La Franciacorta odia le Bollicine

Dopo essersi incazzati perchè non volevano essere chiamati Spumante, in Franciacorta da pochi giorni è iniziata la guerra alle Bollicine. Sembrerebbe, in una delle zone a più alta vocazione per questa tipologia di vino, una contraddizione ma, a leggere le parole del Consorzio Franciacorta, l'appello fatto a tutti i comunicatori del vino è più che serio.

"Chiamiamo il vino con il proprio nome e non con termini che ne generalizzano e ne uniformano le peculiarita', appiattendone, di fatto, la qualita' percepita - spiega Maurizio Zanella, Presidente del Consorzio Franciacorta -. 'Bollicine' e' un termine obsoleto e senza futuro. Il tempo presente ci offre una nuova occasione per affermare i nostri vini di qualita', cominciando dal consolidare la cultura di base in materia e da un appropriato linguaggio". 


"E' necessario - aggiunge Zanella - iniziare un nuovo percorso per valorizzare i grandi vini anche dal punto di vista 'nominale'. Con impegno e passione il Franciacorta ha raggiunto il traguardo dei 50 anni; a questo punto, credo sia maturo per un passo successivo, importante per poter definitivamente trovare, a livello nazionale ed internazionale, un posizionamento coerente e rispondente all'eccellenza che esprime". "E che non si chiami piu' spumante - continua Zanella - per nessun motivo al mondo

La similitudine tra 'spumante' e Franciacorta e' da bandire in qualsiasi citazione. Non per velleita' o principio, ma per decreto ministerialeOggi il Franciacorta, come anche altri vini di qualita', esige piu' rispetto, eleganza, identita', che il termine bollicine, ormai, non e' in grado di dare - conclude il presidente Zanella. Franciacorta, Champagne e Cava: in Europa, solo questi 3 vini possono utilizzare un unico termine per identificare in modo preciso un vino, un territorio e il metodo di produzione".

Quindi, ricapitolando, se chiamo il vino col termine spumante vi incazzate e magari mi prendo pure una denuncia, se faccio riferimento alle bollicine vi incazzate....Qua tutti si incazzano ma, per caso, avete chiesto ai produttori di Champagne se il continuo riferimento a quella zona e a quei vini fa incazzare loro?


Andare per Taurasi 2012


Una grande giornata slow tra le belle colline della Valle del Calore assaggiando i vini e i piatti nelle cantine dei Vignerons. Nel cuore della verde Irpinia è custodita una delle aree rurali più sorprendenti della Campania. Si susseguono suggestioni e bellezze della natura che si fondono armonicamente con l’operato dell’uomo, in un binomio significativo di tradizione e modernità. 

 

Comodamente raggiungibile in auto, bus, treno, questa Terra si offre al visitatore come un rifugio, una realtà diversa ma possibile, a pochi chilometri dalle aree metropolitane e dalle località turistiche della costiera campana. Alla quotidianità metropolitana contrappone il silenzio dei campi, i sapori genuini, i mestieri della tradizione, i luoghi destinati al ristoro dello spirito e le testimonianze di una storia rilevante. I vigneti della D.O.C.G. “Taurasi”, si incastonano discreti in un incantevole scenario di ameni e soleggiati declivi collinosi, dei belvedere dei centri storici e delle fitte aree boschive baciati dal fiume Calore. 

Il disciplinare del Taurasi individua un’area piuttosto ampia ed estesa che ricade principalmente nella Valle del Calore e abbraccia diciassette Comuni. Unica D.O.C.G. di tutto il centro-sud fino al 2003, il Taurasi viene prodotto con le uve di Aglianico. Uno dei primi a fiorire e tra gli ultimi ad essere raccolto, l’Aglianico è un vitigno vigoroso e allo stesso tempo delicato. Vino con una forte identità territoriale, risalendo il fiume Calore, si incontrano vigneti che si collocano attorno ai 300 metri per arrivare a siti che nella zona più alta, a ridosso dei Monti Picentini, sfiorano gli 800 metri. 

Attraversando le terre del Taurasi, non si può fare a meno di confrontarsi con un repertorio estremamente eterogeneo di esposizioni, altitudini e paesaggi.

La giornata è di approccio al Manifesto dei Vignerons d’Europe:

Il vignaiolo si prende cura in prima persona della vigna, della cantina e della vendita.

Il vino del vignaiolo è vivo, dona piacere, è figlio del suo territorio e del suo pensiero.

Espressione autentica di una cultura.

Il vignaiolo considera il consumatore un co-produttore.

Il vignaiolo custodisce e modella il paesaggio nel rispetto della biodiversità e della cultura del proprio territorio, che racconta e arricchisce.

Il vignaiolo come agricoltore si assume la responsabilità di preservare e migliorare la fertilità del suolo e l’equilibrio egli ecosistemi.

Il vignaiolo si impegna a rinunciare all’utilizzo di molecole e organismi artificiali e di sintesi con l’obiettivo di tutelare il vivente.

Il vignaiolo governa il limite in tutti i suoi impegni ricercando l’ottimo, mai il massimo.

Il vignaiolo si assume la responsabilità della propria attività nel rispetto dell’ambiente, della salute del consumatore e dei destini della propria comunità e della terra.

Il vignaiolo si impegna a creare e alimentare relazioni con altri vignaioli, agricoltori, produttori di cibo, cuochi, università e istituti di ricerca, educatori e cittadini nella propria comunità e nel mondo.

Il vignaiolo pratica la trasparenza: dice quello che fa e fa quello che dice.


