudo che ha avuto come obiettivo quello di creare il primo vino “open source” ascoltando anche le opinioni di opinion leader e consumatori finali.


Il Symposio era già un vino progettato quando l’operazione Myfeudo è partita e così, dopo che i 13 partecipanti hanno avuto il piacere di degustarlo in anteprima durante l’ultimo Vinitaly, la tenuta siciliana di Zonin,  Feudo Principi di Butera, si è messa all’opera e ha prodotto circa 6000 bottiglie di quello che oggi è il Symposio 2007, blend composto dalle seguenti percentuali: 65% Cabernet Sauvignon, 30% Merlot e 5% Petit Verdot.
Versando il vino nel bicchiere si notano già dei lievi riflessi granato del colore, sintomo di un vino che sta evolvendo e che, data la giovane età, forse sta mettendo i capelli bianchi troppo presto.

Francesco Zonin
Il naso, inizialmente, è segnato da note scure di frutta di rovo, ribes, china, a cui fanno eco delle sensazioni dolci, legno o surmaturazione del frutto, che rendono meno elegante il quadro olfattivo. Col passare del tempo il vino cambia, si chiude, diventa quasi inaccessibile, timido, come se fosse ritroso, giustamente ritroso, a farsi analizzare da me. Solo dopo un’ora si apre di nuovo e tira fuori timide sensazioni di spezie dolci e grafite.

L'etichetta. Fonte: Enoiche Illusioni
In bocca purtroppo non ci siamo: se all’olfattiva potevo perdonare l’eccessiva dolcezza di certe note, al sorso il vino non convince per una intemperante “amarezza” di fondo che, dal mio punto di vista, non è legata ad aromi di liquirizia o radici ma, purtroppo, ad una presenza del legno che ancora deve essere equilibrata. Peccato.

Mi sarà capitata una bottiglia no? Cercherò di confrontare la mie impressioni con quanto scritto dagli altri wine blogger.
Se comunque il Symposio è questo, sono sicuro che Zonin potrà fare di meglio.

Il giudizio di Wine Advocate sull'annata 2007 di Tignanello, Solaia e Guado al Tasso

Sono cominciati ad uscire i primi giudizi dell'annata 2007 in Toscana. In particolare, Antonio Galloni, referente italiano di Wine Advocate, ha commentato così i vini di Antinori:

I vini annata 2007 di Antinori si sono rivelati tra i più brillanti e mozzafiato che abbia mai assaggiato da questa “azienda-punto di riferimento”. Renzo Cotarella poteva tranquillamente dormire sui suoi allori: dopo tutto, ad oggi lui è già uno dei più acclamati enologi italiani. Invece, Cotarella continua a curare e migliorare la qualità dei suoi vini in modo significativo.

Ho degustato per la prima volta le annate 2007 di Tignanello e Solaia due anni fa, quando erano ancora vini separati in singoli lotti, ma già allora era evidente che sarebbero divenuti vini speciali. Assaggiare le varietà Sangiovese e Cabernet Sauvignon, provenienti dai vigneti di Tignanello e Solaia situati nel Chianti Classico, è stata un’esperienza indimenticabile per l’unicità di questi due grandi terroirs. In particolare il vigneto di Solaia è assolutamente uno dei migliori in Italia per personalità e carattere. Uno delle più grandi e recenti modifiche che la Marchesi Antinori ha fatto è stata la vinificazione separata dei vini Guado al Tasso, Tignanello e Solaia, iniziata a partire dall’annata 2004.
Nel 2007 Cotarella ha portato questo approccio anche più avanti, creando piccoli lotti di vinificazione che hanno consentito di avere una massima flessibilità fino alla creazione del blend finale assemblato per ogni vino. L’annata 2007 porta con sé un numero significativo di cambiamenti. La varietà Syrah è stato eliminata dalla composizione del Guado al Tasso a favore del Cabernet Franc, un’uva che dimostra di essersi eccezionalmente ben adattata alla costa toscana. Se l’annata 2007 è indicativa, Guado al Tasso sta acquisendo sempre più la personalità tipica dei vini provenienti dalla zona di Bordeaux. L’azienda sta anche gradualmente utilizzando tonneaux più grandi per le varietà internazionali e sempre meno legno nuovo sul Sangiovese.