Villa Gemma Masciarelli: ancora sorsi di grande Abruzzo


Ogni volta che incontro Marina e Rocco ritornano sempre le emozioni della storica verticale di Villa Gemma che organizzai assieme a molti amici in ricordo dell'appena scomparso Gianni Masciarelli. Da allora è come se quella parte d'Abruzzo non mi abbia più lasciato e questo legame, che a tratti sembra esser diventato di sangue, lo ritrovo ogni volta che davanti a me ho ritrovo un bicchiere di Villa Gemma, il vino di Gianni, quel vino che, come amava dire, "ha lo stesso sapore della mia terra".


Con Marina e Rocco abbiamo ripercorso di nuovo la vita di questo grande Montepulciano d'Abruzzo partendo dall'annata 1997 della quale, recentemente, avevo avuto "cattive" notizie. Nel mio bicchiere, invece, il vino si presenta con tratti terziari molto nobili che vanno dall'humus alla prugna fino ad arrivare al caffè. Un dipinto a tinte autunnali che in bocca non cede ancora nulla allo scorrere inesorabile del tempo visto che l'acidità e, soprattutto, il tannino sono ancora vivace e mordono le gengive. Un vino per nulla arrancante che potrà dare spettacolo ancora per molti anni.

Il Villa Gemma 1999 rappresenta la profondità e il lato oscuro del Montepulciano d'Abruzzo. Rispetto al 2008 non ha perso nulla di cià che aveva: china, fiori appassiti, cioccolato fondente, liquirizia, mineralità scura. E' un vino cervellotico, forse non di primo impatto ma proprio per questo lo amo e, penso, continuerò ad amarlo per molto tempo. Piccola annotazione: questa annata, forse in passato sottovalutata, sta dando vita ad una serie di piccoli capolavori enologici, Osso San Grato in primis.


Il Villa Gemma 2001 probabilmente è il più completo della batteria perchè, ad oltre dieci anni dalla vendemmia, rappresenta un Montepulciano nel pieno della sua maturità rinunciando sia ad esuberanze giovanili sia a cali di tensione dovuti all'età. Di un colore rubino impenetrabile si presenta al naso con un proporzionato intreccio di odori: frutta rossa ancora croccante, scatola di sigari, toni balsamici, cenni di humus e china. In bocca è superbo, formato da una intelaiatura tannica moderatamente vellutata e da una progressione da motore diesel. Succoso. Ha ancora ampi margini di miglioramento.

Il Villa Gemma 2003 è ricco, abbondante ed impetuoso senza però strafare. Il naso è un cesto di frutta rossa, sa di lavoro e fatica per gestire una vendemmia per nulla facile. Gianni però ce l'ha fatta anche stavolta, lo pensi quando porto il vino al palato che è certamente di buon peso ma affascina e seduce come come le forme di Crystal Renn. Ad oggi è un perfetto compagno di tavola, se poi l'abbinate ad un germano reale al forno......


Nuove professioni del vino: essere autista del bus anti-sbornia...ad esempio


Si chiama Hangover Heaven e chi ci lavora giura che vi farà passare la sbornia in meno di un'ora. L'idea, per ora, è tutta americana visto che l'automezzo gira per le strade di Las Vegas raccattando uomini e donne che, soprattutto nel week end, alzano  un pò troppo il gomito.

Fonte: Autocrunch.it
L’autobus, che ferma davanti ai principali hotel di Las Vegas, è una sorta di clinica extralusso che, per 90 dollari, promette ai suoi barcollanti clienti di rimetterli in sesto in 45 minuti grazie alla somministrazione di farmaci anti nausea e vitamine per via endovenosa. Nove volte su dieci, dicono, funziona!

Fonte: Repubblica.it
Ah, è previsto anche un servizio VIP: il lunedì, martedì e mercoledì sono in grado di passare a trovarvi in stanza e per soli 500$ (375$ ogni persona in più) sono in grado di rimettervi in sesto direttamente sul vostro lettone di fiducia.

Non c'è che dire, questi sono dei geni del business!

Fonte: vehiclepassion.com

L'Oscar del Vino 2012 di Franco Ricci premia tutti tranne i blog


Il prossimo 28 Maggio a Roma tornano gli Oscar del Vino organizzati da Bibenda e, quindi, dall'infeffabile Franco Ricci.



Quest'anno le nomination sono le seguenti (in rosso le mie preferenze):

Miglior Vino Bianco

Alto Adige Terlano Sauvignon Lieben Aich 2010 di Manincor
Dut’un 2008 Vie di Romans
Derthona Timorasso Sterpi 2009 Vigneti Massa

Miglior Vino Rosso 

Barolo Villero 2007 Giacomo Fenocchio
Primitivo di Manduria Es 2009 Gianfranco Fino
Rosso di Montalcino 2009 Pietroso

Miglior Vino Rosato

Il Rogito 2009 Cantine del Notaio
Val di Neto Rosato Calastrazza 2010 La Pizzuta del Principe
Cerasuolo d’Abruzzo Crognaleto 2010 Nicola Santoleri

Miglior Vino Estero

Clos-Vougeot Vieilles Vignes 2008 di Château De La Tour
Pomerol 2007 di Vieux Château Certan Sarzi Amadè
Côtes du Roussillon Villages Muntada 2008 di Domaine Gauby

Miglior Champagne

Dom Pérignon Œnothèque 1996
Liesse d’Harbonville 1998 Ployez-Jacquemart
Cuvée Nicolas François 1998 Billecart-Salmon

Miglior Spumante

Franciacorta Extra Brut Vintage Riserva 2005 La Montina
Franciacorta Gualberto 2005 Ricci Curbastro
Franciacorta Sublimis Riserva 2005 Uberti

Miglior Vino Dolce

Angialis 2008 Argiolas
Vallée d’Aoste Chaudelune Vendemmia Tardiva 2009 Cave du Vin Blanc de Morgex et de La Salle
Alto Adige Goldmuskateller Passito Serenade Castel Giovanelli 2008 Kellerei Kaltern Caldaro