L’annata 2007 di Guado al Tasso richiama fortemente Bolgheri. Aromi di erbe dolci, caffè, spezie e confettura di amarena si esprimono in un generoso e avvolgente insieme. C’è un meraviglioso senso di opulenza e di calore nei sentori di frutta con un finale armonioso e rotondo e note pulite e minerali, che lo arricchiscono in freschezza. Questo vino è semplicemente favoloso oggi, ma è ancora giovane, e il legno ha ancora bisogno di integrarsi. Ciononostante, non è possibile non ammirare il Guado al Tasso 2007. Guado al Tasso 2007 è composto da 65% di Cabernet Sauvignon, 25% Merlot e 10% Cabernet Franc. Le uve Cabernet Franc, particolarmente mature e utilizzate al posto delle uve Syrah per la prima volta nell’annata 2007, conferiscono al vino freschezza, una caratteristica che nelle precedenti annate mancava. 94/100
Maturità presunta: 2012-2014.

Il Tignanello 2007 è meravigliosamente maturo e seducente nei suoi aromi di amarena, fiori, spezie, tabacco, salvia, cedro, menta e minerali. Si tratta di un Tignanello opulento come mai prima d’ora, ma al tempo stesso, dotato di acidità e struttura, grazie al Sangiovese, che lo trattengono ancora dall’essere al top. La ricchezza del vino e il suo calore sono tali che in una degustazione alla cieca l’ho scambiato per un vino proveniente dalla Maremma! Le note fruttate, dense e muscolose, portano ad un finale impeccabile senza spigolosità e che chiude incredibilmente bene, con tannini morbidi. In poche parole, il 2007 è un’annata magnifica per il Tignanello. Il Tignanello 2007 è composto all’80% da Sangiovese, invecchiato in botti francesi nuove di rovere da 300 lt., 15% Cabernet Sauvignon e 5% di Cabernet Franc, entrambi affinati al 100% in barriques di rovere francesi. 95/100

Maturià presunta: 2012-2027.

Il Solaia 2007 riempie il palato con una composizione inebriante di amarene mature, susine, cassis, caffè e aromi dolci di rovere francese. C’è una nota esotica in Solaia che lo rende a mio parere irresistibile. A dispetto della sua ricchezza e maturità, il Solaia 2007 non è mai pesante, ma piuttosto impressiona per la sua straordinaria finezza ed equilibrio. Note minerali, di grafite e pietrisco contornano un lungo e seducente finale. Questo è un Solaia meraviglioso contraddistinto da questa annata e dal carattere del suo vigneto. Il Solaia 2007 è costituito da 75% di Cabernet Sauvignon, il 20% di Sangiovese e il 5% di Cabernet Franc, invecchiato al 100% in legno di rovere nuovo. 97/100

Maturità presunta: 2017-2027.

Fonte: Serena Storri - Brand Manager Antinori

I "Patriarchi" di Feudi di San Gregorio

Ripenso a circa venti anni fa quando entro in sala, assistere ad una degustazione di Feudi di San Gregorio significa riportarmi a quando ero minorenne e per fare il figo con gli amici ordinavo al ristorante il Greco di Tufo di Feudi, un vino bianco che ha fatto la storia del vino italiano a prescindere dalla sua bontà che, a quel tempo, mi sembrava immensa.

Strana la vita, oggi davanti a me ci sono invece solo vini rossi, sei per l’esattezza, che l’azienda chiama “I Patriarchi” perché provenienti da vigne ultracentenarie sia di Sirica che di Aglianico.
Il Sirica 2007, in anteprima assoluta, nasce dall’omonimo vitigno le cui prime testimonianze si fanno risalire a Plinio che cita il vitigno “Siriana” o “Syricus” tra le uve coltivate nella Campania romana e ne attribuisce il nome da syricum, un colorante rosso allora molto diffuso.
Descritta come un’aminea nera, uva tra le più pregiate dell’epoca, per Catone la Sirica era stata introdotta sei secoli prima della fondazione di Roma da una regione abitata dai Seri.
Più recentemente è stata formulata l’ipotesi che il suo nome derivi dall’antica città ionica di Siri, vicina a Metaponto, divenuta Eraclea dopo la seconda guerra punica.
La storia contemporanea vede gli agronomi di Feudi di San Gregorio ritrovare tre viti prefillosseriche di Sirica che, con l’aiuto dell’Università di Napoli e Milano, sono state studiate e propagate fino a raggiungere l’estensione di circa 10 ettari.
Il vino che ho nel bicchiere si presenta di grande concentrazione cromatica, quasi impenetrabile, che si apre su toni aromatici di sciroppo di mirtillo, mora di rovo, amarena, spezie dolce ed un leggero balsamico finale. Naso apparentemente semplice che si scontra, invece, con una bocca più complessa che si caratterizza per un ingresso morbido, fruttato, a cui si contrappone da subito una sferzante acidità ed un tannino vellutato di grande eleganza. Buona la progressione finale del vino.. Il Sirica è affinato in barrique di secondo passaggio anche se si sta sperimentando l’evoluzione in acciaio.