Miglior Qualità Prezzo

Rosso di Montalcino 2009 Baricci
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Il Coroncino 2009 Fattoria Coroncino
Rossese di Dolceacqua Galeae 2010 Ka’ Manciné

Miglior Etichetta

Oltrepò Pavese Barbera Dodicidodici 2009 Castello di Cigognola
Il Vassallo 2009 Colle Picchioni
Moscato d’Asti 2011 Scarpa

Miglior Azienda Vinicola

Fontodi (Panzano in Chianti) 
Graci (Castiglione di Sicilia) 
La-Vis (Lavis) 

Miglior Innovazione nel Vino

Franciacorta Brut Nature 2008 Barone Pizzini
Otello Nero di Lambrusco 2010 Ceci
Magno Megonio 2009 Librandi

Migliore Enologo

Gianni Menotti
Graziana Grassini
Vincenzo Mercurio

Miglior Agronomo Viticoltore 

Federico Curtaz
Marco Simonit
Giancarlo Soverchia

Miglior Sommelier nel suo Ristorante

Adriano Fumis (Gellius) 
Cosimo Marco (Il Poeta Contadino) 
Hayashi “Moto” Mototsugu (Dal Pescatore) 

Miglior Enoteca

Enoteca al Ponte (Ponte San Pietro) 
Vinoteca al Chianti (Impruneta) 
Enoteca Bibenda Assisi (Assisi) 

Migliore Testata Web del Vino 

Cronache di Gusto
Oliovinopeperoncino
WineNews

Miglior Comunicazione Televisiva del Vino

Gioacchino Bonsignore (Tg5 - Gusto) 
Antonella Clerici (Prova Del Cuoco - Rai 1) 
Michela Rocco e Gianfranco Vissani (Ti ci porto io - La7) 

Migliore Agente del vino e commerciale

Matteo Carreri (Carreri) 
Marc De Grazia (Marc De Grazia Selections) 
Luca e Francesco Iaiana (Tre Archi Distribuzione) 

Due piccole considerazioni: inserire come miglior programma di comunicazione del vino "La Prova del Cuoco" fa sorridere e mi sembra una scelta di parte vista la presenza AIS all'interno del programma. Se la Clerici fa comunicazione del vino allora siamo veramente messi male in Italia. Stesso discorso per Vissani.

Altra cosa che noto è l'assenza di una categoria riservata ai blog. Le nomination fanno riferimento solo a testate giornalistiche registrate. Ancora una volta il buon Ricci sottovaluta la potenza del web ma, si sa, noi siamo "navigatori della rete che anziché apparecchiare la tavola aspettando gli amici, per servire un piatto caldo e un bel bicchiere di vino per viverne insieme qualità ed emozioni, quel bicchiere se lo bevono invece virtualmente".

Evviva!!

Vino e agricoltura naturale per combattere la crisi?


 Domenica 22 Aprile a Roma presso il Circolo Forte Fanfulla dalle ore 11
VINO E AGRICOLTURA NATURALE PER SFIDARE LA CRISI
L’iniziativa è promossa da Ass. Contadini critici, Fanfulla Finest Wine, Arci Forte Fanfulla

Vino naturale e biodinamico, un’agricoltura che rispetti il pianeta, l’ambiente, i lavoratori e le tradizioni migliori come veicolo per affrontare la crisi.
E’ il concetto su cui si basa l’iniziativa: “I Contadini Critici incontrano gli altri soggetti della filiera”, in collaborazione con il Fanfulla Finest Natural Wine, in programma il 22 Aprile presso il Circolo Arci Forte Fanfulla del Pigneto, in contemporanea al consueto mercato mensile dei “Contadini critici/Critical Wine( un’intera giornata di degustazioni - con possibilità d’acquisto - di vini naturali da agricoltura biologica e biodinamica, ma anche di olio, pasta, pane, miele, frutta e tanto altro ancora)

Per quel che riguarda il vino il produttore biodinamico Emilio Falcione sottolinea come: “per produrre un vino convenzionale ormai si possono utilizzare in cantina oltre 300 diversi prodotti ( ovvero additivi alimentari – legali - utilizzabili in cantina per "correggere" il vino, o meglio costruirlo); questo  vino non è quindi più un frutto della terra ma un prodotto industriale, una merce che ha perso il suo valore di alimento per gli esseri umani. Parafrasando Pasolini la civiltà di un popolo si misura dalla sopravvivenza di un ambiente in cui sopravvivano lucciole e farfalle”

In una società che fatica a trovare modelli di sviluppo alternativi a quelli dominanti, l’agricoltura biodinamica è fondamentale per salvare l’agricoltura contadina, elemento peraltro essenziale in un mercato sempre più attento ai valori della qualità e rispetto dell’ambiente.

La più grande ricchezza di un agricoltore è, come ricorda Falcione, la fertilità della terra che coltiva, che oggi diventa strumento per sperimentare economie diverse, qualità nuove, solidarietà originali, ridando vita ad un settore attraverso la produzione di cibi e bevande sani in una campagna che non sia sfruttata in modo indiscriminato.

Oltre trent’anni fa Luigi Veronelli dichiarava che “ il peggior vino contadino è migliore del miglior vino d’industria…”, oggi oltre a saper riconoscere il prodotto naturale è necessario mettere in relazione produttori e consumatori per la definizione di un prezzo “equo” che sia rispettoso anche delle condizioni di lavoro e della sostenibilità ambientale.
A questo si affianca il grande tema dei prezzi dei prodotti naturali, su cui spesso si concentra il dibattito: sono troppo cari? Un discorso che vale in primo luogo per i vini, e che sarà affrontato in dettaglio nel corso della Tavola Rotonda, tenendo conto che oltre alle certificazioni ufficiali, una produzione “naturale” deve sempre perseguire la salubrità e vitalità dei prodotti, senza praticare lo sfruttamento del lavoro nero.