Gli altri due patriarchi hanno il nome di
Taurasi, presentato nel millesimo 2007 (ancora in affinamento in bottiglia) e 2008 (ancora in affinamento in botte).
Il primo presenta un quadro olfattivo dai richiami minerali intervallati da piacevoli sensazione speziate, ci sento la cannella, la noce moscata, l’anice stellato e un tocco di erbe aromatiche. La componente fruttata, di amarena e marasca, si avverte solo dopo un po’e non è preminente. In bocca il vino entra con moderata potenza, la sua struttura gli dona carnalità, masticabilità, una mordidezza di fondo che solo nel lungo finale, giocato su rimandi di humus e minerale, vira verso un’austerità ed una essenzialità più tipica e patriarcale.
Il 2008 è un campione da botte per cui va valutato così come e cioè con un naso ancora troppo dolce per il legno non assorbito e dove, scavando scavando, si possono notare sentori floreali e fruttati. Non c’è (ancora) la spezia del 2007. In bocca è inaspettatamente equilibrato, appetitoso, di grande polpa e persistenza. Da aspettare sicuramente anche se, in prospettiva, lo metto sotto alla precedente annata.

Passiamo ora all’
Aglianico del Vulture, proposto anch’esso sia nel millesimo 2007 (in commercio) che 2008 (da botte).
Nel Vulture, Feudi di San Gregorio è approdata ormai da circa dieci anni per attuare uno specifico progetto: approfondire la conoscenza dell'Aglianico - che sembrerebbe aver visto la luce proprio in questa splendida terra - e diffonderla nel mondo. I vigneti ubicati nel comune di Barile - cuore della recentissima DOCG Aglianico del Vulture - sorgono su una pendice lavica, baciati dal sole dall'alba al tramonto. Un vecchio impianto a "piede franco", tra ulivi secolari, conserva ancora la tradizionale forma di allevamento, ormai scomparsa, del capanno.
Il
2007 è puro terroir vulcanico, grafite, pietra lavica inizialmente picchiano forte, poi la gentilezza della viola, dell’eucalipto e della visciola esce fuori e dona al vino un carattere meno prepotente. Al sorso cattura il palato con un’esplosione di sapori che ben richiama il naso, soprattutto il finale è da ricordare per la sua sapida persistenza finale.
Nel
2008, campione di botte, le sensazioni minerali passano in secondo piano, dominanti in questo bicchiere sono i caratteri floreali e balsamici del vino che rimangono comunque in formazione.
In bocca si palesa tutta la gioventù dell’Aglianico che, nonostante i nostri sforzi di vederlo in futuro, rimane abbastanza interlocutorio. Si farà. Spero.

A Suvereto da Tua Rita in compagnia di Stefano Frascolla

Suvereto, nel cuore della Val Cornia, rappresenta il centro del mondo per Rita Tua e Virgilio Bisti che, nel 1984, acquisirono pochi ettari di terreno con l’obiettivo di creare, anzitutto, un buon vino per se stessi. La passione, la consapevolezza di produrre da subito un gran vino hanno portato i proprietari a guardare avanti, oltre il Trebbiano e il Sangiovese, impiantando nel 1988 le prime barbatelle di Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay, Riesling e Traminer, che vanno a «popolare» impianti fitti (8-9.000 ceppi per ettaro) e bassi, dove le potature corte e i diradamenti diverranno prassi consolidate pressoché sconosciute fino ad allora in zona.
Attualmente l’azienda conta un’estensione di circa 22 ettari totali di proprietà di cui 18 a vigneto che oggi può contare, oltre alle uve citate in precedenze, anche Syrah e Cabernet Franc.
Stefano Frascolla, genero di Rita e Virgilio e vero deus ex machina dell’azienda, ci accoglie in cantina con i suoi grandi occhi chiari, l’ambiente è subito familiare, rurale, nulla a che vedere con le mie fantasie che pensavano a Tua Rita come ad un’azienda fredda, manageriale, dove tutto è marketing e pubbliche relazioni. Scordatevi tutto questo, da queste parti, malgrado i tanti punti Parker e il via vai di giornalisti internazionali, si sono mantenuti ben saldi i piedi per terra perché il contatto umano e il rispetto per il territorio sono valori da difendere a prescindere da ogni politica commerciale.
Tua Rita, un mix tra tradizione ed innovazione, soprattutto in vigna dove gli impianti a cordone speronato vanno tra i 5000 ceppi per le vigne più vecchie, fino ad arrivare agli oltre 8000 per quelli di nuova realizzazione, con produzioni però bassissime specie per i vini più importanti che si aggirano appena intorno ai 30 – 35 quintali per ettaro. I terreni sono un misto di argilla e limo con presenza di scheletro piccolo. Stefano Frascolla dopo averci fatto fare breve giro in cantina di vinificazione, molto semplice e con la presenza di tini di legno troncoconici, ci fa accomodare presso la cantina di maturazione, 700 mq interrati di grande fascino dove riposano ed evolvono tutti i vini aziendali, un vero patrimonio dell’umanità mi verrebbe da dire. E’ ora di bere, valuteremo le annate 2007 e 2008 (principalmente da botte), due millesimi che, lo anticipo subito, hanno caratteristiche molto diverse le cui differenze saranno facilmente leggibili durante la degustazione. Arriva il “semplice” Rosso dei Notri 2008 (sangiovese 50%, merlot 10%, syrah 15%, cabernet sauvignon 20%, petit verdot 5%), prodotto base che amo sempre valutare in quanto penso che proprio questi vini, diretti e senza fronzoli, diano spesso un’idea abbastanza netta della filosofia produttiva fornendo anche importanti segnali su cosa mi aspetterà a breve nel bicchiere. Un rosso molto interessante, tanta frutta rossa, balsamicità, un tocco vegetale per un vino decisamente equilibrato e dalla grande beva. Ottimo inizio.
Perlato del Bosco 2007 (sangiovese 60%, cabernet sauvignon 40%): si sale di intensità, complessità, l’orchestra comincia a formarsi, rispetto al Rosso dei Notri, entrano in gioco le spezie nere, la grafite, vino più scuro, profondo e di bella persistenza.
Giusto dei Notri 2007 (cabernet sauvignon 60%, merlot 30%, cabernet franc 10%): entriamo in punta di piedi nell’olimpo, ormai Tua Rita non è solo Redigaffi, questo taglio bordolese rappresenta una validissima alternativa al vino più amato (una volta) da Parker. L’annata 2007 è si caratterizza per la sua freschezza ed eleganza, i vini sono tutt’altro che concentrati e ciò lo possiamo notare subito dal naso dove le note di rosa, sottobosco, ginepro, piccoli fruttini rossi non vanno ad appesantire un quadro aromatico che rimane molto vellutato. Possente l’apparato gustativo dove troviamo solo freschezza, integrità ed equilibrio.
Giusto dei Notri 2008 (da botte): annata completamente diversa rispetto alla 2007, all’eleganza, che rimane sempre, si aggiunge la potenza, la verticalità, il frutto è nero come nere ed intense sono le sensazioni di terra, china, grafite, cassis, peperone. Ricchissimo il palato, regala rotondità a 360°. Da seguire attentamente nel tempo.
Syrah 2007: l’equilibrio dell’annata regala un vino di classe, le note floreali, fruttate e speziate regalano solo pennellate aromatiche vellutate mentre in bocca il vino stupisce per la sua espansione al palato e per la sua bella spina acida. Lunga persistenza su note leggermente boisè.
Syrah 2008 (da botte): un mostro, nel senso buono della parola. Appena Stefano ci porta il vino la carica aromatica del syrah ci fa compiere un salto spaziale catapultandoci nel bel mezzo della macchia mediterranea. Siamo inebriati completamente dalle note di ginepro, alloro, rosmarino, menta, rabarbaro, china. Bocca intensa, succosa, un vino che non ti lascia mai. Superbo.
Redigaffi 2007 (merlot 100%): altro piccolo mostro di goduria, eleganza e freschezza si sommano esaltando gli aromi di bacche selvatiche, prugna, ferro, viola, goudron e fresche note balsamiche. Bocca guidata dalla freschezza, avvolgente, voluttuosa, con un tannino ben presente a bilanciare la morbidezza del vino. Finale interminabile come la nostra goduria.
Redigaffi 2008 (da botte): il vino è ancora abbastanza chiuso, in fasce, anche se la lettura è quella di un vino ancora più complesso, muscolare, dirompente ora nella sua carica di frutta nera e ricordi di sottobosco. Al gusto percepiamo che il vino è ancora in assestamento ma, quando ogni pezzetto andrà al suo posto, saremo di fronte all’ennesimo capolavoro firmato Tua Rita.