L’idea fondante dell’iniziativa è quella di puntare tutto sulla ricerca di un modello diverso per cibo e bevande pregiati, biologici e biodinamici, rifiutando l’idea che dalla crisi globale si possa uscire solo tagliando costi e diritti.
 PROGRAMMA DELLA GIORNATA:

A partire dalle ore 11 inizio degustazioni a base dei prodotti di: “Contadini Critici/Critical Wine ” (sarà possibile degustare ma anche acquistare, vini naturali, olio, pane, pasta e tanto altro ancora)

Dalle 13 alle 15 pranzo a base di prodotti biologici (costo 10 euro).

Seguiranno le degustazioni, con cantine aperte per tutto il pomeriggio (fino alle ore 20)

Alle ore 18 TAVOLA ROTONDA dal titolo: “Vini naturali  tra guide, disciplinari e Mercato” con:

Giovanni Bietti - Autore guida vini naturali
Emilio Falcione – Produttore biodinamico e portavoce ass. Contadini Critici
Emanuele Giannone- Sommelier e giornalista
Michele Lorenzetti – Enologo
Andrea Petrini - Slow Food Roma
Barbara Pulliero - Sorgente del Vino
Marco Serventi - Vicepresidente Demeter


Le Iene e la degustazione del vino alla cieca. Ma quanto sono bravi i sommelier italiani?


Le Iene la scorsa settimana hanno mandato in onda un servizio sul vino dove i sommelier Luca Gardini e Nicola Bonera, e i Master of Wine Charlie Arturaola e Debra Meiburg hanno giocato a riconoscere alla cieca alcuni vini italiani. Chi sarà stato il più bravo? Basta cliccare qua sotto e scoprirete quante cazzate si possono dire quando non si conosce l'etichetta di un vino.

video

Ka Mancinè tra Rossese e Tabaka


In attesa del mio primo viaggio in territorio di Rossese, durante lo scorso Vinitaly sono passato a trovare Maurizio Anfosso di Ka Mancinè per degustare in anteprima il suo primo vino bianco, il Tabaka, e per cercare di capire da lui come sarà l'annata 2011 del Rossese dopo la 2010 giudicata da molti come storica.

Secondo Maurizio «l'annata 2011 è molto interessante, diversa rispetto alla 2010  dove i vini si esprimono in modo elegante con strutture un pò più esili rispetto alla 2011 e con una complessità olfattiva che ben racconta il nostro territorio fatto di  spezie e mare. Grandi evoluzioni nel bicchiere, difficili in apertura e poi grandiosi sul finale. Sicuramente vini da tenere d'occhio durante i prossimi anni. Nella 2011, invece, i vini molto più complessi nella struttura, c'è un grande estratto secco, inizialmente quasi monotematici al naso, tanta frutta rossa, poi pepe e rosa a seguire. Sicuramente troppo giovani in questa fase, ma con prospettive molto interessanti. La parte alcolica è più elevata che negli ultimi anni ma ben equilibrata alla struttura del vino, colore intrigante rosso rubino abbastanza carico. Io sono molto contento di questa annata, sicuramente con il primo caldo entrerà nella sua massima espressione».

La vigne di Ka Mancinè
Parlare con Maurizio Anfosso è davvero interessante, si capisce quanto amore ha  per il Rossese che «è tutto per me. Parliamo di un grande vitigno non ancora esplorato nelle sue potenzialità reali. Grande, perchè lascia spazio di lavoro e d'interpretazione. Legato ad un territorio talmente complesso nel suo "Terroir" che permette d'esprimere vini differenti anche a pochi metri di distanza da un vigneto all'altro, come nel caso dei miei due cru: "Beragna" e "Galeae ". 
Il primo dà vita ad un un vino più continentale, espressione del freddo e delle forti escursioni termiche con una bella mineralità, mantre il "Galeae" è un vino mediterraneo e dotato di calore».

Maurizio Anfosso con i suoi vini
Io sono al banco di Ka Mancinè anche per bere il primo bianco dell'azienda, la Tabaka (70% tabacca, 20% vermentino e restante viognier), un vino che Maurizio mi spiega essere il risultato finale di una ricerca che mirava a dar vita ad un vino complesso e di territorio, che nei rossi è capace d'esprimere mare e montagna, senza arrivare ai soliti vini bianchi piacioni che sono stati prodotti da queste parti negli ultimi anni.
«Trovo che la "Tabaka" sia un vino rosso con un vestito bianco. Un vino duro come il nostro territorio. Sono stato sempre interessato a questo vitigno un pò sconosciuto, anche dalle nostre parti, cercando di trovare la giusta maniera per vinificarlo e domare la sua indole così rude. La ricerca non è ancora finita, penso sia un buon punto di partenza».

In effetti la Tabaka 2011 è un vino difficile, scontroso, è dotato di grande spessore minerale al quale si aggiungono col tempo e l'ossigenazione le note marine tipiche del territorio. Diventa salmastro e gessoso, irriverente, fugace, un vero duro quando si beve e dotato di finale lungo e leggermente ammandorlato. Un bianco di corpo che a me è piaciuto moltissimo anche se, penso, dividerà moltissimo gli appassionati forse troppo abituati a vini di pancia e poco mentali.


Per il resto segnalo ancora una volta un ottimo Sciakk 2011, un rosato che meriterrebbe maggiore gloria mediatica e che, invece, risulta essere ancora troppo una chicca per intenditori.

Grazie Maurizo, ci vediamo in Liguria!

L'Osso San Grato Antoniolo e la sua verticale storica


Austero. Duro. Scontroso. Affascinante. Elegante. Sottile. Cervellotico. Mai urlato. Sinuoso e puttana quando vuole.

Parole, sensazioni che mi ruotavano in testa appena mi solo alzato dalla sedia per tornarmene a casa ancora carico di emozione per una verticale che difficilmente dimenticherò per il livello elevatissimo dei vari vini degustati che, tranne il tappo per il millesimo '83, hanno sfoggiato un carattere ed una qualità ai massimi livelli. Arduo, per chi ama i punteggi, trovare qualcosa al di sotto dei novanta punti.

La verticale completa
Altro pensiero che mi è venuto in mente durante la degustazione: nella annate fresche l'Osso San Grato, a mio parere, dà il meglio di sé coronandosi di un guscio granitico e di un basso profilo che rimandano alle prime parole di questo post. L'eleganza che ne scaturisce è unica ed inimitabile anche se, non so se è un limite, per percepirla devi entrare in sintonia col vino, amare le durezze, amare il nebbiolo nella sua espressione più gloriosa e sopraffina.

Nelle annate più calde, invece, il nebbiolo di casa Antoniolo diventa più accessibile, estroverso, ammiccante e popolare a causa di una immediatezza e di una espressività che rendono anche le vecchie annate, vedi 1997, ottime amanti per una notte spregiudicata.

Non ci resta che entrare nel dettaglio. 

Osso San Grato 1982 Antoniolo: questo millesimo, dopo la grande prova del Barolo di Borgogno degustato poco tempo fa, si conferma davvero grande anche in zona Gattinara. Il vino al naso si presenta di austera nobiltà, sa di cenere, ghisa, terra, cenni di vegetale e lieve salmastro. Bocca nebbiolesca di grande equilibrio, trama tannica fitta e vellutata, ancora fresco. Gli manca forse il guizzo del fuoriclasse ma è un nebbiolo chi si fa ricordare e che ricorderanno anche i miei nipoti. 


Osso San Grato 1983 Antoniolo: tappo. Sgrunt!

Osso San Grato 1989 Antoniolo: a due facce. Prima molto femminile, aperto e critallino con cenni di fiori rossi da diario, frutta disidratata, toni iodati. Poi, col tempo, si apre e diventa più maschile vestendosi di aromi di cenere, humus, grafite. Bocca di grandissimo equilibrio, snella, dritta e affilata. Ottimo!

Osso San Grato 1990 Antoniolo: forse un leggero sentore di tappo inficia l'olfattiva che si compone di caratteri cuoiosi e tabaccosi. Si sente sempre una nota fumè di fondo. In bocca invece è grintoso con un tannino che inizia a farsi grintoso. Bella struttura. Finale che sa di bosco e radici.


Osso San Grato 1996 Antoniolo: di nuovo un vino di fine femminilità con un quadro olfattivo giocato su note di geranio, vi ola, rosa, fruttini rossi, a cui seguono i soliti tocchi empireumatici e minerali. Bocca intensa, dinamica, caffettosa e con  un tocco di mallo di noce che accompagna la beva nella sua bella persistenza.

Osso San Grato 1997 Antoniolo: olfattiva dove domina la prugna, la ciliegia scura, la grafite, il cuoio. In bocca è ampio, complesso, rispetto all'annata precedente è più prepotente, di impatto, forse manca la sfericità e il senso etereo delle migliori annate ma, ad oggi, è al suo massimo ed è da bere senza esitazioni.

Osso San Grato 1998 Antoniolo: austero fin dal naso che percepisce aromi di radice, fiori amari, ferro, sangue, note fumè. In bocca è roccioso, vibrante, fresco, e si caratterizza per un grande allungo finale. Piaciuto molto.

Osso San Grato 1999 Antoniolo: un nebbiolo che sembra uscire da "The Mentalist" per quanto può essere cervellotico ed understatement. Eppure l'ho amato al primo sorso perchè, a mio giudizio, rappresenta tutto ciò che deve essere un nebbiolo di una grande annata. Ha una limpidezza, una regalità, una temperanza che è un inno al grande Gattinara di Piemonte. In bocca è di perfetto equilibrio con un tannino che definirei bordolese. Finale lungo e gessoso. Il mio vino preferito.


Osso San Grato 2001 Antoniolo: un grandissimo vino mignotta, ha tutto per farti dire che l'Osso San Grato di questo millesimo sia il migliore di sempre. Complessità, intensità, armonia. Poteva esser il numero uno della serata ma mi ha portato a letto troppo presto.

Osso San Grato 2004 Antoniolo: un inno alla durezza e all'introversione. Al naso e in bocca tornano le note da camino accompagnate da cenni ferrosi e di cuoio. Speri che prima o poi si aprirà ma per questo ci rivedremo tra una decina di anni.

Osso San Grato 2005 Antoniolo: l'unico che, forse, non ha raggiunto la piena sufficienza. Complice l'annata non felice, questo Gattinara soffre il confronto con gli altri vini della batteria per via di una struttura un pò scarna e da un sorso poco appagante. Lo vorrei risentire in un altro contesto.


Osso San Grato 2006 Antoniolo: le nuove annate di Osso San Grato, nonostante la giovane età, si mantengono sempre di grande equilibrio ed eleganza, Prova ne è questa 2006 che si conferma fresca di viola, rosa e frutta croccante a cui si aggiungono intarsi minerali di grande eleganza. In bocca è un bimbo col guanto di velluto che scorre e non va più via. Grande prospettiva.

Osso San Grato 2007 Antoniolo: somiglia moltissimo, in giovane, alla 2001 visto che in fatto di florealità e suadenza non è secondo a nessuno. Se acquisterà complessità aristocratica, il futuro sarà suo!


Le foto come al solito sono di Andrea Federici!

Il vino naturale è un'invenzione di marketing. Parola di Salvo Foti.


La disputa tra produttori laici e naturali si fa sempre più serrato. Dopo le recenti polemiche legate alla contrapposizione tra Vinitaly (ViViT), Cerea e Villa Favorita, è arrivata l'entrata a gamba tesa di Salvo Foti che, in una recente lettera inviata anche al blog di Luciano Pignataro, pone dei seri dubbi sulla naturalità del vino. 