Prossimo appuntamento con Tua Rita? L’8 maggio con gli amici del forum del Gambero Rosso, ne vedremo delle belle..

Un grande Chianti Classico firmato Monteraponi


Radda in Chianti, ovvero un piccolissimo fazzoletto di Toscana dove possiamo trovare, nell’arco di pochi chilometri, grandissimi vignaioli.
Radda in Chianti, un territorio che si estende tra le valli dei fiumi Pesa e Arbia e che sorge in posizione elevata, tra i 283 e i 845 metri sul livello del mare (monte Querciabella), donando alla vigne, come si può facilmente immaginare, una grandissima escursione termica.
Per comprendere la magia di questo angolo di paradiso (basta vedere le foto) riporto le parole che Franco Traversi, grande esperto di Sangiovese, scriveva qualche tempo fa sul forum del Gambero Rosso: abbandonata la strada provinciale inizia uno sterrato che porta a Monteraponi, un antico borgo medievale del 998, situato sul poggio omonimo, appartenuto al Conte Ugo Marchese e governatore di Toscana sulla fine del X secolo.

La famiglia Braganti ha acquistato questo borgo nel lontano 1973 e, inizialmente, non era interessata alla produzione del vino, tanto che decise di dare le vigne in comodato all’azienda “Le Fioraie” fino all’anno 1997; in seguito dall’anno 1997 fino al 2002 fu venduta l’uva all’azienda “Ruffino”, mentre è solo dal 2003, l’annata della svolta, che hanno ricominciato ad imbottigliare con il proprio marchio “Monteraponi”.





Monteraponi si trova ad un’altezza di circa 470 metri s.l.m., all’interno di un’ampia vallata dalla quale si intravedono in lontananza le vigne del castello di Ama e dell’azienda Livernano, dove può vantare attualmente circa 10 Ha di vigna, alcuni ettari di ulivi, intorno poi tutto bosco per altri 110 Ha. Le vigne più basse a circa 400m, le più alte a 550 m, dei 10 Ha di vigna la più vecchia ha all’incirca 35 anni, e sono 5 Ha con sesto d’impianto 270 x 1 metro; i restanti 5 Ha sono state impiantati nell’anno 2.000, sesto d’impianto 250 x 70, per Ha 5.500 piante con i nuovi cloni del Chianti Classico.
Il sistema di allevamento
è a cordone speronato e archetto toscano, ma l’intenzione è passare al Guyot grazie alla consulenza enologica del bravo Maurizio Castelli.


Il tipo di terreno è di natura calcarea appenninica (Alberese), ricoperta spesso da macigno schistoso alterato, noto in Toscana con il nome di Galestro.
La cosa che colpisce di più di questo giovane imprenditore,
Michele Braganti, è la chiarezza di idee: nella sua azienda i vitigni sono solo 3, ossia, Sangiovese, Canaiolo e Colorino e, inoltre, c’è un grande rispetto per la natura visto che si punta molto al biologico e in cantina non vengono usati né lieviti nè filtrazioni. La vinificazione è molto funzionale, viene usato in maggioranza il cemento sia per la fermentazione alcolica, che mediamente dura circa 25 giorni, sia per la malolattica. L’affinamento avviene prevalentemente in botte grande di rovere di Slavonia e solo parzialmente, un terzo, in barrique usate.

Torniamo a noi e al nostro Chianti. Il vino che ho degustato si può dire che è assolutamente virtuale, non tanto perché ancora non commercializzato ma, soprattutto, perché rappresenta un campione da singola botte nella qu
ale è stata vinificata esclusivamente l’uva della vigna più alta, quella a 550 m.
Un privilegio per poche persone, quelle presenti al Corso sul Sangiovese dell’AIS Roma, ma che ci farà capire bene, una volta miscelati tutti i vini di tutte le botti, di cosa mai potrà essere questo Chianti Classico Riserva 2007 Monteraponi.



Al naso c’è un’esplosione aromatica, un divenire di sensazioni ed emozioni che difficilmente si può dimenticare: visciola, frutti di bosco, rosa, viola mammola, spezie dolci e, quello che più conta, tanta tanta territorialità derivante da un bellissimo minerale che ti entra nell’anima e se ne impossessa. In bocca è stupendo quanto al naso, esibendosi con forza ed equilibrio e, cosa più importante, grandissima freschezza, una vivacità che solo una vigna ad oltre 500 metri di altezza può fornire. Persistenza lunghissima su toni minerali di roccia e frutta rossa croccante.

Ragazzi appena esce questo è nostro!