Fonte: luxury24.ilsole24ore.com
Scrive Foti: Una vite senza la cura del viticoltore è in grado di dare uva, anche se il frutto sarà ben diverso da quello che noi vogliamo per fare un vino.
Il vino è un prodotto umano. Fatto dall’uomo, in cui egli da sempre ha messo tutto se stesso, il suo genio, la sua creatività, la sua passione, il suo estro, sacrificio e impegno nel produrlo. In certi casi anche la sua furbizia, ipocrisia, disonestà e scorrettezza.
   

In definitiva ognuno fa il vino che è.
 
Il vino è stato per l’uomo, oltre che alimento, bevanda, fonte di emozioni, appagamento dei sensi, in certi casi droga. E’ entrato sin dall’inizio dei tempi nella sfera emozionale e mentale dell’uomo. Prodotto mistico e misterioso, elevato a sangue di Cristo nella religione cattolica.


Nei tempi l’uomo ha adeguato e plasmato la pianta della vite, come meglio ha potuto e voluto, per fare vino, introducendola in quasi tutti gli ambienti da lui antropizzati. Di conseguenza ha prodotto tantissime tipologie di vino, che sono diventati tipiche espressioni di ambienti, di

vitigni e di civiltà umane. Differenti climi, terreni, vitigni, civiltà, ma un unico prodotto: il vino.

In verità il vino lo produce l’uomo, non la natura. Produrre un vino è un fatto umano non naturale.

Il vino “tutto natura” non esiste! E’ solo un’invenzione di marketing.

La “naturalità” di un vino può essere intesa come l’impegno da parte dell’uomo di intervenire il meno possibile con energie e prodotti esterni nella trasformazione dell’uva in vino, ma per far questo è importante avere, come materia prima, un’uva eccellente.

Il consumatore, l’appassionato di vino dovrebbe sempre pensare che dietro un vino non c’è un essere superiore, ma solo un Uomo.

Un vino è solo un vino, carico di significati, storia, cultura, civiltà e umanità, ma comunque resta un prodotto “umano” a cui dare solo la giusta importanza che merita.

Ognuno di noi ha la sensibilità, la capacità di capire un vino, basta avere cura di utilizzare in modo attento tutti i nostri sensi, la vista, l’olfatto, il gusto. Il consumatore dovrebbe essere solo curioso e attento, fidarsi del proprio gusto e piacere, invece di bere con il gusto degli altri.

Bere un vino solo perché di moda o perché il giornalista o l’esperto di turno ne parla o lo esalta è riduttivo. Alla fine il vino, come il cibo o, se volete, come la scelta del proprio partner, è qualcosa di molto personale e tale dovrebbe rimanere.

Se un vino piace a una persona non significa che debba piacere a tutti quanti, allo stesso modo se non piace. Bisogna degustare, bere con la propria testa, in libertà, sapendo sempre che, così come in amore, c’è un vino per ognuno di noi, basta trovarlo.

Il dibattito è aperto, avanti il prossimo 
Fonte: Luciano Pignataro 

Il mio Verdicchio al Vinitaly 2012


Le Marche sono una Regione veramente interessante e con tanti bravi professionisti che si occupano di fare promozione al vino. Questo lo si è notato anche allo scorso Vinitaly dove il padiglione ufficiale è stato impreziosito da una bella terrazza con tutti i vini in degustazione e con una serie di iniziative previste anche per noi wine blogger.


Appena salito in terrazza, tra le note di un dolce pianoforte e coccolato dall'accoglienza di tanti amici, alla vista di tute quelle etichette in degustazione libera ho esclamato:"Verdicchio, te m'hai provocato e io me te bevo!". 

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico - "Selezione Gioacchino" Riserva 2006 - Garofoli: ripeto quanto già detto in precedente post. Trattasi forse del miglior bianco italiano al momento, un monumento al Verdicchio e al lavoro di questa azienda semi-industriale..... 

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico - Manciano 2010 - Vallerosa Bonci: offre aromi dii fiori di campo, mandorla, agrumi, soffi di minerale bianco. Sorso equilibrato, sapido, teso, finale ammandorlato e minerale. 

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore - "Santa Maria d'Arco" 2010 - Azienda Agricola Ceci Enrico: rotondo, sapido, sa di frutta primaverile ed esotica. Bocca coerente, finale giustamente amarognolo. Ottimo rapporto q/p. 

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore - Tralivio 2010 - Sartarelli: naso che si apre su aromi di mela, pesca, ananas, fiori bianchi, gesso. Bocca sapida e minerale, molto fresca e con buona PAI. 

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore - Cuprese 2010 - Colonnara: solita classe ed eleganza per un verdicchio che odora di biancospino, agrumi, cedro e tanta mineralità. Bocca gagliarda, appagante, pulita, persistente. Grande prova.  

Lo stand con sopra la terrazza
Verdicchio di Matelica - "Vigneti del Cerro" 2011 - Belisario : naso floreale, zucchero a velo, erbe. Bocca morbida, progressiva, finale lievemente sapido. 

Verdicchio di Matelica - "Cambrugiano" Riserva 2008 - Belisario: solito vino di grande struttura e complessità, lo preferirei un filo più esile ma, si sa, agli uomini piacciono le morbidezze. 

Verdicchio di Matelica 2010 - La Monacesca: caldo con intense note di anice, nespola matura, erbe, mandorla. Bocca di grande equlibrio, sapida, minerale. Piaciuto abbastanza.

A.Mazzoni e G. Garofoli, una garanzia per l'IMT
 Le ultime due foto sono tratte dal blog di Vincenzo Reda
 

Vinitaly 2012 con Cascina Garitina


Dopo mesi di chiacchere virtuali e scambi di post su Google Plus (dove siamo rimasti tre gatti) finalmente ce l'abbiam fatta. Verona è stato il luogo di incontro tra me, Stefy, Gianluca Morino e Monica Pisciella che abbiamo rivisto con molto piacere dopo la tappa di Verdicchio 2.0.
Un incontro, quindi, tra vecchi e nuovi amici sulla Barbera d'Asti che con molta fatica Gianluca sta rilanciando grazie anche alla sua carica di Presidente dell'Associazione Produttori del Nizza.

Vigne di inverno
Cascina Garitina è una azienda a conduzione famigliare che si estende per circa 24 ettari a cavallo dei Comuni di Castel Boglione, Castelnuovo Calcea, San Marzano Oliveto, Calamandrana.

I vigneti (70% barbera più piccole porzioni di dolcetto, pinot nero, brachetto, cabernet sauvignon e merlot) sono localizzati tutti in collina su terreni di medio impasto tendente all'argilloso e il clima è caratterizzato dal c.d. “Marin”, un vento costante proveniente dal mare (marin = mare) che favorisce un’ottima maturazione delle uve poiché aumenta l’escursione termica tra notte e giorno.

Vigne al sole
Bricco Garitta 2010 è la barbera d'Asti base dell'azienda che nasce da vigneti di oltre trenta anni di età. Sia al naso che in bocca il vino sprizza territorio ed austerità con una vena minerale ben definita ed una struttura ben bilanciata e finale sapido. Un ottimo inizio. Solo acciaio.

Il Villalta 2010 è la nuova barbera di casa Morino che ha voluto testare una vinificazione senza solfiti aggiunti e con l'ausilio di lieviti autoctoni. La sperimentazione, a mio parere, è stata più che positiva visto che il vino ha una complessità inaspettata e, così come fanno i grandi vini, muta continuamente nel bicchiere offrendo, minuto dopo minuto, sensazioni che vanno dal tostato ai fiori rossi per passare alla frutta croccante e alla nera mineralità. La bocca è decisa, tesa, vivace al punto giusto. Per me una strada da seguire con  interesse.


Il Caranti 2009 è una barbera d'Asti superiore nata da vitigni di circa 40 anni di età. L'impatto olfattivo è fruttato, complesso, con ciliegia, lampone e liquirizia in primo piano. In bocca è succoso, preciso, ben bilanciato e capace di un allungo davvero notevole. Elevazione in legno per 13 mesi.

Il Neuvsent 2007, barbera d'Asti superiore "Nizza", nasce da tre vecchi vigneti aziendali (1924-1949-1954) le cui uve indiscutibilmente offrono al vino grande profondità e complessità. Al naso si apre lentamente su sensazioni di mora, visciola, anice, chiodo di garofano, glicine, liquirizia, terra. La bocca è piena e calda, equilibrata da grande freschezza e ravvivata da un succo prolungato ed appagante. Se penso oggi al Neuvsent ho il ricordo di un grande vino che potrà dare ancora molto col passare del tempo. Elevato in legno per 16/18 mesi.

L'Amis 2007 (merlot 50%, cabernet sauvignon 35%, barbera 15%) rappresenta un blend tutt'altro che scontato e banale visto che nasche anch'esso da vigneti molto vecchi (la barbera è del 1960, il merlot del 1990 e il cabernet sauvignon del 1985 e 1993). Al naso è complesso e gioca su ritorni di frutta di bosco, ciliegia matura, spezie, tabacco e eucalipto. La bocca è caratterizzata da una vellutata tannicità e da una vena acido-sapida che ben supporta una struttura di grande impatto. Elevato in legno per 16/18 mesi.


Il nostro incontro termina con il Niades 2010, un brachetto d'Acqui molto interessante che diverge dalla maggior parte dei suoi colleghi per una austerità di fondo che non strizza moltissimo l'occhio al pubblico femminile che, come si sente dire, rappresenta la maggiore clientela per il Brachetto. Ok, il naso è tipico e si apre su toni di iris, rosa, fragolina, ribes ma la bocca, dotata di misurata effervescenza, tende ad equilibrare fin da subito l'attacco dolce iniziale dotando il vino di un equilibrio ben misurato che non stanca mai la beva. Piaciuto moltissimo.

Gianluca e i suoi grappoli
Con Monica cercheremo di portare Gianluca a Roma per un incontro sul Barbera. Lui non sa nulla per cui....acqua in bocca :-))

Louis Roederer Cristal 1990 e le false notizie


Per me è poco credibile che un essere vivente possa sborsare oltre 100 mila euro per una sola bottiglia di Cristal. 

A pensarci bene, però, se leggo la notizia che il poll...ehm...l'acquirente è un facoltoso saudita che ha voluto fare lo sborone all'interno di un esclusivo locale di Dubai quasi quasi ci convinco e mi faccio una grassa risata.

Fonte: Subito.it
La cosa che mi perplime, invece, è leggere sulla stampa e in vari siti internet che questa fantimatica bottiglia di Cristal 1990 abbia un costo di tale portata perchè di questo millesino esisterebbero solo altre due bottiglie nel mondo, una a New York e l'altra a Londra.

Ma chi le scrive ste cazzate? Basta fare un giro su Wine-searcher e capirete che di Cristal 1990 a 300 euro ne potete comprare una vagonata. 


Il Barolo di Borgogno tra passato, presente e futuro


PASSATO

Bartolomeo Borgogno ha creato la sua casa vinicola nel 1761 e già a quel tempo, nella notte dei tempi, l'obiettivo era quello di creare un grande vino. Prova ne è la scelta del Barolo, nel 1861, come bevanda per il pranzo celebrativo dell'Unità di Italia. Ma bisogna aspettare gli anni '20 del secolo scorso per avere la vera svolta grazie a quell'illuminato di Cesare Borgogno che fa conoscere il suo nebbiolo in tutta Europa spingendosi fino oltre oceano, Stati Uniti compresi. Alla morte di Cesare Borgogno la proprietà passa ai nipoti Ida e Franco Boschis e successivamente ai figli di questi, Cesare e Giorgio.