La foto di Michele Branganti è presa dal sito
http://www.flickr.com/photos/burde/2556551635/

Bordeaux 2007: focus su Sauternes e Barsac

Qua le cose cambiano di netto, a mio parere siamo di fronte ad una grandissima annata per questa area che si trova nella parte meridionale della regione vinicola di Bordeaux, all'interno del vasto territorio delle Graves, a circa 40 chilometri a sud-est dalla città di Bordeaux.
Vini dolci emozionanti, freschi, dotati di un frutto cristallino e di una botrytis che spesso non si è fatta sentire durante la degustazione, segno che l’annata, a dispetto di quanto scritto da Aline Baly di Coutet, non è stata così ricco di muffa nobile. Oppure è la tanta frutta, giovane e vibrante, che nasconde in questo momento la botrytis?

Chateau Bastor-Lamontagne 2007: che goduria questo naso dove spiccano, intensissimi, aromi di buccia di arancia, limone candito, litchi, pompelmo, pesca, pasticceria. In bocca è denso, pieno, splendidamente bilanciato tra zuccheri (che si sentono subito al primo sorso) e acidità che tende dopo qualche secondo a pulire il palato senza far risultare il vino pesante. Intensissimo e persistente il finale dove torna la pasticceria con una nota di bignè alla crema da sballo.

Chateau Guiraud 2007: naso di media complessità dove di evidenziano sbuffi di agrumi canditi, frutta esotica matura, miele e pasticceria. Piuttosto denso e marcato al palato, forse non ancora equilibrato visto che la dolcezza e la botrytis sono piuttosto marcati. Stimolante il finale su note di miele e frutta esotica candita.

Chateau La Tour Blanche 2007: naso leggermente più delicato rispetto ai precedenti vini, si odono echi di miele e la frutta non è più candita, sento moltissimo la mela golden, la susina matura e il frutto della passione. Leggero cenno floreale. In bocca che irradia un morbido calore, stemperato da succosa freschezza e vena sapida che sfuma in macedonia di frutta esotica. Ricorda molto l’annata 2005.

Chateau Suduiraut 2007: un vino che sprigiona al naso forza ed eleganza con richiami di arance candite, kaki, zafferano, caramello e una lieve nota iodata che denota la presenza di una elegante botrytis. Dolce al palato anche se la freschezza gustativa e la sapidità offrono ampio contrasto. Vino molto elegante che ha dalla sua anche una grandissima chiusura finale incentrata su note tostate e di frutta gialla matura.

Chateau Climens 2007: naso molto esotico il suo, tanti i richiami al mango, all’ananas e al frutto della passione, poi esce la nota tostata, nocciola, mandorla amara, pasticceria da forno. In bocca entra in punta di piedi, cremoso, e poi esplode allargandosi con la sua trama, fresca e sapida, che tengono tutta la struttura in grande equilibrio. Persistenza da record che gioca le sue componenti aromatiche su ritorni iodati, segno di una botrytis presente ma ben amalgamata al tutto. Ottimo davvero.

Chateau Coutet 2007: all’olfatto la prima cosa che sentiamo è l’elegante nota di miele, sembra di mettere il naso in un sacchetto di caramelle Sperlari. Col tempo, poi, esce la frutta, arancia candita e litchi, e una splendida nota di spezie orientali. In bocca il vino è perfettamente armonico anche se manca un po’ della ricchezza che avevano trovato al naso. Rimane un vino estremamente elegante con una splendida nota di miele a chiusura del sorso.

Bordeaux 2007: focus sui vini del Médoc

L'area vinicola del Médoc si trova nella parte occidentale del bordolese e si estende dalla periferia nord della città di Bordeaux - esattamente dal villaggio di Blanquefort - fino alla Pointe de Grave, nella riva sinistra della Gironda, per una lunghezza di circa 80 chilometri. In accordo al sistema di qualità francese, il Médoc è diviso in due aree, il Médoc - o Bas-Médoc - nella parte settentrionale della regione, e l'Haut-Médoc, situato nella parte meridionale e che occupa una superficie maggiore. Delle due zone, la più interessante è certamente l'Haut-Médoc, infatti è da qui provengono tutti i vini più celebri della regione, ed è qui che si trovano i famosi comuni di Margaux, Pauillac, Saint-Julien e Saint-Estèphe. Secondo il sistema di qualità francese, nella regione sono definite otto aree vinicole, di cui 2 regionali - Médoc (Bas-Médoc) e Haut-Médoc - e sei denominazioni comunali: Margaux, Pauillac, Saint-Julien, Saint-Estèphe, Listrac-Médoc e Moulis en Médoc. Le zone migliori sono tutte situate nei terreni ghiaiosi lungo la riva della Gironda, mentre le zone più interne - caratterizzate da terreni meno drenati - producono vini di minore qualità.(1)

Anche per questi vini, durante la degustazione, ci sono state luci (poche a dire la verità) e più qualche ombra, pochissime le bottiglie con un briciolo di anima, sicuramente a certi prezzi anche in Italia si beve molto ma molto meglio. Passiamo in rassegna le etichette che ho esaminato.

Crus de Medoc

Clos Greysac 2007
: naso intenso ed espressivo, estroverso nella sensazioni di ciliegia, mora e visciola e vaniglia. Bocca solida e di appagante ampiezza, sorretta da discreta freschezza e da un godibile tannino anche se il legno si fa ancora sentire e lascia un leggero amarognolo dopo la deglutizione. Costo del vino circa 20 euro. Si beve di meglio a quel prezzo.

Crus de Margaux


Chateau Durfort-Vivens 2007
: naso interessante questo dove alla frutta nera di rovo si aggiunge un ventaglio di spezie esotiche che regalano un quadro aromatico molto originale. Bocca molto in sintonia con il naso, anche qua la frutta rossa e nera si amalgama ad uno speziato che determina una finale molto articolato e di discreta sapidità. Non certamente un vino di grande complessità però, nonostante tutto, regala spunti interessanti.

Chateau Giscours 2007
: naso succoso e profumato: mora, mirtilli, violetta, liquirizia e refoli di caffè. Palato equilibrato, morbido, animato da un tannino ben disciolto e da una bella sensazione di freschezza e da buoni spunti di sapidità. Buona persistenza. Promette bene.

Crus de Saint-Julien


Chateau Léoville Barto
n 2007: naso di grande struttura, compatto, sobrio, dove la frutta rossa e nera sono ben amalgamate all’interno di un quadro aromatico dove sono ben inseriti intagli floreali e speziati. Lo stile classicheggiante si rivela anche al palato dove tutto è armonico, elegante, con un finale di erbe aromatiche di grande piacevolezza. Grande potenziale, un vino che sicuramente comprerei per aspettarlo.

Chateau Talbot 2007
: olfatto scuro, tenebroso, che rimanda a note di prugna matura, ginepro, humus, foglie secche, china, pepe nero. In bocca non si ritrova la stessa struttura del naso, rimane comunque di grande spessore e con un tannino ancora scalpitante. Un vino che deve smussare qualche angolo, rispetto ai suoi “colleghi” sembra già più evoluto e maturo. Sono curioso di risentirlo tra qualche anno.

Crus de Paulliac


Chateau Lynch-Bages 2007
: non mi è piaciuto o, forse, non l’ho capito questo vino ma dal mio punto di vista aveva al naso una nota tostata che copriva un po’ tutto. In bocca l’ho trovato esile, ancora un po’ scomposto con questo tannino che galoppava tra le pupille gustative. Un prodotto verso il quale avevo delle aspirazioni….negate

Chateau Pontet-Canet 2007
: un vino che esprime dolcezza, sia al naso che in bocca con questi toni di amarena, cassis, lamponi maturi, vaniglia e un pizzico di cioccolato. L’eleganza comunque non manca, la bocca è molto concentrata e squillante, di bella freschezza, anche se una nota di legno di troppo fa stonare un quadro complessivo di grande coesione ed armonicità. Manca di complessità ma anche oggi è un vino di grande bevibilità.

Crus de Saint-Estephe


Chateau Cos Labory 2007
: olfatto molto “strano” dove c’è tanta frutta che sembra un po’ cotta, marmellatosa, in controtendenza all’annata 2007 che è tutto meno che siccitosa e calda. Bocca calda, morbida, dotata di una trama tannica un po’ ruvida ed asciugante che ancora deve amalgamarsi con il resto della struttura che risulta un po’ carente nella freschezza complessiva. Un vino un po’ pesante, a tavola, oggi come oggi, non ne berrei più di un bicchiere.