PRESENTE

Si chiama Oscar Farinetti che da qualche anno ha rilevato l'azienda con l'obiettivo dichiarato di non mutare ciò che Borgogno è stato nel tempo. Per cui, nonostante lo spirito imprenditoriale e moderno di Mr. Eataly, si va avanti con i lunghi affinamenti, le grandi botti di castagno e di rovere di Slavonia e con la centenaria consuetudine di mettere da parte consistenti quantitativi di Barolo delle annate più grandi, per un ulteriore affinamento la cui durata normalmente non è mai inferiore ai dieci anni. 
Il presente, il mio presente con Borgogno è rappresentato da quelle vecchie bottiglie e da Armando Castagno e Paolo Lauciani che ci hanno condotti per mano all'interno di una macchina del tempo chiamata Barolo Borgogno. La verticale storica prevedeva le seguenti annate: 1996, 1988, 1982, 1978, 1967 e 1961.

Foto: Andrea Federici
Barolo Borgogno Riserva 1996: annata austera queesta che dà vita a Barolo molto classici e di grande equilibrio. Al naso si conferma introverso, timido, è un nebbiolo lento a concedersi e la complessità aromatica, indubbia, va lentamente stanata. Si odono echi di sottobosco, fruttini croccanti, tabacco, fungo. Lentamente, col tempo, esce una avvolgente e sinuosa balsamicità accanto ad accenni di cipria e sali da bagno. La bocca è ovviamente austera, aristocratica, la freschezza iniziale del vino lascia subito il passo ad una sensazione sapida, decisamente salmastra che il naso aveva celato. Chiude lunghissimo su toni di arancia amara.

Barolo Borgogno Riserva 1988: quest'annata calda ma equilibrata regala un Barolo dal colore ancora vivissimo che stenta ad aranciarsi anche sull'unghia. Al naso esplode una meravigliosa florealità dove la rosa in tutte le sfumature la fa da padrone accanto a sensazioni meno esplosive di melograno, mineralità, miele di castagno e cenere. E' un nebbiolo coeso e compatto anche in bocca dove non cede nulla nonostante l'età. L'annata, ovviamente, regala una sensazione complessiva più morbida del precedente soprattutto nel tannino anche se l'acidità, sorprendentemente, è ancora tagliente e accompagna tutto il finale di beva che gioca su ritorni gessosi e fumè. 

Barolo Borgogno Riserva 1982: grandissima annata, talmente felice che, secondo Castagno, è possibile trovare sorprese anche dalle bottiglie di aziende ignote lasciate sopra al camino della casa di campagna. Mettendo il naso nel bicchiere capisci subito che tal nebbiolo è di altra dimensione, difficile mettere in ordine tutti i descrittori che, come una sinfonia, suonano all'unisono ognuno il proprio strumento emozionale. Potrei dire che abbiam sentito tutti l'odore del sottobosco, del muschio, dei legni aromatici, della frutta rossa ancora integra, il tamarindo, la pesca, la cera, la rosa canina, la castagna e poi, e poi, e poi. 
In bocca è un monumento al nebbiolo, dovremmo fargi un piedistallo e metterlo in piazza assieme al busto di Cavour. E' setoso, vitale, ha di tutto di più per essere condirato un inno al Barolo!

Foto: Andrea Federici
Barolo Borgogno Riserva 1978: l'annata un filo troppo calda fa intravedere il lato maturo di questo Barolo che vanta un profilo abbondante ma per nulla decadente. Al naso esce il lato esotico del nebbiolo, si odono sensazioni di pesca, miele di castagno, frutta rossa dolce, felce, pepe. In bocca è "piacione", ha tratti di pasticceria ma la struttura è bella ferma e solida e vanta un tannino ancora vibrante. Grandissima bevibilità. Da bere ora che è al suo picco di maturità.

Barolo Borgogno Riserva 1967: l'annata calda ma sostanzialmente equilibrata regala un bicchiere dove iniziamo ad intravedere il lato terziario del grande nebbiolo. E' un Barolo più scuro degli altri, senz'altro minerale, ferroso, ematico, la frutta non è più fresca ma in gelatina, ribes e prugna in evidenza. Col tempo il ventaglio aromatico si amplia ulteriormente regalando profumi di incenso e mirra, cenere, spezie orientali, tè nero.  Al palato è ancora vivacissimo con un tannino serrato anche se meno muscolare del '78. Dotato di  una buona dotazione acida chiude lungo su note di tè Lapsang Souchong e arancia amara.

Foto: Andrea Federici
Barolo Borgogno Riserva 1961: l'età viene avvertita solo parzialmente perchè questo Barolo di cinquanta anni suonati non mostra nulla di clamorosamente terziario. Mettendo il naso nel bicchiere subito veniamo pervasi da una nota di menta bianca poi, col tempo, arriva il muschio, la violetta essiccata, la corteccia aromatica, la gelatina di frutta, la mandorla amara, il dattero, la lavanda e, infine, tocchi di cipria ed essenze da trucco. Al palato ci sorprendiamo per la tattilità del tannino, per l'abbraccio glicerico e per la persistenza mentosa con finale di arancia amara e frutta rossa da diario. Una grande bottiglia per una grande emozione finale.

FUTURO

Fonte: arcante.wordpress.com
Questo è Andrea Farinetti, figlio di Oscar, appena 22 anni. Da poco è diventato l'enologo di Borgogno, la sua azienda di famiglia. A lui il compito di preservare la tradizione.