(1)= Fonte Diwinetaste.it

Bordeaux 2007: poche luci e molte ombre - Il mio focus sulla denominazione Pessac-Léognan

Non mi aspettavo di meglio dalla degustazione dei Bordeaux 2007 che si è tenuta a Roma qualche giorno fa. L’annata, anche se generalizzare è sempre sbagliato, non è stata delle migliori soprattutto per i rossi mentre, come vedremo, risulta più che soddisfacente, con punte di grande qualità, per i vini bianchi e per quelli dolci.
Leggendo i vari articoli dei maggiori esperti mondiali di Bordeaux non si può pensare ad un’annata eccezionale (alla faccia di chi in Italia scrive sempre di millesimi memorabili) e questo per due ordini di problemi: il primo, in questa area il clima irregolare ha determinato notevoli problemi sia in fase di fioritura che in fase di germogliamento, creando notevoli problemi alla maturazione dell’uva. Secondo, il cattivo tempo di Giugno, Luglio, Agosto, con il suo grigio e le sue pioggerelle ha creato notevoli problemi di muffa che sono stati in parte tamponati con un incremento notevole dei trattamenti chimici. In particolare ad Agosto, quando le pioggia non cessava mai, si è pensato al vero disastro e solo un bel Settembre e un Ottobre molto caldi e secchi hanno evitato una vendemmia apocalittica. Il risultato di tutto questo? Non è tutto da buttare, soprattutto per i vini bianchi secchi di Pessac-Léognan le cui uve sono state raccolte in buone condizioni ai primi di Settembre e, in secondo luogo, per i vini di Sauternes e Barsac la cui vendemmia ha portato a vini eleganti, pieni anche se la botrytis, all’assaggio, non era evidente per tutte le tipologie. E i rossi? Come detto in precedenza i danni sono stati ridotti e questo grazie ad un grandissimo lavoro in vigna che ha modificato un po’ la visione di questi vigneron che prima del 2007 erano più concentrati sulle pratiche di cantina. Una nuova strada che, fortunatamente, ha permesso di salvare il salvabile e di porre in essere una qualità decente con picchi di eccellenza distribuiti qua e là.

Pessac-Léognan 2007: Note di degustazione


I vini bianchi secchi di questa regione vitivinicola sono tra le note più positive della giornata romana. L’annata relativamente fresca ha prodotto sicuramente vini molto vivaci, di buona spina acida, sicuramente meno pesanti rispetto al 2006 e di maggiore vivacità e freschezza se paragonati a quelli usciti nel caldo millesimo 2005.


Chateau Bouscaut Blanc 2007
: inizialmente molto minerale al naso, poi esce la susina e la mela cotta. Al palato è caldo, avvolgente, un po’ grasso, con adeguata spalla acida a sostenere una gradevole sapidità. Grande futuro sicuramente.

Chateau Carbonnieux Blanc 2007
: al naso è molto fresco, delicato, con un quadro aromatico fatto di fiori e piccoli frutti poco maturi. Bocca inaspettatamente strutturata, calda, morbida che svela un vino molto succoso che perde forse un po’ di brio nel finale grazie forse ad una acidità che non cambia marcia.

Domaine de Chevalier Blanc 2007
: naso molto elegante, fine, che si apre con note di frutta in macedonia e fiori bianchi di campo. Un soffuso minerale, che esce col passare del tempo, fornisce profondità e maggiore complessità. In bocca è fine, equilibrato, con buona corrispondenza al naso. Il finale, come per il precedente vino, non è così lungo ed appagante anche se torna una bellissima nota di fiori di pesco.

Chateau de France Blanc 2007
: rispetto ai precedenti il quadro olfattivo di questo vino è più opulento, i profumi richiamano la frutta gialla matura, il miele e le spezie orientali. Bocca che delude, non risponde al naso essendo la struttura molto esile, snella anche se di buona progressione. Poco armonico.

Chateau La Louvière Blanc 2007
: naso molto profondo, compatto, che si apre con note di polvere da sparo, pirite, poi esce la frutta, la mela golden, gli agrumi. Al palato offre buona struttura e sapidità e si caratterizza per una bella scia finale delicatamente agrumata. Uno dei migliori della batteria.

Chateau Latour-Martillac Blanc 2007: Si caratterizza per un percorso odoroso di grande stoffa, con sensazioni intense di litchi, pesca gialla, susina, fiori di acacia e un tocco di zenzero. In bocca è di grande freschezza, molto agrumato, solo il tempo equilibrerà le durezze espresse ora. Di grande beva per chi ama questa tipologia di vino. Ottimo futuro.

Chateau Smith-Haut-Lafitte Blanc 2007: molto diretto al naso, simile al precedente per le note citrine, mela verde e di frutto della passione. Bocca molto fresca e sapida ed un intenso finale aromatico sono le caratteristiche di questo vino che, come il precedente, promette di dare grandi emozioni nel futuro. I rossi? Nulla di emozionante da segnalare, qualcosa di meglio lo troviamo a Saint Emilion e Pomerol. Il tempo di scrivere le note di degustazione e pubblico tutto!!